Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 18 ottobre 2017

2342


Proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto vantare particolare esperienze pregresse nel relazionarsi con dei bambini. Anzi.
Esperta combattente, straordinaria avventuriera, indomabile guerriera, temibile assassina, nel corso della propria vita ella aveva combattuto contro ogni qual genere di creatura, umana e non, finanche ad affrontare un dio immortale, un dio minore, sì, e pur sempre un dio, innanzi al quale, complice una potente reliquia, era stata in grado non soltanto di sopravvivere ma, addirittura, di imporgli inattesa sconfitta e morte, guadagnandosi, in conseguenza, l’altisonante, e pur meritato, titolo di Ucciditrice di Dei, l’ennesimo accanto a molti altri e, ciò non di meno, uno al quale ella non avrebbe potuto essere affezionata, nel valore intrinseco di un tale riconoscimento, di una simile celebrazione. Ma per quanta confidenza ella avesse avuto occasione di sviluppare con la morte, e con ogni sfumatura propria della stessa, in termini sconosciuti e inimmaginabili ai più, discorso ben diverso avrebbe avuto a dover essere considerato quello relativo alle sue conoscenze nel merito della vita, e dei suoi aspetti ipoteticamente più semplici, apparentemente più banali, e pur, obiettivamente, mai svalutabili qual tali, qual, primi fra tutti, quelli relativi alla creazione di una famiglia, con tutti quegli annessi e connessi fra i quali, banalmente, il mero confronto con i propri figli, dall’età più infantile sino all’adolescenza e oltre ancora.

A sua discolpa, a sua difesa, invero, avrebbe avuto a non dover essere ignorato quanto, nel medesimo giorno in cui ella si era guadagnata lo spiacevole sfregio sul suo volto e aveva perduto il proprio avambraccio destro, un altro grave e profondo danno le era stato inflitto, al basso ventre, quasi uccidendola ma, peggio, negandole, per sempre, la possibilità di procreare, di poter divenire un giorno madre, crescendo un figlio giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno crescendo ella insieme a lui. Una condanna, una maledizione, su di lei imposta da parte della propria gemella Nissa, nel giorno in cui ella, dopo lunghi anni di lontananza, aveva fatto ritorno nella sua esistenza e lo aveva fatto nelle vesti non di semplice figlia di pescatori, qual entrambi erano nate, quanto e piuttosto in quelle di regina dei pirati dei mari del sud, condottiero di una nazione che ella stessa aveva creato nel riunire, attorno a sé, ciurme di predatori e tagliagole prima disorganizzati, alla deriva, sovente persino in conflitto reciproco, i quali, solo grazie a lei, si erano altresì riuniti sotto un’unica bandiera, sotto un unico indiscusso riferimento, che tale aveva voluto divenire, invero, soltanto allo scopo di essere in grado di vendicarsi della propria gemella, della stessa Midda, colpevole, non a torto, di averla abbandonata, di averla lasciata sola ad affrontare la vita, le sue gioie e, anche, le sue tragedie, come, fra le molte, la morte di loro madre.
Forte del potere per lei derivante dal proprio nuovo ruolo, la regina dei pirati si era prefissa qual solo scopo quello di privare la propria sorella d’ogni felicità, d’ogni possibilità di gioia. Privandola del proprio stesso essere donna, nella capacità di procreare. Privandola della propria amata e avventurosa quotidianità, attraverso le interminabili distese marine, nel proibirle ogni ulteriore contatto con il mare e con quanto, da esso, per lei era solito gioiosamente trarre. E privandola, persino, del proprio primo grande amore, Salge Tresand, colui per seguire il quale avrebbe rischiato di incorrere nelle funeste ire della propria gemella e per salvare il quale, pertanto, preferì abbandonare, salvo, vent’anni dopo, scoprire quanto, non ancor paga, Nissa, fingendosi la propria gemella, aveva approfittato per giacere con lui e per concepire, insieme a lui, il proprio primogenito, al solo scopo di poter avere occasione di crescere il figlio che Midda aveva desiderato e che mai avrebbe potuto avere.
Vendetta crudele, quella che Nissa Bontor aveva voluto riservarsi. Vendetta con la quale, per circa tre lustri, la Figlia di Marr’Mahew aveva scelto di convivere, fino a quando, quantomeno, ancora una volta la propria gemella non aveva compreso quanto, al di là di tutto il male già impostole in passato, ella avesse ormai imparato nuovi modi in cui vivere, aveva trovato nuove ragioni per cui essere felice, al punto tale che, alfine, tanto impegno, tanta dedizione posta a rovinarle la vita, sarebbe potuta risultar vana se non fosse nuovamente intervenuta, così come aveva tragicamente scelto di fare. Ma quando Nissa, palesandosi ancora una volta nella vita della propria gemella, l’aveva voluta ferire colpendola attraverso una persona a lei cara, un’amica colpevole soltanto di provare affetto per lei; Midda non si era più sforzata di restare in silenzio, non aveva più voluto ovviare al conflitto con la propria consanguinea, accettando di cercar quella battaglia attraverso la quale sperare di porre fine alla guerra che, da troppi anni, decadi ormai, aveva contraddistinto le loro esistenze.
E solo rientrando, tardivamente, a contatto con la vita della propria gemella, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, aveva avuto possibilità di scoprire quanto, in quegli anni, in quei lustri di lontananza, ella si fosse impegnata non soltanto per esplorare la morte, suo pari, ma anche per godere della vita, così come ella mai avrebbe potuto sperare di compiere, nel mettere alla luce non soltanto il figlio di Salge Tresand, ma anche, tempo dopo, una coppia di gemelle, silenziosa dimostrazione di quanto, il destino, evidentemente, desiderasse permettere a una nuova generazione di Bontor di rimediare agli errori della precedente. Nipotine, quelle che Midda avrebbe avuto a dover crescere qual proprie figlie dopo il tragico sacrificio della propria gemella, dalle quali, forse e proprio nella consapevolezza di non essere adatta a un tale compito, ella non aveva perso occasione di allontanarsi nel seguire l’invito della fenice ben oltre i confini del proprio pur complicato mondo e che, in questo, erano state affidate a una tutela più saggia, a una guida più esperta di quanto ella, forse, non sarebbe mai riuscita a dimostrarsi essere, né per loro, né per altri.

Alla luce di simili pregressi, di tali retroscena, non di difficile comprensione, né di gratuita ipotesi, avrebbe avuto a dover essere considerata la mancanza di confidenza della medesima ex-mercenaria, ora capo della sicurezza della Kasta Hamina, nei confronti con la vita e con i suoi aspetti ipoteticamente più semplici, più banali, qual il mero rapporto con un bambino o, nella fattispecie, con una coppia di bambini. Giacché, se la questione avesse avuto a doversi semplicemente considerare incentrata sulla necessità di salvare un pargolo da un pericolo, mortale o meno che esso fosse, ella non avrebbe certamente avuto dubbi a potersi considerare qual completamente a proprio agio, nella propria area di confidenza con la vita e con tutti i suoi più disparati aspetti; ma laddove, essa si fosse scoperta in riferimento a qualcosa di diverso, qualcosa forse di meno eroico ma più quotidiano, qual il mero parlare con lui, la questione avrebbe avuto a dover assumere necessariamente tonalità più cupe, scontrandosi, banalmente, con la sua più semplice incapacità in tal senso… incapacità conseguente non tanto a una mancanza di volontà, quanto e piuttosto alla più assoluta assenza di esperienza a tal proposito.
In tutto ciò, l’impegno che ella stava tentato di porre nel confronto con quei due piccoli avrebbe avuto a doversi considerare, dal suo personalissimo punto di vista, già qualcosa di ammirevole, per non dire straordinario, nettamente maggiore rispetto a quanto, probabilmente, chiunque, conoscendola, avrebbe potuto attendersi che ella avrebbe potuto aver desiderio di sforzarsi a compiere in un simile caso. E, per quanto, forse, probabilmente, certamente, i suoi modi non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual perfetti, il suo approccio non avrebbe avuto a doversi considerare qual l’ideale per la situazione così come venutasi a creare; probabilmente i due bambini ebbero comunque ad avvertire la sincerità propria dell’animo della loro interlocutrice, che, in tal senso, non si stava assolutamente risparmiando.
Ragione per la quale, alla fine e malgrado tutto, essi parvero cedere al suo invito, alla sua insistenza, nel momento in cui, nella fattispecie, fu il maschietto, poi, a riservarsi occasione di intervenire, e di intervenire prendendo voce direttamente verso di lei…

« Il mio nome è Tagae. E lei è mia sorella Liagu. » annunciò, dichiarando i propri nomi con il tono più fermo che riuscì a dimostrare, per quanto una leggera nota di timore non poté essere ovviata a margine di tutto ciò, non soltanto per quella donna, ma per quell’intera, folle situazione, all’interno della quale, necessariamente, anch’ella non avrebbe potuto mancare di avere il proprio ruolo.

martedì 17 ottobre 2017

2341


« Il mio nome è Midda… Midda Bontor. » si presentò ai due pargoli, cercando ancora di offrire il proprio tono più sereno e rasserenante, per vincere quell’iniziale ritrosia che essi stavano ancor dimostrando, benché, obiettivamente, tutto ciò avrebbe avuto a doversi ritenere fondamentalmente illogico, considerando quanto, necessariamente, dovevano essere stati loro due a cercarla, a seguirla sino a lì, non potendo essere lì capitati, nel suo stesso istante, per puro caso, in quella che, altrimenti, avrebbe avuto a dover essere considerata non tanto quanto una semplice coincidenza, uno scherzo del destino, ma, piuttosto, l’evidenza di qualsivoglia mancanza di originalità narrativa da parte degli dei, pecca che, in verità, in più di quarant’anni di vita non aveva avuto mai possibilità di verificare « Non sono vostra nemica. E, anzi, credo proprio che voi foste venuti proprio a cercarmi, per chiedermi aiuto contro quegli uomini in nero… dico bene? » ribadì il concetto precedente, sperando che, in questa nuova occasione, esso potesse giungere con maggiore successo alla loro attenzione, superando anche quel pur comprensibile timore, quella pur spontanea paura che, dopotutto, non avrebbe avuto a dover essere in alcuna maniera colpevolizzata, laddove, obiettivamente, meritevole di averli mantenuti in vita, e liberi, sino a quel momento.

E se, ancora, per pochi istanti, i bambini fremettero fra le sue mani, nell’intento comunque infruttuoso di allontanarsi da lei, a seguito di quell’ulteriore tentativo essi sembrarono iniziare lentamente a placarsi, al punto tale che, per non vanificare il senso ultimo di quel momento d’incontro, anche l’ex-mercenaria, lentamente, iniziò a rendere meno vincolante la propria presenza su di loro, in maniera tale da non permettere loro di fraintendere quella situazione qual di potenziale prigionia, per così come, pur, non avrebbe mai voluto essere… non, certamente, da parte sua.
Solo quando, alfine, le sue mani si ritrovarono a essere semplicemente appoggiate, quasi in una dolce carezza, dietro alle spalle della coppia, ella si concesse di genuflettersi, per porsi alla loro altezza, per poterli guardare in viso senza, in questo, costringerli a volgere i propri capetti verso l’alto, in quella che, psicologicamente, sarebbe stata altrimenti una posizione di inferiorità, ma che ella non desiderava in alcun modo imporre loro.

« Ciao di nuovo. » sorrise, con la speranza, almeno ora, di ottenere da parte loro un qualsivoglia genere di risposta.

Per un fugace momento, quando ella ebbe a chinarsi davanti a loro, i bambini parvero turbati, e turbati, ella lo comprese, dalla cicatrice che ebbero a cogliere sul suo volto, qualcosa che, in effetti, nella loro quotidianità non avrebbero avuto a poter conoscere e che, forse, non avrebbe potuto ovviare a renderla, in quel frangente, più spaventosa di quanto, già, non avrebbe avuto a poter essere ritenuta innanzi allo sguardo di due piccoli spaventati. In quel mondo, così come nella maggior parte dei mondi di quella nuova, e più amplia, concezione della realtà che a lei era stata concessa nel corso di quell’ultimo anno, infatti, difficilmente una persona si sarebbe riservata la possibilità di mostrare in maniera tanto aperta una cicatrice, uno sfregio simile, non laddove, altresì, per loro semplici, per lei straordinarie, tecniche di chirurgia plastica avrebbero permesso, attraverso un intervento tutt’altro che complicato, la completa cancellazione di ogni segno, di ogni marchio sulla sua pelle, restituendole quell’integrità altresì perduta ormai da decenni.
Ma, per quanto la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe mai potuto essere felice di quella cicatrice, e di quanto essa si sarebbe preposta di ricordare a imperitura memoria, quegli eventi tragici che l’avevano veduta comparire sul suo volto; parimenti ella non avrebbe mai voluto rinunciare a essa, e a quella parte della sua vita, della sua storia personale, della quale essa, appunto, fungeva da importante, irrinunciabile promemoria. E così come, già da molto tempo, già da dieci anni ormai, ella avrebbe potuto anche rimuoverla dal proprio corpo, senza neppure ricorrere a particolari interventi chirurgici, ma per effetto dell’azione rigenerante del fuoco della fenice; ella non aveva mai voluto agire in tal senso… né mai lo avrebbe desiderato.
Il turbamento proprio dei due bambini, comunque, non si protrasse a lungo e, anzi, al timore iniziale, venne sostituita, alfine, una certa curiosità, una curiosità sincera, priva di malizia, nei confronti di quello sfregio, a cercare delicato contatto con il quale, allora, ebbe a sollevarsi la destra della piccola, la quale, con l’approccio proprio di un pargolo, cercò allora di meglio comprendere che cosa fosse quel non piacevole segno sul volto della donna innanzi a loro...

« E’ una lunga storia… » minimizzò la donna guerriero, comprendendo l’implicita domanda dietro a quel gesto, dietro a quel contatto, e lasciandola, in ciò, agire, laddove, del resto, non avrebbe potuto infastidirla con la propria curiosità e, anzi, in quel modo, forse, avrebbe potuto concedere loro possibilità di maturare un po’ più di confidenza con lei « Un giorno ve la narrerò, se la vorrete ascoltare. » promise loro, benché, in quel frangente, la storia probabilmente più interessante da essere ascoltata, e di conseguenza più importante da essere narrata, sarebbe stata proprio quella che avrebbero avuto a poter condividere i due pargoli.
« … fa male…? » domandò, alfine, la bambina, prendendo per la prima volta voce innanzi a lei, in ovvio riferimento alla cicatrice, percorrendola, lentamente, con la punta delle proprie piccole dita, a partire dalla guancia della donna, sino a risalire alla sua fronte, passando per il suo occhio sinistro.
« Un tempo faceva male... tanti… tanti anni fa. » rispose Midda, più che soddisfatta nell’udire la voce della bambina e nel cogliere, in essa, un progresso nella loro relazione, nel loro rapporto, che si stava evolvendo, fortunatamente in maniera sufficientemente rapida, da una raffazzonata fuga con relativo inseguimento, all’inizio di una speranza di dialogo « Ora non più. »

Un suono attrasse tanto l’attenzione di Midda, quanto necessariamente quella dei due bambini, in un nuovo tentativo da parte del comunicatore personale della donna di richiedere la sua attenzione, probabilmente mosso, in tal senso, dalla volontà di Mars e Lys’sh di comprendere che diamine stesse accadendo. Un suono non forte, e pur sufficientemente improvviso e insistente da inquietare, chiaramente, i due bambini, in misura tale che la piccola si riservò prontezza sufficiente di riflessi da ritirare la manina dal suo volto e il fratello, o presunto tale, accennò addirittura un piccolo passo indietro, già pronto a riprendere la fuga, laddove ciò si fosse dimostrato necessario.

« No… no… non vi spaventate. » cercò di tranquillizzarli la donna dagli occhi color ghiaccio, con un nuovo sorriso « Sono solo i miei amici che mi stanno cercando: mi hanno vista saltare giù dal treno e… »

Spiegazioni inutili: ancora troppa agitazione avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nei due bambini, e ancora troppa poca confidenza avrebbero potuto vantare nei suoi confronti per essere tranquillizzati dalle sue parole, in misura tale per cui ogni nuovo cicalino da parte del comunicatore sembrava creare un solco sempre più grande fra loro, tale da non poter essere così facilmente colmato da quella pur sincera spiegazione loro proposta.
Agendo, quindi, con rapidità al fine di non vanificare quel piccolo progresso ottenuto, la donna scelse quindi di spegnere il proprio comunicatore, zittendolo definitivamente.

« … ecco fatto. » annunciò tranquilla verso i due bambini « Visto? Non mi stanno più chiamando. » dichiarò, sperando che, tal evidenza, potesse offrire loro nuova possibilità di calmarsi.

lunedì 16 ottobre 2017

2340


Dal punto di vista del capo della sicurezza della Kasta Hamina, tutto era avvenuto in un fugace istante, nell’intervallo proprio di un battito di ciglia. Un battito di ciglia prima del quale ella stava osservando, con blanda curiosità, la banchina alle proprie spalle, nell’attesa dell’annunciata chiusura di quella porta e della conseguente partenza del treno; e subito dopo il quale, altresì, quei due bambini erano tornati a offrirsi all’interno del suo campo visivo, proponendosi, questa volta, non in fuga da un qualche inseguitore, ma in sua curiosa osservazione. E non essendo abituata a credere alle coincidenze né tantomeno al destino, quanto alla capacità, di ogni singolo individuo, di definire il proprio presente e, di conseguenza, il proprio futuro sulla base delle proprie azioni; ella non aveva potuto minimizzare quell’inattesa apparizione qual una mera casualità, quanto e piuttosto il desiderio dei due pargoli di cercare un contatto con lei, di tentare un approccio con lei, fosse anche, eventualmente, per ringraziarla per l’aiuto loro offerto o, piuttosto, per richiederle ulteriore supporto, in conseguenza alla disponibilità da lei in tal senso dimostrata. Spinta, in tutto ciò, dalla propria consueta curiosità, da quell’inappagabile brama di conoscenza, di comprensione del Creato e delle sue dinamiche, pertanto, ella non avrebbe mai potuto sottrarsi al fascino rappresentato da quell’incognita, dal mistero attorno a quella coppia di bambini, ragione per la quale, che potesse essere una mossa giudicabile effettivamente qual sensata o meno, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non poté ovviare a compiere quel balzo nel vuoto, spinta in tal senso dalla medesima brama di nuove sfide, di nuove avventure che l’aveva, fra le tante ragioni, convinta ad accettare l’invito della fenice e a compiere quello straordinario volo che l’aveva condotta non soltanto al di fuori dei confini del proprio pianeta natale, ma a decine, centinaia, migliaia di anni luce da casa, a una distanza tale per cui neppure il più potente motore all’idrargirio avrebbe mai potuto concedere all’equipaggio di una nave spaziale di giungere sino a quel mondo, al suo mondo. E laddove, con ardimento, ella aveva accettato di compiere quel balzo verso il mistero e l’avventura sulle ali della fenice, con il medesimo sentimento ella non avrebbe mai potuto mancare di rispondere al tacito richiamo di quei due bambini, verso qualunque impresa ciò avrebbe potuto eventualmente condurla.
Consapevolmente priva del tempo utile a offrire una qualunque spiegazione ai propri due compagni, a quali, in tal senso, avrebbe prima avuto a dover spiegare il non breve preludio a quella faccenda; ella ebbe quindi a gettarsi oltre le porte in chiusura di quel treno all’ultimo istante concessole, confidando che, a tempo debito, tanto Mars, quant’ancor più Lys’sh, sarebbero stati in grado di comprenderne le motivazioni. E, compiuto ciò, non perse un singolo, ulteriore istante di tempo a recriminare su quanto fatto, nel preferire, altresì, gettarsi di corsa in direzione della coppia di bambini, prima che qualunque, nuovo evento potesse impedirle quel contatto, potesse negarle l’opportunità di arrivare a parlar loro.
Un gesto, il suo, che se pur forse effettivamente sperato dai due pargoli, si dimostrò tanto repentino, tanto improvviso, da offrir loro ragione di spavento, di timore, al punto tale, in ciò, dal vederli arretrare incerti, e, ancor più, da accennare, persino a una fuga, a un allontanamento da colei a cui, in fondo, avrebbero avuto a dover tributare la propria salvezza da coloro che, per primi, li avevano braccati. In ciò, pur avvertendo il proprio comunicatore personale segnalare il tentativo di una trasmissione in ingresso, a interpretarsi, intuibilmente, qual Mars o Lys’sh desiderosi di domandarle spiegazioni nel merito di quanto compiuto, l’ex-mercenaria ovviò a offrire loro la pur doverosa attenzione, nel preferire, piuttosto, restare concentrata, focalizzata, sui due bambini e, con essi, sulla ragione primaria per la quale, comunque, aveva compiuto quel discutibile gesto, quel salto che, certamente, non avrebbe mai incontrato il benestare del capitano Lange Rolamo e che, anzi, non appena la notizia fosse giunta alla sua attenzione, le sarebbe valsa una bella lavata di capo, e non nel senso più piacevole, e letterale, del termine.

« Ehy… voi due! » apostrofò ad alta voce, in direzione dei bambini, non sapendo in qual maniera alternativa appellarli, non conoscendone, obiettivamente, i nomi « Fermatevi… non voglio farvi del male! »

Parole evidentemente non rassicuranti le sue, e forse evocative di precedenti, similari affermazioni poi non conclusesi in maniera piacevole, giacché nessuno fra i due ebbe a dimostrare il benché minimo interesse a prestarle ascolto e, in ciò, a fermarsi o anche solo a rallentare la propria fuga, anzi, e se possibile, accelerando ancor più in essa, nel cercare di allontanarsi da lei, di fuggire da quanto, ormai, forse stavano irrazionalmente considerando al pari di una cupa minaccia.
Ma se, nel confronto con gli uomini in nero, i due erano stati sufficientemente capaci da, effettivamente, tener loro testa, fosse e anche soltanto nel tempo utile alla medesima Figlia di Marr’Mahew per porre fuori gioco, uno dopo l’altro, ognuno di loro; simile successo, egual trionfo, non avrebbe potuto contraddistinguerli nella sfida contro di lei, contro la loro salvatrice, la quale, nel ruolo di predatrice, ebbe a dimostrarsi indubbiamente più temibile, oltre che efficace ed efficiente, di quanto non avevano avuto occasione di dimostrarsi ben in dodici prima di lei. In questo, senza nulla voler togliere all’abilità pur dimostrata dai pargoli di evadere alle minacce loro riservate, ai propri inseguitori, la disfida per loro rappresentata da quella donna avrebbe avuto a doversi considerare, purtroppo per loro, indubbiamente maggiore rispetto alle proprie capacità, già solo nel momento stesso in cui, prendendo essi le scale volte a scendere ai livello inferiore, all’altezza della strada, lì sottostante di oltre una sessantina di piedi nella posizione altresì sopraelevata del treno e della relativa stazione, ella scelse altresì una soluzione decisamente più atletica, nel proiettarsi oltre una balconata lì presente e nel lasciarsi ridiscendere, con diversi salti perfettamente calcolati, volti in ogni occasione a raggiungere un diverso appiglio, un diverso obiettivo, fosse esso uno schermo pubblicitario, fosse una tubatura sporgente, fosse anche e soltanto un fugace, piccolo spigolo ricavato lungo tale parete, sino al livello del suolo, in metà del tempo necessario, altresì, alla coppia di bambini. Cosicché, quando essi raggiunsero il livello della strada, ancora intenti a gettare qualche sguardo timoroso alle proprie spalle nella certezza che ella, tuttalpiù, avrebbe potuto raggiungerli da dietro, la donna dagli occhi color ghiaccio ebbe a palesarsi esattamente davanti a loro, al punto tale da vederli, letteralmente, andare a sbattere contro di lei.

« Ehy… ciao! » sorrise Midda, incassando il loro impeto e richiudendo, dolcemente, le mani dietro le spalle dei due bambini, a impedire loro, per il contraccolpo, di ricadere al suolo, proiettati all’indietro « Posso immaginare che siate un po’ spaventati… ma siete stati voi a venire a cercarmi, questa volta. » argomentò, cercando di ricorrere al tono di voce più sereno, più pacato al quale mai avrebbe saputo sospingersi, nella speranza, in ciò, di riuscire a tranquillizzarli « E in questo, sperando di non aver frainteso le vostre intenzioni, immagino che, magari, possiate desiderare il mio aiuto, in qualche modo… per qualche ragione. »

Solo in quel momento, solo quando finalmente a loro sufficientemente vicina da poterli osservare con un po’ più di calma, al di là dell’agitazione pur intrinseca di quell’occasione, la donna guerriero poté rendersi lì conto di quanto, quei due bambini fossero, per la precisione, un bambino e una bambina, vestiti fondamentalmente in maniera identica, e con un eguale taglio di capelli, dal risultare di difficile distinzione a una certa distanza: anzi, in effetti, nell’osservarli così da vicino, facile sarebbe stato ipotizzare l’esistenza di un legame di parentela fra i due, forse fratello e sorella, nel risultare, obiettivamente, contraddistinti da caratteristiche somatiche estremamente simili.
Due visetti a forma di cuore, infatti, offrivano due nasini leggermente schiacciati e due coppie di grandi occhi verdi, e due labbra sottili e, in quel momento appena dischiuse nell’affanno della corsa, su una pelle olivastra, al di sotto di corti capelli tagliati in maniera decisamente priva di particolare fantasia, di particolare originalità, in una sorta di alto caschetto, quasi fosse stata loro appoggiata una scodella al di sopra della sommità del capo e fossero stati, semplicemente, tagliati i capelli che, da essa, fossero fuoriusciti. Due corpicini esili, pelle e ossa, i loro, rivestiti da semplici tute integrali, di color marroncino chiaro, assolutamente privi di fronzoli e di caratteri distintivi, completavano poi il quadro così offerto, a fronte del quale, qualcosa, nel profondo del cuore della mercenaria, non poté ovviare a impietosirsi, nel presumere, probabilmente non a torto, una storia non facile celata dietro ai loro sguardi spaventati.