Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

giovedì 21 settembre 2017

2315


Alcune volte, nel corso della propria vita, all’Ucciditrice di Dei era stata posta una domanda tutt’altro che banale, non, quantomeno, dal suo personalissimo punto di vista: quella vita, la vita che aveva scelto, la vita che aveva abbracciato, la vita per la quale si era sospinta persino e involontariamente a rinnegare le proprie radici, la propria famiglia, e che le era costato il rapporto con la propria amata sorella Nissa; quella vita contraddistinta da continui pericoli, da estenuanti sfide, da inesorabili avversari desiderosi soltanto di strapparle la vita dal corpo, e di farlo nelle maniere più dolorose e raccapriccianti possibili; quella vita nella quale il riposo sarebbe sempre apparso qual una sorta di lusso, e un lusso che non si sarebbe mai potuta permettere, nel permanere, non proprio malgrado, ma propria scelta, nella frenesia di corse interminabili e battaglie prive di possibilità di vittoria… quella vita avrebbe avuto a doversi davvero considerare qual la sola vita che ella, ancora, desiderava vivere? O, forse, ella avrebbe avuto a doversi ormai considerare intrappolata nella propria stessa esistenza, non più artefice, quanto e piuttosto vittima, della scelta compiuta in un’epoca ormai lontana, nel ritrovarsi incapace di concepire altre possibilità, altre eventualità, in un’ormai immodificabile forma mentis al di fuori della quale neppure sarebbe stata in grado di concepire la realtà?
Nel porsi, come in quel frangente, come in quel momento, a confronto con una devastante morsa metallica al di sotto della quale la sua fine avrebbe potuto essere sgradevolmente sancita se solo avesse leggermente rallentato la propria andatura, se solo le sue gambe avessero perduto un singolo passo nella folle corsa nella quale si era lanciata; facile sarebbe stato ritenere quanto, simile interrogativo, avrebbe potuto eventualmente torturarla, nel dubbio di aver effettivamente sbagliato tutto nella propria esistenza, rifiutando di vivere una vita più serena, un’esistenza più pacifica, dividendosi, magari, fra il lavoro di suo padre, il pescatore, e una famiglia, costruita magari con il proprio amato Be’Sihl, il quale, ne era certa, sarebbe stato un padre straordinario per i loro figli, se solo a lei non fosse stata tolta tale possibilità, non fosse stata resa sterile da una brutale aggressione della propria gemella che, nella vita che aveva scelto, era sorta a sua antagonista, a sua avversaria. Facile sarebbe stato ritenere tutto ciò… facile, sì, ma errato.
Perché, in verità, ella amava tutto quello. Amava la sua vita, la sua esistenza sempre di corsa, in bilico sul filo del rasoio. Amava assaporare l’adrenalina diffondersi in ogni angolo del proprio corpo, nel mentre in cui il cuore pulsava vivace nei suoi polsi, nel suo collo, ricordandole quanto ella fosse viva e quanto, al tempo stesso, la sua vita fosse così effimera, meritevole, in ciò, di essere assaporata in ogni singolo istante. Perché proprio in quella sua apparentemente continua danza con la morte, ella altro non ricercava se non la vita, desiderosa non soltanto di accoglierla, ma addirittura di prenderla, affondando in profondità le proprie mani in quella fonte per abbeverarsene con gioia.
Così, in ognuna di quelle grosse, pesanti casse metalliche proiettate a cascare sopra la sua testa, e lì a ucciderla, ella non avrebbe mai potuto associare l’idea della morte potenziale da esse rappresentata, quanto e piuttosto della fine scampata e, con essa, della vita, e del diritto alla vita, in tutto ciò conquistato. Una vita non scontata, una vita non ovvia e, in questo, banalizzata, ma ottenuta nel merito delle proprie azioni…

« Inizio a odiare questi container… » esclamò Lys’sh, non rallentando, non esitando, mantenendo il tempo scandito dai passi della propria amica, della propria sorella d’arme, dimostrando a propria volta estremo autocontrollo, straordinaria capacità di fronteggiare quella crisi e, ciò non di meno, non negandosi occasione per quella battuta, per quello sfogo verbale, volto a criticare quanto, in quelle ultime ore, evidente sorte avversa si stesse palesando per loro in quei corridoi.
« Dici?! » sorride la Figlia di Marr’Mahew, non liberandola dalla stretta della propria mano, quel legame che le stava mantenendo solidali l’una all’altra, e, anzi, incalzando ulteriormente nella frequenza dei propri passi, della propria corsa, laddove anche i loro inseguitori, i loro candidati assassini, sembravano star facendo lo stesso, in una pericolosa accelerazione della caduta delle casse sopra le loro teste.

Difficile sarebbe stato, in quel momento, in quella situazione, definire per quanto tempo sarebbero state ancora in grado di resistere in quella corsa. Davanti a loro avrebbero avuto ancora più di metà container da percorrere prima di arrivare, all’inevitabile bivio, al quale, non potendo proseguire dritte, nella presenza del portellone serrato e nell’impossibilità, a quel punto, di aprirlo per tempo, avrebbero dovuto decidere se deviare sulla destra o sulla sinistra, ritrovandosi, ciò non di meno, ancora potenzialmente esposte a quel bombardamento; alle loro spalle alcuna possibilità di fuga avrebbe avuto a poter essere presa in considerazione, nella sistematica caduta di ogni cassa, al punto tale per cui quell’intero corridoio non sarebbe più stato percorribile, non sino a quando, con qualche carrello elevatore, non si fosse arrivati a liberare l’area: una situazione decisamente sgradevole e apparentemente scevra di possibilità di miglioramento, quindi, che pur, parimenti, non avrebbe potuto vantare eguale assenza di possibilità di peggioramento. Peggioramento che, allora, non ebbe a farsi attendere, a riprova di quanto, ancora una volta, le loro crostacee antagoniste non avrebbero avuto a doversi minimizzare a creature prive d’intelletto e, in quel caso, di intelletto strategico, giacché, a meno di trenta piedi innanzi a loro, in maniera del tutto imprevista e asincrona rispetto a quanto sino a quel momento accaduto, una coppia di casse venne fatta precipitare a bloccare loro il passaggio, a impedire loro il proseguo della corsa e, con essa, a negare loro ogni possibilità di sopravvivenza dall’orrida fine lì promessa.

« E ora…?! » esitò l’ofidiana, ricercando nell’esperienza della propria compagna una qualche soluzione, una qualche possibilità di salvezza anche laddove non sarebbero parse esservene.

Fino a un anno prima, ove posta in una simile situazione, in un identico frangente, non facile sarebbe stato, per la Figlia di Marr’Mahew, offrire una risposta a quell’interrogativo. Probabilmente, comunque, anche un anno prima, anche prima di scoprire l’universo e la propria immensità, iniziando a navigare attraverso le distese siderali del medesimo, ella avrebbe trovato un modo, una via, attraverso la quale garantire a lei e alla propria sodale la speranza di un indomani, magari attraverso qualche agile fuga all’interno degli stessi scaffali che, allora, sembravano promettere loro soltanto morte.
Ma dall’anno prima tante cose erano mutate. Ella stessa era mutata. E, in quella situazione, in quel frangente, ella avrebbe potuto vantare una risorsa in più, una possibilità che, sino a quel momento non aveva ancora preso in considerazione, non aveva ancora coinvolto nella questione e che, tuttavia, se tutto fosse andato come sperava, sarebbe potuta essere risolutiva del problema.

Così, quando ormai solo tre piedi separarono le due donne dall’ineluttabile conclusione di quella corsa; Midda arrestò il loro movimento tirando a sé la compagna e, subito dopo, rivolgendole un ordine ineccepibilmente chiaro, a fronte del quale alcun genere di fraintendimento avrebbe potuto emergere: « Abbassati! »

E se, in tutto ciò, nel timore non immotivato dei diversi quintali di casse metalliche che avrebbe potuto travolgerle, l’ofidiana avrebbe anche potuto reagire contestando quella richiesta, quel suggerimento, nel non ravvisarne l’utilità, nel non comprenderne le ragioni; Lys’sh ebbe allora a dimostrare tutta la propria fiducia, tutta la propria più onesta fede nella propria compagna d’arme, nella propria amica, nella propria sorella maggiore, non esitando neppur per un istante a trasformare in azione quanto domandatole, raggomitolandosi al suolo per come domandatole e, senza alcun reale timore, attendendo quanto sarebbe accaduto, e la battaglia che, potenzialmente, a ciò sarebbe seguita. Perché, in quel frangente, ella avrebbe avuto a dover essere considerata qual animata dalla consapevolezza di quanto, se Midda le aveva richiesto simile azione, ciò si sarebbe certamente scoperto qual giustificato da un’idea, da un’iniziativa, da un’azione che, allora, avrebbe loro permesso di sopravvivere… e di sopravvivere per poter continuare a combattere.

mercoledì 20 settembre 2017

2314


Pur essendo soltanto una donna umana, alcuno, a conoscerla, avrebbe avuto l’ardire a definire Midda qual soltanto una donna umana. Sebbene, infatti, ella non avrebbe potuto vantare di qualche particolare corredo genetico tale da concederle, in ciò, l’agilità di una feriniana, i sensi affinati di una canissiana o di un’ofidiana, o la forza di un tauriano; quella donna non aveva avuto occasione di sopravvivere alla propria stessa esistenza, e al particolarmente pericoloso stile di vita che per se stessa aveva scelto di abbracciare, per demerito dei propri antagonisti, o delle prove da lei affrontate, quanto e piuttosto per proprio esclusivo merito, per la propria straordinaria capacità di fronteggiare l’impossibile. Capacità, la sua, derivante innanzitutto del proprio intelletto, allenato nel confronto con le più disparate situazioni e con l’immancabile, obbligata necessità di trovare a ciascuna di essere soluzione nel minor tempo possibile ove, altresì, il suo stesso avvenire sarebbe stato sicuramente posto in dubbio, se non, addirittura, stroncato; ma anche dalla propria ineguagliabile forma fisica, mantenuta tale sia in grazia di tutte le proprie gesta e battaglie, sia, e ancor più, attraverso un costante allenamento quotidiano, tale da garantirle di poter fare costantemente affidamento sul proprio corpo entro i limiti della propria mortalità. E proprio all’interno della cornice rappresentata da tali limiti, ella aveva appreso, nel corso dei tempo, come muoversi, scoprendo quanto, il segreto per raggiungere l’impossibile, non fosse quello di ignorare tali limiti, ma di rispettarli e padroneggiarli, per potersi sempre spingere al massimo senza, in questo,  porla mai in situazioni dalle quali non sarebbe stata in grado di uscire.
Alla luce di tutto ciò, quindi, anche laddove un qualunque essere umano, al suo posto, avrebbe avuto appena il tempo di comprendere quanto stesse accadendo prima di ritrovarsi schiacciato al di sotto di quelle casse, probabilmente con la testa fracassata qual un frutto troppo maturo; tale destino non sarebbe stato egualmente condiviso anche dal Midda Bontor. Già al grido di Lys’sh, infatti, l’ex-mercenaria avrebbe avuto a doversi riconoscere già pronta ad agire, e ad agire non tanto in reazione a quell’offensiva, pur imprevista, ma a qualunque genere di offensiva, così come, abitualmente, ella era solita predisporsi a compiere, nel rispetto di quella stessa paranoia alla quale tanto affetto non avrebbe potuto mancar di tributare. Nell’indicazione offerta dalla propria sorella d’arme, pertanto, alla sua mente occorse soltanto una breve frazione di secondo per elaborare quanto suggeritole dai propri sensi, quanto confermatole dal proprio udito, nel merito di quanto stesse avvenendo, nel merito di quel pericoloso e pesante carico che le era stato rovesciato addosso, sapendo, così, già come reagire, in che maniera muovere il proprio corpo a garantirle occasione di salvezza. Pertanto, un fuggevole attimo dopo il grido d’avvertimento a lei rivolto, ella aveva già contratto e disteso in maniera squisitamente orchestrale ogni muscolo del proprio corpo, al solo fine di sospingersi, repentinamente, in un’armonica capriola all’indietro, per sottrarsi al proprio altrimenti inesorabile destino. Destino al quale sembrò, per un istante, essere comunque destinata la creatura che sino a quel punto l’aveva condotta, guidandola astutamente sulle proprie orme fino all’imboscata, per così come, chiaramente, essi avevano deciso di predisporla.
E se l’Ucciditrice di Dei uscì illesa da quell’attentato, finendo di compiere altre due capriole prima di arrestarsi proprio al fianco della sua sorella d’arme, pronta a ringraziarla per la voce offertale, la sola in grazia alla quale, probabilmente, avrebbe potuto lì vantare il non ovvio dono della vita; non a diverso fato ebbe a votarsi anche il mostro che, sino a quel punto, l’aveva trascinata. Esso, infatti, pur non muovendosi dal punto entro il quale si era sospinto, pur non sottraendosi al crollo delle casse sopra di lui, ebbe tranquillamente, serenamente, a ignorare qualunque possibile conseguenza derivante dall’imporsi di qualche quintale di peso, avvolto in un contenitore metallico, a discapito del proprio esoscheletro, lì permanendo, con totale indifferenza, nell’esatto termine di quella traiettoria discendente, senza alcunché temere in reazione.
Serenità, quella propria della magnosa, che non ebbe a doversi considerare immotivata… non, quantomeno, laddove la pesante coppia di casse, lì precipitata, ebbe a crollare in maniera straordinariamente rumorosa, potenzialmente letale, e pur, ciò non di meno, non ebbe neppure a scalfire la straordinaria armatura per essa naturale e imprescindibile corredo.

« Woah… » sottolineò, non senza una certa sorpresa, la Figlia di Marr’Mahew, allora stupita non tanto per il disastroso crollo, per lei divenuto un evento ormai passato, quasi proprio di un’altra vita, tanto la sua mente ormai aveva completamente elaborato l’accaduto e l’aveva già archiviato, a dimostrarsi pronta a continuare, a proseguire laddove ve ne sarebbe potuto essere bisogno, razionalmente non potersi concedere occasione per giudicarsi al sicuro… non, laddove, comunque, i corridoi attorno a loro erano ricolmi oltremodo e oltremisura di quegli enormi contenitori, e, in ciò, il fallimento così riportato dalle creature aliene avrebbe potuto presto vedersi riscattato, e riscattato per così come soltanto una serena vittoria a discapito di quelle due donne avrebbe potuto imporre.
« Decisamente tosto, l’amico. »  espresse più chiaramente, più trasparentemente, l’ofidiana, cogliendo le ragioni del pur breve  intervento della compagna e, in ciò, ampliandolo e completandolo, in quell’espressione di supposta stima nei confronti del loro antagonista, una stima dietro alla quale, tuttavia, facile sarebbe stato leggere una certa preoccupazione, e una preoccupazione per quanto, in tal modo, sarebbe stato loro richiesto di fare, nell’affrontare e nel tentare di catturare una simile creatura.
« Decisamente… » ripeté e confermò la prima, ancora restando in quieta attesa dello sviluppo degli eventi, tutt’altro che convinta che la situazione si sarebbe allor così semplicemente risolta « … e, fra l’altro, grazie. » soggiunse, in riferimento all’avvertimento rivoltole, un avviso la cui importanza non avrebbe voluto mai minimizzare, fosse e anche solo nel non rivolgere quel cenno di gratitudine, e di gratitudine non attesa dall’altra ma non, per questo, meno necessaria.

Ad anticipare, tuttavia, qualunque nuova possibilità di replica da parte di Lys’sh, fu un suono. Un leggero fruscio di piccole zampe mosse sopra le loro teste. Leggero fruscio che all’attenzione dell’ofidiana risuonò distinguibile come un vero e proprio rullo di tamburi, dall’alto del proprio estremamente affinato udito, e che, ciò non di meno, non ebbe allora a sfuggire neppure alla sua compagna umana, non laddove già in teso ascolto del mondo a sé circostante e, in parte, proprio in attesa di quell’evento, di quel nuovo attacco che, forse, avrebbe avuto allora a doversi considerare mero completamento del precedente, laddove questo non aveva dimostrato di poter concedere il risultato sperato.
E se, un attimo prima, era occorso l’avviso di Lys’sh per preservare la vita del capo della sicurezza della Kasta Hamina, così come anche evidenziato, appena ricordato, da quel ringraziamento; in quella nuova occasione fu la stessa Midda Bontor ad afferrare saldamente, nella propria mancina, la destra della compagna, per trascinarla seco in un deciso scatto verso la direzione dalla quale erano giunte, la sola percorribile, nella speranza, in tal senso, di riuscire a mantenersi entrambe ancora in buona salute, giacché, a differenza della magnosa, se una sola di quelle casse le avesse raggiunte, difficilmente vi sarebbe stata, per loro, una qualche possibilità di futuro e giacché, loro malgrado, l’imboscata non avrebbe avuto a doversi considerare terminata ma, soltanto, appena iniziata…

« Thyres! » imprecò Midda, invocando il nome della propria dea prediletta nel mentre in cui, al di sopra delle loro teste, una dopo l’altra tutte le casse poste più in alto negli scaffali iniziarono a precipitare verso il basso, verso la loro direzione, in quella che, tutt’altro che difficilmente, avrebbe avuto a dover essere interpretata come una spiacevole promessa di morte, per sfuggire alla quale l’unica speranza, l’unica possibilità, sarebbe stata dimostrarsi di correre più veloce rispetto al chiudersi di quella devastante, e certamente letale, morsa di metallo, non dissimile da un’enorme cerniera destinata a stritolarle se solo non fossero state sufficientemente rapide nella propria fuga, nella propria fuga, ritrovatesi, ancora una volta, da predatrici ridotte al ruolo di semplici prede.

martedì 19 settembre 2017

2313


Sull’opportunità di essere trattenuta, in verità, la creatura non si ebbe a dimostrare particolarmente concorde, giacché, senza volersi riservare alcuna particolare opportunità d’offesa nei confronti della propria assaltatrice, fosse anche per mera difesa, per semplice reazione, insistette nel proprio retrocedere, in quella che, in breve, avrebbe avuto a potersi ritenere una vera e propria fuga, precipitosa e raffazzonata nel tentativo, non così scontato, non così ovvio, di riuscire ad allontanarsi da quella donna, una donna nel confronto con la quale, comunque, avesse tentato una qualche aggressione, probabilmente avrebbe avuto sicuramente possibilità di temporeggiamento se non, addirittura, di predominio, nella chiara sproporzione esistente fra loro, a incominciare dalle dimensioni di quell’essere sino a sospingersi alle sue già comprovate caratteristiche fisiche, nel confronto con le quali non così banale, non così retorico, sarebbe stato anche per la Figlia di Marr’Mahew ipotizzare la propria vittoria. Una reazione, tuttavia, quella che ebbe allora a dimostrare, che non avrebbe potuto ovviare a sorprendere il medesimo capo della sicurezza della Kasta Hamina, la quale, memore delle dinamiche del precedente confronto fra loro, e dell’aggressività dimostrata da quelle bestie, non avrebbe potuto ovviare a riconoscersi ineluttabilmente sorpresa dall’apparente timore così palesato, un timore innanzi al quale difficile sarebbe stato ritenere realmente una minaccia tale invasione.
Abituatasi, ciò non di meno, a considerare la paranoia una virtù, la sola in grazia alla quale, probabilmente, ella aveva avuto occasione di sopravvivere a se stessa, e a tutte le scelte compiute nella propria esistenza; Midda Bontor non avrebbe mai potuto permettersi di ignorare quanto, allora, tutto ciò avrebbe potuto palesarsi essere un mero trucco, un semplice tentativo volto a guidarla in una posizione di inferiorità, se non, addirittura, a una vera e propria trappola, nel vederla rincorrere simile antagonista fino a un qualche punto nel quale ella si sarebbe ritrovata a essere, altresì, sola contro un nuovo branco di quegli esseri, vedendo conseguentemente ridursi, o addirittura scemare, ogni propria opportunità di salvezza. E se, quindi, probabilmente sciocco sarebbe stato per lei avventarsi su quella preda, insistere in quell’inseguimento sì palesemente destinato a declinare nel proprio massacro, ella non volle tirarsi indietro innanzi a quella sfida, proseguendo lungo il cammino che, in tal maniera, era stato tracciato per lei.

« Potrebbe essere una trappola! » la volle avvisare Lys’sh, comprendendo quanto la sua compagna ormai non si sarebbe tratta indietro e, ciò non di meno, ritrovandosi proprio malgrado spiacevolmente memore di quanto già occorso a discapito di Duva per trascurare quell’eventualità o, anche e soltanto, per permettere alla propria compagna d’armi di trascurarla, nel timore di assistere, nuovamente, a una letale imboscata.
« Lo so. » confermò l’altra, nulla di più e nulla di meno aspettandosi da quell’evoluzione inizialmente non considerata e, malgrado questo, proseguendo, tanto nel desiderio di portare a compimento quella cattura secondo i piani concordati, quanto nella genuina curiosità di verificare ciò che sarebbe allor occorso, anche nell’eventualità peggiore.

Una curiosità, quella della donna guerriero, che non avrebbe avuto a doversi erroneamente giudicare qual fine a se stessa, e, in ciò, pericolosa caratteristica per un’avventuriera suo pari, quanto e piuttosto motivata dall’esigenza, dalla volontà, di raccogliere altre informazioni, altre nozioni nel merito dei propri avversari, ivi compreso, pertanto, le eventuali capacità strategiche, le possibili abilità tattiche, in termini tali da meglio apprezzare in qual misura, realmente, quelle avrebbero avuto a dover essere minimizzate qual mere bestie e quanto, piuttosto, qual qualcosa di più.
A prescindere dalla complessità della nuova concezione di realtà nella quale ella si era ritrovata a essere immersa, tale per cui non avrebbe avuto obiettivamente ragione di che sorprendersi laddove avesse avuto riprova dell’esistenza di una vera e propria civiltà contraddistinta da creature simili; la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di quanto incredibilmente strutturate sino a quel momento fossero apparse le scelte compiute da quelle bestie, tanto nell’aggredire le porte e nel distruggere i loro sistemi di comunicazione, quanto nel tendere loro imboscate, sia a suo precedente, e fortunatamente soltanto ipotetico, discapito, sia in offesa a Duva, al punto tale da spingerli a ritenere plausibile l’ipotesi di un arrembaggio, di un’aggressione esterna a loro discapito da parte delle medesime, ipotesi supportata, dopotutto, dall’assenza di altre spiegazioni nel merito della loro effettiva origine e presenza a bordo della Kasta Hamina. Ciò non di meno, al tempo stesso, altri indizi, altre evidenze, non sembravano concordare con simile idea: a partire dall’assenza di qualunque evidenza di altri vascelli attorno a loro, in quell’angolo sperduto di universo; per proseguire con la diffusa ignoranza, da parte dei propri compagni di viaggio, sull’eventuale genere di specie aliena al quale quelle creature avrebbero avuto a dover essere associate… un’anomalia non così priva di valore nel considerare che, per quante diverse specie aliene esistessero nell’universo, tutte quelle comunemente discriminate all’interno del generico termine di chimere, come, fra le tante, la stessa Lys’sh, ognuna di esse era comunque comunemente nota, così come, al contrario, quelle magnose giganti non parevano essere.
Avendo avuto tempo per riflettere su tutto ciò, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi sinceramente incuriosita da tutta quella situazione e, soprattutto, da quel possibile, gigantesco piatto di portata che, tuttavia, improbabile avrebbe avuto a potersi banalizzare qual tale. Una curiosità, la sua, che non avrebbe avuto neppur da doversi considerare esclusivamente estemporanea ma, in termini più ampli, in lei esistente sin dal momento in cui ella aveva avuto occasione di porsi a confronto con il concetto stesso di civiltà non umane, prima fra tutte quella rappresentata dalla sua stessa giovane compagna d’armi in quel contesto, in quel frangente, così simile, così associabile fisicamente al ricordo di altre creature da lei affrontate sul proprio mondo, esseri che, semplicemente, aveva relegato al ruolo di mostri e aveva quietamente abbattuto, ma che, in tutto ciò, non avrebbe potuto quindi ovviare a domandarsi se, altresì, non avrebbero avuto a dover essere considerati qual qualcosa di più…
… non che, comunque, questo le avrebbe, a posteriori, creato rimorso alcuno per le loro morti, soprattutto laddove associabili, come nella quasi totalità dei casi, a questioni di mera sopravvivenza del più forte: così come mai, nella propria vita, si era riservata esitazione a distribuire morte a umani suoi simili, non maggiore riguardo avrebbe avuto, obiettivamente, a dover rivolgere ad altre specie, per quanto eventualmente rappresentative di civiltà straordinariamente antiche.

« Voglio solo capirci di più… » si giustificò, continuando nella corsa alla quale la propria preda l’aveva ormai costretta, e rivolgendosi, in tali parole, probabilmente più a se stessa che a Lys’sh, rimasta alle sue spalle e, in tutto quello, ignorata persino nella propria effettiva posizione.

Purtroppo, nella propria brama di conoscenza, ella ebbe alfine a spingersi esattamente nella trappola che, dopotutto, aveva confermato attendersi. Una trappola, quella a lei riservata dalle magnose spaziali, che non ebbe a palesarsi secondo i medesimi termini della precedente, quanto, e piuttosto, in una direzione squisitamente inedita, nella quale, allora, le sue avversarie, forse memori della futilità, nei suoi confronti, di un’azione diretta, preferirono eleggerla destinataria di un’imboscata sicuramente meno elegante della precedente ma, altrettanto certamente, più efficace nelle proprie possibilità di riuscita…

« Midda! Sopra di te! » gridò Lys’sh, invero non così lontana dietro di lei, e ancor intenta al ruolo di supporto nel quale le aveva chiesto di restare, ma, allor, comunque troppo distante per potersi concedere occasione di intervenire, e di intervenire a prevenire il crollo di una mezza dozzina di gigantesche casse dai ripiani superiori del corridoio all’interno del quale avevano inseguito la creatura, sotto il peso delle quali difficile sarebbe stato sperare nella sopravvivenza della predatrice lì retrocessa, nuovamente, al ruolo di preda.