Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Posso dirlo?!

Sì, dai... fatemelo dire!
Cioè... so che non dovrei emozionarmi per aver concluso un racconto, dopo che in passato ne ho scritti più di quaranta senza mai fermarmi. Ma considerando come sono andate male le cose negli ultimi due anni, un momento di "celebrazione" credo di potermelo anche meritare!
Quindi lo dico...

Sono tornato!

Dopo cinquantatre episodi pubblicati quotidianamente, e senza esclusione di colpi, ieri abbiamo alfine salutato Maddie, conosciuta in RM 002 - Reimaging Midda: Camminando su vetri rotti.
E oggi... oggi iniziamo subito un nuovo racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!

Ma... come?!
E i due racconti rimasti in sospeso (RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere e, soprattutto, 046 - Il viaggio continua)?!
No... non me li sono dimenticati.

E' solo che... permettetemi un po' di scaramanzia.
E' vero che dallo scorso 11 gennaio ho dimostrato di essere ancora in grado di pubblicare un episodio al giorno, ma quei due racconti incompleti, che pur voglio finire, lì vedo, poveri loro, un po' "sfortunati", nelle vicende che ne hanno accompagnato la publicazione.
In questo, se me lo permettete, preferisco dilettarmi con un'altra Midda "alternativa" (quindi sempre nella saga Reimaging Midda) prima di azzardarmi a provare a riprendere in mano il vecchio lavoro incompiuto...

Portate pazienza!
E grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 marzo 2017

sabato 25 marzo 2017

RM 083


L’abilità di immedesimazione della mercenaria era sempre stata a dir poco straordinaria. Carsa non si limitava, infatti, a interpretare un qualche personaggio ma, a tutti gli effetti, ella diventava quel personaggio: non tanto a un livello puramente estetico, quanto e ancor più nel proprio modo di muoversi, nella propria postura, nel proprio comportamento, nel proprio tono di voce. Certamente nell’osservare una fotografia dell’originale e una di quell’ipotetica Lavero, improbabile sarebbe stato non riconoscere la medesima persona, lo stesso soggetto: ma nel porsi innanzi a lei dal vivo, nel sentirla parlare, nel vederla agire, con tanta attenzione al dettaglio al punto tale dal dar vita anche ad alcuni, piccoli e accorti tic nervosi completamente alieni fra l’una e l’altra, difficile sarebbe stato riuscire ad accomunare le due identità, improbabile sarebbe stato ritenere che ella non fosse realmente quella Lavero, una persona incredibilmente simile a Carsa a livello fisico e che pur, nulla, con lei, avrebbe potuto avere a che condividere.
Lavero, nella fattispecie, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta come una donna dell’alta società, una persona nata e cresciuta in mezzo al lusso e agli agi, abituata a comandare anziché ad agire, abituata a essere ascoltata ancor prima che ad ascoltare: splendida, e consapevole della propria bellezza, non avrebbe mai mancato di porla in giusto risalto con abiti tanto aderenti da lasciare ben poco all’immaginazione, simili più a un disegno sulla sua pelle allorché, realmente, a un vestito. Così, in quell’occasione, la stoffa rosso scura e vellutata dell’abito da sera da lei squisitamente indossato, e corredato di una coppia di scarpe nere con tacchi tanto vertiginosi da apparire simile a un insulto alle stesse leggi della fisica, nulla avrebbe potuto celare delle sue grazie, pur, ovviamente, senza neppure scoprirle, nel lasciar perfettamente visibile ogni singola curva del suo corpo, ogni singola concavità e convessità, dai seni all’addome, dal ventre ai glutei, in uno spettacolo che ben pochi uomini, e probabilmente di diverso interesse sessuale, avrebbero potuto ignorare. A completare il quadro siffatto, un’elegante acconciatura atta a raccogliere buona parte dei suoi lunghi capelli attorno al suo capo, lasciandone ridiscendere qualche ricciolo ribelle sulle spalle coperte soltanto da un leggero scialle, e una piccola borsetta, poco più grande degli stessi documenti appena forniti alle guardie, avente, per l’appunto, l’unico scopo di poter contenere, ovviamente in maniera non meno che signorile, quel volgare strumento utile a dimostrare la propria identità.
Con aria vagamente annoiata, Lavero si dimostrò sufficientemente superiore, rispetto ai propri interlocutori, nel fingere di non rendersi conto di quanto tutti e tre stessero indugiando più del dovuto sulle sue credenziali al solo scopo di poter ammirare le sue forme, di poterne contemplare, non poi così discretamente come probabilmente avrebbero preferito potersi considerare, la plastica fisicità, limitandosi a giocherellare con una ciocca di capelli, facendola rigirare fra le proprie dita con delicata lentezza, in un gesto che, pur privo di qualunque malizia nell’aversi a considerare probabilmente involontario, non avrebbe potuto ovviare a incantare gli astanti.

« Spero… che non le dispiaccia… » esitò il suo interlocutore, restituendole, dopo ancora un attimo di troppo, i suoi documenti « … ma le regole della casa ci richiedono di perquisire qualunque ospite, per ragioni di sicurezza. » asserì, non mentendo e, ciò non di meno, dimostrandosi tanto intimorito, quanto desideroso innanzi alla prospettiva di ritrovarsi autorizzato, in tal maniera, a percorrere con attenzione maggiore quel corpo, rispetto a quanto già non potesse aver compiuto.
« Fate pure. » minimizzò Lavero, con un lieve cenno della mano, battendo le ciglia con lentezza ammaliante in direzione dei tre « Anche se credo vi sarete già resi conto di quanto improbabile possa aversi a considerare l’idea di una qualche minaccia da parte mia… » soggiunse poi, colmano di tale malizia la propria voce, in quel non così velato riferimento alla palese attenzione tributatale, da non poter ovviare a imbarazzare tutti e tre per la situazione creatasi.

Se straordinaria, in quel mentre, avrebbe avuto a doversi considerare l’abilità di Carsa o, piuttosto, di Lavero, nel gestire la scena da vera protagonista, attraendo a sé ogni attenzione, ogni interesse, nel far leva, purtroppo per loro, sui più bassi istinti di quel manipolo di guardie al servizio della Loor’Nos-Kahn; non meno incredibile avrebbe avuto a doversi parimenti riconoscere l’abilità che Lys’sh, contemporaneamente, stava impegnandosi a dimostrare sul proprio fronte.
Nell’obbligata scelta architettonica nella distribuzione delle installazioni lungo la superficie lunare, e a dispetto di quanto, al contrario, sarebbe avvenuto su un qualunque pianeta dotato di atmosfera, ogni edificio, ogni struttura risultava connesso agli altri da più o meno ampie gallerie sotterranee, ovviamente pressurizzate, che fungevano, a tutti gli effetti, da uniche vie di collegamento fra un complesso e l’altro. E, a minimizzare tanto il lavoro necessario, quanto i costi di simili installazioni, ben pochi avrebbero avuto a potersi considerare gli edifici dotati di più di una galleria di collegamento e, in questo, di più di una via di accesso al medesimo. A tale regola, ovviamente, neppure la roccaforte della Loor’Nos-Kahn faceva eccezione, sfruttando, oltretutto, simile obbligata planimetria al fine di minimizzare gli sforzi necessari a mantenere sotto controllo la sicurezza della struttura, non che, abitualmente, avrebbero avuto a poter temere qualche genere di aggressione.
L’unica via di collegamento con il bersaglio di Guerra, quindi, avrebbe avuto a dover essere considerato proprio il corridoio sotterraneo nel quale Lavero stava offrendo quieto spettacolo di sé e delle sue grazie, nel mentre in cui, del tutto ignorata, Lys’sh stava riservandosi la possibilità di avvicinarsi all’edificio, muovendosi con la consueta discrezione di cui in grazia al suo sangue ofidiano ella era in grado di fare: silenziosa e leggera come uno spirito, ancor più che una creatura di carne e sangue, la donna dalle fattezze rettili, pur non arrivando ai massimi livelli di alcuni ofidiani purosangue, avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta in grado di giungere accanto, o alle spalle, di chiunque senza produrre il benché minimo suono o la pur minima vibrazione, complice, fra l’altro, sensi in lei estremamente più sviluppati, con la sola eccezione della propria vista, che le garantivano un maggiore controllo dell’ambiente a sé circostante.
Partendo da ciò, e nel considerare, ancor più, la distrazione allor offerta dalla complicità di Carsa, nulla di complicato, per quanto pur inoppugnabilmente sorprendente, avrebbe avuto a dover essere considerato nell’abilità della giovane chimera di porsi in grado di raggiungere a sua volta l’ingresso sorvegliato e, persino, di scivolare con discrezione alle spalle delle guardie per poter accedere, non percepita, al medesimo, ovviando, in tutto ciò, anche alla possibile problematica rappresentata dai sensori ambientali di sorveglianza in grazia a un piccolo, ma estremamente utile, dispositivo di disturbo. Addirittura, prima di scomparire oltre la porta, Lys’sh non si negò neppure l’occasione di offrire un cenno di saluto alla propria sorella d’arme, l’unica realmente consapevole della sua presenza in quel frangente, ammirandone, non senza una certa soddisfazione, la splendida raffinatezza, merito della quale, quasi a ricambiare l’aiuto lì garantitole, avrebbe avuto a doversi attribuire proprio a lei, che di quello splendido abito rosso scuro avrebbe avuto a doversi considerare l’artefice.

« Abbiamo… finito… » commentò, non senza un certo rammarico, la guardia impegnata nel confronto con Lavero, nel momento in cui, risollevandosi dalla posizione genuflessa in cui si era chinato per seguire il sublime contorno del suo corpo con un comodo strumento di scansione portatile, ebbe a concludere quella perquisizione, che tanta fortuna gli aveva garantito nel restare a così stretto contatto con quella conturbante figura.
« Che peccato… » ironizzò Lavero, ancora sorridendo, ora divertita, quasi contraddistinta a sua volta da un certo rammarico in ciò, dispiaciuta dal non poter giocare, ancora un po’, con le emozioni di quelle tre ignare vittime, che molto facilmente avrebbero potuto divenire prede fra le sue mani « … vorrà dirmi che dovrò cercare soddisfazione ai miei capricci oltre quella porta, se sarete così gentili da concedermi il passaggio. »
« C-certamente… » annuì l’uomo, completamente rapito da lei e dalla propria fantasia, che in quel momento gli stava suggerendo scenari decisamente appassionati nei quali avrebbe avuto piacere di intrattenersi insieme a lei.

venerdì 24 marzo 2017

RM 082


Sistema di Velsa, seconda luna del terzo pianeta.

Al pari di molti altri grandi pianeti densamente abitati dell’universo, il terzo pianeta del sistema di Velsa aveva preferito ovviare all’impegno non di poco conto derivante dall’idea della realizzazione di una stazione orbitale sufficientemente estesa da poter essere realmente utile nell’accoglienza e, soprattutto, nella regolamentazione del traffico interplanetario lì diretto, sfruttando in tal senso una delle proprie risorse naturali, ossia uno dei due satelliti lì già preesistenti e, a buon titolo, perfettamente indicati allo scopo. In ciò, la seconda luna, più esterna, e, in un’epoca lontana sicuramente meno apprezzata, meno considerata rispetto alla prima, più distinguibile, protagonista delle notti di quel pianeta, era divenuta a tutti gli effetti forse uno dei punti più strategici dell’intero sistema, tanto dal punto di vista politico, quanto da quello commerciale, assumendo il ruolo di quello che, in un mondo più primitivo, estraniato dal concetti di viaggi spaziali, di colonizzazione planetaria e simili, avrebbe avuto a dover essere proprio del porto di una città. Un paragone il quale, per essere comunque accettabile, avrebbe avuto a dover tener conto delle diverse proporzioni fra le esigenze proprie di una singola città e quelle, piuttosto, di un intero pianeta e, anche, di un intero sistema solare, giacché in tutto il sistema di Velsa soltanto il terzo pianeta si poneva qual contraddistinto da un’atmosfera e, in questo, era effettivamente abitato.
Quella piccola luna, quindi, era sostanzialmente divenuta un crocevia siderale, non soltanto comodo scalo lungo la rotta di molte navi mercantili ma, anche e ancor più, perfetto punto di incontro, e di scambio, fra diverse culture, fra diversi mondi, ognuno più che desideroso di poter mettere i propri prodotti a disposizione del miglior offerente. Molte erano, così, le attività commerciali lì presenti, collaterali a tutto ciò, a iniziare da alberghi e ristoranti, per proseguire, poi, anche con postriboli, case da gioco e quant’altro potesse allietare l’estemporanea presenza di coloro lì necessariamente sempre e soltanto di passaggio, per pochi giorni, una o due settimane al più. In presenza di simili insediamenti, ineluttabilmente non avrebbe potuto mancare la presenza di chi interessati a lucrare attorno a tutto ciò con ogni mezzo, lecito e non, un sottobosco di criminalità più o meno organizzata che in parte era tollerata dal governo locale nella mera consapevolezza di non essere, proprio demerito, in grado di riuscire a estirpare in maniera radicale il problema e che, anzi, qualunque sforzo in tal senso avrebbe rischiato, semplicemente, di rendere le cose più agitate e pericolose di quanto, già, non avrebbero avuto a poter essere considerate. Di conseguenza, anche quella luna, come molte altre simili in altri sistemi, aveva finito con l’assumere più la forma di una zona franca, all’interno della quale l’idea stessa della legge aveva sicuramente minor valore rispetto al pianeta, e la maggior parte delle attività criminali avevano la possibilità di fiorire e accrescere indisturbate, pur sotto gli occhi di tutti.
In un tale contesto, non difficile sarebbe stato comprendere il perché della presenza di una roccaforte riconducibile proprio alla Loor’Nos-Kahn: al contrario, fin troppo banale, fin troppo ovvio, avrebbe avuto a essere giudicato, nell’evidenza di quanto, lì più che altrove, i loro traffici, i loro commerci, in armi, droga, e schiavi, avrebbero potuto avere occasione di esprimersi al meglio.
Più per una questione di vicinanza fisica che, invero, di ovvietà, comunque, la seconda luna del terzo pianeta del sistema di Velsa ebbe a essere individuata qual la prima tappa per il ricostituito gruppo di fratelli e sorelle d’arme, in quella loro personale guerra contro la Loor’Nos-Kahn. Una guerra che, indubbiamente, era stata incominciata senza alcuna particolare consapevolezza a tal riguardo da parte dei predoni protagonisti del massacro a casa di Brote e Midda; e che pur, allora, sarebbe stata condotta a compimento, con la più assoluta coscienza e il più completo controllo, da quel piccolo contingente di uomini e donne, umani e chimere, che, nell’obiettivamente minimo numero di dodici elementi, avrebbero allora attaccato un complesso sotterraneo all’interno del quale, ipoteticamente, in una stima estremamente ottimistica, non meno di un centinaio di avversari li avrebbero attesi. Ma fossero stati anche tre o cinque volte tanto, Guerra e i suoi commilitoni non si sarebbero tratti indietro, trovando, altresì, un’ottima ragione per insistere in quella direzione, per intestardirsi in tal senso, nell’occasione di incontrare realmente, in ciò, una sfida degna della leggenda che essi, ormai, erano divenuti.

Dettagli approfonditi nel merito della roccaforte della Loor’Nos-Kahn non erano purtroppo in loro possesso. Ciò che Nissa era stata in grado di mettere insieme, e che, successivamente, gli Spettri di Desmair erano stati in grado di confermare e minimamente ampliare, avrebbe avuto a doversi considerare ben poco per potersi permettere un’accurata pianificazione strategica. Di certo, al pari della maggior parte delle edificazioni presenti su quella luna, la maggior parte dell’estensione della medesima era al di sotto della superficie, a garantire in ciò una maggiore protezione in contrasto all’assenza di atmosfera del satellite, nonché all’incessante rischio di passaggio di qualche piccola meteora, la quale, fosse anche stata delle dimensioni di un chicco di riso, avrebbe potuto compiere parecchi danni in simile contesto.
Di forma ipoteticamente esagonale, la roccaforte scendeva quindi nel suolo per almeno sette piani, più probabilmente undici, organizzando, nei propri differenti livelli, le diverse attività proprie dell’organizzazione: a partire dall’unico strato emerso, gestito come casa di piacere, via via a scendere, fino ad arrivare, non prima del quinto livello sotterraneo, ai magazzini dove era stipata la merce da vendere, in ordine di importanza e prezzo, a partire dalle droghe, passando per gli schiavi e giungendo, alfine, alle armi. Gli schiavi, forse, avrebbero avuto in ciò a dover essere ricercati fra il sesto e il settimo livello sotterraneo, o, eventualmente, l’ottavo se fosse stato scoperto qual esistente, anch’essi organizzati in ordine di valore, a partire dagli uomini, per poi passare alle donne e, infine, giungere ai bambini. I bambini, per quanto terrificante potesse essere considerato, avrebbero infatti avuto a dover essere identificati quali gli schiavi potenzialmente più interessanti, giacché contraddistinti da un’aspettativa di vita maggiore, un’innata duttilità e una maggiore propensione all’adattamento alla nuova condizione, nonché ai propri nuovi padroni, chiunque essi si fossero alfine offerti essere.
Non avendo, tuttavia, né dettagli nel merito del numero di persone che avrebbero lì potuto attenderle, né delle loro eventuali risorse, né, tantomeno, assoluta certezza di quanto, il loro attacco, non avrebbe garantito ai loro avversari eventuale tempo utile per sbarazzarsi di tutti i prigionieri, fosse anche come tentativo disperato di poter avere la meglio su di loro, il gruppo decise di affidare la prima parte della loro azione alle loro due principali esperte di infiltrazione e ricognizione: Carsa e Lys’sh. E se la chiave di volta della seconda avrebbe avuto a dover essere considerata la sua straordinaria capacità di discrezione, tale da poterle garantire di entrare all’interno del complesso e di esplorarlo con un minimo rischio di poter essere scoperta; l’approccio della prima avrebbe avuto a dover essere considerato del tutto antitetico, nel prevederla, al contrario, presentarsi direttamente all’ingresso del complesso qual una nuova, molto interessata, potenziale ed estremamente danarosa cliente, nell’investire allora la propria abilità, e i propri sforzi, per dare vita a una nuova identità, a un nuovo personaggio che avrebbe aggiunto al proprio personale repertorio, e che si sarebbe dimostrata, a discapito di qualunque preoccupazione, sicuramente perfetta.

« La signora… Lavero? » domandò uno dei tre uomini posti a presidio dell’ingresso principale dell’edificio, leggendo le credenziali da lei fornitegli e cercando, in ciò, conferma nel merito dell’effettiva pronuncia di quel nome, di fronte al quale avrebbe potuto dirsi tranquillamente ignorante.
« Esattamente… » sorrise, di rimando, una meravigliosa donna, avvolta, per l’occasione, in uno splendido abito lungo, terribilmente a sproposito in un ambiente qual quello proprio di una luna e che pur, addosso a lei, avrebbe avuto ogni ragione di permanere, fossero stati persino nello spazio aperto.

E se, a rispondere a quella questione, fu la voce di Carsa, impossibile, per chiunque, nell’osservarla in quel frangente, sarebbe stato riconoscerla in quanto tale, giacché nulla, in Lavero, avrebbe potuto ritrovare occasione di paragone nella combattente.

giovedì 23 marzo 2017

RM 081


« Questo non è importante… » commentò Guerra, negando categoricamente qualunque genere di rilievo per tale informazione, per quel particolare, quasi come se il fatto che i suoi figli potessero essere ovunque nell’universo noto avesse a doversi considerare mero rumore di fondo, addirittura un disturbo, una distrazione nel confronto con un’altra, più solida, concreta realtà, alla quale tutti loro avrebbero dovuto rivolgere la propria attenzione.
« In che senso…? » questionò la gemella, incerta nell’aver effettivamente compreso quanto ella desiderasse in tal maniera comunicare, laddove non avrebbe potuto realmente giudicare trascurabile l’evidenza derivante dal non conoscere la posizione dei suoi figli, non a meno di non aver perduto completamente ogni barlume di senno o, piuttosto, di aver maturato consapevolezza nel merito di una qualche più rilevante necessità nel merito della loro salvezza, qualcosa nel confronto con il quale persino simile evidenza avrebbe necessariamente perduto di significato.
« Nel senso che, se davvero altri bambini sono tenuti prigionieri in così tanti mondi, noi non recupereremo soltanto i miei figli, ma ci impegneremo a liberare tutti… e a restituirli alle loro famiglie! » decretò con tono fermo, non quello di una persona aperta al dialogo, al confronto, quanto e piuttosto quello di chi già saldamente ancorato a una decisione, a una scelta, e, da quella, inamovibile, per questioni trascendenti qualunque raziocinio, qualunque logica, e ricollegabili, in maniera straordinariamente mirata ai propri valori, alla propria identità.

Una decisione importante, una dichiarazione forte, quella della donna, che non poté ovviare a suscitare reazioni in tutti i suoi compagni e compagne d’armi lì riuniti, a partire da semplici espressioni non verbali sino ad arrivare a più palesi repliche, per lo più a favore, ma, in un singolo caso, prevedibilmente contro.

« Concordo in maniera più totale con Midda! » sancì Heska, annuendo a quella proposta con vivo trasporto.
« Non avrei saputo dirlo meglio… » quasi ebbe a sovrapporsi la voce di Ma’Vret, confermando la prima replica raccolta.
« La tua strada è la mia strada. » confermò Carsa, a differenza delle precedenti reazioni allor non motivata da una qualche diretta esperienza genitoriale e, ciò non di meno, decisa a restare accanto alla propria amica in qualunque scelta, senza sollevare né esitazioni né dubbi.
« Non credo che potremmo più guardarci serenamente allo specchio se non ci impegnassimo a salvare tutti quei bambini… » argomentò Be’Wahr, in quel plurale sicuramente coinvolgendo proprio fratello ma, forse, estendendo la questione più in generale a tutti i presenti, qual un quieto monito di ordine morale.
« … ma state scherzando, spero. » intervenne, in maniera non così sorprendente, Desmair, rivolgendosi in aperta critica a coloro che si erano appena espressi in maniera più o meno palese e, soprattutto, alla mozione così proposta da parte di Guerra, in contrasto alla quale difficilmente avrebbe avuto a potersi considerare d’accordo, soprattutto nel confronto con la più totale mancanza di entusiasmo da lui fin da subito dimostrata nei confronti di quella nostalgica adunanza « Posso ancora sforzarmi di giustificare, non di comprendere, l’affetto che potete provare verso un’ex compagna d’armi e, nel frangente specifico, verso una coppia di marmocchi che probabilmente nessuno di voi ha mai avuto occasione di incontrare in passato. Ma, fino a prova contraria… non siamo un’opera di carità, e un conto è riconoscere un favore a una vecchia amica a cui hanno da poco ammazzato il marito e rapito i figli, un altro, ben diverso, è quello di dar vita a una guerra in contrasto a una simile organizzazione criminale, tanto capillarmente diffusa. »

Anticipando allora due pronte risposte, in termini non propriamente educati, che stavano per scaturire, quasi in stereofonia, tanto da Midda quanto da Nissa, a zittire il provocatore, qual ai loro occhi, in tutto quello, non avrebbe avuto a poter essere altrimenti considerato; fu tuttavia un’altra voce a richiedere l’attenzione, provenendo, allora, da una delle poche lì presenti, sedute a quel tavolo, a essere rimasta, sino a quel momento, in silenzioso ascolto dei fatti in loro possesso.

« Desmair… te ne prego. » scandì con tono tranquillo Lys’sh, offrendo un lieve sorriso in direzione dell’unica altra chimera, oltre a lei, di quel pur eterogeneo gruppo « Definire questa come “guerra” significherebbe banalizzare tutto ciò per cui, nel corso degli anni, la nostra storia, come gruppo, è divenuta leggenda. Le guerre sono ben altre cose, e tutti noi lo sappiamo benissimo... » sottolineò, scuotendo appena il capo « Questa, al più, sarà pressoché una missione di allenamento per tutti noi, dopo tanti anni, da parte di qualcuno, me per prima, di inattività nel settore! »
« Ciò non cambia il mio punto di vista… » minimizzò, stringendosi appena fra le spalle « Continuo a non cogliere ragioni per sobbarcarci il recupero di tutti i bambini rapiti e, addirittura, la riunificazione dei medesimi alle loro famiglie. » ribadì, quasi sbuffando « Quello è un compito da servizi sociali… non da guerrieri. »
« E allora… » fu sul punto di riuscire a dichiarare Midda, nel conquistare diritto di parola quando, ancora una volta, l’ofidiana le si sovrappose, lasciando sfumare quella considerazione nel nulla.
« E allora è proprio per questa ragione che sarà utile impegnarci a tramutarlo in un compito da guerrieri! » propose la giovane « Affinché non si abbia a ricordare i nostri nomi, in questa vicenda, quali associati all’idea di servizi sociali, quanto e piuttosto quali quelli di coloro che, non paghi di limitarsi a salvare i figli di Midda, hanno deciso di ripulire sistematicamente l’intero universo noto dalla presenza di questa Loor’Nos-Kahn… »

Per un fugace momento, il silenzio calò all’interno della stanza, permettendo a tutti di avere la possibilità di soppesare le parole appena udite e, soprattutto, di ammirare la straordinaria abilità diplomatica di cui, in quel momento, si era dimostrata capace Lys’sh, riuscendo a offrire un’interpretazione della questione in termini potenzialmente impossibili da rifiutare per principio, così come, chiaramente, Desmair aveva offerto riprova di volersi impegnare a compiere, e, soprattutto, utili a non leggere in quella scelta una svolta buonista alle loro attività, nel recupero dei pargoli rapiti, quanto, e piuttosto, il consueto desiderio di sangue e morte per soddisfare il quale, in passato, si erano sempre dimostrati straordinariamente capaci, tanto singolarmente, quanto e ancor più come gruppo. Anche Midda e Nissa, evidentemente, si resero conto, malgrado tutte le emozioni coinvolte in ciò, di quanto l’intervento dell’amica avesse a doversi riconoscere qual volto a far leva sulla psicologica di Desmair, non tentando di imporgli qualcosa che non avesse a desiderare, quanto, e piuttosto, spingendolo a desiderare di poter essere messo in condizione di agire, e agire secondo le proprie più intime prerogativa. E così, entrambe le donne ebbero a costringersi a tacere, attendendo la replica di che, necessariamente, avrebbe avuto a dover seguire quell’intervento.
E se, alla fine, il flegetauno ebbe ad accettare le parole dell’ofidiana perché realmente convinto dalle medesime o, piuttosto, perché ebbe a ritenere le stesse sufficientemente giustificative per un suo quieto coinvolgimento nella questione senza, in ciò, vedere la propria egocentrica immagine essere posta in dubbio, non poté essere chiaro ad alcuno, anche laddove, comunque, chiara ebbe a risultare l’ultima sua parola a tal riguardo…

« E sia. »

Un’affermazione, la sua, che ebbe a risuonare persino profetica alla prospettiva così offerta nel merito dell’estinzione dell’intera Loor’Nos-Kahn, giacché, quei dodici, così riuniti, non avrebbero mai potuto essere non soltanto sconfitti, ma anche, e semplicemente, contenuti, frenati o rallentati nel proprio incedere, nella propria violenta carica, nel confronto con la quale nulla avrebbe potuto resistere, nessuno avrebbe potuto sopravvivere.