Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

martedì 22 agosto 2017

2285


Se Duva Nebiria, in tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata quasi deliziata dalla situazione; su un altro fronte, in una diversa collocazione spaziale all’interno della nave, un’altra figura non avrebbe avuto a potersi riconoscere dispiaciuta da quanto stava accadendo, condividendo, al contrario, in tutto e per tutto il medesimo entusiasmo di colei che aveva scoperto, nelle immensità siderali, essere prossima a una propria gemella spirituale, un’anima affine con la quale, difficilmente, si sarebbe potuta ritrovare in disaccordo, soprattutto su quel particolare genere di questioni.
Sebbene obiettivamente incuriosita dalla tecnologia propria di quella nuova concezione di realtà che da poco più di un anno aveva scoperto, e che aveva immediatamente avuto occasione di apprezzare non appena, per suo merito, le era stato restituito l’arto destro, e le era stato offerto, addirittura, un braccio così potente da trasformarla, di diritto, in un essere sovrumano; dovendo scegliere, quali alternative, fra restare al seguito di Mars e assisterlo nei propri tentativi volti a riavviare le gondole motore o, piuttosto, accorrere al fianco delle proprie amiche per affrontare qualche minaccia di ignota natura, qualche pericolo ancor da comprendere nella propria entità, Midda Bontor non avrebbe avuto esitazione alcuna. Così come, allora, non ne ebbe, a prescindere da quanto pur il proprio ruolo all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina le avrebbe comunque richiesto di fare, nell’abbandonare repentinamente il buon meccanico per precipitarsi in direzione del proprio piccolo reame a bordo di quella nave: l’armeria… l’unica zona entro i limiti della quale avrebbe potuto riconoscersi non meno responsabile, e sovrana, rispetto a quanto non sarebbe potuto essere il medesimo Mars nella sala macchine, il dottor Ce’Shenn all’interno della sua infermeria o, così come Be’Sihl aveva avuto appassionata conferma, Thaare entro i confini della mensa e della cambusa. E benché, in relazione alle ragioni che, in quel frangente, la stavano allor animando, qualcuno avrebbe potuto giudicare probabilmente inopportuno l’incommensurabile entusiasmo con il quale ella ebbe a riabbracciare la propria lama, quell’antica compagna, quella fedele complice, quell’instancabile amante nei confronti della quale, senza imbarazzo, era solita provare un sentimento non meno sincero e vibrante rispetto a quello che destinava al proprio amato shar’tiagho; semplicemente e spudoratamente menzognero sarebbe stato per lei negare il senso di completezza, e quindi di gioia, che solo avrebbe potuto considerare qual conseguenza del ritrovato contatto fisico con la sua arma, con quella spada in compagnia della quale, fosse dipeso da lei, avrebbe persino dormito, così come, del resto, faceva un tempo, e dalla quale, ciò nonostante, si era sforzata di trovare distacco a bordo della Kasta Hamina, a dimostrazione di una solida volontà di rispetto per le regole vigenti a bordo di quella nave così come, del resto, di ogni passato veliero su cui avesse avuto possibilità di porre piede.
Quella spada bastarda, con una lama di ben quattro piedi di estensione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta non soltanto, obiettivamente, qual l’arma bianca più imponente presente all’interno dell’armeria della nave ma anche, e senza eccessivo azzardo, una fra le spade più imponenti rispetto a qualunque altra lama in uso entro i confini di qualunque mondo solito a giudicare se stesso qual tecnologicamente progredito. Anche ove, infatti, le armi bianche non avrebbero avuto a dover essere considerate qual vestigia di un passato ormai dimenticato in favore dell’esplorazione spaziale e, soprattutto, di alternative più distruttive, quali armi da fuoco laser o al plasma, nell’essere, al contrario, ancora più che quotidianamente impiegate a ovviare ai rischi derivanti dall’impiego di tali alternative in contesti quali quelli propri dell’interno di una nave spaziale, nonché nell’essere, comunque, riconosciute indubbiamente più efficaci ed efficienti negli scontri a distanza ravvicinata; armi come spade bastarde a una mano e mezza o, peggio, spadoni a due mani, avrebbero avuto a dover essere riconosciute effettivamente scomparse, dimenticate, fosse anche, e semplicemente, per questioni di ingombro e maneggevolezza, tali da rendere preferibile spade dalle dimensioni più contenute, daghe o, addirittura, pugnali. Ragioni, quelle in potenziale opposizione alla propria lama, che mai avrebbero potuto tuttavia trovare il pur minimo interesse all’interno della mente della mercenaria, della sua abitualmente fredda razionalità, che pur, in tal contesto, non avrebbe mai potuto, per alcuna ragione, supporre di prendere in considerazione l’idea di tradire quella propria vecchia amica, compagna di troppe avventure, di troppe battaglie, e a lei legata da un valore affettivo troppo elevato, in favore di una qualsivoglia alternativa, per quanto di più agevole trasporto. Non che, per lei, la propria spada avesse mai rappresentato, invero, una qualche ragione d’ingombro, fosse mai stata associata, neppur fugacemente, all’idea di un peso superfluo.

« Rientriamo in azione… mia cara. » si premurò di avvisarla, nel mentre in cui, con gesti rapidi, agganciava al proprio busto e ai propri fianchi un’imbracatura di sostegno, utile non soltanto per offrire supporto al fodero della propria spada, ma anche ad altri eventuali, possibili accessori, non avendo ragione di disdegnare, accanto alla sua prediletta, l’impiego di qualche novità tecnologica… o, quantomeno, di ciò che per lei non avrebbe potuto mancare di apparire qual una novità tecnologica, fosse anche, per tutti gli altri, qualcosa di noto da decenni se non da secoli.

In quella particolare occasione, al proprio equipaggiamento, ella non si scordò di abbinare alcuni presenti per le proprie compagne, per meglio trasportare i quali valutò opportuno ricorrere a un borsone, all’interno del quale si sbrigò ad accatastare, in maniera sufficientemente ordinata, quanto ritenne idoneo alla sfida che si sarebbero ritrovate ad affrontare, anche partendo dal presupposto, non banale, di non conoscere effettivamente dettagli nel merito di quanto avrebbe loro atteso. E nel mentre in cui il borsone si ritrovò a essere, via via, sempre più completo nelle armi da lei scelte, il capo della sicurezza della Kasta Hamina ebbe anche sufficiente rispetto per il proprio ruolo, per il proprio incarico, per le proprie responsabilità, da rammentarsi, particolare per lei ancor non necessariamente retorico, di prendere contatto con il capitano, ancora una volta ricorrendo all’ausilio dell’interfono.

« Capitan Rolamo. Qui Midda, dall’armeria… » prese parola dopo aver premuto il tasto per aprire la conversazione, subito ritornando al proprio primario impegno nel non voler rischiare di sprecare un istante in più rispetto al necessario, laddove il tempo riservatole per arrivare al luogo dell’incontro non avrebbe avuto a dover essere giudicato illimitato.
« Qui Lange. Parla pure… » esordì la voce dell’uomo, invitandola a proseguire.
« Sono appena stata contattata da Duva e Lys’sh, dal container sei. » spiegò la mercenaria, non dovendosi sforzare, invero, neppure di dover riassumere la questione, dal momento che, quanto a lei noto sino a quel momento, avrebbe avuto già a dover essere considerato un riassunto della faccenda « C’è un qualche problema, ancor non meglio definito, per il quale hanno richiesto il mio supporto. Mi sto accingendo a dirigermi ai container, trasportando con me adeguato equipaggiamento: consiglio, dopo il mio passaggio, di sigillare l’intera sezione di coda per precauzione… »
« Ritieni possa servire supporto…? » domandò il capitano, benché, qualcosa, nel suo tono, trasmise un certo senso di retorica, nell’evidente precognizione di quanto, ella, sicuramente non avrebbe tardato a replicare, da lui già più che perfettamente inquadrata, complice, sicuramente, un carattere sostanzialmente similare a quello della propria ex-moglie.
« Io sono il supporto. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, chiudendo il borsone e sollevandolo, senza percezione di affaticamento alcuno, con l’ausilio del proprio destro, in grazia al quale avrebbe potuto trasportare un peso di almeno dieci volte superiore a quello « Una volta raggiunte Duva e Lys’sh, cercherò di comprendere la situazione e farò rapporto. Fino ad allora, limitatevi a sigillare la sezione di coda e a presidiarne il passaggio. »
« D’accordo. » sospirò l’uomo, accettando, evidentemente non senza una certa disapprovazione, quel piano, in assenza di alternative migliori da proporre « Mi tenga informato, Bontor! » concluse poi, passando a un tono più formale, nel quale, forse, suggerire un qualche rimprovero preventivo o, forse, celare una certa preoccupazione al confronto con quanto stava accadendo a bordo della propria nave, purtroppo al di fuori di ogni propria possibilità di controllo.

(episodio precedentemente pubblicato il 27 gennaio 2015 alle ore 7:20)

lunedì 21 agosto 2017

2284


Benché i container non appartenessero, in senso stretto, all’architettura propria della nave, alla sua struttura base, risultando, invero e concretamente, un’espansione della medesima, un’estensione estemporanea annessa alle sezioni della testa e del corpo e intercambiabile, in ogni proprio segmento, all’inizio e alla fine di qualunque viaggio, ad agevolare, in tal maniera, le operazioni di carico e scarico delle merci; nell’esatta misura in cui essi condividevano, con le altre due sezioni della Kasta Hamina, un comune controllo ambientale, godendo delle medesime risorse di ossigeno, oltre che, particolare non secondario, di gravità artificiale, nonché, ovviamente, di una comune copertura di scudi energetici e, ancora, dello sfasamento quantistico utile a garantire all’intera nave possibilità di compiere i propri altrimenti soltanto ipotetici viaggi, essi risultavano, necessariamente, interconnessi a ogni altro sistema proprio della classe libellula, primo fra tutti il sistema di comunicazione interno, costituito, nella fattispecie, da una serie di interfono regolarmente sparsi sia in ogni ambiente della nave vera e propria, sia in ognuno di quei container, seppur in quantitativo proporzionalmente inferiore. In tutto ciò, quindi, anche laddove fisicamente distanti dai propri compagni, dal resto dell’equipaggio, Duva e Lys’sh non avrebbero avuto a potersi considerare del tutto isolate dagli stessi e, al di là dell’allor già accordata necessità volta a ripiegare, fosse anche e soltanto al fine di procurarsi armi adeguate ad affrontare qualunque genere di pericolo le stesse allor attendendo, né l’ofidiana, né, tantomeno, il primo ufficiale, avrebbero potuto trascurare l’imperante necessità di garantire ai propri compagni informazione nel merito di quanto stesse accadendo, affinché, qualunque piega avrebbe potuto prendere quella situazione, i loro compagni non avrebbero mancato di restare adeguatamente aggiornati sui fatti, trascendendo, in tal modo, dalla loro effettiva capacità di riportarli in maniera diretta e, quindi, dalla loro non necessariamente ovvia sopravvivenza.
Nell’esatto istante in cui Lys’sh si ritrovò impegnata ad agire sui portelli stagni di connessione fra il sesto e il settimo vagone di stiva, ad assicurarsi la chiusura dei medesimi e, almeno per il momento, l’ipotetico isolamento del pericolo da lei ravvisato; Duva non perse pertanto occasione di raggiungere il più vicino interfono, per richiedere comunicazione con chi, prima fra tutti, avrebbe avuto a dover essere informata dei fatti, nel suo ruolo di capo della sicurezza: Midda Bontor.

« Qui Duva dal container sei. Midda, mi senti? » richiamò, confidando nel fatto che l’amica non si sarebbe fatta attendere prima di risponderle « Midda… abbiamo un problema. » insistette, non per un qualche personale cedimento a un pur naturale sentimento d’ansia qual avrebbe potuto contraddistinguere il momento, quanto, e piuttosto, per lasciar risultare ancor più evidente l’urgenza di quella chiamata, alla base della quale non avrebbe avuto a dover essere frainteso un semplice desiderio di chiacchiera.
« Qui Midda, dalla sala motori. » confermò la voce della Figlia di Marr’Mahew, in quel frangente risuonando spontaneamente confortante nel provenire dall’altoparlante dell’interfono, anticipando, seppur di poco, l’ulteriore sensazione di piacevole controllo sulla situazione che fu in grado di concedere, con la propria successiva frase « Passo dall’armeria e vi raggiungo. Attendo conferma sul luogo… » dichiarò, lasciando trasparire quanto, dal suo personale punto di vista, interrogativi come “chi”, “che cosa” o “perché” avessero a dover essere riconosciuti del tutto superflui, dal momento in cui, la sua peculiare soluzione, avrebbe avuto a dover essere puntualmente ricondotta al straordinario filo della sua tutt’altro che comune spada bastarda, la quale, benché forgiata in un mondo da tutti loro considerabile qual primitivo, era stata plasmata con tecniche tali da renderla sostanzialmente superiore alla quasi totalità delle lame presenti in quell’angolo di universo e prodotte per merito di tecnologie indubbiamente più avanzate.
« Lys’sh e io stiamo retrocedendo. » la informò il primo ufficiale, per nulla sorpresa dall’efficienza della propria interlocutrice laddove, in caso contrario, non avrebbe avuto alcuna ragione a selezionarla per il ruolo che le era stato riservato « Incontriamoci nella congiunzione fra i container tre e quattro, entro un quarto d’ora. Ricevuto? »
« Ricevuto. » concluse la mercenaria, null’altro aggiungendo alla comunicazione e, anzi, concludendola con quell’ultima, semplice, asserzione, a dimostrazione di quanto, entro i limiti delle sue competenze, non sarebbe stato necessario aggiungere altro per sapere come agire.

E se l’Ucciditrice di Dei non avrebbe avuto necessità di altre informazioni, dal canto loro Duva e Lys’sh non avrebbero avuto necessità di spendere un solo istante di più in quel punto, non laddove la giovane ofidiana aveva, nel contempo, concluso la propria operazione volta a sigillare il settimo vagone, almeno in direzione del sesto e, su quel fronte, del resto della nave, e il secondo in comando della Kasta Hamina aveva già utilizzato, a sufficienza, l’interfono, nella certezza di quanto, informata la propria sorella d’arme, non vi sarebbe stata la benché minima esigenza di aggiungere nulla di più in direzione di qualunque altro membro dell’equipaggio, incluso persino il suo stesso ex-marito nonché capitano: sarebbe stata, infatti, premura della stessa donna guerriero aggiornare Lange nel merito della breve comunicazione intercorsa fra loro e, sebbene nessun concreto dettaglio utile fosse stato sino ad allora condiviso, quella breve comunicazione sarebbe stata utile per permettere, a chiunque a bordo della nave, di essere informato in merito ai termini entro i quali avrebbero avuto a dover agire. Dopotutto, invero, neppure la stessa Duva avrebbe potuto, in quel mentre, vantare una maggiore consapevolezza nel merito delle ragioni alla base di quell’allarme… e, ciò nonostante, nulla di più le era risultato necessario per decidere come agire.
A prescindere da qualunque genere di minaccia potesse aver messo in guardia gli incredibilmente affinati sensi di Lys’sh, quanto essi avrebbero avuto a dover compiere sarebbe comunque stato esattamente ciò che, tutti, si stavano già predisponendo a compiere. E, al di là di ogni pur umana e giustificabile curiosità volta, allora, a domandare lumi alla propria giovane compagna nel merito di cosa avesse avverto; Duva era razionalmente cosciente di quanto, in quel frangente, prioritario sarebbe stato giungere, quanto prima, al luogo dell’incontro fissato con la loro terza sodale, per lì potersi armare e, solo a quel punto, potersi riservare l’opportunità di un unico, collettivo, aggiornamento su quanto avrebbe potuto attenderle, almeno entro i limiti di quello che sarebbe stato loro consentito di conoscere in conseguenza dell’assenza di un effettivo contatto diretto con la minaccia che, speranzosamente, sarebbe rimasta all’interno del container sette, in quieta attesa del loro ritorno.
Solo un ulteriore cenno d’intesa, pertanto, fu quanto intercorse fra le due donne, prima che entrambe riprendessero il cammino, allora mutato in corsa, a ripercorrere i propri passi e a riconquistare, nel minor tempo possibile, il maggior numero di vagoni di stiva. Una corsa non sfrenata, la loro, una corsa non precipitosa né disordinata, quella in cui si impegnarono, nella consapevolezza di non potersi permettere di bruciare scioccamente le proprie energie in una scombinata fuga… non, per lo meno, laddove, presto, lì sarebbero dovute tornare per riprendere il cammino da dove, soltanto estemporaneamente, sospeso, in una ronda di ricognizione momentaneamente interrotta e pur, certamente, non annullata, ma soltanto posticipata e, nel dettaglio, posticipata al momento in cui sarebbero state adeguatamente equipaggiate per affrontare qualunque sfida avrebbe potuto essere loro lì riservato.

« E io che temevo di potermi annoiare, in questo viaggio… » non si negò di sussurrare, quasi un pensiero fra sé e sé, la conturbante Duva, increspando appena le estremità delle proprie carnose labbra in quello che, difficilmente, non avrebbe potuto essere inteso qual un sorriso e, prestando sufficiente attenzione, un sorriso né caratterizzato da ironia, né da sarcasmo, quanto e piuttosto da una sincera soddisfazione, da un forse allor improprio senso di appagamento, laddove, malgrado il pericolo che, in tal maniera, si stava spiacevolmente sommando alla situazione di crisi già in corso a bordo della Kasta Hamina, ella non avrebbe potuto ovviare a considerarsi intimamente soddisfatta innanzi alla prospettiva di una nuova battaglia, di un nuovo combattimento, alla ricerca dell’inebriante, e per lei ormai assuefacente, sapore dell’adrenalina nelle proprie vene.

(episodio precedentemente pubblicato il 26 gennaio 2015 alle ore 7:20)

domenica 20 agosto 2017

2283


Fu, tuttavia, questione di un istante, per il primo ufficiale della Kasta Hamina, rendersi conto di come, in quella particolare occasione, in quel preciso momento, la propria compagna avesse terminato ogni genere di giuoco, in favore del ritorno a un più serio approccio a quanto a loro circostante. In tal senso, per garantire simile consapevolezza, fu semplicemente sufficiente volgere lo sguardo alla propria sinistra, in direzione di lei, a coglierne l’improvvisa, subitanea tensione del viso e, con essa, pupille insolitamente contratte, nel desiderio, nella volontà di escludere, in tal modo, ogni distrazione derivante la propria vista e, di conseguenza, riuscire a carpire ogni possibile segreto celato in quell’ambiente apparentemente tranquillo, ipoteticamente consueto, non più pericoloso di quanto non avrebbero avuto a dover essere giudicati i container già affrontati e ormai dimenticati alle proprie spalle… e che pur, per una ragione ancor da chiarire, la giovane ofidiana aveva allor riconosciuto palesemente qual ostile, qual avverso, qual, per loro, sinonimo di minaccia.
E anche laddove pur, altri, nelle vesti di Duva, avrebbero probabilmente banalizzato simile reazione, giudicandola frutto di qualche abbaglio, forse della stanchezza, o di un’immaginazione troppo vivace, atta a suggerire l’esistenza di antagonisti anche innanzi a uno spazio che, seppur ampio e colmo di casse, avrebbe avuto a dover essere considerato necessariamente vuoto; la donna non esitò neppur per il tempo di un battito di ciglia, a seguito di quel tacito messaggio, ad accogliere quel richiamo alle armi qual necessariamente onesto, indiscutibilmente sincero, non laddove, nel corso dell’ultimo anno, Lys’sh le aveva offerto innumerevoli riprove delle proprie effettivamente straordinarie capacità, a partire da alcuni sensi incredibilmente sviluppati, utili a concederle di spingere la propria coscienza ben oltre i consueti limiti propri di un essere umano. Sebbene non di sangue ofidiano puro, infatti, e, in ciò, priva di una qualsivoglia sensibilità agli infrarossi a differenza di altri esponenti della medesima razza, al contrario, addirittura contraddistinta da una vista, di conseguenza, obiettivamente limitata rispetto anche e soltanto a quella propria delle proprie due sorelle d’arme; la giovane avrebbe potuto altresì vantare, innanzitutto, udito e tatto ben più affinati e, soprattutto, olfatto e gusto geneticamente superiori a quelli di qualunque essere umano. Una combinazione, quindi, di capacità sensoriali assolutamente notevoli e atti a garantirle, all’attenzione di Duva, Midda o chiunque altro a bordo della Kasta Hamina, un sesto senso forse e persino superiore a quello che, dal canto proprio, avrebbe potuto vantare possedere, in contesti squisitamente bellici, la stessa Ucciditrice di Dei.
Proprio il capo della sicurezza del loro equipaggio, così come, parimenti, tanto Duva, quanto Lys’sh avevano già avuto occasione di riprova, a seguito di probabilmente troppi combattimenti, di apprezzabilmente troppe battaglie e di indubbiamente troppe guerre, aveva maturato l’apparentemente sovrumana capacità di muoversi all’interno di un conflitto quasi per inerzia, non abbisognando realmente di elaborare la presenza di una minaccia per ovviare a essa, né, parimenti, necessitando di individuare coscientemente un bersaglio per colpirlo. Non a caso, uno degli appellativi a cui ella era più affezionata, forse l’unico del quale, talvolta, si era spinta a cercar vanto, le era stato attribuito a seguito di una leggendaria vittoria da lei conseguita in opposizione a oltre ottanta sanguinari e crudeli predoni dei mari, allora sistematicamente massacrati per sua mano benché, in tal occasione, sostanzialmente nuda e armata di quella che a seguito sarebbe divenuta la sua consueta spada e di un martello da fabbro, e benché, ancora, lì concretamente priva di qualunque cognizione di sé, nello scoprirsi coinvolta, in tale battaglia, in tanto sanguinario conflitto, appena reduce da un potenzialmente letale naufragio a seguito del quale, svenuta ed estemporaneamente priva di memoria, era stata deposta, dalle onde del mare, sul bianco litorale di quella stessa piccola isola, gli abitanti della quale, da lei salvati, le avevano tributato quel particolare nome: Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra.
A prescindere dall’identità della propria compagna di ventura, quindi, fosse questa la mercenaria oppure la giovane ofidiana, il primo ufficiale della Kasta Hamina avrebbe avuto quindi solide, e già ampiamente comprovate, motivazioni per non porre in dubbio un qualunque segnale di allarme. Ragion per cui, neppure in quel frangente, Duva volle rischiare di avere motivo, a posteriori, di rimprovero o, peggio, di rimorso per eccessiva e pericolosa leggerezza… non, soprattutto, laddove già sufficientemente precarie avrebbero avuto a dover essere giustamente ricordate le loro condizioni correnti.
E per quanto, in tutto ciò, ella avrebbe ben desiderato poter prendere voce e questionare alla ricerca di un maggiore dettaglio in merito a quanto lì stava accadendo, e, ancor più, a quanto, proprio malgrado, ella non stava avendo consapevolezza che stesse occorrendo; la donna mantenne sufficiente autocontrollo da restare in silenzio e attendere, eventualmente, che fosse l’altra a interloquire per prima, nella volontà di non ostacolare l’impegno sensoriale che, in tutto ciò, stava evidentemente investendo alla ricerca di risposte concrete, di una verità inconfutabile. Verità che, certamente, sarebbe stata spontaneamente condivisa non appena fosse stata rivelata… in tutto o, anche e soltanto, in parte.

« Torniamo indietro… e sigilliamo il passaggio fra i due container. » sussurrò, alfine, Lys’sh, suggerendo, fra tutte le ipotesi possibili, forse la sola che Duva avrebbe avuto motivo di temere, laddove atta a definire un pericolo, e un pericolo imminente, di fronte al quale pur non avrebbero potuto garantirsi possibilità di intervento… non in quel preciso momento, quantomeno, nel non essere neppure armate.

Come anche Midda aveva presto scoperto, infatti, le regole abitualmente vigenti a bordo di una nave stellare non avrebbero avuto a dover essere considerate così distanti da quelle altresì proprie di un qualunque vascello marittimo, prima fra tutte la necessità di minimizzare possibilità di spiacevoli incidenti, involontari o meno, nel mantenere un equipaggio armato nei momenti in cui alcuna necessità di dimostrarsi tali avrebbe trovato una qualche giustificazione. In effetti, così come, a bordo di un qualunque veliero del mondo natio della mercenaria, recare seco una spada, un pugnale, o una qualunque altra lama, avrebbe rappresentato, obiettivamente, soltanto un ingombro, soprattutto nel considerare gli spazi sempre e comunque necessariamente contenuti e l’agilità richiesta a qualunque membro di un equipaggio per il compimento del proprio lavoro; anche a bordo di una nave spaziale, girare armati, con lame o, peggio, armi soniche, laser o al plasma, avrebbe avuto a dover essere giudicato soltanto un impiccio, in quelli che, al di là dell’aspetto maestoso di molte navi, avrebbero avuto a dover essere comunque riconosciuti quali interni minimali, nella ricerca di un’estrema ottimizzazione dell’impiego dello spazio a disposizione anche a discapito della comodità. In corridoi stretti, attraverso porte per passare oltre le quali sovente sarebbe risultato necessario anche abbassare il capo, e volte a garantire la massima possibilità di compartimentazione dell’intera struttura in presenza di una qualche, necessariamente letale, falla; improbabile sarebbe stato poter indicare qual agevole il passaggio recando al proprio fianco una qualunque arma bianca, mentre soltanto e semplicemente suicida sarebbe stato ricorrere all’impego di armi da fuoco, laddove, ancora una volta, l’eventualità di una falla nello scafo non sarebbe stata in alcuna misura accettabile, neppure nelle navi di classi più moderne e meglio equipaggiate di quanto, proprio malgrado, non avrebbe potuto vantar di essere la piccola Kasta Hamina, di classe libellula.
Solo un cenno di assenso fu quanto volle riservarsi di proporre, in tutto ciò, il primo ufficiale della nave, subito retrocedendo e cercando, in tal senso, di mantenere il proprio passo quanto più leggero e felpato si sarebbe potuta concedere, nell’offrire evidenza di aver saputo anche interpretare il tacito invito al silenzio che, fra le righe, Lys’sh le aveva rivolto, nel mantenere a propria volta la propria stessa voce prossima a un sibilo appena udibile. Perché qualunque pericolo si stesse lì celando, qualunque avversario avrebbero avuto a dover temere a bordo della loro stessa nave, avrebbe potuto sentirle, avrebbe potuto rendersi conto dell’estemporanea ritirata nella quale entrambe avevano concordato di impegnarsi, e, di fronte a simile scenario, avrebbe potuto ritrovarsi spiacevolmente contrariato, non potendo condividere l’ipotesi di ritrovarsi scomodamente separato dalle proprie potenziali prede.

(episodio precedentemente pubblicato il 21 gennaio 2015 alle ore 23:56)