Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 10 dicembre 2017

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E fu in simile contesto che, una mattina come tante altre, nel corso dell’ormai consueta lezione di matematica, non la donna guerriero, non, tantomeno, i due pargoli accolti entro i confini della sua custodia, avrebbero avuto ragione di attendersi quanto, di lì a breve, sarebbe presto accaduto, un evento, invero, destinato ad alterare il loro destino non soltanto nell’immediato ma, ancora, per molto tempo a venire, così come soltanto più avanti, in un altro luogo, in un altro momento, sarebbe stata loro offerta l’ormai tardiva possibilità di constatare…

« Bene… » sorrise Midda, passando con lo sguardo dall’uno all’altra, pronta a cogliere qualunque genere di reazione da parte di Tagae o di Liagu, nel volersi sempre impegnare a mantenere vivo il loro interesse per la lezione in corso, e, in questo, tanto impegnandosi a parlare, quanto e maggiormente ad ascoltare, e ad ascoltare non soltanto quanto loro avrebbero avuto da dire ma, ancor più, quanto essi avrebbero preferito tacere, messaggi affidati ad altre forme di linguaggio, para-verbale e non verbale, non traducibili dal proprio dispositivo automatico e, ciò non di meno, non per questo meno importanti rispetto al linguaggio verbale, e, soprattutto, sempre e comunque più onesti « Chi si sente pronto per affrontare un nuovo problema…?! »

Con straordinaria reattività, non garantendole neppure occasione utile a completare il proprio interrogativo, entrambi i bambini avevano già sollevato le proprie manine al suo « Chi… », per prenotarsi, in tal maniera la propria occasione di risposta. E se Tagae, iniziando a dimostrare maggiore esuberanza rispetto alla sorella, parve essere, in effetti, più interessato a muovere la propria mano per attirare l’attenzione della loro insegnante, nel pretendere occasione di rispondere ancor prima che fosse offerto loro il testo stesso del problema; Liagu ebbe a dimostrare un approccio decisamente più controllato, più moderato, nel sollevare, sì, il proprio braccio sinistro e, ciò non di meno, nel riordinare innanzi a sé le palline utili di supporto al conteggio, in quell’improvvisato pallottoliere che, già da qualche tempo, la donna guerriero era stata in grado di creare ricorrendo a materiale di fortuna, reperito entro i ristretti e disadorni confini della loro cella.

« Abbassate pure le mani. » ridacchiò la donna, scuotendo appena il capo, pur obiettivamente felice per il riscontro così concessole da parte dei pargoli, gioia, la sua, non soltanto nel confronto con quel vivo e vivace interesse, ma, anche, nell’evidenza di quanto, giorno dopo giorno, i loro caratteri stessero riuscendo ad avere occasione di emergere, di delinearsi, in grandi e piccole cose, in minime scelte diverse, in forse banali approcci differenti, e, ciò non di meno, egualmente significativi nel confronto con l’idea di quanto, solo poche settimane prima, pochi mesi prima, le loro stesse identità fossero ancora azzerate come conseguenza di quanto loro imposto dalla Loor’Nos-Kahn « E Tagae… stai ben attendo al testo, ancora prima di aver fretta di rispondere. » volle suggerire al bambino, a tentare di moderare quell’irruenza, quella tendenza a gettarsi a testa bassa nelle cose, che pur non negativa, ove non gestita, avrebbe potuto creargli qualche problema in futuro, così come ella stessa avrebbe potuto testimoniare per esperienza di vita vissuta.
« D’accordo. » annuì il bambino, facendosi serio in viso nel voler dimostrare massima attenzione alle parole che ella avrebbe pronunciato.
« Allora… » iniziò ella, continuando a studiare i suoi due piccoli allievi « Per il recupero della mistica pietra di O’Ghinaj, lord Brote mi promise almeno due pezzi d’oro. Tre se fossi riuscita a riportargliela entro dieci giorni. » prese a raccontare, in un episodio volutamente ispirato alle proprie vicende passate, in maniera tale per cui i due piccoli potessero avere maggiore ragione di seguirla, di ascoltarla e di interessarsi alla questione, nel riscontro decisamente interessato che erano soliti offrirle ogni sera, prima di nanna « Dopo un giorno di ricerche e quattro di viaggio, mi ritrovai a confronto con una setta di invasati i quali, per proteggere la mistica pietra di O’Ghinaj, l’avevano celata all’interno di una grotta, là dove, manco farlo apposta, una manticora aveva deciso di collocare il proprio nido. »
« Una manticora…?! » domandò Liagu, incuriosita da quel termine per lei ancora sconosciuto, un mostro del quale, sino a quel momento, la loro protettrice, e allora anche tutrice, non aveva mai offerto parola in passato « Cosa è una manticora…?! »
« Oh… è un mostro veramente sgradevole a vedersi. » scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew, al ricordo della creatura « Secondo le leggende, avrebbe avuto a dover essere considerato qual contraddistinto da una testa umana sopra un corpo di leone caratterizzato, tuttavia, da una coda di scorpione. » spiegò volentieri loro, nel non negare mai un approfondimento, anche fuori tema, quando richiesto « In realtà, quello con il quale mi ritrovati a confronto, avrebbe avuto a dover essere giudicato più simile a una sorta di grossa aragosta, con un capo assimilabile soltanto lontanamente a quello di un uomo, e contraddistinto da una bocca ornata da diverse file disordinate di lunghi e sottili denti, e con una coda non lontana, come concetto, da una mazza chiodata, gli aculei della quale, al pari dei suoi denti, avrebbero avuto a doversi ritenere ricoperti da un potente veleno, per cui il più semplice graffio avrebbe potuto costarmi la vita. »
« Urca! » esclamò Tagae, sgranando gli occhi, con palese dimostrazione di sorpresa, di stupore di fronte a tutto ciò.
« Già… è all’incirca quello che commentai anche io di fronte alla manticora, nel mentre in cui mi ripromisi di richiedere una ricompensa raddoppiata al mio mecenate. » annuì ella, facendo ritorno all’esposizione del testo del problema con il quale essi avrebbero avuto a dover ragionare « Sfortunatamente, anche uccidere la manticora non ebbe a dimostrarsi sufficiente per considerare conclusa la questione… non laddove, ancora, la mistica pietra di O’Ghinaj avrebbe avuto a dover essere considerata protetta da un jinn, un altro cliente decisamente complesso da affrontare e vincere. »
« Come quelle che era in grado di evocare la tua amica Nass'Hya…?! » domandò la bambina, dimostrando di essere stata attenta ai racconti passati, in misura utile a creare immediatamente quella connessione, così come, comunque, anche il fratello non avrebbe mancato di evidenziare, se solo avesse avuto egual prontezza di intervento in sua replica.
« Qualcosa di simile… precisamente! » sorrise Midda, in quella che avrebbe avuto a dover essere forse considerata un’eccessiva semplificazione nella vasta varietà propria di simili creature e che, ciò non di meno, non avrebbe avuto senso, in quel momento, di essere ulteriormente approfondita, non, quantomeno, ai fini del problema « Per questo, ritrovandomi di fronte a un jinn, mi promisi di far salire la posta a tre volte quella originalmente concordata. » puntualizzò, in quello che, pur avendo da essere inteso, allora, qual un quesito a scopo didattico, non avrebbe avuto a dover essere neppur considerato qual un caso tanto distante dalla realtà per lei propria all’epoca, laddove difficilmente avrebbe avuto a chiedere saldo, al proprio mecenate, per la stessa somma inizialmente pattuita, giacché difficilmente ella avrebbe avuto a dover affrontare, per lui, soltanto i rischi inizialmente preventivati « Ora: sapendo che, sconfitto il jinn e appropriatami della pietra, feci immediatamente ritorno a casa… quanti pezzi d’oro ebbe a dovermi pagare lord Brote?! »

Ancora una volta le manine dei due pargoli ebbero ad alzarsi immediatamente dopo che ella ebbe tempo di pronunciare « … quanti… », in quello che, da parte loro, forse avrebbe avuto a doversi ritenere eccessivo entusiasmo, incontenibile brama di arrivare a offrire risposta per primi, in una quieta competizione fra loro, forse animata, in tutto ciò, dal desiderio di apparire al meglio al cospetto del giudizio della loro mentore.
E laddove, nel conteggio rapidamente mosso dalla bambina sul proprio pallottoliere, l’ex-mercenaria non poté ovviare a verificare la correttezza del suo calcolo già prima di poterle chiedere conto del medesimo; ella scelse di tentare di offrire voce al bambino, nella speranza che, nella propria urgenza di concludere, egli non avesse trascurato un dato molto importante, fallendo esattamente nel merito di quanto, ella, aveva sottolineato avrebbe avuto a dover prestare attenzione…

« Sei pezzi d’oro! » esclamò il pargolo, vedendosi offrire la parola.

sabato 9 dicembre 2017

2394


Passarono i giorni, addirittura le settimane, e, nelle nuove abitudini così definite, in quella prigionia che non avrebbe avuto ragione di essere percepita realmente qual tale, se non nell’evidente presenza di una porta chiusa a contenere i loro movimenti all’interno di quella stanza, Midda e i piccoli ebbero occasione di non vivere quello scorrere lento, ma inesorabile, delle ore con la stessa insofferenza che, altresì, avrebbe potuto essere loro e che, nel caso, avrebbe potuto anche condurli a smarrire lucidità mentale, nel confronto altresì necessariamente poco piacevole con dei confini troppo stretti e la più assoluta mancanza di stimoli, a fronte dell’assenza dei quali anche la mente più savia avrebbe potuto cedere alla follia: ogni giorno, in accordo alla rigorosa programmazione in tal maniera definita, non avrebbe potuto che riservar, al contrario, motivazione di rinnovato interesse, con nuove sfide, con nuove straordinarie esperienze da vivere e nozioni da scoprire, in quello che, pertanto e paradossalmente, non avrebbe potuto che portare tutti loro a crescere, e a crescere insieme, in maniera diversa e, ciò non di meno, insieme. Se, infatti, per Tagae e Liagu, la crescita loro riservata avrebbe avuto a potersi identificare facilmente, chiaramente, sia nel contenuto delle lezioni loro riservate, utili a chiarire non soltanto quanto, dopo il tre, sarebbe seguito il quattro e non il cinque, ma anche molto altro, rendendoli ogni giorno sempre più confidenti con la matematica e con le proprie regole, sia nel quieto riappropriarsi delle proprie identità, del proprio carattere, per così come era stato loro lungamente negato durante la precedente prigionia all’interno di una cella della Loor’Nos-Kahn; per Midda, forse in maniera meno evidente, non poté che esservi obbligo a esplorare una parte della propria vita con la quale mai si era ritrovata, in maniera prolungata, a confronto, ossia con quella che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere considerata la propria natura materna…
… non che, nella vita della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco fossero mancate, in passato, altre occasioni di relazione con dei pargoli, di età assimilabile, o persino inferiore, a quella che, per Tagae e Liagu, avrebbe potuto essere ipotizzata all’incirca di otto anni.
In effetti, anzi, Tagae e Liagu non avrebbero avuto neppur a dover essere considerati i primi bambini all’inseguimento dei quali, e per la salvezza dei quali, ella si era impegnata a rischio della propria stessa vita, non laddove, più di due lustri prima, ella si era ritrovata a confronto con i figli di un proprio antico compagno, passato amante, Ma’Vret Ilom’An, detto Ebano, i quali, al solo fine di ricattarla, di costringerla ad agire e ad agire nell’affrontare le insidie proprie di un antico tempio sotterraneo, erano stati rapiti sotto i suoi stessi occhi dagli uomini al servizio di un mecenate, un signorotto il nome del quale ella aveva presto dimenticato, o forse mai neppure conosciuto, nell’aver questi pagato, alfine, con il prezzo della propria vita non soltanto lo sgarro a lei imposto, ma anche, e ancor più, l’arroganza derivante dall’idea di poter acquisire e controllare i poteri propri di una creatura come la fenice, principio fondamentale dell’esistenza stessa con la quale, ella, proprio in tale occasione si era ritrovata per la prima volta a confronto. Ma se pur, con straordinaria passione, con incontrovertibile fermezza, ella si era precipitata in soccorso di H’Anel e M’Eu Ilom’An, salvandoli insieme ad altri undici coetanei, per poi ricondurli, con amore, con premura, alle proprie famiglie, alle proprie abitazioni, agendo per il loro bene, per la loro salvezza, senza dimostrare mai la benché minima esitazione; al termine di quell’avventura, e al termine del breve periodo di riposo che ella si era voluta concedere in compagnia di Ma’Vret, la propria vita aveva avuto modo di proseguire lungo vie decisamente distanti d quelle di coloro i quali, pur, avrebbero potuto quietamente divenire per lei qual figli adottivi, e che sarebbero anche stati probabilmente ben lieti di poterla accogliere qual madre, dopo la tragica perdita della loro genitrice naturale.
E se pur, tale discutibile scelta, avrebbe potuto essere, all’epoca, giustificata nel pensiero, nell’idea di quanto, ancora, gravasse sul cuore della Figlia di Marr’Mahew il dubbio, il timore, la paura del possibile ritorno della propria gemella e, con lei, di una rinnovata strage a discapito di qualunque proprio affetto, di qualunque proprio legame, per quanto, con Ebano, ella avrebbe potuto vivere la propria vita nella serenità delle sperdute vette dei monti Rou’Farth, a indubbia distanza dai mari divenuti territorio, dominio incontrastato della propria gemella; egual scusante, similare giustificazione non avrebbe potuto per lei valere dieci anni più tardi, quando, proprio in conseguenza alla morte della propria gemella, e con essa alla fine di quel lungo e tragico capitolo della propria vita, ella si sarebbe ritrovata essere affidataria delle due bambine della stessa, le sue nipotine, al confronto con le quali, tuttavia e, come raramente era accaduto nella sua esistenza, codardamente, non aveva voluto porsi neppur per un istante, neppur per un fugace momento, preferendo, allora, affidarle all’amore del loro stesso nonno, suo padre Nivre, per volare lontano dal proprio pianeta, e da tutto quello, sulle ali della fenice. Una vigliaccheria, la sua, un abbandono ingiustificabile e ingiustificato, quello da lei imposto a discapito delle proprie nipotine, rimaste improvvisamente orfane di madre e private del loro fratello maggiore, della quale ella era consapevole, un giorno, avrebbe avuto a dover rendere conto, e a dover rendere conto tanto alle stesse, quanto e, peggio ancora, a se stessa; e, ciò non di meno, un abbandono nel merito del quale ella non aveva esitato, nel non sentirsi pronta, nel non sentirsi degna, in quel momento, con il sangue della propria gemella a sporcarne le mani e con la consapevolezza di quanto la minaccia rappresentata da Anmel Mal Toise non fosse terminato insieme a lei, con la sua morte, di accogliere tali bambine quali proprie figlie, e di crescerle come, purtroppo, loro madre non avrebbe più avuto occasione di fare, nell’estremo sacrificio da lei compiuto allo scopo di liberarsi di quell’oscuro, malvagio spirito di lei impossessatosi.
In più occasioni, quindi, a confronto con più pargoli, pertanto, ella aveva avuto occasione, nel corso della propria vita, di porre rimedio alla sterilità impostale crudelmente dalla propria sorella Nissa, come evidente riprova di tutto quel disprezzo, di tutto quell’odio che, soprattutto in gioventù, l’aveva animata a voler non soltanto contrastare la propria gemella, ma, anche e ancor più, tentare in ogni modo, in ogni maniera possibile, di sottrarle ogni barlume di gioia, di felicità e di speranza per il futuro, intento che, indubbiamente, avrebbe potuto riservarsi un’ottima opportunità di concretizzazione nel negarle, allora e per sempre, qualunque occasione per poter un giorno essere madre, per poter stringere fra le proprie braccia, e allattare ai propri seni, i frutti del proprio ventre, le proprie promesse di immortalità. E in tutte quelle occasioni, la Figlia di Marr’Mahew si era puntualmente sottratta, si era coscientemente allontanata, forse per timore, forse per un senso di inadeguatezza, forse per altro, impossibile a dirsi, riservandosi solo una volta, solo nei confronto di un ragazzo, l’opportunità di creare un legame, un rapporto, assimilabile a quello di una madre nei confronti del proprio figlio, adottandolo, di fatto, nell’accoglierlo al proprio fianco come scudiero, e nel permettere a lui, più che a molti altri, di poterle essere vicino, di poter crescere accanto a lei, insieme a lei, tanto prendendo quanto dando, così come soltanto un figlio avrebbe potuto riservarsi di fare.
In quella convivenza forzata con Tagae e Liagu, in quella loro obbligata quotidianità, nonché nel senso di responsabilità che, nel rapporto con loro, ella non avrebbe potuto negarsi di provare, per la prima volta, quindi, in maniera stabile, continuata e seria, Midda Bontor ebbe a doversi impegnare nell’improbabile ruolo di madre per quei due pargoli, ben consapevole di non essere all’altezza di tale incarico, ben conscia di quanto, sicuramente, chiunque altro, al suo posto, sarebbe stato mille volte meglio in tale ruolo, ma, ciò non di meno, posta dall’evidenza dei fatti, da quelle inviolabili quattro pareti attorno a loro, a doversi far carico di tale compito, almeno fino a quando, alla fine di tutta quella storia, non avesse avuto occasione di restituire quei bambini alla loro vera famiglia, o a quanto di più simile a essa sarebbe stata in grado di trovare per loro.
Un ruolo, quello di madre, tuttavia da lei mai realmente esplorato, mai effettivamente interpretato, e non certamente per dei piccoli di tale delicata età, ragione per la quale, obiettivamente, ella non avrebbe potuto ovviare a crescere, a sua volta, nella stessa misura, se non persino in misura maggiore, rispetto a loro, per poter essere il meglio possibile per loro, per poter offrire, dal basso della propria inadeguatezza, quanto di più consono possibile sarebbe stato allora loro necessario.
Un ruolo, quello di madre, che, al di là di tanta preoccupazione, di tante remore, ella ebbe occasione di interpretare in maniera ineccepibile, almeno innanzi al giudizio degli stessi pargoli, laddove, in ogni momento, in ogni occasione, lì animato da un unico, importante, principio: quello di sincero e incondizionato amore per loro, in nome del quale ella avrebbe compiuto qualunque cosa, finanche dichiarare guerra all’intero Creato.

venerdì 8 dicembre 2017

2393


Obiettivamente straordinaria, a tal riguardo, avrebbe avuto a doversi riconoscere la reazione dei due pargoli, almeno dal personalissimo punto di vista della Figlia di Marr’Mahew. Ricordando ella stessa, infatti, la propria infanzia, e volendo porsi in maniera quanto più possibile onesta con se stessa, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a riconoscere quanto, quando ella bambina, il suo livello di attenzione nei confronti delle lezioni impartitele da parte della propria pur amata nonna non avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente lodabile… al contrario. Addirittura, in effetti, nonna Namile si era ritrovata costretta a porre in essere la simulazione di un atto violento, qual il rapimento del balocco preferito dalla bambina, nonché di se stessa, per concedere alla propria nipotina una dimostrazione di quanto quelle che stava giudicando soltanto quali lezioni noiose avrebbero, altresì, potuto distinguere il trionfo dalla sconfitta, il successo dalla disfatta, anche in scenari più avventurosi, ai quali ella, sin da subito, aveva dimostrato di voler tendere, con ardore indomabile. Più simili, altresì, a sua sorella Nissa, Tagae e Liagu accolsero quasi con entusiasmo la sua offerta, la sua imposizione, dimostrandosi ben lieti, anzi, di poter ricevere da parte sua quegli insegnamenti o, forse, e più in generale, di poter godere di quell’illusione di normalità insieme a lei, per quanto, allora, lì confinati in quella cella.
Potersi continuare a considerare per quello che erano, qual due bambini desiderosi di una vita serena come quella che, tuttavia e purtroppo, era stata, chissà da quanto tempo, loro negata; poter continuare a essere chiamati con i propri nomi, con quei nomi che tanta fatica avevano fatto per riconquistare, allorché con un semplice numero, una denominazione volta, ancora, a snaturarli, a privarli forse e persino della propria identità, della propria natura di esseri umani, e in ciò a vederli costretti a considerarsi nulla più di semplici oggetti, articoli da commerciare contraddistinti soltanto da un numero di serie e da un prezzo; non avrebbe potuto ovviare a essere, per loro, allora, pari alla realizzazione del proprio più grande desiderio, un desiderio che, quindi, anche alla luce, al confronto con la particolare suddivisione delle ore da lei loro imposta, non avrebbe potuto che vedersi anche solo in maniera effimera concretizzato, rendendo, di conseguenza, anche una potenzialmente noiosa lezione di matematica qual straordinariamente interessante. Ciò, ovviamente, senza considerare qual particolare genere di insegnante fosse colei con la quale, in quel momento, essi stavano avendo a che fare, un’insegnante che definire qual inconsueta, estranea a qualunque canone, sarebbe certamente equivalso a una mera, ingiustificabile banalizzazione.
Due ore di lezione, mezz’ora di intervallo, e altre due ore di lezione, in tutto ciò, separavano la colazione dal pranzo, imponendo in tal maniera, senza pur pretesa di particolare rigore, l’occasione di una certa istruzione ai due pargoli durante le prime ore di un nuovo giorno, o di quello che, all’interno della nave, così come la stessa donna guerriero aveva già avuto occasione di abituarsi a considerare sulla Kasta Hamina, era stato codificato essere tale. Il resto della giornata, poi, era stato codificato dalla Figlia di Marr’Mahew in termini certamente più rilassati, prevedendo, mezz’oretta dopo il pranzo, un’occasione di ulteriore riposo per i due bambini, attraverso un sonnellino pomeridiano della durata di due ore, a seguito del quale, al loro risveglio, riservarsi opportunità di giocare, tutti insieme, per almeno altre due orette, fino all’arrivo della cena. Al termine di tale terzo, e ultimo, pasto della giornata altre tre ore e mezza avrebbero separato gli occupanti della cella dallo spegnimento delle luci, studiato per riservare un totale di otto ore di riposo prima della nuova alba artificiale: nel merito dell’impiego di queste tre ore, fatta eccezione per l’ultima mezz’ora utile ai preparativi per la nanna, e a una nuova preghiera agli dei in ringraziamento al giorno appena loro concesso e in affido per la notte a venire, Midda non aveva codificato alcuna particolare attività, per garantire, comunque, al termine della giornata, libertà di espressione ai pargoli entro i modi e i termini che meglio avrebbero apprezzato. Modi e termini che, tuttavia, presto ebbero a trovare la propria consuetudine, a instaurare una propria tradizione, nella richiesta di un racconto alla loro stessa protettrice, una storia, e possibilmente una storia di vita vissuta, nel merito del proprio mondo e di quanto, in esso, ella aveva affrontato, delle meravigliose avventure che avevano contribuito a rendere del suo nome leggenda.
In effetti, anzi, quell’ultimo momento della giornata, con il tempo, iniziò ad assumere sempre maggiore importanza all’attenzione dei piccoli, al punto tale da essere preferito non soltanto alle lezioni, che pur non disdegnavano, ma anche e persino al momento di gioco pomeridiano. Perché, obiettivamente, laddove pur mirabili avrebbero avuto a doversi considerare le avventure da lei affrontate, ancor più straordinario avrebbe avuto a doversi ritenere la sua capacità di narrarle, scegliendo le parole giuste, e i giusti tempi, per mantenere sempre viva l’attenzione del proprio ristretto pubblico, alternando momenti di seria drammaticità, nella quale, pur, si sforzava sempre di non eccedere, a momenti più scherzosi, addirittura grotteschi, tratteggiando in maniera sovente ridicola quei personaggi del proprio passato che maggiormente avrebbero potuto prestarsi a tal scopo, benché di persona, conoscendoli realmente, difficile sarebbe stato crederlo possibile. Uno fra i personaggi preferiti dei due pargoli, in ciò, ebbe occasione di divenire il semidivino sposo della stessa donna guerriero, Desmair, una creatura dalle fattezze ipoteticamente terrorizzanti per Tagae e Liagu, con la propria spaventosa altezza, la propria muscolatura ipertrofica al di sotto di una pelle simile a cuoio rosso, con i propri piedi come enormi zoccoli, e con le proprie smisurate corna bianche ai lati del capo, a renderne ancor più intrinsecamente malefico un volto già tutt’altro che contraddistinto da tratti somatici i quali avrebbero potuto essere propri della più crudele delle creature uscite da una terrificante fiaba. Nelle parole della propria tutt’altro che amorevole sposa, quel mostro disumano era tuttavia tratteggiato al pari di un signorotto viziato, perennemente insoddisfatto e, in ciò, estremamente capriccioso, contraddistinto da un pessimo rapporto con i propri genitori, al punto tale da essere stato imprigionato dagli stessi all’interno di una fortezza sulla cima di una montagna, e lì condannato alla ricerca perpetua per un’occasione di fuga, occasione di fuga che, egli sperava, gli sarebbe stata concessa per mano del proprio vero amore: un personaggio, quello così delineato, non poi così distante dalla realtà dei fatti e, ciò non di meno, troppo sventurato, troppo caricaturale e ridicolo, per poter realmente intimorire i due pargoli, i quali, in ciò, non potevano che scoppiare a ridere ogni qual volta Midda finiva per raccontare loro di qualche nuova parte del suo corpo da lei staccata per effetto di un colpo di spada o altro, e da lui, poi, ridicolmente ricercata per tutto il proprio maniero-prigione.
Di tutto ciò, della serenità con la quale, allora, i due bambini sembravano in grado di affrontare persino l’idea dell’orrendo Desmair, così come di tutti gli altri terribili mostri da lei raccontati nel corso delle proprie storie, la Figlia di Marr’Mahew non poté che essere obiettivamente lieta, sia per l’evidente dimostrazione di quanto, malgrado tutto, fosse ancora in grado di scherzare sulla propria vita, e sul proprio passato, arrivando a ridurlo a una storia apprezzabile anche da due pargoli, sia, e ancor più, perché in tanta tranquillità, e in quelle risate, si poneva evidente quanto, allora, né Tagae né Liagu stessero riservandosi occasione di pena a confronto con la pur obiettivamente spiacevole realtà quotidiana con la quale, in quel particolare frangente, avrebbero avuto a doversi comunque considerare a confronto, giacché, a prescindere da qualunque impegno essi avrebbero potuto porre nel tentare di trasformare quella prigionia in un soggiorno, quella cella in un alloggio, la realtà dei fatti sarebbe stata, sempre e comunque, la stessa… spiacevolmente drammatica e apparentemente immutabile. Ancora una volta, tuttavia, la serenità che, in ciò, ebbe a dimostrarsi propria della coppia di frugoletti, non avrebbe avuto a dover essere interpretata in altro modo se non qual mero riflesso di quella che la medesima Midda Bontor fu in grado, a dispetto di tutto, di rendere propria, riuscendo a vivere, tutto quello, non diversamente da una vacanza in compagnia dei suoi protetti: innanzi a tutto ciò, innanzi a tanta pace interiore ed esteriore nella propria protettrice, da lei non soltanto espressa in parole e azioni, ma realmente vissuta nel profondo del proprio animo, Tagae e Liagu non avrebbero mai avuto ragione di vivere diversamente tutto quello, approfittando, anzi, della gioia derivante dal quel ritrovato, riscoperto senso di famiglia che, crudelmente, la Loor’Nos-Kahn aveva loro negato nel giorno in cui li aveva sottratti alla propria vita passata, alla propria casa, ai propri cari, ovunque essi fossero, qualunque fosse mai stato il loro nome.