Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 30 giugno 2008

172


[Passo 30]

« C'è qualcosa di perverso in tutto questo... » commentò Midda, osservando la propria sosia nel rompere la posizione di guardia.
« Inizio a crederlo anche io... » confermò l'altra, imitandone i gesti o, forse, facendoli come propri.

Troppo affini, più che semplicemente simili, le due donne apparivano assolutamente identiche, copie perfette l'una dell'altro tanto da non poter comprendere chi delle due fosse l'originale. Se non fosse stata certa della propria identità, la mercenaria avrebbe sinceramente dubitato di essere se stessa, opposta quale si ritrovava ad essere ad una versione di sé tanto reale.

« Cosa pensi? » decide di domandare alla propria controparte, osservandola con cura.
« Che tu sia il frutto di un maleficio. » replicò sincera l'altra donna, guardandola in egual modo « E tu? »
« La stessa cosa. » commentò, scuotendo il capo « Ma se tu sei il frutto di stregoneria, non mi è permesso abbassare la guardia, perdere tempo a discutere con te, rischiando di essere colpita a tradimento. »
« Ciò vale anche per me. » confermò annuendo con evidenza di scetticismo « E le parole che tu pronunci sono quelle che verrebbero offerte dall'ennesimo trabocchetto di quest'assurdo tempio. »
« Non andremo da nessuna parte continuando in questo modo... lo sai, vero? »
« Lo so. » storse le labbra verso il basso « Ma che alternative abbiamo? »
Le due Midda si fissarono a lungo in silenzio, ora avvicinandosi con la spada abbassata l'una all'altra, con diffidenza ma, al tempo stesso, con un’istintiva consapevolezza del fatto che la lotta non avrebbe potuto portare a nulla se non, eventualmente, al reciproco annientamento. E nessuna delle due desiderava una simile conclusione.
« C'è solo un modo per comprendere chi fra noi due è chi dice di essere e chi no. » enunciò ad un certo punto colei che era giunta dal corridoio di destra.
« Dobbiamo interrogarci a vicenda. » confermò e concluse la mercenaria giunta dal corridoio di sinistra.

Ammesso ma non concesso che non fossero vittima di un incantesimo estremamente potente, entrambe dubitavano della possibilità che l'eventuale falsa copia avrebbe potuto descrivere sensazioni personali appartenenti alla reale Midda Bontor, ciò che solo ella poteva conoscere di sé, nel proprio cuore, nel proprio animo. E, consapevoli di ciò, quasi contemporaneamente si posero una coppia di reciproche domande:
« Perché ho deciso di andare a letto con Ma'Vret dopo tanti anni? »
« Perché non ho cercato subito la Jol'Ange come mi ero ripromessa? »
Le due donne si osservarono con stupore, l'un l'altra, nel comprendere, nell'essere assolutamente ed indubbiamente consce di come quelle questioni apparentemente diverse fossero altresì espressioni di una sola ragione comune, una risposta assolutamente identica, che non serviva neppure essere esplicitata perché già scritta nei reciproci sguardi, in quella doppia coppia di occhi azzurro ghiaccio imbarazzati nell'ammettere l'egoismo del proprio animo.

« Noi siamo... » tentennò una delle due.
« ... sì. » confermò l'altra « Ma come è possibile? »
« Non lo so. » scuotendo il capo « Ed ora cosa facciamo? »
« Non lo so... »
Spiazzate, poste di fronte entrambe al proprio stesso io, le due mercenarie si lasciarono ricadere in silenzio a terra, cercando una qualche spiegazione reciproca nello sguardo una dell'altra. Ma alcuna fra loro aveva da proporre ragioni, poteva offrire soluzioni.
« Potremmo continuare così... » suggerì ad un certo punto una, con poca convinzione.
« Sai anche tu che non può essere. » scosse il capo l'altra « La mia... la nostra vita è già troppo complicata per aggiungere anche questo. »
« Però forse sarebbe l'occasione utile per vendicarci di lei. »
« E' vero. » annuì questa volta.
« Non sarebbe la stessa cosa però... » si contraddisse.

In un istintivo gesto nel comune smarrimento che condividevano, le due donne esitarono alzando entrambe la propria mancina, lasciando entrambe la propria spada a terra e cercando un contatto l'una nell'altra. E nell'esatto istante in cui le dita di una andarono delicatamente a sfiorare quelle dell'altra, nella comunione interiore ed esteriore fra loro, fu come il risveglio da uno strano sogno ed una sola Midda Bontor si ritrovò ad essere seduta a terra, tendendo la propria mano verso un nuovo corridoio davanti a sé.

« Thyres... » sussurrò, sbattendo gli occhi e non riuscendo a comprendere.

Cercando di fare chiarezza dentro di sé, la donna osservò con cura la via alla propria destra e quella alla propria sinistra, congiunte in quella aperta di fronte a sé: nella propria mente era solo confusione di ricordi, una caos di pensieri che non le permettevano di comprendere da quale dei due lati ella fosse arrivata, sentendo chiaramente ed incomprensibilmente di essere arrivata da entrambi. Impossibile spiegare cosa poteva essere accaduto, impossibile chiarire la natura della stregoneria che evidentemente doveva aver subito, in quello che, probabilmente, doveva risultare come un estremo meccanismo di difesa per il tempio, ponendo l'eventuale aggressore blasfemo in lotta contro se stesso, offrendogli la possibilità di trovare morte per propria mano laddove avesse superato ogni altra trappola.

« Thyres... » ripeté recuperando la propria spada e levandosi da terra, ancora sconvolta per l'accaduto.

Davanti a lei, al termine di quella nuova via, era una scalinata a chiocciola, che si estendeva in verticale verso il cielo da cui lei era giunta e verso il cuore della terra in cui ella sarebbe dovuta andare: con una leggera esitazione, tornando ad osservare ciò che stava lasciando dietro di sé, quasi avesse timore o desiderio di ritrovare la compagna perduta, ella iniziò a percorrere quella nuova via, scuotendo il capo e costringendosi ad offrire la propria attenzione ora ai nuovi pericoli che l'avrebbero potuta attendere.

« Non mi ero mai resa conto di quanto fossero veramente grossi i miei seni... » si concesse di ironizzare aggrottando la fronte, prima di considerare chiusi gli eventi appena vissuti in quel proseguo.

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[Passo 31]

Le scale condussero la Figlia di Marr’Mahew sempre più in profondità nel cuore di quel tempio abbandonato: nessun trabocchetto le venne riservato in quel percorso e, di questo, non poté che essere grata, laddove le di lei forze stavano iniziando a venir meno nella stanchezza accumulata nei giorni passati e nelle prove che quel luogo le aveva posto di fronte.
Il senso del tempo all'interno di quel sotterraneo era purtroppo andato perso ed ella ormai non riusciva più a comprendere quanto i suoi sforzi fossero effettivamente impiegati al fine di salvare le vite da lei dipendenti e quanto, invece, fossero inutili in una loro già raggiunta morte. Purtroppo all’interno di simili vie, perennemente uguali a se stesse, come bloccate fuori da ogni epoca, non vi era modo per lei di poter dedurre il margine ancora a lei concesso: di certo non sarebbe mai stato eccessivo ed, al contrario, avrebbe dovuto cercare di muoversi più rapidamente nella prospettiva di dover affrontare, fra l'altro, quella stessa scalinata in ascesa laddove fosse giunta al termine del proprio incarico, riportando con sé l'uovo di fenice richiestole. E persa in quei pensieri, ella concluse la propria discesa quasi senza accorgersene, ritrovandosi ad un crocicchio di diverse vie.

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[Passo 32]

Provata dagli sforzi e trascinata quasi una bambola di pezza dalla foga di quella corrente, in un'oscura discesa verso un'ignota destinazione, Midda lottò a lungo contro l'impeto impostole, contro la violenza di quel fiume di morte, ritrovandosi però vittima del medesimo. I colpi imposti con indicibile violenza contro il di lei corpo, contro la di lei carne dalle dure pietre del tortuoso percorso all'interno del quale si estendeva lo scivolo, sortirono presto l'effetto da lei temuto, lasciandola precipitare in un'oscurità mentale oltre che materiale, facendole perdere contatto con la realtà, facendole smarrire i sensi e la coscienza degli eventi.
Passarono forse pochi minuti o forse lunghe ore: impossibile per lei fu stabilirlo a posteriori, impossibile per lei decidere se gli ultimi ricordi offerti alla sua mente risalissero ad un attimo prima o ad una vita passata quando riprese senno, quando ebbe nuovamente controllo sul proprio corpo. Risollevando il volto dalla melma di putrefazione in cui si ritrovò ancora immersa, osservò il nuovo ambiente ora concessole, tornato luminoso, e riconobbe in esso una sala del tutto simile a quella da cui era fuggita, un nuovo punto di raccolta per i resti mortali di tutte le vittime del tempio. E memore di quanto accaduto, per quanto ancora scossa ed intontita, ella impose al suo corpo di risollevarsi, afferrando la spada e fuggendo attraverso la prima via a lei offerta, sicuramente diretta verso nuovi pericoli ma, altrettanto sicuramente, diretta lontana da quell'orrore di morte del quale sentiva schifosamente colma la propria bocca.

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domenica 29 giugno 2008

171


[Passo 28]

Da un certo punto di vista, per la mercenaria la nuova caduta fu meno rischiosa della precedente, ritrovandosi scaraventata all’interno di un pozzo più largo, più spazioso di quello già percorso, con meno probabilità di veder infrangere il proprio futuro, e le proprie ossa, contro sporgenze laterali, contro spigoli rocciosi da cui non avrebbe avuto possibilità di difesa. Contemporaneamente a ciò, però, l'incertezza della conclusione di quel nuovo percorso, unita alla presenza delle due anfesibene, offriva un coefficiente d'azzardo indubbiamente maggiore: in quella frana, infatti, le creature avversarie avrebbero potuto cogliere l'occasione per portare a termine ciò che avevano macabramente iniziato a compiere ed, in questo, presentarsi più numerose e più minacciose di prima contro di lei, dovunque ella avrebbe potuto ritrovarsi, forse addirittura privata temporaneamente di sensi ed inerme in ciò di fronte ad esse. Una prospettiva, per questo, assolutamente non gradevole.
Al pari di quanto già vissuto nel precedente trabocchetto, anche in questa occasione a Midda fu negata ogni possibilità di coglierne il più semplice frammento d'immagine, ogni sforzo di poter intuire l’ambiente attorno a sé e ciò che in esso si trovava ad essere, calata quale ella era nell'oscurità più totale: al di là delle tenebre, in effetti, sarebbe comunque risultato difficile, se non impossibile, osservare la realtà attorno a sé in conseguenza della presenza in quella caduta, oltre a se stessa ed ai propri avversari, anche tutti i pezzi di corpi umani in decomposizione nella melma putrefatta prima presente nella sala circolare. Tale sgradevole composto, umanamente, le stava già rendendo problematica la respirazione, nel di lei normale rifiuto di fronte alla possibilità di ingerire anche la benché minima parte di quella poltiglia: ma proprio in quel di lei respiro trattenuto, comunque, ella ritrovò un'evidente fortuna, o la conseguenza positiva di una corretta scelta tattica, nel momento in cui al tunnel scavato nella roccia in cui era precipitata non venne concesso un nuovo sbocco esterno. Non in una sala, non in una nuova stanza si poneva la conclusione di quel pozzo, quindi, ma in un budello chiuso ed oscuro, nel quale da epoche remote veniva gettata, volontariamente o involontariamente, parte della melma superiore nel momento in cui il trabocchetto fosse stato attivato: ella vide, pertanto, il proprio corpo affondare con violenza nel brago, immergendosi in esso con forza nel porre fine alla propria caduta e da esso trovando altresì attutito l'impeto acquisito nel percorso verticale compiuto.

« Dannazione! » imprecò gemendo, riemergendo dal putrefazione mortale, cercando aria.

In effetti, paradossalmente fu solo in virtù di tale melma che ad ella venne concessa l'occasione di trovare difesa dai propri avversari, nel mantenere intatta la propria coscienza, nel non smarrire in quell’impatto i propri sensi. Se, sciaguratamente, ella fosse svenuta al termine di quella caduta, pur sopravvivendo ad essa, avrebbe visto la propria morte giungere per mano delle anfesibene, ormai non più visibili, non più offerte al di lei sguardo, ma feroci e terribili più di prima, evidentemente rigenerate come da loro desiderio nel percorrere quella voragine. Senza concederle tempo per elaborare un qualsiasi pensiero, i denti di quei serpenti bicefali tentarono di straziare le di lei carni, affondando nelle sue forme femminili, nei di lei muscoli con evidente ira: ella, ora impossibilitata a condurre a segno i propri colpi con la lama nella di lei mancina, tanto per l'oscurità quanto per la putrefazione in cui era precipitata che ne legava i movimenti, intervenne altresì con la propria mano destra ad opporsi a quegli avversari, combattendoli a sua volta simile ad animale, strappandoli dal proprio corpo con freddo controllo, frantumandone i crani con contenuta ira. In un turbine di sangue e dolore, da parte di entrambe le fazioni in contesa, la donna guerriero perse il conto di quanti potessero essere i propri nemici, di quanti teste avesse distrutto nell'impeto della propria furia combattiva: improvvisamente, però, tutto tacque e la calma sembrò essere nuovamente imposta in quel buco privo di vita, di luce, di speranza.
Per lunghi istanti Midda restò quasi completamente immobile, tendendo le orecchie a cercare certezza sulla conclusione di ogni pericolo, a cercare di comprendere se davvero le anfesibene, indipendentemente dal numero che potevano aver ormai raggiunto, fossero realmente morte. Ogni di lei movimento era limitato unicamente a quello indispensabile delle gambe, nuotando letteralmente nella fanghiglia decadente che altrimenti l'avrebbe ricoperta ed affogata, in una consistenza non eccessivamente diversa da quella delle sabbie mobili ma, fortunatamente per lei, meno magnetica. In quel periodo, forse breve o forse eternamente lungo, ella rivolse ogni senso attorno a sé, fino a quando non si ritenne relativamente sicura che attorno a lei, in quel miscuglio informe di corpi macellati e strani liquami organici, fossero anche i resti inanimati dei propri avversari.

« Thyres... » sussurrò, in un lieve e più che motivato gemito di dolore per i danni conseguiti « Ed ora? »

Prima che le fosse, però, concesso di riprendersi dalla violenza della lotta e che le fosse offerta l'occasione di riflettere sul da farsi, un nuovo meccanismo si vide azionato, forse da lei, forse da un semplice temporizzatore o forse per volere degli dei, aprendo la via ad un nuovo scivolo nel quale la mercenaria venne risucchiata senza possibilità di fuga, trascinata in un nuovo travolgente ed oscuro percorso.

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[Passo 29]

« Cagna! » gridò Midda contro se stessa, in un impeto d'ira, gettandosi a testa bassa verso l'avversaria.

L'idea stessa dell'esistenza di quel doppelgänger turbava la mercenaria più in profondità di quanto non volesse ammettere, coinvolgendo una serie di ricordi che avrebbe preferito lasciar sepolti nel proprio animo ma che, invece, tornavano sempre a chiederle pegno, in una condanna forse divina per colpe che non riconosceva di avere.
Con un balzo felino, pertanto, ella levò la propria spada contro l'altra versione di sé, menando un feroce fendente che avrebbe potuto decollarla senza alcuna esitazione, ponendo fine a quello scontro. L'altra donna, però, reagendo con controllo e freddezza all'ira di quell'attacco, tentando di celare in tale comportamento un comunque evidente disagio, mosse la propria lama identica a quella forgiata dalle mani di Lafra Narzoi, e donatale in tempi recenti, per parare quel colpo, in un confronto di pura forza fisica estraneo allo stile di entrambe.

« Stai lottando come un principiante. » la rimproverò, di fronte all'enfasi posta in quel tentativo d'offesa « Non sei degna di dimostrarti con il mio volto, con il mio nome! »

A quelle parole la donna guerriero dovette riconoscere ragione, ritirandosi immediatamente da quel confronto muscolare per riguadagnare la tipica calma, l'assoluto dominio sulle proprie emozioni a lei più congeniale, ritornando all'attacco di quella sua sosia con una più sapiente e corretta tecnica schermitrice.
Il duello che così derivò fra le due identità della mercenaria apparve privo di eguali, uno scontro epico che vide due forze assolutamente equivalenti cercare di portare a turno colpi perfetti e mortali quasi a segno, salvo finire continuamente per essere deviati, parati, per vedere resi nulli tutti gli sforzi addotti. Dove da un lato la lama veniva mossa verso una direzione, dall'altro lato l'altra spada rispondeva puntuale ed efficace a rendere vano tale gesto; dove dall'altro lato la spada tentava di affondare nel ventre avversario, da quello opposto uno scarto agile vedeva quella lama solcare inutilmente l'aria. Ben presto, in uno stallo derivante da assoluta parità che non avrebbe potuto vedere alcuna dominare sulla controparte, entrambe le avversarie iniziarono ad offrire meno grazia alle proprie tecniche in favore di nuovi trucchi, gesti improvvisi ma mai improvvisati che videro coinvolti calci, pugni, movimenti del capo, nel desiderio di introdurre un fattore di vantaggio in quello scontro, un nuovo addendo utile a rendere iniqua quella situazione troppo equa: nulla di tutto ciò, comunque, servì allo scopo, ritrovando nella controparte sempre una pronta risposta ad ogni sforzo, ad ogni ipotesi d'offesa.

« Devo ammettere che sei un'avversaria degna di rispetto... » dichiarò sottovoce l'altra donna « Non mi aspettavo riuscissi a sopravvivere fino ad ora. »
« Non so chi tu sia, ma la tua sicurezza ti si rivolterà contro! » rispose Midda, scuotendo il capo prima di muoversi ancora all'indietro, a porre spazio fra sé e la propria avversaria « Il tuo aspetto non ti salverà dalla mia condanna. »

La sfida riprese senza esclusione di colpi. Ad un sgualembro dritto veniva offerto in risposta un dritto tondo, ad un montante si replicava con un fendente, ad un affondo veniva concessa una stoccata, in un costante equilibrio di forze che non sembrava poter trovare in alcuna delle controparti speranza di vittoria. Il pugno destro di una delle contendenti venne rivolto al viso dell'altra che ne evitò l'impatto e rispose gettando il proprio ginocchio sinistro contro il fianco avversario, a sua volta fallendo in tale traiettoria; un piede mancino, in un violento calcio laterale, cercò di colpire il mento dell'avversaria, ritrovandosi altresì ad impattare contro la stessa gamba levata in senso opposto. Nella scherma, nella lotta corpo a corpo ed addirittura nelle, poche, tecniche del continente di Hyn che a Midda erano date di conoscere, il combattimento proseguiva inesorabile, forse eterno: per quanto probabilmente alcuna delle due sfidanti avrebbe mai voluto ammetterlo, alcuna fra loro nulla avrebbe mai potuto contro l'altra, in un equilibrio di abilità, di forze ed, anche, di stanchezza che rendeva la situazione troppo omogenea per ritrovare speranza di soluzione.
Ad entrambe, però, il tempo non era donato come lusso da poter sprecare e, nella consapevolezza di quanto tutto ciò stesse portando tremendamente vicini alla morte i bambini, cercarono quasi contemporaneamente evasione l'una dall'altra, dovendo raggiungere soluzione in altro modo a quel conflitto quasi metaforico.

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sabato 28 giugno 2008

170


[Passo 25]

La discesa in direzione del cuore del tempio proseguì lungo quelle scale con un passo sempre più rapido, sempre più deciso, laddove l'evidente assenza di nuovi trabocchetti confermava quel percorso come sicuro, quella via come affidabile. Protetto quale effettivamente era, l'accesso a quella scalinata difficilmente sarebbe stato violabile da parte di estranei, presumibilmente impossibile sarebbe stato vedere blasfemi passi condotti sopra quei gradini rendendo vana la presenza di nuovi dispositivi di morte.
Con ardore indomito, indifferente ai danni riportati fino a quel momento nell'isolare ogni sensazione di dolore comunicatale dal di lei corpo come solo pochi avrebbero saputo fare, la donna guerriero dimostrò in quella rapida discesa il proprio reale valore, la conferma di ogni storia o ballata a lei dedicata attraverso i regni nei quali ella conduceva il proprio cammino. Dei comuni mercenari, di ogni estrazione sociale, di ogni formazione, di ogni terra, al di lei posto avrebbero già gettato la spugna di fronte a quell'impresa, davanti alla certezza di morte offerta in quel tempio dimenticato dal tempo: anche laddove fossero giunti dove lei si era ormai spinta, anche laddove avessero superato le prime insidie, non avrebbero continuato in quella discesa, non trovando alcuna ragione valida per proseguire. Ma ella non era una comune mercenaria ed anche di fronte ad un incarico non forzato come quello che si stava ritrovando ad eseguire, per la salvezza di vite innocenti, non si sarebbe mai tratta indietro: sicuramente il prezzo che lei avrebbe poi richiesto a missione conclusa sarebbe stato più che decuplicato nell'affrontare ognuno di quei pericoli, ma il condurre a termine il proprio compito avrebbe rappresentato una questione di principio, di ideale per ella, esterna ad ogni quantitativo d'oro che successivamente avrebbe ripagato i di lei sforzi.
Diversi si mostrarono attorno a lei nuovi corridoi, nuove uscite da quel percorso in discesa, ma Midda decise di ignorarli, di non inoltrarsi in essi, spinta dal proprio istinto, dal proprio ragionamento sempre più in basso in quel percorso, sempre più in profondità in quell'esplorazione, certa che solo nel punto più lontano avrebbe trovato la meta desiderata.

Prosegui con il [Passo 31].

[Passo 26]

« Avanti... » sussurrò la donna guerriero, roteando attorno a sé la lama nel passare con lo sguardo dall'uno all'altro esemplare di anfesibena, entrambi mortalmente feriti « Non avevate tanta voglia di sgranocchiarmi? Perché ora esitate? »

Ritrovandosi in potenziale posizione di vantaggio rispetto ai propri avversari, Midda non aveva alcuna ragione per spingersi a rischiare nel cogliere l'iniziativa di un nuovo attacco, preferendo altresì il mantenimento della propria guardia lasciando agli avversari la scelta della strategia da tentare contro i lei: nessuna capacità di rigenerazione, del resto, avrebbe permesso di evitare la fine a cui già erano stati condannati. Non avendo alcuna possibilità di ritrovare la salute perduta, sia che essi avessero deciso di gettarsi contro di lei, sia che essi avessero atteso pazientemente una di lei mossa, comunque il tempo avrebbe giocato presto a loro svantaggio, vedendoli spegnersi dissanguati. Restando in costante tensione, non volendosi concedere alcuna imprudenza, la mercenaria continuò ad alternare la propria attenzione dall'uno a all'altro serpente bicefalo, nel mentre in cui essi si muovevano confusamente attorno a lei, evidentemente sconvolti dall'inattesa piega presa da quegli eventi: forse spaventati da ella, dalla morte che quell'inattesa preda trasformatasi in predatore stava loro offrendo, si mostravano incerti nel vagliare le possibilità da perseguire, nel prendere in esame le alternative loro rimaste.
Improvvisamente, senza concedere alcun indizio di tale decisione, uno dei due rettili attaccò con furore il proprio compagno, affondando violentemente i propri corti denti nel lungo corpo in costante movimento: la ferocia di quell'offesa appariva straordinaria e crudele, non concedendo in un primo istante alla donna di comprenderne le ragioni. Ma, nel cogliere la tranquillità dell'altro animale, pur evidentemente sofferente per quel morso che ne stava straziando le carni, ella comprese l'assurda e macabra tattica che i due avversari avevano deciso di perseguire, provvedendo personalmente a compiere ciò che ella si era ben guardata dal fare.

« Maledetti pazzi! » ringhiò la donna, a quel punto, gettandosi in avanti per cercare di impedire il proseguo di tale abominio.

Contro di lei fu la stessa vittima ad offrire opposizione, a cercare di mantenerla lontana dal compagno e carnefice in quell'assurdo gioco di morte: se solo, infatti, una delle due anfesibene avesse tagliato il corpo dell'altra, anche a morsi, quest’ultima avrebbe potuto risorgere a nuova vita, evitando la condanna impostale ed avendo in tal modo la possibilità di rivolgere nuovamente contro la reale nemica i propri sforzi.
La lunga lama dagli azzurri riflessi della Figlia di Marr’Mahew si mosse con destrezza, con agilità, nel cercare di evitare tale alternativa, nel tentare di uccidere tanto la testa che stava a lei rivolgendo le proprie offese quanto quella che si stava sacrificando per offrire ad essa un futuro, ma i movimenti delle due creature si fecero sempre più rapidi, sempre più confusi nella melma sotto i loro piedi, vedendo i due serpentini corpi arrotolarsi l'uno attorno a l'altro, come in una danza d'amore. In tale situazione, in tale frangente, la mercenaria si ritrovò in decisa difficoltà, non potendo rischiare di condurre i propri colpi a caso, non volendo concedere fatalmente nei propri attacchi ciò di cui le avversarie avevano necessità: i di lei riflessi erano perfetti, i di lei movimenti erano rapidi e precisi, ma quelle due serpi stavano giostrando con la propria esistenza, con la propria possibilità di sopravvivenza, spronate in tal senso ad offrire ogni propria risorsa, ogni energia ancora per loro residua. Ella, invece, contro quelle anfesibene, pur impegnando le proprie energie al massimo come sempre, era comunque consciamente ed inconsciamente sfrenata a non avvicinarsi ai propri limiti, laddove il di lei cammino avrebbe richiesto ancora molto da lei prima di concederle il raggiungimento dell'obiettivo sperato.
In quel turbine di movimenti, forse un passo falso della donna oppure un gesto avventato delle due creature, videro interrompere il balletto di morte in corso nell'azionamento di un nuovo dispositivo, di un'altra trappola non diversa da quella che aveva condotto lì ella stessa: l'intero ambiente, in conseguenza diell'attivazione di tale trabocchetto, tremò violentemente, prima facendo perdere il senso dell'equilibrio alle tre vite che in esso combattevano per poi, inevitabilmente, spalancare sotto i loro corpi un'immensa voragine oscura, ad inghiottirli insieme ad ogni altro contenuto putrefatto di quella sala.

Prosegui con il [Passo 28].

[Passo 27]

Midda si ritrovò stupita nell’osservare se stessa dal lato opposto del nuovo corridoio offertole dopo quella svolta, quasi una propria immagine speculare. Tale, invero, non era di fronte a sé, perché se specchio fosse stato la spada sorretta nella propria mancina sarebbe apparsa a destra ed il destro arto di metallo nero avrebbe mostrato i propri rossi riflessi a sinistra: non un riflesso quello a lei donato, quindi, quanto l'immagine di un altro io, di un doppelgänger del tutto simile a lei.

« Sei reale? » domandò, ritrovandosi a dubitare della propria sanità mentale nel percorrere il proprio corpo con lo sguardo come se non le appartenesse più, come se non le fosse più proprio.
« Tu lo sei? » replicò l'altra, o forse lei stessa, nell'osservarla con non meno stupore.

Incerte le due donne avanzarono lente, circospette, assolutamente simmetriche in quei movimenti che videro i piedi di una e dell'altra spostarsi in perfetta armonia, muoversi come fossero comandate da un'unica mente. Spesso la mercenaria si era ritrovata ad affrontare gli inganni di stregoni e negromanti, spesso aveva mosso la propria lama contro orrori inimmaginabili ed indescrivibili, ma mai le era accaduto di porrei il proprio sguardo diretto nei propri stessi occhi di ghiaccio: se colei che la stava ora fronteggiando, che al di lei pari si stava portando verso il punto mediano di quel percorso comune, era frutto di una magia, di un incantesimo inatteso a difesa di quel luogo, doveva ammettere a se stessa sorpresa, come raramente era in grado di subire, come difficilmente aveva affrontato in passato.
La forma del naso, le lentiggini spruzzate su di esso, la cicatrice a solcarne il viso nel lato sinistro, le labbra rosse, i capelli corvini, il collo tornito, le spalle atletiche, il seno prorompente, il tatuaggio azzurro sul braccio sinistro, il metallo attorno al destro, il ventre assottigliato, i fianchi femminili, le gambe muscolose e forti: non un solo particolare si dissociava dalla realtà, non un singolo errore si proponeva in quella copia. I passi felpati, il portamento fiero e felino, l'atteggiamento indomito, il respiro forzatamente controllato nella naturale ansia di quel momento erano riproposti di fronte ad ella al punto tale da dubitare di essere veramente se stessa, di non essere lei la propria doppelgänger.

« Chi sei? » domandò, arrestandosi a pochi passi da ella.
« Sono Midda Bontor. » rispose senza esitazione nella voce, così come lei stessa avrebbe fatto.
« Menti! » replicò stringendo i denti « Io sono Midda Bontor! »
« Sei una folle se pensi di potermi vincere in questo modo... » ringhiò ora « Riuscirò a superare le insidie di questo tempio ed a salvare i bambini a costo di passare sul mio stesso cadavere! »

Se preferisci che Midda attacchi il proprio doppione, vai al [Passo 29].
Altrimenti, se vuoi che ella cerchi un chiarimento, prosegui al [Passo 30].

venerdì 27 giugno 2008

169


[Passo 22]

Scegliere la via a destra, piuttosto che quella a sinistra, appariva completamente indifferente, nell'osservare, forse, due realtà speculari fra loro totalmente identiche. Non avendo ragioni nel preferire un'alternativa a quella opposta, la donna guerriero tirò letteralmente a sorte, finendo per imboccare il corridoio a dritta.
Quel percorso, scelto casualmente, si propose apparentemente tranquillo, sereno, privo di ogni sorta di trappole, di qualsivoglia dispositivo di difesa: la donna guerriero, attraversandolo, condusse i propri passi con prudenza, ad evitare la possibilità di innescare nuovi congegni di morte, ma nulla di tutto ciò parve essere stato predisposto.

« Forse hanno limitato le trappole al livello superiore... » ipotizzò, commentando sottovoce tale teoria.

Muovendosi con discrezione e leggerezza, raggiunse una prima svolta posta sulla destra, ritrovandosi oltre ad essa di fronte ad un lungo ed apparentemente innocuo corridoio. Fino a quel momento nessun tragitto all'interno di quel tempio dimenticato si era proposto come privo di pericolo, ma in quella nuova via i di lei timori si ritrovarono ad essere contraddetti dall'evidenza dei fatti, un'evidenza che la colse in parte spiazzata. L'intero andito fu esplorato senza l'innesco di alcun mortale dispositivo, fino alla terminazione del medesimo posta in corrispondenza di un secondo angolo nuovamente rivolto a dritta. E fu proprio oltre quella curva che il di lei destino si propose in sua attesa, mostrandole la presenza della propria stessa immagine all'estremità opposta di quell'ambiente: ella si trovava in quel punto e nel punto ad esso opposto, osservandosi con aria stupita, con la propria spada in mano, pronta ad affrontare ogni genere di nemico al di fuori di se stessa.

Prosegui con il [Passo 27].

[Passo 23]

Scegliere la via a sinistra, piuttosto che quella a destra, appariva completamente indifferente, nell'osservare, forse, due realtà speculari fra loro totalmente identiche. Non avendo ragioni nel preferire un'alternativa a quella opposta, la donna guerriero tirò letteralmente a sorte, finendo per imboccare il corridoio a mancina.
Quel percorso, scelto casualmente, si propose apparentemente tranquillo, sereno, privo di ogni sorta di trappole, di qualsivoglia dispositivo di difesa: la donna guerriero, attraversandolo, condusse i propri passi con prudenza, ad evitare la possibilità di innescare nuovi congegni di morte, ma nulla di tutto ciò parve essere stato predisposto.

« Forse hanno limitato le trappole al livello superiore... » ipotizzò, commentando sottovoce tale teoria.

Muovendosi con discrezione e leggerezza, raggiunse una prima svolta posta sulla sinistra, ritrovandosi oltre ad essa di fronte ad un lungo ed apparentemente innocuo corridoio. Fino a quel momento nessun tragitto all'interno di quel tempio dimenticato si era proposto come privo di pericolo, ma in quella nuova via i di lei timori si ritrovarono ad essere contraddetti dall'evidenza dei fatti, un'evidenza che la colse in parte spiazzata. L'intero andito fu esplorato senza l'innesco di alcun mortale dispositivo, fino alla terminazione del medesimo posta in corrispondenza di un secondo angolo nuovamente rivolto a mancina. E fu proprio oltre quella curva che il di lei destino si propose in sua attesa, mostrandole la presenza della propria stessa immagine all'estremità opposta di quell'ambiente: ella si trovava in quel punto e nel punto ad esso opposto, osservandosi con aria stupita, con la propria spada in mano, pronta ad affrontare ogni genere di nemico al di fuori di se stessa.

Prosegui con il [Passo 27].

[Passo 24]

Lasciando rapidamente alle proprie spalle quel triste acquitrino melmoso di morte e putrefazione, Midda condusse la propria esplorazione all'interno del cunicolo di scolo, troppo stretto ed evidentemente non predisposto all'utilizzo come passaggio per poter prevedere una qualche illuminazione interna al pari del resto del tempio. Per quanto ella non fosse particolarmente ingombrante, come avrebbe altrimenti potuto essere un guerriero maschio, dovette procedere con cautela in quello spazio ristretto, che attorno alle di lei spalle, vicino alle di lei gambe, si comprimeva in diversi punti, quasi un budello di rocce, opprimendola, sottraendole aria. A causa di ciò che dalla sala rotonda in esso filtrava, lasciandosi scivolare lentamente, inesorabilmente verso il basso, viscoso era il suolo sotto i di lei piedi, insidioso nei pericoli che celava: certamente in quel punto non erano stati predisposti trabocchetti ma, non per tale ragione, in esso era da parte sua accettabile imprudenza, laddove porre un solo passo in fallo avrebbe significato scivolare attraverso quelle rocce affilate, spigolose, taglienti, condannandola non diversamente di qualsiasi altro genere di trappola.

« Thyres… » invocò storcendo le labbra verso il basso e arricciando il naso.

Il fetore, in quel passaggio stretto e praticamente privo di ventilazione, si proponeva tale da far risultare irrespirabile l'aria stessa, rendendo difficile il proseguo in quel percorso, mostrandosi quasi privo di speranza, forse senza uscita: ma se veramente esso fosse stato tale, se veramente non uno sbocco si fosse mai presentato di fronte ad ella, non sarebbe stata giustificata l'assenza di un accumulo di melma in quel punto, non sarebbe stata spiegata la relativa pulizia di esso. Per questo, nonostante sempre più arduo appariva muoversi in quel tratto, mantenendo avanti a sé la spada per essere pronta contro ogni eventuale nemico, ella non si propose esitazioni, non si permise dubbi, continuando imperterrita fino a quando nuova luce non la raggiunse, donandosi attraverso ad un breve, piccolo spiraglio di fronte a lei. Purtroppo, laddove una possibilità di vita le stava venendo offerta in quel raggio luminoso filtrante da una crepa in quelle rocce, evidentemente in collegamento con un altro corridoio, con un altro ambiente di quel tempio, una possibilità di morte le si propose nella forma di due avversari, gettati contro di ella alle di lei spalle in un ambiente tanto ristretto da rendere impossibile l'idea stessa di lotta.
La prima conseguenza di ciò che stava avvenendo coinvolse la di lei gamba destra leggermente arretrata, come tutta quella metà del corpo, rispetto a quella sinistra, sospinta in avanti insieme al braccio mancino nell'impugnare la spada: una morsa violenta, feroce, costituita da piccoli ma affilati denti affondò nella muscolosa estremità, nella di lei carne, nelle di lei comunque femminili forme, lasciandola gridare in maniera istintiva per la sorpresa di quell'attacco.

« Maledizione! » gemette, impossibilitata ad evitare una simile reazione.

Nulla della di lei freddezza, della di lei razionalità in combattimento, venne meno in quel mentre, in quell'urlo spontaneo: al contrario, ella mosse con fredda rapida la propria mano destra verso l'aggressore, stringendone il grosso capo serpentino fra le proprie metalliche dita in un impeto non inferiore a quello contro di lei proposto ed, anzi, spronato in reazione al dolore provato dall'offesa subita. Dopo un istante in cui un equilibrio di forze mantenne incerto l'esito di quella sfida, la carne e le ossa del predatore cedettero sotto l'azione della di lei mano, diventando un'informe poltiglia priva della possibilità di mantenere ancora la presa su di lei. Così liberata di quel primo avversario ed ancora incerta su quanto fosse accaduto, un nuovo attacco colpì la mercenaria all’altezza della spalla destra, nel punto dove il metallo di quell’arto cedeva il posto alla carne mortale.

« Siete insistenti… non riuscite proprio ad accettare il rifiuto da parte di una bella donna?! » domandò con evidente irritazione a quell’assalto continuò, utile solo a stancarla, a farle perdere tempo e concentrazione in quella missione di recupero.

Similmente al rapido scontro appena concluso, ella si ritrovò nuovamente bloccata da ogni possibilità di condurre un'adeguata difesa o controffensiva a causa della ristrettezza degli spazi a lei concessi, che non le permetteva neppure di muovere in propria difesa il braccio sinistro, la mano mancina armata con la propria lama, oppure di ruotare il busto al fine di poter evadere in qualche modo da quell'avversario. Nuovamente, perciò, la di lei sopravvivenza a quel colpo fu offerta dall'azione della mano destra, la stessa che aveva appena posto fine all'altro aggressore e che ora, risollevandosi, cercò di afferrare anche il secondo, sentendolo al contrario, però, fuggire dalla di lei presa, forse temendola, forse cercando un destino diverso da quello che rischiava di perseguire non alternativo a quello del compagno perduto.
Approfittando di quella tregua, della possibilità di tornare a pensare al muro di fronte a sé ed allo spiraglio in esso, la Figlia di Marr’Mahew non volle perdere ulteriore tempo e, concedendosi una forte spinta, gettò il proprio corpo contro la parete, al fine di abbatterla, al fine di allargare il sottile varco attraverso cui, in quel momento, solo uno spiraglio di luce le era concesso.
E la parete cedette, concedendole di rotolare di peso nell'enfasi di quel colpo sopra una serie di scale che, presentandosi a chiocciola, percorrevano una linea verticale in duplice senso, per offrirle la possibilità di ascendere oppure quella di discendere.

Prosegui con il [Passo 25].

giovedì 26 giugno 2008

168


[Passo 20]

L'unica via concessa per la fuga alla donna guerriero sarebbe stata quella che avrebbe condotto verso il cunicolo di scolo, abbastanza vicino a lei per concederle possibilità di evasione da quella misteriosa minaccia: ma se ella avesse voltato le spalle al pericolo, se si fosse ritratta da esso, nulla avrebbe impedito a quella creatura, ammesso che tale fosse, di poterla inseguire a sua volta, di poterla raggiungere e colpire alle spalle in uno spazio troppo stretto per concederle di levare la propria spada, per permetterle di menar fendente contro di essa. Costretta, così qual era, dalla sorte più che da un'esplicita volontà di lottare contro quel nuovo avversario, contro quell'ignoto pericolo, ella si dispose in guardia, allargando le gambe per trovare una posizione più stabile e brandendo la lama, ora con entrambe le mani, per essere pronta a respingere qualsiasi genere di vita, o di non-morte, fosse potuto emergere da quella melma putrefacente.
Ed il pericolo si mostrò balzando fuori dall'ammasso informe di carne marcia a pochi passi da lei, compiendo un balzo attraverso il quale tentò di gettarsi contro la preda, contro il prelibato bocconcino rappresentato dalla mercenaria. Impossibile fu per ella non riconoscerlo immediatamente, per quanto nella propria esistenza non si fosse mai ritrovata a scontrarsi con un essere simile: nel lungo ed affusolato corpo rettile, nella doppia coppia di occhi fluorescenti in tonalità rosso sanguigne, nelle due fauci l'una rivolta a lei ed una ad ella opposta, la sagoma di un'anfesibena apparve terribilmente evidente e chiara. Secondo il mito, tale serpente bicefalo avrebbe potuto raggiungere senza problemi i sessanta piedi di lunghezza e, sulla base di tale informazione, Midda dovette dedurre che colui che la stava fronteggiando in quel momento altro non fosse che un esemplare ancora giovane, nella sua estensione non superiore ai dieci piedi: non avendo tempo per riflettere ulteriormente sul proprio avversario, per richiamare alla mente altri ricordi in merito ad esso, ella mosse con furore la propria spada a solcare l'aria, per colpire di piatto e con forza il capo dell'animale a lei rivolto, a tentare di respingerlo come impugnando una clava.
Colto di sorpresa da quella reazione, il predatore si ritrovò sbalzato lontano dalla propria preda, vedendo un proprio capo leggermente stordito e lasciando, in tal senso, controllo all'altra estremità, all'altra testa che a lei portò il proprio attacco: l'anfesibena, oggettivamente, non appariva diversa da un grosso serpente dotato di due teste su uno stesso corpo, fra esse contrapposte ponendosi là dove dell'una o dell'altra ci si sarebbe attesa la coda. Ancora una volta, però, anche a quella seconda testa ella si limitò ad opporre il piatto della lama, deviandone la traiettoria ed allontanandola nuovamente da sé. Per quanto ella poteva ricordare non avrebbero dovute esserci particolari controindicazioni nel combatterla in maniera diretta, nell'opporsi ad essa con la propria spada, con il filo tagliente di quella lama, ma nell'incertezza data dalla non chiarezza di memorie ella preferì non tentare la sorte tanto audacemente: rivolgere offesa aperta senza sapere a quali conseguenze sarebbe potuta andare in contro in un simile tentativo avrebbe potuto essere particolarmente pericoloso, come il passato le aveva ben insegnato. Memore di una lontana esperienza contro un'idra, la Figlia di Marr’Mahew aveva ben appreso il rischio che avrebbe comportato l'affrontare una creatura leggendaria senza riuscire a ricordare ogni sua caratteristica, ogni suo limite, ogni sua capacità: anche un semplice colpo di spada avrebbe potuto tramutarsi nella peggiore delle alternative, laddove essa avesse permesso all'essere di potenziare le proprie capacità, di trovare in tale gesto non una limitazione, un danno ma, al contrario, un beneficio.
Nel cercare di ricordare quali fossero le caratteristiche dell'anfesibena, ella retrocesse così verso l'unica propria via di fuga, continuando ad impugnare con entrambe le mani la spada bastarda nel seguire con attenzione ogni minimo gesto dell'animale. Esso, del resto, non si fece attendere per troppo tempo, tornando a gettarsi verso di lei, con furore, con rabbia, con ardimento per i due colpi che già aveva ricevuto.

« Necrofago! » esclamò la donna, investendolo nuovamente con la lama di piatto.

L'anfesibena era un animale necrofago, di abitudini generalmente notturne: nessuna particolare capacità era addotta a tale creatura, tranne quella di un'insaziabile appetito che non poteva evitare di tormentarla laddove ciò di cui una bocca si nutriva era immediatamente rigettato dall'altra, in una pena effettivamente priva di speranza. Potendo assorbire in questo modo solo pochissimo nutrimento per volta, essa trascorreva la propria intera esistenza cibandosi una, due, mille volte delle stesse carogne: ciò, in effetti, trovava evidente conferma nell'ambiente di quella sala, in quella melma frutto non solo di normale decomposizione ma, anche, di quell'orrendo ciclo alimentare. Terribili erano, poi, i racconti in merito alla sofferenza a cui sarebbero stati condannati i malcapitati che, ancora vivi, fossero finiti fra le fauci di quell'essere: lentamente, ora dopo ora, giorno dopo giorno, essi sarebbero sopravvissuti venendo digeriti fra mille patimenti, in un'angoscia senza eguali. Fortunatamente per lei, comunque, nulla ricordava in merito a qualche loro particolare capacità ed, anzi, era anche convinta, ora, di aver sentito chiaramente parlare di sopravvissuti ai loro attacchi.
Al quarto tentativo d’offesa, pertanto, la mercenaria condusse con forza la propria lama ad impattarsi per la prima volta lungo il proprio filo tagliente poco sotto una delle due teste dell'animale, decapitandolo di netto ed osservandolo, non senza una leggera soddisfazione, ricadere a terra privo di vita.

Se preferisci ritornare al corridoio principale, vai al [Passo 21].
Se desideri continuare con il cunicolo, prosegui al [Passo 24].

[Passo 21]

Studiando per un momento il corpo troncato in due dell'anfesibena, Midda storse le labbra verso il basso, vedendo rapidamente svanire il senso di completezza appena provato in favore di una scontentezza di fondo per la morte raggiunta tanto rapidamente, per una sfida così priva di reale competizione. Scuotendo il capo e storcendo le labbra verso il basso, ella ripulì la lama della spada contro la propria coscia destra, prima di riprendere il cammino interrotto. Non più si rivolse, ora, al cunicolo verso il quale aveva precedentemente votato, ma, al contrario, verso il corridoio prima rinnegato: invero non erano subentrate ragioni a giustificare un cambio di scelta e, forse, era proprio a causa del senso di incompiuto che stava provando che ella aveva cambiato il proprio obiettivo, volgendosi alla via giudicata come meno promettente, come più pericolosa, nella ricerca di una sfida alla propria altezza.
Le fu però concesso unicamente il tempo di tergiversare nell'intraprendere quella nuova direzione che, nuovamente, i di lei sensi la posero in guardia, richiedendole di prestare attenzione al nemico creduto sconfitto tanto facilmente.

« Thyres... quando sono stupida. » sussurrò, imprecando contro di sé.

Sicuramente complice la stanchezza che non si osava riconoscere ma che, purtroppo, riconosceva benissimo lei stessa, la donna guerriero aveva ricordato solo in quel momento un particolare fondamentale in merito al proprio avversario, alla creatura data troppo presto per morta. Similmente a diverse specie animali anche al di fuori della mitologia, lontane dalle leggende, le anfesibene dimostravano una capacità estremamente utile laddove fossero state tagliate in due di netto tanto stupidamente da un incauto avversario: la rigenerazione. Entrambe le teste, per quanto decapitate l’una dall’altra, avrebbero in questo conservato la propria energia vitale, rianimandosi dalla morte a cui avrebbero altresì dovuto rendere pegno: non la fine dell’esistenza, pertanto, ma l’inizio di una nuova e duplice vita, che in tale atto avrebbe visto originati due diversi esemplari del tutto simili al primo. Non un solo nemico, in virtù di tale potere, di tale capacità, in quel momento si era posto a fronteggiare la donna guerriero, ma due, entrambi dotati di una coppia di teste fra loro contrapposte per un totale di quattro possibili fonti di morte: a quelle, già pericolose, altre sarebbero potute essere presto aggiunte se ella avesse commesso nuovamente l'imprudenza di ucciderle in quel modo, offrendo a quella loro caratteristica la possibilità di agire. L'unica via per terminare in maniera definitiva tali bestie sarebbe stata, pertanto, quella di massacrare entrambe le teste di ogni corpo senza amputarle dal medesimo, senza concedere ai loro organismi l'occasione utile a ritornare in vita, a rianimarsi. Una sfida, in effetti, molto più interessante a cui ella non avrebbe potuto donare nuova insoddisfazione come già era stato in un primo istante.
Facendo saettare la propria azzurra lama, simile ad un fulmine proveniente dall'alto dei cieli, la mercenaria si mosse rapida e decisa contro il primo fra i due avversari il quale, con una delle proprie teste, cercò nuovamente di attaccarla, giungendo frontalmente a lei: senza trovare ostacolo reale in quelle carni, in quella pelle, la spada affondò dolcemente nel cranio offertole in tanto impeto, squarciandone la materia grigia in un'apertura longitudinale alla lunghezza del medesimo. Quell’estremità, prima vitale e pericolosa, ricadde così inanimata, morta, a terra, mantenendosi in tal modo ancora solidale con il collo a prevenire ogni possibilità di ricrescita, ogni rischio di rigenerazione. L'animale, ferito ma non ancora vinto, si ritrasse rapido da ella, mentre il proprio gemello, ancora illeso, si diresse alla di lei volta, deciso forse a vendicarsi di tanta blasfemia nei loro riguardi. Midda non si fece spaventare dall'azione rapida, feroce, predatoria di quel serpente bicefalo, scansando agilmente l'attacco a lei rivolto nel muoversi felina in quella melma di resti umani: approfittando, anzi, di quell'occasione, ella condusse a termine un nuovo fendente preciso ed inevitabile, nell'aprire anche la testa di quella seconda bestia, sita in quel frangente nella parte posteriore di esso, similmente a quella del suo compagno.
Non più quattro ma solo due, così, erano rimasti gli avversari, in corpi fra loro separati ma ormai dotati di una sola testa, entità autonome che, presto, si sarebbero probabilmente dissanguate in conseguenza dei colpi già subiti, anche senza trovare necessità nel proseguo di quella lotta: la mercenaria, però, decise di non desiderare correre ulteriori rischi nel voltare nuovamente le spalle ad esse e, così, si dispose ancora in guardia, a terminare ciò a cui aveva dato inizio in quello scontro anche laddove la fuga le sarebbe potuta essere già garantita.

Prosegui con il [Passo 26].

mercoledì 25 giugno 2008

167


[Passo 16]

Su base circolare, la sala si offriva allo sguardo con un raggio di non meno di trenta piedi per un'area totale amplia almeno quanto l'intera zona superficiale dalla quale la mercenaria era lì precipitata: quell'ambiente, del resto, era evidentemente stato realizzato all'unico scopo di accogliere i resti di tutti coloro che dal piano superiore sarebbero ricaduti all'interno dei diversi pozzi aperti nel soffitto, portandosi a marcire in quella segreta dimenticata dagli dei. Attorno alla donna guerriero, sotto di lei, erano infatti i corpi mutilati, smembrati, putrefatti di tutti coloro che nel corso del tempo l'avevano preceduta nel tentare di violare quel tempio: dai frammenti più recenti, ancora in decadimento, ancora trasudanti la linfa vitale di un'esistenza loro strappata, a quelli più antichi, ormai mummificati nell'alternarsi degli anni, dei secoli forse. Quella carne, quelle ossa, quelle interiora si erano lì accumulate in abbondanza tale da ricoprire interamente il pavimento, creando una consistenza simile al terriccio smosso, alla melma su cui ella aveva creduto di essere atterrata.
Un paesaggio desolante, un incubo concesso in tale visione tanto cruda dall'apparire quasi irreale: per quanto ella fosse abituata alla morte in ogni suo aspetto, tale immagine non poté evitare di contrarle lo stomaco, in una morsa che l'avrebbe portata al rigurgito se solo avesse avuto modo di nutrirsi nelle ore passate.

« Thyres... che senso ha tutta questa morte? » sussurrò, scuotendo il capo di fronte a tanto orrore.

A differenza di ciò che la maggior parte delle persone potevano credere, proprio in quanto mercenaria ella non aveva mai disconosciuto il valore della vita umana e lo spreco di una morte senza giusta causa: certo sarebbe potuto essere discutibile il termine "giusta causa", laddove un adeguato compenso sarebbe stato incluso fra esse, ma anche in tal caso un omicidio non sarebbe mai stato tale senza una valida ragione a giustificarlo, a renderlo legittimo. Al di là di questi pensieri, nella propria lunga ed avventurosa vita Midda aveva avuto modo di incontrare diverse filosofie di pensiero, molte delle quali coonestavano senza problemi quello che, dal di lei punto di vista, sarebbe stato altresì un assassinio gratuito, avvalendosi in tale atto di ragioni di fede, virtù trascendenti a cui nessuno si sarebbe potuto opporre: fede in un ideale, fede in una politica, fede in una religione. Gli eserciti regolari, ad esempio, erano il caso più evidente di tale distorta logica: i soldati di una nazione venivano infatti da sempre decorati e gratificati per le migliori stragi che essi riuscivano a condurre, magari anche contro donne e bambini i quali, nell'ottica di un quadro politico, non risultavano quali vittime innocenti, da proteggere e tutelare al di sopra di ogni cosa, ma come feroci e potenziali nemici del regno, da schiacciare, da distruggere senza pietà. Accanto ai militari, poi, erano ovviamente gli integralisti religiosi, coloro che in nome dei propri dei vedevano la morte quasi come un obbligo: così come folli carnefici erano stati i fanatici che ella aveva annientato recentemente nella palude, non diversi dovevano essere stati coloro che avevano eretto il tempio in cui si trovava ora, che avevano predisposto la possibilità di perpetrare in eterno un ciclo infinito di morte solo per difendere ciò che essi veneravano, solo per proteggere un simbolo di vita al costo di troppe morti. Forse una base di verità era nelle leggende sull'y'shalfica fenice e, forse, in essa era veramente la chiave dell'immortalità: ma se anche tale fosse stata, sarebbe davvero valsa a giustificare una mattanza simile a quella che la stava circondando?
Nel ricordare, però, che non solo quelle vittime erano cadute in tempi recenti per la follia di lord Alidan, la donna si scosse dai propri pensieri, dalle proprie osservazioni, portando lo sguardo a contemplare le diverse possibilità ora a lei concesse nel proprio superamento delle trappole mortali che di certo l’avrebbero nuovamente attesa. Davanti a lei, largo e luminoso appariva un corridoio non diverso da quelli già percorsi al piano superiore, appena rialzato rispetto al pavimento di quel sotterrano di un paio di gradini: tale accesso, forse, in un passato remoto era stato utilizzato dai custodi di quel luogo per raggiungere facilmente quella vasca putrefacente, ad assicurarsi che nessuno fosse sopravvissuto ai trabocchetti ed alla caduta similmente a come aveva fatto lei. Ma tale via non era la sola, sebbene l'alternativa si offrisse meno evidente, meno visibile: sul fronte ad esso opposto, infatti, un altro cunicolo si proponeva, più stretto, quasi claustrofobico nella propria oscurità, tendendo in una direzione evidentemente discendente, forse ad offrire una possibilità di scarico per il lago di morte che lì si poteva troppo facilmente accumulare, utile alla pulizia di quella larga stanza rotonda ormai da troppo tempo non più mantenuta.

Se desideri che Midda intraprenda il corridoio principale, vai al [Passo 17].
Altrimenti, se vuoi che esplori il canale minore, prosegui con il [Passo 18].

[Passo 17]

Affrettando il passo nel lasciare quel paesaggio di sangue e di morte, la Figlia di Marr’Mahew strinse la propria arma, come ad affidarsi completamente ad essa per trovare la forza necessaria, l'energia utile a continuare in quel percorso: non aveva riportato, fortunatamente, ossa rotte nella caduta all'interno del pozzo, ma innumerevoli erano le escoriazioni, i tagli e gli ematomi conseguenti all'impatto con le varie rocce. In quel momento avrebbe avuto bisogno forse di riprendere fiato, di concedersi un istante di rilassamento, sciogliendo i muscoli ed i nervi nella propria consueta attività fisica, quella a cui normalmente si dedicava con cura ad ogni mattina, ad ogni sera, prima di ogni battaglia e che, in quell'occasione, però, le era ovviamente venuta meno: purtroppo il tempo non sembrava concederle tregua ed, ignorando quanto potesse ancora attenderla all'interno del tempio, ella poteva permettersi di sprecare un solo minuto.
Il nuovo corridoio offertole si presentò esattamente come ogni altro affrontato fino a quel momento, mostrando le due fonti parallele di luce sulle pareti laterali insieme agli ormai prevedibili, ma non per questo meno artistici, intarsi e bassorilievi nel marmo bianco: forse in quell'opera erano contenuti i segreti di quel tempio, forse se solo si fosse soffermata ad osservarli, a studiarli con cura, ella avrebbe potuto individuare una via sicura per evitare le trappole lì predisposte, ma ciò sarebbe rimasto per sempre un dubbio.
In quel cammino discreto e prudente, i di lei passi la condussero senza nuovi ostacoli ad uno scontato bivio, che le vide concesse due diramazioni opposte apparentemente identiche fra loro, una sulla di lei sinistra ed una sulla di lei destra.

Se desideri che Midda scelga in favore del corridoio di destra, vai al [Passo 22].
Altrimenti, se preferisci il corridoio di sinistra, prosegui con il [Passo 23].

[Passo 18]

Osservando per un lungo momento la via principale, che a lei si offriva tanto promettente, tanto invitante, la donna guerriero si ritrovò a diffidare della medesima, di quella quiete così facilmente offertale: senza dubbio, in quel percorso potenzialmente attraente, così invitante, nuove trappole non si sarebbero a lei negate, trascinandola in pericolosi turbini d'azione che avrebbe sinceramente preferito evitare. Non stava cercando, infatti, la sfida offerta da esse, quanto il raggiungimento dell'ipotetico cuore di quel tempio, là dove ciò per cui il di lei impegno in esso avrebbe trovato ricompensa. Voltando così le spalle a quel percorso, la mercenaria si incamminò verso il cunicolo minore, verso quel budello di scarico tanto apparentemente angosciante in cui solo un folle avrebbe cercato fuga.
Nel compiere i passi necessari ad avvicinarsi sempre di più a quella via, qualcosa però pose in allerta i di lei sensi, richiedendole di impostarsi in guardia nonostante nulla di vivo sembrasse circondarla: attorno ad ella, infatti, solo la morte putrefacente già osservata si sprecava, in una carneficina tale per la quale neanche uno zombie avrebbe potuto trovare il modo di rianimarsi, troppo disfatti, troppo distrutti quali si concedevano quei cadaveri. Nonostante ciò, improvvisamente, la di lei vista fu attirata verso un punto lontano, quasi sull'estremo opposto della sala, dove un lieve movimento in quella melma di morte evidenziò che qualcosa si stava spostando verso di lei, percorrendo a grande velocità la distanza che li separava.

« Ricominciamo. » sussurrò, storcendo le labbra a denti stretti.

Se desideri che Midda affronti la nuova sfida, vai al [Passo 20].
Altrimenti, se preferisci che tenti l'evasione gettandosi nel cunicolo, prosegui con il [Passo 24].

[Passo 19]

Diversi furono i piedi che alla mercenaria venne concesso di compiere verso il basso lungo quella scalinata circolare in pietra marmorea, nei colori di quel tempio: muovendosi lentamente, con cautela nell'appoggiare ogni piede al gradino successivo, la donna si attese l'insorgere di nuove trappole, di nuovi congegni di mortale pericolosità che avrebbero tentato di arrestare il di lei cammino, di bloccarla forse in eterno nel punto raggiunto all'interno di quell'edificio sacro che la sua blasfema presenza poneva a rischio. Ma nulla di tutto ciò le fu offerto, nulla fu addotto contro di lei, per concluderne precocemente tale esistenza: le pietre di quei gradini parvero restare sempre uguali a sé stessi, così come il panorama che la circondava, accogliendola dolcemente nel proprio abbraccio.
Affidandosi alla propria malafede, a quel sentimento di sfiducia nei confronti del prossimo che da sempre l'aveva aiutata a sopravvivere, per quanto a spesso esso potesse apparire simile a paranoia, ella non affrettò il proprio percorso in discesa all'insorgere di quella situazione apparentemente serena, temendo altresì, in una scelta sbagliata, la possibilità di fallire nella propria missione e di condannare, in tal modo, i giovani ostaggi.

Prosegui con il [Passo 25].

martedì 24 giugno 2008

166


[Passo 12]

Il suono che Midda aveva sentito si propose a lei quale segnale d'inizio per un mortale gioco d'azzardo. Qualsiasi sua azione in quel frangente, o addirittura l’assenza di ogni attività di fronte al pericolo, avrebbe potuto condannarla a fine certa, nel momento in cui nulla le era concesso di conoscere in merito al dispositivo azionato, alla trappola avviata pur senza volontà, pur senza desiderio.
Due erano le possibilità di innesco per quel genere di meccanismi, per quanto l’esperienza della donna le desse occasione di ricordare: la prima prevedeva l'attivazione del trabocchetto al momento stesso del contatto con l'interruttore, nell’istante in cui il di lei peso, in quel caso, avesse gravato sulla mattonella sbagliata; la seconda, al contrario, si sarebbe posta in azione di fronte al di lei tentativo d'evasione dalla medesima trappola, all'allontanamento da quel punto di morte, condannando pertanto la possibilità, per ella, di smuovere il piede dal punto su cui ora era posto. In quell’alternativa comunque desolante, ella scelse di restare immobile, nel confidare sulla possibilità che l'attivazione fosse a rilascio invece che a pressione, in una sfida alla sorte laddove alcun presupposto si proponeva utile ad offrirle indizi sulla natura dell’ordigno.
Ma il fato, in quella scelta, non le fu accanto e la donna guerriero lo comprese quando avvertì un movimento proveniente da sopra il di lei capo.

« Come volevasi dimostrare... » sussurrò a denti stretti.

Una possibilità su due le era stata offerta e lei, umanamente limitata, aveva errato nella scelta, permettendo in tal modo ad un enorme blocco di marmo di essere rilasciato in quel mentre per dirigersi proprio verso di ella, in virtù del proprio peso e dei cardini che lo ancoravano con forza al soffitto come un pendolo. Ed inevitabile, in quel frangente, nella minaccia offerta da quella pietra, fu la di lei azione, non desidendo coinvolgimento con quella mole in moto contro di lei.

Prosegui con il [Passo 13].

[Passo 13]

Nell'istante stesso in cui il piede della mercenaria si era mosso in fallo, andando a sfiorare quella lastra d'azionamento, portando il di lei peso a gravare sull'innesto di quel meccanismo di morte disposto ad impedire l'accesso al tempio a coloro che non ne conoscessero i segreti, la trappola era stata a suo discapito innescata e l'unica possibilità per sfuggire alla stessa sarebbe stata offerta, forse, in un movimento rapido, in uno slancio estemporaneo ed improvviso in avanti.
Come sempre la coordinazione fra mente e corpo, nella donna guerriero, fu praticamente perfetta, vedendo ogni muscolo, ogni membra di quel fisico straordinariamente temprato in troppi anni di battaglie, in molteplici campi di guerra, eseguire azioni in maniera quasi autonoma, praticamente autocosciente, ponendo in essere ciò che ella desiderava ancor prima che la di lei mente potesse avere occasione di ipotizzare tale volontà. In tal modo il di lei corpo si spinse in avanti, evitando con agilità non uno ma una serie di colossali blocchi di marmo che dal soffitto videro partire la propria azione verso di lei, verso colei che stava violando un suolo considerato sacro da coloro che lì li avevano posti in epoche remote. Ed ella si mosse rapida, decisa, perfetta in avanti, in quell'oscurità quasi totale, ormai, che l'avvolgeva, confidando non più nella vista, che avrebbe potuto trarla in inganno, ma negli altri sensi, come già spesso aveva compiuto in passato: nell'udito, il quale le poteva offrire indizi nei suoni di quegli azionamenti, nel tatto, il quale le poteva far percepire gli spostamenti d'aria verso il proprio corpo, ed addirittura nell'olfatto, il quale le poteva trasmettere chiaramente l'odore della polvere e della lieve muffa smosse da quel dispositivo di morte. L'intero ambiente intorno a lei le concedeva chiare informazioni e la mente, in quella complessa sinfonia di precezioni sensoriali doveva limitarsi ad interpretare tutto ciò che le era offerto, tutti quei segni, lasciando al corpo la decisione su ogni movimento da attuare, su ogni strategia da perseguire.
Ma per quanto ella potesse essere rapida, per quanto ella riuscisse ad evitare ogni pendolo di pietra in impietoso movimento contro il di lei corpo in quel buio di morte, nulla le sarebbe stato potuto essere dato di fare in opposizione all'ultima trappola di quella serie, al trabocchetto che si mosse sotto ai di lei piedi prima ancora che essi potessero trovare appoggio e sostegno, spalancando le tenebre di un posso e richiamandola in esso, con voracità, con freddezza, con ineluttabilità.

Prosegui con il [Passo 14].

[Passo 14]

La caduta fu violenta, feroce, tremenda, vedendo la Figlia di Marr’Mahew gettata da un lato all'altro di quel pozzo, contro rocce a volte in innocenti forme arrotondate, altre in taglienti ed acuminati spigoli, contro i quali le di lei morbide curve femminili impattarono senza trovare pietà alcuna. Proteggendosi il viso da ogni pericolo con il braccio destro metallico, ella tentò di mantenere fermo il controllo della mano mancina sulla propria lama, allo scopo non banale di evitare di infliggersi danno con tale arma oltre, ovviamente, al fine di non perderla in quella caduta.
Nulla le fu concesso di esplicitare su quanto tempo o per quanta profondità si protrasse quella voragine, nel mentre in cui ogni colpo di faceva più violento, più pericoloso: se solo il di lei capo fosse impattato contro uno spuntone lì offertole, il cranio sarebbe stato aperto senza sforza, sfondato come un frutto maturo precipitato dal ramo più alto dell'albero. Ma fortunatamente per lei ciò non accadde e, con indubbio merito da parte dell'arto nero, ella riuscì a conservare coscienza e vita fino al termine di quella caduta irregolare, quando con foga impattò in un suolo morbido, quasi accogliente sotto di lei. Immediatamente, nonostante non vi fosse una sola parte del corpo ad offrirle qualcosa di diverso da un allucinante dolore, ella si costrinse a risollevarsi dalla fanghiglia, dalla melma in cui era precipitata, avvertendo in essa non solo il sapore della terra nuda ma anche quello meno piacevole del sangue, di una sangue diverso dal proprio.
A dispetto del pozzo appena percorso, immerso quale esso era nelle tenebre, luce fu nuovamente a lei donata nell'ormai classico dispositivo architettonico predisposto lungo le pareti di quell'ambiente, di quel sotterraneo, permettendole visuale immediata su ciò che la circondava. E tale sguardo fu lontano dall'essere considerato piacevole, anche per chi come lei aveva fatto della guerra e della morte una delle proprie ragioni di vita.

Se desideri che Midda si soffermi nello studiare l'ambiente attorno a sé vai al [Passo 16].
Altrimenti prosegui con il [Passo 17].

[Passo 15]

Sollevandosi da terra, la donna guerriero verificò di non aver riportato eccessivi danni nell mortale trabocchetto appena superato e, tranquillizzata dall'esame compiuto, tornò in posizione di guardia, ancora stringendo la propria lama, per essere pronta di fronte a qualsiasi nuovo pericolo che ora l'avrebbe potuta attendere.
Proseguendo per pochi passi, ritrovò improvvisamente un bivio, nel quale comprese ricongiungersi le tre strade prima separatesi: evidentemente, per ognuno di quei corridoi alternativi, la destinazione finale risultava essere solo una, diretta ad un nuovo livello di penetrazione del complesso del tempio. Cercando di fare mente locale sulla morfologia esterna di quel colle, la donna tentò di comprendere in quale punto potesse ora trovarsi, consapevole che presto avrebbe dovuto obbligatoriamente discendere ad un nuovo sottolivello sotterraneo. Evidentemente l'estensione di quel luogo di culto si proponeva non tanto verso il cielo quanto verso il cuore della terra ed, in effetti, tale situazione poteva conservare un evidente senso logico-religioso laddove la natura delle fenici, lì venerate e protette, trovava la propria essenza nel fuoco, nell'incandescente linfa che gli dei avevano posto al centro del pianeta, lontano dai cieli dove altresì esse volavano: non rivolgendosi all'alto, pertanto, l'edificio sarebbe potuto ascendere, ma guardando in basso esso sarebbe dovuto discendere.

« E fu così che mi attese un bel bagno di lava... » commentò Midda con lieve sarcasmo, proseguendo nell'unica via concessale in quel cammino.

I di lei passi furono mossi con delicatezza, con movimenti equilibrati e, se possibile, ancor più prudenti di quelli già compiuti: l'esperienza della trappola appena affrontata, della morte praticamente certa dalla quale ella aveva trovato fuga, incentivò in lei un comportamento più discreto, un portamento ancor più furtivo. Se le fosse stato permesso di lievitare, ella avrebbe volentieri volato sopra a tale pavimento, così apparentemente compatto, così falsamente coeso, sotto il quale troppi pericoli si celavano per lei, in di lei attesa. In quel lento avanzare, spronato solo dalla consapevolezza del tempo che, inesorabile, scorreva riducendo le possibilità di veder risparmiate le vite dei bambini tenuti prigionieri dalla Confraternita, la mercenaria giunse fino all'evoluzione prevista, presentatale nella forma di una stretta scalinata in marmo, la quale, avvitandosi a chiocciola, si immergeva nel cuore di quel tempio.

Prosegui con il [Passo 19].

lunedì 23 giugno 2008

165


[Passo 8]

Nell'osservare nulla davanti a sé, la donna guerriero comprese di aver compiuto un passo errato quando aveva deciso di proseguire in quella via senza essersi preventivamente concessa il tempo necessario ad analizzare ogni indizio tanto chiaramente offerto, non solo in ciò che era presente ma ancor più in ciò che era assente. La di lei vita, in quel momento, forse sarebbe già potuta considerarsi segnata, a meno di non porre tutta la propria abilità nel seguire i messaggi offerti a lei dai morti, dalla loro stessa morte.
Un tremito leggero nell'ambiente attorno a sé le offrì il segnale che stava attendendo, facendola scattare in avanti, rapida e felina, ad evitare in tale gesto l'apertura di una botola sotto i di lei piedi: l'innesco di quella stessa trappola o, forse, il di lei movimento in avanti, dettero in quel mentre origine ad una reazione a catena nella quale il complesso meccanismo che già tante vite aveva visto falciate e distrutte tornò ad azionarsi, nel desiderio di penetrare le di lei carni con numerose ed affilate lame. Esse, uscendo dalle pareti, dal soffitto e perfino dal pavimento una mortale sequenza, le si proposero innanzi al viso ed alle spalle, cercandola, bramandola, richiamandola a sé: ma ella, quasi come se ne potesse prevedere i gesti, si mosse perfetta, leggera, impegnata in una danza con quelle stesse letali armi di morte, coordinando in simile moto ogni minimo muscolo del proprio corpo in una coordinazione fra mente e fisico priva di eguali. Non divinazione, in realtà, era quella della mercenaria, quanto semplice e straordinaria capacità deduttiva: tale abilità, basandosi sugli spruzzi, sulle macchie, sulle tracce di sangue presenti attorno a sé, le permise di intuire in tempo reale i punti nei quali ogni colpo sarebbe stato condotto a termine, le traiettorie che le impietose lame avrebbero percorso nel seguire ordini impartiti loro in epoche remote e che, per sempre, avrebbero continuato a riproporre immutabili. Non era semplice ciò che stava tentando, più simile ad un gioco d'azzardo che alla realizzazione di una tattica, ma era l'unica possibilità che a tutti gli effetti le si proponeva per la propria sopravvivenza.

« Thyres! » non poté evitare di esclamare quando, nonostante tutta la di lei incomparabile bravura, una lama andò ad accarezzarle la nuca, fortunatamente accontentandosi solo di un ciuffo di capelli corvini senza richiederle altresì l'intero cranio.

Con uno slancio finale, tuffandosi letteralmente nello spazio intermedio a due lame parallele fra loro, Midda rotolò per diversi piedi lungo il marmo finalmente libero da trappole, osservando, prima di arrestarsi in tale movimento incontrollato, una pesante porta di pietra ascendere improvvisamente dal suolo un istante dopo il di lei passaggio alla fine di quel letale percorso.

Prosegui con il [Passo 15].

[Passo 9]

Due avrebbero potuto essere le ragioni principali dell'assenza di qualche umano resto in quel corridoio, nonostante le trappole evidentemente poste nel medesimo a tutela della sacralità del tempio.
La prima, più macabra, era la presenza di una qualche creatura necrofaga, o di un branco di esse, all'interno di quel dedalo, poste in tale perimetro al fine di mantenere pulita la zona dai resti dei malcapitati lì giunti. In tal caso, Midda avrebbe potuto restare relativamente tranquilla laddove raramente animali che vedevano nella propria dieta creature già morte si interessavano anche a causare tale decesso: ovviamente, a simile regola, eccezioni non mancavano, soprattutto nel caso in cui il necrofago fosse lo stesso cadavere vittima di altri necrofagi, mantenuto in uno stato di non morte per intervento di una qualche maleficio. In effetti nel territorio di Kofreya gli esseri denominati zombie non mancavano ed, anzi, infestavano in predominanza assoluta il territorio della palude di Grykoo, ma la mercenaria si sentiva fiduciosa dell'assenza di simili creature in quel luogo, non trovando associazione logica fra essi e ciò che le fenici rappresentavano.
La seconda ragione possibile per l'assenza dei resti di corpi in quel corridoio poteva altresì essere ricondotta allo stesso meccanismo di morte realizzato per la protezione di quel tratto: la presenza di una botola, ad esempio, avrebbe potuto facilmente liberare l'intero settore da ogni resto umano, giustificando pertanto la situazione presente davanti a sé. Purtroppo per la donna guerriero, però, nell'indugio di quell'analisi scoprì a proprie spese di avere perfettamente ragione, quando l'intero complesso sembrò tremare attorno a sé vedendo, in quel mentre, una pesante lastra di marmo levarsi a bloccarle ogni possibilità di fuga alle spalle e, contemporaneamente, il pavimento aprirsi sotto i di lei piedi, tanto rapidamente da non concederle possibilità di evasione.
Nel precipitare all'interno di quell'oscura voragine, l'ultima immagine a lei concessa fu quella di una tremenda serie di lame azionarsi là dove avrebbe condotto i propri passi se non si fosse fermata a riflettere ed, in tale visione, si domandò se il pozzo oscuro sotto di lei stesse realmente offrendole una possibilità e non una nuova condanna a morte.

Prosegui con il [Passo 14].

[Passo 10]

Nel momento stesso in cui ella mosse il proprio corpo oltre l'angolo offertole, un'improvvisa ed inattesa conseguenza la convinse sempre di più di quanto stesse portandosi in trappola con le proprie stesse mani: sul di lei fianco, esattamente dove prima era rimasta per breve tempo appoggiata a studiare la strada che l'attendeva nel riflesso della propria lama, un pesante blocco di solido marmo si mosse dal pavimento verso il soffitto, a bloccare ogni possibilità, per chiunque, di ritornare sui propri passi.
Midda si ritrovò così, volente o nolente, a dover proseguire nella via che aveva scelto.

Prosegui con il [Passo 11].

[Passo 11]

Il nuovo tratto di corridoio offerto di fronte alla donna guerriero si propose esattamente come quello che aveva appena lasciato alle proprie spalle, con medesime proporzioni, con stessa apparente serenità, senza alcuna visibile traccia di trappole o mortali congegni a bloccarle il potenziale cammino.
Mantenendo i propri sensi in tensione, pronta a rispondere ad ogni minimo avvertimento offertole dall'ambiente attorno a sé, la mercenaria riprese la propria lenta avanzata, con passi leggeri e controllati: simile a gatto più che a donna, nei propri movimenti, nei propri gesti, appariva straordinariamente felina, prudente e predatoria allo stesso tempo. La vista, scorrendo in continuo lungo le pareti ai di lei bordi, fu la prima ad avere intuizione della minaccia mortale che già in quel momento stava gravando su di lei, venendo seguita a breve distanza dall'olfatto e dall'udito: sulle pareti, frammischiati agli intarsi di bassorilievi lì proposti, erano apparsi molti fori quasi impercettibili, dai quali un chiaro odore di olio combustibile, non diverso da quello che assicurava l'illuminazione dell'intero ambiente, risultava emesso per essere poi seguito da un lieve suono di liquido in scorrimento.

« Thyres! » inveì la donna, con rabbia, gettandosi in una rapida corsa in avanti, a testa bassa, cercando di spingere ogni muscolo oltre i propri limiti.

L'intero corridoio, nel mentre del di lei passaggio, vide distruttive fiamme scatenarsi dalle pareti, convergendo con impetuoso furore nello stretto spazio centrale per travolgere tutto ciò che sarebbe potuto essere lì presente: per merito di quel fuoco purificatore non una traccia di passaggio sarebbe mai rimasta a sporcare il marmo del tunnel, ad avvertire nuovi blasfemi avventurieri del pericolo lì presente; per colpa di quell'ardore mortale a Midda non era stato concesso indizio di sorta su ciò che l'avrebbe attesa, conducendola ad una possibile e tremenda morte. Ed ora, in una disperata corsa per la vita, la mercenaria impegnava tutto il proprio corpo, nel tentativo di lasciare alle proprie spalle le fiamme che rapidamente prendevano continuamente vita in quel percorso: se solo avesse avuto un'esitazione, se solo fosse incespicata, non avrebbe probabilmente avuto il tempo, l'occasione di comprendere che la sua esistenza sarebbe immediatamente ed impietosamente terminata.

« Maledizione! »

In quel gridò, in quella che sarebbe potuta essere l'ultima parola pronunciata prima della fine, ella vide le proprie gambe tendersi di colpo, nell'offrirsi come una molla e nel gettarla in un lungo balzo, in avanti, a lasciarsi scivolare in quello che apparve come l'ultima parte del corridoio infuocato prima di una nuova svolta a sinistra. Ed in quel ruzzolare incontrollato, ella riuscì a sfuggire alle fiamme, al fuoco, andando a sbattere contro la parete in fondo al corridoio per spingersi rapidamente al sicuro, oltre quell'angolo.
Qualsiasi destino l'avrebbe mai potuta lì attendere non sarebbe stato di certo peggiore rispetto a quello che stava lasciando alle proprie spalle.

Prosegui con il [Passo 15].

domenica 22 giugno 2008

164


[Passo 4]

L'evidenza dell'esistenza di una trappola trovò nella donna guerriero il favore nella scelta di proseguire lungo il corridoio principale: ella, infatti, non poté che preferire quella possibilità, trasparente per quanto letale nel pericolo offerto, ad alternative quali quelle presentate dalle diramazioni laterali, altresì prive di qualsivoglia indizio sulla sorte che in essi l'avrebbe potuta attendere.
Del resto, a volte, anche i morti erano in grado di offrire messaggi ai vivi, pur senza ricorrere alla negromanzia: nel sangue che cospargeva soffitto, pareti e pavimento di quel passo maledetto, ella era in grado di trarre molte più informazioni di quanto ci si sarebbe potuti attendere. Del resto, nel momento in cui della morte aveva fatto parte integrante del proprio lavoro, una certa esperienza con la stessa non le veniva a mancare ed, anzi, nessuna eccessiva difficoltà le si presentò nell'interpretare i sinistri messaggi offerti da quei defunti. Il sangue, per quanto vario ed abbondante, evidentemente donato da molti proprietari, si concedeva in lunghe scie, in chiari spruzzi generati in conseguenza dell’intervento un arma da taglio, di una lama: non diversi, in effetti erano i segni che cospargevano il terreno di qualsivoglia scontro fra due schermidori, al contrario di quelle che sarebbero state le impronte in altro caso. La trappola, quindi, qualsiasi essa fosse, trovava la propria natura dichiarata espressamente in quelle firme di morte, invitando la mercenaria a cercare, a prestare attenzione a qualsiasi genere di congegno che da quelle pareti, da quel soffitto o da quel pavimento sarebbe potuto emergere nel desiderio di smembrare il di lei corpo.
Avanzando lentamente, in posizione di guardia, lungo quel corridoio, allo sguardo ed alla mente di Midda un altro evidente particolare venne concesso, in una macabra rivelazione: nessun corpo, o resto di tale, era lì presente, in conseguenza della violenta morte alla quale era stato sottoposto.

« Thyres... » sussurrò a denti stretti la mercenaria.

Se desideri che Midda torni al bivio, continua con il [Passo 7].
Se desideri che ella avanzi con maggiore decisione, continua con il [Passo 8].
Se desideri, altrimenti, che si soffermi ad osservare meglio la scena, continua con il [Passo 9].

[Passo 5]

Confidando nella maggiore luminosità offerta dal cammino a destra, la mercenaria optò in favore di tale alternativa, preferendola alla via centrale, evidentemente già troppo tentata senza che nessuno avesse avuto la possibilità di riportare successo, ed al corridoio ad esso contrapposto, che proponeva tenebre più fitte ed, in ciò, aumentava le possibilità di finire facilmente in qualche trappola.
Il nuovo corridoio che le si presentò innanzi, così, si offrì in proporzioni ridotte rispetto al precedente, più stretto ed, anche, ridotto nella distanza fra soffitto e pavimento: trovando, comunque, spazio sufficiente per proseguire, ella non esitò ulteriormente, non si offrì altri indugi, avanzando con circospezione sul marmo del pavimento, prestando continuamente orecchio ad ogni minimo suono che avrebbe potuto concederle avvertimento dell’esistenza o dell’azionamento di qualche dispositivo mortale. La via scelta, in realtà, risultava decisamente più inquietante rispetto al corridoio principale, dove le chiare tracce di sangue lasciavano evidenza immediata del pericolo lì presente: l'assenza, in opposizione, di un qualsivoglia segno di passaggio non poteva che metterla maggiormente sulla difensiva, laddove sarebbe stato assurdo ipotizzare che tutti i membri della Confraternita avessero proseguito unicamente per la via maggiore.
Giunta con passi lenti e controllati fino ad una svolta verso mancina, ella si appoggiò di spalle contro la stessa parete sinistra del corridoio intrapreso, per lasciar emergere oltre tale angolo solo la lama della propria spada al fine di poterla usare come specchio, per poter cercare attraverso essa evidenza di qualche pericolo oltre quell’angolo. Nel riflesso offertole nulla sembrò mostrarsi diverso rispetto a ciò che già aveva percorso, non donando ancora una volta la pur minima traccia di qualche precedente visitatore. Ritraendo così la propria arma e respirando a fondo per mantenere il controllo sul proprio battito cardiaco e sulle proprie emozioni, la donna oltrepassò quella svolta per osservare in maniera diretta la via che l'attendeva.

Se desideri che Midda torni al bivio, continua con il [Passo 10].
Se desideri che ella avanzi, continua con il [Passo 11].

[Passo 6]

Osservando con cura le tre alternative a lei offerte, la Figlia di Marr’Mahew decise in favore della via più buia. Proseguire per il corridoio principale, infatti, avrebbe significato gettarsi a testa bassa di fronte ad un pericolo evidente, che ella non temeva ma del quale, al tempo stesso, non poteva concedersi una sottovalutazione, laddove non era solo la di lei vita ad essere in gioco ma anche quella dei bambini rapiti. Scegliere per il passaggio più luminoso non incontrò i di lei favori, nel momento in cui in esso un'eccessiva luce avrebbe dovuto far emergere ogni traccia di trappola, ogni segnale di morte, proponendo al contrario una visuale assolutamente serena, quasi invogliante in tanta tranquillità, donandole pertanto una situazione che non poté evitare di porla sulla difensiva. Della terza diramazione, invece, la donna guerriero riuscì a sentirsi più fiduciosa, ritenendo di poter trovare maggiore protezione in tale semioscurità.
Muovendosi con passi leggeri e felini, ella appariva simile a spettro in quel tempio di morte e distruzione, quasi lievitando sopra i pavimenti tanto delicato era il suo peso su di essi. Il silenzio, in quel mentre, risultò essere praticamente d'obbligo per offrire ogni attenzione sensoriale al benché minimo movimento, al più leggero suono che avrebbe potuto essere segnale del pericolo in agguato. In quel genere di templi abbandonati le trappole, i dispositivi di morte largamente diffusi in essi, raramente vedevano nella propria natura una qualche energia mistica, un potere ultraterreno utile a dare loro vita, a muoverli, ad azionarli: al contrario, essi si presentavano quasi sempre come complicati meccanismi, letali macchine studiate in epoche lontane allo scopo di porre fine all’esistenza di chiunque avesse tentato di oltrepassare perimetri considerati inviolabili, sacri, protetti nei secoli successivi alla loro costruzione. Agendo pertanto con le giuste precauzioni e la corretta preparazione, un guerriero esperto avrebbe normalmente potuto riconoscere ed aggirare anche i marchingegni peggiori: in virtù di adeguate precauzioni e sufficiente preparazione, nel momento in cui Midda avvertì un lievissimo rumore secco, fu subito consapevole di aver compiuto un passo falso, azionando un qualche interruttore posto sul pavimento sotto ai di lei piedi.
Ed, in quel mentre, in quel suono sordo, il tempo sembrò arrestarsi nel richiederle la necessità di un'immediata reazione a tale incauto gesto.

Se desideri che Midda resti immobile, continua con il [Passo 12].
Se desideri che ella si getti in avanti, continua con il [Passo 13].

[Passo 7]

Il rendersi conto dell'assenza di corpi morti nel proprio cammino, una consapevolezza raggiunta sicuramente in tempi troppo lunghi, non trovò alcuna approvazione nella mercenaria che, di fronte ad una simile situazione, dovette sinceramente riprendere in esame i passi compiuti fino a quel momento. La scelta di proseguire in quella via già chiaramente percorsa in tragica morte dai propri predecessori non apparve più alla di lei mente come la soluzione migliore: nel momento in cui il sangue avrebbe potuto facilmente trovare spiegazione in un meccanismo a lame, diverse erano le possibilità utili a spiegare la sparizione dei cadaveri mutilati e nessuna fra esse la rendeva entusiasta.
Ma prima che ella potesse compiere un movimento evasivo, prima che ella potesse tentare di retrocedere per ritornare al bivio e scegliere per una delle altre alternative, una tremenda vibrazione minò il di lei equilibrio, vedendo in tale fremito, in tale scossa, una pesante parete in solido marmo scorrere rapidamente dal basso verso l'altro alle di lei spalle, per serrare completamente il corridoio.

« Maledizione! » inveì la donna, nell'assistere a quell'inaspettata evoluzione dei fatti.

In quel movimento, nell'impulso che aveva visto sigillata l'uscita alle di lei spalle, ad ella non sarebbe stata comunque concessa possibilità di fuga, laddove non dall'alto verso il basso era stato il tragitto predisposto per il blocco di pietra, sotto il quale avrebbe forse avuto l'occasione di tentare di scivolare, ma dal basso verso l'alto, sicuramente ad impedire tale eventualità. Ritrovatasi in trappola, Midda non ebbe comunque la possibilità o il tempo di riprendere l'analisi della situazione in cui era sfortunatamente precipitata, per decidere in quale modo proseguire nell'esplorazione del tempio, quando un nuovo ed improvviso cambiamento nell'architettura del medesimo vide il pavimento sotto ai di lei piedi aprirsi rapidamente ed impietosamente, fagocitandola in una tenebrosa voragine priva di speranza.

Prosegui con il [Passo 14].

sabato 21 giugno 2008

163


[Passo 1]


Impugnando la propria lama con freddezza ed autocontrollo e roteandola appena attorno ai propri fianchi come a verificare il corretto bilanciamento della medesima nonché la scioltezza dei propri movimenti, la donna guerriero sospirò un istante prima di avanzare verso la grande soglia d'ingresso al tempio sotterraneo: riportata alla luce dalle macerie della rocca e dalla terra compatta delle sue fondamenta grazie, probabilmente, al duro lavoro dei mercenari della Confraternita del Tramonto posti servizio del vecchio pazzo chiamato lord Alidan, essa si proponeva imponente sopra di lei nei propri marmi venati di rosso.
Chiunque avesse eretto quella porta, in epoche tanto remote da precedere probabilmente l'insorgere dello stesso regno di Kofreya, aveva posto in tale lavoro un talento artistico privo d'eguali. Con una forma classica, modellandosi in un arco tondeggiante sorretto da due pilastri squadrati, la pietra di quell'edificazione si proponeva intarsiata con un'incredibile cura di dettaglio, come scalpello avrebbe mai saputo operare, come occhio umano avrebbe mai saputo incidere: lungo tutta la superficie di contorno alla soglia, un misto di alberi e fiamme si proponeva in infinite foglie ed indecifrabili zampilli, allungandosi in vorticosi avvitamenti verso il cielo. Ognuna di quelle foglie, ognuna di tali fiamme, offriva proprietà artistiche pressoché uniche ai di lei occhi, abituati nonostante tutto a riconoscere la cura di un'opera d'arte quando le si proponeva innanzi: non un'imprecisione era presente in quel ritratto della realtà, e laddove anche fosse, essa sarebbe stata solo a riprendere l’imperfezione stessa della realtà. Nelle venature delle foglie, nel soffio del vento che sembrava lambirle e giocare con le fiamme lì accanto, la vita ed i suoi elementi erano stati ritratti con veridicità assoluta, tale da lasciar pensare non tanto ad una scultura, ad un bassorilievo, quanto ad un momento di esistenza fissato nella roccia in eterno, forse in conseguenza di un qualche incantesimo pietrificante o, forse, al passaggio di una gorgone. Nella parte superiore dell'arco, poi, le foglie e le fiamme andavano trasformandosi per conformarsi in un'altra figura comune, quasi essa sorgesse da tali piante e tale ardore o, viceversa, che quella vita vegetale e quel fuoco da tale figura derivasse. E l'immagine così formata era quella di una fenice. Una maestosa, potente, meravigliosa y'shalfica fenice.

Se desideri che Midda si soffermi nell'osservare il bassorilievo vai al [Passo 2].
Altrimenti prosegui con il [Passo 3].

[Passo 2]

Dedicando maggiore attenzione alla scultura, alla donna guerriero si ritrovò a poter studiare quello che sembrava essere un perfetto studio anatomico dell'animale, una rappresentazione assolutamente priva di ogni possibilità di errore che, al pari delle foglie e delle fiamme, si proponeva con un realismo tale da non permettere di ipotizzare un umano lavoro in tanta perfezione.
Simile a molti uccelli ed a nessuno al contempo, la fenice si proponeva fiera ed energica in quella posizione nascente: con un'apertura alare non inferiore ai sei piedi, vedeva il proprio corpo, in proporzioni simili a quelle di un falco, generato e composto di puro fuoco, come se ogni di lei piuma fosse, altresì, una fiammella viva e brillante. Sul capo, un lungo becco adunco la caratterizzava insieme a due profondi occhi e ad una cresta, ovviamente rispendente in fuoco ardente, che da essi si levava fino ad un collo, simile a quello di un cigno e lungo oltre un piede e mezzo: la guaina cornea a protezione della sua bocca, insieme al globi oculari della creatura, si proponevano forse come le sole parti non infuocate in tutto quel corpo, nel mentre in cui anche le zampe, là dove ci si sarebbe attesi di poterle individuare, non risultavano visibili attraverso le fiamme. A concludere quella rappresentazione, così meravigliosa eppur così terribile, era una lunga coda, che rimandava all'idea di un pavone, forse troppo intrecciata con le altre decorazioni per poter risultare in effetti chiara allo sguardo.
La mercenaria osservò con silenzio ed interesse assoluto tale rappresentazione, provando a proiettare la propria immaginazione nel renderla viva, nel porla infuocata davanti a sé: in quelle forme, in quelle proporzioni, essa non si proponeva certamente pericolosa come altre mitologiche creature da lei affrontate in passato, ultimo fra tutti l'ippocampo, ma quel corpo incandescente lasciava largo spazio a legittimi dubbi. Nel momento in cui, come il di lei temporaneo mecenate, se tale poteva essere definito, desiderava sperare, quel tempio sotterraneo si fosse veramente rivelato quale un luogo di nidificazione per le fenici, ella avrebbe dovuto fare i conti con nuovi e tremendi avversari, in grado di trasformarla cenere e polvere solo con la propria presenza, con il proprio calore, senza necessità di un combattimento reale. E, forse, solo nell'indugio offerto in quel mentre, in quella sosta iniziale nell'osservazione del bassorilievo, ella avrebbe potuto ritrovare una possibilità di sopravvivenza e di vittoria, laddove, ovviamente, tale opera non derivasse da semplice fantasia ma da qualcosa di più.

Prosegui con il [Passo 3].

[Passo 3]

Scuotendo il capo e ritornando a contatto con il mondo reale, Midda varcò, finalmente, la soglia offertale.
Oltre quel perimetro d'ombra, un tremendo odore di muffa e di morte apparve disposto in sua attesa, colpendola immediatamente con violenza: se il primo ingrediente di un simile fetore derivava dall'antico passato e dal retaggio di un luogo rimasto sotterrato per troppo tempo, il secondo elemento risultava invero moderno, nuovo a tale realtà, conseguenza quasi certa dei tentativi di profanazione di tale sacro perimetro da parte dei membri della Confraternita.
Lasciando ai propri occhi il tempo di abituarsi al diverso livello di luminosità del tunnel, si accorse della presenza di un ingegnoso meccanismo utile all'illuminazione di quelle gallerie, probabilmente ideato dagli stessi costruttori di quel tempio e riportato in azione dai suoi recenti scopritori. Su entrambe le pareti del corridoio che le si offriva innanzi, in una larghezza di circa cinque piedi per un'altezza di sei, erano stati ricavato dei piccoli canali utili allo scorrimento, in essi, di qualche liquido infiammabile, forse olio: offrendo pertanto una scintilla di vita a tale inerme sistema, esso avrebbe iniziato ad ardere in maniera autonomamente controllata diffondendo luce in ogni diramazione di quella costruzione sotterranea, alimentandosi da una non meglio precisata fonte, probabilmente naturale, che non ne avrebbe permesso lo spegnimento. Le pareti del corridoio nel quale ella aveva iniziato a muovere i primi passi, si concessero simili in tutto e per tutto al varco d'ingresso, componendosi in marmo di rosso venato e presentando un complesso di bassorilievi pressoché continuo, per osservare e studiare il quale la donna guerriero avrebbe potuto impiegare intere settimane, forse mesi, fallendo in quel modo nel proprio obiettivo.
Quella di Midda era, del resto, ancora una lotta contro il tempo, organizzata da un folle tanto ossessionato da lei da comprenderne, purtroppo, troppo bene la mentalità come pochi altri mecenati, amici o nemici, riuscivano a fare: se solo, infatti, si fosse comportato come la maggior parte dei lord, egli si sarebbe limitato a tentare di comprarla, di acquistarne i servigi, probabilmente fallendo in tale proposito non essendo lei una qualsiasi mercenaria, non essendo lei simile a quella carne da macello denominata Confraternita del Tramonto. Al contrario, egli era ricorso al ricatto, come solo tentavano coloro che ben sapevano di non poterla piegare a sé, di non poterla sottomettere ai propri desideri e capricci, colpendo, come di consueto, coloro che le erano vicini e che, invero, rappresentavano forse l’unica debolezza, o la sola umanità, in lei. Non avendo comunque ella la possibilità di gettare il proprio tempo in quell'arte pur tanto incantevole, tanto perfetta, strinse con decisione la propria spada nella mancina, continuando in quel prudente avanzare.

« Con qualche finestra in più ed un po' di puzza in meno sarebbe sicuramente un'occasione residenziale irrinunciabile... » commentò con tono ironico, muovendosi in passi leggeri, felpati nella stoffa che costituiva i suoi calzari « Magari per la vecchiaia potrei pensare di trasferirmi qui, ammesso di raggiungere la vecchiaia. »

Dopo breve tempo, dopo non troppi passi condotti su quel marmo pregiato, Midda si ritrovò ad osservare il primo di quella che, non escludeva, sarebbe stata una lunga sequenza di bivi, all'interno dei quali la di lei vita non avrebbe mancato di essere decisa come in ogni tempio sperduto che si era ritrovata a visitare nella propria esistenza.

« Perché nell'antichità non si costruivano normalissimi edifici con un corridoio bello largo ed una sola grande sala centrale? » si domandò, scuotendo il capo prima di osservare le alternative offerte.

Davanti a lei il corridoio proseguiva inondandosi di sangue, appena rattrappito contro le pareti e sul pavimento, annunciando chiaramente la presenza di qualche mortale dispositivo già sperimentato da coloro che avevano avuto lo sciagurato compito di precederla in quell'impresa. E nulla, ovviamente, di una simile trappola appariva evidente.
Sulla di lei sinistra e sulla di lei destra, altresì, due corridoi ad esso perpendicolari si diramavano da quel punto: l'uno sembrava offriva maggiore oscurità rispetto al quanto presente nella via principale mentre il suo contrapposto si poneva in maggiore luminosità. In alcuno dei due, però, si concedevano tracce di sangue o di altri mortali trabocchetti.

Se desideri che Midda prosegua nella direzione principale, continua con il [Passo 4].
Se desideri che si avventuri nel corridoio di destra, continua con il [Passo 5].
Se desideri, altrimenti, che scelga la via a sinistra, continua con il [Passo 6].