Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 31 luglio 2008

203


A
quelle parole fu la donna guerriero, per la prima volta, a contestare la correttezza di una delle affermazioni della sua anfitrione, scuotendo il capo e sorridendo divertita: « E qui ti sbagli. Non è il desiderio di vendetta a spingere le mie azioni, a guidare la mia mano. ».
« Quale ragione, quindi, è quella da cui riesci a trarre tanta forza, tanta determinazione nelle tue azioni, tanta convinzione nel tuo animo al punto da arrivare a varcare di tua spontanea iniziativa l'ingresso al nostro mondo, a ciò che tutti gli altri temono? » domandò Sa-Chi, aggrottando la fronte seriamente interessata di fronte a quell'affermazione « Quale motivazione ha spinto il tuo corpo oltre ogni limite non solo nel sopportare le torture a te inflitte ma anche nel trovare la volontà di combattere ancora di fronte all'imminenza di un mortale pericolo sulla tua vita? »
« E quali sono state le ragioni per voi, tali da spingere quella sorta di bestia umana contro di me? » inarcò un sopracciglio la donna guerriero, con evidente sarcasmo nella voce.
« Jodh'Wa non ti avrebbe mai fatto del male. » scosse il capo la giovane albina « Egli ha agito unicamente allo scopo di mett… »
Ma quella frase non riuscì ad essere conclusa, nel momento in cui un grido richiamò l'attenzione di entrambe verso l'esterno di quella stanza, di quell'abitazione, con un semplice e chiaro messaggio: « Alle armi! »

Nel corso dello scambio di spiegazioni fra le due, la nera cittadella vulcanica si era ritrovata ad essere sotto assedio, sotto attacco, da parte di un gruppo di una fazione avversa. Lo scenario così proposto fu quello di una vera e propria battaglia, per nulla inferiore alle guerre del mondo esterno: attorno alle mura dell'insediamento, circa cinquanta fra uomini e donne erano apparsi con scale ed armi sempre ricavate dalla pietra lavica, per forzare l'ingresso allo stesso, per violarne le difese, mentre dall'interno i membri della comunità di Sa-Chi si erano disposti in forze a creare una linea compatta al di sopra di quel confine, impegnandosi nel tentativo di respingere ogni invasore, scagliando all'indietro le scale ed ingaggiando duelli corpo a corpo contro gli aggressori che, nonostante tutto, fossero riusciti a giungere a loro. Non fragore metallico riempiva l'aria, sostituito qual era dal sordo scontro di pietra contro pietra, di roccia contro roccia, in un effetto assolutamente insolito nell'esperienza della mercenaria, non abituata a quel genere di armi, a quelle lame quasi prive di filo eppur ugualmente letali nell'essere in grado di sfondare un cranio senza sforzo in conseguenza di un fendente non parato oppure di trapassare un cuore da parte a parte in conseguenza di un affondo condotto a termine: rumori diversi, quindi, per narrare uguali storie di lotta e di morte, simili in ogni parte del mondo. Il sangue non poté evitare di iniziare a scorrere copiosamente in tale contesto, sprizzando soprattutto dai corpi della comunità, dei difensori in quella battaglia, evidentemente in una condizione minoritaria in termini di forza, di combattività rispetto ai propri avversari: gli aggressori, infatti, stavano mostrando chiara esperienza nell'arte della guerra e dell'omicidio, dando ragione a quanto spiegato giorni prima dalla stessa Sa-Chi, nel presentare il punto di forza della propria gente nel numero, in contrasto alla violenza di altri gruppi, di altre realtà. Purtroppo, dati simili presupposti, l'unico destino che agli abitanti della cittadella poteva essere offerto era quello della morte: fra essi, infatti, pochi si presentavano in grado di tenere testa agli invasori, primo fra tutti questi era ovviamente l'albino dalla pelle tigrata, Jodh'Wa.
Egli si muoveva rapido come il felino verso il quale sembrava aver dedicato la propria esistenza, saltando da un lato all'altro della cinta muraria per colpire, trafiggere, squartare i corpi avversari maneggiando contemporaneamente due pesanti spade in pietra, ad opporsi alle armi nemiche, alla loro violenza con forza uguale se non maggiore. Le sue azioni erano fluide, continue, dimostrandosi quali quelle di un instancabile guerriero: difficile sarebbe stato credere che egli potesse essere nato all'interno del Cratere, senza ricevere un addestramento alla scherma, alla lotta, all'assassinio nel mondo esterno, se non fosse stato per il suo stile, assolutamente unico agli occhi esperti della donna guerriero. Ella poté, in quel momento, vederlo finalmente all'opera senza più le inibizioni che lei stessa aveva intuito al momento del loro primo ed unico scontro, finalmente apprezzandone la grande destrezza, l'agilità, che lo trovavano a volteggiare fra gli avversari: impugnando la spada a sinistra nel giusto verso ed a destra all'incontrario, mantenendo la lama, o presunta tale, contro il proprio avambraccio al duplice fine di poter sia difendere il proprio corpo, usandola non diversamente da uno scudo, sia concedersi la possibilità di offesa contro ogni nemico, egli falciava senza pietà in gesti irrefrenabili ogni corpo che davanti a lui si presentava. Da un punto di vista meramente personale, Midda non poté non giudicare positivamente quello stile, quella tecnica, che trovava spesso il fisico possente dell'uomo posto a pochi pollici dal suolo, permettendogli nonostante la sua mole di schivare la maggior parte dei colpi avversari per poter altresì portare a segno i propri, con freddezza, con controllo assoluto, agendo senza rabbia per quanto evidentemente quella situazione avrebbe potuto scatenare tutta la propria ira, la propria emotività, nel vedere ferire ed uccidere compagni e compagne attorno a sé: egli risultava essere un combattente sinceramente temibile, degna umana rappresentazione del predatore felino da lui scelto nella composizione formata dai propri tatuaggi.

« Continueremo dopo il discorso… » disse la Figlia di Marr'Mahew verso la ragazza « Sembra che il fato mi voglia offrire la possibilità di dimostrarvi il perché del mio nome. »

Senza attendere risposta, senza prendere in considerazione l'ovvia e banale realtà che probabilmente in quella terra nessuno poteva conoscere la dea Marr'Mahew, signora della guerra negli arcipelaghi ad occidente di Kofreya, Midda scattò in avanti, decisa ad approfittare di quella battaglia per mettere alla prova il proprio corpo, per poter comprendere quanto si fosse realmente risanata dalle proprie ferite, dai mali che affliggevano il proprio corpo: aveva ben compreso la lezione impartitale ed ora desiderava poter essere certa del proprio stato di salute prima di lanciarsi nuovamente a testa bassa nel proseguo della propria missione, dovunque essa l'avrebbe condotta, ed alcun modo le sarebbe mai potuto essere concesso migliore rispetto a quello, in confronto ad una battaglia viva e reale come quella che ora la circondava.
La prima mossa che da lei risultava evidentemente necessaria per poter fronteggiare i propri eventuali avversari era l'impossessarsi di una lama, di una spada: quella donatale da parte di Lafra, fabbro di Konyso'M, era infatti stata preventivamente affidata ad un uomo di fiducia nel momento in cui aveva preso la decisione dell'attuazione di quel piano, non desiderando che, nel corso del medesimo, essa potesse esserle requisita e, successivamente, dispersa nelle mani di chissà quale signore locale. In una situazione pari a quella che la circondava, in effetti, il problema del reperimento di un'arma era decisamente fine a se stesso dove, raccogliendo semplicemente una qualsiasi spada gettata al suolo da un precedente proprietario ormai morto avrebbe risolto tale questione: così, senza porsi esitazioni di sorta, ella si gettò a strappare una spada da un uomo ormai caduto in battaglia, non avendo neanche la possibilità di comprendere se esso potesse essere stato parte della comunità o degli aggressori, non avendo, invero, ragione di porsi simile dubbio, laddove egli ormai era morto e non avrebbe avuto la possibilità di reclamarla per sé. Facendo roteare la strana arma attorno al proprio corpo, ella cercò di comprenderne gli equilibri, così diversi da tutte le spade che conosceva, che le erano normalmente proprie, che appartenevano al mondo da cui ella proveniva, quasi alieno alla realtà in cui si era volontariamente gettata.

« Thyres… » commentò quasi perdendo il controllo sulla lama in tale atto, tanto essa le risultava estranea « Come è possibile che riescano a combattere con queste? Sembra di reggere una stalattite in mano… »

Ogni domanda, però, restò priva di risposta nel momento in cui la di lei attenzione venne richiamata da un primo avversario, un uomo che, gettandosi dall'alto degli spalti, si avventò senza un istante di incertezza, senza un solo momento di esitazione contro di lei, brandendo fra le mani una spada del tutto simile alla sua: il tempo della battaglia era giunto ed ora nessun altro dubbio poteva esserle concesso, nessun ulteriore indugio poteva da lei essere proposto, dovendo lottare nuovamente per la propria vita, per la propria sopravvivenza, ad ogni costo.

mercoledì 30 luglio 2008

202


A
ccettando non entusiasticamente l'offerta di Sa-Chi, laddove da ella in quel momento si ritrovava a dipendere per il proseguo della propria ricerca, della propria missione, Midda si lasciò condurre ad una camera da letto, essenziale nel proprio arredamento, nella propria struttura, ben lontana dalle comodità di una normale stanza.
Il materasso, se tale poteva definirsi, era costituito da un sacco di canapa rigonfio di un'imbottitura decisamente solida, simile a sabbia, della quale la mercenaria ipotizzò essere pietra lavica frantumata al punto da risultare ridotta in polvere allo scopo di essere utilizzata in tale modalità per offrire una qualche idea di morbidezza, per interporsi fra la struttura stessa del letto in roccia compatta ed il corpo di colui o colei che lì avrebbe cercato riposo. Abituata a dormire direttamente sul terreno, ella non trovò alcuna ragione per la quale lamentarsi, per cui ritenersi insoddisfatta, anche se il vero piacere, sinceramente gradito al di là di ogni dissenso esistente fra lei e la comunità, risultò giungere nel momento in cui i guaritori promessi dalla giovane albina arrivarono a lei, ad offrire cura e ristoro alle di lei piaghe, alle di lei ferite, al di lei corpo provato da tutto ciò che era avvenuto fino a quel momento. Per oltre una settimana ella accettò remissiva ogni attenzione offertale, per quanto non riuscisse a comprendere l'origine di quelle medicine, degli ingredienti per le pozioni studiate da quegli uomini e da quelle donne al fine di ottenere quanto utile alla rigenerazione di quella carne straziata: in tale tempo, in quei sette giorni, la maggior parte delle ferite aperte sulla chiara pelle della Figlia di Marr'Mahew videro le proprie infezioni curate ed il processo di cicatrizzazione avviato con pieno successo. Non fu un periodo semplice, per quanto massimo impegno le venne concesso da parte di tutti in misura decisamente maggiore di quanto potesse considerarsi meritato: trascurate troppo a lungo, sforzate oltre ogni misura anche nell'ultimo scontro con Jodh'Wa, le di lei membra erano infatti risultate seriamente compromesse, al punto lasciarle credere nella sincerità delle parole offerte dalla ragazzina, nella promessa, nella previsione di una possibilità di annientamento, di una certezza di prematura fine.
Quella sua incoscienza nella cura del proprio corpo stava effettivamente diventando un di lei grave difetto, un reale punto debole: nel momento in cui la di lei mente si convinceva della necessità di compiere una determinata azione, nulla sembrava essere in grado di distrarla da tale pensiero, neppure le scariche di puro dolore che ogni parte del di lei corpo si ostinava ad offrirle, per metterla in guardia dal pericolo imminente, dal fato pendente sopra il di lei capo come la lama di una mannaia. Già troppe volte si era portata volontariamente e stupidamente vicino alla morte nel non volersi concedere possibilità di riposo, nel non voler permettere al proprio corpo di arrestarsi, di non incedere oltre nella follia di un'azione ininterrotta, quasi a rifiutare la propria umana natura di fronte all'esigenza di andare avanti, di continuare nel proprio cammino a testa bassa. Ma come in una battaglia il di lei maggior punto di forza derivava dalla consapevolezza dei propri limiti, dal riconoscimento della propria mortalità, così anche nella vita doveva iniziare a considerare simili limiti e tale mortalità, accettando di non poter dichiarare guerra ad un intera realtà carceraria dopo esser rimasta per settimane sotto il peso, sotto il giogo di pesanti catene.
Nonostante tutto, però, dopo una settimana per la donna guerriero restare costretta a letto aveva iniziato ad essere insopportabile. Nella mattina in cui Sa-Chi fece a lei volontariamente ritorno, evidentemente soddisfatta da quanto occorso, dai risultati da lei raggiunti in un tempo tanto breve, per adempiere alla propria parte dell'accordo, per poter finalmente spiegare qualcosa in più in merito al proprio rapporto con Tamos, ritrovò pertanto la propria ospite impegnata nella ripresa dei propri quotidiani esercizi fisici, da troppo tempo interrotti: essi, del resto, adempivano anche all'utile funzione di mettere alla prova la propria forza, la propria resistenza, il proprio reale ed attuale stato a seguito di tanta immobilità e tante piaghe.

« Come ti ho accennato, Tamos è giunto fra noi da breve tempo, ultimo prima di te ad entrare nel Cratere. » iniziò a raccontare la giovane albina, dopo essersi accomodata su una sedia per non interrompere o ostacolare lo svolgimento delle azioni che la mercenaria stava compiendo « Non ha voluto raccontare nulla di sé o del proprio passato e noi non abbiamo insistito, comprendendo di come egli non desiderasse riportare alla memoria gli spiacevoli eventi che qui l'avevano condotto: un comportamento del resto comune alla maggior parte dei nuovi giunti. »
« E' un assassino. » sottolineò con freddezza Midda, posta in piedi a gambe aperte, continuando a piegarsi ritmicamente in avanti a tendersi una volta verso la gamba desta ed una verso quella sinistra, dedicandosi in simili movimenti ai muscoli della schiena e delle gambe ed alla loro flessibilità.
« Tu non lo sei, forse? » domandò l'altra, piegando appena il capo di lato, guardandola con curiosità.
« No… sì… ma uccido solo se ho una ragione per farlo. » rispose, correggendosi con sincerità in quell'affermazione.
« Ti sei mai pentita per uno solo dei cadaveri che hai lasciato lungo il tuo cammino? » incalzò la ragazzina.
« Se non erro ti avevo chiesto di evitare queste tue prediche. » disse la donna guerriero, tentando di concludere quel discorso prima ancora che potesse avere inzio.
« Sono sempre stata molto brava a comprendere l'animo delle persone, anche di quelle più introverse, meno propense al dialogo. » continuò a quel punto l'altra, concedendole quella replica senza protrarre ulteriormente la discussione fra loro « Forse, in passato, il suo comportamento è stato quello di un assassino, ma quando l'ho conosciuto io, nel suo sguardo, nel suo cuore, era solo pentimento e frustrazione, angoscia e dolore, ben diverso da ciò che ci si attenderebbe in un omicida: solo per egli ho temuto in quei primi giorni, ritrovando in lui un chiaro desiderio di autodistruzione, di suicidio. »

La mercenaria ascoltò in silenzio quelle parole, passando dai piegamenti a delle ritmiche torsioni del busto verso destra e verso sinistra, tirando in ciò, contemporaneamente e rispettivamente, anche il braccio destro ed il mancino contro il petto con quello opposto ad ogni movimento, ad ogni rotazione.

« C'è voluto molto tempo per permettergli di integrarsi fra noi, per fargli superare le proprie inibizioni, ma alla fine Tamos è diventato uno dei nostri migliori elementi, impegnato oltre ogni misura in ogni nostra attività, pronto a dare la vita per ognuno di noi in qualsiasi momento… » spiegò Sa-Chi.
« Desiderio di espiazione? » domandò la Figlia di Marr'Mahew con un palpabile sarcasmo nel tono di voce.
« Probabile. » ammise l'albina « Ma un simile desiderio non è forse segno di pentimento verso le azioni del proprio passato? »
« Dove è ora? » decise di tagliar corto la donna guerriero, puntando alla sola principale informazione che le interessava conoscere « Hai detto che è stato catturato… »
« Non ho detto questo. » scosse il capo la ragazza « Ho solo detto che è partito all'inseguimento dei nostri avversari, ma del suo fato nulla mi è purtroppo dato di sapere, nulla mi è concesso di conoscere. »
« Come pensi che io possa crederti? » negò la mercenaria, riprendendo fiato al termine degli esercizi « Potresti star offrendomi tutto questo come una trappola. Continui a nascondermi la verità, dopotutto… »
« Cosa ritieni che io ti stia nascondendo, Figlia di Marr'Mahew? » chiese con evidente stupore, aggrottando la fronte, non riuscendo a comprendere a cosa si stesse riferendo la controparte.
« E' stata una bella storiella quella che mi hai raccontato… decisamente breve e retorica… »
« Breve solo perché mi hai interrotta. » sottolineò l'altra, interrompendola rapidamente.
« … ma con tutto questo, con tutta l'ignoranza che continui a sottolineare nei confronti di Tamos e del suo passato, come potevi sapere che io ero giunta qui per lui? »
« Semplice logica ed esperienza. » sorrise Sa-Chi, apertamente ora verso l'interlocutrice « Come ti ho detto fin dal nostro primo incontro, la forza del tuo spirito, la determinazione della tua mente, sono risultati per me evidenti al di là di ogni tuo tentativo di dissimulazione dei medesimi. Ma, al di là di questo, credi veramente di essere stata la prima a raggiungere il Cratere spinta solo da intenti di vendetta? Il mondo da cui provieni difficilmente prende in considerazione la possibilità di perdono, la riabilitazione dei propri condannati, e per questo la maggior parte delle sentenze prevedono direttamente la morte oppure qualche forma di estrema violenza… »
« Ne so qualcosa… » commentò sottovoce, quasi fra sé e sé, portando involontariamente la mano sinistra ad accarezzare il braccio destro in nero metallo.
« ... ed in virtù di tanta sete di sangue, molti sono coloro che qui giungono, pronti a rinunciare alla propria libertà pur di avere la possibilità di trovare la soddisfazione non concessagli dai magistrati, dalla giustizia della propria provincia, del proprio regno. » continuò la giovane, con assoluta serenità « La stessa soddisfazione che cerchi anche tu. »

martedì 29 luglio 2008

201


I
l tempo sembrò arrestarsi all'interno di quella stanza di fronte al nome di Tamos: emergendo da un recente passato, quelle cinque lettere identificavano un marinaio della Jol'Ange, la goletta appartenuta al capitano Salge Tresand. Quest'ultimo era stato un antico amante della donna guerriero in una giovinezza lontana, in un'epoca che appariva remota, ponendosi precedente ad ogni attività mercenaria, precedente alla perdita del di lei braccio destro, precedente allo sfregio sul di lei occhio sinistro: un'altra Midda Bontor era ella all'epoca, un'altra donna, una fanciulla sicuramente già ricca di coraggio, di audacia, di forza d'animo al pari di quella presente, ma più ingenua, più innocente nei confronti della vita e del mondo. Tamos, in effetti, non aveva prestato servizio nel periodo in cui lei restò imbarcata: un diverso equipaggio occupava la Jol'Ange in quel tempo, diversi volti, diversi nomi tutti ugualmente al servizio dell'unico capitano che su quel ponte mai avesse meritato quel nome, quel grado, tutte persone che successivamente avevano incontrato immeritatamente e prematuramente la conclusione del proprio destino. Solo Salge e Midda erano sopravissuti fra coloro che avevano costituito l'equipaggio originale della goletta, almeno fino a quando anche il primo, ancora al comando della propria nave, non aveva trovato morte, ucciso indegnamente, assassinato alle spalle da un traditore. In tale infame atto, l'omicida aveva desiderato unicamente colpire la stessa mercenaria, in nome di una ben nota mandante, di una figura maledetta appartenente da sempre alla vita della donna guerriero, un'ombra oscura che sul di lei destino amava gravare al punto tale da arrivare ad infiltrare propri fedeli come agenti dormienti in attesa del di lei ritorno ai luoghi, agli ambienti appartenenti al proprio passato, ai propri affetti, al proprio cuore. L'assassino, chiamato Ron-Hun, non aveva agito da solo, ritrovando proprio in Tamos un complice, un compagno, un fratello di morte, partecipe al piano che aveva previsto lo sterminio di tutto l'equipaggio della nave davanti agli occhi di Midda, allo scopo di puro e semplice sadismo verso di ella: laddove il primo, però, aveva trovato immediatamente morte per mano di Av'Fahr, fratello di Ja'Nihr, altra vittima di tali tragici eventi, del secondo ella nulla aveva più saputo, divisa quale si era ritrovata ad essere dalla nave e dai compagni proprio alla resa dei conti per colpa di una violenta tempesta.
Ella nulla aveva più saputo almeno fino a poche settimane prima, quando nel ricercare informazioni sull'attuale posizione della Jol'Ange, impresa tutt'altro che semplice nelle difficoltà di comunicazione attraverso non solo i vari regni ma addirittura le varie province di uno stesso regno, aveva altresì ritrovato una chiara indicazione nei confronti di quel carcere segreto nella Terra di Nessuno, del Cratere, come lì era chiamato, in riferimento proprio a Tamos. Nulla le era stato dato di sapere sul come o sul perché egli avesse ricevuto una simile condanna ma, nonostante tutto ciò le fosse apparso chiaramente quale l'ennesima trappola posta a suo discapito, la mercenaria non si era potuta ritrarre, non aveva potuto evitare di elaborare il piano, semplice ma efficace, che l'aveva vista raggiungere il proprio obiettivo, alla ricerca di qualche notizia, di qualche ragguaglio in merito al destino della goletta e dei sopravvissuti su di essa, fra i quali anche Camne Marge, una ragazzina salvata alcuni mesi prima dalla palude di Grykoo verso la quale aveva offerto promessa di ritorno a casa, in un'isoletta sita al largo della costa nord-occidentale del continente.

« Cosa sai in merito a Tamos? » scattò in piedi la Figlia di Marr'Mahew, serrando i denti alla volta della propria interlocutrice.

Quel nome, gettato davanti a lei in maniera del tutto innocente, quasi casuale, non poteva essere ignorato o, tanto meno, apprezzato: Sa-Chi, per quanto poteva riguardare il di lei sguardo, si era appena svelata nei propri inganni, nella malizia di quell'aspetto e di quel comportamento tanto cortese eppur colmo di falsità, laddove evidentemente molto doveva sapere a di lei riguardo per giungere a quel traguardo, a quella conclusione inattesa.

« Ti prego… non c'è bisogno di offrire violenza… » invitò la ragazza, levando le mani in segno di immediata resa « … nessuno qui intende farti del male. »
« Scusa… ma mi viene difficile da credere alla luce dei segreti che volevi tenermi nascosti. » commentò la donna guerriero storcendo le labbra verso il basso « Soprattutto se conosci quel figlio d'un cane. »
« Sinceramente non ritengo di aver celato nulla ad alcuno. » sorrise tranquilla l'albina « Se avessi tenuto nascosto qualcosa non avrei neanche accennato quel nome, non credi? »
« In che rapporti sei con Tamos? » incalzò la mercenaria, non accettando ulteriormente quei giochetti psicologici da parte dell'interlocutrice.
« E' un membro di questa comunità… » ammise tranquillamente l'altra, riabbassando le mani sul tavolo con un movimento lento, per non rischiare che tale gesto potesse apparire d'offesa nei di lei riguardi « … ed è stato l'ultimo a giungere qui prima di te. »
« Dove è? Dove si nasconde quel farabutto? » chiese a denti stretti Midda, stringendo entrambi i pugni al punto tale sbiancare le nocche della mancina nella tensione addotta « Parla! »
« Non è qui, se questo desideri sapere. » rispose Sa-Chi, scuotendo il capo « A seguito di un'incursione da parte di un gruppo nostro avversario, lui è partito da solo per cercare di riappropriarsi del frutto del nostro lavoro, sottrattoci con la forza. »
« Menti! »
« Che ragioni avrei per mentire? » scosse il capo la ragazza « Ti prego: non so cosa può aver fatto Tamos contro te o contro i tuoi cari, ma non è nell'ira che troverai le risposte che cerchi. »

A quel rimprovero, per quanto stanca, provata e, per questo, decisamente più propensa alla perdita di controllo di quanto non fosse solitamente, la donna non poté evitare di riconoscere la veridicità di simili parole, la correttezza di quelle affermazioni: stava perseguendo un comportamento che non le era proprio, lasciandosi trascinare dalla propria collera, dalla rabbia per i tragici eventi occorsi che, in quelle lunghe settimane, in quei mesi, non si era mai concessa, nella perdita di un antico amante e di una nuova amica, morti per le quali l'unico capro espiatorio risultava essere rimasto proprio Tamos. Razionalmente, invero, ella si rendeva perfettamente conto di quanto quel giovane tranitha fosse probabilmente a sua volta una vittima del proprio mandante, di colei che tanto era stata in grado di plagiarlo: se in Ron-Hun, infatti, mai aveva percepito senso di rimorso, di ripensamento per ciò che aveva compiuto, da Tamos, nel cuore della tempesta che l'aveva gettata con violenza lontana dalla goletta, aveva ricevuto un vibrante, apparentemente sincero, dolore, rimpianto, sentimento di colpevolezza. Al di là dell'ira provata, ella non poteva così negarsi il dubbio che, in assenza di Ron-Hun, il giovane non avrebbe mai tradito i propri compagni, il proprio capitano, ed in virtù di tale incertezza, ella si impose la calma, tornando ad accomodarsi al tavolo, imponendo al proprio respiro un ritmo lento, controllato, in movimenti profondi del diaframma.

« Grazie. » sorrise Sa-Chi, annuendo a quel gesto, a quella silenziosa risposta da parte della donna.
« Accetto il tuo suggerimento, ma non ritenere di poter avere in questo la mia fiducia. » sottolineo la mercenaria « Per sperare di guadagnartela, dovrai offrirmi qualcosa di tangibile. »
« Ti dirò tutto ciò che è in mio possesso in merito a colui che cerchi… » annuì la ragazza « Così che tu possa comprendere chi è il giovane che io ho conosciuto, probabilmente molto diverso da chi tu pensi egli sia ancora. »
« Risparmia queste le tue filosofie per chi desidera ascoltarle. » suggerì Midda, socchiudendo gli occhi.

Levandosi dalla propria posizione, l'albina si diresse verso di lei, per poi sfiorarle piano le mani prima di sollevarle dal tavolo, rigirandole delicatamente verso l'alto, nel porre in tale gesto in evidenza una ferita superficiale, un'abrasione più che un vero e proprio taglio, conseguenza del blocco da ella imposto sulla spada lavica di Jodh'Wa, non equiparabile come filo ad una lama di metallo: l'ennesima delle numerose ferite che, più o meno infette, piagavano la di lei pelle, il di lei corpo, in maniera orrenda.

« Concedimi quanto ti ho domandato prima e ti eviterò ogni predica. » propose, tenendo le mani di lei fra le proprie « Riposa la tua mente… permettici di curare il tuo corpo. O, nella strada che sembri decisa a percorrere, troverai solo la tua distruzione, il tuo inevitabile annientamento. »

lunedì 28 luglio 2008

200


« A
vete avuto modi originali per offrire il benvenuto in questo vostro Cratere… » commentò freddamente ed ironicamente Midda, verso la ragazza albina a capo di quella comunità.

Sa-Chi, con questo nome si era presentata ella, dopo aver offerto il proprio benestare alla mercenaria aveva trasferito ogni ulteriore dialogo, ogni possibile discussione lontano da quell'ingresso, osservato altresì con diffidenza, con timore da tutti gli elementi del gruppo propostosi di fronte alla donna guerriero. Era evidente come, rinchiuse lì da anni se non dal momento della propria stessa nascita, la maggior parte di quelle persone non poteva provare buoni sentimenti nei confronti di quel varco, entrata ma anche uscita che sapevano di non poter attraversare, oltre la quale per loro sarebbe stata solo morte certa dove per il resto dell'umanità era altresì un intero pianeta da popolare, da vivere, ricco di realtà a loro ignote. Fiumi d'acqua scroscianti, vivaci nelle rivoluzioni delle proprie onde, nello spumeggiare della propria schiuma, di quella spuma bianca e frizzantina che sulle labbra avrebbe offerto solo freschezza, gioia, allontanando per sempre ogni sensazione di sete, sciogliendo per sempre le piaghe da volti troppo disidratati quali solo potevano essere quelli della realtà di un simile carcere; sconfinati oceani di erba verde, di alberi eretti quasi sprezzanti verso il cielo, mossi da aria fresca, che fra quelle foglie, fra quei rami portava vita e speranza, accarezzando grossi e meravigliosi frutti maturi, ricchi di polpa morbida, tale che solo appoggiata fra le labbra avrebbe rilasciato tutto il proprio dolcissimo gusto, la propria più intima essenza, simile ad un incredibile danza di sensi, all'inebriante piacere di un momento d'amore; mari, mari infiniti, straordinari, potenti, indomabili, inviolabili, che all'uomo richiedevano rispetto ed ammirazione, che al mortale avrebbero concesso solo fredda condanna in assenza di ciò, ricompensandolo altresì con tonnellate di guizzanti e gustosi pesci, con carni tenere, morbide, ricche di gusto eppur leggere, che alcun gravio avrebbero imposto sul corpo, alcun peso avrebbero imposto alla mente nella propria digestione, nel divenire tutt'uno con colui o colei a cui si sarebbero sacrificati: queste e molte altre immagini, così consuete, così scontate per ogni abitante del mondo, per coloro che quotidianamente erano a contatto con tali meraviglie, apparivano quali ricordi lontani per la maggior parte di quei condannati o, peggio, solo delle memorie tramandate oralmente, dei racconti quasi fantastici, quasi leggendari, difficili a cui credere.

« Ti chiedo di voler comprendere le nostre ragioni… » rispose con un sorriso apparentemente sincero la giovane, offrendo verso di lei un bicchiere d'acqua, quale segno di fiducia.

Non vano era, in effetti, quel gesto, quella condivisione con la nuova giunta, nel momento in cui all'interno del cratere acqua e cibo risultavano essere le risorse più rare, più preziose, difficilmente raggiungibili, faticosamente conquistabili. Non essendo possibile la vita vegetale su un terreno similmente avvelenato, non essendo proponibile l'idea stessa di una coltura agricola su quelle rocce calde e porose, animate solo dal fuoco della distruzione e non dall'acqua della vita, anche la semplice idea di una raccolta dei frutti della natura o del tentativo di aiutarne la nascita appariva un'assoluta utopia. Ma se alla necessità di alimentazione, nonostante tutto ciò, dei ferrei turni di caccia riuscivano a sopperire, non senza difficoltà, non senza pericolo di entrare in contrasto con altre fazioni del Cratere, anche solo per poter stringere fra le proprie mani uno scarafaggio o una lucertola più grossa, più polposa, ricca di carne per loro assolutamente gustosa laddove per altri sarebbe risultata improponibile, immangiabile, l'acqua restava un reale problema. Ciò che in altre parti del mondo veniva tranquillamente sprecato anche dalle fasce più povere della popolazione, lì appariva quale un bene tanto raro per l'assenza del quale interi gruppi, vaste comunità, potevano trovare morte, quando il cielo per troppe settimane, per mesi interi addirittura, rifiutava di offrire loro la propria pioggia: solo attraverso essa, infatti, solo grazie a bianche e generose nuvole che sopra il cratere decidevano di rilasciare il proprio ricco contenuto, gli abitanti di quella prigione, i condannati, potevano trovare possibilità di dissetare le proprie gole riarse, bagnare le proprie labbra infrante dalla disidratazione, solo attraverso quel dono del cielo essi potevano avere possibilità di bagnare la propria pelle, lavare il proprio corpo, laddove l'acqua raccolta in quei rari eventi non avrebbe mai potuta essere altresì sprecata per simili futili motivi.

« Le comprendo. » confermò la donna, mentre nei di lei occhi di ghiaccio le pupille si restringevano quasi fino a scomparire all'interno delle iridi.

Dal punto di vista della Figlia di Marr'Mahew, ipotizzare che una simile figura potesse aver raggiunto il livello di capofila all'interno di un gruppo di quella prigione, nella folla che davanti a lei si era raggruppata al suo arrivo, appariva inverosimile anche per chi tanto aveva visto e tanto aveva vissuto fino a quel momento, prima di quel giorno: se la ragazza avesse avuto tre, quattro, addirittura meglio, cinque volte tanto l'età dimostrata, avrebbe offerto meno dubbi, meno incredulità nel proprio ruolo. Ma in quel modo, in quella situazione, comprendere in virtù di quali capacità, di quale carisma una creatura tanto giovane poteva aver guadagnato il diritto al comando risultava assolutamente difficile, se non forse impossibile e proprio per tanta difficoltà, per una simile ed inverosimile gerarchia di comando, nella mercenaria sospetto e prudenza non poterono evitare di essere spontanee, mettendola in guardia dagli eventuali falsi presupposti che quell'aspetto avrebbe potuto generare, dai pregiudizi positivi o negativi che nei confronti di quella ragazza sarebbero potuti erroneamente derivare, portando ad una sottovalutazione o ad una sopravvalutazione della medesima.

« Bene… » sorrise ancora Sa-Chi, portandosi a sedere di fronte alla propria ospite.

Nel mentre di quel discorso, la donna e la ragazza erano sole all'interno di quella che presumibilmente doveva essere l'abitazione personale della seconda, in un bizzarro soggiorno che trovava al proprio interno ogni mobilio, ogni suppellettile, ogni realtà derivata dalla roccia lavica. A seguito dell'allontanamento dall'ingresso al Cratere, Midda era stata condotta dai propri nuovi anfitrioni verso un villaggio sito non lontano da quel luogo, forse inizialmente nato come un accampamento temporaneo che, nel corso del tempo, era cresciuto in dimensione e solidità: una cittadella eretta nell'unico materiale a loro disposizione, grazie alla nera e porosa pietra che, tagliata e scolpita nella forma di mattoni, aveva visto vere e proprie abitazioni sorgere sopra il paesaggio assolutamente spoglio, piatto, desolante di quell'immensa piana, racchiuse addirittura all'interno di una bassa cinta muraria, segno evidente di come il conflitto fra comunità anche in quei confini non mancava, non veniva meno ed, anzi, forse raggiungeva una violenza addirittura superiore a quella normalmente immaginabile. La disperazione, la mancanza di speranza di gente condannata a vita, o addirittura prima dell'inizio stesso della propria vita, trattenuta all'interno di un ambiente morto, destinati a perire per lo più di fame o di sete, poteva facilmente spingere l'animo umano allo stremo, in un mondo che, comunque, difficilmente offriva valore all'umana esistenza.

« Visto che ormai possiamo considerarci in amicizia, perché non mi racconti qualcosa di te, Figlia di Marr'Mahew? » propose la giovane, non volendo far morire ogni possibilità di dialogo fra loro, cercando, altresì, una comunicazione, forse addirittura una confidenza in lei.
« Non ho molto da dire. » rispose l'altra, facendo spallucce, sminuendo la realtà « Sono una condannata come chiunque altro sia giunto prima di me o come chiunque altro giungerà dopo di me. »
« Tu dici? » domandò la ragazza, appoggiando i gomiti al bordo del tavolo ed il mento sopra le mani così unite a sorreggerle il viso « Eppure non hai lo sguardo di una condannata, non hai il portamento di una condannata, non hai l'animo di una condannata. Il tuo spirito è forte ed ogni fremito della tua pelle tradisce questa sicurezza, questo potere interiore. »
« Parole immeritate le tue. » replicò con indifferenza simulata la donna, rimproverandosi di aver tradito tanto la propria posizione nelle proprie azioni « Non sono nulla di diverso da ciò che sembro… »
« Una donna guerriero? » interruppe l'anfitrione.
« Una donna stanca, ferita, piegata da catene troppo pesanti che sulla mia pelle e sul mio corpo hanno lasciato il proprio mortale segno. » corresse ella, storcendo le labbra verso il basso.
« La tua stanchezza scomparirà nel riposo che troverai in uno dei nostri letti, le tue ferite saranno sanate dai nostri guaritori. » comunicò con assoluta serenità la giovane, apparendo al contempo estremamente ingenua e tremendamente sagace, proponendosi degna di ogni rispetto e di ogni sospetto in ciò « Ma non tentare di ingannarmi proponendoti come piegata nel tuo animo, che tanta forza sa emanare anche in questo momento, in contrasto alle parole che proponi. »

Midda restò in silenzio a quelle parole, socchiudendo appena i propri freddi occhi, inquisitrice e predatoria allo stesso tempo, non riuscendo ad inquadrare quella ragazza, non riuscendo a comprenderla, a comprenderne il ruolo, il carattere, la mentalità e, soprattutto, gli scopi che evidentemente ed obbligatoriamente stava proponendosi in tutto ciò.

« Perché ti preoccupi per me, Sa-Chi? » chiese ella, chinando lo sguardo verso il bicchiere d'acqua offertole prima di prenderlo e portarlo alle proprie labbra, sorseggiandone il contenuto lentamente, in segno di rispetto per un simile dono.
« In questa terra vi sono due modi per sopravvivere: essere i più forti o essere i più numerosi. » spiegò tranquillamente la ragazza « Il nostro gruppo è quello che cerca di essere il più numeroso, per opporre la pienezza delle nostre schiere alla forza dei nostri avversari. »
« I vostri avversari? » domandò la mercenaria, fingendo ingenuità.
« Altri gruppi di carcerati, di detenuti, che non accettando la possibilità di vivere serenamente questa reclusione, di cercare la pace in questa terra, preferiscono continuare nel cammino che li ha condotti a questa condanna. » continuò l'altra, con semplicità « Ma avremo tempo per parlare meglio di questi argomenti, di questioni di questo genere, dopo che ti sarai riposata. Ed allora, magari, proverai a spiegarmi in che rapporti sei con Tamos… »

domenica 27 luglio 2008

199


« C
he dire… grazie? » rispose Midda, osservando ancora sospettosa il proprio interlocutore.

Nei di lui rossi occhi risultava difficile riuscire a cogliere un qualche segno di umanità, per quanto indubbiamente egli fosse uomo, respirasse come un uomo, si muovesse come un uomo, parlasse come un uomo e, molto probabilmente, pensasse come un uomo. Fu proprio in virtù di quest’ultimo fatto, nella vasta conoscenza che la mercenaria aveva dell’animo umano e delle sue sfaccettature, nell’esperienza derivante dalla vita e dall’attenta osservazione della stessa, dallo studio di ogni proprio amico e nemico, di ogni persona conosciuta e di tutte quelle mai presentatele, che ella ebbe la possibilità di cogliere in quello sguardo altrimenti spiazzante un lieve fremito, una rapida contrazione, segnale inequivocabile dell’imminenza di un’azione, di un movimento desiderato come inatteso da parte di lei. Mortalmente rapido fu così il di lui braccio destro, nel levarsi armato del pugnale nero e diretto con esso alla gola della donna, in un montante fulmineo che avrebbe potuto ritrovare la di lei trachea squarciata di netto prima ancora che un solo battito di cuore fosse potuto terminare: il movimento di lui ricercante la di lei morte, non trovò però alcuna carne, alcun sangue ad attenderlo, laddove nel mentre di tutto ciò ella si gettò all’indietro, a sfuggire dalla morte certa con un semplice ma altrettanto rapido ed elegante movimento.
Una nuova battaglia aveva avuto inizio e nel sangue di Midda, nelle di lei vene, fu l’adrenalina ad essere spinta con violenza estrema, ad inebriarla concedendole un nuovo ed improvviso controllo sul proprio corpo martoriato, offrendole insensibilità al dolore che già provava al fine di proteggersi da nuova sofferenza e morte.
L’albino, contrariato nel fendere l’aria con il proprio pugnale, mosse la propria spada in un rapido tentativo di affondo, a raggiungere colei che gli era appena sfuggita ma che, nuovamente, scartò anche quell’attacco con maestria ed assoluto controllo, mantenendo le braccia conserte sotto ai seni e limitandosi, in ciò, ad un gioco di gambe, ad un movimento controllato del proprio corpo sufficiente a veder la lama nera spingersi nel vuoto ma volontariamente limitato al punto tale da ritrovarla accanto a sé, con sprezzo e determinazione. Sbilanciato quale egli era a seguito di quel gesto, non fu in grado di offrire altra offesa se non dopo aver recuperato il proprio baricentro in posizione più ottimale, riportandolo all’interno della propria area d’equilibrio.

« Come ho detto non mi interessa combattere, né contro di te, né contro altri. » sancì la mercenaria, approfittando di quel momento di sosta per parlare « Ma non renderò conto delle mie reazioni di fronte ad un nuovo tentativo d’offesa da parte tua. »

L’uomo, quasi contemporaneamente a quelle frasi, in evidente mancanza di ascolto verso le medesime, fece roteare la propria spada stretta nella mancina attorno al corpo, prima di scattare improvviso in un fendente, solcando l’aria dall’alto verso il capo della donna guerriero: ella, senza scartarlo ora, levò le proprie mani al cielo, chiudendole di piatto attorno alla lama di pietra diretta contro di lei nel catturarla al volo in tale movimento, fra la carne della propria mano sinistra ed il metallo della destra. L’avversario sorrise a quella presa, forse per ammirazione verso di ella, forse per semplice gioia nel ritrovarla là dove voluta, dove desiderata, prima di muovere nuovamente il pugnale verso il ventre di lei, pronto ad aprirlo senza pietà, a sbudellare la donna con freddezza quasi pari a quella da ella dimostrata nel difendersi fino a quel momento: inaspettatamente per lui, però, fu ancora ella a ritrovarsi in posizione di forza, piegando di colpo l’intera spada catturata verso il basso per difendersi con la stessa dalla lama più corta, forzando, non senza dolore da parte di egli, la di lui stretta attorno all’elsa dell’arma stessa per raggiungere tale obiettivo. E prima che egli potesse rendersene conto, un violento calcio lo sospinse all’indietro, privandolo della propria spada e lasciandolo spiazzato dalla rapidità di quel passaggio, che vide così la donna, prima disarmata, impossessarsi di quella lunga lama in pietra, muovendola con la mancina nel cercarne un equilibrio.
Offrendole in ciò un nuovo sorriso, egli scosse il capo a quel tentativo di lei, ben consapevole di quanto le proprie armi fossero estremamente diverse, nella concezione, nelle proporzioni, nel peso, da quelle del mondo esterno mai conosciuto e, per questo, praticamente impossibili da gestire con tanta immediatezza da parte di chi non ne aveva abitudine. Approfittando dell’attenzione di ella rivolta al tentativo di domare quella lama, l’albino si gettò nuovamente in avanti con il proprio pugnale, in un movimento che lo vide piegato verso suolo, simile ora più che mai ad una grande tigre bianca, fiera e pericolosa. La Figlia di Marr’Mahew, cogliendo quel nuovo attacco, lanciò da parte la spada effettivamente per lei risultata inservibile, per poi scartare nuovamente il tentativo d’affondo di egli e rivolgergli, ora, un montante diretto al mento con il proprio pugno di metallo, lucente nei colori neri e nei suoi classici riflessi rossastri. Indubbiamente quella tigre umana non era un avversario banale ed ella, dentro di sé, si ritrovò ad essere praticamente certa che nessuno di quegli attacchi fossero realmente rivolti al desiderio di una di lei affrettata dipartita: al contrario, si poteva considerare fiduciosa di come tutto quello non fosse altro che parte di una prova, un esame per comprendere se e quanto ella si potesse meritare il diritto a sopravvivere in quella terra bruciata. Per questo, nell’occasione offertale di colpirlo, la donna guerriero evitò volontariamente di rivolgere la violenza del proprio colpo là dove avrebbe potuto anche ferirlo o ucciderlo, addirittura dosando la forza di quel pugno nel desiderio di non creare troppe ossa rotte. E, nonostante tutto, l’impatto fra il metallo di quella mano e la carne e le ossa di quel volto fu inevitabilmente violento, vedendo l’uomo gettato a terra lontano da lei senza possibilità di difesa, senza speranza di opposizione.
Quasi stordito da quel secondo attacco, se primo si voleva considerare il calcio, egli restò piegato a terra per qualche secondo, non solo nel silenzio della sua avversaria, tornata ad incrociare le braccia sotto ai seni, dimostrando con essi un respiro solo appena accelerato e per nulla affannato, ma anche di tutti i propri compagni, di tutta la folla che, sempre senza esprimere verbo, aveva assistito a quello scontro con lo stesso quieto disinteresse che si potrebbe offrire ad un rito fin troppo conosciuto.

« Fai un favore ad entrambi. » suggerì Midda, osservando tranquilla la massa di muscoli a terra poco lontana da ella « Non rialzarti. »
Ma una voce, a quel punto, intervenne, negando le parole da ella appena pronunciate: « No. Rialzati invece, Jodh’Wa, per accogliere la nostra nuova amica, dimostratasi degna di poter essere parte della nostra famiglia, di poter dividere il nostro letto ed il nostro cibo, la nostra forza e le nostre armi. »

Una nuova figura emerse dalla massa altrimenti indistinta, presentandosi come quella di una giovane donna, una ragazza ancor più che una fanciulla, tanto poche apparivano le stagioni che ella sembrava possedere sulle proprie spalle. Albina anch’ella, offriva una carnagione assolutamente bianca, impressionante quasi in tanto pallore reso ancor più evidente dagli abiti neri che indossava, forse in un volontario contrasto di colori. Nel di lei volto chiare risultavano delle origini riconducibili al continente di Hyn, che probabilmente ella non aveva mai veduto pur avendo tale terra ospitato i natali dei di lei genitori: i due occhi, rossi non diversamente da quelli dell’uomo tigrato da lei chiamato Jodh’Wa, si conformavano infatti nella forma tipica di tale zona, così come il resto del di lei viso riportava fedelmente caratteristiche orientali, nella composizione delle labbra, del naso, degli zigomi, del mento. Sopra ad esso, i capelli in un misto di biondo e di bianco si presentavano disordinati ed al tempo stesso perfettamente controllati, legandosi in un’alta crocchia dietro alla nuca e ridiscendendo appena a sfiorare le spalle: queste, al pari del resto del di lei busto, adolescenziali seni compresi, si offrivano coperte unicamente da una leggerissima retina nera, che nulla celava alla vista risultando nella sua forma a casacca più ornamentale che, effettivamente, necessaria a coprirne il corpo delicato ed immacolato. Le gambe, in opposizione, si ritrovavano fasciate in ampli e neri pantaloni drappeggiati nella tipica moda di Hyn, scendendo gonfi fino alle ginocchia per esser lì fasciati strettamente attorno ai polpacci, a garantirne libertà assoluta di movimento: essi, probabilmente, dovevano essere parte dell’eredità paterna di ella al pari dei calzari che ne coprivano i piedi. A completare l’immagine da lei offerta era infine un lungo bastone, sempre ricavato dalla pietra lavica nel proprio inequivocabile colore scuro, scolpito nella propria estremità simile ad una mezzaluna o, forse, ad un enorme artiglio: un segno di comando, un simbolo di potere, che nelle mani di una ragazzina appariva quasi fuorviante.

« Ancora una volta: benvenuta nel Cratere, Figlia di Marr’Mahew. » dichiarò, rivolgendosi ora direttamente alla donna.

sabato 26 luglio 2008

198


A
ll’interno di un carcere, in qualsiasi parte del mondo esso potesse sorgere, da sempre si creavano sottili equilibri di potere non diversi da quelli di una normale società, comunità o città umana, nonostante l’idea stessa di detenzione avrebbe dovuto prevedere tutti i condannati posti ad uno stesso livello, ad uno stesso stato, senza distinzioni, senza privilegi di sorta, addirittura privati del proprio nome in favore di un semplice numero, quasi non fossero più degni di possedere neanche quello.
Normalmente più estese si ritrovavano ad essere le prigioni, maggiori e più complessi erano questi equilibri, così come elevate risultavano per un nuovo arrivato, per l’ultimo principiante lì gettato, le possibilità di turbarli, anche senza alcun interesse in tal senso, anche senza volontà di creare danno o disturbo nei riguardi di alcuno. Nelle più consuete sedi di detenzione, diverse da quel luogo segreto, simili giochi di potere spesso superavano il confine stabilito fra carceriere e carcerato, vedendo anche i primi, secondini o guardie che essi potessero essere, coinvolti nei dissidi dei secondi, non solamente in maniera passiva ma sovente in modalità assolutamente attiva: schierarsi a favore dell’una o dell’altra fazione, appoggiare uno o l’altro capo riconosciuto, erano scelte che sempre meno persone, coinvolte nella gestione di una prigione, decidevano di non compiere, in una disparità fra benefici e svantaggi assolutamente imparagonabile nelle due possibilità alternative. Anche laddove, infatti, una guardia avesse voluto evitare di partecipare a qualsivoglia attività esterna al proprio ruolo, avesse voluto evitare di piegarsi ai desideri, ai capricci, alle volontà di un capofila, il pericolo conseguente a tale assenza di scelta sarebbe stato rappresentato maggiormente dai propri colleghi, dai propri compagni di lavoro altresì schierati, ancor prima che dai detenuti stessi. Gli esponenti principali dei vari movimenti sociali all’interno del carcere si ritrovavano ad ergersi a tale ruolo in virtù della propria malvagità, della propria forza o, più comunemente, del proprio carisma: per ottenere fama e gloria all’interno di un simile ambiente, in effetti, non risultava essere la mera potenza fisica il fattore distintivo, l’ago della bilancia che avrebbe permesso di trovare il favore dei propri compagni, quanto il proprio carattere, quella forza d’animo in grado di imporre la propria figura, la propria parola, il proprio volere sopra chiunque. Per questo non raro era ritrovare un uomo anziano, senza più il vigore giovanile posseduto in un tempo lontano, come referente per gruppi molto vasti di detenuti, di gente che avrebbe potuto tranquillamente squartarlo senza un istante di esitazione, anche e soprattutto dove già macchiatisi di altri assassini, ma che, al contrario, a lui offrivano ascolto, attenzione e fiducia. E, sempre per questa ragione comunque lontana dall’essere una regola universale per quanto estremamente diffusa ed accettata, spesso anche le donne erano in grado di assumere il potere all’interno di simili ambienti, specialmente quando e dove esse avessero dimostrato di saper giocare le proprie arti di persuasione, psicologiche ancor prima che fisiche, con giusta e sapiente dose di abilità, per imporre il proprio dominio su ogni uomo attorno a sé.
Nel caso specifico della prigione nascosta all’interno della Terra di Nessuno, dove Midda si era volontariamente spinta al di là di tutto ciò che chiunque altro avrebbe potuto credere, quello sconfinato cratere privo di ogni controllo doveva aver sicuramente generato diversi generi di equilibri, estremamente più articolati di quanto sarebbero potuti essere in qualunque altro luogo. In tale contesto, infatti, non solo i detenuti abitavano quell’area desolata ma, addirittura, i loro figli e nipoti, discendenti della generazione attuale o di generazioni passate, dimenticate nel tempo: privi di qualsiasi controllo da parte del resto del mondo, nonostante l’avversione dell’ambiente ad essi circostante e nonostante la prigionia entro quei limiti, gli uomini e le donne lì rinchiusi avevano infatti da sempre proseguito il proprio ciclo vitale, nella vita, nella morte e nella procreazione, in quella personale ricerca di immortalità che ogni uomo o donna poteva compiere attraverso i propri figli. Davanti agli occhi della mercenaria, quindi, non dovevano essere offerti unicamente altri condannati quanto altresì gli abitanti reali di quella terra, i soli che, in effetti, avrebbero potuto rivendicare dei diritti su quel vulcano, ammesso che mai vi potesse essere ragione per voler possedere un ambiente simile.

« Chi sei? »

A porre simile domanda verso la mercenaria si propose un uomo, che ella giudicò più adatto al ruolo di portavoce che di capo: con pelle bianca, chiara ed immacolata simile al latte, ma con fisico alto e possente, egli mostrava con fierezza un corpo interamente tatuato con lunghe strisce nere conformate per apparire simili a quelle di una tigre, quasi di tale animale volesse risultare personificazione, incarnazione umana. Con lunghi capelli di color biondo chiarissimo, raccolti sopra la nuca in grosse trecce tonde, e due occhi rossi non diversi da quelli di un coniglio, la di lui natura di albino risultava assolutamente evidente ed inequivocabile, proponendolo invero non come il solo presente in tale stato nel gruppo lì radunatosi.

« Che importanza può avere il mio nome in questo luogo? » domandò Midda, osservando con fierezza gli astanti.

Numerosi erano gli albini posti di fronte a lei, ed in una tale predominanza tutt’altro che normale ella non poté fare a meno di ipotizzare come quella caratteristica fisica fosse in realtà conseguenza di quel luogo, del veleno che in quel terreno, in quell’aria era presente, tale da modificare forse non tanto l’organismo di chi lì veniva rinchiuso dal mondo esterno ma quello di chi lì nasceva già prigioniero, senza colpa: ammesso ma non concesso che il dio Gorl fosse reale, forse proprio per il di lui volere in quel carcere i nuovi nati perdevano ogni colore di pelle, di capelli, di occhi, assumendo quel pallore mortale eppure anche simbolo di purezza, a rappresentarne lo stato di condanna immeritata in cui egli o ella riversava.

« Tutti hanno un nome. » replicò l’altro « Qual è il tuo? »

Il portavoce, l’uomo tigrato, mosse appena un passo verso di lei, con marroni sandali ai piedi e sdruciti pantaloni di simile colore a coprirgli le gambe, unico indumento da egli indossato. Egli voleva forse proporsi forse come più minaccioso, come più aggressivo di fronte al tono tutt’altro che umile della donna nuova arrivata, mostrando nelle sue mani una spada ed un coltello, neri come la pietra lavica da cui erano stati estratti: non in metallo simili armi di morte erano state forgiate, ma dall’unica realtà lì presente erano state scolpite, forse più fragili, meno efficaci di una lama comune, ma assolutamente letali in quel contesto dove nessun altro genere di arma sarebbe mai potuta essere, avrebbe mai potuto giungere. Privati di ogni utensile, di ogni comodità, di ogni strumento di difesa, i detenuti dovevano con il tempo, con le generazioni, aver imparato a plasmare quella pietra porosa, lavorandola fino a ricavarne ogni oggetto utile o desiderato, come erano prova i molti monili che ella poteva individuare ai colli o alle braccia di altri uomini e donne lì presenti.

« Sono stata chiamata in molti modi… » rispose evasiva la donna, non volendo offrire il proprio reale appellativo per evitare il rischio di suscitare l’interesse di chi a lei noto ma da lei dimenticato fosse stato lì rinchiuso a trascorrere il resto della propria esistenza « Uno degli ultimi epiteti che mi hanno offerto è Figlia di Marr’Mahew. »
« Quali sono le tue intenzioni? » incalzò l’altro, avvicinandosi ancora verso di lei, con sguardo serio eppur curioso, nel volerla studiare, nel volerla comprendere.
« Non cerco rogne se è questo che desideri sapere. » affermò, con sincerità, la donna, incrociando le braccia al petto nell’ignorare i dolori conseguenti ad ogni suo movimento « Ma sono pronta ad offrirne se da me saranno cercate. »

Muovendosi lento, simile a predatore, equilibrato ed elegante, con gesti quasi alieni agli occhi di chi proveniva da una ambiente totalmente diverso da quello in cui egli era probabilmente nato e da sempre vissuto, l’interlocutore della mercenaria arrivò fino ad ella, dopo aver girato attorno al di lei corpo per poterne cogliere ogni dettaglio, carpirne ogni segreto, studiarne ogni possibile punto di forza e di debolezza.
La donna guerriero, impassibile, restò controllata e tranquilla, fredda nello sguardo e nella postura, ad attendere la fine di quell’esame, pronta alla battaglia se egli l’avesse cercata, se egli l’avesse desiderata, sperando però di non dover giungere ancora a tanto, non potendo confidare pienamente sul proprio corpo, sulle proprie capacità provate dalla lunga sofferenza sotto le pesanti catene della prigionia.

Fermandosi di fronte ad ella, a meno di un piede da lei, l’albino piegò il capo verso il basso per poter dirigere i propri occhi rossi verso quelli azzurro ghiaccio della donna, più bassa di lui, prima di pronunciare con poche semplici parole: « Benvenuta nel Cratere, Figlia di Marr’Mahew. »

venerdì 25 luglio 2008

197


C
erberi. Sotto alcuni punti di vista simili ad un incrocio fra ippocampi ed idra, essi si proponevano massicci nelle proprie dimensioni, in quelle proporzioni che per molti richiamavano alla mente dei giganteschi canidi, o forse plantigradi, seppur rassomiglianti in effetti ad un cane o ad un orso quanto un ippocampo sarebbe risultato comparabile ad un cavallo con la coda di pesce, forma in cui in effetti le leggende amavano descriverlo in una concezione forse troppo romantica di tale abominio.
Capaci con un sol morso di decapitare le proprie vittime, animali o umane che esse fossero state, le teste di un cerbero si contavano in numero pari a tre, poste una accanto all’altra sopra a spalle comuni, proponendosi effettivamente rassomiglianti a quella di un cane, di un grosso mastino, fatta eccezione per alcune doverose e sostanziali differenze che rendevano a tutti gli effetti arduo il paragone, difficile l’identificazione con un animale comune. I denti della creatura, lunghi ed affilati, si mostravano completamente scoperti, nonché privi di possibilità di copertura, all’estremità di un muso assolutamente glabro ed altresì facente sfoggio di rettili scaglie nere, disposte compatte su tutta la sua superficie nell’unica eccezione offerta dalle narici e dai due occhi. Questi ultimi, grandi e lucidi, si concedevano in colori rossastri, simili a perle rosse, a pozze di sangue brillante o, forse, a fuoco vivo, nel concedere in simile apparenza ragione per attribuirne, alle menti dei più, l’esistenza al dio Gorl, già ipotetico creatore dell’y’shalfica fenice e di molte altre incredibili bestie. Non orecchie si presentavano, poi, superiormente a tali teste, di dimensioni superiori al piede e mezzo: tanto in quel punto così quanto lungo tutti i tre grossi colli, lunghi almeno due piedi e mezzo e larghi più di uno, era un’assurda ed orrenda criniera composta da corti, sottili, ma assolutamente vivi ed animati piccoli serpenti. Con decine, centinaia, forse migliaia di piccole teste, di piccoli occhi, di piccole bocche che voraci cercavano incessantemente nutrimento, cibo, essi erano forse lì predisposti proprio allo scopo di potersi nutrirsi contemporaneamente alle tre fauci principali, nel momento in cui esse si fossero gettate nella carcassa di una preda, ripulendone con cura le ossa da ogni minimo residuo come uno sciame di piranha: se rossi erano gli occhi anche di quei piccoli serpenti, quasi luminescenti nel creare un effetto magmatico attorno alle teste di cui erano parte, nera era la loro scagliosa pelle, similmente a quella del resto della creatura. Nell’unico corpo comune a così tante menti, un forte busto e quattro larghi arti si proponevano come supporto per tutto ciò, in forme lisce, quasi lucenti nell’intensità del loro oscuro colore e nella perfezione delle scaglie che costituivano quell’epidermide, in un’apparenza vellutata, quasi delicata per quanto sotto ad una simile pelle forti, tremendi muscoli si potevano chiaramente distinguere frementi nell’insofferenza dell’immobilità a cui erano costretti. Nelle estremità delle zampe, si presentavano poi un mortale assortimento di artigli simili a lame, lunghi oltre mezzo piede e sicuramente affilati come coltelli, forti forse al punto tale da poter scalfire la roccia, da poter incidere la pietra senza fatica alcuna, mentre una corta ma pesante coda si proponeva a completare quell’incredibile e difficilmente descrivibile quadro, forse a riequilibrare nella propria massa il peso altrimenti troppo rivolto alla parte anteriore, alle tre teste che lì gravavano con la propria mole, in una disarmonia tale che troppo facilmente avrebbero potuto perdere il controllo e ruzzolare poco dignitosamente in avanti.
Dietro a pesanti sbarre di ferro ed acciaio, in un diametro superiore al piede per la necessità di mantenere sotto controllo simili bestie, erano i cinque cerberi che allo sguardo di Midda si erano concessi, racchiusi ai lati di quella sala ricavata nella pietra vulcanica. Osservandoli con cura, ella ritenne che il meccanismo che aveva garantito quel blocco fosse stato azionato unicamente a concedere il proprio avanzamento all’interno di quel corridoio, per desiderio, per volontà dei custodi esterni di quel carcere, da coloro i quali soli avevano la chiave di quel sofisticato congegno di morte: probabilmente, non appena le due soglie in pietra alle estremità di quella sala si fossero richiuse, ad aprirsi sarebbero state quelle gabbie, vedendo così le creature libere di muoversi e di attaccare chiunque avesse osato sfidarle in un tentativo di fuga dal carcere, dall’area delimitata da quel cratere. Concedendo così loro il giusto rispetto ma alcun timore, la mercenaria non poté fare a meno di domandarsi attraverso quali vie ad essi potesse giungere il nutrimento e, soprattutto, quanti prima di lei avevano tentato evasione dalla propria condanna, finendo però come pasto inatteso e non sperato per quelle abominevoli bestie. Invero esse erano a lei già note ed, in virtù di tale conoscenza, da lei considerate più che temibili anche solo in unità singole: anche laddove il suo corpo e la sua mente fossero stati completamente riposati, non provati come invece erano in quel momento a seguito della lunga prigionia, pensare di affrontare apertamente cinque simili animali avrebbe rappresentato un chiaro desiderio di suicidio, atto che ella non desiderava assolutamente compiere con tanta leggerezza, conscia dei propri umani limiti. E proprio per tutto ciò, ogni pensiero dovette essere da lei interrotto nell’avvertire un nuovo movimento, un moto di chiusura proveniente dalla soglia che attendeva il suo passaggio in uscita da quella sala, all’interno della quale ella sarebbe stata freddamente rinchiusa in conseguenza di un ritardo anche minimale.

« Scusate se non mi trattengo in questo splendido ambiente, ma qualcuno mi attende più avanti. » salutò, non risparmiandosi una vena di sarcasmo, nel lasciare in fretta quella sala « Con il vostro permesso… »

Dopo che la soglia si richiuse alle di lei spalle, con uno spessore ora considerato quasi rassicurante nei suoi tre piedi in pietra compatta, la donna guerriero si ritrovò costretta a riprendere un nuovo cammino non diverso da quello già affrontato, attraverso un secondo e lungo corridoio intervallato regolarmente da continue porte in pietra nel quale ebbe la possibilità di avanzare verso il centro del cratere, di superare quell’immenso e naturale perimetro roccioso. Secondo di lei calcoli, interrottisi con l’arrivo nella sala dei cerberi, ella percorse così un’estensione almeno equivalente a quella dell’altro tratto prima di raggiungere, finalmente, la meta tanto ambita, prima di portare il proprio viso a scoprire nuovamente la luce del sole all’interno del carcere segreto.
Davanti al di lei sguardo, così, si presentò un ambiente simile ad una vasta e desolata valle, priva di vita vegetale o animale, priva di una qualsivoglia naturale flora o fauna, dominata solo da rocce scure e sbuffi di calda aria che, frequentemente, si offrivano al cielo fuoriuscendo da diverse fessure dello stesso terreno, lasciando in tutto ciò seriamente dubitare dell’inattività di quel vulcano, come altrimenti era stato descritto. L’area racchiusa all’interno di quel confine risultava tanto vasta da non permettere alla mercenaria di poter intravedere il bordo a lei opposto, il margine lontano di quel cratere, al pari dei limiti posti sopra la propria testa, dei quali non riusciva in alcun modo a distinguere la conclusione, per quanto cielo e sole si offrissero regolarmente al di lei sguardo sopra a quel complesso naturale, a quella zona così piegata all’umano volere da esser trasformata in qualcosa di assolutamente diverso dalle iniziali considerazioni, dai desideri che gli dei probabilmente avevano avuto per essa. Come preannunciato, alcuna guardia, alcuna sentinella, alcun secondino si propose a lei non appena emerse dal corridoio, immediatamente poi serrato alle proprie spalle, in quanto la presenza di alcuno risultava essere richiesta per assicurare il contenimento ivi dei prigionieri: al contrario, se lì fosse stato anche del personale esterno ai detenuti, si sarebbe potuta creare una falla nella sicurezza stessa di quell’impianto, nell’esigenza attualmente non presente di prevedere per coloro che lì sarebbero giunti come lavoratori pagati, e non come reclusi, una via di accesso e di uscita decisamente più semplice rispetto all’unica ora presente, un percorso meno impegnativo e meno pericoloso che avrebbe però rappresentato anche una via di fuga, una possibilità di evasione da una condanna altrimenti eterna per tutti gli altri. Nell’assenza, al contrario, di qualsiasi anima al di fuori di coloro lì destinati per conseguenza di immeritevoli azioni, di torti addotti alla città di Kirsnya, alla sua popolazione o ai suoi governanti, il sigillo posto attorno a quel luogo avrebbe potuto essere e restare totale, assoluto, apparentemente privo di punti deboli e per questo inviolabile.

« Si aprano le danze… » non poté fare a meno che commentare, stringendo le labbra ed i denti di fronte alla folla lì radunata.

Dove infatti nessuna guardia risultò preposta alla di lei accoglienza, un’altra categoria di persone si stava proponendo di fronte ad ella: uomini e donne di diversa età, di diversa estrazione sociale, di diverse origini, si erano infatti affollati intorno all’unico ingresso ed all’unica uscita da quel luogo, probabilmente avvertiti dell’arrivo di un nuovo ospite da qualche vibrazione conseguente al movimento di tutte le porte in pietra. Accanto ad essi, dal loro punto di vista, ella avrebbe forse passato il resto della propria esistenza e la durata della medesima sarebbe stata presto stabilita in conseguenza delle di lei azioni.

giovedì 24 luglio 2008

196


I
n silenzio la donna guerriero accolse le parole di minaccia, di condanna, offerte dal portavoce dei guardiani del carcere, dei suoi secondini, se tali sarebbero mai potuti essere definiti.
Senza scomporsi di fronte ad esse, quasi senza dimostrare interesse nei riguardi delle medesime, ella iniziò a muovere lentamente il capo ed il collo, lasciandolo delicatamente dondolare da destra a sinistra, in avanti ed indietro, a recuperare lentamente la mobilità perduta, a rimpossessarsi del controllo sulla propria muscolatura indolenzita, sulle proprie membra bloccate dalla troppa immobilità, senza volersi imporre negativi sforzi, senza voler rischiare di ritrovare uno strappo nel cedere all’enfasi di quel momento per quanto le vertebre, già in tale morbidezza, protestassero rumorosamente con sinistri scricchiolii. Distaccandosi mentalmente dall’universo attorno a lei, nella consapevolezza di doversi presentare forte all’interno di un ambiente carcerario al fine di ridurre al minimo le probabilità di scontro, i conflitti che comunque non sarebbero mancati, ella dedicò la propria attenzione completamente ed unicamente al corpo da troppo tempo dimenticato, da troppo tempo trascurato, nel mentre in cui le ultime formalità venivano svolte fra le guardie attorno a lei ed i custodi di quell’ingresso: al di là della retorica offertale da tutti i discorsi fatti fino a quel momento, ella sapeva di doversi attendere qualsiasi spettacolo all’interno di quel cratere, nel bene o nel male, e nonostante ella sperasse di ritrovare una comunità non dissimile da quella della città del peccato, con cui avrebbe avuto forse maggiore confidenza, era certa che superata quell’oscura soglia il suo destino sarebbe stato deciso unicamente dalla di lei forza e dalla di lei intelligenza, come del resto tale era quasi da sempre nel suo stile di vita. Non appena il collo riuscì ad offrirle un movimento fluido senza imporle straziante dolore, ella volse la propria attenzione alle spalle, iniziando a far roteare con cura anch’esse, sollevandole ed abbassandole, spingendole in avanti e tirandole indietro, tendendo in questo la pelle segnata dal peso delle catene, dall’attrito del metallo, ma imponendosi di non offrire spazio a tale sofferenza nella propria mente: se solo avesse dedicato attenzione ad ogni lesione del proprio corpo, infatti, ad ogni messaggio di avvertimento che alla sua coscienza veniva offerto da quel male, ella avrebbe potuto anche lasciarsi sdraiare lì a terra, rifiutandosi di proseguire di un unico passo. Ma laddove fosse privata di cibo ed acqua probabilmente neanche avrebbe avuto la forza di reggersi in piedi nell’ipotesi di essere sopravvissuta fino a quel momento, nutrita quale altrimenti era stata non poteva concedersi alcuna possibilità di lamentela.

« E’ il momento. » annunciò improvvisamente il portavoce dei guardiani.

Nel seguire il silenzioso comando offerto da un cenno della mano da parte del maggiore Onej’A, un paio di guardie ai fianchi di Midda la invitarono ad avanzare, senza però spingerla, nell’ammirazione che, invero, anche essi ora iniziavano a provare per quella donna straordinaria capace di riprendersi dal straziante martirio impostole con tanta fermezza, tanta indifferenza quasi, concentrata quale appariva nel sciogliere i propri muscoli, nel ritornare fiera padrona del proprio corpo: al di là di ogni proprio pregiudizio, di ogni più o meno giustificabile rancore, la dimostrazione di valore che ella stava offrendo in quel momento trasudava di un carisma non comune, di una forza d’animo rara e preziosa che non avrebbe mai potuto passare inosservata.

« Quanta fretta… » commentò la mercenaria, aggrottando la fronte a quell’invito.

Con sguardo serio, in contrasto all’ironia di quelle parole, ella iniziò ad avanzare verso l’ingresso al cratere, continuando, in ciò, con i propri esercizi, con quei movimenti ora rivolti alle braccia allo scopo di offrire ad entrambe nuovo controllo, nuovo coordinamento, in contrasto all’atrofia a cui era stata altrimenti costretta dalle proprie catene. Sebbene potesse apparire distratta nell’attenzione rivolta al proprio corpo, in quei passi ancora lentamente condotti, ancora incertamente offerti verso il luogo della propria detenzione, ogni senso della donna era ora portato all’ambiente a sé circostante, per cercare di comprenderne i segreti, di intuirne i misteri, i meccanismi che, in un’aura di misticismo, non concedevano ad alcuno fuga da quel luogo, da quella prigione.
Nei di lei intenti non era prevista né la condanna a vita e, neppure, l’asservimento alla sua candidata mecenate: il primo per ovvie e naturali motivazioni; il secondo non tanto per disprezzo verso di ella, quanto piuttosto per un effettivo interesse nel breve termine rivolto ad altri obiettivi, come con assoluta sincerità aveva riferito a lady Lavero. Invero ella provava una reale curiosità nei confronti di una simile figura, enigmatica ed attraente al contempo, per anni considerata morta da tutti ed ora, dopo la scomparsa del fratello, ritornata con tanto potere nella vita politica e sociale della propria città, della propria provincia: se la nobildonna non si fosse comportata da sciocca, nel richiederle ciò che ella non avrebbe mai compiuto per alcuna somma di denaro, di certo la loro eventuale collaborazione avrebbe potuto offrire missioni molto interessanti per il di lei futuro, nuove appassionanti sfide in cui provare la propria abilità, il proprio coraggio, espandendo la leggenda attorno al proprio nome, nella narrazione delle proprie imprese.
Per tali ragioni, Midda avanzò con massima attenzione all’interno dell’oscuro cunicolo, che solo poche torce tentavano vanamente di illuminare, cercando di cogliere ogni possibile indizio su quello che avrebbe potuto essere il tanto famigerato sistema di sicurezza di quella prigione. Non troppi passi riuscirono ad essere condotti prima che ella venisse bloccata da una prima enorme e pesante soglia di pietra: tale ostacolo, al di lei arrivo, lentamente si abbassò ad aprirle la via, a concederle la possibilità di proseguire oltre, mostrandole il proprio impressionante spessore di tre piedi ed una nuova porta, altresì chiusa ed immobile, ad una distanza di non oltre sei piedi da lei. Nell’attesa paziente del completamento dell’apertura di quel primo stadio, la mercenaria ipotizzò come all’interno dell’intero percorso di ingresso al vulcano fosse stato realizzato un complesso ma semplice meccanismo di porte che, sequenzialmente, venivano aperte e richiuse a permettere l’avanzamento in un senso o in quello opposto del detenuto, guidandolo così in maniera obbligata ad avanzare verso il cratere o verso l’uscita da esso, nell’unica alternativa altrimenti offerta di restare intrappolato per sempre fra due soglie chiuse. Tale teoria trovò immediata conferma quando, conclusa la discesa della prima lastra, ella ebbe pochi secondi di tempo per attraversarla prima che essa iniziasse a risalire alle di lei spalle vedendo, altresì, la soglia successiva intraprendere una lenta discesa, ad aprire in tal modo il varco verso il proseguo di quel complesso cammino. Il segreto tanto custodito da quella sorta di ordine monastico, quale appariva allo sguardo il gruppo di guardiani dell’ingresso alla prigione, non era quindi nulla di più di un gioco di contrappesi, o di forze idrauliche, non diverso da quelli presenti in molti templi o santuari come meccanismo di difesa, come trappola per evitare l’ingresso ad incauti avventurieri o ladri in cerca di facile guadagno. Per quanto semplice, comunque, tale meccanismo appariva assolutamente efficace, come del resto l’assenza di evasioni da quel luogo dimostrava più di ogni altra analisi: nella supposizione assolutamente infondata di scegliere quella quale via di fuga, ella avrebbe dovuto ragionare accuratamente su come poter aggirare tutto ciò.

« Thyres… queste porte non finiscono più. » commentò, avanzando un passo alla volta attraverso i continui varchi che davanti a lei si aprivano in concomitanza della chiusura di quelli alle proprie spalle.

Cercando di non perdere il conto tanto delle distanze quanto dei blocchi attraversati, infatti, la donna guerriero era giunta nel momento di quell’affermazione ad un totale di tredici soglie per circa ottanta piedi di lunghezza percorsa: un percorso tutt’altro che breve che, però, si ritrovò ad essere più che raddoppiato prima dell’arrivo ad una svolta significativa in esso, qualcosa che ormai sinceramente ella non si sarebbe mai potuta attendere nel ritenere di aver pienamente compreso il funzionamento di tutto quel sistema di sicurezza, la filosofia celata dietro al mantenimento del controllo su quel carcere dimenticato. Improvvisamente ed inaspettatamente, infatti, davanti agli occhi di Midda una sala ricavata sempre nella nuda roccia vulcanica si concesse, con l’orrore rappresentato da cinque nuovi guardiani, assolutamente diversi a quelli posti all’esterno di quel complesso, imparagonabili ad essi e, sicuramente, rappresentanti un ottimo deterrente per chiunque avesse cercato di violare quel percorso senza permesso, ammesso ma non concesso di poter sopravvivere laddove altresì il permesso fosse stato realmente concesso.

« Odio i cerberi… » sussurrò la Figlia di Marr’Mahew a denti stretti.

mercoledì 23 luglio 2008

195


D
ue settimane di marcia quasi ininterrotta occorsero al plotone per giungere a destinazione: otto lunghi giorni videro, infatti, il piccolo esercito impegnato fra pianure e colline, mentre i restanti sei giorni furono offerti in pegno alla vasta zona vulcanica denominata Terra di Nessuno.
Fiera nel proprio nome, la zona si donava allo sguardo chiaramente delimitata dalla propria stessa desolazione, nel rispetto di ogni voce a tal riguardo: dove prima erano verdi colline e vasti prati simili ad oceani di smeraldo nel movimento dell’erba imposto dal vento su di essa, immediatamente dopo solo terra scura, bruciata, arida si era proposta a coloro che audacemente in essa avevano condotto il proprio cammino, con passo ugualmente rapido ma meno deciso, meno sicuro nel percorrere vie pur già note. Diverso era quel paesaggio rispetto a quanto offerto dai monti Rou’Farth, ad oriente del regno di Kofreya, essendo tale conformazione conseguenza unica dell’attività sismica in essa presente probabilmente fin dall’origine dei tempi ed ancora senza fine, come alte colonne di fumo sembravano voler ricordare nel levarsi verso il cielo, portando nell’aria polvere sulfurea, zapilli incandescenti e cenere insieme all’incandescente respiro del pianeta. Non rocce sprezzanti si ergevano a sfidare il sole e le stelle, ricoprendosi di bianca e fresca neve, quanto nere e spumose pietre vulcaniche, tanto friabili sotto ai piedi quanto spesso acuminate e taglienti nelle loro forme irregolari, sopra le quali più volte Midda si era ritrovata suo malanimo ad inciampare, riportando diverse ferite sia su entrambe le gambe sia sul braccio mancino, fortunatamente senza mai conseguire gravi danni in conseguenza di tali incidenti. Nonostante ogni difficoltà che l’ostilità di un simile ambiente sembrava offrire in opposizione alla vita stessa, a tutti loro ed, in particolare ovvio riguardo, alla prigioniera, la meta fu raggiunta in tempi e modi stabiliti, vedendo perseguiti sentieri sicuri, per quanto poco noti e poco ricercati.
A seguito di quanto accaduto nei primi giorni, nel proseguo del viaggio alla donna guerriero non furono proposte nuovi problemi da parte dei propri carcerieri, da parte delle persone incaricate della di lei sorveglianza, nonostante tutti non potessero evitare di incolparla per la morte dei propri compagni: in conseguenza, infatti, della versione offerta dal maggiore, ritenuta poco credibile da parte dei suoi subordinati, forte del fatto di essere l’unica possibile testimone dei fatti occorsi, l’unico credibile ago di una bilancia di giudizio ormai incontrollabile nelle menzogne che circondavano la realtà dei fatti, la mercenaria si era riuscita a ritagliare uno spazio di personale benessere, ritrovando non solo l’assenza di ogni possibile molestia ma anche la presenza praticamente costante di acqua e, talvolta, anche di cibo. Invero, che tutto ciò potesse avvenire nella totale ignoranza di Onej’A, risultava essere poco credibile, poco coerente, nel richiedere un’ingenuità effettivamente assente in quell’uomo, ma ella decise di non porsi problemi in tal senso: se i suoi carcerieri, dai gradi maggiori fino al responsabile in comando, per volontà o per costrizione, avevano deciso di concederle una costanza di cibo ed acqua, offrendole sopravvivenza e forza laddove altrimenti avrebbero dovuto avvicinarla a morte certa, ella non si fece scrupoli, approfittando con immenso piacere dell’occasione. Ovviamente mai aveva avuto desiderio o intenzione di sconfessare la versione proposta dal maggiore in merito a quanto accaduto in quella notte di sangue, nel momento il cui i di lei piani continuavano a prevedere il raggiungimento del carcere ad ogni costo: così, nonostante ogni accordo più o meno esplicito preso con le sue ormai generose guardie di scorta, nel corso della sera precedente al loro arrivo al carcere, quando ogni conto richiese di essere saldato, ella non rinnegò nulla delle parole già narrate, offrendo tutta la responsabilità dei fatti occorsi a colui che aveva deciso per tal senso.
In conseguenza di tutto quello, al termine di un cammino aspro, ella raggiunse la propria meta, il luogo della propria condanna, con maggiori energie, con maggiori forze rispetto a quanto lei stessa non avrebbe mai scommesso, nonostante le piaghe tremende imposte dalle catene sulle di lei forme, sulla di lei carne, ferite ed escoriazioni che solo il tempo avrebbe potuto guarire, avrebbe potuto vedere risanate, riportate alla propria forma originaria. Quando, infatti, finalmente il giogo di ferro ed acciaio venne sciolto dalle spalle, dai fianchi, dalle braccia e dalle gambe della prigioniera, lo spettacolo che si offrì tanto al di lei sguardo quanto agli occhi di tutti fu quello di un corpo martoriato, uno fisico un tempo splendido e sensuale torturato tremendamente da tutto ciò che aveva attraversato, da quella lunga, lenta e sadica imposizione, reso quasi simile a quello di un’appestata, di una lebbrosa più che a quello della meravigliosa ed eccitante creatura quale era prima dell’arresto. Una sensazione di sollievo per la liberazione da quelle catene, oltre ad una di orrore per quanto avvenuto alle proprie carni, non poté che essere nella mercenaria, posta di fronte ora all’ingresso al cratere, un varco scavato nella pietra lavica, un tunnel grezzo, povero, privo di qualsivoglia raffinamento, di qualsiasi decorazione, che davanti a lei si proponeva come metafora di un oscuro futuro, dal quale mai avrebbe potuto trovare fuga, dal quale mai avrebbe potuto trovare salvezza se non per grazia di lady Lavero, della donna che a lei aveva offerto amnistia completa in cambio della concessione di mercenari servigi. “Mai”, ovviamente, era ciò che tutti pensavano, ciò che tutti ritenevano, tutti al di fuori di ella.

« Abbiate l’umità e l’accortezza di presentare le vostre intenzioni, o sciagurati che ivi avete condotto il vostro destino. »

Quella richiesta, pronunciata con voce tremula, traspirante decadenza, debolezza, se non più propriamente decomposizione, fu offerta dal portavoce dei guardiani del carcere, i quali si presentarono in un gruppo di cinque unità: vestiti simili a monaci, celando completamente le proprie fattezze avvolti in bianche tonache con lunghi cappucci calati sul viso, essi dimostravano nelle limitate visioni che concedevano dei propri corpi carnagioni assurdamente pallide, quasi albine, apparendo straordinariamente anziani, piegati sotto il peso di troppi anni, più morti che vivi. Nella consapevolezza che chiuso era il numero di tale organizzazione, di simile gruppo, e che i segreti di quel carcere da essi conosciuti si tramandavano di generazione in generazione, di padre in figlio, impossibile a credere era la possibilità di un futuro per tutto ciò, laddove non un solo margine di gioventù, non una sola speranza di vita si proponeva fra loro. Ridicoli nella minaccia delle proprie parole, di quell’ammonimento al timore, essi apparvero agli occhi di tutti, avanzarono lenti ed incerti quasi come se da un istante all’altro essi avrebbero potuto ricadere rovinosamente a terra.

« Siamo membri della guardia cittadina di Kirsnya e conduciamo a voi una nuova ospite per il cratere. » si presentò il maggiore Onej’A, smontando da cavallo ed invitando i propri uomini a spingere in avanti Midda, ad offrirla meglio allo sguardo dei custodi.
« Una femmina. » commentò colui che aveva già espresso parola pocanzi « Di aspetto gradevole per quanto sofferente per il lungo tragitto percorso in prigionia, che su di lei è stato imposto più di chiunque altro precedentemente qui condotto. Chi è colei che ha meritato un simile trattamento? Chi è colei che ha richiesto tutte queste guardie per giungere all’ultima sua dimora? »
« Midda Bontor è il mio nome. » intervenne a quel punto la mercenaria, cercando di ergersi fiera nonostante le grida di dolore che ogni singola membra del proprio corpo gettava in tale gesto nella di lei mente, assordandola « Sessanta persone hanno dovuto accompagnarmi perché timorose della mia ira laddove io spontaneamente mi sono offerta alla giustizia della capitale. »
Uno sguardo del comandante delle guardie sembrò voler fulminare la condannata, nel dissenso offerto per un simile intervento: « Quarantotto ore. » riprese poi « Tale è stato il tempo imposto ad ella nella propria prigionia: quarantotto ore per riflettere sul proprio futuro, per evitare di concludere i propri giorni in questo carcere come tutti gli stolti che prima di lei hanno rifiutato l’unica possibilità di redenzione offerta loro dal fato, dalla generosità dei propri inquisitori. »
« Se tali sono i desideri dei signori di Kirsnya, noi onoreremo simile richiesta. » confermò semplicemente l’incappucciato, mentre i suoi compagni inziarono a muoversi per, evidentemente, prepararsi all’apertura della via d’accesso alle carceri « Ricorda, Midda Bontor, che fra due giorni a partire da ora noi riapriremo la via e questa sarà la sola occasione che avrai per riguadagnare la libertà, per tornare a offrire al mondo la tua bellezza ora provata dalla sofferenza, dal dolore, dal patimento. »
Quasi ad attendere un commento da parte della prigioniera, l’uomo arrestò il proprio parlare, osservandola pur senza vederla, nella stoffa che ne celava l’intero volto fatta eccezione per la punta rugosa del bianco mento.
Ma ella non espresse verbo, ed allora egli decise di concludere: « In caso contrario, la tua esistenza resterà condannata in eterno, imprigionata senza speranza all’interno di questo luogo caotico, di questa realtà priva di ogni regola, di ogni onore, di ogni compassione. Fino al giorno in cui, nauseata della tua vita, tu stessa tenterai di trovare quiete nella morte, libertà nella conclusione della tua esistenza. »

martedì 22 luglio 2008

194


R
apide, nonostante il sonno e la stanchezza gravanti sulle loro membra e menti, le guardie si ridestarono a quel grido, scattando con spade in mano verso il luogo ove la prigioniera era stata incatenata al suolo, solo per giungere ad osservare il proprio comandante con una spada sanguinante in mano posto di fronte ai corpi decollati dei due compagni.

« Cosa è successo?! » chiese il primo a giungere.
« La prigioniera… » ipotizzò un secondo.
« No. Guardate! » negò un terzo.
« Dei misericordiosi! » esclamò un quarto.
Molte domande, molteplici le voci che, unendosi a quelle con sguardi pieni di orrore, cercarono spiegazioni, invocarono chiarimenti, non riuscendo a comprendere l’accaduto. Due loro compagni erano stati decapitati dal loro comandante: come era possibile un simile abominio? Come sarebbe potuto essere accettabile un tale orrore?
« Volevano approfittare del sonno di tutti per uccidere la prigioniera. » spiegò con tono grave il maggiore, osservando gli uomini e le donne ai suoi comandi spingersi davanti al luogo di quell’assassinio, quasi a cercare conferma visiva di ciò che nessuno voleva credere « Ho intimato loro di ritornare nei ranghi, ma mi hanno attaccato e, così, non ho avuto altra scelta che difendermi… »

In silenzio Midda ascoltò Onej’A offrire una visione alternativa di quanto accaduto, una realtà distorta dei fatti appena occorsi, l’ennesima bugia che attorno al di lei nome si sarebbe diffusa in Kirsnya dipingendola, ora, anche come la vittima indifesa di un tentato omicidio, salvata unicamente per l’intervento di un incorruttibile ufficiale, fedele al suo compito al punto da arrivare ad uccidere due traditori, due disertori che contro di egli avevano osato sguainare le proprie spade pur di poter avere la possibilità di compiere il macabro intento che si erano preposti. Tutto ciò non la entusiasmava, non la rendeva felice il vedersi sminuita nella propria forza, il sapersi costretta alla parte della fanciulla indifesa protetta da un baldo cavaliere, ma avrebbe dovuto ingoiare di buon grado quella bile per il bene della propria missione, per poter raggiungere il carcere segreto.

« Ho dovuto lottare per la mia vita. » continuò il comandante, scuotendo il capo, con tono rammaricato, con aria disorientata « Erano in due e si battevano come fossero stati indemoniati, come vittime di un assurdo maleficio: non ho avuto altra scelta che ucciderli, per salvare la mia stessa esistenza ed evitare loro l’umiliazione di venir giudicati per tutto ciò, di essere condannati per tradimento, per diserzione. »
Nel disgusto e nel raccapriccio per la scena loro offerta, nessuno fra i presenti riuscì a porre in discussione quelle parole, quella ricostruzione degli eventi, narrata con tanta sicurezza dal loro comandante: pietà fu provata verso i due caduti, verso la follia che aveva spinto i loro gesti a tanto; timore fu avvertito verso l’uomo, verso la freddezza con cui egli aveva agito nel decretare simili condanne; disprezzo fu infine vissuto verso la prigioniera, colei che nonostante il proprio ruolo di vittima venne individuata da tutti come unica reale colpevole per i fatti occorsi.
« Non mi interessa cosa ora possiate provare verso di me. » concluse l’uomo, continuando a parlare ad alta voce per non rischiare di restare non udito da alcuno « Tornati in città, sarà mia premura consegnarmi ai magistrati, i quali avranno libertà di decidere del mio destino come è giusto che sia. Fino ad allora, però, noi tutti abbiamo degli ordini, abbiamo un compito da portare avanti… e come credo che ormai sia indiscutibilmente chiaro non sono disposto a tollerare alcuna insubordinazione nei miei riguardi, non sono disposto a lasciar correre ulteriori violenze verso la condannata. »
Silenzio accolse quelle ultime parole, mentre nessuno riuscì a trovare energia, volontà sufficiente a rispondere affermativamente all’uomo, nel disagio che tutti provavano per quanto accaduto.
« Preparate due pire funebri per i nostri caduti. » comandò a quel punto, con toni più smorzati « Prima dell’alba voglio che ai loro corpi siano resi tutti gli onori che spettano agli eroi perché, nonostante questa tragica conclusione, non ho desiderio di condannarli in morte come è stato in vita. »
Ancora silenzio ed immobilità vide accolte tali parole, mentre volti confusi, smarriti, si alzarono verso di egli, come a cercare di metterne a fuoco l’immagine, a voler comprendere di cosa egli stesse parlando pur non riuscendo ad ascoltarlo.
Stringendo i denti sotto ai baffi, in segno di disapprovazione per quell’apatia, egli tornò ad alzare la voce per imporsi sui propri subordinati e sui loro pensieri: « Non ho sentito. »
« Sì, signore. » tentennò qualche voce a quel punto.
« Non ho sentito. » ripeté egli.
« Sì, signore. » pronunciarono ora tutti, qualcuno a voce più bassa, altri iniziando a tornare coscienti di sé.
« Non ho sentito. » scandì per la terza volta.
« Sì, signore! » gridarono quasi sessanta voci, in risposta a quella richiesta.
« Bene. » annuì a quel punto soddisfatto « Muovetevi ora e cercate di non rendere questo viaggio peggiore di quanto non sia stato fino ad ora. »

Così, prima del sorgere del nuovo sole, prima che di rosso si potesse tingere l’orizzonte a levante, due pire videro le proprie fiamme spingersi fino al cielo, bruciando nei propri fuochi, nel proprio ardore, quei due corpi invero vittime di loro stessi in ogni realtà dei fatti, veritiera o fittizia che essa fosse. Qualcuno pianse i due compagni perduti, considerati amici, considerati quasi come un fratello ed una sorella, continuando a porsi sommesse domande su cosa potesse aver mai spinto a tanto due come loro, finendo inesorabilmente poi per osservare con sguardi ricchi di rancore la prigioniera, capo espiatorio perfetto per ogni questione, per ogni dubbio, per ogni colpa. Ella restò tranquilla, celando il vigore riguadagnato grazie all’acqua di quella notte per evitare di far sorgere sospetti nelle guardie, lasciandosi trascinare con prepotenza da essi alla ripresa del cammino verso la prigione: ben lontana dal potersi ritenere al sicuro da ogni pericolo, solo temporaneamente libera dalla disidratazione che presto avrebbe richiesto il giusto pegno, ella cercò di limitare il consumo delle proprie energie al massimo, nella consapevolezza che, continuando in quel modo, probabilmente non sarebbe giunta viva al carcere o, anche laddove ciò fosse avvenuto, sarebbe stata troppo stanca, troppo provata per poter reggere il confronto con tutti i pericoli che all’interno dello stesso l’avrebbero attesa. Purtroppo quel convoglio, come appariva dal di lei punto di vista, era l’unica via di accesso per la prigione segreta e, volente o nolente, avrebbe dovuto fare di necessità virtù, per quanto ciò apparisse difficile o, più correttamente, impossibile.

« E’ vero quello che ha detto il maggiore? » domandò improvvisamente una guardia, un uomo che reggeva una delle di lei catene, accostandosi ad ella durante la marcia, durante il cammino nuovamente forzato nel ritmo imposto dal comandante del gruppo, unico a cavallo.
La mercenaria parve ignorare quella domanda, proseguendo nel proprio zoppicante movimento.
« Rispondi. » intervenne un altro, affiancandosi a lei sul fianco opposto, rivelando in ciò come l’azione del primo non derivasse da un intento solitario ma, probabilmente, fosse frutto di un disagio comune che ritrovava lei quale unica possibile testimone dei fatti realmente occorsi « E’ vero? »
« Ho… la bocca troppo secca… » commentò ella a quel punto, lasciando brillare i propri occhi azzurro ghiaccio sotto la luce del primo mattino.
« Prendi questa… » impose, quasi, la guardia alla di lei sinistra, porgendole una borraccia d’acqua.

Un sorriso fu offerto da parte della Figlia di Marr’Mahew in risposta a quell’offerta, laddove involontariamente quegli uomini le avevano presentato la possibilità di ottenere tutto ciò che desiderava in cambio di una banale informazione, un dettaglio che, improvvisamente, stavano giudicando così importante da rischiare una punizione nell’avvicinarsi tanto ad ella, nel rivolgerle la parola, nel concederle, addirittura, quell’acqua.

« Grazie. » rispose ella, accogliendo l’offerta « Ma non basterà… »

lunedì 21 luglio 2008

193


« I
o non sono una pirata. » rispose a fatica la mercenaria, rivolgendosi al comandante dei suoi carcerieri.

Egli era apparso senza alcun preavviso, simile ad ombra nella notte nel non concederle possibilità alcuna di anticiparne l’arrivo, nel non porre i di lei sensi, la di lei mente o il di lei corpo in guardia da un possibile aggressore: Midda, invero, a fatica riusciva ancora a respirare, vittima quale si trovava ad essere della propria stanchezza, della mancanza di cibo ed acqua, della tremenda prova fisica impostale da quella prigionia, peggiorata nei fatti da quell’ultimo inumano sforzo guerriero che non solo l’aveva vista fronteggiare due avversari, certamente indegni di lei in un contesto più tranquillo, ma anche vincerli in breve tempo, senza offrire ad essi alcuna possibilità di rivalsa. Per tutto ciò ella si trovava ad essere ora praticamente indifesa e se il nuovo giunto avesse desiderato offrirle battaglia, per lei sarebbe stata una situazione a dir poco disperata.

« Non vederla sul piano personale, ma sinceramente non mi importa nulla di chi o cosa tu sia stata in passato. » rispose il maggiore Onej’A, a simile affermazione.

Riuscendo a malapena a comprendere simili parole, ella lo sentì avvicinarsi definitivamente a sé, per poi chinarsi su di lei per prenderla da sotto la giuntura fra braccia ed addome e trascinarla senza sforzò per pochi piedi, a ricondurla nel punto esatto in cui poco prima era costretta dalle catene alla ricerca di riposo. Impossibilitata comunque a reagire in alcun modo, ella non colse alcuna minaccia in quel gesto ed in quei toni, non ritrovando in tal modo come avverso quell’uomo nonostante tutta la freddezza che egli sembrava concedere: quasi priva di sensi, ella si lasciò così condurre, simile ad una bambola di pezza più che una donna viva, una guerriera forte, una mercenaria temuta e desiderata.

« Molti anni fa ho giurato fedeltà ad una città, al suo popolo ed al suo governo. » continuò egli, con tono contenuto, al fine di non mettere in allarme fra tutte le guardie ancora addormentate che li circondavano, non ridestatesi fino a quel momento nonostante il breve combattimento avvenuto sicuramente anche in virtù della stanchezza che gravava su di essi oltre che del silenzio in cui tutto era avvenuto « Ed in fede a tale giuramento ancora oggi presto il mio servizio a quella città, al suo popolo ed al suo governo. Solo per questo, ora, sto conducendo questo tuo trasferimento fino al carcere nella Terra di Nessuno: per me tu sei unicamente una detenuta, una condannata, e tutto ciò che tu puoi fare o dire, tutto ciò che altri possono fare o dire, non cambieranno questo stato, né in meglio, né in peggio. »

Lasciando la mercenaria a terra, il comandante delle guardie colse dalla propria cintola una borraccia piena d’acqua fresca per poi chinarsi a volgere il di lei capo verso le stelle per poter versare, scompostamente, il liquido sulle e nelle di lei labbra. L’acqua, bene così prezioso, così meraviglioso per cui ella avrebbe in quel momento compiuto qualsiasi azione, inondò improvvisamente la di lei gola, vedendola in un primo momento tossire spontaneamente in reazione a tale presenza, salvo poi cercarla con bramosia, con passione, con lussuria quasi, troppo bisognosa di essa per la propria sopravvivenza. L’uomo, che stava evidentemente rivolgendo la propria azione ad un intento ben diverso dal dissetarla, si ritrovò anche ad adempiere volente o nolente a tale utilità, nel mentre in cui la di lui mano libera si mosse a passare ripetutamente sul di lei mento, sulle labbra, sulle guance, a liberarla da ogni traccia di sangue presente sulla pelle candida, leggermente essiccata nella disidratazione da ella subita fino a quel momento. Solo quando il piccolo otre fu svuotato fino all’ultima goccia e quando ogni traccia di sangue dal di lei volto risultò scomparso, egli si allontanò da esso, per dedicarsi alla di lei mano destra, a ripulirne minuziosamente con un panno il metallo lucente da ogni residuo organico dell’uomo freddamente ucciso poc’anzi: solo al termine di tale operazione abbandonò nuovamente la donna a terra, per iniziare a tendere le di lei catene nella massima discrezione possibile.

« Non vedere il mio come un atto di misericordia nei tuoi confronti. » commentò verso la prigioniera, come a precisare, ad esplicitare la ragione delle proprie azioni, piantando nuovamente in picchetti a terra a mani nude negli stessi solchi dai quali erano stati prima estratti, per evitare di offrire rumori sospetti che potessero allertare i propri subalterni prima del compimento del piano elaborato in quegli ultimi minuti « Dipendesse da me punirei la tua ribellione, per quanto giustificata da legittima difesa, senza alcuna pietà: ma i miei ordini sono differenti, laddove i signori a cui io ho giurato fedeltà desiderano la tua vita più della tua morte. »
« E cosa vuoi fare? » domandò ella, riprendendo finalmente parola con una voce più serena rispetto a prima, restando tranquillamente piegata sotto il peso delle catene, rinvigorita a tutti gli effetti dall’acqua che aveva avuto la possibilità di bere, in un effetto ristoratore impagabile.
« Presto lo vedrai. » rispose egli, tranquillo « Se solo uno fra tutti i miei uomini, se solo una fra tutte le mie donne, sospettasse una tua implicazione nelle morti di questi due sciocchi, essi richiederebbero immediatamente la tua testa, vorrebbero linciarti senza esitazioni e nulla io potrei fare per fermarli laddove non è mio desiderio che alcuno fra loro possa disonorare se stesso e la propria famiglia in questo modo, cedendo ad un comportamento indegno di una guardia per colpa tua. »
« Vuoi assumerti la responsabilità dell’accaduto. » comprese ella, in quel mentre, intuendo i piani dell’uomo.
« Sì. » confermò egli.
« Verrai punito per questo… » sottolineò la mercenaria.
« Ti ripeto di non fraintendere le mie ragioni: non lo compio come pietà nei tuoi riguardi. » rispose Andear, storcendo le labbra verso il basso « Se sarà, il mio sacrificio avverrà unicamente per gli uomini e le donne che da me dipendono, a salvarli da loro stessi, ad impedire loro di compiere una sciocchezza in un naturale ma non accettabile desiderio di rivalsa. »

Terminato il proprio operato su di lei, egli si mosse così verso i due cadaveri: anch’essi, infatti, dovevano essere posizionati in modo adeguato a permettere agli ultimi dettagli di quella messa in scena di non tradirne lo scopo d’inganno. A tal fine, pertanto, egli estrasse le loro armi dai rispettivi foderi e le pose chiuse nelle loro mani, come se fossero state impugnate da essi nell’istante immediatamente antecedente alla morte, come se essi fossero caduti combattendo. Dopo aver compiuto questo, con assoluta freddezza e controllo, egli sguainò improvvisamente la propria lama, per rivolgerla ai corpi della coppia che aveva complottato contro Midda: in due movimenti rapidi e decisi, egli lì decapitò, lasciando rotolare le loro teste per qualche piede di distanza. I loro colli, in quel modo, vennero recisi di netto alla medesima altezza delle reali ferite mortali addotte dalla donna guerriero su di essi, a voler coprire le reali cause della loro morte, a voler celare in quel gesto le conseguenze del di lei violento attacco, della furia selvaggia da lei rivolta alle loro gole. Ovviamente se solo fosse stata offerta un’analisi non superficiale dei resti dei due sarebbero chiaramente emersi i segni della di lei azione, esattamente come sarebbe potuta essere denotata l’esiguo quantitativo di sangue sparso in conseguenza di quei tagli, avendo esso già smesso di muoversi irruente e vitale in quei corpi in precedenza al passaggio della lama: evidentemente, però, il maggiore non aveva intenzione di concedere la possibilità di una simile attenzione verso i propri caduti ed in tal caso, pertanto, superflua sarebbe stata l’assoluta credibilità di quella rappresentazione quanto, piuttosto, il semplice e naturale effetto che essa avrebbe saputo imporre sulle altre guardie, sulle loro emozioni, nell’orrore di quanto sembrava essere accaduto.

« Ed ora, se ci tieni alla vita, non parlare e dai credito alla mia versione. » raccomandò egli verso la prigioniera.
E senza attendere da parte di ella alcun consenso, Andear inspirò aria nei polmoni prima di svuotarli di colpo in un potente richiamo: « All’armi! »