Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 31 dicembre 2008

356


I
l sole, quella mattina, sorse pigramente dal proprio giaciglio ad oriente, simile ad una giovane e meravigliosa amante nei propri movimenti delicati, nei propri gesti leggeri e sensuali, con i quali pose i propri sottili raggi a spingersi verso la costa volta a ponente, per accarezzare nella propria calda luce, le vaste pianure della provincia, le sue correnti d’acqua e i suoi campi coltivati. In quel placido tepore capace di dissolvere la leggera rugiada della notte, di negare il freddo accumulatosi al suolo nel trascorrere delle ore di oscurità, esso si spinse fino alle mura di Kirsnya, caratteristiche nella propria forma esagonale, inconfondibili nel bianco della pietra con cui esse, e i torrioni di guardia lì collegati, erano state costruite in tempi remoti, quand’ancora non Tranith ma Kofreya lì poneva il proprio dominio. Circondate da tale abbraccio di pietra, dal senso di protezione che ormai non si richiedeva più necessario nei nuovi abitanti di quei confini, non solo le torri di un tempo, svettanti verso il cielo, si ponevano ad accogliere quel gaudio ritorno, quel felice ed immancabile amico, ma anche bassi, colorati ed assolutamente caotici edifici, in totale contrapposizione con lo stile di un tempo, si contendevano tali attenzioni, mostrandosi nei propri smalti lucenti forse ancor più vicini al sole stesso per quanto architettonicamente rivolti al suolo ed alle naturali forme della terra.
In quei gesti, in quelle amorevoli cure degne della più fedele sposa verso il proprio unico marito o della più affezionata madre verso i propri figli, l’astro maggiore del cielo sopra a tutti i mortali non ritrovò contatto con la distesa di tende rosse a cui ormai si era abituato, non incespicò ancora fra i numerosi tiranti, non ebbe occasione di intrecciarsi alle loro stoffe sventolanti, non poté spingersi alla ricerca di volti addormentati dopo una notte trascorsa in serenità attraverso le sottili trame dei loro tessuti. Là dove, fino al precedente tramonto, era stato concessa al tocco dei suoi raggi una piana serena, traboccante di vita e di voglia di vivere, in quella nuova alba tutto appariva mutato, cancellato, dimenticato: al loro posto delle tende, dell’intero accampamento, infatti, esso si ritrovò a rendere il proprio saluto a uomini e donne pronti alla morte, eretti e fieri nelle proprie lucenti armature, reggendo pesanti scudi, indossando elmi e cotte di maglia, affilando le proprie armi. Non più occhi desiderosi solo di sonno, corpi a riposo, membra distese furono quelle che vide, che illuminò con il proprio tepore, ma menti già sveglie, lucide e coscienti senza alcuna necessità del proprio intervento: tutti, a quella prima luce, a quell’aurora, si stavano disponendo pronti alla partenza, improvvisa ed inattesa.

A metà del mese di Tynov, pochi giorni dopo il ritorno del loro comandante, l’armata della Confraternita del Tramonto agli ordini del capitano Graina smontò il campo eretto fuori le mura di Kirsnya, allo scopo di porsi finalmente in marcia in direzione della Terra di Nessuno. Il periodo prescelto sarebbe stato considerato infausto dalla maggior parte delle persone, nell’approssimarsi dell’inverno, nell’imminenza dell’ultima stagione dell’anno, tempo di morte della natura. Ma proprio in quel momento, quando alcun altro avrebbe avanzato una simile proposta, il loro ufficiale in comando valutò essere necessario avviarsi, sia nella consapevolezza che altri tre mesi avrebbero rappresentato un vantaggio eccessivo per la loro avversaria, una leggerezza che non si sarebbero potuti permettere nell’ignoranza assoluta in cui si ponevano essere nei suoi riguardi, sia nella speranza che, in simile decisione, essi avrebbero potuto ritrovare un certo fattore sorpresa, nel proporsi alle porte del dominio della regina Anmel nell’unica stagione in cui mai ci si sarebbe potuti attendere tanta imprudenza, in cui solo dei folli avrebbero pensato di incominciare una guerra tanto delicata come immancabilmente sarebbe stata quella a cui avrebbero offerto inizio e, speranzosamente, rapida fine.
La formazione di quell’armata si propose decisamente variegata nel proprio aspetto meramente estetico, nell’apparenza che avrebbe offerto agli occhi di un eventuale spettatore, come sarebbe potuto essere considerato il sole di quel primo mattino. Alcuna uniforme aveva mai ed avrebbe mai, infatti, reso omogenea quella massa umana, differenziandola in questo da qualsiasi esercito regolare, da qualsiasi altra formazione militare: contraddistinta semplicemente dal proprio tipico colore rosso, espressa in un qualsiasi genere di indumento, la Confraternita aveva infatti da sempre non solo garantito ma, addirittura, incentivato la libertà di espressione personale fra le proprie schiere, fra i propri uomini, per quanto ciò avrebbe potuto apparire in contrasto con qualsiasi ordine marziale, con qualsiasi esigenza di rendere i soldati semplici numeri, simulacri animati non eccessivamente diversi da zombie da porre in battaglia senza una reale identità. Lo scopo di simile scelta si proponeva, semplicemente e straordinariamente, essere quello di ritrovare il valore dell’intero gruppo nella forza del singolo e non quella del singolo nell’intero gruppo, comprendendo l’importanza di non annientare l’individualità di alcuno in favore di una semplice onda rossa, sempre uguale a se stessa.
Per questo le armi offerte in quel mattino rappresentative di in una varietà apparentemente illimitata, proponendo pugnali, spade, sciabole, spadoni, picche, scuri, mazze, medrath, archi, balestre e molto altro ancora, in qualsiasi foggia, in qualsiasi forma, frutto dell’artigianato di Qahr o di quello di Hyn, del talento dei fabbri figli del mare o di quello dei continentali: non dozzinale armamento fu quello pertanto presentato, ma un campione rappresentativo forse e addirittura di tutte le armi, di tutti gli strumenti di morte mai creati in quelle terre, a cercare di offrire il maggiore risalto alle potenzialità di ogni membro di quell’armata, a non limitare le possibilità di espressione nel compito di morte a loro assegnato. Allo stesso modo, immancabilmente e naturalmente, anche le armature, gli scudi e le protezioni proposte da ognuno di loro si concessero con una varietà priva di confini, vedendo guerrieri completamente rivestiti da lucente metallo, attraverso il quale neanche lo sguardo degli stessi sarebbe potuto essere intravisto, accanto a compagni del tutto privi del medesimo: i primi, in uno scontro, avrebbero fondato la propria strategia di combattimento sulla forza fisica, sulla potenza dei propri attacchi, dove altresì i secondi avrebbero preferito mantenersi libertà di movimento, garantirsi possibilità di azioni agili e rapide, proponendosi in questo non meno pericolosi rispetto agli altri.
Ovviamente, in tanta varietà di armi e di armature, in tanta differenza estetica, in simile assenza di omogeneità fra essi, quegli uomini non si proponevano uniti l’uno all’altro unicamente dal colore rosso che in un qualche punto li caratterizzava tutti: quello che avrebbe potuto offrirsi come una casacca piuttosto che come un ornamento sopra un elmo o, addirittura, come un semplice straccio legato attorno ad un braccio, si offriva essere simbolo di una comune formazione, di un’istruzione che accomunava indissolubilmente quei corpi e quelle menti, legandoli l’uno all’altro più di quanto non avrebbe fatto una semplice uniforme. Ognuno fra essi era stato cresciuto, addestrato, formato all’interno di una stessa organizzazione, che aveva immancabilmente imposto in uno stile di vita comune, un’educazione atta a permettere loro, pur nel mantenere una propria autodeterminazione, di riuscire anche e soprattutto ad essere membra di una sola squadra, di un’organizzazione compatta e coesa che nulla avrebbe avuto di che invidiare ad un qualsiasi esercito regolare di un qualsiasi regno del mondo conosciuto.
Naturale fu, pertanto, la marcia che cento cavalli e cento cavalieri iniziarono in quel mattino, nell’esecuzione di un unico e semplice ordine che non richiese da parte loro neanche la necessità di un’espressione verbale, quanto di un gesto, ritrovandoli schierati in modo ordinato, ad intervalli perfettamente regolari l’uno dall’altro, senza alcuna possibilità di errore, senza la minima incertezza, senza il più labile dubbio. In quanto membri della Confraternita del Tramonto, ancor prima che élite scelta al suo interno, con quello stesso controllo, con il medesimo ordine, essi avrebbero attraversato le terre della provincia settentrionale di Tranith, ponendosi al seguito del loro comandante, prestando fede ai suoi ordini, ai suoi comandi, per giungere nella sua guida, nella sua saggezza che non desideravano porre in discussione, alla gloria che quella missione avrebbe loro offerto.
Davanti a quei cento guerrieri, infatti, altre due figure umane ed altri due cavalli si concessero, le prime facendo sfoggio formale, sopra alle proprie vesti, di due fasce rosse legate una al braccio destro e l’altra al mancino, quale simbolo di aggregazione al gruppo che le seguiva, che le avrebbe seguite fino alla Terra di Nessuno ed ai suoi indescrivibili orrori.
Ed Heska, nell’osservare la distesa di uomini e donne alle proprie spalle, non poté che provare un legittimo e naturale senso di timore, di inadeguatezza, per il ruolo di responsabilità a cui, suo malgrado, aveva voluto ascendere nel porsi al fianco di Midda, della sorella di fato che la dea Marr’Mahew le aveva concesso trent’anni prima.

martedì 30 dicembre 2008

355


I
n effetti l’ulteriore incentivo rappresentato da quella stessa ricerca di fama e di gloria non avrebbe mancato di stimolare ognuno dei membri della Confraternita del Tramonto riuniti in quel campo, per quanto paradossale ciò potesse apparire nel riferirsi a quegli uomini e donne, nel non dimenticarsi delle ragioni che li aveva visti richiamati in quel luogo e in quella missione. Nel proprio ruolo di guerrieri mercenari, soldati di ventura privi di qualsiasi ideale esterno a quello del mero profitto, essi si sarebbero normalmente dovuti sospingere in un incarico unicamente per la ricerca di un giusto compenso in oro a copertura di tutti i rischi che avrebbero inevitabilmente affrontato. Ma l’impresa per cui si stavano proponendo disposti a rischiare le proprie esistenze, non diversamente da ciò che avrebbero del resto fatto prendendo parte ad un conflitto o ad una qualsiasi altra missione pericolosa, si proponeva essere qualcosa oltre la norma, oltre le consuete possibilità concesse da quella loro attività.
Per tale ragione, nell’assoluta consapevolezza di simile situazione, essi si ponevano indubbiamente entusiasti di ciò che avrebbero dovuto sfidare, di ciò a cui avrebbero dichiarato guerra: una forza al di là di ogni umana immaginazione, superiore ad ogni genere di stregoneria a cui, eventualmente, avevano potuto già assistere in passato, tale da porre un valore estremo per quel traguardo. Il negromantico potere a cui avrebbero offerto battaglia nella Terra di Nessuno, invero, si poneva essere probabilmente di gran lunga superiore, per quanto simile, a quello che per secoli aveva negato la vita nella palude di Grykoo, imponendo la non morte su chiunque entro quelle lande si fosse avventurato: all’interno dei confini, delle letali terre ormai ritornate ad essere placida laguna, nel dominio che era stato degli zombie fino a pochi lustri prima, solo un nome aveva avuto modo di guadagnarsi la fama a cui tutti ora desideravano tendere, nel superare da sola insidie da cui alcun altro aveva avuto salva la propria vita. Quel nome, impossibile da dimenticare, a loro insaputa corrispondeva semplicemente eppur incredibilmente a quello del loro stesso comandante, del capitano posto a loro comando, colei che conoscevano come Graina Marbo ma che, in passato, da sempre era stata conosciuta con il più noto appellativo di Midda Bontor.
Proprio con la scomparsa della Figlia di Marr’Mahew dal mondo conosciuto, con la sua prematura fine, sembrava essersi chiusa un’epoca, un’era, un’età diversa da quella attuale. Probabilmente simile fenomeno si sarebbe potuto analizzare più in conseguenza degli eventi che, distintamente da esso, avevano avuto luogo in quegli anni, cambiando l’intera geografia di quell’estremo del continente, piuttosto che direttamente per la sua presunta morte: dal punto di vista popolare, nell’opinione comune, però, ciò che aveva concretamente valore si poneva essere solo il fatto che per quasi trent’anni nessun altro mercenario, nessun cavaliere, nessun avventuriero fosse riuscito a guadagnarsi gli stessi onori, la stessa importanza, la stessa notorietà in quelle terre pari a quella che un tempo aveva avuto Midda Bontor, ultima di una lunga ed incredibile serie di protagonisti di forse troppe ballate, di troppe storie, favole frutto spesso ancor più dell’enfatizzazione di una notizia mal riportata che, effettivamente, delle loro azioni comunque incredibili, fuori dal comune.
Oggi, a quei cento mercenari della Confraternita del Tramonto, uomini e donne scelti per la loro capacità di distinguersi da tutti i loro compagni, di ergersi al di sopra della schiera di normalità per spingersi all’eccellenza, sarebbe pertanto stata concessa l’occasione di poter aprire una nuova epoca di eroi, di miti e leggende, nell’affrontare un pericolo forse proveniente dagli arbori stessi della loro storia, una minaccia offertasi loro con il nome altisonante della regina Anmel.

« Il nostro obiettivo è la Terra di Nessuno. » esordì a quel punto H’Anel, evidentemente incominciando nel proprio resoconto da informazioni ancor più generali di quelle a lei richieste per rispetto verso la nuova arrivata, allo scopo di concederle una prospettiva più completa sulla situazione « Zona vulcanica sita nel confine fra Kofr… ehm… Tranith e Gorthia, da sempre sterile e refrattaria alla vita, secondo le informazioni in nostro possesso si è riconfigurata ad essere il centro del dominio della nuova regina Anmel, chiunque ella sia. »
« Non siamo certi sulla precisa locazione del tempio... » prese parola M’Eu, sollevandosi dal cuscino sul quale era seduto al fine di raggiungere la libreria e da essa trarre una pergamena arrotolata, una mappa, allo scopo di aprirla sul tavolinetto e chiarire visivamente la questione « Nessuno fra coloro dei nostri esploratori che si sono spinti verso il territorio più interno, più centrale alla Terra di Nessuno ha fatto ritorno e quindi non possiamo che evitare di offrire sospetti proprio verso tale direzione. »

Sotto gli occhi di Heska, venne pertanto concessa una rappresentazione del confine di quello che un tempo era Kofreya, ormai divenuta Tranith, e Gorthia, in uno spicchio quasi triangolare di territorio rappresentato dalla mano del cartografo come ricolmo di vulcani fumanti, totale assenza di corsi d’acqua o segni di possibile vita, di insediamenti umani o quant’altro. Ella aveva spesso sentito parlare di quella particolare zona, ma mai aveva prima di allora avuto modo di vederla rappresentata su una mappa o, tanto meno, di prendere in ipotesi l’idea di avventurarsi in essa: anche prima di quella particolare nuova situazione, prima del ritorno della regina Anmel, infatti, alcuna nomea positiva era mai stata associata a tali lande ed, al contrario, simile territorio si era guadagnato il titolo di Terra di Nessuno proprio in riferimento al fatto che alcuno fra i regni confinanti aveva mai desiderato porre qualsivoglia diritto di proprietà nei suoi riguardi.

« Tempio?! » domandò, dopo un istante di incertezza, nell’osservare la mappa e nel ripensare alle parole appena pronunciate dall’uomo.
« Fonti non confermate hanno riferito come la regina Anmel abbia edificato un imponente costruzione all’interno della Terra di Nessuno, primo edificio di un’ipotetica futura capitale di questa parte di mondo se non, addirittura, dell’intero continente di Qahr. » esplicitò M’Eu, a tale richiesta « Si parla di un enorme tempio nel quale ella ha posto la propria residenza, in attesa di raccogliere sufficiente potere per espandere il proprio dominio oltre la Terra di Nessuno. »
« Un attimo… » intervenne Midda, sollevando appena la propria mano sinistra a richiedere permesso di parlare « Credo che il discorso si stia facendo un po’ troppo confuso per la nostra amica. Forse sarebbe meglio fare ancora un passo indietro… H’Anel? »
« D’accordo. » annuì la donna, ubbidendo al richiamo del proprio capitano « Sia chiaro che tutto ciò che è in nostro possesso non ha avuto modo di trovare reale conferma, come del resto abbiamo continuato a ripetere. » tornò a rivolgersi verso Heska, con simile doverosa premessa « Sebbene il potere della regina si sia già proposto sufficientemente forte da trasformare completamente, in negativo, la situazione della Terra di Nessuno, esso non si è fino ad ora proposto al di fuori di tale territorio. Solo strane proiezioni, simili a spettri, si sono concesse quali suoi messaggeri nelle capitali dei tre regni di Y’Shalf, Tranith e Gorthia, al fine di imporre i termini della resa all’attenzione delle famiglie reali: oltre a questo, però, nulla. »
« Capisco… » rispose Heska, offrendo la massima attenzione a quelle spiegazioni « Da qui la deduzione che, per qualche ragione, il suo potere non sia ancora tale da estendersi oltre questi confini… » nel riferimento alla mappa posta sotto ai propri occhi.
« Per la precisione, questa è l’opinione offerta dagli studiosi, dagli intellettuali di corte… » sottolineò M’Eu, quasi a prendere le distanze da tale categoria.
« Comunque hai centrato il punto. » osservò H’Anel, offrendo un tranquillo sorriso, estremamente grazioso sul suo viso per quanto in paradossale contrasto con il corpo eccessivamente scolpito « Anche per questa ragione si propone la necessità di un intervento armato in tempi non eccessivi: a nessuno è dato di sapere se occorreranno giorni, mesi oppure anni alla regina per acquisire di nuovo i poteri di un tempo, quelli per cui è stata conosciuta come l’Oscura Mietitrice, e nel desiderio di poter avere ancora qualche speranza nei suoi confronti ogni indugio potrebbe essere negativo. »
« Comprendo. » annuì la figlia di Lafra, nel sistemarsi dietro l’orecchio destro un ciuffo di capelli scivolatole davanti al naso durante l’osservazione della mappa « Quello che ci proponiamo di fare, pertanto, è marciare fino alla Terra di Nessuno, violarne i confini, contrastarne gli orrori e spingerci fino al suo centro, alla sua capitale, per entrare nel tempio di Anmel e lì sconfiggerla prima che ella possa diventare troppo forte per concederci simile opportunità… è corretto? » sorrise, nel dichiarare con freddo controllo simile ipotesi, dimostrando la tempra del proprio carattere, la forza del proprio animo, laddove altri avrebbero avuto timore anche solo nell’ascoltare una tale proposta.

lunedì 29 dicembre 2008

354


« H’
Anel, M’Eu… » continuò immediatamente con le presentazioni, in senso inverso « Vi presento Heska Narzoi, mia amica. Resterà al mio fianco in questa missione. » aggiunse poi, a chiarire subito il senso della presenza della donna accanto a sé.
« Se ti sei dimostrata degna di un simile ruolo, non posso che tributarti il giusto rispetto, Heska Narzoi. » dichiarò con formale ma sincera cortesia H’Anel, chinando appena il capo verso la stessa, colpita quale si ritrovò ad essere sia dall’affermazione di amicizia sia da quella di collaborazione in quella loro missione.
« Mi associo alla posizione di mia sorella… » aggiunse M’Eu, subito dopo, imitando quel medesimo gesto « Non può che essere un onore conoscerti. »

Heska sorrise verso i due luogotenenti così a lei presentati, giudicandoli, in quel primo impatto, in quella sensazione di acchito, forse effimera, forse inesatta, come due figure capaci di celare in sé una grande forza, non solo a livello fisico, ma ancor più a livello psicologico ed emotivo. Del resto, non diversamente da come essi si stavano esprimendo nei suoi confronti, similare discorso non sarebbe venuto meno in senso contrario: dove Midda li aveva voluti vicino a sé in un tale incarico, offrendo evidente trasparenza ad essi della propria identità, entrambi non sarebbero dovuti essere elementi di poco conto o quella scelta non sarebbe stata giustificata o giustificabile, non davanti a sé stessa o, tantomeno, davanti agli altri novantotto uomini che da lei dipendevano.

« Vi prego… mi ponete in imbarazzo. » rispose altrettanto trasparente la donna, comunque non aspettandosi una simile reazione, non reputando di poter essere destinataria di tale plauso.
« H’Anel e M’Eu sono i figli che non ho mai avuto, probabilmente a causa della mia immaturità. » spiegò placidamente Midda, accomodandosi a sua volta sui cuscini e prendendo posizione accanto a loro, fra loro « Solo Thyres è consapevole di quanto abbia amato loro padre, che possa riposare in grazia agli dei. »
« E’ stato un uomo straordinario… capace di offrirsi completamente, incredibilmente come pochi avrebbero saputo fare. » sorrise, continuando con evidente nostalgia in quelle parole « Nonostante ciò, non ho avuto la forza o il coraggio sufficiente per restare al suo fianco ed una donna sicuramente migliore di me ha avuto l’onore di divenire loro madre. »

Fratello e sorella, a quelle parole, restarono in silenzio, mostrando di aver già avuto modo di ascoltare simili affermazioni: in quella temporanea laconicità, comunque, non venne meno da parte di entrambi un evidente trasporto per le stesse, nel ricordo dei propri genitori, della madre quasi non conosciuta e del padre altresì tanto amato, ma anche per il sentimento che probabilmente, in parte, non avrebbero potuto negarsi di provare verso quella loro quasi madre.
Heska, di fronte a tale presentazione, non poté che restare colpita, non solo dai termini adoperati dalla compagna, ma per le dichiarazioni offerte con semplicità e incredibile forza d’animo: l’autocritica contenuta in esse appariva evidente e, ancor più, evidente appariva anche la malinconia per una maternità mancata, per un amore rinnegato, per una vita di quiete perduta. Ai suoi occhi, la donna che aveva di fronte era sempre apparsa quale la stupefacente, la potente Figlia di Marr’Mahew, una figura leggendaria, quasi mitologica, lontana da tutto ciò che avrebbe dovuto essere normalità, tranquillità, quotidianità. In quel momento, però, si rese conto dell’incredibile e sciocco errore di valutazione che, evidentemente, aveva commesso in simili pensieri, in tale valutazione: ella non era una dea o una semidea, non era un’eroina immortale ed invincibile, ma una donna, esattamente come lei, che proprio come lei non avrebbe potuto mai rinnegare la propria natura. E per quanto straordinariamente bene si fosse sempre proposta nel concedere la morte, si fosse destreggiata nella guerra e nella distruzione, anche in Midda non sarebbe potuto esser negato il desiderio di offrire la vita, di essere madre e, forse, sposa esattamente come lo era stata lei. Per trent’anni la figlia di Lafra aveva inseguito l’ideale rappresentato dall’idea di quella donna che si era fatta e, invece, in conseguenza di tali parole, sarebbe stata lei stessa, con la propria vita serena, la propria figlia, i propri nipoti, a dover essere invidiata dalla mercenaria, nell’aver raggiunto tutto ciò che a quest’ultima era altresì stato negato.

« Oltre a te sono le sole persone che ho avuto modo di incontrare, facenti parte del mio passato, della mia epoca… » sorrise la stessa mercenaria, continuando a rivolgersi verso Heska « Non sono certa che Ebano avrebbe gradito la loro scelta, il proseguimento delle proprie orme nell’intraprendere la carriera mercenaria, ma non posso negarmi una personale ed egoistica felicità nell’essere in loro compagnia in questo momento, in questa missione: sono i soli, oltre a te ovviamente, a cui potrei donare fiducia in questo momento. »
« Heska… » riprese dopo un istante di silenzio, nel cambiare interlocutore e porre la propria attenzione verso i due luogotenenti « … è per me, invece, una sorella, forse la migliore che il fato mi potesse offrire, mi potesse concedere, per quanto in effetti il mio esilio dalla vita mi ha negato ogni possibilità di scoprire quale rapporto avremmo potuto costruire frequentandoci maggiormente, ponendoci in più frequenti rapporti. »
« E’ stato il padre di Heska, Lafra Narzoi, a forgiare la mia spada a seguito dell’annuncio della sua imminente nascita… » tentò di aggiungere, venendo però interrotta prima di poter proseguire in tale discorso.
« Aspetta… ma stai riferendoti ai fatti dell’isola di Konyso’M? » intervenne M’Eu, prendendo parola in quel frangente « A quella famosa battaglia…? »
« Esattamente. » annuì la mercenaria « Suo padre e suo marito hanno partecipato a quegli eventi. »
« Ma io no. » si intromise la diretta interessata, a scanso di qualsivoglia genere di equivoci « Ti ringrazio per l’introduzione concessami e le presentazioni fatte… » aggiunse poi, con tono formalmente cordiale che, in sé, celava a stento un chiaro desiderio volto a concludere quel momento al più presto « … ma sono certa che il tempo e le nostre azioni ci potranno permettere una conoscenza maggiore rispetto a tante lodi, che da parte mia non posso che sentire immeritate. »

L’azione di Heska si propose probabilmente spinta da un egoismo di fondo, nella volontà di non vedere ulteriormente esposto l’animo della compagna il simili emozioni, in parole tanto lontane dal ricordo di donna forte, decisa, glaciale che era in lei, atte a distruggere invero tutta l’immagine, l’idea forse fondata su troppi pochi ricordi, su troppi pochi momenti insieme, in suo riferimento.
Se da un lato, infatti, scoprire certi nuovi aspetti in lei, la conducevano a una maggiore consapevolezza su molte realtà prima ignote, dall’altro quelle stesse realtà le negavano la propria eroina, il proprio idolo. Ed in quel momento, soprattutto nel confronto con l’incredibile avventura che si sarebbero dovute ritrovare ad affrontare, non desiderava aprire gli occhi su qualcosa di nuovo, per quanto più veritiero, più sincero: preferiva altresì restare aggrappata, forse infantilmente, ai propri pensieri, alle proprie idee, ai propri ricordi di una donna guerriero forte, carismatica, decisa, passionale, capace di porre fine alla vita di un uomo con naturalezza ed eleganza tali da essere assimilabili ad una danza, ad un delicato e sensuale balletto.

« E’ giusto. » le concesse Midda, sorridendo appena « Dato che le presentazioni ormai sono fatte, direi che sarebbe meglio fare un punto della situazione prima di qualsiasi altro discorso: potrà aiutare Heska a comprendere meglio il punto in cui siamo giunti e ciò che ci ancora attende e, in fondo, anche a me potrà essere utile, laddove mi sono allontanata per alcuni giorni e potrei essermi persa qualche aggiornamento rilevante. »

Quelle parole, pertanto, pur apparendo rivolte verso Heska, al pari dello sguardo dagli occhi di ghiaccio, si indirizzarono esplicitamente verso i due luogotenenti, che durante la sua assenza avevano avuto, in sua vece, controllo assoluto e piena responsabilità su quella legione e tutti gli uomini e donne lì riuniti in attesa della partenza verso nord, verso una missione forse priva di ritorno ma, al tempo stesso, capace di promettere gloria sempiterna laddove fossero riusciti a giungere a termine, a sopravvivere ad essa.

domenica 28 dicembre 2008

353


I
n attesa dell’arrivo del loro capitano, un uomo ed una donna, ovviamente rosso vestiti nel rispetto del colore caratteristico della Confraternita, si mostrarono in piedi accanto alla tenda indicata da Midda quale propria. Entrambi sulla trentina, donavano alla vista pelle caratterizzata da una tonalità marrone chiara, la quale si concedeva, insieme a diversi tratti somatici, indicativa di una parte delle loro origini, di almeno una metà del loro sangue, derivante dai regni desertici centrali, accomunandoli evidentemente fra loro e lasciando chiaramente sospettare una qualche parentela, forse quella esistente fra un fratello ed una sorella.
La donna si concedeva in proporzioni che indubbiamente e purtroppo castigavano la sua femminilità in favore di un’evidente indole guerriera, privando in ciò il mondo di una creatura altrimenti sicuramente meravigliosa e ammaliante, che avrebbe potuto conquistare qualsiasi uomo semplicemente con la propria presenza. Il volto appariva, in effetti, quale piena manifestazione di tale essenza muliebre, nel rispetto delle proprie origini, proponendo grandi e scuri occhi al proprio centro, accompagnati da labbra carnose, zigomi tondeggianti, un piccolo mento ed un naso leggermente schiacciato. Il tutto, poi, si proponeva circondato con corti capelli stretti in piccole trecce attorno all’interno capo, mostrando in ciò quali suoi ornamenti due tondi orecchini dorati pendenti da entrambi i lobi. Il corpo era, al contrario, il principale indicatore della natura combattente della medesima, ritrovando, in spalle larghe e muscoli guizzanti sotto ogni pollice di pelle, castigate anche quelle curve che l’avrebbero dovuta contraddistinguere. I seni, in ciò, si concedevano ancora immaturi, nonostante la fanciullezza non le fosse più propria, stretti all’interno di un bustino rosso allacciato sull’addome forse nel tentativo di porre in risalto quelle poche forme o, semplicemente, a concedere assoluta mobilità alle sue braccia, libere da spalline o altre coperture: là dove tondeggianti e sensuali essi avrebbero dovuto apparire, i muscoli pettorali sembravano quasi volerli porre da parte, sostituirli, emergendo nella loro forma lungo la linea dello sterno e sotto alle spalle. Le braccia, pur lunghe, proponevano a loro volta tutta la propria fisicità a discapito della femminilità, ricordata solo in un vezzo puramente formale rappresentato da un bracciale d’oro posizionato poco sopra al gomito mancino. Le gambe, ancora, si proponevano toniche, con cosce forti e glutei alti, forse i soli in quel complesso che non avrebbero concesso scampo all’attenzione maschile, venendo coperte da pantaloni in tonalità ugualmente rossastre, per quanto scoloriti, i quali andavano a perdersi sotto alle ginocchia all’interno di alti stivali rinforzati, stretti attorno ai suoi polpacci da molteplici piccole cinghie. Nella mano della donna, quale propria arma, si proponeva una lunga lancia, dalla picca particolarmente elaborata e in colori dorati.
L’uomo, accanto a lei, si mostrava assolutamente simile in tanti particolari, alcuni innati altri, evidentemente, voluti dal medesimo. Di altezza non inferiore alla stessa, proponeva un viso, appena squadrato nelle proprie forme, privo di barba, baffi o pizzi ed ornato da occhi di simile tonalità, sopra a un naso ugualmente piccolo e schiacciato, labbra carnose e zigomi tondi. I suoi capelli, poi, erano stati acconciati nella medesima pettinatura della compagna, mostrando identiche piccole e corte trecce a legarli attorno all’intero cranio, senza altri ornamenti al di fuori di un orecchino ugualmente tondo e dorato, ma di proporzioni minori, posto al suo orecchio destro. Il corpo dell’uomo, pur muscoloso e formato per essere quello di un guerriero, di un combattente nato, si differenziava da altri eccessivamente nerboruti di molti suoi pari nel concedere forme guizzanti, agili, simili a quelle di un giovane felino: evidentemente, nella propria formazione, l’uomo doveva aver preferito un cammino diverso da quello normalmente proposto ai guerrieri, rinnegando l’utilizzo della pura e semplice forza in un confronto nel ricorrere, altresì, anche ad altre risorse. Le spalle, di poco più larghe di quelle della donna, apparivano scoperte al pari delle braccia, mentre il resto del busto si concedeva celato sotto una casacca nelle consuete tonalità rossastre. Le sue gambe, forti e prestanti, erano protette da pantaloni in stoffa rinforzata, adatti a garantire la mobilità, mentre ai piedi proponeva stivali del tutto simili a quelli dell’altra, pur visibili unicamente nelle proprie estremità inferiori e non nella propria integrità. A completare simile quadro, poi, erano due asce, legate alla sua cinta, a destra ed a sinistra: non tanto grandi da non essere gestibili con una singola mano alla volta, esse si proponevano dotate di un unico lato tagliente, adatte in questo tanto per agili combattimenti corpo a corpo o, eventualmente, anche per essere scagliate a brevi o medie distanze, per raggiungere possibili avversari non a portata del suo braccio.

« Capitano! » scattarono entrambi sull’attenti, all’unisono, quando Midda ed Heska li raggiunsero, all’ingresso della tenda.
« Riposo, riposo… » comandò la mercenaria, sottolineando tale gesto con un movimento della mano destra a minimizzare l’esigenza di tante formalità.
« Il viaggio non ha offerto i frutti sperati, capitano? » domandò in modo retorico l’uomo, cogliendo evidentemente l’errata collocazione della spada non presente sul fianco di Midda quanto su quello della propria accompagnatrice.
« Seguitemi. » propose a quel punto la Figlia di Marr’Mahew, avanzando ad oltrepassare l’ingresso della tenda « Parleremo di queste e altre questioni con maggiore comodità all’interno. »

Heska mantenne il silenzio che fino a quel momento aveva offerto, non sapendo se parlare e cosa poter eventualmente dire, e seguì la propria compagna, la sua sorella di fato, all’interno di un’ampia tenda in stoffa rossa. In tale spazio, il suolo apparve completamente ricoperto da morbidi tappeti y’shalfichi, proponendo così sotto ai loro piedi una sensazione decisamente strana ma piacevole, confortevole: al centro si mostrarono diversi cuscini sparsi nell’ambiente, evidentemente allo scopo di offrirsi quali sedili per eventuali visitatori, posti attorno ad un basso tavolinetto in legno utile per momenti di riunione strategica; sul lato a destra dell’ingresso, poi, un giaciglio di paglia si propose quasi spartano, in contrasto con il resto dell’intrinseca eleganza comunque offerta, fungendo chiaramente quale letto per la mercenaria; sul lato a sinistra, altresì, un mobile ancora in legno concesse la propria presenza, proponendosi a supporto e protezione di un vasto numero di rotoli di pergamena e di altri volumi rilegati, una libreria compatta ma tutt’altro che scontata nei propri contenuti o nella propria stessa esistenza. In simili particolari, alla figlia di Lafra fu chiaro come quell’accampamento non dovesse essere lì da poco tempo, in rapido passaggio, ma stanziato almeno da qualche settimana, o la presenza dei tappeti, del tavolinetto e, addirittura, della libreria non avrebbero avuto senso o utilità: se a questo, poi, si fossero aggiunte le parole proposte dall’uomo al ritorno del proprio comandante, sarebbe apparso evidente come Midda non fosse capitata a Konyso’M nella particolare ricorrenza in cui altresì si era proposta per puro caso. Ella doveva aver chiaramente pianificato quell’intervento, nel desiderio di proporre la propria presenza nella loro isola con meno evidenza di quanto, altresì, non sarebbe potuta essere in altri periodi, approfittando della celebrazione, della fiera e dell’alto numero di visitatori che là sarebbero, ed erano, giunti per meglio celare la propria fra essi, per mischiarsi alla folla nell’apparire quale una comune visitatrice: questo, per lo meno, se il loro cammino non si fosse incrociato, come altresì era accaduto.

« Accomodatevi… » invitò la mercenaria, indicando i cuscini.

Nel mentre i tre seguirono tale istruzione, ella si mosse fino al giaciglio e lì giunta si privò del proprio lungo giaccone impolverato, nel liberare finalmente le proprie braccia e spalle dalla sua presenza e nello svelare come, sotto ad esso, la casacca verde scuro non proponesse maniche. Il suo braccio destro in metallo nero con rossi riflessi e il suo braccio sinistro ricoperto di tatuaggi turchesi, pertanto, vennero nuovamente posti alla luce, nella protezione, nel riparo offerto dall’ambiente della tenda.
Evidentemente Midda, al di là dello pseudonimo con cui aveva deciso di farsi conoscere fra i propri uomini, fra quei mercenari della Confraternita del Tramonto, doveva riporre un certo livello di fiducia verso di essi o, per lo meno, verso i due lì presenti insieme a lei e a Heska, o non avrebbe offerto una tale chiara identificazione di sé.

« Heska… » riprese a quel punto la parola, rivolgendosi verso la compagna « Permettimi di presentarti i miei luogotenenti: H’Anel e M’Eu Ilom’An. »

sabato 27 dicembre 2008

352


I
l destino da sempre era e per sempre, probabilmente, sarebbe rimasto in grado di concedersi paradossale innanzi allo sguardo dei mortali, alle loro capacità di comprensione, di giudizio, di analisi, ignave vittime di trame ordite per loro forse da prima della propria stessa nascita, da tempi addirittura precedenti al concepimento dei propri genitori, in una strategia tanto complessa, tanto caotica eppur anche tanto incredibilmente ordinata tale per cui anche una partita a chaturaji sarebbe apparso quale come il più banale dei passatempi, il più semplice dei giochi.
Quello fu il pensiero che Heska non poté evitare, nel ritrovarsi a fronteggiare la sorpresa offertale dalla sorella, quell’aspetto della loro missione che prima non aveva avuto modo di cogliere, di intuire, e che solo dopo il loro sbarco, appena fuori dalle mura di Kirsnya, era stata proposta in tutta la propria pienezza davanti ai suoi occhi, caratterizzandosi in un tipico color rosso, simbolo inequivocabile da decenni di una sola, particolare realtà.

« E… questo?! » non poté che esclamare, sbalordita di fronte all’inatteso ed inattendibile colpo di scena.

La Confraternita del Tramonto si era concessa in molteplici occasioni, trent’anni prima, quale avversaria nei confronti di Midda Bontor, in contrasto alla sua indipendenza, alla sua fama, alla sua autorità. Fra loro diversi erano stati gli scontri diretti e indiretti, senza considerare poi tutte le questioni rimaste, in effetti, ancora in sospeso fra le due parti e quelle, altresì, chiuse mediante un più pacifico patteggiamento, laddove erano state preferite soluzioni che non prevedessero il reciproco annientamento. In un simile contesto, nell’orgoglio dominante in entrambe le parti, invero, mai era stata recepita da una o dagli altri una sconfitta, fisica o morale, nel ritenersi al contrario sempre usciti vittoriosi da tali controversie, da battaglie anche estremamente cruenti, condotte quasi sempre non per interessi personali quanto per semplici incarici, per le richieste di un mecenate alle loro spalle ad ordinare loro simili confronti.

« A costo di sembrare ripetitiva… non ho mai detto che saremmo state sole in questa missione. » sorrise Midda, in opposizione allo stupore dimostrato dalla compagna nell’essere posta innanzi al proprio esercito.
« Capitano Graina! » iniziarono a salutare diverse voci, ponendosi sull’attenti al loro passaggio fra le fila dell’accampamento.

Dopo la scomparsa di Midda e, soprattutto, a seguito del ruolo attivo ricoperto nella caduta di Kofreya, incentivati dal denaro tranitha, la Confraternita si era imposta quale unica corporazione mercenaria nei territori di Y’Shalf e Tranith, ritrovandosi in questo appoggiata esplicitamente anche dai poteri locali, e aveva addirittura espanso parte della propria influenza su Gorthia, regno che della lotta, della guerra e della morte aveva fatto il proprio unico scopo, il proprio solo stile di vita. In quest’ultimo territorio, per ovvie ragioni derivanti dalla particolare mentalità lì preesistente, dalle differenze culturali e religiose, la Confraternita non aveva ancora avuto modo di insediarsi in maniera solida e stabile come era stato al contrario nelle altre due nazioni, ma ciò nonostante aveva ugualmente iniziato una capillare opera di reclutamento, a incrementare le proprie già numerose fila con nuova forza, nuova combattività.
Forte di simile situazione, l’organizzazione si proponeva ormai quale la più vasta aggregazione militare, ancor prima che mercenaria, di quell’angolo estremo sud-occidentale del continente di Qahr, superiore di gran lunga non solo agli eserciti regolari delle tre singole nazioni in cui essa era diffusa, ma addirittura di una loro ipotetica unione. La Confraternita, pertanto, deteneva in maniera indubbia, per quanto sarebbe mai stato ammesso ufficialmente da nessuno, la forza in tutto quel territorio, dettando i propri voleri su di esso nei limiti delle leggi di mercato: mercenari, del resto, essi erano da sempre stati, erano rimasti e a nulla di più avrebbero desiderato ambire. Qualcuno, nel corso del tempo, aveva ipotizzato l’eventualità di un possibile golpe, di una possibile presa di potere da parte dei vertici della Confraternita stessa per merito dell’imponenza delle proprie forze, tale per cui alcuna fra le tre nazioni avrebbe potuto offrire contrasto, ma ciò non sarebbe mai avvenuto almeno fino a quando, nella propria natura mercenaria, essi non avrebbero avuto ragioni per procedere in tal senso, per rifiutare di restare asserviti e, altresì, tentare di asservire: al di là del concetto generalmente diffuso presso coloro che già detenevano una parte di potere politico, e che in virtù del medesimo si ritrovavano ad essere assetati di altra forza, di altra influenza, di ulteriore dominio, l’idea di assumersi gli onori e gli oneri della guida di quelle terre non allettava minimamente le menti di coloro che, invero, preferivano restare in posizioni subordinate ed essere, semplicemente ma adeguatamente, ricompensati per il proprio lavoro. Fino a quando, pertanto, l’oro non fosse stato negato alla Confraternita, mai essa avrebbe avuto ragioni per assumersi un carico di responsabilità verso cui non avrebbero avuto altresì alcuna intenzione.

« Ammetto che mi fosse sfuggito questo particolare… » commentò Heska, scuotendo il capo e per il momento non prestando caso al nome con cui tutti si stavano appellando alla compagna, dando per scontato l’utilizzo di uno pseudonimo per le medesime ragioni per cui con il proprio abbigliamento ed il proprio taglio di capelli cercava di celare ogni possibilità di chiara identificazione « Ma non avrei mai immaginato addirittura un tale dispiegamento di forze! »

Cento mercenari appartenenti all’élite della Confraternita del Tramonto, guerrieri scelti per il proprio grado, per la propria preparazione, per la propria formazione, per i propri successi in precedenti missioni, addestrati ad essere i migliori fra i migliori, a non arrendersi fino a quando un solo alito di vita in essi sarebbe ancora restato ad offrire animazione alle loro membra: tale era la guarnigione offerta al comando di Midda Bontor dalle famiglie reali di Y’Shalf, Tranith e Gorthia, in un dispiegamento tale da giustificare pienamente la reazione della figlia di Lafra. Solo in occasione della guerra contro Kofreya, infatti, era stato offerto un impiego simile di forze scelte, laddove norma per la Confraternita sarebbe stata, altresì, quella di proporre se necessario anche battaglioni numericamente maggiori rispetto a quello, ma composti in maniera più eterogenea, mischiando l’esperienza di pochi con la forza di molti e non impiegando, in ciò, un simile numero di importanti risorse tutte insieme, per una singola missione. Neanche la stessa Figlia di Marr’Mahew, nei propri ormai storici confronti con quell’organizzazione, quand’ancora la giovinezza ed il vigore di un tempo non l’avevano abbandonata, si era mai ritrovata a far fronte ad uno spiegamento siffatto: aveva sì affrontato anche gruppi più imponenti di quello, ma mai composti da elementi scelti come in quel frangente e probabilmente, se ciò fosse accaduto, anch’ella avrebbe dovuto ammettere la propria inferiorità, la propria impossibilità ad una qualsivoglia possibilità di vittoria.
Solo l’unione di tre famiglie reali, e delle loro risorse economiche, avrebbe mai potuto soddisfare le richieste che la Confraternita non avrebbe evitato di porre in cambio di un tale impiego forze, di elementi a quel livello e, in questo, si poteva ritrovare assoluta conferma e dimostrazione dell’importanza attribuita a quella missione. Incarico per il quale, del resto, era stato addirittura richiesto di richiamare Midda Bontor dal limbo in cui era rimasta intrappolata, non di certo senza il ricorso a chissà quale oscuro genere di arti magiche.

« Quella è la mia tenda… » indicò la mercenaria, verso la compagna di viaggio, puntando l’indice mancino verso un punto al centro dell’accampamento.
« La tenda del capitano. » sottolineò Heska, con aria sorniona e divertita a quella svolta imprevista « Alla fine sei riuscita comunque a cogliermi impreparata… »
« Che ci vuoi fare… » fece spallucce la prima, sorridendo « Ma avresti dovuto sapere che difficilmente intraprendo un’avventura senza premunirmi con risorse adeguate per la medesima. »
« Evidentemente, nonostante la mia età e tutto ciò che è successo, sono ancora capace di peccare di ingenuità come la ragazzina di un tempo. » commentò con evidente autoironia l’altra, scuotendo il capo.
« Oltretutto… » riprese Midda, stringendosi per un momento alla sorella con fare complice « Visto che questa volta a pagare il conto sono addirittura tre famiglie reali, perché non avrei dovuto approfittarne un poco… no? »

venerdì 26 dicembre 2008

351


K
irsnya: unica capitale portuale fondata sotto l’egemonia kofreyota, successivamente trasferita sotto il controllo tranitha con la caduta del regno di Kofreya e la vittoria dell’alleanza fra Y’Shalf e Tranith, essa si presentava ormai ben diversa da come trent’anni prima si era offerta allo sguardo di una giovane e, forse, troppo illusa Heska.
Dove un tempo un’amplia ed incredibile cinta muraria galleggiante si concedeva in sfida al mare per la difesa della città da ogni possibile invasore, rendendo addirittura il porto accessibile solo a coloro che fossero stati autorizzati non diversamente da un qualsiasi ingresso terrestre, con l’arrivo del governo tranitha, al potere delle maree, alla forza delle acque era stato restituito il proprio onore, il giusto rispetto, vedendo quella colossale e, forse, blasfema opera dell’ingegno umano abbattuta a concedere, nuovamente, un libero accesso all’incredibile dedalo di moli in pietra. Laddove, infatti, con Kofreya la politica si era da sempre proposta particolarmente paranoica e xenofoba in quel particolare territorio, vedendo l’area dell’urbe come riservata a pochi eletti, sotto il controllo di Tranith anche Kirsnya si era ritrovata soggetta ad una mentalità più aperta, più pacifica, rivolta principalmente al commercio e alla pesca ancor prima che al dominio e al potere militare, la forza imposta all’interno e all’esterno per ribadire un vano e assolutamente effimero concetto di supremazia.
Se, però, la barriera proposta sul fronte marino era stata demolita, quale segno del cambiamento dei tempi, dell’evoluzione avvenuta in quelle terre, molti altri restavano ancora i simboli del passato kofreyota di quella capitale, a partire dalla più imponente cinta muraria presente sul fronte terrestre, per proseguire dall’architettura geometrica e regolare, desiderosa di ritrovare in ogni edificio, in ogni erezione, una struttura predominata da spigoli ed angoli scoperti. Alte torri ancora si concedevano sprezzanti verso il cielo, quasi in sfida agli dei e ad ogni umano limite, memoria e retaggio di coloro che un tempo si proponevano quali i dominatori di quei confini, le grandi famiglie nobiliari che, di generazione in generazione, per secoli, avevano posto il proprio nome nella storia della città e di tutta la provincia. Accanto ad esse, però, mischiati ad edifici memoria di un periodo ben diverso rispetto a quello attuale, nuove costruzioni erano sorte rapidamente, unendosi a quelle preesistenti e proponendo, accanto a strutture regolari in bianca pietra e legno, i colori brillanti di mille smalti e le forme fantasiose e mai ripetitive proprie dello stile tranitha. Come già a Seviath, Lysiath ed altre grandi città di Tranith, così anche in Kirsnya, pertanto, il nuovo ordine aveva completamente sovvertito quello precedentemente costituito, non solo da un punto di vista meramente umano, ma addirittura anche architettonico.
In un’analisi prettamente sociale, infine, ancor più irriconoscibile sarebbe stata la capitale nel confronto con il proprio corrispettivo passato: là dove un tempo un’oligarchia fondata sul diritto di sangue, sul privilegio ereditario anche in assenza di un qualsiasi reale valore umano, capacità concreta di impegnarsi in tale attività, sarebbe stata presente, ora si concedeva una più liberale concezione del potere fondata sulle potenzialità personali degli individui, sull’attitudine dei singoli ad ergersi al di sopra della massa, spingendosi oltre a ciò che sarebbe stato attendibile da essi, dalle loro esistenze, dalla loro vita. Nella concezione tranitha, poi, simile meritocrazia ritrovava il proprio metro di giudizio nell’oro, vedendo la casta nobiliare non più costituita in virtù di meriti dinastici quanto, altresì, in conseguenza di meriti economici, fondandosi sul capitale personale, e ritrovando in questo i più ricchi mercanti ed armatori quali detentori del potere politico sull’urbe nella speranza che essi riuscissero ad amministrare i beni di tutti con la stessa capacità, lo stesso impegno posto nella gestione dei propri possedimenti. Non una città assolutamente perfetta, come mai sarebbe del resto potuta divenire vedendo la propria stessa base essere costituita da normali uomini e donne, mortali e fallibili, ben lontani da ogni concetto di ineffabile valore, di illuminato pensiero, ma comunque un posto probabilmente migliore rispetto al passato, dove lo straniero non sarebbe stato temuto e giudicato aprioristicamente in quanto tale, ma sarebbe stato ben accolto e trattato con il giusto rispetto.

Dopo gli eventi che l’avevano veduta come tragica protagonista in quella stessa città, Heska, pur essendosi proposta come una fra le poche delle sue compagne di disavventura ad essersi completamente ristabilita, aveva mantenuto un umano e comprensibile sentimento avverso nei confronti di Kirsnya, preferendo evitare, nei limiti del possibile, la frequentazione della medesima. Per tale ragione, rare erano state le occasioni che in quegli ultimi tre decenni l’avevano ritrovata veleggiare in simile direzione, verso tale porto, e forse solo per simile sentimento ella era riuscita a sopravvivere al marito, purtroppo scomparso in mare proprio nel corso di un viaggio di lavoro avente, fra le altre, anche quella come propria tappa.
Ritrovare ad osservare, dalla prua della nave, il panorama offerto da Kirsnya, però, si propose assolutamente diverso, a livello emotivo e psicologico, nell’essere in piedi accanto a Midda Bontor, sua sorella, amica e salvatrice: fare ritorno a simile porto sembrava porsi quasi come il completamento di un lungo percorso di crescita personale incominciato proprio in quel luogo, accanto a lei, trent’anni prima, il coronamento della propria maturazione che la vedeva ora, fiera ed eretta, sempre accanto lei, propria ispiratrice e maestra di vita, armata al fianco della propria spada, forgiata da suo padre alla notizia della sua imminente nascita.
Nonostante l’età ormai non più giovanile e nonostante le sue spalle, le sue braccia ed in generale tutto il suo fisico in quegli anni si fosse trasformato, temprato nel duro lavoro di fabbro e negli allenamenti a cui si era costantemente sottoposta, Heska si concedeva, effettivamente, ancora una donna ricca di fascino, forse addirittura maggiore rispetto a quanto avrebbe potuto concedere a diciannove anni, ancora troppo giovane ed immatura fisicamente e psicologicamente. I suoi occhi blu, intensi come il mare, si proponevano sicuramente più interessanti, più ammalianti rispetto a quelli azzurro ghiaccio della propria compagna di viaggio, troppo distaccati questi ultimi da ogni senso di umanità, da ogni emozione mortale ed i suoi capelli, pur castigati nel corto taglio, incorniciavano con aria sbarazzina il suo viso. Il corpo, in quell’occasione, si concesse rivestito in maniera sobria, pratica ma non per questo priva di un’eleganza di fondo, forse anche esaltata da forme più piene di un tempo, nella maternità, ormai lontana, che aveva lasciato fianchi e seni addolciti rispetto al passato. Una maglia nera, attillata, alta fino al collo ma priva di maniche, stringeva il suo busto, appena visibile, in questo, unicamente nell’allacciatura lasciata aperta di una casacca bianca, posta al di sopra della stessa: larghe e comode, le forme di quest’ultima, si stringevano unicamente ai suoi polsi, con laccetti atti a mantenere in pratico ordine simile abbigliamento, pur lasciando libertà in un largo orlo attorno alle sue mani. Attorno alle gambe, poi, corti pantaloni blu scuro ridiscendevano fino all’altezza dei polpacci e lasciando, al di sotto di tale confine, spazio a comodi sandali, allacciati in un lungo intreccio da lì fino alle caviglie.

« Insieme abbiamo lasciato trent’anni fa questa città come fuggiasche… clandestine coperte dal favore delle tenebre… » sorrise Midda, osservando l’espressione enigmatica sul volto della compagna che avrebbe potuto significare tutto ed il contrario di tutto, nei troppi sentimenti contrastanti che in quel momento affollavano ovviamente il cuore della stessa « … e ora stiamo tornando come eroine. » aggiunse, non mancando di offrire una certa nota d’ironia sul termine scelto per indicarle.
« “Eroine”, dici? » replicò Heska, aggrottando la fronte a quella contestabile scelta lessicale « Forse il termine più corretto dovrebbe essere “vecchie folli”… »
« Darei il mio braccio sinistro per avere la tua età, ragazzina. » affermò con aria sorniona la mercenaria « In tal caso sarei riuscita a batterti a tempo debito ed ora non saresti qui a lamentarti tanto. »
« Non mi sto assolutamente lamentando. » negò l’altra, scuotendo il capo « Arriverò alla fine di questa storia al tuo fianco, con la tua spada… con la mia spada. » si corresse, immediatamente « Ciò non toglie che sia da folli l’idea di affrontare tutto questo da sole alla nostra età. »
« Mmm… » commentò serafica la Figlia di Marr’Mahew, tornando a volgere lo sguardo al porto ormai sempre più vicino a loro, alla loro rotta « Ho per caso mai detto che saremmo state sole in questa missione? Non mi pare… »
« Cosa intendi dire?! » domandò la donna, rendendosi conto del possibile errore compiuto nel dare per scontato quel particolare non rivelato.
« Nulla di più di quanto non abbia già detto… » sorrise l’altra, crogiolandosi poi al sole del meriggio.

giovedì 25 dicembre 2008

350


« B
el colpo. » si complimentò Midda, sincera, in conseguenza dell’impatto subito « Ti ricordavo decisamente più esile… »
« Ho trascorso più di due decenni della mia vita a plasmare il metallo a colpi di martello sull’incudine, per forgiare spade, picche, tridenti e quant’altro… » rispose Heska, senza desiderio di lode ma, semplicemente giustificando la propria attuale condizione fisica « Non potrei più essere esile neanche se lo volessi… e non lo voglio. »
« Sai… quasi mi manca la dolce Heska che conoscevo trent’anni fa. » scosse il capo la mercenaria, piegando poi il collo a destra e a sinistra per sciogliere i muscoli contratti delle spade « E’ triste pensare che in questo mondo non vi sia spazio per una come eri tu… »
« Conosci fin troppo bene le ragioni per cui la dolcezza mi è stata negata. » affermò mestamente l’altra, tornando ad assumere una posa di guardia per non sottovalutare l’avversaria in quelle chiacchiere.
« Sì, infatti. Ed è proprio per questo che non posso che dispiacermene… »

Il commento offerto dalla Figlia di Marr’Mahew si propose assolutamente trasparente delle proprie emozioni, dei propri pensieri: quelle parole esprimevano sinceramente, senza secondi fini, ciò che ella aveva nel cuore e nella mente, nell’inevitabile tristezza che non avrebbe potuto evitare di provare al pensiero del cambiamento radicale a cui Heska si era dovuta sottoporre per sopravvivere, per combattere gli orrori riservati dal fato anche ad un’abitante di un’isola serena e tranquilla come quella.

« Comunque non credere che per un semplice colpo come questo tu ti sia guadagnata il diritto di seguirmi. » proseguì, dopo un istante di silenzio « Dovrai fare molto di più… »
« Che strano punto di vista il tuo. » sorrise la controparte, restando composta nella propria guardia « Io pensavo che dovessi essere tu a guadagnarti il diritto di poter impugnare la mia spada… »

E, con quelle parole, che rispetto ponevano reciprocamente senza per questo rimettersi in soggezione dell’avversario, il duello riprese.
Quello che, se entrambe le parti in causa si fossero proposte più giovani, dotate di corpi più vigorosi, sarebbe stato uno scontro fisico e mentale, in quel frangente si concesse altresì quale uno scontro mentale e fisico: ogni colpo condotto, da una parte o dall’altra, appariva studiato con la massima precisione, al fine di ridurre lo spreco di energia e incentivare le possibilità di riuscita; ogni parata offerta, da una parte o dall’altra, mostrava assoluto controllo, al fine di sfruttare maggiormente la forza dell’avversario rispetto alla propria. Entrambe, Midda più di Heska, erano lontano dalla loro giovinezza, dal pieno vigore dei propri corpi, ma questo non propose un incontro meno che appassionante, che avrebbe stupito chiunque attorno a loro, se vi fosse stato qualcuno ad assistere a tali gesti, a simili movimenti.
La mercenaria, abbandonando il velo di sicurezza ostentato all’inizio, vide con il progredire del tempo il proprio corpo assumere guardie sempre più strette, sempre più compatte, intervenendo puntualmente con la lama nella mancina e con il metallo della destra per bloccare ogni colpo avversario, consapevole di non poter godere di risorse illimitate come mai, in effetti, aveva avuto modo di fare. Neppure trent’anni prima, nello sfidare chi non evidentemente inferiore, in capacità ed esperienza a sé, si sarebbe mai concessa il lusso di sprecare le proprie energie, impegnare vanamente il proprio tempo o la propria azione: ora, a maggior ragione, non avrebbe potuto permettersi l’esecuzione di alcun gesto se non a ragione veduta, nel desiderio di non restare stremata prima del tempo, di non segnare in tal modo la propria sconfitta nell’ammissione della propria insufficienza rispetto al passato, a ciò che era stata e che, secondo i dettami della natura stessa, mai sarebbe potuta tornare nuovamente ad essere.
La figlia di Lafra, dal proprio punto di vista, per quanto più giovane dell’avversaria, per quanto minor tributo allo scorrere del tempo aveva avuto modo di offrire, non commise alcun errore di sopravvalutazione nei propri riguardi, nei riguardi delle proprie energie o delle proprie azioni: per quasi trent’anni, nella propria famiglia, aveva esaltato il mito di Midda Bontor, della Figlia di Marr’Mahew, narrandone le eroiche gesta, ponendo in luce il suo nome e le sue doti ed ora, proprio in virtù di simile fama e dell’ammirazione verso la stessa, non voleva rischiare di agire in maniera sconclusionata, non voleva porsi quale responsabile della propria sconfitta. Ella non cercava la vittoria sulla compagna per gloria personale, per provare a sé o ad altri qualcosa in tale successo, o, peggio, per mortificare la stessa controparte, per vederla sminuita nel proprio valore, nelle proprie energie: ella stava combattendo unicamente per permettere alla mercenaria di comprendere di non doverla lasciare indietro, di non doverne rifiutare la presenza.

« Quando sei stanca avvertimi… » si premurò di sottolineare la mercenaria, rivolgendosi alla sua avversaria laddove comunque ella non sembrava offrire presagi di un simile stato fisico « Non vorrei ferirti gravemente per una tua distrazione. »
« Non preoccuparti per me. » replicò l’altra, offrendo un sorriso in risposta « Potrei continuare così per tutto il giorno… »
« Io pure. » riprese la prima, concedendole a sua volta il proprio sorriso « Prepariamoci a far notte, quindi, nella speranza che i tuoi nipotini non si preoccupino troppo per la tua assenza… »

Ma al di là delle parole pronunciate fra le due contendenti, il proseguimento di quello scontro non poté evitare di far emergere stanchezza su entrambi i lati: le spade, infatti, dopo essersi a lungo incrociate senza tregua, iniziarono a creare ampie fontane di scintille ad ogni incontro, nell’inevitabile stanchezza di colpi sempre meno controllati; i corpi, poi, dopo non esserci concessa alcuna requie, incominciarono a ricorrere sempre più spesso ad ogni genere di espedienti per imporsi sulla controparte, con pugni o calci; e, in tutto questo, l’affanno si propose chiaro per le due donne, nel ritrovarsi ad essere praticamente equivalenti, in un combattimento che non avrebbe potuto avere né vinti né vincitori, non almeno nella volontà di non ricercare eccessivo e reciproco danno. Uno scontro come quello in corso, paradossalmente, si stava concedendo infatti ancor più estenuante di quanto non sarebbe altresì stato un incontro mortale: nella volontà di non rischiare di procurare danni permanenti all’avversaria, di non provocarne addirittura il decesso, sia a Midda sia a Heska stava venendo richiesto uno sforzo eccessivamente prolungato, superiore a quello che sarebbe stato nel ricercare semplicemente la morte reciproca.
E all’imbrunire, quando il sole apparve sempre più lontano a ponente, sempre più vicino al proprio giacilio notturno, le due anziane donne si concessero sfinite ma ancora in lotta, con tempi di recupero sempre più lunghi, con pause ricercate e concesse sempre maggiori, con movimenti sempre più lenti e pesanti, ma apparentemente tutt’altro che decise a lasciar perdere, ad ammettere la fine in pareggio di quell’epico confronto.

« Ora basta… »

La richiesta fu levata da parte della mercenaria, la quale praticamente senza fiato, invocò il termine del conflitto alzando la propria mano destra, sussurrando quelle due parole, solo apparentemente semplici da pronunziare in un simile contesto. Ed Heska, per tutta risposta, nonostante forse avrebbe avuto in ciò ragione di esultanza, motivo per considerarsi dominatrice sull’altra, replicò semplicemente lasciando prima ricadere la propria lama e poi il proprio stesso corpo a terra, nell’impossibilità a mantenere ulteriormente il controllo sulle proprie membra: non resa, però, fu interpretata quell’azione, laddove immediatamente dopo, nel ritrovare simile accettazione, la stessa Midda si lasciò a sua volta sdraiare al suolo, bramosa di riposo per quanto mai lo avrebbe voluto ammettere.
E, in tal modo, dopo troppe ore di confronto e di scontro, dopo troppe ore di assoluto equilibrio fra le due parti in gioco, il tutto trovò la sua naturale conclusione, in un pareggio forse inevitabile ma non per questo meno che incredibile.

mercoledì 24 dicembre 2008

349


L
a difesa offerta dall’avversaria non vide Heska demordere dai propri intenti: ella, conservando il controllo già dimostrato in quei primi gesti, non insistette laddove ebbe conferma di una presente risposta da parte di Midda, laddove condurre ulteriori attacchi non avrebbe portato ad alcun risultato utile, e pertanto si disimpegnò con rapidità e freddezza, cercando di riguadagnare lo spazio alle proprie spalle, per quanto limitato. A simile azioni, venne pertanto concesso spazio alla stessa Figlia di Marr’Mahew: quest’ultima, per nulla intimorita, per quanto lievemente stupita, dagli attacchi condotti contro di sé, decise di riproporre rapida la medesima offesa in risposta, spinta dallo stesso desiderio di reciproco confronto con la controparte, di calibrazione dei propri sensi, delle proprie azioni, con il livello che avrebbe ritrovato nella compagna.
Una nuova serie di colpi sgualembri fu pertanto posta in essere ora dalla mercenaria, dimostrando in essi sicuramente meno forza, meno energia di quella che avrebbe potuto offrire senza lo stesso impegno trent’anni prima, ma dando altrettanta prova di quanto negli ultimi tre decenni gli allenamenti quotidiani a cui si era sottoposta, non avendo del resto alternative o distrazioni di sorta in quella specie di limbo ove era stata scaraventata, non fossero stati inutili, fini a se stessi. Superata la soglia dei sessant’anni, nel confronto con la situazione media della sua epoca, del suo periodo, Midda avrebbe dovuto proporsi decisamente meno tonica, meno scattante: al contrario, per quanto la giovinezza di un tempo l’avesse evidentemente abbandonata, ed in un confronto con se stessa di trent’anni prima avrebbe sicuramente e velocemente perduto, ella si concedeva ancora abbastanza forte e decisa da riuscire a dar vita con il proprio corpo alle richieste della propria mente, dimostrando di non aver perduto lo spirito guerriero che da sempre l’aveva caratterizzata, l’aveva accompagnata, rendendola il mito che poi, suo malgrado, era diventata.
Heska, ritrovandosi così sotto l’attacco offerto dalla sorella, levò rapida la propria lama, spostandola di volta in volta sul fianco destro e sinistro ad offrirsi quale barriera per le offese nemiche: i suoi movimenti, non da meno rispetto a quelli della controparte, si proposero controllati ed efficaci, bloccando ad ogni nuova occasione le possibilità che la mercenaria cercava di ritagliarsi nei suoi confronti.

« Devo riconoscere che ti sei allenata… » ammise Midda, lasciando scemare il proprio attacco e disimpegnandosi rapidamente da lei, ponendo ancora spazio fra loro a conclusione di quel primo scambio di convenevoli.
« E non hai visto ancora nulla. » sorrise l’altra, scuotendo il capo.
« Forse ho peccato a giudicare vano questo incontro… ma non imitare il mio stesso errore, il mio difetto: non sottovalutarmi, Heska. » la rimproverò la mercenaria, roteando la lama attorno al proprio corpo nell’allontanarsi dalla controparte.
« Non temere. Ho imparato da te a lasciar che siano i fatti a definire il valore di una persona e non le sue parole… » replicò l’ex-fabbro di Konyso’M.

Cambiando postura di guardia, nell’abbassare il proprio baricentro e nello spostare il peso sulla gamba mancina, mantenuta arretrata rispetto alla destra, la figlia di Lafra restò per un istante immobile, ad osservare l’avversaria tornata alla propria posizione eretta, quasi come se a lei volesse offrire indifferenza, assenza di ogni preoccupazione per ogni capacità offensiva. Ben lontana dall’enfasi di un’età più giovanile, da quell’impeto che di fronte a simile reazione avrebbe offerto sicuramente un sentimento irritato, distraendola pertanto dalla concentrazione necessaria per la riuscita del proprio scontro, ella ignorò tranquillamente il giuoco psicologico condotto a proprio discapito, inspirando ed espirando ritmicamente, in maniera controllata, al fine di mantenere il proprio corpo pronto all’azione.

« In guardia… » ebbe premura di avvertire la controparte, senza ulteriori sorrisi, senza ironia o divertimento.

E l’azione non mancò, in una rapida inversione di presa sull’arma che vide la punta della sua spada rivolgersi ora nella stessa direzione del proprio braccio, del gomito, per impegnarsi rapida in una successione di nuovi colpi sgualembri alternati ora a falsi sgualembri, che guidarono la lama sempre in traiettorie diagonali dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, per cercare in tal senso di porre in difficoltà l’avversario e violarne la guardia in quel momento apparentemente inesistente.
Ancora una volta, però, Midda non si fece trovare impreparata e dal fittizio riposo proposto rapida si condusse ad uno schema difensivo, tentando di schierare unicamente la spada in propria difesa ma, nella successione variegata posta in suo contrasto, dovendo anche ricorrere al proprio braccio destro, in nero metallo, per non rischiare la sconfitta. I gesti offerti contro di sé si proposero agonisticamente perfetti, dimostrando la sincera preparazione fisica e mentale che in quegli anni avevano trasformato la bionda ragazzina impaurita in una donna in grado di offrire difesa a sé senza incertezze, senza timori. La bravura imposta in quei gesti non sarebbe potuta essere mistificata: Heska non stava gettando la propria spada in modo disorganizzato davanti a sé, non stava proponendosi con gesti raffazzonati e se anche, per assurdo, una propria parata fosse venuta meno, la lama avversaria non avrebbe mai offertole un grave danno come sarebbe potuto avvenire laddove la competenza di simili gesti fosse stata negata. Anche se la sua spada o il suo braccio non avessero offerto protezione al corpo, la mercenaria sarebbe stata, probabilmente, al più graffiata da quelle offese, non essendo alcun desiderio, in quel confronto, di un reciproco danno.

« Sì… » ripeté, alla conclusione di quella nuova serie di attacchi « Ti sei decisamente allenata. »

Senza concedere possibilità di tregua, di recuperò all’avversaria, non ritenendo ancora possibilità di stanchezza fisica dopo così poco, Midda rispose immediata e rapida nei confronti di Heska, ora non imitandone più i gesti come già avvenuto prima ma concedendole, al contrario, dritti e rovesci tondi, con movimenti ampli della propria spada in direzione parallela al suolo. E quando la bionda, in opposizione a tali attacchi, offrì nuovamente una serie puntuale di parate, la mercenaria decise per una mossa meno cordiale, forse meno corretta, ma sicuramente rappresentativa della realtà, del mondo che non avrebbe concesso ad Heska o a nessun’altra, ella stessa inclusa, la possibilità di un duello leale, di una sfida regolamentare, disputata nel rispetto dell’avversaria: modificando, pertanto, improvvisamente la traiettoria di un proprio colpo ormai terminato, l’anziana donna offrì un inatteso montante, spazzando l’aria dal basso verso l’alto per cogliere impreparata la compagna e porre fine a quella competizione.
Un colpo perfetto, rapido ed efficace, che la figlia di Lafra, però, negò nuovamente, offrendo nuove conferme alla preparazione di cui si era fatta vanto: per nulla sorpresa da quel gesto, nel mantenere costante il proprio sguardo fisso negli occhi di ghiaccio dell’avversaria ben sapendo che vano sarebbe stato il tentativo di seguire con i propri occhi, con la propria vista le sue azioni, Heska si spostò rapidamente di lato, ad evitare le conseguenze altrimenti negative di un simile movimento. Ed approfittando dell’occasione offertale, senza perdere tempo, si spinse a sua volta contro l’avversaria, contro il ventre della stessa offertosi scoperto in quel frangente, attaccandola non con la propria lama ma con il pugno della mancina, libero dalla spada.
E il colpo non mancò il proprio obiettivo, ritrovando sinceramente spiazzata la mercenaria, la quale per un istante vide il proprio fiato venir meno nella violenza di quel gesto, di quell’offesa: aveva voluto giocare con nuove regole, in un confronto più realistico, e l’avversaria non le aveva proibito tale possibilità, adattandosi altresì rapidamente in simile confronto, a tale volontà. Il fatto, poi, che non la spada quanto una semplice percossa le fosse stata offerta in quel momento, si propose altresì più lesivo per la sua autostima di quanto non avrebbe avuto piacere di ammettere: Heska, in simile azione, aveva chiaramente voluto dimostrare di essere in grado di arrivare a lei, di superare le sue difese, ma senza ancora porre fine allo scontro, definire la propria vittoria nello spargimento del primo sangue accordato. L’allieva, che mai era stata tale, si stava dimostrando fin troppo simile alla sua maestra, non solo quasi pareggiandone le abilità ma, anche, eguagliandone lo stile beffardo.
Ma la sfida era ancora aperta in conseguenza di quella scelta, di quel pugno che alcun sangue aveva versato, e, in un simile scenario, inequivocabilmente chiarito da tale gesto, solo il massimo impegno avrebbe individuato la vincitrice, in contrasto con le prerogative iniziali.

martedì 23 dicembre 2008

348


« N
on sai quello che stai dicendo, Heska. » replicò la mercenaria, ancora negativamente, scuotendo il capo « Ho combattuto guerre di cui non puoi avere immaginazione, ho ucciso in modi tali da superare ogni orrida fantasia, sono sopravvissuta a nemici oltre ogni mia possibilità… »
« E ora rischi di peccare di superbia. » la interruppe l’altra, sorridendo sorniona « Non essere così imprudente da sottovalutarmi, Figlia di Marr’Mahew… »

Forse per accontentare la compagna in quella sua richiesta, forse per non sprecare ulteriore tempo in chiacchiere, comprendendo che tanto non si sarebbe potuto risolvere nulla a parole, Midda si ritrovò ad accettare la proposta di duello, quella sfida che non avrebbe potuto evitare di considerare vana. Se, infatti, la sua compagna non si poneva in torto nel rimproverarle una sottovalutazione a proprio discapito, il passato guerriero e bellico della mercenaria non avrebbe potuto essere ignorato, non avrebbe potuto essere dimenticato: Heska, forse, si era allenata in quegli anni, si era addestrata in quei tre decenni nel corso dei quali era arrivata a modificare il proprio stesso corpo, oltre che il proprio animo, ma ciò non avrebbe potuto permetterle di considerarsi ascesa al grado di donna guerriero, non avrebbe potuto concederle la sicurezza che, altresì, stava cercando di dimostrare in quel confronto.

Facendo solo un rapido scalo di nuovo presso la bottega, al fine di procurarsi due armi neutre con cui dar vita a quella loro disputa, le due donne si allontanarono dal centro abitato, spingendosi nella parte non abitata dell’isola, là dove non avrebbero attratto sguardi indiscreti, non avrebbero stuzzicato la curiosità di alcuno verso quella loro scelta, quel loro incontro privato.
Konyso’M, in quegli ultimi trent’anni, non aveva mutato la propria composizione, la propria struttura urbana, e, pertanto, nella classica forma romboidale proponeva ancora una metà settentrionale della propria superficie dedicata alla natura, in un intrico selvatico di piante e bassi arbusti non curati, e una metà meridionale altresì offerta all’uomo, nella cittadella e nel suo porto. Nella sua parte silvestre, in quella vegetazione assolutamente particolare, tipica di quell’arcipelago, adatta a resistere al clima di quelle terre ed alla salsedine del mare a sé troppo prossimo, si concedeva effettivamente molto difficile inoltrarsi, offrendo in tal modo una possibilità di rifugio lontano dalle abitazioni spesso sfruttata dai più giovani alle prese con le proprie prime esperienze amorose, con le proprie prime emozioni fisiche oltre che sentimentali.
Heska, conducendo la propria compagna attraverso stretti sentieri ricchi di rovi e sabbia, trasportata dal vento a coprire la terra ed ogni altra cosa, non poté fare a meno che sorridere nel ritrovare molti ricordi legati a quel luogo riemergere dalla propria memoria: a partire le prime visite in quell’ambiente, in quell’area, accompagnata da colui che più tardi sarebbe divenuto suo marito, fino alle gite di sua figlia Gaeli fra quegli stessi arbusti, dai quali fuoriusciva sempre rossa in volto per quel naturale imbarazzo tipico dei giovani, nel ritenere di star compiendo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso rispetto ai propri genitori, non comprendendo altresì come la vita, il destino, inevitabilmente, si sarebbe sempre proposto quale un’enorme ruota, sempre in movimento, atta a riportarli sempre a eventi già vissuti, a sentimenti già provati in quanto propri della natura umana.

« Qui credo potremo trovare sufficiente intimità… » affermò ella, verso Midda, nel raggiungere una piccola radura sabbiosa, uno spazio quasi circolare con un diametro appena superiore ai dieci piedi « Nel caso peggiore correremo il rischio di essere scorte da una coppia di adolescenti. »
« Trasformare un luogo d’amore in uno di guerra… » sorrise sorniona e divertita la mercenaria « L’età ti ha resa decisamente perversa, amica mia. »
« Ti accorgerai ben presto di quanto io sia cambiata… » replicò la donna, offrendo verso la compagna una delle due spade che aveva condotto con sé.
« Il primo sangue stabilirà il vincitore. » sancì la Figlia di Marr’Mahew nel rammentare una regola comune a simili questioni, accogliendo la lama nella mancina « Ovviamente cercherò di non farti male… » aggiunse poi, soppesando con cura l’arma concessale.
« Non saranno come la spada contesa, ma Hower ha imparato bene il mestiere, crescendo negli insegnamenti della scuola di Lafra… » sorrise, lasciando roteare la propria lama attorno ai fianchi, con eleganza e padronanza completa della stessa « Credo che non avrei potuto sperare in un marito migliore per mia figlia. »
« Mmm… » commentò l’altra, compiendo analoghi gesti nel prendere confidenza con la spada « Non posso darti torto: sembra perfettamente equilibrata e tutt’altro che dozzinale nella propria manifattura. »

Al di là di simili cortesi scambi di battute, nelle disputanti la concentrazione si propose già in quel momento decisamente alta, ritrovandole entrambe psicologicamente rivolte verso l’imminente lotta.
Da un lato Heska non desiderava concedere alla compagna la vittoria che aveva avuto l’ardire di considerare tanto scontata: per quegli ultimi tre decenni, ella si era considerata, forse egoisticamente, forse ingiustamente, sua erede, destinata a brandire quella spada ormai associata all’idea stessa della Figlia di Marr’Mahew tanto da diventare un simbolo ancor prima di un’arma, un incarico divino ancor prima di un oggetto forgiato da mano mortale. Ed ora, che il fato le sembrava offrire finalmente l’occasione di accogliere tale retaggio, non era disposta a tirarsi indietro, neppure di fronte al ritorno della medesima icona a cui si era ispirata per tanto tempo, per tanti anni.
Dall’altro lato, Midda non desiderava concedere a se stessa possibilità di errore, nella valutazione di quel momento, di quella sfida: per quanto le sue parole si fossero concesse sincere nello schernire la sua interlocutrice, la sua sfidante, non considerando possibile da parte della stessa un’ipotesi di vittoria, voleva comunque offrire rispetto a chi tanto coraggio, o tanta follia a seconda dei punti di vista, era riuscita a mettere insieme. La sfida sarebbe stata già vinta in partenza, ma non per questo ella avrebbe avuto ragione a privare d’onore la propria compagna, a negarle quell’occasione: inoltre, dopo tanti anni, sarebbe stato anche per sé un momento utile a comprendere quanto la propria preparazione, quanto la propria tecnica poteva esser venuta meno nell’avanzare dell’età e nel distacco dalla vita piena di pericoli che in passato le era stata propria, che aveva contraddistinto ogni sua giornata.

« In guardia. » avvertì la figlia di Lafra, lasciando nuovamente roteare la propria lama attorno ai fianchi, prima di assumere una postura da combattimento, dichiarando in quel modo anche l’apertura della sfida.
« Aspetto la tua mossa… » commentò la mercenaria, restando altresì esattamente come era stata fino a quell’istante, eretta e tranquilla con la punta della spada rivolta verso il suolo.

Priva d’enfasi, di trasporto, di impeto come invece si sarebbe potuto attendere dalle proprie precedenti parole, dalla volontà di scontro che aveva chiaramente dimostrato, Heska non si gettò a testa bassa in contrasto all’avversaria, alla mercenaria: al contrario ella si propose assolutamente controllata, muovendo passi praticamente perfetti sul terreno sabbioso, nell’avanzare di poco e nell’accompagnare diversi movimenti della propria lama, diretta attraverso colpi sgualembri, dritti e rovesci, a collaudare le difese avversarie. La lama, a differenza di quanto avrebbe compiuto una persona meno esperta, non venne né lasciata in balia del proprio peso, né condotta unicamente nell’utilizzo della forza della proprietaria: con maestria venne immediatamente dimostrato un giusto equilibrio in entrambi i fattori, tale da mantenere controllo assoluto sulla medesima e, al tempo stesso, da non penalizzarla in simile azione come sarebbe potuto avvenire nell’ignorare semplici i principi fisici nel compimento della medesima.
Midda, in ciò, non poté che offrire la propria sorpresa, entro certi versi addirittura piacevole. Scioccamente, forse,ella aveva previsto che la compagna si sarebbe fatta trascinare senza controllo non solo dalle proprie emozioni ma anche dal peso della propria spada: in simile caso, a lei sarebbe stato sufficiente muoversi il minimo indispensabile per evitare quel tentativo d’offesa, scartando tali azioni senza neppure aver necessità di levare la propria spada o, altresì, il proprio braccio destro. I fatti, però, la smentirono, costringendola non solo a muoversi, ma anche ad innalzare il metallo della lama a propria difesa, per bloccare e deviare gli attacchi rivolti con cura e maturata coscienza contro di sé.

lunedì 22 dicembre 2008

347


H
eska restò un istante in silenzio a riflettere sulle nuove informazioni a sé concesse, su quell’aspetto della propria realtà, del proprio mondo, che tanto ingenuamente aveva dimostrato di non conoscere al contrario rispetto a Midda, nonostante quest’ultima fosse reduce da tre decenni di isolamento, di prigionia fuori da tutte quelle questioni così terrene e materiali. Nella tranquillità dell’arcipelago era, effettivamente, facile ritrovarsi tagliati fuori dagli aspetti più consueti della vita quotidiana e politica dei regni continentali, ma solitamente notizie tanto eclatanti non avrebbero avuto difficoltà a giungere anche al loro interesse: evidentemente, però, l’impegno di cui la mercenaria aveva accennato da parte dei governi per mantenere il riserbo sulla questione, per evitare la diffusione di simile novella e il conseguente decadimento del clima di pace propostosi a seguito della fine del lungo ed estenuante conflitto con Kofreya, non si stava proponendo come vano, riducendo completamente al silenzio ogni possibilità di diffusione di una simile notizia.
Nel condurre tali pensieri, qualcosa, ancora una volta, non le fu però chiaro e, dopo un attimo, ella focalizzò come la questione principale, la domanda da cui tutto aveva avuto origine, non aveva ancora trovato una chiara risposta.

« Ma… tutto questo cosa c’entra con te? » chiese, pertanto, verso la compagna.
« Non è evidente? » sorrise l’altra, con aria lievemente malinconica.
« Non vorranno che tu affronti la regina Anmel?! » domandò, sbarrando gli occhi alla sola idea di una tale ipotesi, assurda nella propria stessa formulazione.
« Sono stata la sola in grado di sopravvivere alla palude di Grykoo e alle sue mortali insidie, quand’essa ancora era una palude. » ricordò la mercenaria, con aria tranquilla « E sono anche stata una delle poche a essere fuggita dal carcere nascosto all’interno della Terra di Nessuno, conquistando in conseguenza di simile risultato anche un’indubbia conoscenza di tale territorio. »
« Se a questo aggiungi il fatto che la corona della regina Anmel è stata riportata alla luce anche per merito del mio intervento… secondo il punto di vista di qualcuno io risulto essere la candidata ideale per questa impresa. » concluse, con serenità « E, in effetti, non si può offrire loro torto… »
« Ma… » accennò o, per lo meno, provò a fare la controparte.
« Non dire un’altra volta che sono vecchia, per favore. » la bloccò la mercenaria, levando la mano sinistra a richiederle simile favore « Sono consapevole della mia età, come ti ho già risposto… »
« E chi si sarebbe impegnato a domandarti questa assurdità? » tentò di chiedere Heska, lasciando per un momento da parte la questione “anzianità” « Chi ti avrebbe assunta per simile incarico? »
« Gente importante… anche più di coloro a cui potevo essere abituata. » sorrise, forse addirittura divertita a simile pensiero « Stiamo infatti parlando delle tre famiglie reali, congiunte, di Y’Shalf, Tranith e, persino, Gorthia, mobilitatesi attraverso i rispettivi ambasciatori per stipulare questo comune accordo: sono stati veramente gentili a ricordarsi di me proprio ora che ne hanno bisogno, non trovi? In fondo mi hanno ignorata per solo trent’anni… »
« Non puoi opporti a questo? Ti stanno forse ricattando in tal senso? » incalzò nuovamente la donna, non volendo accettare la situazione attuale in cui l’amica sembrava essere intrappolata.
« In effetti sì… o forse no… non so. Sinceramente credo che non ne avrei neppure la volontà, il desiderio. » replicò Midda, tornando a guardarla « Dopo tutto alla mia età cosa altro mi potrebbe riservare il destino? Dovrei forse aspettare quietamente la mia ultima ora? Attendere l’abbraccio della morte sdraiata in un letto? E’ questo che mi stai proponendo come alternativa? »
Questioni retoriche a cui immediata risposta ella stessa offrì, scuotendo il capo: « No, grazie. Ho vissuto tutta la mia vita con una spada in mano e preferisco, in questo modo, affrontare anche l’inevitabile fine. Sono una donna guerriero e come tale desidero morire. »

La figlia di Lafra osservò, ancora silente, la propria compagna, la propria salvatrice, colei che in virtù del legame creato dal fato fra loro sentiva come una sorella: se da un certo punto di vista quelle parole la spaventavano, dall’altro non potevano evitare di sentirla personalmente coinvolta.
Certamente a differenza di lei, ella aveva una famiglia nella quale trovare ancora un senso alla propria esistenza, una figlia, dei nipoti con i quali trascorrere le proprie giornate in letizia: ciò nonostante, arrivata a essere ben lontana dalla giovinezza passata, dopo aver visto la maggior parte dei propri coetanei cedere il passo al giogo del tempo, comprendeva molto bene il suo punto di vista, quella riflessione. Non era mai stata sicura, infatti, di voler cercare una fine come quella del padre, per quanto essa fosse giunta in tutta serenità, non permettendo né a lui né ad altri di averne sentore: forse, in ciò, una parte di lei rimpiangeva di non aver accompagnato il marito nel proprio ultimo viaggio, di non essergli stato accanto in quell’avventura finale, affrontando insieme ad egli le incognite offerte dal fato al di fuori della tranquillità della loro isola. Un tempo, sicuramente, non si sarebbe posta un simile dubbio, non avrebbe avuto dilemmi in tal senso: ora, però, le parole della mercenaria le si concedevano più che sensate, più che condivisibili.

« Hai ragione… » annuì, riprendendo infine parola « Anche se non posso che temere per te, quanto dici si pone nel giusto: non avrebbe senso sedersi in attesa della fine… »
« Sono felice che tu mi comprenda. » sorrise la mercenaria « Quindi posso supporre che… »
« … ed è per questo che verrò con te. » concluse Heska, avendo volontariamente lasciato la frase in sospeso.
Midda strabuzzò lo sguardo a quell’affermazione, che la colse completamente di sorpresa, che la trovò assolutamente impreparata: « Cosa?! »

La scelta di Heska si era proposta solo apparentemente istintiva. In cuor suo, infatti, fin dal momento stesso in cui aveva avuto certezza del ritorno della compagna, aveva sentito nel proprio cuore un tale desiderio, una simile volontà: amava sua figlia, adorava i propri nipoti, e l’ultima cosa che avrebbe desiderato fare sarebbe stato offrire loro sofferenza. Ma nella ricomparsa di Midda ed in quella sua nuova, epica e forse conclusiva missione, ella aveva preso coscienza finalmente del senso di tutta la propria esistenza, della ragione per cui in quegli anni si era impegnata tanto nell’allenamento costante del proprio corpo, per il rafforzamento delle proprie membra, nell’addestramento alla fatica ed alla lotta.
Trent’anni prima, nel cercare la liberazione da lord Sarnico, l’allor giovane ed innocente Heska aveva fatto voto a Marr’Mahew, dea della guerra, offrendosi ad essa con tutta la propria anima, il proprio cuore, la propria mente e, solo successivamente, il proprio corpo: ora, nel ritorno di colei che avevano definito Figlia di tale dea, ella era certa che fosse arrivato il momento di prestare fede al proprio giuramento, al proprio impegno, schierandosi al fianco della sorella in quel cammino.

« Verrò con te, hai compreso perfettamente. » ribadì, con serenità e freddezza non inferiori a quelle che la mercenaria avrebbe normalmente offerto « Ho dieci anni in meno di te e negli ultimi trenta, che tu ci creda o no, non ho fatto altro che allenarmi per questo giorno, per questo momento: la spada che un tempo ti è appartenuta, la lama che è stata forgiata nel giorno della mia nascita da mio padre, ormai saprà riconoscere solo la mia mano e, per questo, il mio braccio si affiancherà al tuo in questa missione… »
« Non credo proprio. » negò con altrettanta quieta freddezza l’altra, osservando la compagna ora con occhi completamente di ghiaccio, laddove le nere pupille si proponevano ridotte a capocchie di spillo nelle lucenti iridi « Non sono venuta fino a qui per arruolare una ragazzina presuntuosa… ma solo per ottenere ciò che mi appartiene di diritto! »
« Se è questo che pensi… se è questo che ritieni nel tuo cuore e nella tua mente… sfidami! » replicò Heska, con tono sicuro e controllato « Un duello leale, fra te e me: se tu, attraverso di esso, dimostrerai la ragione delle tue parole, allora la spada della Figlia di Marr’Mahew ritornerà fra le tue mani, verrà nuovamente a te affidata così come era stato tre decenni fa. In caso contrario, io verrò con te. »

domenica 21 dicembre 2008

346


« C
osa intendi dire?! »

Le parole offerte dalla mercenaria, invero, si concessero tremendamente trasparenti della realtà celata dietro a esse, non tentando di nasconderla, non provando a dissimularla. Ciò nonostante, dalle labbra di Heska quella domanda non poté evitare di sorgere come reazione involontaria, come conseguenza di uno stupore naturale, pur proponendosi colma di retorica e priva di reale necessità, laddove la risposta era già stata fornita, era già stata indicata nelle medesime parole che simile questione avevano generato.
Trent’anni Midda aveva trascorso imprigionata, a suo dire, in una terra esterna al creato e dopo trent’anni ella era ritornata a camminare per le vie del mondo, di una realtà completamente nuova per sé. Dove tale fatto era sicuramente stato chiarito, nelle proprie dinamiche e nelle proprie ragioni, invero, tutt’altro che svelato fino a quel momento si stava proponendo ora un altro particolare, un dettaglio prima non essenziale e, ora, improvvisamente divenuto non trascurabile…
… come?
Come la Figlia di Marr’Mahew avesse infatti potuto essersi liberata dalla propria prigionia, dalla propria impietosa condanna, era rimasto fino a quella frase non svelato e, in effetti, la consapevolezza del medesimo era apparsa del tutto superflua, un’informazione di interesse secondario nel confronto con il fatto che ella fosse lì: in simili parole, però, la stessa mercenaria aveva chiaramente definito come tale condizione di autodeterminazione non fosse stata offerta fine a se stessa, non le fosse stata donata dagli dei nel considerare la sua pena sufficiente.
Ella era stata liberata… ma a quale prezzo?

« Intendo esattamente ciò che ho detto. » sorrise l’anziana donna, con apparente tranquillità, tornando a volgere lo sguardo verso il mare « La mia libertà, inevitabilmente, non è stata una gratuita concessione: al contrario, sembra esserci stato un reale impegno a tal fine, per ottenere simile scopo, e ora, volente o nolente, mi è stato chiesto di compensare questo investimento prestando nuovamente servizio, così come già trent’anni or sono. »
« Chi? Come? Dove?! » insistette l’interlocutrice, non riuscendo a cogliere simili particolari ma volendo, altresì, comprenderne le esatte sfumature.
« Per questo credo che sia necessario, da parte mia, offrire un lieve preambolo… » sottolineò la prima, lasciando intendere una situazione più complicata di quanto non sarebbe potuta apparire.
« Non ho impegni per il resto della giornata. » rispose la seconda, desiderosa di trovare risposte ai propri dubbi « Parla pure senza importi fretta alcuna, te ne prego. »

Midda sorrise a quelle parole, in un moto di dolce affetto verso la sua “giovane” compagna: per quanto tre decadi fossero passate dall’ultimo loro incontro, per quanto il carattere della figlia di Lafra fosse mutato, acquisendo indubbiamente maggiore forza, energia, sicurezza rispetto alla fanciulla spaurita che le era stata concessa di incontrare in passato, ella si stava mostrando sinceramente coinvolta nei suoi riguardi, come se davvero il suo destino, il fato a cui altri l’avevano destinata, le fosse realmente a cuore.
Dopo tanti anni di isolamento dal mondo intero, la Figlia di Marr’Mahew non poteva umanamente negarsi il piacere di un simile sentimento nei propri riguardi, veritiero o simulato che esso sarebbe potuto essere. Un tempo, probabilmente, non vi avrebbe prestato caso o, addirittura, ne sarebbe fuggita, temendo le conseguenze derivanti da un tale legame, temendo di poter nuovamente perdere persone a sé vicine: ora, però, di quelle stesse emozioni sentiva un reale bisogno, una necessità primaria, allo scopo di non considerarsi né morta, perché effettivamente viva, né viva, perché da tutti considerata morta. Per non essere diversa da quelli che un tempo erano gli zombie che infettavano la palude di Grykoo, ella quasi bramava l’interesse che Heska le stava donando e di tale concessione non avrebbe potuto che essere grata alla stessa, non negandole ogni spiegazione che le avrebbe richiesto.

« Credo che tu conosca l’attuale situazione politica dell’angolo sud-occidentale del continente meglio di me, non è vero? » esordì pertanto, in una domanda assolutamente retorica che non attese alcuna risposta « A seguito del tentativo di Kofreya di invadere i territori di Tranith dopo la scomparsa della palude di Grykoo, la guerra è precipitata e le sue sorti sono volse irrimediabilmente a favore della nuova alleanza y’shalfica-tranitha. Oggi, pertanto, Kofreya non esiste più in quanto tale, ritrovando i propri territori divisi fra i due vincitori… »
Heska, che pur tutti quegli eventi ormai parte della Storia li aveva vissuti quasi in prima persona, nel fortunato ruolo di semplice spettatrice, annuì ugualmente al rapido resoconto offerto prestando totale attenzione alle parole a lei concesse.
« Come se l’influenza negativa prima imposta sopra a Grykoo, ora tornata ad essere una laguna, si fosse trasferita nella Terra di Nessuno, quella zona già priva di vita e di possibilità di vita, in questi ultimi anni, ha visto le proprie condizioni giungere ad un degrado precedentemente inimmaginabile, ritrovando addirittura in quel territorio l’insorta presenza di negromantiche creature, prime fra tutti gli zombie. » proseguì la mercenaria, dimostrando in tali parole di essere più che informata in merito alla situazione attuale di quell’angolo di mondo « Questo potrebbe essere considerato un evento secondario, una decisione divina imposta sugli uomini per imperscrutabili ragioni, se non fosse che, attorno a simile orrore, una lunga serie di preoccupanti voci ha iniziato a circolare non solo in Tranith e Y’Shalf ma, addirittura, anche in Gorthia. »
« Di questo non so nulla… » ammise la donna, scuotendo il capo « Che voci? »
« In effetti i governi locali si stanno impegnando al fine di mantenere la diffusione della notizia il più possibile sotto controllo, allo scopo di limitare le possibili ricadute negative che dalla stessa si potrebbero imporre in tutti i tre regni se non, addirittura, in quest’angolo di mondo… » spiegò l’altra, con serietà « Si narra di un ritorno della stessa regina Anmel, rediviva e bramosa di potersi riappropriare di tutti i propri domini, di tutte le terre un tempo a lei dovute. »
« Ma è un’assurdità… non siamo neppure certi che sia veramente esistita! » replicò istintivamente Heska, a tale notizia.
« Beh… a seguito del ritrovamento della sua corona, credo che il dubbio in merito alla sua esistenza possa considerarsi superato. » rispose Midda, stringendosi per un istante nelle proprie spalle « Ciò nonostante, quando mi è stato raccontato questo anche io non ho reagito in maniera diversa. »
« E…?! »
« Potrei sbagliarmi, sia chiaro… » continuò, incalzata dalla compagna « Ma ritengo che vi sia una qualche connessione fra la corona e la presenza dell’influenza negativa un tempo incombente su Grykoo e, ora, addirittura sulla Terra di Nessuno. Quel diadema, fino a trent’anni fa, era stato custodito da tempi immemori in prossimità della laguna e con il proprio potere, secondo me, ne aveva corrotto l’essenza vitale, trasformandolo in un luogo maledetto: ma dopo il nostro recupero, dopo che i miei compagni hanno potuto riportare successo nella propria missione anche grazie al mio sacrificio, essa deve essere stata trasportata fino alla nostra mecenate, fino alle mani di lady Lavero di Kirsnya… »
« E Kirsnya è la capitale più prossima alla Terra di Nessuno, dove lady Lavero può essere fuggita per cercare rifugio quando la guerra ha sottomesso ogni potere territoriale di Kofreya… » completò Heska, intendendo alla perfezione dove Midda stesse andando a parare « Cattivo sangue non mente… » aggiunse poi, storcendo le labbra « E tu l’hai anche difesa! »
« Se sia stata l’iniziativa stessa di lady Lavero oppure qualche negativa influenza da parte della corona, non lo so… e sinceramente ora non mi può interessare molto. » minimizzò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo « Per quanto il mio braccio possa far supporre il contrario, io non ho e non intendo avere alcuna familiarità nei confronti della stregoneria e per questo non desidero neppure sbilanciarmi nel raggiungere avventate conclusioni. »