Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 30 novembre 2009

689


A
seguito di una rapida analisi dei fatti, degli elementi a conoscenza della donna guerriero a riguardo della particolare situazione creatasi, infine, alcun letale tributo fu considerato qual necessario da parte della giovane guardia a lei tanto irruentemente presentata. Affrontando la questione a mente lucida, fredda, qual comunque sarebbe dovuta essere ritenuta quella delle mercenaria in quel frangente, egli non poté evitare di essere giudicato quale vittima delle circostanze ancor prima che di un proprio esplicito desiderio di opposizione a lei o ai suoi piani, nell’esser giunto fino a quel punto senza alcuna reale consapevolezza, spinto lì per semplice caso, per banale scherzo del fato. In verità, nel voler essere obiettivi nell’espressione di tale giudizio, inevitabile sarebbe stato giungere alla conclusione di come la morte o la sopravvivenza di quell’uomo non avrebbero offerto, in alcun modo, un qualche riscontro pratico nel merito della situazione personale della propria candidata carnefice, dal momento in cui se pur vero sarebbe dovuto essere considerato come quella sentinella avrebbe potuto, al mattino seguente, denunciare l’ovvio collegamento della donna con i fatti della notte, probabilmente retorica sarebbe inevitabilmente risultata essere simile accusa, là dove anche senza bisogno di particolari prove, di una reale dimostrazione di colpevolezza a suo carico, infatti, il giorno seguente tutto il sistema giudiziario di Kirsnya avrebbe inevitabilmente rivolto proprio verso di lei, a suo discapito, ogni reazione di rabbia, non potendo accettare qual semplice casualità il suo ritorno in città in concomitanza con un sì drammatico evento. Un condanna, in quel particolare frangente, che sarebbe potuta essere espressa in verità a ragion veduta, ma che sarebbe comunque stata tale anche in caso di esplicito torto, dove solo in simili vie da sempre era in grado di procedere l’amministrazione della giustizia all’interno di quelle mura.
Per quella motivazione, forte di simile consapevolezza e di tanta ineluttabilità degli eventi, in fondo da lei addirittura già previsti, preventivati, posti in conto in quel particolare sviluppo qual prezzo necessario per il compimento di quella strategia, dove in caso contrario si sarebbe dimostrata particolarmente ingenua nella propria concezione del mondo a sé circostante, ella scelse di non richiedere ulteriori tributi alla guardia già posta a riposo, limitandosi pertanto a trascinarlo in ombra, lontano dall’attenzione di sguardi indiscreti, prima di sentirsi libera di riprendere il proprio cammino in tutta serenità.

« Dopotutto, ho fatto a meno dell’approvazione di questa città per oltre dieci anni. » spiegò, con tono contenuto, alla propria vittima, incurante di come questi fosse inconsapevole della realtà attorno a sé « E poi, comunque, nessuno sarebbe realmente disposto ad accettarmi entro queste mura, nonostante il proscioglimento da ogni accusa… quindi, poco male tornare a essere tanto odiata: se proprio devo esserlo, che almeno sia per una ragione concreta e non per un qualche sommario pregiudizio. Non trovi? »
Svenuto, l’interlocutore così pur interpellato, rispose con un movimento d’assenso del capo, o, per lo meno, quello che tale apparve nell’essere stato altresì indotto dallo spostamento del suo intero corpo.
« La tua approvazione si offre qual gradita e apprezzata, per quanto, per amor di correttezza, desidero specificare che non fosse stata ricercata qual valore vincolante da parte mia. » replicò la mercenaria, divertita da quel falso dialogo « E, comunque, è una fortuna per te vivere in questa città. Se ti avessi abbandonato, in questo stesso modo, in un qualunque vicolo di Kriarya, dubito fortemente che domani mattina avresti avuto occasione di risvegliarti ancora indossando i tuoi abiti… nella pur non ovvia ipotesi che avresti potuto avere, addirittura, occasione di risvegliarti. »

Liberatasi, senza enfasi e senza problemi, di quel fragile ostacolo sul proprio percorso, la Figlia di Marr’Mahew imboccò allora la via verso il porto, senza ulteriori esitazioni e pur prestando attenzione a evitare ulteriori incidenti di percorso simili a quello appena affrontato, non tanto qual segno di ritrosia nel confronto con le guardie preposte alla sicurezza della città, o, addirittura, con i militari lì stanziati, in maniera perenne o anche solo temporanea, quanto piuttosto per la noia nei confronti dell’impaccio, del rallentamento, che a tale scontro sarebbe obbligatoriamente seguito, di volta in volta, battaglie per evitare le quali, dopotutto, si era impegnata a dar vita a tanto disordine. Se avesse avuto desiderio di uno scontro continuo con quell’intera capitale, anche ammesso di poter riservarsi occasione di sopravvivenza dalla medesima nonostante tutta la propria meritata fama guerriera, avrebbe agito in maniera più diretta, andando a porre la propria offensiva direttamente in contrasto alle guardie preposte al controllo della compagna, della condannata, senza disperdere tanto tempo e tante energie in quel diversivo, il quale, sebbene a posteriori sarebbe potuto risultare quasi banale nella propria attuazione, aveva invece da lei richiesto un impegno tutt’altro che ovvio, per il quale, se solo avesse agito nel rispetto dell’incarico riservatole da qualche proprio mecenate, non avrebbe mancato di chiedere un ingente incremento del proprio compenso finale. Ma in quel caso, in quell’occasione, non era sua volontà dichiarare guerra a tutta Kirsnya, quanto, più semplicemente, liberare l’amica imprigionata e, in questo, all’irruenza di uno scontro aperto, di un attacco diretto, avrebbe dovuto, senza ombra di dubbio, preferire la quiete, la discrezione, aggirando ogni possibilità di conflitto e mirando all’allontanamento più rapido e silenzioso possibile.
Muovendosi con la necessaria discrezione e cautela, non sarebbe stato, e non fu, difficile per la donna guerriero spingersi attraverso gli innumerevoli vicoli di quella città, evitando di volta in volta gruppi di guardie o militari diretti di gran carriera in direzione del palazzo di giustizia, là attratti dal fuoco non diversamente da tante falene, nell’offrire in ciò conferma a ogni previsione da lei formulata nel merito della reazione che avrebbero dovuto proporre in risposta a qualcosa del genere, a un attacco tanto diretto al cuore della loro capitale. Già in un passato non tanto remoto, del resto, ella aveva avuto occasione di aggirarsi per quelle vie, per quei stretti percorsi, braccata qual solo sarebbe potuta essere un’evasa, una fuggitiva, in una situazione decisamente meno propizia, meno favorevole di quanto, comunque, sarebbe dovuta essere ritenuta quella attuale, nel non essere ancora espressamente oggetto dell’attenzione pubblica, di tutte le possibili forze armate esistenti all’interno dei confini di quell’urbe.
E così, in un tempo decisamente inferiore a quello da lei stessa previsto, giudicato necessario per percorrere la distanza esistente fra il palazzo di giustizia e l’area portuale, ella riuscì a conquistare la meta prefissata, là dove aveva fissato l’incontro con il proprio scudiero, varcando la soglia di uno degli innumerevoli capannoni sorti in prossimità dei moli e utilizzati per il deposito temporaneo delle merci in continuo movimento, passaggio, all’interno della capitale e costituenti la reale anima dell’economia di quella regione, al di là di ogni fobia e diffidenza imperante nella popolazione locale nei confronti del prossimo, dell’estraneo.

« Mia signora… » la richiamò, immediatamente, una voce nota, sorgendo dalle tenebre imperante sul dedalo formato dalle innumerevoli casse lì dentro accumulate « Mia signora, siamo qui. »

Pur senza desiderio di porre in dubbio le potenzialità del giovane Seem nei confronti con l’incarico assegnatogli, con la missione riservatagli, e pur non dimentica di quanto oggettivamente la distanza da percorrere per il ragazzo sarebbe dovuta essere considerata inferiore a quella da lei stessa appena affrontata, la Figlia di Marr’Mahew, giunta fino a lì in anticipo rispetto alle proprie previsioni, non si negò una certa sorpresa nello scoprirlo quale già presente, addirittura dominante, con i propri sensi, con necessaria prudenza, sul luogo del loro ritrovo. Per questo, nell’offrire contrasto alla propria inevitabile paranoia, nel restare immobile in contrasto all’istinto di scattare in posizione di difesa, di guardia in contrasto a possibili offensive, le nere pupille della donna guerriero non mancarono di rendere trasparente il proprio sbalordimento, nell’allargarsi all’interno delle iridi fino a fagocitare quasi completamente l’azzurro ghiaccio altrimenti lì imperante, salvo, poi, sbilanciarsi a mostrare con generosità le sue carnose labbra aprirsi comunque in un ampio e sincero sorriso di soddisfazione, il secondo del quale, in breve tempo, quel fanciullo ancora lontano dal poter essere considerato realmente uomo, si era dimostrato indubbiamente meritevole in un tempo decisamente breve.

« Nell’uso del plurale, mi sento fiduciosa di considerare l’ottimale riuscita del tuo compito. » asserì ella, in una domanda implicita e pur sufficientemente chiara, nell’avanzare con decisione in direzione di quel richiamo, perscrutando l’oscurità alla ricerca del giovane e, soprattutto, della sua compagna, che sarebbe dovuta risultare al fianco del medesimo, da lui protetta in quel temporaneo rifugio.

domenica 29 novembre 2009

688


« G
uarda un po’ come brucia bene… » sorrise con sincera soddisfazione, osservando quel particolare edificio, inevitabilmente odiato, porsi qual vittima dell’ardore delle fiamme scatenate dalla polvere nera e alimentate dalla pece, combustibile tutt’altro che di difficile reperimento soprattutto entro i limiti di una città portuale quale sarebbe comunque dovuta essere considerata Kirsnya « Ho sempre adorato osservare la danza che un bel fuoco sa condurre nelle tenebre della notte. »

Nell’esigenza di attirare l’attenzione delle guardie e, più in generale, di tutti gli abitanti della capitale verso un obiettivo comune, falso sarebbe stato per lei affermare che la scelta di quel possibile candidato fra molti fosse stata del tutto casuale. In contrasto a quelle solide mura, in pietra e legno nello stile tipico e caratteristico di tutta l’architettura urbanistica racchiusa entro quelle alte mura, del resto, inevitabilmente si sarebbero dovuti considerare rivolti i propri interessi, là dove troppi ricordi spiacevoli proprio a esso erano inevitabilmente accomunati, fin dall’epoca del proprio primo arresto. Unire l’utile al dilettevole, pertanto, in quella particolare occasione era risultato estremamente naturale, spontaneo, nell’averle offerto il perfetto movente, la scusa, per agire in quella direzione, nella quale, altrimenti, non si sarebbe impegnata, non avrebbe offerto il proprio tempo, così come mai si era dopotutto interessata a fare in quell’ultimo decennio, non tanto per una ragione di timore, di rischio, quanto più per l’assenza di un reale guadagno, di un sincero tornaconto personale nell’agire in simile modo, nell’impiegare il proprio tempo in una tale attività.
Qual mercenaria, in effetti, in quella che sarebbe potuta essere definita una deformazione professionale, ella era ormai abituata ad offrire un valore a ogni propria singola azione, a ogni pur minimale aspetto della propria esistenza e, in ciò, anche a ogni frazione, pur comunemente considerabile irrisoria, del proprio tempo, ben sapendo come questo, così poco considerato dai più, dalla maggioranza delle persone solito ritenuto qual un fattore ovvio, scontato, si ponesse realmente quale il bene più prezioso per chiunque, una risorsa insostituibile la quale, una volta utilizzata, con giudizio o in maniera priva di senno, non le sarebbe più potuta essere restituita, non le sarebbe più potuta essere riconosciuta. Ella era consapevole di come, a tutti loro, comuni mortali, gli dei da sempre avevano concesso di vivere una sola esistenza, offrendo loro, in ciò, libero arbitrio nella scelta dei modi, dei cammini nei quali potersi impegnare, poter porre il proprio interesse, la propria attenzione, nella certezza di come, qualsiasi scelta compiuta, sarebbe comunque stata poi pagata estremamente cara da loro stessi, nella perdita definitiva delle occasioni a esse collegate, del tempo investito in esse, e pur irrefrenabile, incontenibile, non arginabile, simile qual si presentava a un fiume in piena. Per questa principale ragione, in verità, e non per motivazioni diverse, non tanto a compenso della fatica, non tanto a compenso dello sforzo, da sempre il lavoro umano, in ogni sua accezione, da quello contadino a quello artigianale, da quello militare a quello mercenario, includendo obbligatoriamente anche prostituzione e ladrocinio, necessitava, pretendeva un riconoscimento, un guadagno concreto, ove, in caso contrario, l’individuo impegnato in una qualunque attività, colui che il proprio tempo stava offrendo sì in gioco, non avrebbe visto riconosciuta alcuna gratificazione, alcun giusto contrappeso per quei momenti unici e irripetibili della propria vita lì investiti, i quali, inevitabilmente, sarebbero così apparsi sprecati, in una blasfemia verso gli dei e verso questo loro dono, il più prezioso, il più importante. E proprio in quanto perfettamente consapevole di simile verità, benché potenzialmente motivata in un’ipotetica azione di vendetta contro l’edificio all’interno del quale, più di dieci anni or sono, era stata decretata la sua mutilazione e, successivamente, la sua morte, nonché contro la stessa città e tutti i suoi abitanti che tanto avventatamente si erano scagliati contro di lei nel corso del tempo, trattandola al pari della peggiore delle piaghe dell’umanità, fino a quella particolare occasione la donna guerriero non aveva mai valutato qual fattibile un qualsiasi piano in tal senso, ove il tempo investito in esso non avrebbe ritrovato alcuna remunerazione, alcuna gratificazione a eccezion fatta di un effimero senso di soddisfazione, un fugace sentimento di liberazione da un umano rancore, non considerato però, dopotutto, sufficiente per spronarla in simile direzione.

« Bene. Il mio compito qui è finito. » si congratulò con se stessa, preparandosi a cambiare aria, ad allontanarsi nella quieta notte, non avendo più alcuna ragione per trattenersi in quella zona, alla quale, del resto, presto sarebbero state attratte troppe attenzioni.

Purtroppo, però, dove anche la Figlia di Marr’Mahew era riuscita nelle proprie intenzioni, nell’attuazione della propria parte del piano, portando a termine quella che, probabilmente, sarebbe stata ricordata come la peggior offensiva subita dalla capitale dopo lunghi anni di totale quiete, di indolente tranquillità, il fato non parve volerle riconoscere immediatamente una serena possibilità di fuga, di allontanamento dal luogo del misfatto, mantenendo il basso profilo che pur aveva cercato fino a quel momento. E così, nel mentre in cui ella si stava voltando nella volontà di porre maggiore distanza possibile fra se stessa e quell’edificio ormai offerto in pasto alle fiamme, un’inattesa figura si parò innanzi a lei, probabilmente non scorgendola nelle tenebre della notte e, suo malgrado, finendo per inciampare in simile involontario contrasto, ruzzolando a terra e trascinando, in ciò, anche la mercenaria.

« Scusami… non ti avevo vis… » esordì lo sconosciuto, in una richiesta di perdono volta all’attenzione della figura femminile in cui era incappato, inizialmente non impegnandosi nel tentativo di comprenderne la reale identità, e pur, subito dopo, non potendo evitare di riconoscerla, sgranando gli occhi « Ma tu sei… »

Quale una guardia cittadina si presentò essere, allora, colui che aveva violentemente travolto la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli corvini, costringendola per un istante a terra, sotto il proprio peso, e privandola in tale impatto del cappuccio che, ipoteticamente, avrebbe dovuto comunque offrirle una maggiore riservatezza, una minore possibilità di riconoscimento, sebbene difficilmente qualcuno, conoscendola personalmente o di fama, avrebbe potuto ugualmente confonderla.
Fortunato, ancor prima che malcapitato, egli si sarebbe dovuto considerare, si sarebbe potuto ritenere, nonostante quell’incontro, quello scontro non voluto e pur avvenuto, là dove, pur priva di ogni scrupolo, di ogni esitazione, di ogni incertezza nel proprio agire, la controparte così atterrata slanciò il proprio pugno destro, in nero metallo dai rossi riflessi, alla volta del suo capo non per ucciderlo, quanto semplicemente per stordirlo, in un colpo che avrebbe anche potuto privarlo senza fatica della vita nell’infrangere le ossa del suo cranio, quasi fosse semplice guscio di noce, ma che si limitò volontariamente nella propria energia distruttiva, contenne espressamente la propria violenta forza, al semplice fine di negargli semplicemente la coscienza per qualche ora.

« Thyres… » invocò la mercenaria, dopo quell’istintiva reazione innanzi a un potenziale pericolo, storcendo le labbra verso il basso in segno di disapprovazione per quell’imprevisto « E ora, di te, che ne faccio? »

Per un lungo istante, ella permase incerta di fronte al corpo svenuto del proprio estemporaneo avversario, dubbiosa fra completare l’opera iniziata e, in conseguenza, ucciderlo definitivamente, oppure limitarsi a lasciarlo in tale stato, magari trasportandolo in qualche vicolo lontano da sguardi indiscreti dove avrebbe potuto riposare fino al giorno seguente, quando avrebbe ritrovato in maniera naturale la cognizione di causa ora perduta. Se solo fosse risultato necessario, trasformare una semplice perdita di sensi in un decesso, non avrebbe comportato per lei la necessità di affrontare particolari vincoli morali, ritrosie di sorta, ove la morte già da lungo tempo era pur parte integrante della propria stessa esistenza, dispensata quasi quotidianamente, in maniera generosa, nei confronti di tutti coloro che mostravano, spesso addirittura con chiaro disprezzo per la propria stessa possibilità di sopravvivere, di meritarsi simile attenzione, tale premura da parte sua.

sabato 28 novembre 2009

687


N
ell’affidare al proprio scudiero il compito di soccorrere il loro obiettivo, la Figlia di Marr’Mahew aveva riservato per sé lo svolgimento dell’attività oggettivamente più complessa propria del piano stabilito, nell’esigenza di dar vita a quello che, agli occhi di qualsiasi spettatore, sarebbe potuto essere interpretato quale un atto di guerra, o un’azione terroristica, nel cuore di una delle città maggiormente protette e xenofobe di tutta Kofreya, con la sola e giustificata eccezione rappresentata ovviamente dalla sede del sovrano, Kerrya. Del resto, ella non avrebbe mai potuto delegare ad altri quel particolare incarico, l’attuazione di quell’offensiva in contrasto al palazzo di giustizia, non tanto per una questione di responsabilità o di capacità, quanto più per una di competenza e di egoismo.
La competenza, in tal frangente, sarebbe dovuta essere ricercata in quella che, come giustamente riferito da Seem a Carsa, ella stessa aveva avuto modo di acquisire anni prima nel corso di giovanili viaggi in terre lontane, site ai confini estremi del continente di Hyn e, in questo, profondamente influenzate dall’avanzato progresso imperante entro i limiti del medesimo. Estremamente lontano, praticamente estraneo, tanto a livello ideologico, quanto culturale, tradizionale, dai pur variegati regni propri del continente di Qahr, quel vasto territorio orientale celava nel proprio interno, nei propri confini, segreti tali che, nel confronto con quanto considerato quotidiano a occidente, sarebbero indubbiamente stati giudicati pari a stregoneria, alla manifestazione di poteri arcani più che semplice frutto di una migliore comprensione del mondo, della natura e delle proprie dinamiche. A riguardo di simili misteri, Midda non avrebbe mai potuto far sincero vanto di una qualche padronanza, di una qualche piena conoscenza, non avendo realmente avuto occasione di intrattenersi in quei territori per il tempo utile ad essere iniziata a tanta conoscenza, a tanto progresso, dov’esso sarebbe probabilmente dovuto essere misurato addirittura in anni, se non anche al corrispettivo di un’intera vita. Qualcosa, però, anch’ella aveva avuto modo di apprendere, qualche piccolo segreto aveva avuto occasione di rendere proprio, così come la formula utile per ricavare la polvere nera, l’arma segreta il cui utilizzo sarebbe stato centrale in quell’occasione, al fine di creare il diversivo utile alla liberazione della condannata, nell’attrarre l’attenzione di tutta Kirsnya verso la confusione così generata. Da tempi immemori in Hyn, e pur inimmaginato nel resto del mondo, mischiando con cura e attenzione precise proporzioni di zolfo, salnitro e carbone, era infatti possibile ottenere un composto deflagrante di inaudita potenza, impiegabile per i più variegati scopi, dal semplice ludo, al fine di creare i giuochi pirotecnici che erano soliti animare qualsiasi celebrazione, ricorrenza all’interno di quel continente lontano, fin’anche all’arte della guerra, per creare armi simili a balestre ma capaci di proiettare con maggiore forza, maggiore violenza, il proprio attacco, generato non qual conseguenza di una semplice tensione elastica, quanto più propriamente da quel potere dirompente. Una forza, un’energia effettivamente tremenda, quella propria di simile segreto, al quale la Figlia di Marr’Mahew era ricorsa solo in rare, eccezionali occasioni, dove l’eventuale banalizzazione di quanto ora sarebbe apparso protetto da un’aura di mistero e di magia, avrebbe, in effetti, reso meno efficiente il ricorso alla polvere nera quand’anche estremamente necessario, nell’abituare le menti dei propri possibili antagonisti a quel potere, a quella violenza, e nel privarli, in ciò, dell’attuale inevitabile timore verso un fenomeno estraneo e incompreso.
L’egoismo, per il quale ella aveva mantenuto per sé l’attuazione di simile espediente, poi, sarebbe dovuto essere individuato nella sua mancanza di volontà, di desiderio nel condividere simile segreto, là dove, come giustamente ipotizzato da Carsa, una qualsiasi comunione di quel potere avrebbe, in conseguenza, reso meno preziosa quella conoscenza, attualmente di valore incommensurabile nella propria esclusività. Questo senza ignorare, inoltre, quanto un odierno alleato, in un futuro non lontano avrebbe sempre potuto divenire avversario, nemico, e, in ciò, avrebbe potuto far rimpiangere amaramente qualsiasi eccesso di fiducia nei suoi riguardi, soprattutto nel merito del dono di una simile arma, di una simile possibilità strategica e tattica. Tale eventualità, forse, non avrebbe dovuto essere da lei considerata sì prossima, sì probabile, nel confronto con una figura quale quella di Seem, giovane che le aveva sempre offerto un sincero affetto, una fedeltà tale da permettergli, addirittura, di tramutare l’iniziale infatuazione provata nei suoi riguardi, una semplice e pur ammaliante attrazione, fisica e psicologica, conseguente a situazioni di particolare intimità nel quale si era ritrovato ad essere inaspettatamente coinvolto, in uno scopo di vita, non tanto nell’illusione di potersi ricavare un’occasione d’approccio con lei, quanto piuttosto quale atto di assoluta coscienza, vissuto con trasparente e intellegibile cognizione di causa. A riguardo di simile percorso emotivo e mentale compiuto dal proprio scudiero, indubbiamente nobilitante per il medesimo, Midda aveva avuto sempre piena consapevolezza, sebbene avesse evitato di farne mai parola, onde evitare di porlo in inutile imbarazzo: ciò nonostante, per quanto in virtù di tanto impegno, tanta affezione, avrebbe forse dovuto riconoscergli una maggiore fiducia, nella propria esistenza, sì ricca di esperienze e di avventure, ella aveva ben appreso l’importanza di non sbilanciarsi mai a giudicare qual certa alcuna realtà, alcuna ipotesi, arrogandosi, senza ragione, il diritto di un totale controllo non solo sulla propria vita, ma anche sulle scelte compibili da altri attorno a sé, fossero esse a suo favore o in suo contrasto, e, in questo, si era necessariamente abituata a non abbandonare mai una paranoia di fondo, considerata ormai, e non completamente a torto, quale indispensabile alla propria stessa sopravvivenza.
Competenza ed egoismo avevano, quindi, reso ogni scelta nell’attuazione di quella strategia quale obbligata, vedendo la Figlia di Marr’Mahew concedere al proprio scudiero, forse per la prima volta dall’inizio di quella loro collaborazione, di quel loro rapporto, un reale incarico, una seria missione, che non avrebbe previsto da parte del giovane un impegno considerabile minore, che non lo avrebbe visto protagonista di un ruolo di secondo piano, quanto, piuttosto, quale elemento fondamentale per la riuscita dell’intera operazione.

« Spero per te che tutto stia andando bene, ragazzo… » sussurrò la donna guerriero.

Tali parole, un monologo non udito e non udibile da chiunque, nell’avere qual pubblico solo quello rappresentato dagli immortali dei, furono da lei proposte nel mentre in cui anche all’ultimo innesco di polvere nera stava venendo donata, nell’incontro fra la lama della sua spada e il metallo nero del suo braccio, la scintilla utile a condurre l’ennesimo barile di pece verso un’esplosione di incredibile e incendiaria violenza, accuratamente posizionato come i precedenti lungo il perimetro esterno del palazzo di giustizia.
Recentemente, in verità, il suo scudiero le aveva offerto riprova di poter essere in grado di gestire una situazione di pericolo, fosse anche una sfida armata, adoperandosi con successo nella difesa di un vecchio studioso di nome Sha’Maech, da lui scortato attraverso mezzo regno per suo esplicito ordine, ove ella si stava contemporaneamente impegnando su un fronte decisamente diverso, in una tragica avventura conclusasi insolitamente senza alcuna occasione di successo. Nel tragitto non breve che aveva visto protagonisti il giovane e l’anziano, il ricorso alle armi era stato allora purtroppo necessario al primo, per garantire la sopravvivenza del secondo, nel momento in cui essi si erano ritrovati assaliti da un gruppo di banditi. Un confronto, in effetti, privo di equilibrio, di proporzione fra le parti coinvolte, ma dal quale Seem era riuscito a uscire comunque vittorioso in virtù del proprio ardimento, del proprio coraggio, nonché della fedeltà alla propria padrona, non cedendo allo sconforto come sarebbe potuto essere anche logico, umano, avvenisse, ma reagendo con inaspettata combattività, dimostrandosi sufficientemente e trasparentemente deciso nella direzione di un esito vittorioso, tale per il quale avrebbe anche potuto sinceramente sacrificare la propria stessa vita. E dove, in un combattimento spronato da motivazioni pur futili, pur flebili, quali solo sarebbero potute essere quelle ispiratrici di una rapina, l’aggredito avesse dimostrato sufficiente disaffezione al proprio fato, alla propria esistenza, arrivando a porla in dubbio pur di non cedere di fronte all’aggressore, inevitabile sarebbe stata la sola conclusione possibile, nel ritiro del predone, tutt’altro che bramoso, altresì, di perdere il proprio domani forse per poche once d’oro o, peggio ancora, per nulla. Sorpresa e soddisfatta, fiera addirittura, nello scoprire il risultato raggiunto dal proprio scudiero, Midda si era ritrovata, pertanto, a dover riconsiderare le possibilità di impiego di una simile risorsa, non relegandolo più a semplice ombra nelle retrovie, ma spronandolo ad emergere, così come inevitabilmente sarebbe dovuto essere in quella nuova missione, in quel nuovo incarico di recupero, posta in gioco del quale sarebbe risultata essere, addirittura, la vita di una donna, il futuro di Carsa Anloch.

venerdì 27 novembre 2009

686


N
el mentre in cui una lunga e lucente spada fece la propria comparsa, fuoriuscendo dal fodero in cui aveva trovato occasione di riposo e protezione fino a quel momento, in sua opposizione un pugnale venne sguainato e si mostrò a propria volta scintillante nella pur tenebrosa notte, proponendosi con sufficiente destrezza, velocità, da riuscire a contenere e deviare un primo affondo tentato a discapito del proprio padrone. Un movimento rapido, elegante, fu quello che Seem presentò in simile evasione, in tale difesa, impiegando il proprio braccio destro in un mortale azzardo con l’arma avversaria e pur riuscendo a dar riprova della propria preparazione, della propria confidenza con quella lama forse inferiore rispetto a quella dell’avversaria in lunghezza, ma non in potenzialità, soprattutto se adoperata con sufficiente giudizio, con sincera abilità quale apparve inequivocabile essere la propria. Ma un pur sì primo successo non sarebbe dovuto essere accolto con eccessivo trasporto, entusiasmo, da parte del giovane, là dove, in caso contrario, egli avrebbe potuto porre in dubbio la propria stessa esistenza, il proprio futuro, nel peccare di superbia, nel sottovalutare l’avversario: così, disimpegnandosi in maniera subitanea ed efficace da quella posizione di contrasto, il giovane scudiero si propose in immediato contrattacco, rispondendo senza alcuna esitazione a quella sentinella divenuta, suo malgrado, un proprio avversario, da sconfiggere per non essere sconfitto se non, più propriamente, da uccidere per non essere ucciso.
La guardia, divenuta improvvisamente preda da predatore qual si era inizialmente presentato, non si lasciò vincere dallo stupore, evidentemente non avendo pregiudicato la propria controparte quale un avversario minore, indegno di attenzione qual sarebbe potuto forse apparire in vesti più classiche, nel proporsi non qual guerriero ma semplice scudiero, e, in conseguenza di ciò, rapidamente levò la spada in propria difesa, in quello che, contemporaneamente, apparve essere tanto una parata, quanto un nuovo attacco, in un gesto che, effettivamente, avrebbe potuto veder il giovane essere squartato con prepotenza dal proprio inguine fino alla gola. Trasparente, in tanta violenza, in tanto desiderio di morte, risultò essere come ogni sentimento provato da parte di Seem sarebbe dovuto esser considerato ricambiato da quell’avversario, il quale non si sarebbe offerto scrupoli di sorta nell’imporgli la morte, forte, fra l’altro, della legge, della giustizia che a suo favore si sarebbero sicuramente volte, non giudicandolo qual assassino ma, al contrario, addirittura eroe, nell’aver impedito ad un dissidente, se non addirittura a un pirata, qual sarebbe stato indubbiamente considerato, la fuga sperata insieme alla donna già condannata per le proprie colpe, per i propri crimini, o presunti tali. Ancora una volta, però, l’agilità dello scudiero fu la sua tattica vincente, la sua strategia migliore, nell’evitare, nuovamente, la traiettoria di quella lama con uno scarto quasi infinitesimale, che vide addirittura le punte dei suoi non lunghi capelli essere accarezzate dall’acciaio dell’arma nemica nella parte conclusiva del suo percorso.

« Chi sei? » provò a domandare, allora, la sentinella, probabilmente più nella volontà di distrarre l’avversario che non in conseguenza di un sincero interesse in tal senso, come il terzo tentativo nei suoi riguardi, immediato e privo di indugi, non mancò di rivelare, di sottolineare, esaltare.

Nel mentre di quelle stesse parole, infatti, la lunga spada si impegnò in un’ampia rotazione orizzontale, parallela al suolo, nell’esecuzione di un tondo dritto desideroso di raggiungere le viscere già prima mancate, e ora pur giudicate a propria perfetta portata, così generosamente donategli nella posizione dell’ignoto nemico, il quale, quasi senza neppure offrir pensiero in tal senso, senza permettersi di ragionare nell’immediatezza di quello sviluppo, si piegò all’indietro, spingendo la schiena verso il suolo e liberando, in ciò, la via al metallo avversario, nell’offrirgli, semplicemente, occasione di fischiare attraversando l’aria ora esattamente sopra il proprio stesso torso, nonché il proprio viso. Una posizione particolarmente scoperta, quella assunta in tal modo da parte dello scudiero, che avrebbe anche potuto costargli caro se solo, insieme a tal movimento, a simile azione, non avesse anche proposto l’ardore di una propria offensiva, di un proprio attacco, un affondo ora diretto verso la gamba mancina per mezzo del proprio pugnale. Così, posto innanzi all’alternativa rappresentata dalla perdita della propria gamba, se non, addirittura, dalla propria stessa morte nella recisione di un’arteria, alla sentinella non fu permesso di perdere tempo nel proprio tentativo in sua opposizione, preferendo, al contrario, ritrarsi a propria volta, allontanandosi da un nemico tutt’altro che improvvisato nel proprio ruolo di combattente, per quanto armato di un semplice pugnale, di un’arma giudicabile tanto inferiore rispetto alla propria.

« Devo renderti atto di come tu non sia un avversario di poco conto. » commentò, allora, ora non tanto nel tentare di mascherare dietro a tali parole una propria nuova offensiva quanto per cercare, in esse, un’occasione di riflessione, di pensiero, di analisi sulla strategia migliore alla quale fare ricorso in quel frangente « Chi sei? Perché hai tanto a cuore la sorte di quella disgraziata?! »
« Termine improprio per porre riferimento a chi, una fra quattro, ha preso parte alla missione di recupero della corona della regina Anmel, là dove alcun altro avventuriero aveva mai osato spingere neppure il proprio pensiero… » replicò, allora, Seem, prendendo parola per simili motivazioni, nel risollevarsi e nel riassumere una posa di guardia, pronto, in ciò, a rispondere a qualsiasi tattica l’altro avrebbe potuto scegliere, preferire.
« E’ semplice passione che guida i tuoi passi? E’ sciocco fanatismo quello che ti spinge a rischiare la vita per riservare a lei occasione di salvezza? » insistette la sentinella, con tono che difficilmente avrebbe permesso di intuire il reale scopo alla base di tanta curiosità, ove potenzialmente caratterizzato da sincera curiosità ma, anche, assoluto disinteresse per qualsiasi risposta a simili quesiti « O, forse, è addirittura infatuazione per quella cagna a… »

Ma, a dispetto di ogni attesa, di ogni possibile sviluppo di quel confronto, di quel duello, non ricercato da alcuna delle parti in causa e pur considerabile ormai quale inevitabile, fu proprio quell’ultima sgradevole allusione ad accompagnare, se non addirittura a decretare, la fine dello scontro e della vita di quella guardia, ove, in un gesto rapido, deciso, l’agile pugnale fu trasferito, quasi per stregoneria nella velocità propria di tale passaggio, dalla mano destra dello scudiero fino al centro del collo della sentinella, impedendo così a quest’ultima ogni ulteriore verbo, ogni altra parola pronunciata a sproposito.
Una morte priva di romanticismo, priva di eroismo, quella tanto fugacemente imposta, che, in verità, non offrì alcuna ragione di gioia, di entusiasmo, nel cuore di Seem, certamente vittorioso, in tal gesto, e pur abbattuto dal pensiero di quanto, nella morte del proprio avversario, egli avesse potenzialmente perduto quel confronto. Qual scudiero del proprio cavaliere, del resto, il giovane aveva già iniziato inevitabilmente a subire, a torto o a ragione, l’influenza della propria signora, dei suoi principi, del suo stile e delle sue prerogative, in ragione delle quali, pertanto, non avrebbe potuto ritrovare in un’uccisione del tutto gratuita, vana, superflua, inutile e affrettata come quella, una qualche ragione di contentezza, di vanto, dove, altresì, quella stessa sarebbe potuta essere interpretata quale dimostrazione evidente di quanto egli si fosse considerato inferiore al proprio avversario, lontano dalla possibilità di vincere in suo confronto nel ridurlo all’impotenza senza pretenderne la vita, dove alcuna esplicita ragione per farlo sarebbe potuta essere addotta.

« Parlava… troppo… » intervenne, incredibilmente, la voce di Carsa, imponendosi nel silenzio riconquistato di quella notte con un lieve sussurro, nella volontà definita di sancire la propria approvazione verso il proprio accompagnatore, quel giovane scudiero che si stava rivelando, a dispetto di ogni pregiudizio nei suoi confronti, decisamente capace.

In verità, dalla propria, Seem avrebbe anche potuto considerare l’effettiva esigenza di concludere quel confronto in maniera più rapida possibile, onde evitare il rischio di poter attrarre ulteriore attenzione, ponendo in ciò in pericolo il successo della propria missione. Ma dove, nel non voler apparire ingrato alla propria protetta per la sua affermazione, egli non mancò comunque di ringraziarla, una parte di lui non avrebbe evitato, nonostante tutto, di rimproverarsi per aver agito in maniera tanto forsennata, invece di riuscire a mantenere il controllo della situazione come avrebbe dovuto essere in grado di fare, qual servo della propria padrona.

giovedì 26 novembre 2009

685


C
omprensibile, del resto, sarebbe stato il desiderio di Seem, dove egli, tutt’altro che sciocco, tutt’altro che stolido, era assolutamente consapevole dell’incredibile occasione riconosciutagli dal fato, della possibilità unica, ancor prima che rara, donatagli nell’essere a fianco di una donna guerriero del calibro di Midda Bontor, la quale mai aveva, in passato, accettato altre figure quali scudieri, benché sicuramente a lei non fossero mancate occasioni di sorta in tal senso, non sarebbero venute meno possibilità a simile riguardo, nel valore indiscusso che tale impiego avrebbe potuto rappresentare per colui che ad esso fosse riuscito a elevarsi, in un rango che, pur a lei sottomesso, avrebbe forse potuto esser considerato ancor più desiderato rispetto ad una diversa occasione di primo piano.

« Ora riposa, signora. » sussurrò il ragazzo, nel volgere simile invito, con tono pur dolce e premuroso, al proprio fragile fardello, ove il permanere in coscienza della donna o il suo lasciarsi abbandonare, in quel particolare momento, non avrebbe di certo aiutato o ostacolato quella fuga, fortunatamente sì tranquilla da lasciar loro sperare in un esito positivo, privo di ogni imprevisto.

Figlio di una prostituta come molte in Kriarya, città del peccato, ancor bambino aveva cercato violento distacco dalla madre nel comprenderne la sua professione, il suo pur naturale impiego per volergli permettere di godere del mondo di pace e serenità nel quale, nonostante tutto, egli aveva effettivamente avuto occasione di poter crescere. In conseguenza a quell’evasione dal proprio ambiente domestico a cui non aveva più fatto ritorno, Seem era finito al servizio di uno dei vari signori di quella capitale orientale del regno di Kofreya, crescendo, maturando fisicamente e pur, in verità, restando ancora estremamente infantile a livello psicologico, non per una sua difficoltà mentale, quanto, più propriamente, per un ricercato, e obbligato, distacco dal mondo reale a cui si era, ed era stato, comunque costretto in quell’età di sviluppo quasi completamente priva di reali figure di riferimento. Non a caso, in occasione della prematura e violenta morte del mecenate, il ragazzo non aveva potuto fare altro che volgere la propria attenzione, il proprio impegno, alla fuga, senza riservarsi dubbi di sorta nel merito del proprio destino, in un’avventatezza che gli sarebbe potuta costare estremamente cara, che avrebbe potuto vederlo essere rapidamente fagocitato dalla stessa urbe in cui era nato e cresciuto, e con la reale natura della quale ancora non si sarebbe potuto considerare confidente.
Proprio nel particolare contesto creato da simile, delicato frangente, gli dei, nei quali pur egli non era mai stato educato a credere, a riporre la propria fede, dimostrarono di voler credere essi stessi in lui, di volergli garantire la propria fiducia, nel riservargli, comunque, una nuova occasione, ancor migliore rispetto alla precedente. E fu allora che egli incontrò, per la prima volta, Be’Sihl Ahvn-Qa, il quale, nell’offrirgli una possibilità di impiego e di vita qual garzone nella propria locanda, gli riserbò, pur senza esplicita volontà in tal senso, possibilità d’incontro con colei che, poco tempo dopo, avrebbe iniziato a desiderare di poter servire nel ruolo di scudiero, per quanto in tal senso alcuna formazione avrebbe mai potuto fregiare credito.

« Ehy, tu! » apostrofò una voce, cogliendolo sinceramente di sorpresa nell’aver ormai data per certa la semplice riuscita di quel trasporto, evidentemente peccando, in ciò, di ingenuità, di leggerezza, dove avrebbe probabilmente dovuto riservarsi maggior prudenza, sospetto, paranoia.

Arrestando il proprio rapido incedere e voltandosi nella direzione di quel richiamo, per non attirare ancor di più il sospetto verso di sé, Seem scorse un’altra guardia cittadina emergere da tenebre non lontane da lui, dimostrando, in un respiro affannoso e in evidente sudore a imperlare la sua fronte, come quel giovane, in verità quasi suo coetaneo, doveva essersi appena impegnato in una decisa corsa, forse attratto dal porto in direzione del centro della capitale in conseguenza delle esplosioni e del conseguente incendio lì creato dall’azione diversiva della Figlia di Marr’Mahew.

« Cosa accade?! » domandò la guardia, avvicinandosi in tali parole al proprio interlocutore, senza dimostrare inizialmente alcun reale sospetto a suo riguardo dove, in fondo, non avrebbe potuto avere ragioni per farlo.
« E’ in corso un attacco al palazzo di giustizia. » rispose Seem, prontamente, cercando di celare contro il proprio corpo l’identità di colei che stava trasportando con sé, nella volontà di non renderla evidente a quel possibile avversario « E’ necessario intervenire quanto prima, per prestare tutto l’aiuto necessario. »
« Tu perché stai andando verso il porto, allora? » insistette la sentinella, concedendosi occasione di sospettare di quella spiegazione forse fin troppo affrettata e poco appassionata, qual al contrario era stata quella precedentemente offerta da parte dello scudiero ai secondini preposti al controllo della condannata « E quella chi è? E’ ferita? »
« Il palazzo di giustizia è sotto attacco e tu ti permetti dubbi di sorta? » obiettò il ragazzo, cercando di deviare l’attenzione dell’altro su quello che sarebbe dovuto essere considerato qual il principale problema da affrontare in quel momento, al di là di ogni altra questione.

Un lungo momento di silenzio fu quello che offrì evidenza dell’incertezza nella quale quella particolare coppia di interlocutori fu obbligatoriamente scaraventata dalla situazione creatasi, in un confronto psicologico fra loro, nel contrasto esistente fra le posizioni reciprocamente occupate. Se, infatti, quanto affermato da parte dello scudiero avrebbe potuto, oggettivamente, trovare conferma e supporto negli eventi che realmente stavano caratterizzando, in quello stesso momento, il palazzo di giustizia, anche quanto altresì sospettato da parte della guardia in suo contrasto non avrebbe potuto essere in alcun modo evitato, nell’assenza di ogni concreta difesa dal naturale sospetto che, nella presenza di quella donna a malapena vestita fra le sue braccia, stava indubbiamente incombendo sulla normalità di quel particolare quadro.

« Ma… quella donna è una condannata! » esclamò la guardia, riuscendo a cogliere, improvvisamente, visione del volto di Carsa e, in questo, non mancando di riconoscerla, nonostante tutti gli sforzi posti in senso contrario.
« Ti sbagli… » tentò di negare Seem, retrocedendo appena nella volontà di ritagliarsi ancora qualche istante di tempo per riflettere, per valutare la situazione e decidere sul da farsi, incerto fra l’ipotesi di tentare la fuga e quella di affrontare il proprio avversario « E’ solo una poveraccia rimasta vittima delle esplosioni. La sto trasportando al sanatorio, per riconoscerle le necessarie cure. »
« Peccato, però, che il sanatorio si trovi esattamente sul versante opposto della città rispetto a quello del porto. » osservò l’altro, aggrottando la fronte e portando, immediatamente, la propria mano destra al fianco sinistro, a ricercare l’impugnatura della propria spada.

Mordendosi il labbro inferiore con violenza tale da ferirlo leggermente, lo scudiero si dette dell’idiota per essersi tradito in maniera tanto superficiale, tanto banale, non perdendosi in ciò d’animo e, al contrario, reagendo con prontezza, con sufficiente immediatezza, nel compiere un agile balzo all’indietro e, in tal gesto, nel chinarsi rapidamente al suolo, a depositare così con delicatezza, con premura, la fanciulla protetta, per esser libero, in ciò, di poter a propria volta prepararsi allo scontro.
Dov’anche, infatti, all’inizio del proprio sogno di gloria al fianco di Midda Bontor, di quel lungo e tutt’altro che ormai concluso cammino, Seem non avrebbe potuto vantare alcuna particolare preparazione guerriera, allo scopo di non essere semplice peso per la propria signora, inutile spreco di energie e risorse, tale da farle rischiare ancor più la sua già tanto spesso precaria esistenza nel ricercare continua sfida con l’impossibile; a quel garzone, a malapena in grado di immaginare una differenza fra stiletto e quadrello, era stato necessariamente imposto un serio e severo addestramento da uno dei migliori maestri d’arme dell’intera provincia, addestramento, in verità, durato meno del dovuto, nell’essersi drammaticamente concluso con la morte del mentore, e pur utile, per sua fortuna, a garantirgli la padronanza di fondamenti indispensabili alla propria sopravvivenza e alla possibilità di donare, con il proprio impegno, con la propria presenza, una reale utilità al proprio cavaliere. Basi guerriere che, anche in quell’occasione ingenuamente giudicata troppo presto quale serena, tranquilla, non mancarono di dimostrarsi quali indispensabili, nell’insorgere improvviso della necessità di ricorrere all’uso delle armi allo scopo di garantire effettivamente un futuro alla propria protetta e, in ciò, per concludere con successo la propria operazione, l’incarico ricevuto.

mercoledì 25 novembre 2009

684


« V
ia… » ansimò ella, in una assoluta e sincera benedizione nei confronti di ogni possibile proposito a tal riguardo, nel merito di una fuga da quel patibolo sul quale sarebbe dovuta essere destinata a morire, utile a garantire al giovane l’approvazione da lui pur ricercata.

Forte di tale consenso, Seem si privò allora della propria giacca o, per meglio dire, della giacca di cui evidentemente si era appropriato senza alcun diritto in tal senso, rubandola a un legittimo proprietario, per poterla impiegare allo scopo di offrire un minimo di protezione aggiunta al corpo della mercenaria, sollevandola in ciò delicatamente da terra. Lieve, quasi inconsistente, sarebbe effettivamente dovuto essere considerato il peso sì proposto da quella fanciulla, da figura tanto prossima ad apparire quasi eterea, tale da poter essere elevato senza sforzo alcuno dal suolo e condotta, in tal modo, simile a bambina ancor prima che a donna, nell’obbligata e naturale fragilità che in quel frangente le era stata imposta qual propria, che in simile contesto l’aveva ridotta a vittima, per quanto solitamente abituata ad essere carnefice. Inizialmente, in verità, lo scudiero era a lei giunto pensando semplicemente di affiancare quella giovane guerriera, sostenerla solo se da lei ritenuto utile o necessario, non avendo osato, neppur vagamente, spingere il proprio pensiero, la propria immaginazione, al quadro del quale ora era divenuto pur protagonista. Purtroppo, però, la necessità sarebbe dovuta esser considerata ormai virtù e, in questo, ogni orgoglio, ogni superbia da parte di Carsa sarebbe dovuta essere posta da parte a permettere un rapido allontanamento da quel punto comunque eccessivamente esposto, così prepotentemente in vista innanzi a possibili e indiscreti sguardi. Consapevoli entrambi di tal situazione, di simile esigenza, essi non avrebbero potuto, pertanto, ovviare a quel compromesso, a quella soluzione pur temporanea, almeno fino a quando, raggiunto un migliore riparo e, magari, offerta acqua alla gola della condannata per rigenerarne le energie, ella non avrebbe deciso, e sicuramente richiesto, di proseguire con le proprie forze, per non sentirsi più debitrice verso alcuno. Fattosi pertanto carico della responsabilità conseguente a quel delicato incarico, a sì prezioso e pur leggero fardello, il ragazzo diresse il proprio cammino nell’esatta direzione opposta a quella verso la quale pocanzi si erano allontanate le guardie, volgendosi verso la periferia della capitale, nella volontà chiara e razionale di porre la maggior distanza fra loro e il palazzo di giustizia verso il quale, in conseguenza dell’azione della Figlia di Marr’Mahew, probabilmente tutte le guardie cittadine, nonché numerosi militari, non avrebbero mancato di riversarsi, al fine di contenere l’attacco e i danni a esso conseguenti.
Se solo Carsa avesse avuto lucidità di prestare attenzione, di rivolgere ancora il proprio interesse all’ambiente a sé circostante, avrebbe potuto notare come, a intervalli sufficientemente regolari, quasi ritmo di tamburi bramoso di invocare a sé ogni attenzione l’attenzione, le esplosioni prima avvertite fossero continuate ancora per diverso tempo, raggiungendo forse il totale di una dozzina, o poco più, prima di acquietarsi. Tanto frastuono, simile violenza, non sarebbe mai potuta passare inosservata, non sarebbe mai potuta essere trascurata, malgiudicata quale evento minore, se non, addirittura, quale semplice fatalità, forse addirittura quale tuono frainteso, eccessivamente enfatizzato dal silenzio della notte. Innanzi alla probabile attenzione dell’intera città, di ogni abitante di quella capitale, botti sì violenti sarebbero dovuti esser considerati inevitabilmente quale risultato di una coscienza chiaramente rivolta in avversione al benessere di quella comunità, nell’irrompere in tal modo nel cuore di una serena, pacifica notte di riposo. Impossibile, anche a fronte di un’effettiva lucidità, ora in lei quasi totalmente assente, sarebbe comunque stato per la giovane riuscire a intuire le modalità, i mezzi grazie ai quali la propria compagna potesse essere riuscita a porre in essere un tale diversivo, a ottenere tale risultato, ove alcuna tecnica nota, alcuna arma per lei conosciuta, al di fuori, naturalmente, di qualche energia mistica, comunque da escludere in un tale contesto, avrebbe potuto generare boati di quell’intensità. Evidente, anche in ciò, risultò come, ancora una volta, la fama caratterizzante il nome di Midda Bontor non avrebbe dovuto esser considerata semplicemente fine a se stessa, frutto di banale enfatizzazione di eventi consueti, quanto piuttosto assolutamente merita, giusta espressione di una capacità superiore alla norma, alla media, e, forse, anche all’eccezione.

« Co… me… » sussurrò, ancora flebile nel proprio tono, in direzione del proprio custode, di quel giovane forse inesperto, sicuramente lontano da qualsiasi possibilità di competizione con una combattente del suo rango in un contesto normale, ma in quel frangente asceso, non senza un’incredibile riconoscimento di fede, al ruolo di suo protettore.
« Non credo di averlo esattamente compreso, per quanto ella abbia pur provato a spiegarmelo. » rispose egli, dimostrando, ancora una volta, un intelletto vivace, in netto contrasto al limite espresso da simile frase e, altresì, capace di cogliere anche quel nuovo quesito ancor prima che potesse essere completamente formulato « La mia signora, anni or sono, ha veleggiato a lungo per gli immensi mari, raggiungendo terre lontane e apprendendo diversi segreti sconosciuti ai più in queste terre, in questo continente. »
« E quello adoperato per realizzare il disordine necessario alla tua fuga, a quanto sono riuscito a capire, è uno fra i molti, per quanto raramente se ne riservi occasione di utilizzo, non desiderando rischiare di svilirne il potenziale psicologico nel renderlo eccessivamente noto, praticamente banale… » proseguì e concluse, nell’offrir comunque, in tali parole, trasparenza di un indubbio razionale dietro agli eventi dei quali si stavano ritrovando protagonisti, dove certamente non stregoneria avrebbe mai potuto caratterizzarli per quanto in tal senso, non sarebbero probabilmente mancate di esser prodotte numerose e contrastanti voci nei giorni a venire, nell’offrir cronaca di quei fatti.

Un delicatissimo sorriso e movimento accennato del capo vennero impiegati, allora, da Carsa per comunicare il proprio intendimento a tal riguardo, ritenendo temporaneamente sufficiente quella spiegazione, per quanto approssimativa sarebbe potuta esser giudicata, ma ripromettendosi comunque di tornare nel merito dell’argomento in un prossimo futuro, magari in un confronto diretto con la propria compagna e complice, tale da poter meglio approfondire la natura di quel segreto, sempre ove ella si fosse dimostrata disponibile a condividerlo con lei, ipotesi tutt’altro che naturale od ovvia.

« Do… ve… » volle, allora, riprendere voce, o, per lo meno, tentare di farlo, dopo qualche istante, nel restare, nonostante l’espressione di tante curiosità, forse dubbi, ancora assolutamente remissiva, abbandonata, fra le braccia del giovane riservatosi incarico del suo trasporto.
« Alcun edificio, alcuna abitazione, in questa città potrebbe offrirci sicuro asilo, certa protezione, ove marcia essa si offre fin nel proprio stesso midollo, nella propria realtà più intima, tale da non riservarci alcuna speranza se a essa affidati. » replicò allora, completando senza difficoltà alcuna quella domanda, in verità attesa qual interrogativo primario, qual questione principale, e non semplice curiosità fra altre, se non, addirittura, ultima prima di un quieto silenzio « E dove le mura si impongono qual ostacolo insormontabile, soprattutto nelle tue condizioni, non verso la terra, pertanto, può esser possibile rivolgere la nostra attenzione, quanto più verso le acque, sì pericolose e pur, effettivamente, meno avverse di quanto mai potrebbero esserlo gli abitanti di questa capitale… »

Simile ragionamento, tanta logica indiscutibile in tale confronto, non sarebbero effettivamente dovuti essere considerati qual frutto della pur agile mente del giovane quanto, più propriamente, del suo cavaliere, di colei che, in quella direzione, aveva convogliato il suo impegno, le sue energie, dettandogli chiaramente un deciso e puntuale percorso da seguire, una chiara sequenza di traguardi da dover raggiungere per il corretto compimento del proprio incarico, di quel compito, di quella sua personale missione. E lo scudiero, in tal contesto, in simile frangente, nell’umana volontà di non offrire delusione alla propria signora, di non dimostrarsi incapace di seguirne i comandi, accontentarne i voleri, stava ponendo in gioco, in maniera sincera e assolta, tutte le proprie energie, tutte le proprie forze, tutta la propria concentrazione per non fallire, per non essere successivamente rammentato qual causa, ragione, del loro insuccesso ma, al contrario, qual elemento sì presente e utile, nell’ottimale assolvimento del proprio ruolo.

martedì 24 novembre 2009

683


R
itrovatasi in tal modo a essere infine realmente sola, abbandonata persino da coloro preposti alla propria sorveglianza, per un istante la giovane donna si sentì sinceramente smarrita, prossima all’abbandonarsi al timore e allo sconforto, qual naturale conseguenza del silenzio e dell’oscurità a cui sembrava essere stata condannata, a cui appariva, tanto crudelmente, essere stata destinata da un fato a lei tanto avverso. Paradossale, contraddittorio, del resto, non raramente, da sempre e per sempre, sarebbe stato solito porsi l’animo umano, così apparentemente refrattario all’abitudine, così dichiaratamente avverso alla quiete di un ritmo già conosciuto, già noto, e pur estremamente bisognosa di esso, arrivando a essere capace di invocarlo, di domandarlo a pieni polmoni anche dove sinonimo di prigionia, di condanna, quale sarebbe stato nel particolare frangente rappresentato da quel contesto.
Fortunatamente, prima ancora di perdere il poco senno rimastole proprio, ella riuscì comunque a riservarsi un barlume di lucidità, utile a farle comprendere, a farle apprezzare il sottinteso di quella solitudine, di quell’abbandono, così propizio, pur necessario per una sua ipotetica fuga, per la promessa evasione, arrivando a comprendere come, probabilmente, sicuramente, dietro a tanto disordine, dietro a quell’attacco dirompente nel cuore di una delle città più paranoiche di tutta Kofreya, sarebbe dovuta essere considerata la mente, se non addirittura la mano, della Figlia di Marr’Mahew, impegnatasi in tal senso a liberare loro la via verso una non più sperata libertà, un non più sognato futuro. Lo sguardo della condannata, in conseguenza a tale pensiero, a simile maturata considerazione, si spinse allora attorno a sé, nei limiti naturalmente impostile dal buio indiscutibilmente imperante sull’intera città e appena violato dalla luce della luna, delle stelle e di qualche sparso lume, bramando in tal mentre la comparsa ormai attesa della propria compagna, della propria complice. Ma, in tale impegno, in simile speranza, invece di incontrare l’immagine desiderata, di cogliere la figura amica, ciò che le si propose innanzi fu, inaspettatamente e solamente, il profilo della giovane guardia prima apparentemente svenuta.
Scuotendosi la polvere della strada di dosso e, poi, strofinando la manica della propria giacchetta contro la tempia nel desiderio di ripulirla dal sangue prima lì abbondante, copioso, quella sentinella, giudicata fino ad allora priva di sensi, si risollevò con un gesto deciso da terra, come se nulla fosse accaduto, dirigendosi immediatamente, con passo deciso, rapido, nella stessa direzione della mercenaria e dimostrando un sincero interesse verso di lei, verso quello che, indubbiamente, risultò essere il suo obiettivo, nell’estrarre da dietro la schiena un corto pugnale, con la chiara intenzione di adoperarlo in quell’immediato futuro. A tal vista, a simile quadro ben lontano dal concedere a Carsa ragioni di contentezza, nel porsi così offerta al proprio potenziale nemico, quale ostia disposta sull’ara prima del sacrificio agli dei, la giovane non poté evitare di cercare occasione di ribellione, di forzatura nel confronto dei propri legami, per trovare, in tal modo, speranza di sopravvivenza, non potendo, non volendo accettare l’assurdità che, altrimenti, sarebbe stata quell’imporsi della morte in un momento tanto prossimo, tanto vicino, ormai, alla propria stessa liberazione.
Purtroppo, però, la debolezza accumulata nei propri arti, nella proprie membra, unita alla debilitazione conseguente alla disidratazione, non le avrebbero mai permesso di ovviare ai vincoli che la stavano bloccando al suolo, non le avrebbero mai concesso l’energia necessaria a strappare quelle corde, ove le stesse già si sarebbero dimostrate troppo resistenti in un contesto ordinario.

« No! » gemette, in un flebile, inudibile sussurro nel cogliere la lama sempre più prossima a sé, disinteressata in tal frangente, in simile momento, persino al dolore conseguente a quella preghiera, a quell’invocazione verso il cielo, ancor prima che verso il proprio nemico, nel domandare che potesse esserle riconosciuta, che non le fosse negata la speranza nella quale a lungo aveva confidato in quell’ultimo giorno.

Ma quel metallo pur affilato, che pur avrebbe potuto squartarle il ventre in un fuggevole istante, ridiscendendo verso di lei ne evitò accuratamente le carni, per andare a recidere, altresì, le corde che ne legavano le braccia, che ne avevano impedito ogni movimento, divenute ormai simili a catene nella propria apparente invincibilità, infrangibilità.
E, in quello stesso momento, in tale liberazione, prima che qualsiasi dubbio potesse prendere il sopravvento su di lei, nello spingerla a impressioni, a deduzioni erronee, vittima qual purtroppo era diventata del proprio stesso affaticamento, psicologico e fisico, fu proprio la sentinella a prendere parola, nella volontà di dissipare il velo di confusione precedentemente forse non colto in lei e pur, ora, tanto evidente, tanto chiaramente espresso dal sentimento di palese disorientamento all’interno di quei grandi, stupendi occhi castani.

« E’ vero che il nostro incontro è stato breve e che, certamente, la mia figura non ti ha proposto particolari ragioni per conservare memoria di me, del mio volto o della mia identità. Ma ti prego, signora, di volermi far dono della tua fiducia, nel nome della mia padrona, Midda Bontor. » sussurrò il ragazzo, volgendosi, senza esitazione, alle corde attorno alle caviglie di lei, per tagliarle con un secondo gesto altrettanto controllato e rapido qual si era già dimostrato il primo « Seem è il nome mio, scudiero è la professione alla quale ho deciso di votare la mia intera esistenza, per quanto poco questa possa valere. »

Quella voce, quel nome e, soprattutto, quella presentazione, servirono effettivamente allo scopo che si dovevano essere prefissi, nell’essere probabilmente frutto di accurata pianificazione, studiati allo scopo di raggiungere in maniera efficiente ed efficace l’attenzione, l’interesse, la mente della loro destinataria, per quanto ella sarebbe potuta essere preda della confusione più totale, del disordine naturale, legittimo, derivante da quel momento, da quella spiacevole situazione. E, a Carsa, sì correttamente indirizzata, suggerita, fu allora donata immediata occasione di ritrovare, fra i propri ricordi, numerosi indizi della presenza del volto lì presentatole, di quella pelle abbronzata, quei capelli castani, ma, soprattutto, dei due occhi verdi ora fissi verso di lei e dotati di una purezza impressionante, a dir poco infantile, nell’ingenuità che pur sembrava contraddistinguerli. Qual un fanciullo, più prossimo a poter essere considerato bambino che uomo, sarebbe potuto essere riconosciuto l’inaspettato interlocutore che il fato le aveva inviato in aiuto, presenza che, in verità, ella aveva già avuto modo di incontrare in tempi recenti, nella medesima occasione nel corso della quale si era ritrovata in contrasto con la propria compagna e ora salvatrice, dove egli, all’epoca di quegli infelici eventi, aveva già iniziato prestare il proprio braccio, il proprio impegno, al fianco della Figlia di Marr’Mahew, nell’essersi conquistato, incredibilmente, un ruolo a cui mai alcuno, prima di lui, aveva osato ambire.

« Mid… » tentò di esprimersi, verso di lui, cercando contemporaneamente di sollevare la propria schiena da terra, nell’appoggiarsi sui propri gomiti, in un gesto che, per chiunque, sarebbe risultato essere a dir poco naturale, ma che, per lei, in quel momento, si impose quale conseguenza di uno sforzo tutt’altro che banale, tale da costringerla a lasciar perdere quell’ipotesi di dialogo appena accennata.
« La mia signora sta investendo le proprie energie al fine di garantirci quest’occasione di tranquillità. » espresse il ragazzo, intuendo il quesito sottinteso in quella semplice sillaba, appena farfugliata, da labbra troppo secche per poter dare sfogo a qualcosa di più « Ti prego di non voler fraintendere i miei gesti, ma, al fine di non rendere vana una programmazione strategica tanto puntualmente prodotta, è necessario che tu mi consenta di prestarti il mio aiuto. » proseguì poi, dimostrandosi incerto nell’eventualità, pur necessaria, di porre le proprie braccia attorno a quel corpo quasi nudo, qual si presentava essere quello della giovane.

Se solo la situazione non fosse stata necessariamente drammatica, nel vederla tanto prossima all’appuntamento conclusivo con gli dei, e se solo ella avesse avuto ancora la forza di esprimere il proprio divertimento, inevitabilmente conseguente al paradosso presentato da quella presenza a lei inviata dalla propria compagna di ventura, probabilmente, in quel momento, Carsa sarebbe esplosa in una fragorosa risata, qual reazione a tanta premura a lei riconosciuta da parte di quel ragazzo, un’attenzione, un interesse sicuramente encomiabile, ma assolutamente grottesco in un frangente quale il loro.

lunedì 23 novembre 2009

682


R
imasta nuovamente sola innanzi al proprio fato a seguito dell’addio offertole dalla compagna, la giovane donna conosciuta con il nome di Carsa Anloch non ebbe ulteriori possibilità di impegno al di fuori dell’attesa, il quieto riposo in previsione della tempesta che, a breve, entro quella notte, si sarebbe probabilmente scatenata nelle vie, in quelle mura. Ma dove, invero, anche in precedenza ella si era pur posta in macabra aspettativa, rivolgendo il proprio sguardo obbligatoriamente in direzione di certa morte, di sicura conclusione della propria vita, dal momento in cui non avrebbe avuto del resto ragione di coltivare più alcun sogno per il proprio futuro nell’essere stata sì condannata, ora a lei era pur stato donato un nuovo obiettivo, un traguardo nel quale poter confidare, verso il quale impegnarsi a tendere con tutta se stessa, ritrovando in ciò la volontà di lottare, il proprio spirito guerriero forse prima sopito in conseguenza allo sconforto, umano e naturale. In virtù di tale ragione, probabilmente, per sempre ella sarebbe stata debitrice verso l’amica, nei riguardi di quella figura la quale, nonostante gli screzi che pur avevano caratterizzato il loro ultimo incontro, che pur le avevano viste schierarsi una contro l’altra, soprattutto per sua stessa esplicita volontà in tal senso, a lei aveva voluto riconoscere il dono più prezioso, più grande: quello della speranza.
Addirittura mostrandosi indifferente nel confronto con quegli eventi propri di un passato comunque troppo recente per essere già stato scordato, Midda Bontor era riuscita a giungere a lei, in tempo non solo per trovarla ancora in vita, ma, addirittura, per potersi impegnare nel desiderio di liberarla o, per lo meno, di prometterle tale possibilità, compiendo quanto, probabilmente, in una situazione inversa, reciproca, ella non avrebbe avuto coraggio, ardore, follia di fare, nel non essere solita pensare di rischiare la propria vita in maniera gratuita, per una ragione tanto fine a se stessa, soprattutto ove in gioco sarebbe stata la sopravvivenza di chi le si era presentata qual nemica, come ella stessa aveva stupidamente fatto nei confronti dell’altra. Non un atto dovuto, pertanto, non una scelta prevedibile e prevista, quella compiuta da parte della donna guerriero più celebre, famosa e famigerata di quell’angolo di mondo, quanto, realmente, propriamente, un dono. E come tale, volente o nolente, quel gesto, quell’impegno, quello sforzo l’avrebbe resa debitrice nei confronti della sua salvatrice, anche dove pur a lei nulla era stato richiesto, nulla era stato domandato in cambio di tanta generosità.
Rincuorata dall’idea di quanto, in quella notte, sarebbe a lei stato offerto, alla fuga per lei sì pianificata, la mercenaria cercò di sopportare con maggiore fierezza il patimento che pur non mancò di riversarsi a suo discapito in quell’intero pomeriggio, conseguenza sempre più evidente, sempre più sentita dell’aumento dell’efficacia negativa dell’azione del sole al diminuire del suo livello di idratazione. Anche dove, però, nel comunicarle le proprie intenzioni, nel farle presente la propria idea, la sua compagna aveva ritenuto come, al mattino seguente, ella sarebbe stata probabilmente impossibilitata a muoversi, troppo debole, troppo vittima della sentenza emessa a suo carico, in quelle ore Carsa non poté evitare di temere sinceramente che simile valutazione fosse stata fin troppo ottimistica, fin troppo positiva nel confronto con il suo reale stato, riuscendo solo a stento, ancora, a mantenersi lucida, cosciente, concentrata. Alla sua attenzione, unico suo pensiero necessario a rinfrancarla, restò quindi quello dell’imminente sera, con la scomparsa di un nemico tanto temibile e tanto invincibile quale era la stessa luce solare e il suo impietoso calore, e con il ritorno, al contrario, di due care amiche, di due complici fedeli, senza le quali solo pazzia avrebbe ormai potuto caratterizzare la sua mente: la luna, con il suo freddo chiarore, e Midda, con la sua promessa di libertà. E quando la prima fece la propria apparizione nell’alto del cielo, argentea in contrasto all’oscurità della notte, il tempo di attesa nei riguardi della seconda iniziò a risultare quasi insopportabile, nella frenesia che pur, tanto vicina alla liberazione, non avrebbe potuto evitare di caratterizzare la prigioniera.
Impossibile sarebbe stato, per Carsa, proporre ipotesi nel merito di come la Figlia di Marr’Mahew avesse progettato di intervenire in quella notte, di quale strategia potesse essere stata da lei prescelta al fine di realizzare l’implicito, e pur inequivocabile, impegno preso con lei. Troppe e troppo diverse fra loro, del resto, erano le vie alternative lungo le quali la mercenaria sarebbe potuta giungere al suo unico scopo, alcune più di basso profilo, volte a un’azione rapida e decisa, altre più chiassose, indifferenti al pericolo conseguente all’attirare eccessivamente l’attenzione verso di sé. In dubbio, poi, sarebbero dovute essere considerate anche le risorse alle quali la donna guerriero avrebbe potuto fare ricorso, non semplicemente in termini di armi, ma più propriamente in termini di presenza umana, ove, forse, ella era giunta lì da sola così come si era presentata innanzi al suo sguardo o, forse e al contrario, ella avrebbe potuto fare affidamento su possibili aiuti mantenuti, in quel loro primo e unico incontro, ben lontani dall’attenzione delle guardie, tali da non rischiare di insospettirli in maniera eccessiva e imprudente.
Benché molte possibilità, quindi, avrebbero potuto caratterizzare l’azione di quella particolare notte, alcuna fra quelle nelle quali, per distrarsi, la condannata impegnò la propria mente, il proprio pensiero, sarebbe potuta esser effettivamente considerata pari a quella che il fato dimostrò essere stata scelta, e che si impose all’attenzione di tutti irrompendo nella quiete della notte con un tremendo boato…

« All’armi! » giunse dopo breve un grido, volgendosi all’attenzione delle sentinelle preposte, nonostante la tarda ora, ancora a sua guardia, a suo controllo, al fine di evitare l’eventualità di una fuga o, più semplicemente, di un atto caritatevole da parte di qualcuno che a lei avrebbe potuto condurre cibo o acqua nell’approfittare della protezione delle tenebre « All’armi! » insistette la voce, all’approssimarsi, insieme alla stessa, di una giovane guardia, dimostrante la propria tempia sinistra grondante sangue, segno di un qualche taglio, una qualche ferità lì appena riportata.
« Cosa accade? » domandarono le altre, ancora sconvolte per l’incredibile deflagrazione in conseguenza della quale, probabilmente, l’intera città era stata risvegliata « Cosa è successo?! »
« Un attacco… un attacco al palazzo di giustizia! » gridò il giovane sanguinante, dimostrandosi chiaramente intontito, forse in conseguenza dell’esplosione dalla quale sembrava essere appena uscito, poi crollando praticamente fra le braccia dei compagni che, rapidi, si posero in suo soccorso « Le fiamme… le fiamme divampano. E’ la collera di Gorl: che gli dei possano avere pietà di noi. »
« Un attacco? Al palazzo di giustizia? » ripeterono gli interlocutori, venendo in quelle parole, però, interrotti nuovamente da un secondo boato, per nulla inferiore rispetto al precedente « Dei… »
« Bisogna… bisogna andare, presto! Prima che tutti i prigionieri possano evadere, prima che tutti i nostri compagni possano essere uccisi in questa follia insensata… » suggerì l’altro, in un ultimo sospiro, prima di accasciarsi fra le loro braccia, completamente privo di sensi.

La situazione per come esposta al gruppo di guardie, purtroppo, non sarebbe potuta essere considerata quale semplice dal loro punto di vista. Avendo ricevuto il compito di sorvegliare la condannata, essi non avrebbero dovuto abbandonare il proprio ruolo, rischiando altrimenti di essere accusati di insubordinazione, di tradimento forse, nella violazione degli ordini impartiti. Purtroppo, però, dove in un frangente quotidiano, consueto, neppure il dubbio sulla possibilità di abbandonare tale posizione li avrebbe sfiorati, nel contesto particolare di quell’improvviso, inatteso, stato di guerra, ogni priorità prima certa sarebbe potuta essere posta in discussione, fino addirittura a venir meno, obbligatoriamente spinta in secondo piano da urgenze più impellenti, necessità giudicate quale improrogabili ancor più umanamente che professionalmente.
Al terzo boato, all’evidenza di un definito chiarore provenire dalla zona del palazzo di giustizia, non eccessivamente lontano dalla piazza dove era stato eretto quel patibolo, sparso come molti altri all’interno della città per poter raggiungere con maggiore immediatezza gli sguardi degli abitanti e di eventuali visitatori di passaggio, il gruppo si trovò costretto a riconsiderare i termini del proprio incarico, ponendo a confronto l’urgenza derivante da quegli attacchi e il reale bisogno di restare in numero tanto elevato attorno a una singola prigioniera, soprattutto dove questa sarebbe dovuta essere effettivamente ormai considerata più morta che viva. E così, lasciando a terra il compagno ferito e svenuto, ove in quel momento ben poco avrebbero potuto fare per aiutarlo, tutti si allontanarono in direzione del palazzo di giustizia, sguainando le proprie armi e preparandosi psicologicamente al peggio, nella consapevolezza, nel terrore derivante dalla certezza di come forse mai, in passato, prima di quel giorno, la capitale era stata ritrovata esposta a un attacco di simili proporzioni.

domenica 22 novembre 2009

681


« Q
uesta domanda non è formulata in maniera corretta. » obiettò l’uomo, scuotendo il capo di fronte a simile quesito « Non dovresti chiederti cosa io possa volere da te… quanto, piuttosto, cosa io tema di poter ottenere da te. Del resto, chi nasce pirata, muore pirata… »
« Io non sono una pirata. » definì ella, ripetendo un concetto già a lungo espresso nei riguardi di quell’interlocutore, scandendo lentamente le sillabe di ogni parola nella volontà di non offrire spazio a interpretazioni ambigue, a dubbi nel merito del valore delle stesse, per quanto probabilmente non sarebbero state prese neppure in considerazione da parte dell’altro.
« Appena ho avuto notizia del tuo arrivo in città, mi sono immediatamente informato: non sei stata convocata qui dalla tua mecenate… né da qualunque altro nobile o ricco signore in città. » proseguì Onej’A, nell’apparire praticamente sordo alle affermazioni rivolte dalla controparte « E se tu non sei giunta qui per lavoro, quale altra ragione può averti spinta a ritornare in una città indubbiamente sgradevole per te? Quale altra motivazione può averti offerto sprone a superare ogni inibizione nei confronti di questa capitale? »
« Che vuoi che ti dica? » replicò ella, inizialmente seria nel proprio tono, salvo subito dopo aprirsi in un amplio sorriso, sornione, felino quasi, nel non celare assolutamente il sarcasmo del quale era carico il suo animo in quel frangente, pur senza rinunciare, in ciò, a una certa eleganza formale « Avevo fame… e la carne di maiale, così come è cucinata in questa provincia, non si offre da alcun’altra parte in tutta Kofreya. »

Con palpabile disappunto, evidente irritazione, lo sguardo dell’uomo si fissò, per qualche momento, in quello di ghiaccio della donna, in una volontà di confronto aperto, diretto, con lei, per quanto, attualmente, limitato a un piano meramente psicologico.
Nella propria vita, nella propria formazione, il maggiore si era sempre proposto rispettoso del proprio ruolo, del proprio incarico, e così come, in passato, l’esercito kofreyota e la difesa della nazione dal barbaro invasore, y’shalfico o no, era stata l’unica ragione utile ad aprire gli occhi al mattino, per rendere grazie agli dei del dono di una nuova alba, ora, in questo suo presente, la guardia cittadina di Kirsnya e la protezione di quella capitale e dei suoi abitati erano ugualmente le sole motivazioni che donavano un senso alla sua intera esistenza. Integralista, ortodosso nell’essersi arroccato in simili posizioni, l’uomo si poneva in tal modo, pur senza una reale malizia di fondo, pur senza una sostanziale e intrinseca cattiveria, particolarmente estremo nel proprio giudizio sull’intero Creato, tale da esser pronto a uccidere, persino dei propri subalterni ove questi si fossero mostrati irrispettosi del proprio e del suo ruolo, nonché degli ordini ricevuti. Sulla base di tali principi, inequivocabile e praticamente ovvia, sarebbe stata la sua possibile posizione nel confronto con una figura quale quella della Figlia di Marr’Mahew, a ragione o a torto condannata dalla città che egli aveva giurato di proteggere e, in questo, segnata indelebilmente al suo sguardo.

« A simile proposito, con il tuo permesso, prenderei congedo da questo affascinante confronto per andare a rifornirmi nuovamente. » propose ella, aprendosi in un ampio sorriso, falso quanto polvere di pirite e, nonostante ciò, non meno affascinante sul suo volto, per quanto dotato di una bellezza mortale, non diversa da quella di una fiera pericolosa « Ne ho già mangiati quattro… e, pur, sento di aver ancora disponibilità per un quinto. »

Avendo già avuto, seppur per breve tempo, occasione di confronto con simile figura, Midda era cosciente di quanto quell’uomo avrebbe potuto realmente ostacolarla se solo avesse avuto sospetto di ciò che era sua intenzione porre in essere nel corso di quella notte. In virtù di tale ragione, un rapido disimpegno dal medesimo, e da quel confronto dal sapor inquisitorio, si stava ormai imponendo qual necessario. Non che ella avesse timore di un confronto con lui, non che avesse ragione per ritenersi in una posizione di tanto sbilanciata inferiorità rispetto a quel guerriero, la cui abilità comunque non sarebbe dovuta essere probabilmente sottovalutata, nell’età a lei superiore a cui egli era riuscito a spingersi nonostante una vita a propria volta dedicata alla guerra e al combattimento, ma nel particolare frangente rappresentato dall’impegno preso, con se stessa e con la propria compagna d’arme per la liberazione di quest’ultima, non avrebbe dovuto permettere ad alcun superfluo ostacolo di rallentarla, di porre a rischio la riuscita del suo piano.
Prima fosse riuscita, pertanto, a liberarsi del proprio attuale interlocutore e meglio sarebbe stato per tutti…

« Sei qui per la tua compagna, non è forse vero? » domandò Onej’A, prima che ella potesse voltarsi, potesse tentare di riprendere il cammino lasciato in sospeso, in un ultimo tentativo tutt’altro che improvvisato e indubbiamente volto a spiazzarla, a stupirla, e, in ciò, a costringerla a tradirsi nei propri piani.

Fortunatamente per lei, tutt’altro che sciocca nel non ritenere possibile l’insorgere di simile interrogativo nella mente dell’avversario e tutt’altro che arrogante nel considerarsi al sicuro da tale questione e dal carico di relazioni inevitabilmente connesse alla stessa, la donna guerriero si dimostrò più che preparata a tal scelta, a simile tentativo, non concedendosi alcun segno di stupore, alcuna emozione a differenza di quanto, al contrario, non era pur riuscita a mascherare nell’esordio stesso di quel loro incontro, alla comparsa di quell’uomo quasi dimenticato, volto fra tanti nel proprio affollato passato. E, così, in conseguenza a tali parole, il suo viso mantenne senza fatica l’espressione di assoluta indifferenza già adottata nel momento in cui aveva voluto considerare chiusa la faccenda, quasi quelle parole si fossero presentate del tutto prive di valore alla sua attenzione, nel confronto con il suo interesse.

« Parli forse di Carsa Anloch? » replicò, nel non fingersi ignara nei riguardi della notizia della condanna imposta a carico della giovane donna, dove in tal caso avrebbe ammesso l’esatto opposto, un proprio sincero coinvolgimento nella faccenda « Perché dovrebbe interessarmi? »
« Non fingere con me, pirata. » scosse il capo l’uomo, squadrandola con aria torva, quasi in ciò sperasse di poterla impressionare, desiderio vano se non propriamente stolido « La tua amica viene condannata a morte e, puntualmente, ecco che torni a mostrare la tua presenza entro queste mura. Credi forse che sia tanto idiota da non riuscire a cogliere l’evidenza di questa connessione? »
« Preferisco ovviare alla risposta all’ultima domanda, dove non vorrei recarti ragione d’offesa. » sorrise ora ella, non mancando di cogliere al volo l’occasione offertale per quel facile sarcasmo « Per quanto riguarda poi Carsa, forse non sei sufficientemente aggiornato nel merito dello stato dei nostri rapporti… o ben sapresti come, al nostro ultimo incontro, ella cercato la mia morte. »

Profondo silenzio seguì, inevitabilmente, quelle ultime parole, a dimostrazione di quanto, purtroppo per lui, fosse stato proprio il maggiore a esser colto di contropiede da quelle ultime affermazioni, da simile notizia la quale, certamente, forse avrebbe potuto risultare falsa, atta unicamente a cercare di disorientarlo, ma che, se al contrario fosse risultata sincera, avrebbe dovuto trovarlo impegnato a riconsiderare l’intera questione, cercando di comprendere, allora, quali altre ragioni avrebbero potuto richiedere la presenza in città di una figura sì nota e pericolosa. Insoddisfatto, razionalmente e umanamente, dalla piega presa in tal modo dagli eventi, Andear Onej’A si trovò costretto a imporre un giudizioso freno alla propria irruenza, al proprio attacco, là dove insistendo in una direzione potenzialmente errata avrebbe potuto ottenere più danno che risultato nel proprio desiderio di protezione, di custodia, per quell’urbe e coloro che lì desideravano vivere in pace e tranquillità.
Alla fine, rendendosi conto di essere giunto a una posizione di stallo, impossibilitato a proseguire nell’assenza di certa informazione sulla via migliore nella quale inoltrarsi, storcendo le labbra verso il basso a dimostrare la propria insoddisfazione, votò a favore di un’azione di ripiego, limitandosi in questo a esprimere una promessa dal sapore volutamente intimidatorio nei confronti dell’altra…

« Ti terrò d’occhio, pirata. » asserì, ora voltandosi a propria volta per allontanarsi da lei « E quando avrò trovato conferma ai miei sospetti, nulla potrà permetterti di evadere al tuo fato, alla tua giusta condanna. »

sabato 21 novembre 2009

680


« … a
nzi no. » si corresse egli, immediatamente, senza attendere alcuna reazione da parte della mercenaria prima di proseguire nella direzione offerta alle proprie parole « Credo che, in verità, una parte di me si sia sempre posta certa del fatto che, prima o poi, il nostro cammino sarebbe tornato a incrociarsi. »

Non desiderando poter donare possibilità di dubbio nel merito delle reali ragioni alla base della propria presenza all’interno della città, soprattutto innanzi agli occhi di un sì potenzialmente pericoloso avversario qual probabilmente egli si sarebbe posto verso di lei, ella dissimulò immediatamente lo stupore inizialmente derivato dall’ascolto di tale voce, di simile intervento. Solo un volto assolutamente sereno, se non addirittura sostanzialmente freddo e quasi inespressivo, fu quello che ella offrì voltandosi lentamente verso di lui e abbassando il proprio cappuccio, un viso carico di energia, di forza, di fascino, forse, ancor prima che di bellezza, nell’essere caratterizzato da due gelidi occhi azzurri, da una spruzzata di efelidi accentrate attorno al naso su una pelle estremamente chiara, nonché da una lunga e spiacevole cicatrice in corrispondenza dell’occhio mancino, uno sfregio imperdonabile per sempre impresso in tal ritratto.

« Maggiore Onej’A… » asserì ella, con voce assolutamente priva di ogni possibilità di sentimento, positivo o negativo, priva di entusiasmo o di ritrosia, di gioia o di mestizia, nel sovrastare con la propria pur non eccessiva altezza, la figura altresì estremamente compatta della controparte, ove questi, con il proprio sguardo, era in grado di raggiungere a malapena l’altezza dei suoi ricchi seni.
« Quando mi hanno offerto conferma nel merito della tua fuga dal carcere nella Terra di Nessuno, non ho avuto dubbi sulla certezza di questo incontro, considerandolo solo questione di tempo. » commentò l’uomo, osando concedersi una sorta di sorriso, nel mostrare, sotto a folti baffi rossi, una lunga fila di denti gialli.
« Spero comprenderai quanto si ponga difficile, per me, accogliere con allegria l’occasione riservataci da questa fuggevole occasione. » dichiarò la Figlia di Marr’Mahew, lasciando appena piegare gli angoli delle proprie carnose labbra verso il basso, in senso di evidente disapprovazione « Non propriamente felici sono, del resto, i ricordi che ci legano, il passato che ci accomuna. »

Figura di spicco fra le guardie cittadine della capitale, nonché ex-ufficiale dell’esercito kofreyota, come i propri abiti e il proprio grado non mancavano perennemente di ricordare, qualche tempo prima Andear Onej’A, tale era il nome completo di quell’uomo caratterizzato da un’altezza tanto ridotta al punto tale da evocare, nella mente di qualsiasi suo interlocutore, l’idea di un nano proprio delle leggende del nordico continente di Myrgan, era stato posto a capo di un vasto contingente armato con il solo incarico di scortare Midda Bontor in un lungo cammino, da Kirsnya a un carcere segreto eretto all’interno di un vulcano nella Terra di Nessuno, luogo di non ritorno entro il quale ella sarebbe dovuta essere rinchiusa per il resto della propria vita in espiazione dei crimini passati, delle condanne accumulate un decennio prima.
In quel percorso, in quel viaggio, per quanto probabilmente avrebbe dovuto esser considerato meno tragico rispetto a ciò che sarebbe potuto divenire in assenza della pur carismatica figura di simile condottiero, utile a tenere a bada i temperamenti violenti dei propri subordinati e, in questo, a riservare loro una possibilità di sopravvivenza nell’evitare lo scontro diretto con quella sì pericolosa prigioniera, all’allora condannata non era stato effettivamente riservato un trattamento particolarmente premuroso, soprattutto in conseguenza dell’imposizione di numerose e pesanti catene preposte, ipoteticamente, al suo stesso controllo, a prevenire ogni possibilità di evasione, di fuga. Paradossale sarebbe dovuto essere considerato come la cattura della mercenaria, in tale contesto, era potuta avvenire solo in conseguenza, in virtù, di un suo esplicito desiderio in tal senso, in simile direzione, ragione per la quale, pur senza offrire dichiarazioni dirette a quel riguardo, ella non aveva offerto la pur minima resistenza in opposizione ai propri avversari, arrendendosi a loro e, in questo, rendendo vana l’esigenza di quegli stessi gravosi vincoli, i quali, in caso contrario, difficilmente avrebbero comunque potuto sopraffarla, dominarla, al di là di ogni possibile precauzione, di ogni prudenza da parte delle proprie sentinelle. Nonostante tutto, nel non dimenticare la propria volontaria partecipazione a simile tortura, la donna guerriero non avrebbe potuto mancare di ricordare di non essere uscita completamente indenne da simile prova, vedendo le proprie curve, le proprie carni, segnate da innumerevoli piaghe in conseguenza della violenza propostale da tanto metallo, ferite che il tempo era stato fortunatamente in grado di lenire, ma in conseguenza delle quali ella non si sarebbe potuta permettere di associare pensieri positivi a simile esperienza e ai protagonisti della stessa, primo fra tutti proprio il maggiore in questione, ora offerto nuovamente e inaspettatamente innanzi al suo sguardo.

« Parole insolite le tue. » osservò Onej’A, piegando appena il capo di lato, per quanto costretto a mantenere il proprio sguardo verso l’alto nel ricercare quello dell’interlocutrice « Qual professionista, dovresti apprezzare meglio di chiunque altro il valore di un incarico, comprendendo come, all’epoca, non vi sia stato nulla di personale da parte mia nei tuoi confronti. »
« Qual professionista, sicuramente apprezzo e comprendo. » confermò ella, non mutando la propria espressione, non offrendo ancor alcun sentimento alla propria voce « Ma qual essere umano e donna, sinceramente trovo difficile offrire perdono. »
« Non che io stia cercando assoluzione da parte tua, pirata. » sorrise l’uomo, ancora facendo sfoggio dei propri denti giallastri sotto ai folti baffi rossicci « La tua mecenate, lady Lavero, può aver forse cambiato idea a tuo riguardo e aver agito per permettere di riconoscerti libertà da ogni accusa pendente a tuo carico, liberandoti in questo dal giogo imposto a tuo discapito dalla giustizia di questa città. Ma qualsiasi condono, qualsiasi amnistia, non potrà mai cancellare i crimini che ti hanno marchiata in passato. »
« Se speri tediarmi con la futilità delle tue accuse, permettimi di rassicurarti: ci sei già riuscito. » scosse il capo la donna guerriero « Già una volta ho provato a spiegare la falsità di tali accuse e… »
« … e già una volta ho esplicitato quanto ciò non possa avere valore al mio sguardo, alla mia attenzione. » ricordò egli, nel mentre in cui, nel mezzo del suo viso scuro, abbronzato e segnato da profonde rughe al punto tale da apparire simile a una maschera di cuoio, gli occhi si socchiudevano al punto tale da scomparire nel complesso quadro d’insieme così proposto.

Per un lungo istante la Figlia di Marr’Mahew evitò di prendere parola, di proporre nuovamente la propria voce, nel costringersi a ricordare le regole che avrebbe dovuto rispettare, il patto sociale a cui non sarebbe potuta venir meno, se solo avesse realmente avuto desidero di poter agire per la salvezza di Carsa, per la liberazione di quella giovane donna altrimenti già condannata a morte certa. Se così non fosse stato, se non avesse avuto tale impegno ad attenderla, a renderle necessario mantenere un basso profilo, probabilmente avrebbe già reagito in maniera adeguata alla chiara provocazione offertale, sicura trappola psicologica in suo contrasto ma, di fronte alla quale, si sarebbe comunque sentita in dovere di non sottrarsi, in una questione di rispetto, di principio, d’onore personale. Non immediato fu, per lei, imporsi simile freno, riuscendo in tal senso unicamente grazie alla propria esperienza, alla propria acquisita abilità nel controllo delle emozioni, degli istinti, naturali o indotti. Una qualità, del resto, indispensabile nel desiderio di sopravvivere al proprio lavoro, a quella sua particolare qualifica, ove mai avrebbe potuto sperare di giungere alla fama, alla gloria conseguente alle imprese da lei stessa compiute, lasciandosi guidare dall’impulso di un momento, da una cruda pulsione, tale da nullificare ogni raziocinio e, in ciò, anche ogni controllo sull’ambiente a sé circostante, sugli ostacoli lì presenti e, soprattutto, sui propri avversari.
A rendere esplicito, evidente, il suo sforzo volto al dominio dei sensi, furono i suoi stessi occhi, all’interno dei quali le nere pupille si contrassero con forza, con decisione, fino quasi a scomparire nell’immensità rappresentata da quelle iridi color ghiaccio…

« Cosa cerchi da me, Onej’A? » gli domandò in maniera diretta, negandosi ora ogni inutile temporeggiamento, ove assolutamente chiara, trasparente, sarebbe dovuta esser giudicata la presenza di un deciso scopo, di una definita ragione dietro quell’incontro giudicabile qual solo apparentemente casuale.

venerdì 20 novembre 2009

679


P
regiudizio e xenofobia, paura verso il diverso e lo straniero, sarebbero probabilmente dovute essere considerate caratteristiche comuni a molte civiltà, nazioni, popoli, forse addirittura peculiarità intrinseche della stessa razza umana, sì superficiale, sì approssimativa nel proprio, più retorico che effettivo, desiderio di integrazione reciproca, di convivenza, tale da considerare simili concetti pari all’assimilazione, all’annullamento di ogni carattere apparentemente estraneo in favore di quanto invece considerato corretto da parte della fazione al potere. Ciò nonostante, per quanto omogeneamente diffusi in ogni angolo del pianeta, presso ogni insediamento umano, tali negativi fattori, simili impietose virtù, avrebbero probabilmente potuto trovare in una città qual Kirsnya un esempio particolarmente significativo, un’esponente particolarmente importante.
In contrasto a ogni concetto, a ogni presupposto nel merito di una maggiore apertura psicologica, una migliore possibilità di comprensione del mondo e delle culture esterne alla propria che, forse, avrebbe dovuto esser propria di una tale realtà, dov’essa si poneva così frequentata, così ricca di occasioni d’incontro multietnico, qual crocevia fondamentale per qualsiasi viaggio via mare fra il versante occidentale e quello meridionale non solo della nazione, quanto piuttosto, effettivamente, dell’intero continente, il rifiuto dell’estraneo nella sola capitale portuale kofreyota era solito sfiorare i limiti del paradosso, dell’assurdo. Tale società, simile civiltà, spronata da simili fobie, si era addirittura spinta a erigere non solamente mura in pietra a protezione da eventuali minacce provenienti dall’entroterra, ma addirittura mura in legno a protezione da possibili nemici loro offerti attraverso vie marine, primi fra tutti certamente i pirati, ma, per estensione, chiunque non fosse riuscito a rispettare i loro canoni di normalità, di quotidianità. Anche per i più onesti mercanti, infatti, difficile, impegnativo e, soprattutto, costoso, era da sempre stato potersi riservare il diritto a entrare in città, a valicare le frontiere così preposte alla sicurezza dei suoi abitanti, in netto contrasto con l’estrema facilità con la quale, invece, essi stessi, anche dove già lì accettati, avrebbero potuto vedersi successivamente negato, annullato simile permesso, in virtù di un estemporaneo capriccio, di una scelta del tutto arbitraria e priva di necessità di spiegazioni. Non difficile, nel considerare simili presupposti, tale impietosa situazione, sarebbe stato pertanto comprendere la particolare condizione in cui, elementi quali Midda Bontor o Carsa Anloch, inevitabilmente avrebbero riversato agli occhi della popolazione attorno a loro, nella semplice, banale considerazione della loro semplice professione. Sebbene estremamente richiesta e sfruttata a ogni livello all’interno della struttura sociale dell’intero regno, dall’impiego privato presso le case di ricchi nobili, a quello pubblico a rinforzo delle fila del pur vasto esercito kofreyota, la categoria dei mercenari non avrebbe mai potuto essere accettata di buon grado, essere accolta a braccia aperte, al pari di un’ospite gradito, quale una presenza prediletta, fossero essi avventurieri indipendenti, fossero, al contrario, persino parte di un’organizzazione forte e in costante ascesa qual quella conosciuta con il nome di Confraternita del Tramonto. Ipocrisia, certamente, sarebbe dovuta esser considerata quella esistente dietro a tanto malanimo, a tanto pregiudizio, ma, purtroppo, pur presente e imprescindibile, inevitabile, con la quale essere obbligati a scendere a patti per poter permanere all’interno di quella città, fosse solo per pochi giorni o una singola notte.
Nell’inevitabilmente vano contrasto con simile, sicuramente spiacevole realtà, pertanto, consapevole della propria impossibilità a vincere contro la stessa, persino la Figlia di Marr’Mahew aveva dovuto chinare il capo, aveva dovuto ridurre al silenzio un proprio pur immancabile orgoglio, accettando tacitamente quel patto sociale e, con esso, l’obbligo a sopportare, accanto a rari sguardi di ammirazione, troppi colmi di disprezzo, verso i quali, in altre occasioni, avrebbe cercato aperto dialogo, un chiarimento, prevedesse quest’ultimo anche lo scontro armato e la morte dell’avversario. Diversa era, del resto, quella realtà da quella a lei più congeniale, più prossima, tipica della città del peccato, là dove, per quanto ancora pochi si sarebbero presentati gli sguardi di ammirazione, numerosi, predominanti sarebbero stati quelli di fiera sfida, di rifiuto della sua nomea, della sua bravura non tanto nel desiderio di negarle i propri meriti, le proprie imprese, quanto più per riuscire a riservarsi una ragione a giustificazione dell’incoscienza inevitabilmente necessaria nel cercare un confronto con lei, una lotta nella conclusione della quale avrebbero potuto riservarsi una possibilità di carriera, di ascesa sociale: in Kirsnya, alcuno si sarebbe mai schierato contro di lei, avrebbe rischiato la propria vita in ciò, nel tributarle quel giusto riconoscimento di valore, di forza, qual inevitabilmente sarebbe dovuto essere considerato in Kriarya, quanto piuttosto per una semplice supponenza, per l’assoluta vanità tipica di un popolo incapace di reputarsi inferiore rispetto ad alcun altro sulla faccia dell’intero pianeta, forte in tal posizione della protezione offerta dalle proprie inique leggi. Fortunatamente per lei, se tutto fosse andato come previsto, come pianificato, come organizzato, entro il mattino dopo, ella sarebbe ormai stata lontana da tutto quello, da quell’urbe inevitabilmente associata a pensieri negativi, a ricordi spiacevoli, tali da farle persino dolere il braccio destro là dove le era stato amputato, nel rimorso, nella rabbia per quanto avvenuto, per l’ingenuità della propria allora giovane età che aveva permesso, in effetti, a tutto ciò di accadere senza sufficiente ribellione, diniego, rifiuto in contrasto a tutto ciò.
Entro quelle mura, come giustamente e silenziosamente sospettato anche da Carsa, ella non avrebbe mai fatto ritorno per semplice casualità, per un banale scherzo del fato. Lì, invero, ella si sarebbe spinta solamente in conseguenza di una qualche inevitabile necessità a giustificare simile spiacevole occorrenza: necessità che, in quel particolare frangente, avrebbe dovuto essere esattamente ricercata nella condanna imposta sulla sua compagna di ventura, su quella giovane donna che, in due occasioni di incontro, era riuscita a esserle, prima, amica e, poi, nemica, e che pur, nonostante tutto, era risultata meritevole del suo sincero rispetto. Per lei, ai tempi della missione di recupero della corona della regina Anmel, Midda aveva accettato di sacrificarsi, di porre in serio azzardo il proprio stesso futuro in una prova nella quale non avrebbe dovuto poter trovare occasione salvezza e dalla quale, invece, era sopravvissuta in circostanze ancor non chiarite, per mezzo di dinamiche ancor non precisate. Per lei, più recentemente, in concomitanza con il loro scontro per il fato dell’y’shalfica fenice, Midda aveva moderato i propri colpi, aveva contenuto il vigore dei propri attacchi, là dove, probabilmente, in caso contrario, avrebbe anche potuto riuscire ad abbatterla, nella propria indiscussa superiorità guerriera. Per lei, ora, Midda si disponeva pronta ad offrire nuova sfida alla giustizia di Kirsnya, a quel sistema con il quale, dopo un decennio, aveva appena raggiunto un’occasione di tregua, e contro il quale, in tale intento, avrebbe probabilmente riaperto una faida, un dissidio probabilmente inevitabile.
Così come promesso nelle proprie ultime parole, in quelle dichiarazione tanto aperte, quasi beffarde, verso le stesse guardie preposte alla sorveglianza della propria compagna, ignare del sincero significato di tali ambigui significanti, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe permesso a Carsa di concedersi, al mattino seguente, qual spettacolo innanzi agli sguardi di quella città così ordinata, così apparentemente perfetta e pur sostanzialmente marcia, molto più di quanto non lo sarebbe mai potuto essere una capitale dominata da assassini e mercenari, prostitute e ladri qual Kriarya. In quella stessa notte, prima che la disidratazione avesse negato ogni energia residua alla condannata, ella l’avrebbe liberata dalle corde che la vincolavano al suolo, aiutandola a lasciare indenne quelle mura anche per lei divenute ormai sinonimo di morte.

« Midda Bontor… la pirata. Ecco qualcuno che non mi sarei mai atteso di poter ritrovare qui in giro… »

A offrire simile commento, con tono privo di volontà di scherno e, al contrario, assolutamente serio nel proprio proporsi, fu una voce non estranea alle spalle della mercenaria, tale da coglierla con maggior sorpresa di quanto ella non avrebbe voluto concedersi, non avrebbe gradito riservarsi, soprattutto in quel momento, nella consapevolezza di ciò che l’avrebbe dovuta attendere, che si era impegnata a fare nei confronti dell’amica. E, nel riconoscere immediatamente l’identità di simile protagonista, di tale figura, ancor prima di avere occasione di volgersi nella direzione del proprio nuovo interlocutore, di avere la possibilità di osservarlo in maniera diretta, esplicita, ella dovette ammettere quanto, a propria volta, non avesse ritenuto di potersi attendere l’eventualità di un tale incontro, la probabilità di quella pur imprevedibile riunione, per quanto, effettivamente, essa sarebbe dovuta essere considerata tutt’altro che improbabile, nel riferimento comune alla città di Kirsnya e, soprattutto, nel particolare legame esistente fra quell’uomo e l’urbe, alla quale aveva votato la propria vita.