Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 28 febbraio 2010

779


I
n un simile contesto, i consanguinei propriamente detti di Be’Sihl, fra genitori, fratelli e sorelle, nipoti, zii e cugini, così per come introdotti all’attenzione della mercenaria nelle ultime ore, avrebbero dovuto essere considerati comprensivi, nel loro conteggio, di una settantina di elementi, tali da includere, all’atto pratico, quasi ogni nucleo familiare presente nel villaggio. Improbabile per la donna guerriero, nonostante un’ottima memoria e un sincero interessamento in tal senso, sarebbe potuto essere, pertanto, riuscire già a ricordare tutti i volti così presentatile, al pari, ovviamente, di tutti i nomi, che mai si sarebbe azzardata di pronunciare nel non voler rischiare, ancora una volta, di dimostrare la propria effettiva e naturale ignoranza nella lingua locale: consapevole di ciò, di quell’inevitabile limite, ella aveva cercato di concentrare la propria attenzione ai parenti più prossimi al proprio compagno, quali i genitori, ovviamente, nonché i suoi sei fratelli e le sue cinque sorelle nel senso per lei consueto di tal termine, in un censimento che già non si sarebbe potuto giudicare quale semplice, immediato.
Il padre e la madre di Be’Sihl, ancora vivi e in ottima salute, si ponevano ormai prossimi alle cinquanta estati, un’età decisamente venerabile per i contesti a cui la mercenaria si considerava prossima, e pur non così incredibili in quella terra e in quella particolare zona, in quel villaggio, dove, addirittura, qualche anziano era riuscito a sospingersi al traguardo dei sessant’anni prima di cedere il giusto tributo al guardiano dell’oltretomba, divinità lì conosciuta con il nome di Ah’Nuba-Is. Figure caparbie, quelle dei genitori del locandiere, entrambi impegnati da una vita intera nel rapporto con la terra e i suoi frutti, avevano vissuto un’esistenza che la Figlia di Marr’Mahew non sarebbe mai riuscita ad accettare quale propria e che, ciò nonostante, non avrebbe mai potuto neppure evitare di invidiare, così come sempre a tutti coloro che le avrebbero concesso riprova di simile capacità, di saper ritrovare gioia concreta, soddisfazione autentica, non nel raggiungimento di incredibili traguardi al confine della leggenda, quanto più, semplicemente, nella quotidianità di un’esistenza tranquilla, volta a un lavoro costante, impegnativo, e pur creativo, qual solo sarebbe potuto essere considerato quello di un agricoltore, di un artigiano, di un allevatore o, come il suo stesso padre, di un pescatore. Degli undici, fra fratelli e sorelle, propri del locandiere, solo Be’Sihl aveva deciso di lasciare la terra natia per cercare il proprio fato altrove, mentre tutti gli altri avevano preferito restare in Shar’Tiagh, chi proseguendo sulle orme segnate dal passo dei propri genitori, chi trasferendo la propria attenzione ad altri interessi, soprattutto in conseguenza di un qualche subentrato matrimonio. Così, tre maschi e una femmina ancora oggi proponevano il proprio lavoro nei campi accanto ai genitori, aiutati dalle famiglie che nel frattempo avevano autonomamente formato, mentre altri due maschi si erano volti all’allevamento, un maschio e due femmine alla pesca, fluviale ovviamente, e, infine, due femmine avevano diretto il proprio interesse all’artigianato, nell’abbracciare la professione dei propri mariti, un carpentiere e un vasaio.
Dove anche un concetto tanto numeroso, tanto esteso di famiglia non avrebbe potuto sorprendere la mercenaria, ritraendo, dopotutto, l’immagine classica di un nucleo contadino non esclusivo di Shar’Tiagh ma, al contrario, proprio di numerose terre, forse di ogni regno del continente o, persino, di tutti i continenti, Midda non si era comunque potuta negare una certa curiosità, un certo fascino, nell’esserne posta a così diretto confronto, dal momento in cui simile realtà si proponeva, suo malgrado, decisamente lontana da tutto ciò che per lei era divenuta normalità, non tanto per la ricchezza intrinseca in tale immagine, quanto più per la coesione propria di simile gruppo sociale, per l’unione che, almeno in apparenza, sembrava riuscire a caratterizzare quel piccolo mondo all’interno di un vasto regno in un ancor più vasto continente.

« Non riesco a comprendere in virtù di quale follia tu possa aver deciso di abbandonare questo piccolo angolo di cielo per cercare il tuo fato in quella fogna di Kriarya… » aveva confessato nel corso di quel pomeriggio al proprio compagno, alla conclusione delle lunghe presentazioni che l’avevano vista accompagnata da un angolo all’altro del villaggio, per conoscere una fetta dei suoi abitanti, tutti quelli, per lo meno, lì reperibili perché non dispersi nei campi, nei pascoli o lungo il fiume « In Kofreya sei solo. Qui è tutta la tua famiglia… tutta la tua vita. »
« Sbaglio o non sono l’unico che ha lasciato la propria terra e, guarda caso, è finito proprio in quella “fogna” che ora tanto osteggi? » aveva risposto egli, con un sorriso sornione e divertito sulle labbra « Per quanto poco sappia di te o della tua famiglia, dubito che l’isoletta da cui sei giunta fosse così terribile da importi una fuga. »

Come spesso accadeva nei loro discorsi, nei loro confronti lunghi o brevi, con quelle poche parole Be’Sihl era riuscito, con dolce maestria e nessun desiderio d’offesa verso di lei, a portare a segno il proprio colpo, affondando con precisione in lei e nel profondo del suo animo, nel porre in evidenza quella che sarebbe potuta essere, dopotutto, considerata una chiara incoerenza nel concetto così espresso dalla donna guerriero, dove, in effetti, anche la terra che Midda avrebbe potuto considerare quale propria natia non avrebbe mai potuto riservarsi alcuna occasione di rimprovero, alcuna possibilità di critica, e pur, non per questo, ella non l’aveva abbandonata a tempo debito, non si era allontanata da essa per ricercare, altrove, il proprio futuro, la propria vita. Ciò nonostante, in momenti quali quello attuale, nel cogliere tanta felicità nel prossimo, tanta soddisfazione in quella che per lei sarebbe stata considerata una vita banale, ella non avrebbe potuto evitare di compatirsi per la propria incapacità a raggiungere una simile pienezza nonostante tutti i propri sforzi, tutto il proprio impegno per imporre la propria autodeterminazione.
Forse in tal senso avrebbero dovuto essere analizzate le sue allucinazioni? Forse, quelle immagini orrende, quella terribile distorsione della realtà a lei circostante, avrebbe dovuto essere intesa quale un rifiuto da parte della sua stessa psiche di accettare la tranquillità di una vita serena, di un momento di quiete con l’uomo da lei ora amato?

« Thyres… » sussurrò, gemette quasi, giungendo al giaciglio predisposto per sé e per il proprio compagno e lasciandosi ricadere sopra di esso, ancora vestita, nel lasciarsi trascinare da simili riflessioni, da tali elucubrazioni « Possibile che sia tanto malata? Che mi sia così difficile provare felicità per quello che ho? » domandò, forse rivolgendosi alla propria dea o, più probabilmente, a se stessa, nel tentare di comprendere le ragioni proprie della follia da lei vissuta, tanto inspiegabile, tanto paradossale.

Una voce, priva di risposte alle sue questioni e pur utile a distrarla, giunse allora dalla porta della stanza in cui era entrata, richiamandone l’attenzione e facendole così ritrovare l’immagine di un’anziana donna.
Anche solo nell’osservazione della sua pelle ancor estremamente liscia, morbida, nonostante l’età, e particolarmente scura nei propri toni, molto più di quanto ci si sarebbe potuti attendere da una shar’tiagha, si sarebbe potuto immediatamente comprendere da quale genitore Be’Sihl avesse ereditato il proprio sangue misto. Ras’Meen, tale il nome della madre dell’uomo, fra capelli intrecciati secondo la moda locale e terminanti, in ogni treccina, in un ciondolo dorato, mostrava infatti forme decisamente più morbide di quelle altresì spigolose di quel regno nonché altri particolari decisamente lontani dai caratteri propri di Shar’Tiagh o del suo popolo, con un viso tondeggiante come quello del figlio, un naso leggermente schiacciato, labbra decisamente carnose e, soprattutto, due grandi occhi verdi, questi ultimi non ereditati dallo stesso Be’Sihl ma da altri fra suoi fratelli e sorelle. Il suo fisico, nonostante si proponesse appena appesantito dall’età, non faceva comunque segreto del fascino che, in gioventù, doveva averla caratterizzata, doveva averla resa probabilmente quale una delle donne più belle di tutto il villaggio, retaggio fortunatamente poi divenuto proprio di tutte le sue figlie. Vestita, in quella sera, con una semplice veste bianca, priva di maniche e aperta sulle gambe, ella manteneva coperta le proprie spalle e le proprie braccia con un elegante scialle finemente lavorato, non mancando, nonostante ciò, di fare sfoggio dell’oro proprio delle cavigliere e dei bracciali posti a circondare le estremità di tutti i suoi arti, superiori e inferiori, in un’ostentazione non fine a se stessa quanto più, effettivamente, propria della tradizione di quelle terre, che in tali monili, in simili decorazioni, proponevano un qualche significato non ancora completamente chiaro all’attenzione della mercenaria e pur, indubbiamente, presente.

sabato 27 febbraio 2010

778


« P
er favore… » insistette, allungando la propria mancina per accarezzare il viso del compagno con la delicatezza della punta delle proprie sole dita di carne e ossa, in un gesto di rassicurazione tanto per lui quanto, più in generale, per tutto il loro pubblico, nel desiderio di non concedere occasione di dubbio nel merito del proprio sentimento per l’uomo o delle ragioni per il proprio allontanamento da quella festa « Non farmi apparire quale la maleducata che pur dovrei essere giudicata. »

Voltandosi appena, al fine di spingere, in tal modo, le proprie labbra a incontrare le dita di lei e depositare, su di esse, un leggero bacio, Be’Sihl annuì in risposta a quella richiesta, non avendo, in fondo, alcuna volontà di imporre imbarazzo sulla propria compagna. Con pochi versi che, in questa occasione, nulla tradirono del significante originale, oltre che del suo significato, egli allora riportò le sue parole di scuse all’attenzione di tutti i presenti e, subito dopo, fece a propria volta atto di levarsi da tavola.

« No. Resta pure. » lo bloccò ella, appoggiando la propria mancina ora sulle sue spalle, a ostacolare, più formalmente che sostanzialmente, il suo movimento, e invitarlo, in ciò, a ritornare ad accomodarsi al posto occupato fino a quel momento « Non c’è necessità che anche tu venga: mi ricordo la strada. »

Osservandola, nuovamente, con incertezza, dubbio e preoccupazione, non comprendendo cosa potesse affliggere la propria amata, egli si trovò purtroppo costretto ad accettarne la volontà, dove qualsiasi ulteriore insistenza, qualsiasi tentativo utile ad arrestarne il passo, ne avrebbe solo forzato maggiormente l’allontanamento da sé: tale, in fondo, era il carattere proprio della donna e, con esso, da lunghi anni ormai aveva imparato a convivere, rassegnandosi a non poter pensare di frenarne la fierezza, di contrastarne la testardaggine, se non a proprio rischio e pericolo, dove ella, nella propria forza, nella propria indipendenza, avrebbe reagito a qualsiasi stretta, a qualsiasi obbligo, lottando con tutte le proprie energie e, immancabilmente, evadendo, fuggendo a grande distanza, al fine di poter ritrovare il senso di libertà così, erroneamente, posto in dubbio.

« E sia. » confermò pertanto, tornando ad accomodarsi al tavolo, e in ciò ai piedi dell’amata, approfittando di ciò per accarezzarne, con amore, le lunghe gambe coperte da pantaloni sdruciti.
« Ti ringrazio. » sussurrò la mercenaria, piegandosi allora in avanti per depositare un bacio sul capo dell’uomo, sincera in quelle poche sillabe, apparentemente tanto semplici, banali, consuete, e pur realmente espressive del sentimento proprio del suo animo in quel momento.
« Vorrà dire che mi impegnerò a esaltare il tuo nome innanzi a tutto il villaggio nel mentre in cui tu riposerai, così che, dove già mi ritrovo a essere ferocemente invidiato, domani tutti vorranno immancabilmente tagliarmi la gola, per potersi riservare l’occasione di posto accanto a te… » commentò Be’Sihl, subito dopo, sorridendo con dolce scherzo verso di lei, nel voler stemperare la pesante tensione chiaramente avvertita nell’animo della donna.
« Fetente… » ridacchiò Midda, in risposta a simile affermazione « Te ne approfitti perché siamo lontani da quei luoghi dove, realmente, ti potrebbero tagliare la gola, anche per molto meno! » lo rimproverò, compensando il precedente bacio riconosciutogli con un’innocente scappellotto dietro la nuca, gesto che, immancabilmente, provocò l’ilarità dei presenti, rasserenati nei propri possibili dubbi su cosa stesse accadendo sia dalle parole offerte loro dall’uomo, sia, ancor più, da quello scambio di effusioni fra i due, trasparenti e comprensibili al di là di ogni possibile vocabolario.

Numerosi si levarono, subito dopo, i saluti alla volta della donna guerriero, auguri di una serena notte, per la maggior parte a lei inintelligibili nella loro stessa formulazione, altre, invece, persino da lei apprezzabili, nel confronto con la minimale conoscenza della lingua per lei propria. A tutti loro, tanto accoglienti, tanto affettuosi verso di lei, ella volle allora riconoscere il giusto tributo, sforzandosi di esprimere a propria volta un saluto in shar’tiagho, sebbene odiasse il pensiero di poter storpiare la pronuncia di quell’unica parola a lei nota allo stesso modo in cui, per mesi, aveva involontariamente torturato il nome del proprio attuale compagno, non conoscendo, all’epoca la corretta pronuncia, la reale fonetica e i giusti accenti propri di una realtà tanto lontana da quella a cui era abituata. Un tentativo, quello da lei così offerto, che, sebbene naturalmente vittima della sua estraneità a simile lingua, fu comunque ben accolto dalla gente del villaggio, ben lontana dal potersi considerare offesa per simile impegno, riconosciuto, al contrario, qual concreta volontà di integrazione presso di loro.

« A dopo… » rinnovò, a conclusione, il proprio saluto verso Be’Sihl, accarezzandogli le spalle e lasciandolo al proseguimento di quella serata per lei prematuramente terminata.
« Ti amo. » sussurrò l’uomo, mai stanco di ripetere quelle due semplici parole per troppo tempo frenate, per troppo tempo trattenute nel profondo del proprio cuore e ora, finalmente, libere di essere espresse con assoluta naturalezza, con quotidiana costanza, quasi la sua intera esistenza fosse tale solo per poter scandire quelle sillabe verso di lei in ogni istante utile.

Breve, in verità, fu allora la distanza che la Figlia di Marr’Mahew si poté riservare di imporre fra sé e la festa in atto nonostante il proprio allontanamento dalla tavola, dal momento in cui il banchetto era stato naturalmente organizzato al centro del villaggio e, in questo, si poneva non lontano dalla posizione propria della casa dei genitori di Be’Sihl, là dove la coppia avrebbe trovato asilo per tutti i giorni della propria permanenza in quelle terre.
Impossibile sarebbe dovuta essere ritenuta l’ipotesi di soggiornare altrove, magari in un albergo, in una locanda, in una stanza regolarmente affittata, dove anche la mercenaria avrebbe effettivamente e ampiamente preferito tale opportunità, nel ritrovarsi, in tal modo, a potersi considerare più indipendente, più libera nei propri movimenti, in una condizione più psicologica che sostanziale, dal momento in cui alcun vincolo le sarebbe mai stato comunque imposto dai parenti del proprio compagno, né in termini di libertà di movimento, né in termini di libertà d’azione, concedendo ad entrambi di poter vivere entro quella casa esattamente come se fosse loro. Impossibile, però, sarebbe dovuta essere considerata simile eventualità, non tanto per una questione di sensibilità, di ipotetica offesa volta alla famiglia di lui, che comunque avrebbe immancabilmente preteso l’occasione di ospitarli, contendendola, addirittura, a tutti gli altri parenti, quanto più per una ragione meramente logistica, ove, per quanto paradossale ciò potesse apparire, alcuna locanda, alcun albergo si sarebbe potuto ritrovare presente all’interno del villaggio.
Attorno a quella che sarebbe potuta essere considerata la sua via principale, l’unica effettivamente degna di essere considerata quale una strada, tutto il villaggio, con il suo centinaio di anime, si disponeva su due lati contrapposti, schierando in tutto ciò solo le residenze proprie degli abitanti e nulla di più, non una taverna, non un ostello, neppure un esercizio commerciale o un postribolo. Quale una realtà troppo piccola, troppo compatta, in effetti, sarebbe dovuta essere considerata quella propria di quel villaggio, di quell’insediamento rurale, all’interno del quale persino il concetto stesso di mercato sembrava essere vano, inutile, dal momento in cui solo una regola si imponeva a definire ogni umana attività entro quei confini, una regola di reciproca solidarietà: dove la famiglia di un agricoltore avrebbe abbisognato di carne, quella di un allevatore sarebbe ben volentieri accorsa a concedergli il proprio supporto; dove la famiglia di un pescatore avrebbe abbisognato di frutta e verdura, sarebbe stata quella di un agricoltore ad agire in suo aiuto. Non baratto, quindi, sarebbe dovuto essere considerato il principio alla base di simile sistema, quanto più una comunione assoluta di beni fra tutti gli abitanti di quelle terre, quasi fossero un’unica, grande famiglia. E quale una sola famiglia, in effetti, non sarebbe stato errato considerare l’intero villaggio, dal momento in cui ogni famiglia lì abitante, in un modo o nell’altro, si poneva imparentata con un’altra, alcune da vincoli più stretti di fraternità, altre da legami di cuginanza, difficili, però, da poter considerare più effimeri, più distanti, dal momento in cui, nella cultura shar’tiagha, così come nella sua stessa lingua, un solo termine si poneva effettivamente utilizzato tanto per indicare sia i fratelli di sangue, sia i cugini di primo grado, figli di fratelli di sangue, così come Midda aveva avuto modo di scoprire nel corso della giornata e nella presentazione di tutta la famiglia del proprio compagno.

venerdì 26 febbraio 2010

777


« M
idda? » tentò di richiamarla l’uomo, nel voltarsi, nuovamente, verso di lei, notando l’espressione sul suo viso, trasparente di un sentimento ben diverso dal divertimento prima dominante nel loro dialogo.

Per un lungo istante, la mercenaria ebbe difficoltà a comprendere, con precisione, ove si trovasse o cosa stesse accadendo: se, infatti, un istante prima attorno a lei sarebbe potuta essere dipinta una meravigliosa scena di allegra festa, un attimo dopo solo l’orrore più indescrivibile sembrava caratterizzare ogni aspetto della realtà, riplasmandolo in una nuova e angosciante forma. In questo, non solo l’uomo da lei amato, che pur, come se nulla fosse occorso, stava continuando a muoversi e a parlare accanto a lei, si stava altresì offrendo con una freccia conficcata profondamente nel cranio, dando forma a una terribile maschera di morte, ma anche l’intero villaggio le stava ora mostrando un volto completamente nuovo e capace di competere degnamente con quanto da lei affrontato nella propria lunga e avventurosa esistenza, incubi di ogni sorta capaci di spingere alla follia qualsiasi sfortunato spettatore che pur ella aveva, invero, accettato quali possibili nella propria quotidianità, nel corso delle proprie missioni sempre al limite del mito.
In tal modo, bianche e basse case squadrate, dai tetti piani, accoglienti alloggi similmente modellati nel confronto naturale con un clima particolarmente arido e privo di grandi piogge o, assurdamente, neve, stavano ora venendo trasformate in tuguri amorfi, simili a semplici tumuli di pietre nere, calde in modo innaturale e capaci di concedere all’olfatto un odore del tutto simile a quello del concime, quasi fossero state ricavate nel letame ancor prima che nella pietra. In tal modo, un centinaio di persone, gioviali, allegre, piene di vita e di volontà di vivere, fra giovani e anziani, uomini e donne, tutti di etnia shar’tiagha, stavano improvvisamente risultando quali mostri osceni, dalla pelle nera, dai denti e dagli artigli affilati, dagli occhi incavati e dai corpi sottili, quasi filiformi. In tal modo, simili commensali non stavano più apparendo intenti a nutrirsi da una grande tavola, ricca di frutta, verdura, vino fresco e tenera carne, quanto piuttosto da una sorta di orrenda fossa comune, rigurgitante davanti a loro cadaveri di ogni genere, alcuni recenti vittime di morte violenta, prive del naturale colore della vita e pur, ancora, non preda della putrefazione, altre, invece, ormai salme di tempi decisamente più remoti, queste ultime addirittura litigate fra i partecipanti a quel macabro convivio, evidentemente deliziati in maniera particolare dalla decomposizione lì imperante. E, sempre in tal modo, per quanto contrariata da tanto raccapricciante spettacolo, anche la stessa Figlia di Marr’Mahew si ritrovò, inaspettatamente, a esserne parte e partecipe, potendo notare solo ora come quanto da lei precedentemente stretta fra le sue mani e considerata semplicemente quale una grande fetta di pane fresco coperta da un’interessante tritura d’olive, sarebbe altresì dovuta essere giudicata quale un piede, amputato e ricoperto di vermi.

« Midda? Stai bene?! » insistette la voce di Be’Sihl, dimostrando ora sincera preoccupazione per lei.

Per un lungo istante, un attimo fuggevole e pur tanto intenso da apparire prossimo all’eternità, tale difficoltà a comprendere la realtà sembrò negare alla donna guerriero persino la possibilità di reagire a tanto nauseante spettacolo, a simile fiera dell’orrore, in una violenta lotta, un energico confronto fra la sua metà più istintiva, capace solamente di richiederle di impugnare la spada e di allontanarsi da tanta oscenità aprendosi la via nel sangue di chiunque avesse osato sperare di arrestarla, e la sua metà più razionale, incapace di accettare che, realmente, tale immagine potesse corrispondere alla realtà e non essere, banalmente, frutto di un’allucinazione, di un altro tremendo parto di una fantasia malata al pari di quanto già occorso in quella stessa giornata. Dove, infatti, una parte di lei le gridava interiormente di alzarsi e combattere, senza freni, senza pietà alcuna, un’altra parte di lei la supplicava di restare immobile, di non arrischiarsi a commettere una sciocchezza in un contesto tanto fragile, tanto delicato, dal momento in cui se già, in una prima occasione, le era stata concessa occasione di perdono dalla follia che l’aveva dominata, ora difficile sarebbe stato per chiunque giustificare un simile comportamento, un’isteria di quel genere in un frangente di cordiale festa quale era rimasta la loro realtà sino a quel momento.
Fortunatamente, in quell’incertezza, nel blocco similmente impostole dalla propria divisione interiore, la sua parte più razionale, più logica, apparve trovare occasione di vittoria morale sull’altra metà, quando, trascorso quel lungo istante, tutto parve ritornare alla normalità, rioffrendole davanti agli occhi lo spettacolo di cui aveva goduto fino all’insorgere di quella crisi.

« Midda?! » chiamò per la terza volta il locandiere, appoggiando la propria mano, con dolcezza, sul braccio mancino di lei, per attirarne l’attenzione, per richiamarla a contatto con la realtà dalla quale sembrava essersi psicologicamente distaccata « Amore… sei sicura di stare bene? »
« Io… »

Esitò, allora, la mercenaria prima di offrire una qualsivoglia direzione alla risposta sì richiestale, sì domandatale dal compagno, e pur quasi impossibile da poter formulare, dove difficile, per lei stessa, sarebbe stato valutare il proprio grado di salute, fisica e mentale, nel confronto continuo con immagini come quelle che erano appena svanite dalla sua mente, dal suo sguardo, e che tutto avevano brevemente riplasmato come a voler offrire spazio ad un incubo allucinante e allucinato.
Se, infatti, riferire di quanto occorso avrebbe sicuramente preoccupato Be’Sihl senza, però, offrirle in ciò una qualche speranza di comprensione su quanto stesse accadendo, minimizzare la questione avrebbe, al contrario, rappresentato un’imprudenza eccessiva, nel lasciarla potenziale vittima di una qualche infermità mentale o, peggio, di un qualche complotto ordito a suo discapito, tale da procurarle simili allucinazioni e da farle credere di poter essere completamente impazzita. E proprio per questo, obbligata apparve essere, alfine, la sua unica possibile scelta di reazione a tale richiesta.

« … credo di essere, effettivamente, un po’ stanca per il viaggio e per il colpo di sole di oggi. » continuò, appoggiando la fetta di pane sul bordo del piatto in legno disposto davanti a lei, e riccamente riempito da parte dei genitori dell’uomo, desiderosi di compiacerne il palato con i propri piatti migliori, prima di alzarsi in piedi « Ho bisogno di andare a distendermi. E concedermi qualche ora di sonno. »

Silenzio calò in conseguenza del movimento della donna, ove ella sarebbe dovuta essere giudicata, a ragion veduta, coprotagonista di quella festa e in questo oggetto dell’attenzione di chiunque lì presente, per quanto fisicamente distante da lei in quella grande festa: una quiete, la loro, non nata da disappunto, come apparve evidente sui volti di tutti coloro a lei vicini, quanto più da una preoccupazione non differente da quella precedentemente espressa da parte dello stesso Be’Sihl, nel non comprendere le ragioni proprie dell’improvviso distacco dell’ospite dal banchetto e nell’interpretare non positivamente, però, quanto emotivamente dimostrato da parte proprio del locandiere, unico possibile interlocutore per la sua compagna in quel particolare contesto.

« Per favore: spiega le mie ragioni e domanda, da parte mia, perdono per questo inatteso e prematuro allontanamento da tavola, ringraziandoli, però, per tutto quanto. » raccomandò la Figlia di Marr’Mahew, offrendo poi il più sincero sorriso che il suo umore le avrebbe potuto concedere in quel momento, chinando appena il capo in segno di rispetto verso tutti i propri anfitrioni, cercando di combattere, in tal mentre, il ricordo dell’orrore appena intravisto, nel non volerlo associare a quella realtà altresì meravigliosa, gioiosa, allegra e felice che pur, si rendeva conto, di star tremendamente rovinando con il proprio comportamento « Ogni vivanda offertami è stata una vera delizia per il palato e ci tengo che sappiano quanto ho davvero apprezzato ogni cosa. »
« Ma… » cercò di obiettare l’uomo, stupito al pari di chiunque altro per una svolta tanto imprevista e, ovviamente, imprevedibile.

giovedì 25 febbraio 2010

776


S
ebbene l’idiozia propria dell’umanità sarebbe stata difficile minimizzare al livello proprio di una semplice formula matematica, di una banale, e in questo superficiale, analisi arbitraria, eventualmente sì in grado di rilevare un fenomeno di massa ma, obbligatoriamente, incapace di denotare, di far emergere la singolarità, l’eccezione alla regola comune, impossibile sarebbe stato ignorare quanto semplice sarebbe potuto essere far emergere, all’interno del continente di Qahr, il disprezzo per il prossimo, il pregiudizio verso l’estraneo, ponendolo in coerenza con una singola direzione e un solo verso, da nord-est a sud-ovest. In questa generalizzazione, pur naturalmente manchevole, pur lontana dal poter cogliere le sfumature spesso più significative persino rispetto al colore predominante, in un regno come Kofreya, posto nel versante sud-occidentale del continente, non avrebbero potuto mancare forti pregiudizi e discriminazioni in riferimento a qualsiasi altro suo vicino, a partire da Gorthia, a nord, e Y’Shalf, a est, per proseguire via via con ogni altro regno proprio di quelle terre, fino ad arrivare all’estremo più assoluto rappresentato dai regni desertici centrali, siti lungo il confine nord-orientale dello stesso continente, pregiudizi e discriminazioni che, in tal senso, non avrebbero evitato di coinvolgere anche lo stesso regno di Shar’Tiagh, considerato, a torto, quale una terra primitiva, quasi barbarica, priva del dono della civiltà che, altresì, aveva, a loro avviso, da sempre benedetto il regno kofreyota e il suo illuminato popolo.
Solo un idiota, invero, avrebbe potuto offrire effettivo credito a simili giudizi, avrebbe potuto fondare ogni propria valutazione su un intero popolo, su una grande nazione e su tutta la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua civiltà, basandosi su parametri tanto superficiali quali quelli che, paradossalmente, si ponevano invece quali di fondamentale valore allo sguardo di coloro bramosi di offrire la propria discriminazione, primo fra tutti, nel caso proprio del regno shar’tiagho, il costume lì imperante di non ricorrere all’uso di calzari di sorta, preferendo mantenere sempre un contatto con il suolo, con la nuda terra sotto ai propri piedi. E così, per un semplice fattore estetico, un’intera nazione era addirittura solita esser giudicata quale formata da barbari incivili, addirittura incapaci di comprendere, in ciò, ogni umano sentimento, poco più che semplici bestie. Se tale pregiudizio, se tanta negativa animosità rivolta nella direzione di quelle genti avesse mai avuto un qualche fondamento di verità, probabilmente Midda Bontor non solo non avrebbe potuto attendersi il trattamento che, altresì, le venne concesso ma, addirittura, non avrebbe neanche potuto supporre di essere accettata all’interno di quegli stessi confini, non a seguito del proprio comportamento, del proprio immotivato e violento attacco a discapito delle sentinelle preposte a sorveglianza del villaggio di Be’Sihl: in Kofreya, un similare comportamento offerto da un estraneo, da uno straniero, avrebbe significato sicuramente una rapida sentenza di morte emessa a suo discapito, giudicato qual delinquente privo di ogni possibilità di redenzione, giunto fino a loro solo per portare morte e distruzione. La mercenaria, al contrario, non solo non fu considerata al pari di una criminale, ma, chiarito ogni equivoco con i propri ospiti, venne accolta da tutti con grande festa, non in virtù del proprio nome, non in conseguenza della propria leggenda, praticamente sconosciuta in terre tanto lontane da quelle per lei consuete, quanto più, semplicemente, sinceramente, per il proprio legame affettivo con uno dei figli di quella stessa terra. Così, per quanto straniera, per quanto abitante dei regni sud-occidentali, per quanto caratterizzata da una pelle tanto pallida da apparire quale spettro allo sguardo dei presenti e da occhi tanto chiari da apparire quale strega nel confronto con i canoni tipici di Shar’Tiagh, dopo aver riposto la propria arma ed aver offerto le proprie doverose e imbarazzate scuse per il terribile equivoco nel quale ella si era lasciata intrappolare, la Figlia di Marr’Mahew, lì semplicemente proposta quale compagna di Be’Sihl Ahvn-Qa, fu subito accettata fra gli abitanti del villaggio, felici di poterla ospitare e, insieme a lei, di poter riabbracciare un figlio da lungo tempo lontano da casa.
E Midda, sebbene non avrebbe potuto negarsi di essere sinceramente scandalizzata con se stessa per il tremendo errore compiuto, per quanto accaduto, non riuscendo a cancellare un sentimento di immenso imbarazzo, di assoluta vergogna nella consapevolezza di quanto si era resa protagonista in quel frangente, non poté allora evitare di essere umanamente grata all’intero regno shar’tiagho per concedersi in tal modo quale una grandissima nazione, con una cultura, una tradizione per l’ospitalità a dir poco ammirevole, sentendosi in questo, in verità, quasi tornata a casa, alla tranquillità delle proprie isole natie pur estremamente distanti da lì, lontane da quella terra prossima al centro del mondo conosciuto. Nulla di più, nulla di diverso da quanto offertole avrebbe mai potuto sperare di ricevere, ben felice, anzi, di poter essere, per una volta tanto, non più una figura leggendaria, costantemente sfidata da inutili avversari bramosi di trovare nella sua sconfitta una qualche gloria della quale mai sarebbero stati degni, quanto, meravigliosamente, la compagna dell’uomo amato, degno e pieno coronamento, dopotutto, del senso stesso di quel loro viaggio verso nord, di quel lungo tragitto compiuto insieme, lontano da quanto, per lei, solitamente vita quotidiana.

« Ancora non riesco a credere di essere stata perdonata tanto facilmente, di essere stata accolta con tale familiarità, come fossi una di voi… »

Quella stessa sera, nel corso di una grande festa collettiva, un vero e proprio banchetto subito organizzato in loro onore da parte di tutto il villaggio e al quale tutto il villaggio stava allegramente partecipando, fu con tali termini che ella decise, alfine, di affrontare nuovamente il tema di quanto occorso poche ore prima, in un’ammissione candidamente proposta in un sussurro, quasi a voler celare ai propri anfitrioni simile sentimento, nel temere di poter recare loro una qualsivoglia offesa con la propria difficoltà ad accettare tanta generosità, dimenticandosi, in ciò, di come mai le sue parole sarebbero potute essere pienamente apprezzate dagli stessi anche se pronunciate ad alta voce, persino se gridate a pieni polmoni.

« Smettila di colpevolizzarti in questo modo. » le suggerì, con dolcezza, il locandiere, seduto a terra accanto a lei attorno alla lunga tavolata sì improvvisata e pur perfetta in ogni minimo dettaglio, accarezzandole nel mentre di tale risposta il bordo del viso con il dorso del proprio indice destro « Non hai ferito nessuno. Neppure nell’orgoglio… te lo assicuro. »
« Non importa. Avrei potuto ucciderli tutti… e lo avrei anche fatto se non fossi stata frenata dal desiderio di vendicare la tua morte. » insistette ella, sentendosi immeritevole di tanto affetto quale quello rivoltole dall’intero villaggio « Desideravo farli soffrire lentamente e non graziarli di una morte rapida e indolore. »
« Sono sinceramente diviso fra il sentirmi terrorizzato o adulato per questa tua affermazione. » ridacchiò l’uomo, dando riprova di aver rapidamente considerato risolta la questione al pari di tutti i suoi compaesani, per quanto la mercenaria, al contrario, non stesse offrendo riprova di condividere simile, semplice, soluzione « Nel considerare la questione dal tuo punto di vista, credo di poterla però considerare quale una vera e propria dichiarazione d’amore, dove sarei stato meritevole di tanto impegno da parte tua nel vendicarmi. Insomma: ciò che qualsiasi uomo vorrebbe sentirsi dire dalla propria compagna. »
« Stupido. » lo rimproverò lei, spintonandolo con delicatezza e, in questo, suscitando involontariamente l’ilarità di tutti i presenti a loro prossimi, i quali applaudirono immediatamente a tale gesto sebbene del tutto privi di consapevolezza nel merito del significato del dialogo che lo aveva generato « Visto? Mi danno ragione! Sanno anche loro che sei stupido quand… »

Purtroppo per lei, tali parole non riuscirono però a trovare naturale occasione di divertita conclusione, qual avrebbero probabilmente voluto riservarsi, nel ritrovarsi ad essere altresì strozzate nella sua gola nel momento stesso in cui, osservando lo stesso Be’Sihl, ella notò, con orrore, raccapriccio addirittura, così come mai le era occorso in passato in una vita fin troppo ricca di oscenità insopportabili per la maggior parte dell’umanità, una freccia proporsi inattesa, conficcata nel suo stesso cranio, penetrante in esso dall’orbita dell’occhio destro del medesimo, là dove l’aveva veduta immergersi nel corso dell’attacco mai avvenuto in quello stesso assurdo giorno.

mercoledì 24 febbraio 2010

775


« I
o… non comprendo. » sussurrò la mercenaria, distaccandosi lentamente dalle labbra amate, sulle quali avrebbe desiderato sostare ancora a lungo ma sulle quali, altresì, temeva di indugiare là dove, tutto quello, si sarebbe potuto rivelare solo un astuto inganno ordito a suo discapito « E’ sogno… o realtà? Come è possibile che tu sia vivo? »
« In verità, io mi domanderei come è possibile che tu mi abbia visto morire. » osservò l’uomo, scuotendo il capo e concedendole tale spazio, pur senza liberarla dal proprio delicato abbraccio, non desiderando forzarla a sé e neppure permetterle di allontanarsi da lui e, in questo, di cedere alla propria naturale paranoia, quel sentimento che in numerose occasioni, egli ne era assolutamente conscio, le aveva salvato la vita ma che, ora, avrebbe solamente rischiato di porre in dubbio la propria « Considerando i tuoi trascorsi per mare, mi sembra assurdo che il sole possa averti giocato un simile scherzo. »
« E’ meglio per te che sia così: in caso contrario tu non saresti chi affermi di essere e io dovrei ucciderti. » semplificò ella, con tono più serio che faceto, nell’arretrate ulteriormente, spingendolo lontano da sé nell’appoggiare la propria destra metallica contro il suo petto « Baci bene… ma ho bisogno di prove più concrete prima di accettare l’idea di star impazzendo. » proseguì, ora, però, cedendo verso di lui con un accenno di malizioso sorriso, forse a volergli confermare di non aver nulla da temere, per il momento.

Separandosi da lui, effettivamente più calma, rasserenata, rispetto al momento di crisi appena vissuto, la donna guerriero cercò di riconquistare la propria congeniale freddezza, quella caratteristica innata che da sempre le era stata compagna fedele e nel merito della quale, nel tempo, anche i cantori avevano avuto occasione di sprecare versi, trovando solitamente un facile e immediato riferimento nei suoi occhi color ghiaccio che, indubbiamente, non si sarebbe mai riservato occasione di originalità, ma che sarebbe comunque riuscito a proporsi sempre e sufficientemente azzeccato nell’associazione d’idee in tal modo sottolineata. Osservandosi, pertanto, attorno così come pocanzi non si era concessa di fare, vittima del proprio impeto, della propria furia più di quanto, probabilmente, non sarebbe mai riuscito a trasparire a uno sguardo esterno, ella analizzò con interesse i parenti shar’tiaghi di Be’Sihl, così come tali le erano stati proposti, presentati, cercando di ricavare, in tal rapido e pur completo esame, ogni pur minimo dettaglio che sarebbe potuto essere considerato utile a meglio comprenderne la natura e l’effettiva funzione in quel deserto, non più giudicabile quale quella di briganti, quanto, invece, di semplici guardiani, custodi dei confini propri del villaggio natio del suo compagno.
Gli sguardi della mercenaria, forse non piacevoli e pur neanche apertamente ostili, vennero allora sopportati con sufficiente cortesia da parte del gruppo, il quale, a propria volta, non mancò di ricambiare tale attenzione, cercando di cogliere da quella figura maggior informazioni, anche ricorrendo a un’interrogazione diretta del ritrovato cugino: domande, risposte, asserzioni e commenti, a volte espressi con assoluta durezza, altre con tono decisamente scherzoso, furono così scambiati fra i sei e lo stesso Be’Sihl, non interrotti nel proprio naturale corso da interventi dell’ovvio soggetto di simili discorsi, dove, se davvero quanto successo sarebbe dovuto essere considerato frutto di un’allucinazione, di un assurdo e orrendo abbaglio, proprio la donna guerriero sarebbe dovuta essere considerata la prima interessata ad appianare ogni possibilità di incomprensione, ogni dubbio nel merito della propria presenza fra loro, quale straniera in terra straniera che, con violenza e senza apparente ragione, aveva aperto le ostilità nei loro riguardi.

« Poi mi spiegherai cosa vi state dicendo, non è vero? » si riservò di richiedere in un momento di risata collettiva da parte dell’intero gruppo, non ancora assolutamente convinta da quanto accaduto e, pur, sempre più propensa ad accettare l’ipotesi di aver commesso un inconsapevole errore « Tanta ilarità non può fare a meno di farmi incuriosire. »
« Nulla di particolare. » minimizzò il locandiere, sorridendo però sornione verso di lei « Mi hanno domandato se siamo già sposati… e quando ho risposto loro che non è proprio così, uno dei miei cugini ha subito espresso interesse a poterti corteggiare, sebbene si sia subito detto certo di quanto questo potrebbe essere pericoloso: una donna come te, in Shar’Tiagh, sarebbe la gioia di molti uomini… »

Nonostante una simile frase sarebbe potuta essere considerata egualmente valida in Kofreya o Y’Shalf, scatenando in tal senso, però, una chiara irritazione nella mercenaria, incapace di accettare l’idea di poter essere considerata al pari di una bestia esposta in fiera, al mercato, in quella particolare occasione, in quel preciso contesto, persino la stessa Midda Bontor non mancò di apprezzare con sincerità un simile commento, non equivocandone la natura e, altresì, subito comprendendone la reale chiave di lettura, assolutamente diversa che sarebbe dovuta essere considerata propria del medesimo entro quei confini, in quelle terre così lontane da quelle da lei solitamente attraversate.
A differenza di quanto imperante nelle mentalità e nelle tradizioni di molti altri regni, non solo meridionali quali Kofreya, Y’Shalf o, peggio ancora, Gorthia, il patriarcato, e la conseguente subordinazione del ruolo femminile nella società, non erano mai stati elementi propri della cultura shar’tiagha, la quale, al contrario, aveva da sempre ricercato una chiara emancipazione per le proprie donne, offrendo loro, a tal fine, maggiori possibilità educative di quanto, paradossalmente, non sarebbero invece state proprie degli giovani maschi. Invero mai un uomo shar’tiagho avrebbe potuto desiderare accogliere qual propria sposa, propria compagna, una donna simile a serva nel proprio relazionarsi con lui, quietamente sottoposta al proprio virile imperio e in questo relegata, tutt’al più, al ruolo di semplice strumento di diletto sessuale o di riproduzione, dove un tale pensiero, una fantasia pur propria di molte altre culture, e in alcuni confini addirittura tutelata e promossa persino a livello legislativo, avrebbe potuto solo rappresentare occasione d’indescrivibile vergogna, in Shar’Tiagh, per lo stesso marito, trasparentemente indegno, in tal senso, di meritarsi una compagna migliore. Solo quali complimenti, pertanto, avrebbero dovuto essere, e vennero, accolti tali apprezzamenti anche dal severo punto di vista femminile della Figlia di Marr’Mahew, la quale, in uno scenario diverso da quello offertole avrebbe sicuramente rifiutato certe espressioni, ma che, allora e altrimenti, non poté ovviare a un ampio sorriso verso il proprio compagno.

« Naturalmente mi sono permesso di definire come, attualmente, sebbene non sposata, tu non debba comunque essere considerata propriamente disponibile per eventuali corteggiatori… a meno di non desiderare entrare in competizione con me. » aggiunse Be’Sihl, aggrottando la fronte « E loro hanno commentato che, nonostante il bacio, tu non appaia particolarmente entusiasta di me, dal momento in cui risulti ancora chiaramente indecisa fra l’uccidermi o no. »
« Se anche loro avessero visto quello che ho visto io, non troverebbero questa situazione così divertente! » rimproverò la donna, storcendo le labbra verso il basso a quell’ultima considerazione, pur utile a riportarla, rapidamente, a contatto con la spiacevole realtà non ancora chiarita « Non è stato gradevole osservare una freccia conficcarsi nel tuo cr… »

Quell’ultima asserzione, allora, restò suo malgrado in sospeso, nel ritrovare l’attenzione della mercenaria abbandonare l’amato per ritornare, rapidamente, a valutare coloro precedentemente considerati quali nemici, assassini dello stesso locandiere, e l’intero ambiente lì circostante, nell’offrire, ora, particolare attenzione anche agli affossamenti dai quali essi erano emersi in naturale e necessaria risposta alla sua azione d’attacco contro uno di loro. E solo in quel momento, in conseguenza alle proprie stesse parole, si rese conto di un particolare stonato per il quale non evitò di rimproverarsi di non aver maturato immediata consapevolezza, evidentemente ancora scossa nel proprio intimo per poter risultare razionale e analitica come, quotidianamente, sarebbe stata invece solita apparire nel confronto con ogni situazione, con ogni possibile interlocutore, alleato o avversario che egli si sarebbe potuto definire.

« Per Thyres… » imprecò, a denti stretti, nel confronto con quell’apprezzata e pur tutt’altro che godibile conferma del frangente di follia precedentemente vissuto « Non ci sono frecce, né archi o balestre... »

martedì 23 febbraio 2010

774


N
el ritrovarsi quale inatteso e potenziale obiettivo nella furia della propria compagna, Be’Sihl arrestò di colpo i propri passi, levando le mani ai lati del corpo per dimostrarsi del tutto inerme verso di lei, nel mentre in cui, al contrario, i sei shar’tiaghi ancora presenti attorno alla mercenaria tornarono, rapidamente, a risollevare le proprie armi e a ricollocarsi in posizione di guardia, per essere pronti a difendersi dal pericolo ancora da lei chiaramente rappresentato. Per quanto essi non avessero possibilità di comprendere i particolari propri del confronto verbale fra i due, infatti, perfettamente trasparente anche alla loro attenzione sarebbe comunque stato l’implicito proprio del gesto della donna verso il nuovo giunto, il cugino inizialmente non riconosciuto e, suo malgrado, scambiato insieme alla compagna quale un predone, un brigante del deserto, commettendo a discapito della coppia lo stesso errore reciprocamente rivolto a loro riguardo.

« Per l’amore di tutti gli dei, Midda… stai delirando! » esclamò il locandiere, osservandola in un misto di preoccupazione e timore, ben conoscendo le capacità proprie di lei e, in questo, non potendo fare a meno di provare giusta e necessaria ansia per quella spiacevole situazione in cui, senza colpa alcuna, violentemente gettato « Non so in conseguenza di cosa, forse il caldo, forse la stanchezza del viaggio… ma non sei attualmente lucida, non hai il pieno controllo sul tuo stesso senno. Ti prego: abbassa la tua arma, prima di poter agire in un modo del quale, a posteriori, potresti avere di che pentirti… »

Ma dove anche sul volto della donna guerriero un chiaro sentimento di confusione, di disagio, sarebbe potuto essere individuabile, necessaria conseguenza di quell’impossibile resurrezione, assoluta lucidità sarebbe invece potuta essere ritrovata nei suoi gesti, nella sua decisa forza interiore, in conseguenza della quale avrebbe potuto dichiarare guerra a qualsiasi oscuro stregone, a qualsiasi diabolico demone si fosse mai rivelato, altresì, essere quell’inganno di vita offerto al proprio amato, dal momento in cui impossibile sarebbe stato considerare quale semplice frutto del delirio l’orrida scena dinnanzi alla quale si era ritrovata ad essere spettatrice. Così, le parole di Be’Sihl scivolarono sulla sua pelle, in contrasto alla sua coscienza, quali semplici gocce di pioggia, non offrendole alcuna ragione di interesse, o di turbamento, maggiore rispetto a quello già vissuto per la sua semplice presenza lì, innanzi a lei.

« Demordi dal tuo inganno, stregone… rinuncia all’illusione della quale vorresti pormi vittima, dal momento in cui mai accetterò di arrendermi remissiva alla tua minaccia, alle tue malefiche arti. » replicò la donna, facendo roteare la propria spada attorno ai propri fianchi, quasi a volerne indicare assoluto possesso, pieno controllo, senza alcuna pur minima intenzione di lasciarla andare come altresì auspicato da parte dell’interlocutore « E fuggi. Fuggi finché te ne è ancora concessa la possibilità, finché la vita è ancora concessa alle tue membra. »
« Mia signora, amor mio. » scosse il capo l’uomo, restando immobile, non procedendo ulteriormente verso di lei, ma, neppure, ritraendosi, neppure rinunciando alla posizione conquistata, nel mantenere ancora le braccia aperte ai propri lati, a insistere nel proporsi quale assolutamente inerme, indifeso nell’ipotetico confronto con lei « Guardami. Guardami! Sono io. Non vi è alcuno stregone. Sono io! »
« Taci! » intimò la mercenaria, storcendo le labbra verso il basso.

Impossibilitata ad accettare quanto ora proposto al suo sguardo, dove palesemente in contrasto con quanto, invece, pocanzi osservato, ella si trovava in una posizione estremamente spiacevole, là dove difficile sarebbe risultata, al suo cuore, l’idea di poter levare la propria lama bastarda in contrasto proprio a quell’immagine, a quell’uomo sì amato e per poter considerare ancora vivo il quale avrebbe stretto patto con qualsiasi divinità, per quanto impossibile sarebbe comunque stato sovvertire l’ordine naturale della vita, e in questo ridonare animazione a un cadavere a meno di non privarlo della propria anima, della propria coscienza, condannandolo alla tremenda ed eterna agonia propria della non morte.

« Sono io, ti dico. » insistette il locandiere, dimostrando in tal tenacia, sia un animo indubbiamente audace, sia un cuore altrettanto certamente innamorato, dal momento in cui, chiunque altro, al suo posto, avrebbe probabilmente già rinunciato, arrendendosi di fronte alla minaccia della donna guerriero e ritraendosi da lei e dalla possibilità d’azione della sua spada « Sono il tuo buon Be’Sihl… l’uomo che, per anni, ha composto ogni genere di affettati a forma di fiore per riuscire a strapparti un qualche sorriso a colazione, per riuscire a incitare il proporsi di una pur effimera gioia in te, sul tuo viso tanto abituato alla durezza, alla severità, da dimenticare troppo spesso la dolcezza implicita della sua stessa natura. »
« Arretra… allontanati, falso simulacro. » minacciò ella, ora avanzando, lei stessa, nella sua direzione, arrivando a puntare, in questo, con la punta della propria lama sul collo di quell’immagine dell’uomo amato e perduto « Arretra o muori! »

A quella mossa chiaramente offensiva, i sei offrirono immediata reazione, nel dimostrare una fedeltà ammirevole e disinteressata per la sopravvivenza del proprio ritrovato cugino. Ma ad arrestarne il cammino, nuovamente, si elevò la voce dello stesso Be’Sihl, il quale espresse poche sillabe nella propria lingua natia utili a richiedere ai parenti di non intromettersi, di frenare la propria solidarietà nei suoi riguardi, dove egli avrebbe preferito di gran lunga morire per mano della donna amata, piuttosto di vivere a discapito della medesima.

« Avanti. » invitò poi, tornando ad esprimersi verso la compagna nella lingua a lei nota « Avanti, fallo. Se credi di essere nel giusto uccidimi… perché, sinceramente, dopo tutto il dolore provato nel temerti morta la scorsa estate, in conseguenza di quel tuo sciocco piano, supplicherei tutti gli dei di offrirmi mille morti diverse, piuttosto che una sola possibilità di sopravviverti, di proseguire nella mia quotidianità senza la tua presenza al mio fianco. »
« Taci! » ripeté ella, ora, però, con tono più simile a quello di una supplica ancor prima che di un ordine, confusa, quasi stordita da quegli eventi, non potendo evitare di provare ora incertezza nel confronto con quanto precedentemente apparso tanto chiaro, tanto tremendamente palese al suo sguardo, nella morte dell’uomo per l’intervento di una freccia infame.
« Ti amo, Midda Bontor. » sussurrò l’uomo, avvicinando ora entrambe le mani al doppio filo della lama puntata contro il proprio collo, quasi a volerle concedere supporto, a sostenerla in quel confronto tanto duro, tanto aspro con un fato chiaramente avverso ad entrambi, nel non voler loro riservare occasione di quieta serenità così come a una qualsiasi coppia normale « Uccidimi ora, se lo desideri, perché fra un solo istante, le mie labbra cercheranno le tue… che tu lo voglia, oppure no. »

Visibilmente tremando in conseguenza del proprio conflitto interiore, offrendo, in tal modo, un’immagine la quale, probabilmente, mai alcun cantore avrebbe potuto considerare propria per la famigerata Figlia di Marr’Mahew, Midda restò assolutamente immobile in quel confronto con l’amato, reale o fittizio che egli fosse, non avendo la forza, la volontà, di affondare nelle sue carni il freddo metallo della propria spada, dove pur tremendamente semplice, naturale, sarebbe potuto essere in quel momento, richiedendole, banalmente, una semplice pressione, una lieve tensione nel proprio mancino.
E, in conseguenza di tale assenza di reazione da parte della donna, dopotutto trasparente dell’assunzione di una decisione, di un voto da parte della stessa nel confronto con quel dilemma, Be’Sihl volle rischiare il massimo azzardo, nel trasformare le proprie parole in fatti, la propria promessa in azione, guidando, delicatamente, la spada di lei, delicatamente afferrata nel piatto non tagliente della lama, a scivolare lontano dal proprio collo e, subito dopo, avanzando nella sua direzione, a coprire quei pochi passi che ancora li avrebbero dovuti considerare divisi, per potersi unire alle labbra amate, al corpo adorato, in un bacio e in un abbraccio carichi di una passione, di un amore tali da dissipare in lei ogni incertezza, da cancellare ogni dubbio dalla sua mente, nel farle comprendere come egli avrebbe dovuto essere giudicato non quale artefatto simulacro, quanto piuttosto il suo solo, autentico, compagno, ritenuto erroneamente e prematuramente morto.

lunedì 22 febbraio 2010

773


E
così come, solo nel rispetto della sua volontà, i cinque avevano avuto possibilità di opporsi a lei, di trascinarla lontano dal sodale precedentemente atterrato, ancora una volta solo in ottemperanza ai suoi stessi desideri essi persero improvvisamente il controllo sulla propria avversaria, nel momento esatto in cui ella giudicò sufficiente l’occasione offerta loro in proprio contrasto. Già sbilanciati in conseguenza dell’impeto del proprio stesso moto in sua opposizione, fu semplice per lei, quando desiderato, spingerli lontano da sé, semplicemente puntando di colpo il proprio corpo, imponendo improvvisa e inattesa tensione allo stesso e, in questo, erigendo in risposta all’impeto del gruppo un ostacolo ormai inatteso, non ritenuto possibilmente tale, contro al quale essi non poterono evitare di infrangersi, non diversamente dall’impeto delle onde del mare contro la solidità di un’alta scogliera.

« Siete troppo pochi per saziare la mia sete di vendetta, la mia bramosia di sangue… » ripeté ella, osservando i propri avversari sparsi attorno a lei, nuovamente stupiti, sorpresi dalle capacità proprie di quella donna sconosciuta, elegante nei gesti, nei movimenti, e pur, al contempo, trasparentemente carica di una ferocia disumana, qual solo avrebbe potuto offrirle energia per simili gesti, purtroppo per quei malcapitati del tutto incomprensibile alle loro stesse menti « Ma, ciò nonostante, cercherò di accontentarmi di voi, nel prolungare le vostre sofferenze fino a spingervi alla follia per quello che avete fatto, per l’offesa che avete levato contro Be’Sihl con l’ardire folle del vostro stesso gesto… »

Senza concedersi immediata resa, non desiderosi di chinare tanto facilmente il capo contro una presenza pur tanto dirompente, a turno, tutti e sei, cercarono allora contrasto con lei, a volte precipitandosi da soli in suo contrasto, altre, addirittura, cercando di travolgerla tutti insieme. Alcuna speranza, alcuna ulteriore e pur vana illusione, venne però loro riconosciuta nella violenza propria dei gesti della mercenaria, nella sua foga straordinaria, capace di tenere testa a tutti loro senza neppure cercare sostegno nella propria spada, mantenuta nella mancina più come un simbolo, più come una dimostrazione d’intenti, una promessa per un futuro mai eccessivamente prossimo, che per un’effettiva volontà di utilizzo nel mentre di quello scontro, nel corso del quale sarebbe risultata, dopotutto, assolutamente vana, superflua. A ogni movimento offertole in contrasto, ella si proponeva, di volta in volta, praticamente perfetta, quasi alla sua mente fosse concessa la possibilità di anticipare la volontà dei propri avversari, di conoscerne i pensieri ancor prima che essi potessero essere tramutati in azioni in suo contrasto, e in questo negando loro ogni speranza di prevalsa: il suo destro pugno di metallo, la solidità del pomo della spada ormai estensione del suo braccio sinistro, le sue forti gambe e, persino, il suo stesso cranio, si dimostrarono sempre pronti in reazione ad ogni tentativo a lei avverso, arrestando ogni mossa offensiva e, subito, a essa replicando con foga pur sempre controllata, energia evidentemente frenata, là dove, in tanta bravura, in tanta straordinaria capacità guerriera, tutti e sei sarebbero potuti essere rapidamente uccisi da una simile divinità della guerra senza alcuna possibilità di scampo, se solo ella lo avesse desiderato. In simile frangente, in conseguenza di tale drammatica lotta, simile a quella di un granello di polvere in contrasto alla supremazia dei venti, a nulla sarebbero mai potute valere anche le loro armi, le lame che, nella forma di corte spade o lunghi pugnali, ricercarono in più riprese un contatto con le sue carni, senza in questo, ovviamente, ottenere mai soddisfazione, poter mai godere del calore di quelle forme, di quel sangue, ritrovando ogni affondo, ogni fendente, quasi sempre, apparentemente ineluttabilmente, rivolti all’aria, al nulla dietro di lei, o, in qualche rara occasione, persino arrestati nei propri intenti dal destro o dalla spada bastarda di lei, deviati nelle proprie traiettorie per essere posti lontano da obiettivi mortali.
Nessuno, fra quei presunti briganti, sicuri assassini, avrebbe probabilmente dovuto essere considerato quale uno sprovveduto, un incapace posto per la prima volta a confronto con un combattimento vero. Ciò nonostante, in competizione con la Figlia di Marr’Mahew, la cui leggenda, la cui fama, ancora non aveva avuto occasione di giungere fino alle terre shar’tiaghe, a poco o a nulla tutta la loro abilità sarebbe mai valsa, non in una condizione normale, di confronto sereno, tranquillo, con lei, così come sarebbe potuto essere in assenza di quel crudele omicidio, non, tantomeno, in conseguenza alla morte di Be’Sihl, all’uccisione di colui che forse sarebbe dovuto essere considerato l’unico vero amico rimasto alla donna guerriero, nonché suo attuale amante e amato. La confidenza da lei dimostrata con l’arte della guerra, ben lontana dall’essere frutto dell’impegno dei cantori nell’esaltarne il nome, non avrebbe potuto mai consentire loro occasione di vittoria e, di questo, tutti se ne resero probabilmente subito conto, continuando ugualmente a impegnarsi contro di lei nell’ubbidire all’inviolabile istinto di sopravvivenza, così come avrebbero proseguito a fare fino a quando, per lo meno, le loro energie, le loro forze, avrebbero loro consentito di fare.

« Non conosco alcuno dei nomi dei vostri dei… ma spero che nei versi incomprensibili che state continuando a pronunciare, vi siano elencati tutti, invocati per la salvezza delle vostre anime. » commentò la donna guerriero, iniziando, sinceramente, a stancarsi dell’obbligo autoimposto a frenare i propri colpi, a non ricercare il sangue dei propri nemici « Presto non avrete più neppure la forza di pregare. »

Un evento inatteso, però, si impose allora all’attenzione della mercenaria, pretendendone il totale interesse, richiamandone non solo l’udito, ma anche lo sguardo ed ogni altra percezione sensoriale, in questo, potenzialmente offrendola qual bersaglio per i propri nemici, nel concedere loro, forse, la sola possibilità che avrebbero mai potuto riservarsi per prevalere su di lei prima della fine altrimenti apparentemente inevitabile. Ma nessuno, in tal situazione, decise di approfittare di quella situazione, nel ritrovarsi, a loro volta, altresì attratti dalla stessa voce che aveva già catturato ogni emozione di sorpresa nella mercenaria, voce che, in effetti, proprio ai sei, e non a lei, sarebbe dovuta essere considerata dedicata, nell’esprimersi nella lingua shar’tiagha per loro natia.

« … non… non è possibile… » sussurrò la donna guerriero, crollando a terra sulle proprie ginocchia, quasi privata, improvvisamente, inaspettatamente, di ogni energia, nell’osservare con occhi sgranati l’immagine di Be’Sihl, con stupore ampiamente superiore a quello che avrebbe mai invece offerto a un qualsiasi spettro, dove, in fondo, nella propria carriera si era già ritrovata in diverse occasioni costretta a fronteggiare spiriti di ogni genere, di ogni natura.

Ma non fantasma egli sarebbe dovuto essere allora giudicato, quanto, piuttosto, vivo, vegeto e assolutamente illeso, accorso fino al luogo del combattimento insieme ai loro cavalli, per offrire verbo verso il gruppo dei suoi assassini, dei suoi presunti assassini, i quali, nell’ascoltarlo, nell’offrigli ragione, acquietò il proprio spirito guerriero, chinando le armi e rispondendogli prima con aria incerta, dubbiosa, e poi con, addirittura, aperta gioia, scoppiando a ridere e levando le braccia in suo saluto.

« Dannazione, Midda! » esclamò, subito dopo, il locandiere, rivolgendosi ora in una favella a lei nota, e guardandola con aria stupita, preoccupata e, al contempo, divertita « Che cosa ti era preso? Stavi per ammazzare i miei cugini… e per fortuna che avevi promesso di non fare loro troppo male! »
Ancora bianca in volto, per l’umano sconvolgimento derivante da simile confronto, la mercenaria si ritrovò a esprimersi in un modo per lei solitamente estraneo, balbettando con voce strozzata: « Tu… tu eri morto… »
« Morto?! » strabuzzò lo sguardo, a propria volta, anche l’uomo, chiaramente colto in contropiede da simile affermazione, smontando subito dopo da cavallo e muovendosi con passo rapido verso di lei, nel dimostrare preoccupazione per l’isteria di cui ella stava offrendo chiara riprova, forse vittima di un colpo di sole, « Mia amata… io sono qui, dinnanzi a te, assolutamente vivo. Guardami, toccami: sto bene, non mi è accaduto nulla. » tentò di dimostrarle, tendendosi con delicatezza, con dolcezza, in sua direzione.
« Io… ti ho visto morire… ho visto una freccia… una freccia conficcarsi nel tuo cranio! » replicò la donna guerriero, ancora apparendo pallida sotto l’impietosa luce del deserto e pur, improvvisamente, riconquistando le energie prima perdute, nel risollevarsi rapida da terra e nel balzare indietro, a mantenere distanza fra sé e il proprio interlocutore, levando fra loro, orizzontale e tesa, la lama della propria spada bastarda, nel concedersi incerta, forse, addirittura, spaventata « Non ti avvicinare. Non ti avvicinare a me se ci tieni alla vita! »

domenica 21 febbraio 2010

772


I
mpossibile, in quel momento, in conseguenza della furia propria della mercenaria, sarebbe potuto essere definire con precisione se qual terribile sciagura o, piuttosto, straordinaria fortuna avrebbe dovuto essere accolta la promessa da lei similmente formulata, quell’impegno non a una rapida morte per i propri avversari, quanto, piuttosto, a una prolungata sofferenza. Qual terribile sciagura, in verità, non avrebbe potuto evitare di essere giudicata nel confronto con il pensiero, con l’orrore, della sorte a cui ella avrebbe potuto allora votare i colpevoli dell’assassinio di Be’Sihl, là dove, effettivamente, una subitanea conclusione imposta alle loro esistenze sarebbe stata una pena estremamente lieve, una grazia loro concessa che non avrebbe permesso loro né di comprendere l’incredibile errore commesso nell’inimicarsi una figura quale quella della Figlia di Marr’Mahew, né di rimpiangere il giorno stesso della loro venuta al mondo, come, altresì, la donna desiderava potessero presto impegnarsi a fare. Al contempo, però, qual straordinaria fortuna non avrebbe egualmente mancato di apparire, di proporsi, soprattutto nel confronto con l’inatteso sviluppo che, a tutto quello, a tanta ira da parte della mercenaria, sarebbe presto conseguito, disordinando, rivoluzionando la scena in maniera tanto radicale da non poterle riservare alcuna occasione di previsione a simile proposito, e, in questo, comunque tale da spingerla a ringraziare la propria affezionata divinità per non aver negato troppo velocemente la vita ai propri avversari, in quello che, allora, sarebbe potuto divenire un imperdonabile errore.
Al momento in cui, comunque, ella si stava finalmente precipitando in contrasto al proprio obiettivo, alcuna idea, alcuna pur vaga supposizione, sarebbe mai potuta esserle propria nel merito del futuro prossimo che l’avrebbe attesa e sorpresa e, in questo, sol nel desiderio di non rifiutare a quell’assassino la necessaria sofferenza qual punizione per il proprio delitto, mantenne relativamente tranquilla la propria lama bastarda, preferendo avventarsi sulla controparte ancor prima con l’impeto dei propri pugni, e del proprio destro in nero metallo, ancor più che con la letale delicatezza della propria spada.
In tal modo impetuosamente attaccato, l’uomo, qual tale si rivelò essere una volta scoperto dal proprio telo, dal manto utile a offrirgli mimetizzazione in quel paesaggio monotono e ripetitivo, non mancò di accoglierla con sorpresa, con stupore, gridando in suo contrasto, o in sua supplica, versi incomprensibili all’attenzione della mercenaria e cercando, contemporaneamente e istintivamente, di difendere il proprio viso con entrambe le braccia, per porlo in salvo dalla furia omicida della propria inattesa avversaria qual parte più preziosa, più delicata, del suo intero corpo, soprattutto nel confronto con la ferrea durezza dei colpi da lei così menati. Ma, per quanto imperante sull’uomo, nell’essersi letteralmente precipitata sopra il suo corpo prima che egli potesse avere occasione di risollevarsi dalla sabbia sulla quale era rimasto sdraiato e protetto fino a quel momento, ella si propose del tutto disinteressata, in verità, il volto dello stesso, da lui pur tanto naturalmente protetto, nel preferire dirigere la violenza dei propri pugni in contrasto al suo addome, là dove maggior foga con minor danno avrebbe potuto riversare, evitando di correre il rischio di frantumare, pur involontariamente, il suo cranio e spingerlo, in ciò, ad un rapido incontro con i propri dei.

« A Be’Sihl non hai offerto occasione di gridare… ignobile cane indegno persino di essere definito tale! » sussurrò la mercenaria, a denti stretti, in risposta ai gemiti emessi dal proprio nemico, sforzandosi, con sincero impegno, di non ricercarne subito il sangue nel voler, effettivamente, mantenere fede al proprio impegno, a quella promessa di dolore e patimento ancor prima che di morte che pur, in quel momento, avrebbe volentieri infranto non qual favore verso il proprio avversario, quanto piuttosto qual ragione di soddisfazione per se stessa, per la propria bramosia di vendetta.

Superato l’inevitabile stupore iniziale, lo sconforto umano e naturale nello scoprire tanta reattività, tanta furia propria nell’animo della loro nemica, dopo pochi istanti, offrendo una reazione pur attesa, prevedibilmente invocata, da parte della stessa Figlia di Marr’Mahew, numerosi altri volti, sia maschili che femminili, non mancarono di emergere dal terreno lì attorno, simili a talpe o a conigli in fuga forzata dalle proprie tane, dai propri rifugi, per gettarsi, disordinatamente, in soccorso al loro sodale similmente offeso, in contrasto a quella sfrenata avversaria, catapultandosi, a tal fine, letteralmente sopra di lei, nel desiderare separarla dal loro compagno e, così, arrestare quello frenato attacco prima di un qualche irrimediabile danno a discapito del malcapitato, del carnefice divenuto improvvisamente vittima sotto l’azione della mercenaria.

« Eccovi, maledetti… » sorrise ella, lucida, controllata nella propria risposta a quella carica, non cercando di resistere all’impeto della stessa ma, altresì, assecondandola, quasi fosse una corrente marina, per non esserne travolta ma, al contrario, per cavalcarla sfruttandone la stessa energia « Quanti siete?! Dieci? Venti? Avanti… venite tutti… accorrete, così che la mia lama possa porre fine alla vostra genia con voi e alcun improbabile erede possa mai avere occasione, in futuro, di commettere l’errore da voi oggi compiuto. »

Al di là di quelle ultime parole, da intendersi più quale uno sfogo psicologico per lei ancor prima che un concreto invito ai propri avversari, dove essi sarebbero stati del resto incapaci di comprenderne la lingua, di accogliere il significato di sconosciuti significanti quali quelli che ella stava presentando al loro indirizzo, una corretta stima sulla composizione del gruppo avrebbe dovuto essere considerata quella inizialmente formulata e non quell’ultima così invocata, ritrovandoli effettivamente nel numero di sei, quattro uomini e due donne, e non in quantità superiori, non in una schiera maggiore e, sinceramente, bramata da parte della donna guerriero, nella sua ricerca di sangue, nel suo attuale desiderio di morte.
I sei in tal modo propostile quali avversari, si dimostrarono immediatamente tutti caratterizzati da chiari elementi di moda shar’tiagha, quali lunghi capelli neri composti in sottili treccine, più o meno abbondante presenza di monili dorati ad ornare i loro corpi, circondandone le braccia e i polsi, le caviglie e i colli, nonché piedi immancabilmente scalzi, anche nel confronto con il calore che sarebbe dovuto essere considerato proprio di quel particolare terreno: ciò nonostante, non tutti proposero i tratti caratteristici di un sangue completamente shar’tiagho, tipici della fisionomia di quel regno, quali tratti sottili, zigomi alti, nasi e menti marcati, quasi appuntiti, dominanti solo in quattro dei presenti a quell’agguato, offrendo accanto a loro spazio anche a forme più morbide, pelle ancor più scura di quella pur naturalmente bronzea, tratti meno severi e corporature più massicce, indicanti, così come era sempre stato nel caso proprio di Be’Sihl, la presenza di almeno un genitore, o un antenato, di origine esterna a quei confini, a quella nazione. Nell’essere abituata, per propria indotta natura, derivante dal mestiere da lei quotidianamente professato, qual mercenaria e avventuriera, a cogliere rapidamente ogni particolare dei propri avversari, dove solo in tal modo avrebbe potuto anche distinguerne gli inevitabili punti di debolezza comprendendo come attaccarli e sconfiggerli, Midda Bontor non poté allora mancare di denotare simile curiosità, tale affinità in due membri di quel gruppo, un uomo e una donna, con quanto per lei pur naturale nell’esempio offertole da parte del locandiere: ciò nonostante, non fu quel dettaglio a ritrovare in lei una qualche, effettiva, ragione di interesse, quanto piuttosto l’evidenza del loro ristretto numero, della scarsità tanto palese delle loro forze in suo, ipotetico, contrasto.

« Troppo pochi… siete troppo pochi! » contestò pertanto la donna guerriero, storcendo le labbra a voler concedere trasparente dimostrazione di insoddisfazione per un contingente tanto compatto, là dove, nella propria sete di vendetta avrebbe preferito un battaglione più fornito, forse, addirittura, un intero esercito.

Una conclusione, la sua, tutt’altro che derivante da egocentrismo, da una qualche sopravvalutazione delle proprie capacità o una sottovalutazione di quelle dei propri avversari, dal momento in cui, dove anche, nel mentre di quella carica, solo in cinque essi si stavano già proponendo apparentemente quali predominanti su di lei, tale effimero risultato sarebbe dovuto essere giudicato possibile solo in conseguenza della stessa volontà della mercenaria e non in virtù di una qualche, effettiva, superiorità propria di quel gruppo, che mai, loro malgrado, avrebbe invece potuto riservarsi una qualche possibilità di vittoria contro un nemico tanto formidabile e, ancora, non compreso qual tale.

sabato 20 febbraio 2010

771


« S
ono pronta a scommettere persino un’intera notte di straordinari amorosi, che non hai proposto loro neppure una delle parole da me formulate. » sorrise ella, sorniona e scherzosa verso il compagno, non appena egli terminò il proprio proclama verso il pubblico ancora non chiaramente distinguibile e pur certamente presente, scuotendo appena il capo in segno di rassegnazione per l’assenza di collaborazione sì riservatale da parte dell’uomo.
« Il concetto espresso era del tutto comparabile… » replicò l’uomo, sfuggendole giocosamente con lo sguardo, effettivamente reo di aver alterato la forma adottata da lei e giudicata eccessivamente severa verso un qualunque interlocutore, attaccabrighe qual pur, ella, desiderava essere in quel momento, bramosa di un’occasione di scontro come da troppi giorni non le stava venendo concessa, suo malgrado « Ho dovuto leggermente modificare il significante solo per adattarlo alla lingua shar’tiagha. Sai, non è semplice offrire una traduzione precisa: si tratta, in fondo, di culture estremamente diverse. » insistette, ovviamente non per giustificarsi ma solo per intrattenersi con lei in quel ludo verbale.
« Ah… certo, comprendo. » annuì la mercenaria, arricciando le labbra con aria pensierosa, per quanto simile espressione non sarebbe risultata evidente all’interlocutore a causa del copricapo indossato, di quella lunga striscia di cotone avvolta in maniera particolarmente complessa attorno al suo capo « E come si dovrebbe tradurre: “Questa notte finisci in bianco?” »
« Non credo che sia possibile… » obiettò il locandiere, accarezzandosi appena il mento con espressione forzatamente dubbiosa « E’ un concetto completamente assente nella nostra cultura. » approfondì subito dopo, offrendo alla compagnia un ampio sorriso malizioso « Mi spiace per te… »
« Razza di sbruffone! » rispose la donna « Se non mi avessi trascinata di prepotenza fino a quest’angolo sperduto di mondo, persino più deserto rispetto alla mia veglia funebre, vedresti come ti rimpiazzerei rapidamente, imbroglione che non sei altro. » lo minacciò, cercando di risultare seria nei propri toni, salvo, subito dopo, esplodere in una fragorosa risata, divertita in quello scambio di battute con il proprio amante.

Un sibilo, improvviso e inatteso, pose allora e purtroppo violenta fine a quella genuina ilarità, nell’accompagnare il moto rapido e irrefrenabile di una freccia a conficcarsi, con violenza, nel cranio nell’uomo, penetrando in profondità in esso attraverso la cavità oculare destra del medesimo. Alcun dolore e, in effetti, alcuna occasione di consapevolezza fu, in quel mentre, concessa all’uomo per prendere coscienza della propria fine, della propria sopraggiunta morte, dove questa si affermò con tanta rapidità, incredibile impeto, da negargli la vita con la stessa banale semplicità con cui, al mattina presto, una goccia di rugiada avrebbe saputo scivolare lungo uno stelo d’erba per scomparire nel terreno, svanendo quasi non fosse mai esistita. Dolore e consapevolezza, al contrario, furono invece propri della mercenaria, della Figlia di Marr’Mahew, che a tal vista, a simile spettacolo, non poté evitare di gettare un alto grido verso il cielo, un ululato, forse, o un ruggito, più propriamente, tale da poter forse giungere a scuotere gli stessi dei dai loro celestiali troni, per attrarne l’attenzione verso quel piccolo, dimenticato, canto nell’infinito ed eterno universo, là dove, ormai, alcuna serenità, alcuna pace, avrebbe più potuto imperare ove pur, fino a pochi istanti prima, sol quieto deserto avrebbe dimostrato ivi la propria presenza.
Trasformando immediatamente il dolore in rabbia e la rabbia in desiderio di morte, la donna guerriero si stracciò, letteralmente, la veste di dosso, per concedere alle proprie membra assoluta libertà di movimento, cinte, come di consueto, dai suoi pantaloni sdruciti e dalla sua casacca priva di maniche ma con annesso cappuccio. Sì liberata, quasi fiera affamata privata delle proprie catene e gettata in un arena, ella sguainò allora la propria lama e proiettò le proprie forme in una corsa decisa, nella stessa direzione percorsa dalla freccia ma in senso contrario alla medesima, per poter così raggiungere l’origine di quel dardo letale e imporre la propria legge di morte su colui o colei che tanto aveva osato. Alcuna lacrima, in quel momento, sarebbe potuta essere individuata sul suo volto e, paradossalmente, neppur ulteriore pena sarebbe potuta essere ricercata nel suo cuore dall’istante stesso in cui il suo volto, i suoi neri capelli corvini, la sua chiara pelle bianca, ornata di lentiggini, così come le sue braccia, il mancino decorato da numerosi tatuaggi tribali in tonalità di azzurro e blu e il destro, invece, sostituito da freddo metallo nero dai rossi riflessi, erano stati posti nuovamente a contatto con la luce del giorno e quell’azione di controffensiva aveva avuto origine: una freddezza, quella da lei in tal modo dimostrata, che non sarebbe dovuta essere erroneamente confusa, considerata qual manifestazione di disinteresse, di disaffezione, per l’amato assassinato, per il compagno perduto, quanto, piuttosto, l’inevitabile frutto di un’intera esistenza trascorsa a contatto con la morte ancor prima che con la vita, e che, in questo, l’aveva temprata, similmente all’azione del martello di un fabbro sul metallo incandescente, non solo per porla in grado di fronteggiare ogni ostilità, ma anche ogni avversità del fato, qual la perdita di una persona cara, addirittura amata. Una capacità, quella da lei similmente maturata, che l’avrebbe quindi resa capace di cercare subito rivalsa sugli assassini di Be’Sihl, sui vili codardi che da distanza avevano preferito imporre su di lui quel fato di morte, ma che mai sarebbe dovuta essere considerata qual capace di negarle il dolore, la pena, che pur l’avrebbe poi dominata al termine di quel confronto, alla conclusione di quella battaglia, aggiungendo l’ennesimo nome a quella lista, dannatamente troppo lunga, di compagni e amici uccisi in conseguenza della sola colpa di esserle stati troppo vicini, di averla osata amare.

« Ho una notizia cattiva e una pessima per voi. » sussurrò, come a volersi rivolgere, effettivamente, ai propri avversari.

Per quanto ancora non avesse avuto successo nell’identificarli, nell’individuarli all’interno di quel paesaggio sabbioso, estremamente capace di ingannare l’occhio e celare, entro le proprie forme, infinite insidie senza offrirne il benché minimo avviso, la Figlia di Marr’Mahew si stava offrendo in loro contrasto animata da un desiderio troppo vivo, troppo intenso, per poter concedere loro una qualche possibilità di salvezza, per poter riservare loro una qualche occasione di fuga, e se anche, pur vero, sarebbe dovuto essere considerato il pensiero del suo insuccesso nell’avvertire la freccia o, assurdamente, nell’arrestarne il cammino prima che essa potesse giungere a trafiggere tanto violentemente, tanto impietosamente, il suo bersaglio, in maniera del tutto paritaria non sarebbe potuto essere ignorato come ella avesse avuto comunque occasione di seguirne la traiettoria e, in questo, di raccogliere dati sufficienti per maturare coscienza nel merito della posizione dei propri nemici, sull’effettiva distanza che avrebbe dovuto essere considerata esistente fra loro qual logica conseguenza della moto di quel dardo nel tratto finale del suo letale tragitto.

« La notizia cattiva è che oggi soffrirete di un dolore tale del quale mai, prima, avreste potuto supporre l’esistenza: sarà lungo, angosciante, straziante, tale da spingervi a supplicarvi di offrirvi la grazia di una rapida morte. » proseguì, a denti stretti, dedicando simili parole più a se stessa, e al ricordo del compagno appena perduto, che effettivamente a degli interlocutori ancora celati al suo sguardo.

Niente e nessuno, in quel particolare momento, in quel triste frangente, avrebbe potuto mantenere separata la donna guerriero dal proprio obiettivo: fosse anche giunto l’intero esercito della Confraternita del Tramonto, e si fossero schierati in sua opposizione decine, centinaia, migliaia di mercenari pronti a richiederne la vita ad ogni singolo passo, ella non si sarebbe mai fatta arrestare, non avrebbe mai permesso ad alcuno neppure di rallentarla, nell’aprirsi una via nel sangue e nelle viscere di qualsiasi nemico, per poter raggiungere al solo, vero assassino di Be’Sihl e poter tradurre in fatti gli intenti dichiarati in quella promessa tutt’altro che evanescente. E dove, dopotutto, alcun esercito si stava allora effettivamente schierando in sua opposizione, mai un qualche manto color della sabbia, per quanto abilmente realizzato, per quanto probabilmente perfetto al fine di camuffare il suo proprietario, sarebbe valso a proteggere chi da lei già similmente condannato.

« Quella pessima è che, purtroppo per voi, io non riuscirò a comprendere una sola sillaba di quanto pronuncerete… e in questo non sarò in grado di accontentarvi! » concluse, slanciandosi nella direzione del bersaglio ora, finalmente, individuato.

venerdì 19 febbraio 2010

770


S
e, infatti, la coppia avrebbe potuto giungere a Shar’Tiagh con maggiore comodità nel preferire la via del mare rispetto a quella della terra, in un’alternativa, per quanto comunque pericolosa, sicuramente più gratificante per la Figlia di Marr’Mahew, da sempre legata alle infinite distese azzurre e alle loro leggi, alle loro regole prive di ambiguità, prive di possibilità di inganno, dinnanzi alle quali chiunque, fosse egli l’ultimo dei mendicanti o il primo dei sovrani, avrebbe dovuto offrire rispetto o perire sotto la violenza delle sue onde, quello attraverso il deserto era stato ragionevolmente giudicato quale il percorso più rapido. Loro desiderio, del resto, non sarebbe dovuto essere superficialmente ritenuto qual volto a raggiungere, semplicemente, il regno shar’tiagho nella sua generalità, quanto piuttosto un piccolo villaggio posto nella sua area sud-occidentale, l’insediamento proprio della famiglia di Be’Sihl, per spingersi fin al quale, attraverso un percorso alternativo al deserto, avrebbero dovuto non solo risalire fino alla costa settentrionale del Paese, ma da lì ridiscendere successivamente lungo l’intera estensione del fiume maggiore, la cui foce sarebbe dovuta essere ricercata proprio in quel fronte nordico, e, ancora, inoltrarsi in uno dei suoi affluenti, proseguendo attraverso l’intero territorio proprio di quel reame, in un peregrinare che avrebbe loro preteso non meno di un altro mese di viaggio.
Indiscutibilmente qual più opportuna era pertanto apparsa loro la possibilità rappresentata dalla via della terra, in un percorso, dopotutto, già noto allo stesso locandiere, il quale, con il supporto rappresentato da una buona scorta di acqua e frutta fresca, e la protezione loro offerta da lunghe vesti di cotone e litham quali copricapo, ad imitazione dell’abbigliamento proprio delle popolazioni nomadi dei regni del deserto, non avrebbe comunque potuto riservare loro alcun rischio, nella sola eventuale eccezione di un qualche prevedibile, e addirittura auspicabile così come sol sarebbe potuto essere accolto dalla mercenaria, furfantesco incontro, nell’inevitabile rispetto di quegli stessi caratteri comuni a ogni nazione, a ogni popolo, qual quello che, prevedibilmente, avrebbe ora offerto animazione alla coppia nell’ultima parte del loro lungo cammino.

« Non fare loro troppo male… » si premurò di raccomandare l’uomo, rispondendo sottovoce alla promessa concessagli dalla compagna « Ricordati che siamo pur sempre nel deserto, e che potrebbero anche morire di disidratazione se venissero privati della possibilità di ritornare al loro accampamento in tempi utili. »

Similmente e preventivamente rimproverata per l’eventuale danno che avrebbe potuto imporre a uomini e donne potenzialmente bramosi di privarli addirittura della vita solo per impossessarsi della loro acqua e dei loro viveri, se non anche dei loro ipotetici tesori, per quanto in una situazione qual quella, del confronto con il deserto, solo i liquidi avrebbero potuto riservarsi un qualche, effettivo, valore, Midda non poté evitare di sorridere con dolcezza verso il proprio compagno, prima di risollevare il litham a coprire bocca e naso a voler ovviare alla finissima sabbia, quasi simile a polvere, che pur, nel corso di un combattimento su un tale terreno, non avrebbe potuto mancare di levarsi in sua opposizione, in suo contrasto, ancor prima delle stesse armi dei suoi presunti avversari.
Un sorriso carico d’amore, quello allora a lui donato, là dove solo tenerezza avrebbe potuto dominare sul suo cuore nel confronto con tanta cortesia che pur Be’Sihl desiderava riservare ai loro nuovi avversari, così come, del resto, non aveva mancato di suggerire puntualmente in ogni occasione paritaria, per ragioni sempre diverse. Tale, dopotutto, era una delle doti che aveva da sempre maggiormente apprezzato in lui, una capacità, forse innata, di saper individuare anche nel peggiore dei soggetti elevatisi in sua opposizione, una qualche speranza di miglioramento o, anche, una qualche motivazione di benevola compassione, non perché privato, in ciò, di senso della realtà, di un contatto concreto con i mali del mondo, quanto, piuttosto, perché in grado di spingere il proprio sguardo sempre oltre, a cogliere il tenue raggio di luce che, immancabile, avrebbe segnato la fine della notte più scura, lo spiraglio di quiete che, puntuale, avrebbe preannunciato la conclusione della tempesta più terrificante. In effetti, ella si ritrovava spesso pensare come proprio in conseguenza di simile virtù, di tale prerogativa, caratteristica e caratterizzante in lui, lo stesso locandiere, tempo addietro, avesse accettato di offrirle fiducia e ospitalità, riuscendo, con la propria premura, con la propria cortesia, con il proprio continuo e dolce interesse, a dare origine a quell’affettuosa e complice amicizia ora sfociata in qualcosa di decisamente maggiore, nel riconoscere fin da subito, in lei, qualcosa di più rispetto a quanto apparente ed evidente, a quanto solitamente e limitatamente apprezzato dai suoi consueti interlocutori, normalmente incapaci di considerarla qualcosa di diverso da una figura potenzialmente ottima qual compagna di letto, ma oltre a questo probabilmente persino incapace a sostenere una qualsiasi conversazione di senso compiuto, nell’offrir, in tal pregiudizio, ragione a un mai confutato teorema di inversa proporzionalità fra l’acume di una donna e la sua circonferenza toracica.

« Non ti preoccupare… cercherò di essere il più delicata possibile. Anche se, in effetti, non dipenderà solo da me. » acconsenti, smontando da cavallo e decidendo, in tal gesto, di non procrastinare ulteriormente quel pur inevitabile appuntamento « Forza gente! » esclamò, subito dopo, ad alta voce, nel rivolgersi verso i propri ancor non visibili avversari, sicuramente ben camuffati nella necessità di confondersi con l’ambiente circostante, con la sabbia lì presente « So che siete lì… e se anche non starete comprendendo nulla di quanto io sto cercando ora di dirvi, vi prego di non tirare troppo per le lunghe questo affare: uscite fuori, provate ad attaccarmi, incassate qualche sana mazzata e poi lasciatevi ricadere a terra privi di sensi. Così saremo tutti felici e contenti! »

Alcuna risposta, prevedibilmente, si offrì allora qual reazione a quell’invito pur esplicito, pur diretto, che, per quanto forse non comprensibile a livello meramente verbale, avrebbe altresì dovuto essere considerato qual facilmente interpretabile a livello espressivo, dal momento in cui, con il linguaggio proprio del corpo, in una posizione eretta e fiera, nel mostrare le braccia aperte e tese in direzioni contrapposte, ancora prive dell’evidenza di un qualche armamento, la mercenaria non avrebbe potuto trasmettere nulla di diverso rispetto ad un invito a farsi avanti, ad affrontarla a viso aperto. Insoddisfatta, allora, dai propri avversari, in conseguenza di tanta reticenza a manifestarsi, a rivelare in maniera trasparente la propria presenza e, in questo, a ingaggiare aperto duello con lei, la mercenaria decise allora di incalzare in loro opposizione, ritrovandosi, suo malgrado, obbligata in ciò a coinvolgere anche il compagno in un ruolo di interprete, necessario là dove, suo malgrado, la conoscenza per lei propria della lingua shar’tiagha, avrebbe dovuto considerarsi limitata al saluto, pronunciato suo malgrado con un accento a dir poco tremendo nonostante il sincero impegno, da lei, posto nel cercare di apprendere l’espressione corretta e, da Be’Sihl, offerto per tentare di insegnarle tale nuovo idioma, una parlata, dopotutto, per lui natia.

« Be’Sihl… potresti, per bontà di Thyres, tradurre un paio di parole per il nostro tanto discreto pubblico? » domandò, quindi, all’uomo, tornando a volgere temporaneamente a lui la propria attenzione « Nulla di complicato. Solo: “Luridi figli d’un cane rabbioso. So che siete lì fuori e ci state osservando: mostratevi e provate ad affrontarmi, sempre che il timore di essere sconfitti da una donna non vi stia già negando ogni possibilità d’azione o di pensiero.” »

Il locandiere, sospirando e scuotendo il capo per la particolare scelta di vocaboli effettuata dall’amata, prese allora voce, formulando versi che, all’attenzione della mercenaria, apparvero quali suoni completamente inarticolati, completamente estranei al linguaggio sì dominante nel suo solito angolo di mondo, pur fondamentalmente condiviso fra diversi regni, con l’eccezione di qualche lieve modifica meramente stilistica. Affascinata e, persino, eccitata, in questo, la donna guerriero non avrebbe potuto pertanto negarsi di essere, nel constatare, finalmente, di essere riuscita a spingersi decisamente lontano da quei territori per lei ormai già noti, già conosciuti nei propri ritmi, nei propri usi e costumi, e in questo, forse, incapaci di poterla ancora sorprendere, di poterle ancora offrire sostanziale diletto se non in conseguenza di grandi imprese, di letali sfide oltre ogni umano limite, nell’averle, altrimenti, purtroppo negato il gusto della semplicità, delle piccole cose date usualmente per scontate, per ovvie, qual la banale comprensione reciproca, e ora, al contrario, venute a lei improvvisamente meno in quel semplice cambio di contesto.

giovedì 18 febbraio 2010

769


U
na consapevolezza nel merito della quale, a Midda Bontor, mai era stata concessa negazione, nonostante una maturata confidenza con l’umanità, e con le sue numerose civiltà sparse per l’intera superficie dei tre grandi continenti, Hyn, Myrgan e Qahr, sicuramente maggiore rispetto a quella propria della maggior parte dei propri simili, in virtù delle sue numerose avventure, dei suoi viaggi che, in età fanciullesca ancor prima che qual mercenaria, l’avevano vista vagare in molte direzioni, verso numerose e variegate mete, sarebbe dovuta essere considerata quella derivante dall’ineluttabile costanza dello stesso animo umano.
Indipendentemente dal colore della pelle, degli occhi o dei capelli, e da numerose altre caratteristiche fisiche o somatiche, o, anche, dalle tradizioni, dalle leggi, dalle culture, pur estremamente e fortunatamente eterogenei nei numerosi regni in cui il mondo conosciuto appariva spartito, alcuni parametri non avrebbero mai mancato di poter essere ritrovati in ogni dove, stabilendo, nel bene o, a maggior ragione, nel male, una base comune e inviolabile, utile, probabilmente, a definire il concetto stesso di umanità. Un fondamento il quale, allo sguardo di poeti e cantori, sarebbe stato speranzosamente individuato in sentimenti nobili, puri, quali l’amore, la fedeltà e il rispetto che, idealmente, non avrebbero mancato di unire qualsiasi popolo, qualsiasi famiglia, vedendo l’umanità offrire il proprio volto migliore proprio nel momento del bisogno, nella necessità, nella disgrazia, e in virtù dei quali mai sarebbe stato negato un aiuto reciproco, mai sarebbe stato rifiutato il soccorso a chi ne avesse domandato esigenza. Un fondamento il quale, però drammaticamente in opposizione a tale pur generoso quadro, difficilmente sarebbe stato realmente rintracciabile qual effettiva peculiarità del genere umano, sopperito meno gradevolmente dall’abuso, dalla prepotenza, dall’egoismo, che in ogni città, in ogni villaggio, in ogni sperduta pianura, o cima montuosa, avrebbero facilmente visto emergere e imporsi, fra i tanti, mercenari e assassini, ladri e prostitute, non diversi, poi, da quelli che, tanto ipocritamente criticati, affollavano quotidianamente le vie di Kriarya, città del peccato, lì particolarmente concentrati ed esplicitamente proposti qual tali, senza vane bigotterie di sorta. Nel rispetto di simile, pur gretto e volgare, tratto caratteristico del genere umano, tanto in Kofreya, quanto in ogni altro territorio attraversato dalla coppia nel corso di quel lungo viaggio, così come anche nei confini propri di Shar’Tiagh, mai la Figlia di Marr’Mahew si sarebbe potuta pertanto riservare occasione di sorpresa nel confronto con un’imboscata, con l’ipotesi dell’attacco di un gruppo di lestofanti stolidamente desiderosi di privarli dei preziosi o della vita, reagendo, pertanto, anche in quella terra lontana nello stesso modo che avrebbe proposto entro lande per lei più familiari.
Al di là di caratteri inevitabilmente comuni, quali quelli propri della presenza di assassini e mercenari, ladri e prostitute, difficile sarebbe stato invero porre su un medesimo piano il regno di Kofreya, da lei eletto qual propria casa sebbene non originaria di tale territorio, e il regno di Shar’Tiagh, terra natia di Be’Sihl Ahvn-Qa, là dove, almeno nei limiti di quanto le era già stato concesso di constatare e di apprezzare fino a quel momento, nel pur superficiale rapporto che aveva avuto occasione di instaurare con quella nuova realtà, le differenze esistenti fra tali realtà sarebbero state tali da giustificare il coinvolgimento di una decina di dotti studiosi da impiegare nella stesura di un intero trattato attorno a simile argomento. Geograficamente distanti, dove il primo sarebbe dovuto essere ricercato nell’estremità sud-occidentale del continente mentre l’altro avrebbe dovuto essere collocato in una posizione centro-orientale all’interno del medesimo, i due regni in questione si fondavano, in effetti, su storie, tradizioni, usi e costumi tanto distanti l’uno dall’altro al punto tale da rendere difficile da accettare che uno shar’tiagho, qual lo stesso Be’Sihl, pur esempio non unico e non raro, avrebbe mai potuto ritenere appetibile l’idea di trasferirsi a meridione come pur aveva scelto di fare, nel lasciare la propria terra e la propria famiglia, là dove, già semplicemente nell’analisi del medesimo territorio proprio dei due regni, di simili realtà, non avrebbe potuto venir meno l’evidenza di una viscerale differenza fra gli stessi.
Il regno di Kofreya, sotto un punto di vista geologico, avrebbe dovuto essere, probabilmente, considerato qual un territorio di origine vulcanica, forse addirittura emerso a forza dal profondo del mare in conseguenza della forza del fuoco, o forse, più semplicemente, lì sorto qual effetto collaterale di una bizzarra piega imposta su quell’angolo di continente per qualche violento movimento tellurico. Se a supporto della prima ipotesi, in effetti, non avrebbe potuto essere ignorata la vivace presenza di lava, magma incandescente, ancora imperante in tutto il suo territorio, non solo limitatamente alla regione maledetta, lì confinante, conosciuta qual Terra di Nessuno, dominata in tutta la sua superficie da vulcani instancabili, inarrestabili nella propria continua attività, ma addirittura anche nella profondità dello stesso sottosuolo kofreyota, in veri e propri fiumi di fuoco sotterranei, con i quali anche la donna guerriero aveva, suo malgrado, avuto occasione di personale confronto nel corso di una delle proprie avventure; a sostegno della seconda teoria, sarebbe potuta essere altresì presa in considerazione un’evidente e prepotente presenza di catene montuose in tutto il territorio del regno, imposta quale delimitazione tanto dei limiti settentrionali quanto di quelli orientali, gli unici ignorati dall’azione del mare, utile sì a proteggere in maniera naturale quell’area da possibili invasioni di civiltà ostili ma, al contempo, spiacevolmente frenanti anche nel confronto con eventuali mire espansionistiche proprie della stessa mentalità kofreyota, presenti negli animi di coloro lì regnanti al pari di quasi ogni altra nazione del mondo. E se anche, fra i pochi studiosi, i sempre più rari saggi desiderosi di comprendere la natura e le sue regole, simili alternative avrebbero sempre rappresentato ragione di diverbio, di dibattito pur non compreso, non apprezzato dalla maggior parte del resto della popolazione, del tutto indifferente a tale problema non considerato qual esistente o meritevole di attenzione, entrambe simili idee non avrebbero comunque dovuto essere considerate quali mutuamente esclusive, là dove, probabilmente, entrambe sarebbero dovute essere accolte quale una parziale narrazione dell’origine di quel territorio, in parte strappato al mare dalla forza dei vulcani, e in parte frutto di un qualche assestamento sismico pur utile e necessario nel generare l’imponente presenza dei monti Rou’Farth.
Il regno di Shar’Tiagh, al contrario, sotto un profilo strettamente geologico, non avrebbe potuto mai riservare ragioni di particolare diatriba fra gli studiosi, imponendosi, molto semplicemente, addirittura banalmente, al pari di una qualsiasi altra terra emersa, quasi appoggiata sopra il mare in conseguenza di un atto divino, imposto dall’alto dei cieli, ancor prima che sorta dalle profondità dei mari in virtù di un qualche strano movimento tellurico o dell’azione di vulcani. In conseguenza di un litorale orientale, completamente, e di un fronte settentrione, solo parzialmente nella propria metà volta a levante, votati al mare, nonché in virtù dell’assenza praticamente assoluta di catene montuose di sorta, utili a stabilire un qualche confine naturale così come in Kofreya, a eccezion fatta di un leggero promontorio disposto lungo il medesimo limitare orientale, in prossimità della stessa costa, ai governanti shar’tiaghi non era mai stata offerta una semplice possibilità di definizione e di difesa dei propri confini verso l’entroterra, confini condivisi con civiltà estremamente diverse quali, a settentrione, con i regni desertici centrali, a occidente, quella del regno di Far’Ghar, e, a meridione, quella del regno di Greeha. In un simile contesto, l’ampia superficie attualmente riconosciuta qual appartenente alla patria natale di Be’Sihl, avrebbe dovuto essere considerata limitata all’interno di una forma vagamente pentagonale, proponendo, entro tali confini, un territorio praticamente liscio e omogeneo nella propria conformazione, divisa a metà fra pianure verdi e fertili, in corrispondenza del suo fiume maggiore e dei suoi tre grandi affluenti, fortunatamente estesi in quasi tutto il territorio proprio del regno, e una crescente desertificazione nella restante parte, forse pur necessaria a ricordarne la prossimità con i regni desertici centrali e con l’inevitabile frugalità propria della vita in tal direzione.
Il particolare frazionamento esistente in Shar’Tiagh, nel dualismo proposto dalle terre coltivabili e dal mortal deserto, aveva così naturalmente negato ogni possibilità di insediamento, di vita umana, lontano dalle aree attraversate dai fiumi, benedette da tali presenze, vedendo decadere, in questo, persino il concetto proprio di province pur tanto caro a Kofreya e ad altri regni simili, e raggruppando tanto le grandi città, quanto i piccoli villaggi, lungo percorsi obbligati e delineati dalla comune presenza d’acqua, necessaria per il loro sostentamento, per la serena prosecuzione delle loro vite. In conseguenza di questo, quasi tutto il traffico commerciale, le carovane che in territori kofreyoti si sarebbero potute concedere la libertà di definire i propri sentieri, le proprie vie, facendo attenzione semplicemente ai pericoli che, di volta in volta, sarebbero potuti essere imposti a loro discapito, in Shar’Tiagh si sarebbero spontaneamente convogliati a loro volta lungo le vie fluviali, ritrovando sol raramente qualcuno interessato a sfidare il deserto e le sue insidie, umane e non, così come, loro malgrado, erano stati parzialmente costretti a compiere Midda e Be’Sihl nell’ultimo tratto del loro tragitto, del loro lungo cammino, nel non voler accrescere inutilmente la durata di un viaggio già eccessivamente impegnativo.