Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 31 marzo 2010

810


S
econdo il mito, in origine erano il cielo, Ur, e il mare, Ut.
Fratello e sorella, marito e moglie, amanti, complici, forse antagonisti, da loro tutto aveva avuto origine: mortale e immortale, finito e infinito, umano o divino. Nulla sarebbe potuto mai essere prima di loro, e nulla sarebbe eventualmente potuto sopravvivere dopo di loro, quali principi esistenziali dell'intero Creato, pilastri fondamentali ancor prima della vita e della morte, della luce e dell'oscurità, del bene e del male. Il cielo e il mare, in comunione costante, in conflitto eterno, non avrebbero mai potuto divenire una cosa sola, e pur, mai avrebbero potuto neppure ipotizzare di separarsi, ignorarsi, nel loro naturale contatto, nella continua e reciproca ricerca l'uno dell'altro, con l'estro, la passionalità propria della giovinezza, di due ragazzi inesperti alla scoperta dei propri corpi e dei propri sentimenti, e, pur, con la quotidianità, la fedeltà altresì caratteristica della maturità, di una coppia sposata da anni, perfettamente conscia di ogni reciproca esigenza, di ogni rispettivo difetto.
Dall'unione, forse incestuosa, e pur obbligata, fra Ur, il cielo, e Ut, il mare, primi fra tutti a esser generati furono la terra, Tu, e il fuoco, Ru: una prossima alla madre, perennemente adagiata con dolcezza e serenità nel suo generoso grembo, mentre l’altro vicino al padre, costantemente appeso alle sue possenti spalle e impegnato, in ciò, sorvegliare la propria stessa sorella, colmo di gelosia verso di lei, così benedetta nell'abbraccio delle acque del mare in un'occasione che a lui, purtroppo, sarebbe sempre stata negata in conseguenza della sua stessa, intrinseca natura. A placare i propri sentimenti, tanto contrastanti verso il lato femminile della propria famiglia, fu allora Ru, il fuoco, che, in origine, diede vita alle divinità originali. Concepite quali semplici occasioni di ludo, come solo sarebbero potute essere nelle sue mani, e pur così maestose, così possente, nell'essere dotate di tutta la forza guerriera propria della natura stessa che li aveva plasmati, esse si dimostrarono, purtroppo e forse inevitabilmente, anche caratterizzate da un animo particolarmente caotico, votato non alla creazione, alla vita o alla pace, quale sarebbe dovuta essere prerogativa di un dio, quanto più alla distruzione, alla morte e alla guerra.
Lotta e reciproca prevaricazione, in quei tempi, agitarono pertanto gli animi di quegli dei primordiali, divertendo il fuoco e, pur, contrariando sinceramente non solo la madre e la sorella, spesso costretta a ospitare sulla propria essenza le guerre scatenate da quelle creature inferiori, ma anche lo stesso padre, il quale avrebbe preferito maggiore serenità nella propria famiglia, in quel sogno, dopotutto, proprio di qualsiasi genitore. Tuttavia, per quanta pazienza, per quanta mitezza avrebbe mai potuto esser propria di Tu, la terra, anch'ella, alfine, giunse allo stremo delle proprie possibilità di sopportazione e, in questo, decise di rispondere al fratello con gli stessi mezzi da lui allora adoperati in suo contrasto: agli dei del fuoco, in conseguenza di ciò, fu contrapposta una nuova stirpe di dei della terra, non meno rozzi, non meno selvaggi, in verità, rispetto ai propri avversari, là dove, in fondo, creati non dalla saggezza propria della maturità, ma dall'impeto dell'infanzia, incapaci, in questo, di saper misurare le proprie energie, di saper gestire le proprie forze.
Il conflitto fu inevitabile e, per secoli, millenni, ere intere, in una concezione del tempo esterna a ogni possibilità di comprensione, quella prima generazione di divinità promosse una guerra senza quartiere, fino a quando, per lo meno, non fu l'intervento del cielo e del mare a riportare la serenità, nella distruzione di quegli dei tanto inutili, quanto chiassosi. Consapevoli, però, di non poter arginare l'indole creativa propria dei figli adorati, Ur e Ut, si presero l'impegno di offrir vita a una seconda generazione di divinità, indicando, in tal modo, la giusta strada, il metodo migliore a Tu e Ru, allo scopo di non creare più esseri tanto imperfetti, quanto creature degne dell'occasione e dello stato loro riconosciuto. In tal modo, quindi, ebbero origine tutti gli dei conosciuti, quali Oh'Sihr-Is e Ih'Sihd-Et, Ah’Nuba-Is e Ba’Seht-Et, ai quali furono offerti incredibili capacità di controllo sugli elementi propri del cielo, del mare, della terra e del fuoco, poteri che, però, non furono più adoperati per cercar guerra, così come era stato nell’epoca dei proprie predecessori, quanto, piuttosto, al fine di onorare i propri stessi creatori, a dimostrarsi degni della loro fiducia. Dall'azione, dalla fantasia di queste divinità, così, tutto il Creato, per come conosciuto all'umanità, venne plasmato, generando montagne e laghi, fiumi e piante, pesci e uccelli, mammiferi e insetti, creature mitologiche e, ovviamente, lo stesso uomo. Proprio a quest'ultimo, all'essere più prossimo agli dei nelle proprie stesse fattezze, fu offerta allora la possibilità di far proprio l'intero mondo, colonizzando ogni terra e lì insidiandosi, nell’originare grandi civiltà e incredibili culture.
Fra tutte le nazioni, solo una, in particolare, riuscì a riservarsi consapevolezza sulla propria origine, sulla propria natura, mantenendo memoria dei propri creatori e definendosi, per questo, popolo eletto, benedetto dagli dei: Shar'Tiagh.

Gli shar'tiaghi, per quanto illuminati e generosamente ricompensati, in ogni loro singolo giorno, dagli dei per l'adorazione offerta, nella gioia, nella grazia di un regno prospero qual nessun altro sulla terra, tanto fertile da non rendere neppur necessaria alcuna attività umana per veder crescere gli alberi e maturare i frutti, dimostrarono, però e purtroppo, un difetto umano, e pur terribile e devastante, qual solo avrebbe potuto essere la superbia. E nella certezza di esser il popolo eletto, di esser assolutamente meritevoli della generosità loro offerta dagli dei, essi, nel corso dei secoli, dei millenni, commisero l’impudenza di scordare le proprie origini, dimenticando l'umiltà del proprio ruolo di creature e non di creatori, in questo offendendo gli stessi dei che, sino a quel giorno, avevano vegliato su di loro.
Anni oscuri, epoche buie, furono quelle che, inevitabilmente, seguirono a tal disastro, vedendo il territorio della nazione shar'tiagha esser improvvisamente privato di tutta la vitalità, di tutta l'energia che un tempo l'aveva benedetto: dove, prima, meravigliose e verdi distese d'erba avevano ricoperto le forme morbide di una realtà intrisa di grazia e generosità, costellata di piante e di fiori al punto tale da non aver mai fatto conoscere loro la necessità dell'agricoltura, ricca di animali al punto tale da non mai richiesto loro la necessità dell'allevamento, improvvisamente solo l'aridità della sabbia prese il sopravvento, imponendo morte in contrasto alla vita, desolazione in negazione alla ricchezza che aveva da sempre caratterizzato la vita della popolazione lì insediatasi. Il popolo shar'tiagho, un tempo eletto e, allora, così condannato in conseguenza della propria superbia, fu costretto da tanta violenza, dalla morte che sterminò intere città e quasi estinse la loro cultura, a comprendere l'errore commesso, ad accettare il peccato del quale si erano macchiati nell'aver creduto di poter esistere indipendentemente dalla volontà dei propri dei. E solo grazie a tal sincero pentimento, a simile presa di coscienza delle proprie colpe, essi poterono, inaspettatamente, esser salvati da un fato altresì certo, da una sentenza apparentemente irrevocabile, nella benevolenza che, per prima, fu loro riservata da Ha'Piih-Is, divinità della fertilità, creato dal volere della stessa madre di tutte le creature, Ut, il mare. Tale dio, mossosi a pietà per la triste sorte dei figli di Shar'Tiagh, decise pertanto di riservare loro una possibilità, una speranza di rinascita e di vita, imponendo la propria mano sull'arido deserto e lì dando vita al fiume e ai suoi tre maggiori affluenti, con lo scopo di concedere nuova ubertosità alla terra altrimenti sterile.
Grazie al fiume e ai suoi affluenti, nuova spina dorsale, colonna vertebrale di quel regno piagato, gli shar'tiaghi poterono, inaspettatamente, riservarsi una nuova occasione di futuro, ancora una volta in comunione con i propri dei, consapevoli della loro presenza e della loro importanza, ma ormai non più dominati dalla stessa presunzione che, in passato, li aveva quasi condotti all'estinzione. L'umiltà, al contrario, divenne un principio fondamentale nella loro stessa cultura, tanto da imporre a qualsiasi figlio di Shar'Tiagh, uomo o donna, ricco o povero, sovrano o servo, di mantenersi perennemente scalzo, di non proteggersi mai i piedi in alcun modo, né con calzari né con sandali, dove, il distacco dalla terra sotto ai propri piedi, l'eccessiva comodità nella vita quotidiana, avrebbe potuto spingere le loro menti, i loro cuori, a dimenticare l'importanza della modestia. E, ancora, a non concedere loro alcuna possibilità di considerare ogni proprio successo, ogni proprio risultato, qual semplice frutto del proprio lavoro e non della benevolenza divina, accanto alla povertà intrinseca di quei loro piedi nudi, venne affiancata la ricchezza propria di un particolare monile d'oro, non semplice gioiello, quanto ornamento consacrato a un dio o a una dea del loro pantheon, ai quali poter offrire sempre il giusto tributo per ogni giorno di vita, e di gioia, loro riservato.

Tale era il mito delle origini del popolo di Shar'Tiagh.
Una tradizione, in verità, purtroppo ignota a un'audace donna in cammino lungo il corso di uno dei tre affluenti del grande fiume, la quale, per quanto infedele nel confronto con tal religione, proprio a essa avrebbe dovuto riconoscere gratitudine, così come, senza possibilità di dubbio, avrebbe comunque testimoniato il bracciale dorato avviluppato al suo braccio sinistro, conformato nelle sembianze di un serpente e caro, in ciò, a dio Ah'Pho-Is, signore delle tenebre e nemico dell'ordine.

martedì 30 marzo 2010

809


I
mpossibile, a posteriori, sarebbe potuto essere definire in qual misura gli dei appartenenti alla fede del regno di Shar'Tiagh fossero, effettivamente, rimasti colpiti dalla promessa o, più propriamente, dalla minaccia intrinseca nelle parole che la Figlia di Marr'Mahew aveva formulato nella volontà di garantire al padre di Be'Sihl la salvezza del figlio, in opposizione a ogni possibilità avversa, in contrasto a ogni fato negativo: quanto risultò certo, comunque, fu che essi preferirono non richiamare a sé l'anima del medesimo, non pretendere la conclusione di quella vita pur messa in serio dubbio dalla violenta azione della stessa donna guerriero, concedendogli, dopo oltre una settimana trascorsa privato di coscienza, la possibilità di aprire nuovamente gli occhi sul mondo a sé circostante, concedendo, in ciò, la prima, lieta notizia a tutti i propri familiari. A seguito delle due cerimonie funebri che, alfine, avevano offerto l'estremo saluto alle due vittime di quei tragici giorni, la speranza per la ripresa dell'uomo era andata, nel tempo, scemando sempre più, sebbene il successo da lui riportato, nell'aver superato la prima notte dopo l'intervento atto a richiudere lo squarcio aperto dalla lama bastarda della donna nel suo fianco, avrebbe dovuto essere accolto qual un segno di speranza, di fiducia verso il domani.
Come potersi, però, considerare positivi, nel confronto con una situazione tanto spiacevole qual quella che aveva drammaticamente sconvolto l'intera vita di un quieto villaggio? Come potersi riservare ancora possibilità di ottimismo, nella consapevolezza della tragedia che, sciaguratamente, aveva segnato la vita non solo di due giovani uomini caduti, ma anche delle loro famiglie, delle loro mogli e dei loro figli?
Nemmeno il perdono pur fu offerto alla medesima omicida, all'assassina di quelle due figure amate da tutti all'interno di quei confini, dimostrando un carattere, una forza che la stessa Midda Bontor, per quanto graziata da tanta magnanimità, avrebbe mai potuto comprendere, accettare, dopotutto, avrebbe potuto concretamente cancellare la funerea ombra gettata su quel piccolo insediamento rurale, e la conseguente angoscia imposta sugli animi di tutti i suoi abitanti, specialmente in relazione con l'immagine rappresentata dal locandiere ancora privo di sensi, costretto all'incoscienza da una tremenda febbre, da una feroce infezione che ne avrebbe potuto stroncare la vita in ogni istante, in ogni momento.
E, così, quando quegli occhi castano chiaro, quasi arancioni nei propri naturali riflessi, tornarono a mostrarsi aperti, stanchi sì, e pur dotati di una innegabile vitalità e lucidità, la gioia non poté che esplodere fragorosa in ogni casa, richiamando l'attenzione di chiunque all’interno del villaggio, non diversamente da quanto sarebbe occorso in conseguenza all'annuncio di una nuova nascita.

« … acqua… »

Forse inevitabile sarebbe dovuta essere considerata, in lui, simile richiesta, nell'aridità che, nonostante un concreto impegno a una continua idratazione del suo corpo in quei giorni di patimento, non avrebbe potuto mancare di caratterizzare l'interno della sua bocca e della sua gola, imponendo la soddisfazione di tale necessità qual prioritaria su qualsiasi altra domanda, su qualsiasi altro dubbio, su qualsiasi altra richiesta.
Impossibile, per Be'Sihl, fu comprendere l'identità dei soggetti proprietari delle mani si impegnarono, in quel frangente, a mantenerlo delicatamente sollevato dal proprio giaciglio e quali altri, nel contempo, gli porsero una tazza di coccio traboccante di fresco liquido, dal momento in cui, suo malgrado, i suoi occhi, dopo tanta forzata oscurità, non riuscirono immediatamente a offrirgli la chiarezza visiva che avrebbe preferito ottenere. Ciò nonostante, anche in tale stato di temporanea cecità, nella presenza di tanti arti in carne e ossa attorno a sé, evidente risultò l'assenza di colei che più di tutti egli sperava si sarebbe proposta tempestiva, rapida e decisa, in tal gesto, in suo soccorso, in suo aiuto, colei che, chiunque altro, al suo posto, probabilmente non avrebbe più desiderato rivedere, incontrare, ma che egli, fermo nei propri sentimenti, nella propria fedeltà e nel proprio amore a lei, mai avrebbe potuto rinnegare neppure in conseguenza degli eventi occorsi.
Paziente nel sopportare il proprio stato di ignoranza, aiutato in ciò, probabilmente, dal dolore lancinante all’addome che non offrì incentivi di sorta né alla sua concentrazione, né al rapido recupero di una concreta efficienza visiva, Be'Sihl concluse quietamente la propria lenta bevuta, in realtà poco più di un faticoso suggere non dissimile da un neonato al seno materno, e si concesse tutto il tempo necessario per recuperare piena coscienza di sé e del mondo a sé circostante, in un'attesa che, per quanto neppure ne ebbe diretta consapevolezza, lo vide, in verità, perdere nuovamente coscienza per un'altra dozzina di ore, in conseguenza dell'eccessivo affaticamento, dopotutto, imposto sul proprio stesso fisico in quella pur breve ripresa, in quel pur fugace ritorno alla realtà.
E solo quando, finalmente, tornando sufficientemente padrone dei propri sensi, egli poté cogliere i volti delle persone presenti attorno a lui, pronti a soddisfare ogni sua minima richiesta, ogni sua necessità, forse prevedibile, si propose una nuova richiesta, una nuova domanda dalla sua stessa voce.

« … Midda? »

Incertezza fu quella che, purtroppo, egli lesse allora nello sguardo di sua madre, nel mentre in cui ella si voltà verso suo padre come a ricercare in lui un qualche indizio sulla migliore risposta da offrirgli; incertezza fu quella che, allora, egli colse sul volto di suo padre, nel rispondere in tal modo, per quanto senza reale utilità, alla silenziosa domanda della moglie; incertezza fu quella che, ancora, egli ritrovò in qualsiasi espressione presente attorno a lui, da fratelli a cugini, da sorelle a zii, a volte mischiando in tal sentimento un chiaro imbarazzo, ma pur confermando, puntualmente, quel dubbio sulle parole da adoperare nei suoi riguardi.

« E' meglio, ora, che tu riposi, figlio mio… » suggerì alfine, con dolce premura, il padre, cercando di impegnarsi in un sincero sorriso verso di lui « Possiamo già considerare a dir poco miracolosa la tua ripresa senza necessità alcuna di riservare ulteriore sfida verso gli dei. »

Tanta omertà condivisa, tanto mistero attorno a lui, tuttavia, scatenarono qual unica reazione, nell'uomo, quella di una ribellione, di una presa di posizione ancor più ferma, ancor più solida, tale quasi da vederlo levarsi a sedere sul letto nonostante ogni dolore, nonostante ogni impedimento fisico in tal senso, guidato nella propria foga da una sincera paura sul fato a cui poteva essere stata condannata la donna da lui amata, forse, addirittura, uccisa dai suoi stessi familiari in seguito all'ennesima offensiva volta a loro discapito.

« Midda?! » ripeté, ora con tono più forte, più deciso, sfidando in maniera estremamente pericolosa i limiti nei quali avrebbe dovuto mantenersi per la propria stessa salute, del tutto disinteressato alla medesima.
« Calmati ragazzo… calmati. » si impose un suo fratello maggiore, cercando di trattenerlo sdraiato, nel timore che i punti di sutura potessero saltare e la sua ferita, ancora fresca, potesse riaprirsi e infettarsi nuovamente « La tua donna sta sicuramente meglio di quanto tu non stia ora… ma non è qui. »
« … dove?… » domandò il locandiere, lasciandosi, allora, guidare nuovamente a riposo, spezzato nella propria voce, e nel propri respiro, dal dolore ritornato con vigore, con fiera insistenza, a ricordargli il danno con cui, ancora per qualche tempo, avrebbe probabilmente dovuto avere a che fare, prima di potersi considerare effettivamente libero di riprendere la propria abituale vita quotidiana.
« Ha atteso sino a quando tu non hai riaperto gli occhi. » spiegò la madre, prendendo parola e intervenendo là dove alcun altro sembrava comunque intenzionato ad affrontare con lui quell'argomento « E' rimasta per giorni immobile accanto al tuo letto, a vegliare su di te, senza nutrirsi e, quasi, senza neppure bere. In verità, nessuno di noi potrebbe persino esprimersi su un suo eventuale riposo in questo periodo, dove ella è apparsa sinceramente votata solo alla tua ripresa, al tuo ritorno fra noi, disinteressandosi a qualsiasi altra esigenza, anche dove primaria qual la semplice alimentazione… »
« … dove?… » invocò egli, sì mantenendosi quietamente a riposo e pur non desiderando cedere nel confronto con quella questione, sforzandosi di restare cosciente nella volontà di comprendere il fato della propria amata nonostante il suo corpo gli implorasse di perdere, nuovamente, i sensi.
« Non appena hai dimostrato una pur minima lucidità, ella è partita. » continuò Ras’Meen, allungando una mano per accarezzare delicatamente il volto del figlio.
« E prima che tu possa riservarti idee errate, sappi che nessuno di noi ha agito in suo contrasto, né le ha richiesto tale allontanamento. » precisò un suo cugino, uno dei sopravvissuti all'attacco della mercenaria, facendo capolino alle spalle dei genitori e prendendo voce « Se pur a fatica, con reale sforzo, abbiamo tutti compreso quanto tu hai voluto esprimere, rischiando la tua vita per farlo… e, per quanto la legge non ci avrebbe colpevolizzato nel richiederne la vita in giusto compenso per il suoi crimini, abbiamo giudicato vano tentare di lavare sangue innocente con altro sangue ugualmente innocente, consapevoli di come, in questo, avremmo semplicemente infierito su di te con maggior impeto di quanto non avesse già fatto ella stessa. »

Di fronte a tanta buona volontà da parte della propria famiglia per sostenerlo, per sorreggerlo, nonostante la sua lunga lontananza da tutti loro, in quello che, oggettivamente, sarebbe anche potuto essere considerato un tradimento a loro discapito, il locandiere non poté evitare di sforzarsi per riconoscere a tutti i presenti un leggero sorriso, senza in questo, però, negare la preoccupazione per la sorte a cui la sua amata poteva essersi votata, conoscendola fin troppo bene per potersi permettere di negare le eventualità peggiori.

« Nell’altra stanza ha lasciato una lettera per te. » riprese la voce della madre, forse nel chiaro intento di distrarlo da eventuali pensiero negativi, dei quali i suoi stessi occhi non poterono evitare di essere riflessi perfettamente intellegibili « E ci ha domandato, per il tuo stesso bene, di non consegnartela. La potrai leggere solo quando sarai in grado di lasciare questo letto, dopo aver recuperato le energie ora perdute. »

E così, per quanto contrariato da tali novelle e da quell'assurdo ricatto, Be'Sihl non poté fare altro che sorridere amaramente e chiudere gli occhi, arrendendosi all'evidenza di essere stato posto in trappola da quella donna, quella figura così forte e, pur, anche incredibilmente fragile, così fiera e, pur, anche umanamente bisognosa d'amore, per quanto mai ella lo avrebbe probabilmente ammesso, tale da spingersi a compiere follie per porre a tacere il rimorso derivante degli eventi di cui, purtroppo, era stata protagonista.

« Stupida… sciocca… » sussurrò, prima di lasciarsi precipitare nuovamente nelle tenebre dell'incoscienza.

lunedì 29 marzo 2010

808


P
er un lungo istante, coloro i quali erano sopravvissuti al primo attacco della mercenaria occorso in quello stesso mattino, si dimostrarono esitanti nei suoi riguardi, memori della straziante condanna da lei imposta sui loro fratelli senza alcuna ragione, senza la benché minima motivazione utile a giustificare tale violenza, in una reazione assolutamente umana, comprensibile e giustificabile. Ciò nonostante, sebbene nei loro animi non avrebbe potuto mancare una sincera bramosia di vendetta per i due crudeli omicidi di cui ella si era resa truce protagonista, una consapevolezza sembrò contenere in loro ogni possibile reazione votata all’ira, ogni impeto in sua opposizione: essi si dimostrarono, altrimenti, consci di come ella, malgrado tutto, sarebbe dovuta essere considerata non di meno vittima, rispetto a tutti loro, di quegli stessi eventi, condotta alla follia per l'opera di qualche potere oscuro che, contro la loro tranquilla, pacifica comunità, aveva sciaguratamente deciso di sfogare i propri desideri di sangue e di morte. Negli occhi di lei, così apparentemente freddi, così evidentemente distaccati dal mondo a sé circostante, essi non poterono infatti evitare di cogliere una profonda tristezza, un'indescrivibile angoscia, in chiara conseguenza alla quale la donna aveva deciso di liberarsi della propria letale arma e, ora, stava invocando il loro aiuto, il loro supporto, nella consegna del bracciale dorato consacrato al dio Ah'Pho-Is.
Così, per quanto incomprensibili si presentarono, purtroppo, le parole che essi le dedicarono, le rivolsero, da quelle stesse espressioni si donò ugualmente trasparente una forza, un'energia, un'incitazione volta a porre fine senza ulteriore indugio, a quella storia, nel soddisfarne la silenziosa richiesta e nel tendere, verso la sua mano, il monile a forma di serpente.

« Attenta! » gridò Desmair, ricorrendo nuovamente alla voce propria del piccolo Ri'Amsed, intervenendo prontamente nella volontà di porla in guardia da una nuova trasformazione di quello stesso ornamento in una forma più vivace e pericolosa, quale quello di un vero e velenosissimo rettile.
« Ancora tenti di ingannarmi?! » domandò ella, senza scomporsi, senza palesare, ora, la benché minima esitazione di fronte a quel serpente, accogliendolo e sforzandosi, in questo, di ignorare ciò i suoi stessi sensi si stavano pur impegnando a suggerirle, traviati dall'opera del mostro « Dove anche avrei potuto esser incerta sulle proprietà di questo talismano, grazie a te e a tutto il tuo impegno per allontanarmi da esso, non mi è più possibile riservare dubbi di sorta nei suoi stessi riguardi… te ne rendi conto? » sorrise, ritornando a osservare l'immagine del marito con aria divertita, invertendo, in tal modo, i loro precedenti ruoli e proponendosi, finalmente, di nuovo padrona del proprio destino, del proprio fato.
« Non farlo, Midda Bontor. » scosse il capo egli, digrignando i denti in conseguenza di tanta ilarità in lei, di tanto impegno a deriderlo, a farsi beffe di lui nonostante tutto il male che egli avrebbe potuto rappresentare per lei e la sua vita « Non puoi liberarti di me in questo modo. Sino a oggi, sono stato fin troppo indulgente nei tuoi confronti, ma se tu agirai in questo modo, i miei spettri non ti daranno pace, i miei emissari non ti concederanno più alcuna occasione di riposo, braccandoti come un animale ferito e seminando la morte attorno a te, nel colpire chiunque oserà avvicinarsi al tuo cuore, anche solo in semplice amicizia. »
« Non so come… e, ormai, non so neppure quando, dal momento in cui, prima di allora, dovrà essere mio interesse espiare le colpe, le responsabilità delle quali tu mi hai reso partecipe in questo tuo osceno giuoco… » introdusse ella, ignorando le minacce da lui così proposte verso di lei, e impegnandosi, altresì, in un tono tale da sottintendere un'ultima promessa, prima di agire al fine di spezzare il legame esistente fra loro, nell'indossare il dono di Be'Sihl « … ma un giorno, mio sposo, io ti raggiungerò. E, in quel giorno, tu conoscerai finalmente la morte a cui, per tanti secoli, sei sfuggito. »
« Non farlo, lurida cagna! Non farlo! » gridò egli, muovendosi con foga, come nel desiderio di poterne afferrare le carni, sebbene, ovviamente, tale possibilità gli fosse inevitabilmente interdetta nel proprio attuale stato di semplice allucinazione, non di meno di quanto non sarebbe stato per la stessa mercenaria verso di lui « Un giorno, prima o poi, quel dannato bracciale scivolerà lontano dalla tua pelle, dal tuo corpo, e io ritornerò a te con tutta la violenza di cui sarò capace. E tutti gli incubi che hanno intrattenuto le tue notti in questi mesi, in confronto a ciò che ti riserverò, sembreranno sogni piacevoli, divertenti, entusiasmanti! »
« Incubi? » sorrise la Figlia di Marr'Mahew, mostrando una lunga fila di denti bianchi, nell’apparire sinceramente divertita da tale minaccia « Se davvero credi che quelli possano essere qualificati come incubi, non hai alcuna idea di quali siano i veri incubi a cui io sono abituata da molto prima di incontrarti… »
« Non farlo… » le intimò, abbassandosi con il proprio smisurato capo davanti al volto di lei, per fissarla direttamente negli occhi con i propri piccoli occhi gialli « Non sfidare la mia ira! »
« Te lo giuro, Desmair, davanti a Thyres e a tutti gli dei che sono stati testimoni del nostro matrimonio… » concluse, allora, la donna guerriero, muovendo il bracciale con la destra, allo scopo di infilarlo lungo il braccio mancino, il solo che avrebbe mai potuto offrire ospitalità a tale monile « Io ti ucciderò. »

E, con lo stesso piacere offerto dall'inattesa e subitanea conclusione di una violenta tempesta e il ritorno del caldo sole da dietro le nere nuvole prima imperversanti, quasi improvvisamente le fosse stata concessa la possibilità di riaprire gli occhi dopo una lunga, estenuante notte di onirici orrori, finalmente e repentinamente, la pace tornò a dominare nell'ambiente attorno alla Figlia di Marr'Mahew, vedendo ogni illusione, ogni allucinazione, scomparire definitivamente dal suo sguardo nel momento stesso in cui il serpente dorato prese posizione sul suo corpo, poco sotto la sua spalla sinistra.

« Grazie… » ansimò la donna guerriero, rivolgendosi chiaramente alla propria Thyres e a tutti gli dei di qualsiasi pantheon per la fine di quell'incubo, per la conclusione di quell'assurdo maleficio.

Guardandosi attorno con fare stanco e, in effetti, addirittura stravolto, nella volontà di assicurarsi della concreta scomparsa di ogni elemento estraneo da quelle stalle, prima apparse alla sua attenzione quale un'oscura prigione, ella si lasciò, alfine, crollare in ginocchio davanti a tutto il villaggio lì radunatosi, inerme, priva di ogni volontà in propria ipotetica difesa, dal momento in cui mai ella avrebbe potuto giustificare la violenza, il sangue, di cui si era resa responsabile dinnanzi a tutti loro, che pur tanto cordialmente, tanto amichevolmente, l'avevano accolta. In quel frangente, in conseguenza di quella sua resa, dalla folla presente e impegnata attorno a Be'Sihl, una figura emerse forse inattesa, facendosi avanti verso di lei, fino a posarle una mano, con dolcezza, con delicatezza, sul capo, rifiutando in tal gesto, in simile movimento, qualsiasi ira, qualsiasi vendetta, e, altresì, offrendole la magnanimità del proprio perdono, una grazia, in verità, forse ancor più apprezzabile persino rispetto a quella già riconosciutale dai fratelli delle sue due prime vittime, dove in riferimento non tanto a una morte ormai trascorsa, quanto più a una lenta agonia ancora in corso.
E Midda, risollevando appena il proprio sguardo a incontrare quello proprio del padre di Be'Sihl, l'uomo che nelle sue allucinazioni tanto l'aveva osteggiata, tanto l'aveva insultata spronandola, più di ogni altra cosa, ad abbandonare la casa del suo amato per cercare la fuga lontana da quel mondo reso tanto assurdo ai suoi occhi, non poté che scoppiare, nuovamente, in un caldo e abbondante pianto, a sfogare il dolore che pur, in quella tragica situazione, avrebbe altrimenti potuto straziarle il cuore.

« Io… non sono degna neppure di invocare il tuo e vostro perdono… non merito pietà alcuna. » sussurrò, scuotendo la testa come a rifiutare la benevolenza propria di quell'atto, di quella dimostrazione riservatale da parte di quell'anziano uomo.

Ma dove alcuna possibilità le sarebbe dovuta essere allora concessa per apprezzare le parole che l'uomo, con quieta fermezza, le volle dedicare, ella non poté, ancora una volta così come già pocanzi occorso, negarsi una sincera comprensione sul significato intrinseco di quel tono, di quell'espressione, non riuscendo a giustificare l'indulto, del quale non si sarebbe considerata meritevole, e pur, comunque, concordando con l'indicazione della sola urgenza verso cui, in quel momento, avrebbero dovuto essere rivolte tutte le loro attenzioni.

« Lo salveremo. » annuì, in risposta, stringendo le labbra e risollevandosi da terra con sprone deciso, con ferma volontà di ribellione contro il fato apparentemente ineluttabile, quell’energia che, dopotutto, da sempre aveva caratterizzato la sua vita, spingendola a superare ogni limite stabilito da uomini e dei « A costo di doverne andare a reclamare l'anima di fronte a tutte le vostre divinità shar'tiaghe, ti giuro che lo salveremo. »

domenica 28 marzo 2010

807


« A
mor mio. » sospirò egli, con aria sconsolata e quasi rassegnata per tanta mancanza di attenzione, per tanta leggerezza da parte della propria interlocutrice nel confronto con una questione di simile, fondamentale importanza « Possibile che tu abbia una memoria tanto breve da non ricordarti il monito del celebrante delle nostre nozze? E dire che ho anche cercato di avvisarti, sei mesi fa… »
E dove anche, ella avrebbe probabilmente preferito ignorare realmente l'avvertimento a cui lo sposo stava, ora, offrendo riferimento, nella sua mente tali parole non poterono evitare di risuonare con vigore quasi assordante, nel definire i limiti della condanna da lei stessa imposta su Be'Sihl con il proprio comportamento, con quel suo cedere, senza remora alcuna, all'amore e alla lussuria verso lo sfortunato locandiere.
« "Tutti i nostri dei, oggi, sono testimoni della vostra unione." » iniziò a citare Desmair, non facendo mistero di quanto piacere stesse effettivamente provando in quel momento, nella vendetta ottenuta verso la propria sposa, mai posseduta, non desiderata, e pur, ineccepibilmente, sposa « "Tema la loro punizione la moglie infedele, che non rispetterà le proprie promesse. Tema la loro disapprovazione il marito indifferente, che non farà onorare questo legame. Ciò che gli dei hanno unito, alcun mortale osi sciogliere senza, in questo, morire." »
« Maledetto… » sussurrò la donna guerriero, incapace, ormai, a trattenere le lacrime qual conseguenza della ragionevolezza pur riconosciuta nelle parole di quel mostro, certamente creatura intrisa di una malvagità sconosciuta anche al più crudele tiranno umano, e pur, in quel momento, assolutamente corretto nell'attribuire solo a lei la responsabilità di quanto accaduto.
« Luce del mio meriggio, ti prego, non avercela con me. » sorrise, sornione e malizioso, godendo sempre più di tanta frustrazione, di tanto dolore chiaramente espresso dal volto della propria interlocutrice « Dopotutto, non sono stato io a venir meno ai nostri accordi. Al contrario: considerando il torto di cui mi hai reso protagonista, prima con la tua fuga lontana da me, e poi con questi tuoi ripetuti e incessanti tradimenti al vincolo del nostro matrimonio, la mia reazione credo possa intendersi addirittura troppo moderata, non commisurata alle colpe di cui tu ti sei macchiata… » insistette, cercando chiaramente di farsi gioco dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, e di sfruttarle al fine di costringerla a tormentarsi per la morte di Be'Sihl.
« Maledetto! » gridò, nuovamente, non riuscendo ora a trattenere la propria lama, la propria spada, e cercando in ciò di scagliarla contro il proprio avversario, in un colpo sgualembro che, sebbene sarebbe stato comunque inutile in opposizione a un tale nemico, a maggior ragione, in quel particolare frangente, si impose senza effetto alcuno sull'aria di fronte a lei, dal momento in cui alcun corpo materiale sarebbe potuto essere considerato effettivamente presente lungo quell'ampia traiettoria.
« Sei consapevole di star lottando contro un'ombra, un frutto della tua fantasia, e pur ti ostini a voler ricercare il mio sangue con la tua inutile arma?! » commentò egli, non trattenendo una sincera risata per quel vano tentativo a proprio discapito « Il dolore ti sta portando realmente al delirio, mia cara, se questo è tutto ciò a cui riesci a pensare… »

Carica d'odio nel proprio cuore, rabbiosa e furente in misura non inferiore rispetto a come si era offerta quando aveva attaccato i parenti del locandiere o lo stesso, malcapitato, Be'Sihl, la Figlia di Marr'Mahew a stento riuscì a impedirsi un nuovo, inutile sforzo in quella direzione, in ipotetica offesa del marito che mai, in quella spiacevole situazione, avrebbe potuto effettivamente raggiungere, così come da lui stesso correttamente sottolineato.

« Vieni da me. » invitò il semidio, socchiudendo gli occhi e offrendosi a lei, in questo e nelle successive parole, con aria di esplicita sfida « Torna alla mia fortezza. Torna al mio quadro. E affrontami. Affrontami di persona, se davvero desideri vendetta. Vieni a cercare la mia reale carne con la tua lama, invece di perdere tempo dietro a semplici illusioni. Io non sono qui, in questo momento, ma tu sai dove trovarmi… sai come raggiungermi. Vieni da me, mia combattiva sposa, e risolviamo la questione in maniera più tradizionale. »

Rimproverandosi, intimamente, per il proprio comportamento, nuovamente propenso all'ira ancor prima che al freddo distacco, alla furia ancor prima che alla quiete, stati d'animo ai quali, usualmente, non si sarebbe mai concessa di cedere nella consapevolezza di quanto essi avrebbero potuto danneggiarla ancor prima di aiutarla, ella strinse i denti al punto tale da avvertire un sincero dolore alla loro stessa radice, nella mandibola e nella mascella, impegnandosi, in tal gesto, in tal mentre, nella volontà di imporre nuovamente una corretta ritmicità al proprio respiro e, in conseguenza, al proprio battito cardiaco.
Qualsiasi cosa fosse accaduta, qualsiasi osceno delitto di cui si fosse resa esecutrice, a nulla sarebbe valso il sacrificio del proprio amato se, poi, ella avesse permesso a Desmair di continuare a dominarla, a manovrarla, a giocare con lei così come, sciaguratamente, era avvenuto sino a quel momento: a tal pensiero, a simile consapevolezza, ella avrebbe dovuto offrire riferimento, nel tentativo di riconquistare il proprio equilibrio perduto e, in questo, di agire nel solo modo corretto per riservarsi concreta possibilità di vittoria su quella creatura, nella via, invero, indicatale da Be'Sihl sino all'ultimo proprio istante di vita.

« Vieni da me. » insistette il mostro, palesando un comportamento, in fondo, non diverso da quello precedentemente dimostrato nei panni di Ri'Amsed, e rivelando in tal ostinazione infantile e capricciosa come stesse iniziando a temere l'eventualità di una riconquistata coscienza nella propria sposa, tale da condurla lontano dalle sue possibilità di azione, dalle sue bramosie su di lei « Vieni da me e affrontami, per vendicare il tuo amante caduto. O, forse, il tuo interesse per lui non era poi così reale, così forte come quelle tue inutili lacrime cercavano ipocritamente di manifestare? »

Inspirando a fondo l'aria nei propri polmoni, con impegno non dissimile da quello che avrebbe potuto offrire prima di una lunga immersione nelle fredde acque del mare, Midda Bontor concentrò tutti i propri pensieri, tutte le proprie emozioni e tutte le proprie forze al fine di conficcare, violentemente, la propria arma nel terreno di fronte a sé, penetrando in esso per oltre metà dell'intera lunghezza della sua stessa lama perfetta, in un gesto, in una reazione, tanto carica di trasparenti significati da esser, allora, accolta e compresa persino dal pubblico lì presente, che nulla avevano avuto occasione di comprendere nel merito delle parole da lei precedentemente pronunciate verso il marito. Un gesto, una reazione, che, ugualmente colto anche dallo stesso Figlio di Kah, non poté ovviare a una sua violenta reazione di rabbia, di ira verso di lei.

« Lurida cagna… sgualdrina! » inveì egli, avanzando con impeto verso di lei per cercare di farne nuovamente propria l'attenzione, l'interesse, il desiderio di confronto e di sfida, così, invece, fermamente negatigli « Riprendi immediatamente la tua spada e vieni a combattermi. O chiunque, in ogni regno, ricorderà questo come il giorno in cui Midda Bontor si è rivelata quale una codarda, una vigliacca, incapace persino di ricercare vendetta per l'assassinio di un uomo dichiarato qual proprio amato. Perché questo è ciò che sei, questo è ciò che… »
« Taci, Desmair. » lo interruppe ella, levando la propria destra quasi a creare una divisione fisica fra loro e domandando, in tal gesto, silenzio, con riconquistata quiete nel proprio tono di voce e, ancor più, nel proprio animo, tornato, finalmente, a essere freddo al pari dei suoi meravigliosi occhi color ghiaccio, all'interno dei quali, in quel momento, le nere pupille si mostrarono sottili, simili a capocchie di spillo, smarrite nell'immensità delle sue azzurre iridi « Le tue minacce non possono più nulla contro di me: il tuo crudele e vile giuoco, ormai, è concluso.»

Voltandosi, allora, verso Be'Sihl e la sua famiglia, ancora impegnata attorno al moribondo, nella speranza di trattenerlo in vita anche a fronte di un fato apparentemente ineluttabile, ella avanzò lentamente nella loro direzione, con passo fermo, indole serena e intento inequivocabile, espresso dalla sua mancina ora tesa, con il palmo verso l'alto, a domandare loro la possibilità di completare l'opera per la quale quell'innocente si era sacrificato.

sabato 27 marzo 2010

806


E
ra trascorso oltre un anno dal primo incontro fra la Figlia di Marr'Mahew e quella creatura, ammesso che l'utilizzo di un simile termine sarebbe potuto essere considerato indicato per quello che, a tutti gli effetti, era stato uno scontro sanguinario, una lotta oltre ogni limite normalmente considerabile umano, qual solo, dopotutto, sarebbe potuta risultare la sfida fra una donna mortale e un semidio immortale.
Egli, frutto dei lombi di un oscuro dio minore, Kah, e di una leggendaria regina il cui dominio era perdurato per lunghi secoli sull'intero continente, Anmel, aveva colto occasione di entrare nella vita di Midda Bontor quale inattesa conseguenza di una missione condotta dalla stessa mercenaria oltre il confine y'shalfico. Quell'impresa, volta al rapimento di una nobile principessa figlia delle terre di Y'Shalf e promessa sposa del sultano locale, aveva richiesto alla donna guerriero di muovere i propri passi attraverso le insidie proprie di alcune vette dei monti Rou'Farth altresì interdette a ogni umana bramosia da lungo tempo, da dimenticati secoli, portandola, in questo, a riscoprire un'antica e perduta fortezza fra i ghiacci all'interno della quale, suo malgrado, aveva ritrovato, attraverso un quadro maledetto, una via d'accesso a un'altra realtà, a un altro mondo, nel quale l'oscuro semidio era stato confinato forse fin dalla propria stessa nascita. Così costretta dagli eventi dei quali si era ritrovata a esser protagonista, e incapace di ritrovare un modo utile per liberarsi dell'ingombrante avversario, di quel nemico più volte mutilato e decapitato senza però, in questo, essere in grado di ottenerne la morte, la mercenaria, nella volontà di non venire meno al proprio impegno, ai termini del proprio incarico che avevano previsto di scortare la principessa y'shalfica fino a Kriarya, città del peccato, per permetterle di unirsi in volontario matrimonio a uno dei propri mecenati preferiti, si era allora ritrovata obbligata a un'azione decisamente imprudente, forse compiuta persino con eccessiva leggerezza, per quanto apparentemente utile a riservare loro un'occasione di salvezza, una possibilità di sopravvivenza da quel mondo esterno alla realtà a loro abituale. E, con un abile stratagemma, con un audace inganno, ella si era offerta a lui in sposa, là dove scopo della creatura, al contrario, sarebbe stata l'unione con la sua stessa protetta, evitando in ciò un matrimonio dal quale la fragile principessa non avrebbe probabilmente trovato possibilità di scampo e, al contempo, estorcendo anche, al proprio sposo, la promessa che mai la morte sarebbe stata da lui ricercata né per lei, né per le altre protagoniste di quello sciagurato viaggio. Solo apparente, in verità, si era successivamente dimostrata la vittoria così idealmente riportata nel confronto di quell'oscura figura, là dove, volente o nolente, il giuramento offerto innanzi agli dei avrebbe dovuto essere considerato valido e vincolante, tale da rendere la stessa mercenaria, per quanto contrariata in ciò, legittimamente sposata a quella creatura, nonostante, contrariamente alla consuetudine propria delle sue solite imprese, alle sue abituali gesta, alcuna novella fosse stata successivamente diffusa a pubblicizzare tale evento.
Il legame creatosi fra la donna e il mostro, aveva così permesso al marito, in quegli ultimi mesi, di riuscire a tormentare la propria sposa nelle sue notti, interagendo con lei in quasi tutti i momenti di riposo che ella si concedeva, in quasi tutti gli stati di sonno che ella si riservava, a volte imponendole, quali sogni, immagini più o meno orrende, e pur sempre generiche, altre, invece, arrivando a minacciare apertamente persone prossime alla stessa mercenaria, costringendola ad assistere, in questo, a tragiche morti, mai, comunque, esterne a una sfera semplicemente e inoffensivamente onirica. Mai, comunque, l'azione del Figlio di Kah era stata in grado di imporsi al di fuori dei sogni, mai si era dimostrato capace di materializzarsi effettivamente dinnanzi a lei, fosse anche in una qualche strana allucinazione, come in quel momento. Ragione per cui, nonostante la donna fosse drammaticamente consapevole della veridicità di quanto occorso, per un fuggevole istante volle esitare, volle illudersi, nella speranza di poter scoprire di essere, fortunatamente, intrappolata in un assurdo incubo e che mai, alcuno degli eventi occorsi, fosse effettivamente accaduto.

« Desmair… o, forse, dovrei dire Ri'Amsed? » sussurrò a denti stretti, voltandosi verso il marito e trovando la sua immagine in sostituzione di quella del piccolo « Come ho potuto essere tanto sciocca da non cogliere l'assoluta mancanza di fantasia nella scelta di tal nome? » richiese retoricamente, cogliendo tardivamente la specularità esistente fra il nome scelto per dar vita a quel pargolo innocente e bisognoso di protezione, e la creatura ora presentatale innanzi allo sguardo, con il proprio corpo smisurato, la propria pelle rossa, i propri piedi ungulati e la propria testa ornata, su entrambi i lati, da colossali corna bianche « Tutto questo ha da intendersi, quindi, qual un tuo abituale inganno? Uno dei tuoi consueti e osceni sogni?! »
« Sei la mia sposa prediletta... ti prego, non volgere tanto insulto nel confronto con le tue stesse capacità intellettuali. » sorrise egli, scuotendo il grosso e pesante capo, dall'alto della propria smisurata statura tale da far apparire la mercenaria, innanzi a lui, qual simile a una bambina in suo confronto « Credi davvero che tutto questo sia solo un sogno? Credi davvero che la tua spada non abbia bagnato la propria lama nel sangue del tuo amante? »

Osservandosi per un istante attorno, ella non poté evitare di cogliere come nessuno dei presenti sembrasse allora offrire la benché minima reazione di sorpresa o di paura nel confronto di quell'ingombrante apparizione, quasi quel mostro non potesse essere colto ai loro sguardi… o, reciprocamente, quasi quell'immagine fosse solo e unicamente presente negli occhi della stessa Figlia di Marr'Mahew, suo obiettivo predestinato: tutti loro, in quel momento, si stavano altrimenti impegnando nel forse vano tentativo di soccorso verso Be'Sihl, sforzandosi in ciò di ignorare persino lei, loro folle e crudele avversaria verso la quale avrebbero potuto indirizzare legittimi desideri di vendetta, nel comprendere come ella fosse impegnata in una sfida la cui natura sarebbe rimasta esterna a ogni loro capacità di comprensione, sebbene fosse stata giustamente intuita da parte dello stesso locandiere, come sottolineato nel suo tentativo di ricorrere a un bracciale consacrato al dio Ah'Pho-Is per porre fine a quell'assurdo e insensato conflitto.

« Hai trovato, alfine, un modo per rendermi pazza? » domandò, pertanto, cercando di mantenere il controllo sul proprio respiro, sulla propria mente e sul proprio corpo, dal momento in cui, lasciandosi dominare dall'ira, aveva già combinato eccessivo, e forse irrimediabile, danno « Tutto ciò che ho veduto in questi ultimi giorni è opera tua?! »
« No, e sì. » replicò Desmair, sorridendo con fare divertito nel confronto con la propria interlocutrice « In effetti, avrei potuto interagire in questo modo con te sin dal primo giorno… ma, perché mai avrei dovuto sprecare la possibilità di manipolarti, al momento più opportuno, per semplice ludo? Ho atteso tanto. Ma alla fine ne è valsa la pena. »
« Perché? Per quale assurdo sadismo, per quale insensata crudeltà, mi hai spinto a tutto questo? Mi hai fatto uccidere due persone prive di colpa… » osservò la donna, sforzandosi con sincera difficoltà a restare quieta, a non concedere alla propria furia di riprendere il sopravvento, aiutandosi, in ciò, con il pensiero di quanto futile sarebbe stata qualsiasi rivolta violenta nei confronti di quell'allucinazione.
« Tre… » la corresse, indicando la folla alle spalle della mercenaria, intenta nel cercare di arginare l'emorragia di cui Be'Sihl stava, purtroppo, restando vittima « Anche se avrei preferito una più rapida decapitazione, non puoi negare di esserti, nuovamente, dimostrata una straordinaria assassina, condannandolo in tal modo a una lenta agonia. »
« Perché? » insistette Midda, stringendo la mancina attorno all'impugnatura della propria spada con energia tale da sbiancare le proprie già pallide nocche in tal gesto.
« Sai… dopotutto quasi lo invidio. » si confidò il semidio, muovendo qualche passo in avanti, verso di lei e verso il caduto poco distante alle sue spalle « Non avrei mai creduto sarebbe stato tanto complesso riuscire a spingerti in suo contrasto: mi ero illuso bastasse mostrartelo quale un mostro disumano per spingerti a reagire in maniera adeguata, ma alla fine sono stato praticamente costretto a calarmi nel ruolo di quel bambino per bloccare il tuo cammino, per evitare che tu potessi allontanarti da queste terre senza prima compiere il tuo dovere di morte. Non vorrei spingermi ad azzardare un commento eccessivamente audace, ma credo che tu lo amassi veramente… »
« Perché?! » gridò, per la terza volta, la mercenaria, interrompendolo e cercando di lottare, intimamente, con le lacrime che già le stavano ormai riempiendo gli occhi nel confronto con il peso delle proprie colpe, le sanguinose responsabilità per le quali, dopo essersi sbarazzata della scomoda presenza dello sposo, non si sarebbe negata di maledirsi.

venerdì 26 marzo 2010

805


« M
idda… » riprese egli, verso di lei, ansimando per la naturale difficoltà impostagli nel semplice tentativo di proferire verbo, quale tragica conseguenza delle terribili condizioni in cui stava riversando « Midda… è tutto… finto. E' tutta… illusione. Non ci sono… bambini. Solo… solo cavalli. E' una stalla… è una… stalla. »
« Uccidilo… uccidilo! » continuò, nel contempo, a strepitare il bambino, in toni tanto acuti, incredibilmente graffianti, da risultare quasi offensivi per il delicato udito della stessa mercenaria « Uccidili tutti… uccidili tutti, prima che ci facciano a pezzi. Prima che mangino come hanno mangiato tutta la mia famiglia! »

E dove anche, in quella paradossale situazione, in quell'assurdo frangente, per la Figlia di Marr'Mahew, estremamente facile, banale addirittura, sarebbe potuto essere, effettivamente, completare l'opera già iniziata nei confronti del pur già moribondo Be'Sihl, un istante di esitazione parve, allora, impossessarsi nuovamente di lei, ritrovando una maggior possibilità di metaforico dialogo con il suo stesso raziocinio, con il suo innegabilmente vivace intelletto, prima totalmente negato dalla rabbia della quale si era resta protagonista. Rabbia che, rapidamente scemata, l'aveva così lasciata non più assetata di sangue e di morte, quanto, al contrario, particolarmente stanca, addirittura spossata, stremata, e, in questo, naturalmente più propensa a un'occasione di riflessione, di intima osservazione sulla realtà a lei circostante e, ancora, su quanto da lei, sino a quel momento, compiuto, anche in netto e blasfemo contrasto con i propri consueti principi, con quanto, usualmente, rispettato ancor più di un sacro dogma, in una ricerca costante di coerenza con se stessa.
In tale effimera occasione di quiete, di pace interiore, finalmente concessasi, nonostante l'orrore a lei ancora circostante, innanzi al quale pur, dopotutto, non avrebbe potuto negarsi una certa familiarità, la donna guerriero sembrò, improvvisamente, risvegliarsi da uno strano e allucinato sogno, un incredibile incubo, ritrovando innanzi al proprio sguardo una lunga serie di piccoli particolari stonati che, sebbene prima non apprezzati nel vigoroso contesto corale di quella potente sinfonia, ora parvero attrarre la sua attenzione, il suo interesse, e, in questo, la sua diffidenza.

« Perché insisti?… » domandò ella, osservando con fare curioso il proprio mostruoso compagno, nel non riuscire ad apprezzarne le ragioni, nel non riuscire a coglierne le motivazioni « Ti ho appena condannato a morte… e tu, nonostante tutto, ti ostini a voler sprecare le tue ultime forze, le tue ultime energie, in un tentativo tanto disperato nei miei confronti… perché questo?! »

Per quasi chiunque lì presente, compresa la stessa mercenaria, praticamente impossibile sarebbe stato cogliere le effettive ragioni proprie di quella ritrovata coscienza di sé in lei, soprattutto in un così netto, quasi psicotico, contrasto con il furore precedente, con l'ira incontrollabile appena dimostrata e riversata contro il locandiere. Dove, un attimo prima, ella si era proposta assetata di sangue quasi da esso potesse dipendere la propria esistenza, ora, improvvisamente, quella medesima figura femminile si stava proponendo altresì desiderosa di un tranquillo dialogo con il medesimo interlocutore su cui, senza esitazione, senza pietà alcuna, aveva imposto fine praticamente certa.
Proprio in lui, in verità, in quello stesso uomo, o mostro, conosciuto con il nome di Be'Sihl Ahvn-Qa, in quella drammatica situazione, in quel tragico contesto, sarebbe dovuta però essere ricercata l'unica concreta, reale capacità di comprensione degli eventi in corso, delle loro dinamiche e, ancor più, delle loro ragioni. Motivo per il quale, per quanto incoerente, per quanto assurdo sarebbe dovuto, malgrado tutto, essere considerato, la stessa Midda Bontor a lui si stava finalmente affidando, nell'intuire, ancor prima che nel riconoscere qual tale, in lui un'intrinseca ragionevolezza e coerenza a lei, purtroppo, venuta meno.

« Uccidilo, lurida cagna! » gridò il bambino, in un rapporto praticamente proporzionale fra il disinteresse da lei dimostrato verso di lui, suo protetto, e il suo stesso vociare ormai contro di lei ancor prima che contro i loro presunti avversari « Uccidilo! »

Senza risposta, per un terribile ed eterno istante, sembrarono malgrado tutto essere comunque e purtroppo tristemente condannate a restare le questioni così appena offerte dalla donna guerriero, quale tragica conseguenza di una rovinosa caduta a terra del suo interlocutore. Troppo debole, per la ferita riportata e per il sangue inevitabilmente perso, l'uomo non avrebbe più potuto sostenersi, sorreggersi in piedi, né, tantomeno, mantenersi ancora lucido, cosciente, qual pur, incredibilmente, era stato in grado di fare fino a quel momento, e, ancora, qual pur, in quella situazione, in quel confronto, gli stava venendo chiesto di essere da parte della donna da lui amata, amata con un sentimento tanto sincero e puro da spingerlo, addirittura, ad accettare la possibilità di esser da lei ucciso, nella sola speranza di poterla, in tal modo, liberare dall'oscuro giogo imposto sul suo stesso animo da qualche terribile maleficio.
In simile capitolazione, e nell'atroce silenzio che seguì alla medesima, qual apparve alle orecchie della mercenaria nonostante la folle confusione scatenata, contemporaneamente, dalle grida di dolore della famiglia di Be'Sihl e dalle urla di incitazione e condanna del piccolo Ri'Amsed, comunque, l'uomo, in tal modo sacrificatosi, sembrò ugualmente in grado di donare alla compagna la consapevolezza da lei richiesta, da lei ricercata, negando, nell'incredibile e immeritato prezzo della propria stessa vita, ogni possibilità di dubbio, di incertezza, nel merito delle sue motivazioni, delle ragioni proprie delle sue azioni, e, in questo, persino a riguardo della sua reale natura, in quelle ultime ore, in quegli ultimi giorni, sciaguratamente posta tanto discussione.

« Be'Sihl… » sussurrò la donna, ora sconvolta da quella visione e, ancor più, dall'innegabile coscienza di esserne stata la sola artefice, crudele, violenta e… ingannata.
« Uno è morto… e gli altri devono seguirlo al più presto! » strepitò il pargolo, più prossimo ad apparire quale un animaletto selvaggio, che un innocente bambino, grottesco in tanta bramosia di morte qual quella che pur stava invocando con tanta veemenza « Continua la tua opera, Midda! Continua… fino a quando non uno solo di questi mostri sarà ancora in piedi! »

Ri'Amsed: tanto piccolo, tanto apparentemente immacolato e inconsapevole della vita e delle proprie regole, quanto incredibilmente adulto, soprattutto nella propria furia, nella propria ricerca di sangue… e di sangue innocente.
Cosa stava accadendo?
Indubbiamente innocente, infatti, sarebbe dovuto essere tardivamente giudicato l'uomo appena crollato ai piedi della Figlia di Marr'Mahew. Così come, ancora, probabilmente innocenti sarebbero dovuti essere ritenuti tutti i suoi parenti, creature deformi, mostri al suo sguardo, e pur, in quel momento, capaci solo di piangere disperati per la caduta di un altro di loro, accorrendo nella sua direzione nella sola illusione di poterlo ancora salvare, e non più interessati, almeno in quel frangente di lutto, a ricercare una qualche battaglia, una qualche guerra nei riguardi di quell'assassina, di quella pluriomicida, per quanto ella si stesse concedendo immobile e, forse, addirittura inerme, di fronte a tutti loro.
Cosa, accidenti, stava accadendo?!
Incredibilmente pesante, Midda, avvertì allora divenire la propria testa, quasi in reazione a quello stesso indugiare, alla pericolosa immobilità nel confronto con così tanti possibili avversari. In simile stordimento, in tanto disorientamento, tale da sconvolgerla, da nausearla non diversamente dai postumi di una pessima ubriacatura con un ancor peggiore alcolico, tuttavia, la trama stessa della realtà attorno a lei sembrò vibrare violentemente, perdendo coerenza, integrità, e, lentamente, tornando a mostrarle non gli orrori propri dell'incubo nel quale aveva creduto di essere precipitata, quanto il quieto villaggio di campagna, con i suoi sconvolti, e ineccepibilmente umani, abitanti.

« Sei più tenace di quanto credessi… » scandì, in quel momento, una nefasta voce, mestamente nota alla donna guerriero, cogliendola, sinceramente sorpresa, alle spalle, nel provenire dalla stessa posizione dalla quale, fino a pochi istanti prima, erano state ritmicamente scandite le urla di Ri'Amsed « Ciò, fortunatamente, nulla toglie alla giusta punizione imposta in conseguenza del tuo ignobile tradimento: il tuo stupido e debole amante, finalmente, giace morto ai tuoi piedi, vittima della tua stessa spada. E, questa volta, non è un'illusione. »

giovedì 25 marzo 2010

804


I
l quadro che, allora, venne riservato all'attenzione della Figlia di Marr'Mahew, nel momento stesso in cui ella varcò l'ingresso a quel tugurio, apparve, effettivamente, tutt'altro che piacevole, e in questo più che giustificativo a riguardo delle grida continue e, a tal breve distanza, quasi assordanti, proposte dalla giovanissima figura di Ri'Amsed. In uno spazio sufficientemente largo da poter apparire qual quello proprio di un piccolo magazzino, numerose gabbie metalliche di diverse misure erano state disposte in maniera disordinata, alcune semplicemente adagiate al suolo, altre impilate reciprocamente, e altre ancora, persino, appese al soffitto e lì, macabramente, ciondolanti, quasi fossero carcasse di bestie soppresse e macellate, triste presagio del fato che avrebbe atteso eventuali prigionieri di quell’orrida razza. Proprio all'interno di una di tali gabbie, estremamente piccola e posizionata nel fronte opposto rispetto alla soglia sulla quale era giunta la donna guerriero, l'indifeso e terrorizzato protetto della mercenaria era stato rinchiuso e lì lasciato, però, tutt'altro che solo, tutt'altro che abbandonato, nell'essere, altresì, circondato da tre mostri, nuove orride presenze che, per un fuggevole istante, non mancarono di sorprendere neppure la stessa mercenaria, nell'originalità del loro apparire rispetto agli umanoidi dalla pelle nera e raggrinzita già noti e disprezzati.
Simili creature, in effetti, non avrebbero neppure potuto essere vagamente assimilate a una figura umana, nel proporsi quali grandi quadrupedi, approssimativamente delle dimensioni di un cavallo, e pur ben distanti anche dal poter risultare quali equine. All'attenzione della loro nuova avversaria, quei mostri proposero, quindi, un corpo di forma ovoidale, apparentemente abbondante per quanto, sostanzialmente scheletrico, ornato da una pelle ancora praticamente nera e, a propria volta, ricoperta da un folto strato di corto pelo ugualmente color delle tenebre. Da tale torso, quattro grosse e pesanti zampe immancabilmente artigliate, sproporzionate per risultare armoniche con un simile aspetto, si imponevano con un aspetto idealmente prossimo a quelle proprie di un plantigrado, un grosso orso delle montagne. Una corta coda, poi, si mostrava in terminazione a tale aspetto, risultando, forse, addirittura mozzata nel concedersi più quale un moncherino conseguente a un intervento esterno, ancor prima che una estremità naturale in quella pur innaturale forma. Una piccola testa, infine, era posta in terminazione a un collo particolarmente lungo, mostrandosi apparentemente priva, persino, di occhi, orecchie o altre caratteristiche per lei potenzialmente riconoscibili qual proprie di un capo, umano o animale, nella sola, e inquietante, eccezione rappresentata allora da una smisurata bocca rotonda, completamente circondata da lunghi e sottili denti artigliati, analoga più a quella di un mostruoso verme, che a quella di un qualsiasi altro animale o creatura mitologica, nei limiti della conoscenza propria della stessa mercenaria.

« Thyres! » esclamò la donna dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio, nel proporsi, in conseguenza di simile spettacolo, non turbata, ma sicuramente sorpresa, dal momento in cui tutto quello avrebbe dovuto essere giudicato estremamente originale persino nel confronto con quanto da lei affrontato fino a quel giorno, fino a quel momento, in una singolarità certamente apprezzabile per un’avventuriera quale ella, pur, era « E voi cosa dovreste rappresentare? »
« Midda… Midda! Aiutami… aiutami! » la richiamò il bambino, in tal modo, dimostrando immediatamente di averla riconosciuta, al di là di ogni comprensibile terrore potesse star dominando il suo cuore « Salvami… salvami! Non mi lasciare nelle loro mani… non permettere che mi uccidano. Ti prego… ti prego! »

Improvvisamente rasserenata nel ritrovare il piccolo ancora vivo e quasi illeso, la mercenaria non poté allora evitare di elevare un intimo inno di ringraziamento alla volta della propria dea, la quale, per quanto silente e lontana, non aveva evidentemente ignorato le sue preghiere e le aveva donato l'occasione utile a rimediare alla propria precedente mancanza, al proprio ignobile errore, nel permetterle di raggiungere il bambino prima che il destino del medesimo potesse essere tragicamente segnato. Così, nel confronto con quell'immagine, nell'accogliere quello scenario certamente inquietante e macabro, ma per lei, in quel frangente, anche estremamente felice, illuminato da un'inattesa luce di speranza, tutta la rabbia che, fino ad un istante prima, le aveva avvelenato il sangue, la mente e il cuore, ebbe finalmente occasione di poter essere contenuta, arginata, riservandole, addirittura, la possibilità di sorridere, sincera e, forse, anche divertita da tutto quello.

« E voi cosa dovreste essere?! » ridacchiò, nel rivolgersi con trasparente insolenza, alla volta dei suoi nuovi avversari, immancabilmente voltatisi verso di lei al suo ingresso in quello stesso edificio « Non temere, piccolo mio. Non temere più nulla: questa sera torneremo a riposare ben lontani a queste mura… e tutto quello che ora ti terrorizza, apparirà, alla tua memoria, quale un ricordo lontano, effimero come un solo potrebbe essere un brutto sogno. »
« Uccidili… uccidili tutti. Ti prego! » incalzò il bambino, aggrappandosi con le proprie manine alle sbarre della gabbia, nell'agitarsi oltremodo in quell'invito, in quella, dopotutto, legittima richiesta di sangue, qual necessaria vendetta per il patimento da lui stesso subito.

Ma prima ancora che ella potesse levare la propria spada e balzare in contrasto a quelle assurde creature, certa di poterle sopraffare senza eccessivo impegno, senza particolare fatica, dal momento in cui, nonostante il loro terribile aspetto, esse si stavano dimostrando particolarmente indolenti nel maturare una qualsiasi decisione in sua opposizione, l'idea di una qualche offensiva utile a respingere quel nemico e invasore, una voce rantolante, e, ciò nonostante, immediatamente riconosciuta, bloccò il suo ardire. E così implicitamente invitata a voltarsi nuovamente verso l'esterno, verso il resto del mondo, per un istante, dimenticato nell’emozione conseguente al nuovo incontro con il bambino e alla positiva aspettativa ora donata al suo animo, alla sua mente, nel confronto con l'immediato futuro, la donna si ritrovò, in tal gesto, in simile scelta, ancora una volta a confronto con l'oscena sagoma del mostro Be'Sihl, lì giunto, evidentemente, sospinto solo dalla propria forza di volontà, dalla propria ferrea determinazione, dove, a malapena, capace di sorreggersi in piedi e, peggio ancora, dolosamente impegnato nel tentativo di contenere il danno proprio della ferita infertagli premendo con la mancina contro il fianco opposto, da lei appena squarciato senza esitazione, senza pietà alcuna.

« Midda… » sussurrò egli, parlando a fatica, quasi tossendo a ogni parola, e, ciò nonostante, ugualmente insistendo nella folle volontà di seguirla, di raggiungerla e di tendere, in tutto quello, verso di lei il serpente striato, ancora guizzante nella sua destra così come, già prima, era stato da lei stessa violentemente rifiutato « Devi… indossare… questo bracciale. Devi… farlo… prima che sia… tardi. Troppo… tardi. »
« Uccidilo! Uccidi il mostro… uccidilo, ti prego! » gridò, quasi isterico nell'incredibile trasporto proprio di quelle parole, di quelle urla, il piccolo shar'tiagho, agitandosi nella propria gabbia, quasi come se da quella sua incitazione potesse dipendere il proprio stesso fato, sebbene, chiaramente, l'orrido umanoide lì sopraggiunto, ormai, non avrebbe potuto più rappresentare pericolo per alcuno « Uccidilo! Uccidilo! »

Alle spalle di Be'Sihl comparvero, nel mentre di quelle ultime parole, le nere e oscene sagome di molti altri suoi simili, i suoi parenti appartenenti alla stessa disumana progenie, lì accorsi in suo aiuto, in suo soccorso, per offrire una fiera opposizione alla loro crudele avversaria, non appena presa coscienza di quanto avvenuto, non appena superata l'inevitabile e iniziale incredulità conseguente all'incomprensibile e feroce offesa imposta sul locandiere nonostante la sua evidente inoffensività, e, ancor più, conseguente all'incredibile tenacia da lui stesso dimostrata, nel riuscire rialzarsi da terra nonostante le proprie ferite e nel seguire la propria carnefice, quasi non fosse ancora contento, non fosse già sufficientemente soddisfatto di essere stato, in tal modo, da lei sospinto a sì breve distanza dai propri dei, dal proprio oltretomba.
Il soggetto stesso di tanta preoccupazione, di tanta premura, intervenne, però, prontamente allo scopo di frenare i propri soccorritori, richiedendo loro, in un breve ordine scandito in un idioma che la mercenaria non fu in grado di comprendere, di apprezzare in quel momento, di mantenersi a debita distanza e di non intromettersi in quell’ultimo gesto di un uomo morente, nel desiderio, legittimo, di non ritrovar qual del tutto vano il sacrificio di cui si stava rendendo, dopotutto, tragico protagonista.

mercoledì 24 marzo 2010

803


« N
o! » ruggì ella, in reazione alla violenza psicologica così nuovamente impostale, nel terribile connubio rappresentato dal grido inquietante, proposto al suo udito, e dal quadro allucinante, altresì offerto al suo sguardo « Maledetti… che voi siate tutti maledetti! »

Nell'aver ormai raggiunto una misura estremamente colma nel confronto con il disgusto collegato a tutto quello, e, ancor più, nel non potersi negare un rinnovato sentimento di collera verso se stessa, per essersi concessa di perdere tempo con quel mostro necrofago, spingendosi, forse e addirittura, a essere prossima a credergli, ad accettare l'ipotesi da lui formulata e il tentativo di riappacificazione da lui così ricercato a suo pur aperto discapito, quale nuova e infida trappola volta, semplicemente, alla sua stessa morte, ella non frenò, né ipotizzò di frenare, allora, la propria spada, la propria lama bastarda, già pronta a colpire.
E, per quanto, il suo cuore, in quel momento, non evitò di strepitare, di gemere convulsamente, per l'orrore rappresentato dalla semplice ipotesi di una violenza contro una figura da lei pur tanto amata, la sua mano ricercò, ugualmente, la morte di quel mostro, agendo di propria iniziativa al solo e razionale fine di tutelarne la sopravvivenza, di difendere la sua stessa salute e la speranza di un qualche futuro.

« Midda… no! » sussurrò Be’Sihl.

Gli eventi che seguirono, allora, al movimento montante della lama dagli azzurri riflessi, furono ovviamente effimeri, naturalmente fuggevoli, e pur tanto importanti, tanto fondamentali nel confronto con l'attenzione sia degli attori, sia degli spettatori lì radunatisi, da risultare addirittura eterni, interminabili, qual solo, dopotutto, sarebbero potuti apparire gli ultimi momenti, gli ultimi istanti propri della vita di un uomo.
Sotto la luce impietosa del sole, a picco sul villaggio e sulle teste di Midda e Be'Sihl, quella spada frutto di un artigianato tanto raro quanto prezioso, qual quello proprio dei fabbri figli del mare, quell'arma dal filo praticamente perfetto e dalla resistenza difficilmente eguagliabile, almeno nei limiti di quelle terre, di quell'intero continente occidentale, risalì rapida e inesorabile verso il corpo dell'uomo, in una traiettoria che, se condotta a termine, avrebbe visto il suo intero addome squartato dall'inguine al collo, se tali sarebbero potuti essere definiti anche per creature tanto grottesche, vaghe imitazioni di umanità, tale da imporre una fine certa, una capitolazione sicura di quel mostro, una morte pur consapevolmente possibile all'attenzione della donna guerriera come già ampiamente dimostrato in quella stessa mattina. Il locandiere, comunque, non restò immobile, inerme, di fronte a quel colpo, a quell'offesa, forse addirittura prevista nella propria ineluttabilità, per quanto sicuramente in lui non fosse mancata la speranza di un esito diverso, di uno sviluppo migliore per quel loro incontro: riuscendo, così, dove in molti guerrieri esperti avrebbero probabilmente fallito, forse, in virtù di una lontana reminescenza passata, o, forse, in conseguenza di un'impercettibile esitazione implicita in quello stesso attacco, egli scivolò all'indietro, in una reazione tanto abile, quanto fortunata, che vide la punta estrema di quel freddo metallo quasi accarezzare il suo stesso corpo, tanto prossimo esso si trovò comunque a essere alla sua pelle.
Impossibile, tuttavia, sarebbe potuto essere per lui gioire di quello che, oggettivamente, sarebbe dovuto effettivamente essere riconosciuto quale un successo, quale un'incredibile occasione di speranza e di vita, dal momento in cui, non riservandosi la benché minima possibilità di sorpresa per quella pur incredibile evasione, la mercenaria, formata in scontri ben più frenetici di quanto mai quella semplice mattanza avrebbe potuto allora essere, mutò rapidamente l'intento precedente, trasformando un montante in un fendente e, così, calando con violenza, con tutta l'energia riservatale dalla propria furia, dalla rabbia cresciuta in lei a dismisura fino a quell'esplosione finale, la propria arma verso il corpo solo poche ore prima amato, stretto con passione a sé, percorso con bramosia dalle proprie mani e dalle proprie labbra. Nel tentare, in conseguenza di tal rinnovato attacco, in verità considerabile più qual un proseguo del movimento precedente nell'assoluta mancanza di interruzione nel medesimo, di una pur impalpabile ombra di pausa fra le due azioni condotte dalla donna guerriero, purtroppo l'uomo non parve più godere della stessa benevolenza divina a lui precedentemente riconosciuta, ora ponendo, drammaticamente, il proprio nudo piede in fallo sul terreno sabbioso sotto di se e, in questo, proiettandosi maldestramente verso il suolo alle proprie spalle. Una caduta, la sua, che se pur, inizialmente, offrì l'illusione di poterlo salvare dalla lama della sua avversaria, allontanando il suo capo e il suo torso da quel letale tragitto altrimenti diretto in loro contrasto, sembrò, subito dopo, ugualmente condannarlo, nel ritrovare la punta della spada riuscire ad accarezzarne la sagoma, aprendone un fianco con foga tale, addirittura, da giungere a conficcarsi nella sua stessa anca, nell'osso del bacino, lì arrestandosi non tanto per una presunta fiera resistenza offerta dal medesimo, quanto più per il blocco impostole dalla solidità propria del terreno sotto di lui.
In quel frangente, nel momento stesso di quel devastante impatto e della, successiva, liberazione della lama dal corpo nel quale era affondata, solo un termine avrebbe potuto inevitabilmente definire il grido di dolore che eruttò dalla gola del mostro un tempo uomo e locandiere, con impeto, con foga, non inferiore al sangue che fuoriuscì dalla ferita così aperta, non immediatamente letale e pur tutt'altro che piacevole: straziante.

« Thyres… » gemette la Figlia di Marr'Mahew, offrendo in quello stesso suo lamento, sebbene considerabile assolutamente e legittimamente quale ipocrita in conseguenza di tanta furia, voce al proprio cuore, al proprio animo, soffocati entrambi da un dolore lancinante, quasi fosse stata ella stessa a essere allora similmente colpita o, forse, paradossalmente, ancor più di quanto mai avrebbe sofferto in quello stesso frangente.

Ancora una volta, però, prima che l'esitazione potesse permettere alla sua rabbia, alla sua ira di scemare, e al dubbio di impossessarsi nuovamente della sua mente, fu un secondo urlo caratterizzato dalla voce di Ri'Amsed a pretenderne l'attenzione, sovrapponendosi a ogni altro suono, a ogni altro gemito, nel richiamarne l'interesse, nel richiederne un rapido intervento prima di un'inesorabile, tragica e prematura conclusione di una vita tanto giovane e innocente. Una morte, una colpa che mai, se solo le fosse stata concessa occasione di essere condotta a termine, sarebbe potuta essere perdonata a quella stirpe disumana, che mai, se solo non fosse stata da lei allora impedita, avrebbe potuto offrire spazio a pietà, a clemenza nei loro riguardi, richiedendo, a giusta vendetta, la completa eliminazione, il sistematico genocidio di quella popolazione di mostri, per non consentire loro più alcuna occasione utile a riproporre in futuro l'oscenità e l'orrore intrinseco nella propria stessa esistenza.
Dimentica, pertanto, dell'avversario ormai abbattuto e già morente ai suoi piedi, la donna guerriero si precipitò in direzione di una delle abitazioni informi, tanto simili a cumuli di letame, offerte al suo sguardo, la quale i suoi sensi le suggerivano poter essere la fonte di quel richiamo, di quella invocazione d'aiuto scandita dalla voce del pargolo, del suo giovanissimo protetto, da lei, imperdonabilmente, già una volta trascurato, e che ora, però, non sarebbe più stato ignorato.

« Arrivo, Ri'Amsed! » gridò ella, correndo in tal direzione, per raggiungere il piccolo con la propria voce ancor prima che con il proprio stesso corpo « Sono qui! Sono venuta a prenderti… »

Così lanciata verso il proprio obiettivo, nulla avrebbe potuto essere allora in grado di fermarla, di arrestarla, né uomo né dio, né mortale né immortale. Nel ritrovarsi, infatti, non dominata dalla propria proverbiale quiete, dalla propria leggendaria freddezza e dalle complici scariche di adrenalina, quanto, piuttosto, drogata dalla rabbia incontrollatamente cresciuta in lei, e già esplosa oltre ogni limite che la sua umana natura avrebbe potuto riservarle, nell'essersi spinta persino oltre l'unica, possibile, fonte di inibizione, qual sarebbe potuta essere considerata la presenza di Be'Sihl e il suo passato legame con lui, ella sarebbe, suo malgrado, dovuta essere oggettivamente giudicata qual lontana da ogni barlume di umanità, privata di ogni coscienza o moralità, e, in questo, addirittura disinteressata alla pur concreta possibilità di una qualunque trappola a proprio discapito all'interno di quella disgustosa tana, difficile da considerare qual concreto edificio, dove, in quel momento, in quella situazione, sua sola volontà, suo solo desiderio, suo unico scopo di vita, sarebbe dovuto essere identificato nel soccorso a quel bambino chiaramente sofferente, inconfondibilmente terrorizzato, a costo della propria stessa sopravvivenza, della propria stessa vita.

martedì 23 marzo 2010

802


A
rrestatisi allora, entrambi, a pochi piedi, a pochi passi, l'uno dall'altra, i due restarono per un lungo istante impegnati in un silenzioso confronto, in un’inespressa battaglia psicologica, condotta e combattuta dai loro stessi animi attraverso i reciproci sguardi, quelle finestre aperte dai loro occhi sull’incredibile e immensa realtà dei loro stessi cuori, così simili quanto opposti nel porsi, l’un sull’altro, complementari quali il giorno e la notte, la terra e il mare, la vita e la morte. Sebbene inintelligibile nel proprio stesso sviluppo all'attenzione del loro discreto pubblico, di tutti gli abitanti di quel villaggio lì celati in attesa di una qualche conclusione, purtroppo presupposta a discapito del locandiere, chiaro sarebbe inevitabilmente risultato come da quell'incontro, sebbene condotto a un livello estremamente intimo, nessuno fra i due avrebbe potuto disimpegnarsi nello stesso identico stato in cui si era addentrato, là dove la donna guerriero, posta psicologicamente in trappola dall'insistenza del compagno, avrebbe potuto o cedere e arrendersi all'evidenza dei propri errori, o continuare a combattere, richiedendo, in questo, la vita del proprio confermato avversario, senza più compromessi di sorta.
Fu allora, in quel silenzio, in quell'apparente e irreale quiete, tanto carica di tensione per l'ombra di morte apparentemente calata sul futuro loro futuro, che la mano destra di Be'Sihl si mosse lentamente verso la propria schiena, in un gesto che non desiderava, ovviamente, apparire di sfida verso di lei, minaccioso o offensivo, nel proporsi troppo evidente, eccessivamente ostentato, incredibilmente palese per poter sottintendere una volontà in suo contrasto, qual sarebbe potuto essere nel recupero di una qualche arma nascosta. Volontà dell'uomo, in effetti, era quella di impegnarsi nel recupero del monile dorato lì dietro assicurato, da egli considerato, a torto o a ragione, impossibile purtroppo a potersi prevedere, quale ultima risorsa, definitiva speranza per poter superare l'orrore proprio di quell'assurda battaglia, di quella guerra non desiderata da alcuno e pur, così chiaramente, ormai pronta a esplodere e a distruggere ogni cosa nel proprio impeto, nella propria violenza.

« Non sarai tanto stolido da poter pensare di attaccarmi. » osservò la mercenaria, esprimendosi in tono retorico e, pur, cercando evidente conferma a quella sua asserzione, spiegazione al movimento proposto dall'uomo « Saresti morto prima di riuscire a comprendere l'idiozia implicita nel tuo tentativo, se solo cerc… »
« Non desidero offenderti. » la interruppe egli, mantenendo la mancina ben levata di fianco a sé, davanti a sé, sempre in posizione di resa, nel cercare di non innervosirla, non apprezzando, dopotutto, l'ipotesi di poter morire prima di aver compiuto quel tentativo verso di lei « Come tu stessa sostieni, sarei ucciso prima ancora di mostrarmi innanzi a te con un'arma. » confermò, sottolineando, subito dopo, il valore proprio di quelle parole nel tornare a offrire la propria destra davanti allo sguardo di lei, nel rivelare, alfine, quel bracciale prima pur mantenuto celato, in una scelta, probabilmente, non azzeccata in conseguenza della spiacevole ambiguità che avrebbe potuto, effettivamente, accompagnarla in una posizione tanto sospetta.

Chiaro frutto dell'artigianato shar'tiagho al pari dei numerosi suoi pari preposti allo scopo di adornare i corpi di un'ampia maggioranza della popolazione del regno, eventualmente sostituiti, nell'alternativa ristretta minoranza, da cavigliere, cintole, collari o coroncine, ugualmente e necessariamente in puro oro, quello che così stava apparendo quale un ipotetico dono dell'uomo verso la propria ex-compagna e, ora, avversaria, si concedeva allo sguardo quale, propriamente, l'immagine di serpente arrotolato su se stesso, avvolto in tre ampie spire, a riconoscere, in quella forma, la possibilità concreta di potersi chiudere attorno a un braccio o a un avambraccio, nell'inevitabile esigenza di non tradire la propria natura ornamentale.

« Cosa dovrebbe significare quel monile dorato alla mia attenzione? » domandò la Figlia di Marr'Mahew, dimostrando un evidente sforzo nel cercare di trattenersi, di non avanzare e imporre, subito, una fredda condanna sull'uomo, scelta compiuta, probabilmente, in conseguenza al riferimento dello stesso ai loro reciproci sentimenti, umanamente non ancora rimossi dal suo stesso cuore, non ancora negati così come avrebbe preferito potesse essere « Credi di poterti comprare la salvezza con un simile presente? »

Il gioiello proposto qual oggetto del confronto fra i due, in effetti, dando apparente ragione al dubbio proprio della mercenaria, non sembrava celare in sé, nelle proprie forme o nel proprio aspetto, una qualche particolare qualità atta a giustificarne la presenza fra loro, utile a riconoscere una ragione all'intervento così ricercato nel confronto in corso, se non quale, paradossalmente, un ridicolo tentativo di corruzione rivolto alla stessa donna guerriero, nella vana illusione di potersi, in tal modo, assicurare la sua pietà, la sua clemenza.

« Ascoltami, te ne prego. » premesse, nuovamente, l'uomo, sperando di potersi riservare diritto all'attenzione di lei almeno per qualche ulteriore istante, il tempo necessario a concludere il discorso in atto, ad attribuire un senso a quel suo gesto, non tanto futile qual, pur, sarebbe potuto apparire « I gioielli dorati che la tradizione del nostro popolo ci impone di mantenere sempre presenti sui nostri corpi, non devono essere erroneamente considerati quali conseguenza di semplice vanità, come la maggior parte di coloro esterni alla nostra nazione ritengono, quanto, piuttosto, degli amuleti, talismani consacrati ai nostri dei per ricercare, nel quotidiano contatto con essi, un influsso benefico di varia natura. »
Midda, ancora palesando evidente intolleranza alle chiacchiere a lei offerte dalla controparte, restò comunque in silenzio, ascoltando le parole da lui pronunciate, fosse anche solo nella curiosità di comprendere a qual fine egli avrebbe mai voluto spingersi con simile tentativo.
« Questo bracciale, nella fattispecie, è votato al dio Ah'Pho-Is, signore delle tenebre e nemico naturale dell'ordine. » continuò a spiegare Be'Sihl, tendendosi, lentamente ma inesorabilmente, verso di lei, nel tentare di porgerle, in tal gesto, il monile in questione « Benché, posto in questi termini, questo dono possa apparire qual negativo, più simile a un maleficio che a una benedizione, un oggetto così consacrato deve essere, altresì, considerato quale il più potente rimedio contro ogni genere di illusione, di inganno, dove mai il dio Ah'Pho-Is potrebbe accettare rivali in quello che considera, invero, quale una propria prerogativa, una propria imprescindibile competenza. »
« Dal veleno stesso, in fondo, si ottiene l'antidoto al suo male… » incalzò egli, ormai praticamente accostato a lei, terribilmente e pericolosamente vicino alla minacciosa lama ancora levata in sua direzione, in sua opposizione « E, questo, è probabilmente il miglior antidoto contro ogni mistificazione: qualsiasi sortilegio ti stia dominando, ti stia negando un rapporto concreto con la realtà a te circostante, indossando questo bracciale potrai riconquistare la lucidità perduta, potrai essere lib… »

Il resto della frase che la voce di Be'Sihl cercò, allora, di proporre, purtroppo non giunse mai all'attenzione della sua ascoltatrice, della Figlia di Marr'Mahew, dove alle sue orecchie, alla sua mente, un suono ben diverso si impose su ogni altro, richiedendole un immediato ritorno a quelle che sarebbero dovute essere considerate le sue direttive prioritarie, il solo, concreto, obiettivo verso il quale volgere tutto il proprio interesse, tutta la propria passione, la furia, in quel momento trattenuta a stento.
Un grido terribile, angosciante, e pur, inequivocabilmente, attribuibile alla voce del piccolo Ri'Amsed, squarciò, così, l’aria, risuonando tremendo nel confronto con la donna guerriero, con la sua mente, nel dimostrarsi apparentemente impegnato nell’invocare proprio l'intervento della stessa mercenaria, per quanto incomprensibile, in verità, sarebbe dovuto essere considerato il concreto messaggio di quello straziante richiamo anche da parte di lei. E, quasi reagendo in diretta conseguenza di quella fugace ma efficace distrazione, l'intera realtà presente attorno alla mercenaria, purtroppo per lei, mutò nuovamente il proprio aspetto, tradendo, per l'ennesima volta, quell'apparenza di quiete, di serenità, che forse avrebbe potuto, nonostante tutto, ancora ingannarla, ancora plagiarne la mente e i sensi, e mostrandole così, suo malgrado o, forse, sua benedizione, l'orrore proprio di quell'insediamento di mostri e, peggio ancora, dell'uomo… dell'umanoide, eretto di fronte a lei, teso a ricercare una comunione di sorta nell'offrile, però, non un monile dorato, quanto, piuttosto, un piccolo, ma estremamente letale, serpente striato, guizzante fra le sue dita, strisciante attorno a quella specie di mano.

lunedì 22 marzo 2010

801


« N
o! » replicò egli, impegnandosi a dimostrare convinzione e fermezza nella propria voce e nel proprio portamento, con un trasparenza d’intenti e di sentimenti tale che difficilmente sarebbe potuta essere associabile a un inganno, a una menzogna, a meno di non volerlo considerare quale uno dei migliori bugiardi esistenti nel mondo conosciuto « Certo che no, dannazione! Come puoi credere qualcosa del genere? Per quanto vittima di un maleficio, come puoi davvero spingerti a pensare che io sia un mostro? Ci conosciamo… ci conosciamo da anni! »
« Taci… taci, mostro. E restituiscimi il bambino. » comandò ella, proponendo, in quel confronto con lui, un disprezzo tanto indiscutibilmente apprezzabile da non poter riservare il pur minimo spazio a qualsivoglia dubbio, a ogni possibile esitazione nel merito della veridicità attribuita dalla stessa mercenaria al proprio personale punto di vista sulla realtà « Restituiscimi il bambino, vivo e illeso, e, qual compenso, donerò a te e a tutta la tua stirpe una morte rapida e indolore: ma prova semplicemente a immaginare di poterti opporre a me, e rimpiangerai di non avermi uccisa più di dieci anni fa! »
« Non comprendo di cosa tu stia parlando… quale bambino? » negò ancora una volta l'uomo, scuotendo il capo con fare confuso, nel cercare di riservarle tutta la sincerità della quale mai il suo volto avrebbe potuto rendersi ambasciatore, nel tentare di trasmetterle il concetto della propria estraneità a qualsiasi evento da lei evidentemente dato per certo, considerato qual realtà « Quale bambino dovrei restituirti, Midda?! »
« E' il giorno sbagliato per prendersi giuoco di me, mostro! » sentenziò la donna, con fare impaziente, levando la propria lama fra loro, ancora a sufficiente distanza da lui per non essere una concreta minaccia in tal gesto, e, ciò nonostante, tutt'altro che apprezzabile nell'occorrere del medesimo « Parla, ora, finché te ne riconosco ancora l'occasione… o preparati a subire l'impeto di una violenza qual mai ti è stata concessa anche solo possibilità di semplice fantasia, di innocua immaginazione. »

Nella propria vita Be'Sihl aveva avuto molti volti, talvolta, addirittura, in apparente aperto contrasto l'uno con l'altro, quasi egli non avesse avuto esatta consapevolezza nel merito delle proprie ambizioni, dei propri desideri, del proprio futuro: era, così, stato un figlio premuroso e uno, altresì, disubbidiente; un combattente e, subito dopo, un obiettore; un patriota, ma anche un emigrato; un cerusico imbroglione e un onesto locandiere. In questo, per quanto mai egli avesse cercato vanto per la propria vita passata, per i propri trascorsi, per le avventure che dal regno di Shar'Tiagh lo avevano condotto fino a Kofreya e a Kriarya, città del peccato, colui che Midda aveva conosciuto, per la prima volta nel ruolo di umile locandiere non avrebbe potuto, effettivamente, riservarsi rimpianti di sorta per le proprie scelte o, ancor più, per un'ipotetica propria assenza di scelte, tale da spingerlo, al pari della maggior parte delle persone, a domandarsi cosa sarebbe potuto essere e cosa, invece, non era mai stato.
Da così tanti ruoli, da così tante situazioni, nel corso degli anni, nel lungo percorso di maturazione, che, al pari di chiunque, gli era stato offerto dal fato, egli era stato naturalmente e profondamente influenzato, diventando, inesorabilmente, l'uomo che oggi si stava ergendo di fronte alla mercenaria. Un uomo che, in molti, avrebbero potuto considerare medio, sia nella propria statura, sia nella propria corporatura, sia nel proprio stile di vita, ma, ciò nonostante, indubbiamente un uomo ben lontano dal potersi definire quale uno sprovveduto: giunto, dopotutto, entro i confini della più violenta città di tutto il regno kofreyota, e, probabilmente, degli altri confinanti, egli non si era lasciato piegare dalla stessa, non si era mai sottomesso al volere di alcuno fra i numerosi signori locali, coloro noti con il termine di mecenati e, più correttamente, vertici della criminalità organizzata che, da tempi remoti, imperava sull'intera capitale e sulla connessa provincia, in un modo tale in cui, alcun altro, aveva prima osato supporre, né aveva tentato, pur a seguito del suo successo, nella consapevolezza di non essere all'altezza di quella figura, tanto più apparentemente placida e tranquilla, quanto, evidentemente, capace di scuotere una struttura forte e radicata, quale quella imperante all'interno della città del peccato, senza esserne, in conseguenza, né fagocitato, né annientato. Tutt'altro che stolido, tutt'altro che avventato nelle proprie iniziative, nelle proprie scelte, solo innanzi allo sguardo di un inetto non sarebbe quindi risultato comprensibile, evidente, chiaro, come un uomo, qual egli si dimostrava di essere, fosse riuscito a giungere a conquistare il cuore della stessa donna guerriero ora parata in suo stesso contrasto, di una figura tanto carismatica, tanto fiera qual quella della stessa Figlia di Marr'Mahew ora sua ipotetica avversaria. Invero, infatti, per quanto le differenze apparentemente esistenti fra i due sarebbero potute essere considerate incolmabili, nell’essersi votati a vite totalmente diverse, e sognanti futuri spesso opposti, e per quanto assurdo, al giudizio dei più, sarebbe potuto risultare un ipotetico paragone a confronto fra loro, fra Be'Sihl Ahvn-Qa e Midda Bontor sarebbero dovuti essere conteggiati più punti in comune, aspetti del tutto paralleli nel loro animo, nella loro mente e nel loro cuore, di quanti, altresì antitetici, sarebbero potuti essere mai individuati.
Per simili ragioni, mai un uomo qual egli, dopotutto, era sempre stato ed era tutt'ora, avrebbe mai potuto decidere di affrontare una donna pericolosa qual ella indubbiamente era, senza le proprie necessarie precauzioni, senza la solidità rappresentata da una strategia, da un piano, utile a lasciargli presumere di poter godere di almeno un'effimera occasione di sopravvivenza a tale confronto. E tale fede in favore dell'occasione di poter assistere a una nuova alba, a seguito di quel gesto inevitabilmente giudicabile e giudicato qual folle e insensato da parte di tutti i suoi familiari, silenti spettatori di un confronto da loro incomprensibile nelle parole, ma non negli atti e nelle espressioni proprie dei due protagonisti, avrebbe dovuto allora essere ricercato non tanto in un'arma, della quale effettivamente, in quel momento, si proponeva sprovvisto innanzi a lei, per non rischiare di scatenare in lei ulteriore sospetto, diffidenza e astio, quanto più di un bracciale, di un ornamento dorato come tanti in Shar'Tiagh, che egli stava mantenendo celato alle proprie spalle, legato alla propria cintura, nella, forse insensata, speranza che tutte le pur ipotetiche e infondate ragioni da lui individuate a spiegazione del comportamento della mercenaria, non si sarebbero, alfine, dimostrate tanto prive di logica, tanto prive di senso, dal momento in cui, in caso contrario, egli avrebbe inevitabilmente pagato un tale azzardo con la propria stessa vita.

« Midda… ti prego. » richiese egli, umettandosi appena le labbra, secche per la violenta azione del sole sopra di lui e, ancor più, per la tensione propria di quel mortale momento, di quel frangente in cui una singola parola mal pronunciata, un singolo tono mal proposto, avrebbe potuto, allora, mutare radicalmente le sorti di quel dialogo « Ti prego, ascoltami. Uccidimi, se proprio lo desideri… ma prima ascoltami. »
« Non credo di averti domandato nulla di diverso dal parlare… e dal dirmi che fine ha fatto il piccolo Ri'Amsed. » storse ella le proprie carnose labbra, trattenendo a fatica la rabbia che pur la stava chiaramente dilaniando dall'interno, in una maniera tale che mai Be'Sihl avrebbe potuto considerare qual possibile, qual immaginabile.
« Midda: su quanto più mi è caro al mondo, sul nostro amore, io ti giuro, e che gli dei tutti mi possano incenerire all'istante se mento, che non ho mai conosciuto un bambino con tal nome. Non in Shar'Tiagh, per lo meno, dove, in effetti, una simile associazione di sillabe non avrebbe alcun significato… » tentò di argomentare, ben comprendendo come, suo malgrado, stesse conducendo una danza terribilmente pericolosa con il fuoco incarnato, con la Morte fatta donna qual ella, indubbiamente, era.
« Menti! » gridò la mercenaria, scattando in avanti, a voler ridurre la distanza fra loro, chiaramente bramosa di poter intingere la lama della propria spada bastarda nel sangue dell'uomo considerato quale proprio avversario, proprio acerrimo nemico.
« No! Non mento! » rispose egli, in egual tono, levando a sua volta la voce con fare collerico e correndo, a propria volta, verso di lei, verso quella lucente condannata, quasi non la temesse, quasi essa non fosse reale, qual, invece, tremendamente era, in un confronto tanto azzardato « Non mento e tu non puoi ignorarlo! Non so di qual assurdo incantesimo, di qual terribile sortilegio tu sia rimasta vittima, né riesco a immaginare le ragioni proprie di simili allucinazioni… ma, sono certo, sono convito, che guardando nel tuo cuore, non potrai ignorare la verità celata dietro all'illusione. Una verità assoluta e indiscutibile, quale solo può essere quella rappresentata dall'amore che provo per te e che tu, lo so, provi per me! »

domenica 21 marzo 2010

800


A
ccompagnata e, addirittura, spronata da tante emozioni negativi in propria, diretta ed esplicita avversione, la donna guerriero ripercorse la lunga via verso il villaggio di Be'Sihl, con passo serrato, obbligandosi a evitare una reale corsa, ma camminando, ugualmente, con una tale foga da far apparire i suoi passi, effettivamente, impegnati a scandire un ritmo estremamente più frenetico di quello che sarebbe stato proprio di una normale marcia. Priva di senno in conseguenza di quella rabbia che a stento non stava costringendo il suo stesso cuore a esplodere, ella, in negazione a ogni precedente riflessione, a ogni possibile, diversa, strategia, era ora convinta ad avanzare in maniera più diretta possibile verso il villaggio, sterminando chiunque si fosse parato in sua opposizione, chiunque avesse voluto dividerla dal proprio protetto, priva di ogni prudenza, di ogni precauzione in un'impresa tanto pericolosa, probabilmente letale, dal momento in cui non desiderava provare alcuna pietà per se stessa, per chi colpevole di aver ignorato in maniera sì disinteressata, ogni proprio voto, ogni proprio principio, ogni proprio valore, nonché la promessa compiuta nei confronti di quello stesso pargolo, certamente sconosciuto, impassibilmente a lei legato da qualche concreto vincolo di affetto, e che pur avrebbe dovuto difendere a costo della propria stessa vita e non, come invece era accaduto, abbandonare inerme e addormentato alla crudeltà di un destino beffardo.
Nonostante tanta iraconda energia, tanta ferma motivazione, da lei, allora, impiegata nel condurre i propri passi, nel cadenzare il movimento continuo e irrefrenabile delle proprie gambe verso il solo obiettivo che si sarebbe allora potuta prefiggere, la Figlia di Marr'Mahew non poté evitare di impiegare diverse ore prima di porsi in effettivo confronto con l'immagine della propria meta, dal momento in cui, fra la notte precedente e quella stessa mattina, il percorso in senso contrario era stato da lei consumato nella collaborazione, nell'aiuto offerto dalle acque del fiume, capace di proiettarla, nell'impeto delle proprie correnti, lontana da quei confini a una velocità sicuramente maggiore di quanto ella avrebbe altresì potuto compiere nel muoversi a piedi lungo la sua stessa sponda. Solo quando il sole si ritrovò praticamente prossimo al proprio zenit, pertanto, ella si riservò occasione di fugace soddisfazione per il paesaggio finalmente proposto innanzi ai suoi occhi, non più banalmente diviso a metà fra la fertilità del fiume e l'aridità del deserto, ma costellato, al proprio interno, da una vivace presenza di casette bianche, non sparse nell'area lì offerta quali funghi sul territorio, quanto piuttosto ordinatamente allineate a esplicitare, immediatamente, la propria natura comunitaria, il proprio impegno a voler essere un insediamento coeso e non una collettività paradossalmente formata da troppe individualità.

« Eccomi arrivata… » sussurrò, a denti stretti, lasciando scintillare sotto la luce dell'astro maggiore del cielo diurno la propria lama dagli azzurri riflessi non diversamente dai propri occhi color ghiaccio, nel ritrovare tanto la prima, quanto i secondi, votati entrambi alla strage, a quella fredda distruzione che, molto presto, avrebbe caratterizzato quel villaggio, così apparentemente sereno, tranquillo, ordinato, ma, in verità, covo di orrendi mostri necrofagi, bramosi del gusto della carne umana putrefatta.
« Eccola arrivata… » le fece, a sua insaputa, involontario e inconsapevole eco una voce in lingua shar'tiagha, nel coglierne l'inconfondibile sagoma in contrasto con il terso cielo di quella bella giornata primaverile, non animata, però, da un effettivo desiderio di sangue e di morte in suo contrasto, quanto più, banalmente, da una giustificabile volontà di vendetta per i crimini dei quali ella si era macchiata con una ferocia priva di possibilità di perdono.

Con la morte nel cuore, Be'Sihl accolse l'annuncio così formulato da uno dei suoi fratelli, celato al pari dell'intero villaggio, in posizioni strategiche che non avrebbero voluto concedere alla donna guerriero alcuna possibilità né di competizione, né di ulteriore danno, dove già eccessivo avrebbe allora dovuto essere considerato il lutto che alla stessa era stato concesso di imporre sulla vita di quella quieta comunità. Rinunciando per un giorno alle proprie consuete attività quotidiane, l'intera popolazione di quell'insediamento si era, infatti, mobilitata per organizzare una necessaria resistenza a quella folle assassina, nelle cui grida, nelle cui minacce, che ne avevano accompagnato la caduta fra le acque del fiume in quel mattino, offrendo possibilità a qualcuno di sopravviverle, chiaro, evidente, era stato l'impegno da lei invocato in favore della loro distruzione, del loro più completo annientamento. E dove anche, qualcuno avrebbe potuto allora sottovalutare un simile tentativo di intimidazione, la morte di due loro compagni, di due parenti propri di chiunque all'interno di quei stretti confini, non avrebbe permesso ad alcuno di abbassare la guardia, di considerare qual vane quelle parole, costringendosi, in questo, ad attendere l'inevitabile ritorno della mercenaria, e mobilitandosi, in previsione di tale prossima occasione, al fine di non concederle possibilità alcuna di scampo: ella era una nemica, un'assassina, e nella consapevolezza delle sue capacità, della sua innata confidenza con la guerra, non avrebbero potuto permettersi nei suoi confronti pietà o compassione alcuna, non trattandola come una comune donna, ma schierando in sua opposizione ogni risorsa, non al fine di competere con lei, quanto più, banalmente, di assassinarla.
Ma se, suo malgrado, il locandiere era stato costretto dallo sviluppo proprio di quei fatti, di quegli eventi, a schierarsi, almeno apparentemente, a favore della propria gente, della propria famiglia, il suo cuore, nell'amore provato per la donna guerriero, non gli avrebbe potuto permettere di restare inerme spettatore ad assistere alla sua morte, all'esecuzione a cui ella era già stata destinata, preferendo di gran lunga essere ucciso dalla furia di lei, o della propria stessa famiglia, piuttosto che sopravvivere con il rimorso di non aver agito quando riservatagli comunque occasione di farlo, di non essersi impegnato con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, con il proprio stesso sacrificio, se necessario, al fine di sciogliere l'enigma proprio di quegli ultimi due giorni, nell'assurdo sconvolgimento imposto sulla mente della propria compagna.

« Restiamo immobili. Non riserviamole occasione alcuna di sospettare della trappola. » ricordò un altro fra gli attentatori organizzatisi attorno a lui, nel voler imporre quiete sugli animi potenzialmente frementi dei propri fratelli nel confronto con l'imminenza di quello scontro o, più precisamente, di quell'agguato « Se solo sospettasse qualcosa, quella figlia d'uno sciacallo potrebbe ancora essere in grado di riservarci qualche spiacevole sorpresa, nonostante la nostra schiacciante superiorità: ricordate le cronache narrateci durate la festa… ricordate come, sola e ferita, sia stata in grado di sterminare, senza esitazione alcuna, un'intera ciurma di pirati! »

Nell'ascoltare quell'ultima osservazione, quell'accenno neppur sì implicito a sé e ai propri interventi nel corso della celebrazione in loro omaggio, Be'Sihl non poté evitare, silenziosamente, di maledirsi per l'eccessiva leggerezza con cui, proprio due sere prima, aveva condiviso le gesta dell'amata con la propria famiglia, desiderando ricercare nel racconto di simili imprese, sicuramente trasparenti dell'audacia, del coraggio, della forza proprie di lei, motivo di orgoglio nel confronto con i propri cari, senza poter supporre, senza poter immaginare, come la vanità propria di quelle parole avrebbe potuto altresì ritorcersi in loro contrasto, al pari di quanto stava tristemente occorrendo in quel momento.
Cercando, allora, di imporsi una qualche pur fugace occasione di controllo sul proprio stesso animo, prima di permettere al dolore, ai rimpianti, in quel momento di inevitabile tensione, di volgere in suo contrasto, facendolo fallire nella sola e disperata occasione che avrebbe potuto riservarsi per tentare di evitare l'irreparabile, di contenere la catastrofe ancor prima del proprio stesso occorrere, per quanto ormai apparentemente ineluttabile, egli osservò per quella che, forse e probabilmente, sarebbe stata l'ultima volta, la propria famiglia, i volti dei propri fratelli e dei propri cugini, salutandoli intimamente uno a uno e domandando loro perdono per quanto sarebbe presto avvenuto, per quello che, suo malgrado, non avrebbero potuto evitare di giudicare quale un tremendo tradimento a loro discapito, nonché in blasfemo e innaturale scontro con il proprio stesso sangue, la propria gente e la propria terra. Sebbene egli non avesse mai scordato le proprie origini, non avesse mai rinnegato il proprio villaggio, le tradizioni della propria nazione, nel trovarsi costretto, dalla crudeltà degli dei tanto chiaramente avversi, a dover compiere una scelta fra la propria famiglia e la donna da lui amata, l'uomo non avrebbe potuto riservarsi possibilità di esitazione, occasione di dubbio, dove anche la scelta in favore alla seconda avrebbe potuto significare perdere, inesorabilmente, ogni possibilità di rapporto con la prima: dopotutto, l'amore verso Midda Bontor era stata una sua esplicita scelta, un desiderio pazientemente, costantemente coltivato quale la più fragile fra tutte le colture, non qual conseguenza di una superficiale e lussuriosa bramosia nei suoi riguardi, quanto più per un sincero desiderio a rendere quella donna parte della propria quotidianità, del proprio presente e, ancor più, del proprio futuro, allo stesso modo in cui la famiglia ora a lui circostante ne rappresentava il passato.

« Prego gli dei affinché il vostro odio per me non sia tale da farvi dimenticare gli anni felici della nostra giovinezza… » sussurrò, quasi inudibile, nel rivolgersi verso i propri parenti lì presenti, prima di scattare, con agile rapidità, ad abbandonare il nascondiglio nel quale era rimasto, sino a quel momento, celato.

Ignorando, in quel frangente, ogni sussurro, ogni imprecazione, a sé rivolta in conseguenza di quel proprio folle gesto, utile a porlo in diretto confronto con la mercenaria e, forse, a vanificare la trappola organizzata contro di lei, Be'Sihl si asciugò gli occhi colmi di lacrime, cercando di riservarsi in tal modo un qualche contegno, prima di iniziare ad avanzare verso la propria compagna, certo di come, comunque, alcuno fra gli abitanti del villaggio avrebbe allora cercato di frenare quel suo cammino, nel desiderio di non svelare, in tal gesto, la propria posizione.

« Midda! » richiamò, a gran voce, il nome di lei, nel levare le mani ai lati del proprio corpo, con entrambi i palmi aperti, al fine di risultare, anche al suo sguardo, chiaramente disarmato, sperando che, nonostante la propria follia, ella riuscisse sia a riconoscerlo, sia a non fraintendere l'intento proprio di quel gesto.
« Be'Sihl. » rispose ella, ancora distante dal villaggio, e dal conseguente agguato lì predisposto, offrendo riprova di comprendere, per lo meno, l'identità del proprio interlocutore.
« Midda… cosa sta accadendo? » domandò il locandiere, scuotendo appena il capo e, in questo, continuando ad avanzare lentamente verso di lei « Perché ti stai comportando in questo modo? Credi, forse, che le allucinazioni di cui sei vittima corrispondano alla realtà? Credi, forse, che io sia un orrido mostro? »
« Non è così? » replicò la mercenaria, con tono che egli non fece fatica a interpretare quale dominato dall'ira, da una collera a lei difficilmente associabile.