Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 31 maggio 2010

871


I
l breve monologo della mercenaria, per quanto incompreso nel significato dei termini da lei adoperati, non poté allora mancare di suscitare una sincera reazione d'ilarità nel gruppo indigeno, il quale, apprezzandone l'aspetto più grottesco, trasparente nel linguaggio del suo corpo, nelle espressione del suo viso al di là di ogni possibile termine verbale da lei adoperato, scoppiò pertanto a ridere fragorosamente, fortunatamente stemperando, in tale inatteso e imprevedibile sviluppo, ogni possibilità di tensione in quel primo contatto fra due realtà reciprocamente aliene.

« Ma… stanno ridendo di noi? » si domandò Ma'Sheer, ora sì riservandosi occasione di sincero imbarazzo per quello sviluppo inatteso, ingenuamente non cogliendo le ragioni pur evidenti di tanta ilarità.
« E' possibile, visto l'espressione che hai rivolto verso le qui presenti. » tentò di rimproverarlo Be'Tehel, mascherando dietro a simili parole quello che sarebbe dovuto essere considerato, a sua volta, concreto disagio per essersi a propria volta riservato una reazione probabilmente umana, e pur discutibile, nel confronto con le controparti lì presentate.
« Così parlò l'agnello innocente… » aggrottò la fronte il figlio del deserto, rivolgendosi con naturale irritazione nei riguardi del compagno apparentemente tanto desideroso di porlo sempre in torto « Forse non te ne sei accorto, ma anche tu le stavi guardando… e con ancor più interesse rispetto a me! »
« Diciamo pure che ci stavate guardando entrambe, quasi non aveste mai visto delle donne al lavoro prima d'ora. » ridacchio un'indigena, prendendo per la prima volta voce, con tono piacevolmente melodico, dolcemente argentino, nel rivolgersi esplicitamente verso i due mercenari, per lei semplicemente stranieri e sconosciuti « Non siete di queste parti, non è forse vero? »

Se la lingua nella quale la giovane donna proferì verbo sarebbe dovuta essere considerata indubbiamente shar'tiagho, risultando, fortunatamente per la coppia di mercenari, chiara alle loro orecchie, alla loro attenzione, l'accento con la quale ella si espresse, e la forma particolare di alcune parole da lei adoperate, risultarono alla loro attenzione quali estranei alla norma, quasi a voler negare un'effettiva corrispondenza con il linguaggio del popolo eletto per loro comune, abituale, consueto. Cercando, allora, di superare, seppur con estrema fatica, la spontanea attrazione visiva nei confronti delle attraenti forme di lei, appena imperlate di sudore in conseguenza del lavoro nei campi, i due cercarono di non sprecare l'occasione di dialogo così loro presentata, esitando, tuttavia, nell'individuazione delle migliori parole con le quali potersi rivolgere ai presenti, ancora impegnati, nella maggior parte, in risatine divertite per quell'imprevedibile intervallo dal lavoro offerto loro nella venuta di tali bizzarre figure.

« Ehm… tutto dipende da quali sono, effettivamente, "queste parti"… » riprese voce Be'Tehel, sorridendo e sforzandosi oltremodo di mantenere il proprio sguardo in direzione degli occhi castani, con riflessi dorati, della propria interlocutrice.
« Il punto è che… beh… crediamo di esserci smarriti. » si intromise Ma'Sheer, in condizioni non migliori rispetto al compagno e, se possibile, addirittura aggravato dall'apparente interessere reciprocamente dimostratogli da un paio di fanciulle rimaste ancora in secondo piano rispetto a colei a cui ora stavano offrendo verbale riferimento.
« Sempre più divertente! » commentò uno degli autoctoni presenti, tornando a ridere fragorosamente in risposta all'affermazione pur offerta loro con assoluta sincerità, nell'effettiva mancanza di possibilità di orientamento riservata al gruppo di mercenari in quel momento, a seguito dell'uscita dal corridoio poi misteriosamente scomparso alle loro stesse spalle.

Non avendo alcuna possibilità di seguire lo sviluppo del dialogo in corso, e, in conseguenza di ciò, costretta a relegarsi a un riflessivo silenzio, la Figlia di Marr'Mahew approfittò dell'occasione, e del suo naturale disinteresse nei confronti dei seni femminili schierati innanzi a loro, per offrire la propria attenzione non tanto alle parole scambiate fra i propri compagni e quella specie di comitato d'accoglienza, quanto, piuttosto, ai dettagli propri dell'abbigliamento di quegli stessi contadini, cercando di poter carpire quanto più possibile da una pur ovviamente limitata indagine visiva.
Gli abiti indossati da tutti i presenti, praticamente non riservanti alcuna sostanziale differenza sulla base del genere sessuale dell'individuo, si proponevano essere dei cingilombi dalle proporzioni estremamente ridotte, tali, sostanzialmente, da negare alla vista giusto l'intimità del proprietario e nulla di più. Tale peculiarità, nel prendere in considerazione il lavoro proprio dei soggetti lì proposti, non avrebbe potuto essere considerata del tutto atipica e illogica, risultando, al contrario quale un abbigliamento particolarmente idoneo per il lavoro nei campi, tale da non ostacolare le loro possibilità di movimento, né, tantomeno, da risultare vanamente rovinato nel naturale miscuglio di sudore e terra che avrebbe potuto gravare su di loro entro il termine della giornata. Se simile riflessione avesse trovato occasione di conferma, in effetti, tale realtà non avrebbe potuto ritrovare in lei alcuna concreta ragione di sgomento, di scompiglio, dal momento in cui, da sempre priva di particolari pudori in conseguenza di un ottimo rapporto con il proprio corpo e la propria femminilità, la stessa donna guerriero era solita riservarsi occasione di svolgere i propri quotidiani esercizi fisici in totale privazione di abiti, là dove la loro presenza avrebbe potuto riservarsi altresì più ostacolo che utilità: alcuna controindicazione, in ciò, sarebbe potuta essere da lei considerata in tal senso, in simile nudità, soprattutto se inserita all'interno di un contesto di totale spontaneità, naturalezza, quale quello presentato in quel momento innanzi al loro sguardo, nel quale giovani uomini e giovane donne, ragazzi e ragazze, non sembravano riservarsi alcuna malizia per tutto ciò, segno evidente di una cultura meno bigotta, meno ipocrita di quelle da lei usualmente frequentate.

« Di grazia: cosa vi è di tanto divertente nella nostra situazione? » insistette il figlio del deserto, tentando di concentrarsi, in conseguenza di quella presa di posizione, nella direzione del proprio interlocutore maschile, innanzi al quale non avrebbe potuto offrire imbarazzi di sorta.

La somiglianza fisiognomica esistente fra i contadini proposti ai loro sguardi, e la figura propria di Be'Tehel, purosangue shar'tiagho, non avrebbe potuto evitare di attrarre l'interesse, la curiosità della mercenaria, la quale, nelle proprie quiete analisi, comparò minuziosamente ogni particolare fisico dei soggetti li schierati non rilevando, fra loro, alcuna concreta devianza da un medesimo modello comune. Certamente alcuno dei presenti avrebbe potuto essere considerato identico all'altro, né identico al suo compagno, non più di quanto ella stessa non avrebbe potuto essere considerata identica a una qualsiasi altra donna proveniente dalle isole meridionali dell'arcipelago tranitha: ciò nonostante, l'appartenenza a una stessa genia si proponeva tanto palese, tanto evidente, da non poter offrire possibilità alcuna a una mera casualità, a un semplice scherzo del fato.
Ovunque fossero capitati, indubbio sarebbe dovuto pertanto essere considerato come la popolazione autoctona da loro incontrata, almeno sino a quel momento, avrebbe dovuto essere considerata legittimamente shar'tiagha, così come, del resto, l'evidente possibilità di interrelazione verbale fra i suo compagni e i loro ospiti stava offrendo ulteriore riprova.

« Vogliate scusarmi… » sorrise il contadino, cercando di recuperare contegno per non rischiare di risultare offensivo nei riguardi dei propri interlocutori, non avendo ragione alcuna per inimicarsi quegli stranieri, presentati alla loro attenzione non semplicemente quali smarriti, ma, ancor più, quali estremamente e intimamente confusi nel merito della realtà loro circostante « Non è desiderio di alcuno fra noi farsi beffe di voi per quanto sta accadendo. Semplicemente, spero vorrete concordare, che è una situazione sufficientemente originale quella che vi vede quali protagonisti: ritrovarsi nel centro del regno di Shar'Tiagh, dominio incontrastato del nostro divino faraone, senza averne consapevolezza alcuna non può esser considerata quale conseguenza di una semplice svolta errata… »

domenica 30 maggio 2010

870


M
a, ancora una volta, non qual risposta a tale interrogativo, quanto, piuttosto, qual richiamo all'ordine, alla freddezza che, per un istante, era venuta meno nel cuore e nelle menti di tutti loro, nel naturale, spontaneo, umano confronto con quel nuovo, particolare e inatteso scenario lì proposto, ebbe allora da considerarsi quanto scandì, immediatamente, con tono convinto, con animo deciso, la voce della donna guerriero, la quale, per quanto impossibilitata a comprendere i dubbi espressi dai propri compagni nelle loro effettive sfumature, fu altresì in grado di coglierne in modo estremamente naturale, spontaneo, gli umori, le emozioni ora sempre più prossime al panico, in un cedimento che avrebbe potuto offrire loro solo problemi, ancor prima che ipotetiche soluzioni, nella perdita di ogni possibilità di controllo sulla situazione, sull'ambiente a loro circostante e sugli eventuali pericoli lì loro riservati.

« Cerchiamo di mantenere la calma… d'accordo?! » definì ella, levando la propria destra, in nero metallo, a richiedere in maniera inequivocabile la riconquista di quella quiete perduta « Affronteremo ogni problema a tempo debito e, un giorno, quando sarete un po' più maturi, ripensando a questi momenti, non potrete evitare di ridere per l'ingenuità madre di tanto timore, di questa agitazione che ora vi sembra impossibile da gestire, da controllare.. »

Un tentativo di incerta presa di parola fu, allora, proposto dal figlio del deserto, il quale, suo malgrado, venne altresì rapidamente messo a tacere dalle parole della compagna, del proprio comandante, pur per lui impossibili da apprezzare sebbene, sicuramente, sarebbero risultate quali apprezzabili in tale particolare situazione, a conforto nel confronto con l'evidenza di una qualche assurda stregoneria qual solo sarebbe dovuta essere considerata quella di cui si stavano ritrovando a essere vittime.

« No. Ora basta… » negò ella, ferma nella propria posizione « Non mi interessa se tutto questo è per voi nuovo e strano: lo è anche per me, ma ciò non deve essere intesa quale una ragione utile per lasciarci dominare dal panico come un gruppo di bambini con le labbra ancora sporche di latte materno. Siamo mercenari, siamo avventurieri, e questo genere di situazioni è parte della nostra vita… d'accordo?! »

E, anche dove inevitabilmente frainteso con qualsiasi possibile altro significato, il riproporsi di quel particolare termine conclusivo da lei allora nuovamente adoperato, nonché della fredda enfasi caratteristica del medesimo, non poté ora evitare di negare ogni possibilità di replica alla coppia di compagni di ventura, i quali, similmente e trasparentemente richiamati all'ordine, non mancarono di reagire a quelle parole, alla loro intrinseca e innegabile forza, con un vigoroso annuire, quasi l'intero discorso fosse da loro stato perfettamente inteso: innanzi al carisma sì dimostrato, degno del ruolo di comandante a lei affidato, a lei riservato, del resto, alcuna altra eventuale risposta sarebbe risultata ammissibile, quasi nel timore che una pur minima, e ulteriore, esitazione, il più fugace tentennamento di sorta, avrebbe potuto scatenare in lei una reazione di violenta offesa a loro discapito.

« Perfetto. » sorrise ella, riponendo, ora, la propria spada, nell'accettare, con tal gesto, come il paesaggio a loro circostante non stesse riservando apparente ragione d'ostilità nei loro stessi riguardi « E, ora, rendetevi utili e provate a stabilire un dialogo con la popolazione indigena, per tentare di comprendere dove possiamo essere finiti, informazione a dir poco fondamentale prima di qualsiasi altra occasione di dubbio… »

La richiesta così formulata da parte della donna guerriero, più un ordine che un semplice invito, nella sua presa di coscienza della necessità di mantenere ferreo controllo sull'animo dei propri due giovani compagni, fu sostanzialmente trasmessa alla coppia di uomini, nei propri intenti, nel dettaglio altrimenti per loro impossibile da cogliere, dal medesimo avanzare della stessa donna guerriero con passo tranquillo, con incedere sereno, verso un gruppo di contadini poco distanti dalla loro posizione. Quegli stessi villici, che, sino a un istante prima, si erano pur dimostrati del tutto ignari, inconsapevoli della presenza lì sopraggiunta di quel variegato e compatto gruppo di mercenari, si stavano ormai proponendo quali inevitabilmente attratti da loro, in diretta conseguenza dal baccano delle loro chiacchiere, non potendo così fare a meno di mantenere, loro malgrado, il proprio sguardo e la propria attenzione non in direzione dal lavoro in atto, quanto, piuttosto, in quella propria di quel trio di sconosciuti, sopraggiunti inaspettatamente, improvvisamente, al centro delle loro terre senza che alcuno fra loro potesse averne precedentemente colto il movimento, l'avanzata.
Il gruppo autoctono, al quale pertanto e reciprocamente anche il trio rivolse ora il proprio più completo interesse, si propose, in tale rapida analisi, nell'inevitabile esame visivo del quale furono oggetto, quale formato in maniera eterogenea da uomini e donne, dimostranti un'età compresa fra i quindici e i venticinque anni e una chiara appartenenza alla nazione shar'tiagha, nonostante numerosi elementi estranei alla cultura propria del popolo eletto. Se, infatti, la loro pelle, naturalmente bronzea, i loro zigomi, inevitabilmente alti e marcati, e i loro capelli, conformati nell'ordine proprio derivante da una fitta schiera di strette treccine, li avrebbero potuti indicare chiaramente quali shar'tiaghi al pari di Be'Tehel, l'assenza di monili dorati preposti a immancabile ornamento dei loro stessi corpi, la presenza di sandali ai loro piedi e, ancor più, la particolare moda dimostrata dagli abiti loro indossati, avrebbero, al contrario, seriamente negato ogni possibile supposizione in tal senso. In particolare, all'attenzione, alla premura dei due mercenari maschi lì sopraggiunti, esattamente quell'ultimo dettaglio, il riferimento alle vesti rese proprie dall'assembramento di contadini e, nel dettaglio, dalla componente femminile del medesimo, non avrebbe potuto mancare di essere immediatamente rilevato, colto, non tanto in conseguenza di un improvvisamente raffinato gusto estetico in fatto di abbigliamenti, quanto, banalmente, in virtù della totale assenza di stoffe a celare le forme dei loro busti, dei loro seni, nulla negando dei medesimi all'indiscrezione di quegli sguardi, in una naturalezza, in una spontaneità, in una completa assenza di pudore, tale da far considerare quella loro nudità qual la condizione più ovvia nella quale avrebbero potuto allora presentarsi e tale, paradossalmente, da far apparire addirittura fuori luogo, quasi assurda, la presenza della casacca sgualcita e senza maniche altresì propria della nuova giunta.

« Mi raccomando… impegnatevi a dire qualcosa di intelligente e a non fissare in maniera eccessivamente ossessiva le nostre anfitrioni, quasi non aveste mai potuto osservare dei seni in vita vostra. » sussurrò la donna guerriero, in un rimprovero preventivo purtroppo più retorico che sostanziale, in conseguenza della propria ignoranza nel merito delle lingue parlate dai propri due compagni di ventura, aprendosi, subito dopo, in un ampio sorriso verso il gruppo di indigeni a volersi dimostrare più affabile possibile nei loro riguardi.

Un consiglio, quello che alcuno dei due poté ovviamente comprendere, che sarebbe risultato, in effetti, quanto mai azzeccato là dove, ben lontani dalla virginale fanciullezza, dall'inesperienza che avrebbe potuto offrire loro ragioni di imbarazzo nel confronto con quell'originale spettacolo, non poterono loro malgrado evitare di reagire innanzi a esso con sincera eccitazione, immediatamente dimostrata da una doppia coppia di occhi incapaci a sollevarsi al di sopra dell'area addominale delle loro potenziali interlocutrici.

« Thyres, se stai cercando di punirmi per la mia indolenza, per la mia pigrizia nell'apprendimento della lingua shar'tiagha, ti posso assicurare che stai riuscendo perfettamente nel tuo intento, nel tuo obiettivo… » commentò la mecenaria, sospirando sconsolata, nel levare lo sguardo al cielo e nell'aprire le braccia verso l'alto, a render più comprensibile, più trasparente verso chiunque, tanto i propri sodali, quanto i loro possibili nuovi ospiti, la propria invocazione divina in quel particolare frangente « Qualcuno mi sa spiegare per quale assurda ragione gli dei hanno reso una metà del genere umano tanto stolidamente sensibile alle forme dell'altra metà? E, soprattutto, come sia possibile che, in tutto questo, nella maggior parte del mondo conosciuto continui tuttavia a esser presente un assurdo modello patriarcale?! »

sabato 29 maggio 2010

869


« T
hyres… »

Un'esclamazione, quella così da lei resa propria, probabilmente priva di particolare originalità, e pur indubbiamente adatta a esprimere in maniera a dir poco perfetta, priva di ogni possibilità di fraintendimenti, di dubbi, la reazione emotiva della stessa donna guerriero nel confronto con quanto a lei così proposto innanzi, in una scena, in un panorama, non solo effettivamente imprevedibile, ma da ritenersi sostanzialmente impossibile nel proprio stesso essere.
Là dove, infatti, fuoriuscendo da quel corridoio oscuro e, in conseguenza, raggiungendo la necropoli da loro ricercata, al compatto gruppo similmente formato avrebbero dovuto essere mostrate le vestigia di una civiltà lontana, di un'epoca ormai persino quasi dimenticata anche da parte degli stessi discendenti dello stesso popolo che l'aveva dominata, l'aveva caratterizzata, non rovine decadenti, non tombe ricoperte da polvere e sabbia, si presentarono all'attenzione dei tre mercenari, dei tre avventurieri lì sospintisi in cerca di un tesoro perduto, quanto, piuttosto, l'esatto opposto a tutto ciò. Una meravigliosa valle color smeraldo, in ciò, si dispiegò innanzi ai loro sguardi per miglia e miglia, imponendosi con tale tonalità sino all'orizzonte, non in conseguenza, tuttavia, dell'effettiva presenza di pietre preziose, quanto, piuttosto, più banalmente ma, al tempo stesso, più incredibilmente, di un rigoglioso manto di erba verde, tanto fitta, tanto intensa, da non poter neppur essere abitualmente ritrovata in prossimità dei grandi fiumi del regno, di quei doni divini che pur assicuravano quotidianamente occasione di futuro al popolo autoproclamatosi eletto. Tanta grazia, già inaccettabile, si presentava ulteriormente accompagnata ed enfatizzata, nella propria irrealtà, dalla presenza di numerosi agglomerati di alberi, schiere vegetali preposte a ornare sia l'orizzonte a loro contrapposto, sia entrambi quelli a loro laterali, alcuni apparendo qual spontanea proposta della stessa natura, altri, ancor peggio, risultando evidentemente quali conseguenza di un proposito, di un intento umano, una coscienza contadina volta a ricercare, da simili piante, l'approvvigionamento derivante da grossi e succosi frutti di varia offerta. Volontà autoctona, quella tanto incontrovertibilmente lì già dimostrata, che, nello stesso spettacolo loro offerto, sarebbe comunque dovuta essere considerata lontana da ogni possibilità di discussione, di dubbio, nell'esser, addirittura, esplicata dall'attuale presenza degli stessi villani impegnati tanto nella cura di tali alberi, quanto, più diffusamente, di numerosi campi coltivati sparsi in tutto il territorio lì presentato, in un numero sì generoso, da poter essere posto in fiera competizione, se non in schiacciante superiorità, con le aree rurali più fertili dell'intero regno di Shar'Tiagh.
E dove simile immagine, tale paesaggio già similmente incredibile da apparir frutto di miraggio, di illusione, avrebbe allora potuto sconvolgere gli sguardi e gli animi dei tre intrusi appena sopraggiunti qual invasori in tale realtà, in quel contesto nel confronto al quale sarebbero indubbiamente risultati alieni, a render ancor più inaccettabile quanto da loro sì raggiunto, sì scoperto al termine di quel corridoio di grezza pietra eretto nel cuore del deserto, apparentemente in mezzo al nulla, accanto a tanto bucolico quadro non mancò di esser presentata la visione, in lontananza, di non una, ma addirittura tre grandi città rispettivamente presenti al centro dei tre orizzonti loro proposti. Non semplici insediamenti rurali, banali villaggi di provincia, qual pur sarebbero potuti essere considerati coerenti con la generosità intrinseca in quel contesto agricolo, quanto, piuttosto, tre immense capitali, ancor troppo distanti per offrire coscienza nel merito particolareggiato dei propri dettagli, ma tanto esuberanti nelle proprie proporzioni da far già apparire la stessa Teh-Eb, una delle maggiori realtà di tutto il territorio shar'tiagho, qual ben misera presenza nel panorama locale.

« Credo che il nostro comandante abbia appena invocato il nome di una propria divinità pagana… » sussurrò Be'Tehel, non riuscendo neppure a riservarsi possibilità di consueto dialogo, di un normale tono di voce, umanamente esterrefatto in simile sorpresa « … e, personalmente, non mi sento di offrirle rimprovero per tale scelta. »
« Se preferisci posso imprecare io in tua vece. » rispose Ma'Sheer, deglutendo, nel vano tentativo di razionalizzare quanto così preposto innanzi al loro sguardo « Per l'ira di Ah'Pho-Is… possibile che tutto questo sia realtà?! »

Quale esattamente dedicato al dio appena richiamato in tali parole dal figlio del deserto, signore delle tenebre appartenente al pantheon shar'tiagho, avrebbe dovuto essere considerato, in quel particolare contesto, il monile dorato presente attorno al braccio sinistro della Figlia di Marr'Mahew, fra la sua spalla e il suo gomito, lì preposto tutt'altro che per semplice capriccio estetico, tutt'altro che per banale casualità, quanto, piuttosto, nell'esplicita, ed esclusiva, volontà di concedere alla stessa donna guerriero una costante protezione da ogni inganno, da ogni possibile influsso maligno altrimenti dedito a negarle occasione di sincero, genuino contatto con la realtà, a ingannarla in maniera subdola qual, in effetti e sciaguratamente, già era accaduto solo pochi mesi prima, al suo arrivo in quel regno.
E proprio a tale bracciale, per ovvie ragioni, non poté allora evitare di correre immediatamente l'attenzione propria della stessa mercenaria, nella volontà di accertarne l'effettiva presenza sul proprio corpo, a contatto con la propria carne, là dove alcuna spiegazione avrebbe potuto giustificarne la scomparsa, ma dove, nel confronto con l'assurdità intrinseca del paesaggio lì presentatole, tale evento non avrebbe potuto che essere temuto, nel lasciarla nuovamente vittima di un qualsivoglia possibile maleficio a suo discapito. Ogni timore, ogni dubbio, tuttavia, fu dissipato, scacciato, dalla conferma dell'inalterata e costante presenza del monile d'oro a forma di serpente arrotolato là dove era stato posto, era stato allora cercato, nell'eliminazione, in ciò, di una possibilità pur temuta e, al contempo, quasi sperata, utile a offrire la benché minima logica a quanto similmente dispiegato davanti al suo sguardo: escludendo, infatti, che tale immagine fosse da considerare qual miraggio, qual vana illusione, l'unica possibilità, per quanto assurda, avrebbe dovuto essere quella della genuinità di quella stessa realtà, di quel mondo la cui esistenza, la cui presenza, non sarebbe potuta essere tuttavia considerata razionalmente tollerabile nel confronto con il mondo, e, in particolare, il regno di Shar'Tiagh, per così come da tutti loro conosciuto sino a quel momento.

« Dove siamo finiti?! » domandarono, all'unisono, tanto la voce di Midda, quanto quella di Be'Tehel, pur scandendo quella medesima questione con parole estremamente differenti le une dalle altre.

Non qual risposta a tale interrogativo, quanto, piuttosto, qual drammatica prosecuzione del medesimo, ebbe allora da considerarsi quanto scandì, subito dopo, il tono sempre meno convinto, meno entusiasta, del figlio del deserto, il quale, in quel mentre istintivamente voltatosi alla ricerca della sola certezza che avrebbe dovuto essere considerata qual in loro possesso, ebbe, suo malgrado, ragione di ritrovare il proprio stupore quanto peggio accentuato nell'improvvisa, inattesa, impossibile assenza dello stesso corridoio dal quale erano appena emersi, dal quale erano appena sopraggiunti, in favore, al contrario, di un quarto orizzonte, del tutto simile ai tre già rapidamente analizzati, già presi in considerazione, nell'ormai, forse, immancabile presenza persino di una quarta città, una quarta smisurata capitale gemella delle tre presenti in corrispondenza degli altri punti cardinali attorno a loro.

« Ma, soprattutto… come accidenti siamo giunti sino a qui? » tentennò Ma'Sheer, nel richiamare l'attenzione dei propri compagni nella sola direzione sino a quel momento non presa in considerazione, non controllata, nel considerare forse ingenuamente, di certo umanamente, qual immutabile la solida struttura attraverso la quale erano pur lì arrivati, come le torce da loro ancora solidamente sorrette in mano sarebbe dovuta essere considerata riprova priva di possibilità di contestazione.
« Credo, invero, che la domanda più corretta da porci, in questo momento, sia… come accidenti potremo andarcene da qui? » asserì lo shar'tiagho con voce ora sinceramente spaventata, intervenendo in correzione del compagno non per malizia, non per vana volontà polemica verso di lui, quanto, piuttosto, nel voler supplicare implicitamente, tanto i presenti, quanto tutti i propri dei, di riservargli occasione di chiarimento nel merito di una questione tanto sincera.

venerdì 28 maggio 2010

868


M
algrado la propria effettiva, onesta, sincera esperienza qual mercenari, professione nella quale entrambi esercitavano sin dagli anni della fanciullezza, con bravura, con competenza confermata dal loro stesso essere ancora in vita, nonostante il clima proprio del regno di Shar’Tiagh non avrebbe potuto essere posto in facile paragone a frangenti più pericolosi quali quelli propri delle terre kofreyote, né Be'Tehel né Ma'Sheer avrebbero potuto vantare alcun pregresso, alcuna passata avventura simile a quella che, in quel momento, si stavano ritrovando a vivere, in conseguenza di un fugace moto di ardimento tale da spingerli a seguire le orme lasciate dall’intrepida donna guerriero.
Loro consuete prerogative avrebbero dovuto essere innanzitutto considerate quelle derivanti dal compito di guardie personali, nel venire abitualmente assoldati dal mecenate di turno in supporto ai numerosi corpi privati, già strutturati a tal fine, allo scopo di offrire assistenza, sostegno ai medesimi quando necessario, venendo ovviamente preferiti, in particolare, da ricchi mercanti bramosi di assicurarsi la possibilità della maggiore serenità auspicabile per i propri viaggi all’interno e all’esterno dei confini del regno. Attività, quella così loro richiesta, che avrebbe sì potuto riservare occasione di pericolo e di battaglia, ma, in primo luogo, in naturale contrasto a comuni predoni del deserto, a semplici uomini e donne, loro pari, nella competizione con i quali la sfida sarebbe potuta essere aspra, addirittura letale, ma mai superiore a limiti più che accettabili, in particolare per dei soldati di ventura. Mai, prima di quel giorno, prima di tale momento attuale, essi avrebbero quindi potuto ipotizzare la propria partecipazione a una simile impresa, sì degna dell’attenzione dei cantori, dei bardi, nell’avergli già posti in lotta contro mostri orrendi, dalle proporzioni agghiaccianti, dalla cui minaccia, al pari di molti eroi delle più variegate ballate diffuse presso ogni popolo, erano riusciti a sfuggire unicamente grazie all’energia delle proprie membra e alla prontezza dei propri sensi. E in simile consapevolezza, nella certezza derivante da tale pensiero, tanto lo shar’tiagho quanto il figlio del deserto non avrebbero potuto evitare di vivere quell’esperienza in un misto di eccitazione e terrore, di timore ed euforia, umanamente refrattari all’idea della propria prematura dipartita e, al contempo, bramosi di potersi porre alla prova al pari dei protagonisti di numerose storia, di numerose leggende, già immaginando l’occasione anche per loro di poter, un giorno, divenire eroi, attori principali di un qualche poema epico.

« Non so cosa ne possa pensare tu, amico mio, ma personalmente sono convinto che al termine di questa missione le nostre quotazioni godranno di un'improvvisa e brusca crescita, tale da garantirci lavoro fino al termine dei nostri anni migliori… » osservò Ma'Sheer, a tal proposito, prendendo voce per la prima volta dopo un lungo periodo di silenzio, tranquillità che aveva accompagnato il gruppo per quasi mezzo miglio di discreta avanzata all'interno di quel corridoio privo di qualsiasi apparente decoro, di qualsivoglia iscrizione in geroglifici, in contrasto a quanto avrebbe pur dovuto essere considerato l'abituale stile proprio di quelle terre « Sono eventi come questi che cambiano radicalmente la vita di mercenari nostri pari. Prendi qual banale esempio la nostra stessa indomita guida, che per una semplice vittoria in battaglia è passata dall'anonimato all'indiscussa fama in pochissimi giorni… »
« Al tuo posto placherei tanto entusiasmo. » lo rimproverò Be'Tehel, dimostrandosi più serio o, forse, meno positivo rispetto al compagno nel confronto con l'ipotesi, tutt'altro che ovvia, di riuscire a conquistarsi realmente tale occasione di celebrità « Il nostro viaggio ha appena avuto inizio e, personalmente, non svilirei con tanta superficialità quelli che devono essere considerati i meriti della straniera: ho sentito dire che le terre barbare da cui ella proviene, pullulano in maniera oscena, indiscriminata, di creature mostruose oltre ogni nostra consueta possibilità di immaginazione. »
« Certo… certo. Sicuro… come no? » ridacchiò il primo, scuotendo il capo « Prima di arrivare a Shar'Tiagh, questa stessa terra mi era stata descritta, con spergiuri di ogni sorta, tanto fertile da poter generare frutto anche in assenza di seme. Eppure, per quanto sicuramente migliore rispetto al deserto in cui sono nato, non credo possa essere degna di simile enfasi... »
« Comunque sia, prima di immaginare a come rivenderci, proviam… » tentò di riprendere parola il secondo, salvo essere prontamente interrotto dal medesimo interlocutore.
« Non iniziare a fare l'antipatico come poc'anzi. » lo arrestò a livello verbale, inarcando il sopracciglio destro nell'osservarlo « E prova a negare, in tutta sincerità, di non star canticchiando, nella tua testa, la sinfonia che già immagini associata al tuo nome per tutto questo… » lo sfidò, sorridendo sornione.
« E' meglio se la smettiamo con tanto parlare. » cercò di tagliar corto l'altro, evadendo senza pudore alcuno la richiesta del compagno innanzi alla quale, evidentemente, non sarebbe stato in grado di difendersi « Non vorrei che ella potesse fraintendere le nostre intenzioni e temere l'ipotesi dell'organizzazione di un complotto a suo discapito da parte nostra. »
« Complottare a suo danno?! Fossi matto! » esclamò il figlio del deserto, quasi scoppiando a ridere a simile idea « Per quanto mi riguarda ella ha da considerarsi qual il migliore investimento della nostra vita… e non intendo separarmi da lei per tutto il tempo che ci sarà concesso! »

In contraltare a tale reazione di attrazione e ritrosia, paradossale e pur assolutamente umana, nella predominanza del sentimento su ogni raziocinio, della passione su ogni logica, avrebbe altresì dovuto essere allora valutata quella dimostrata dalla Figlia di Marr’Mahew, Midda Bontor.
Probabilmente in quanto già da anni oggetto di una simile posizione, nell’essersi ampiamente conquistata il ruolo da protagonista in numerose ballate in conseguenza delle proprie missioni, dei propri successi, ella non avrebbe potuto evitare di accogliere quella situazione, quel nuovo frangente tanto prossimo a numerosi altri già vissuti, con una chiara assenza di entusiasmo, con una sincera mancanza di eccitazione, preferendo, altresì, concentrare la propria attenzione, i propri pensieri, nel merito dei pericoli che avrebbero potuto attenderli e, ancor più, sull’eventuale possibilità di fuga che sarebbe potuta essere loro riconosciuta da quella necropoli a tempo debito. Nel presupporre, con sufficiente realismo, di non poter essere considerati quali i primi ad aver superato la trappola rappresentata dagli scorpioni, là dove eccessivamente ottuso, stolido, sarebbe risultato tale pensiero, appariva evidente, inconfutabile, come, a prescindere dal fato che sarebbe potuto essere stato riservato ai loro precursori, sicuramente di morte nell'assenza di qualsiasi notizia nel merito della conquista di quella necropoli e dei suoi tesori, il meccanismo che li aveva appena imprigionati all’interno di quel corridoio, di quel passaggio obbligato, doveva essere stato concepito al fine di poter proporre, nuovamente, qual libera, qual disponibile quella via innanzi allo sguardo di nuovi avventurieri bramosi di gloria attraverso quei confini, così come anche loro l’avevano incontrata nel proprio cammino. Ottimisticamente ipotizzabile, in ciò, sarebbe allora potuto essere il supposto della possibilità di poter ritrovare disimpegnato quel passaggio al momento del loro ritorno, in un'eventualità che, pertanto, non sarebbe dovuta esser da loro sprecata tanto incautamente, tanto ingenuamente, nel riattivare lo stesso interruttore che già era stato maldestramente azionato in occasione del primo transito. Non mancando, tuttavia, di prendere in esame anche il pensiero, tutt'altro che assurdo, che tale occasione di evasione da quella trappola non sarebbe stata loro tanto semplicemente concessa, riconosciuta, ella non avrebbe allora potuto mancare di impegnare tutte le proprie energie mentali al fine di elaborare una strategia alternativa, tale da lasciar il minimo possibile qual affidato al caso, alla sorte, sebbene, in quel momento, in tale situazione, ancora ben poco ella stessa avrebbe potuto vantare nel merito della conoscenza di quanto avrebbe potuto essere loro atteso.
Tanta concentrazione, tanta riflessività, per nulla turbata né dalle azioni quasi meccaniche poste in essere a ogni passo, al solo scopo di assicurare loro occasione di sereno avanzare, né dalle chiacchiere, fuggevoli, appena scambiate fra i suoi due accompagnatori, verso le quali non avrebbe potuto riservare alcun interesse in quel particolare frangente, non poté concederle occasione di giungere ad alcuna effettiva possibilità di conclusione prima del termine naturale del loro cammino all'interno di quel corridoio. Estremità raggiunta la quale, in netto contrasto a ogni possibile previsione, lo spettacolo che si offrì ai loro sguardi fu tale da costringere la stessa donna guerriero dagli occhi color ghiaccio a una nuova, e incontrollata, imprecazione.

giovedì 27 maggio 2010

867


T
anto scetticismo non sarebbe potuto essere rimproverato alla mercenaria, dal momento in cui, invero, nella propria lunga esistenza, ella si era ritrovata troppo spesso a confronto con i limiti fondamentali della differenza esistente fra realtà, la verità dei fatti per come occorsi, e le altresì variegate e sempre originali cronache nel merito degli stessi, tali da stravolgere anche l'evento più banale e trasformarlo in un racconto degno di appartenere alla mitologia, alle narrazioni relative all'operato degli dei e dei primi, grandi eroi.
Il suo stesso nome, per primo, e le sue imprese, sarebbero potute essere considerate perfetta dimostrazione di tale umana abitudine, di simile naturale tendenza, in quanto, ove pur ammirabili, ove sì usualmente sospinte al limite dell’umana e mortale possibilità, erano inevitabilmente, costantemente, puntualmente rielaborate dalla fantasia popolare, con l’aggiunta perenne di nuovi dettagli, venendo arricchite di descrizioni tali da trasformare qualsiasi realtà in qualcosa di completamente diverso e, ogni volta, surreale. La notizia di un usuale, per quanto tale termine sarebbe potuto apparire provocatorio, scontro con un pur terribile avversario quale, a esempio, un ippocampo, era rimbalzata immediatamente di porto in porto, di locanda in locanda, di equipaggio in equipaggio, assumendo la forma di in un’impresa dai toni leggendari ancor prima che uno scontro assolutamente casuale e tutt'altro che da lei bramato o ricercato, nel proporla, in ciò, qual coraggiosa, eroica e indomabile protagonista di una strenua caccia, al termine della quale, dopo settimane trascorse in mare senza né acqua potabile, né viveri alcuni, sola e disarmata, ella si era ritrovata in contrasto, non a un singolo, ma a una dozzina di simili creature, sterminate in modalità estremamente fantasiose e, purtroppo, troppo spesso grottescamente distanti da qualsiasi effettivo accadimento, negando, in tal modo, una qualsivoglia possibilità di maturare reale confidenza con la protagonista, l’eroina in questione e la propria vera natura. Persino la sua ultima impresa, occorsa solo pochi giorni prima, poche settimane antecedenti al tempo attuale, in effetti, aveva già ritrovato terribile occasione di revisionismo storico, presentando un suo inatteso contrasto con un uomo serpente quale uno scontro letale, nel corso del quale la mercenaria era riuscita a prevalere infrangendo il metallo di alcune catene che ne avevano imprigionato il braccio destro e, con esso, impegnandosi a strappare senza pietà alcuna la testa stessa della creatura dal resto del suo corpo: in tal modo, in simile argomentazione, sarebbero dovute essere riconosciute immediatamente addirittura due menzogne, nell’assenza dell’uccisione del proprio avversario e, ancor più, nell’assoluta mancanza, da parte sua, della rottura dei vincoli su di lei effettivamente imposti in simile confronto, due falsità di cui ella non avrebbe potuto comunque essere considerata responsabile là dove non a lei sarebbe dovuto essere offerto riferimento qual fonte propria di tale diceria.

« E, per dirla tutta, potrebbe divenire estremamente svilente l'assenza di qualsivoglia possibilità di risposta da parte vostra, malgrado ogni mio tentativo di comunicazione nei vostri riguardi. » aggiunse, ora tornando a voltarsi verso la coppia di uomini al suo seguito, quasi a rimproverarli per quella che pur era perfettamente consapevoli essere una propria mancanza, qual straniera in terra straniera « Per favore… ogni tanto cercate di fare, per lo meno, finta di comprendere quanto io vi stia dicendo. » scosse il capo, sospirando e, nel contempo, cogliendo la fortunata presenza di una coppia di torce abbandonate su un lato del corridoio, a pochi piedi davanti alla loro attuale posizione.
E dove, nonostante tutto, impossibile per la coppia sarebbe allora potuto essere comprendere, cogliere, il significato proprio di quelle parole, assolutamente trasparente anche per loro fu, al contrario, lo sguardo di lei rivolto in direzione di quella nuova, e indispensabile, risorsa così presentata a un destino favorevole, verso la quale entrambi avanzarono, allora, negandosi indugio alcuno.
« Ehy… ehy… fermi! » li bloccò, al contrario, ella, negando loro occasione di proseguire in quel cammino già così avviato con reattività eccessiva e pericolosa, nel levare entrambe le proprie braccia, e la propria spada con la mancina, qual barriera in loro ostacolo « E' un corridoio d'accesso a un luogo interdetto… non potete affrontarlo con tanta leggerezza: un solo passo sbagliato potrebbe costarci la vita. »
« Tu hai la minima idea di che cosa voglia da noi?! » domandò Ma'Sheer verso il compagno, qual necessaria reazione a tutto quello, in un'apparente confusione propria della loro interlocutrice, ora non apprezzata non solo nelle proprie parole, ma addirittura nei propri toni, impossibili da comprendere nei possibili significati associabili « Credevo desiderasse che ci servissimo di quelle torce… ma… »
« Se posso concedermi un'opinione forse troppo severa, e sicuramente polemica, trovo purtroppo contestabile la scelta del nostro mecenate in favore di questa figura qual nostro comandante. » esplicitò Be'Tehel, il quale, nonostante tale posizione, non aveva offerto indugio alcuno a precipitarsi dietro di lei, primo ad abbracciare una simile decisione « La sua incontestabile bravura e il suo evidente carisma, in determinate situazioni, non possono egualmente sopperire all'assenza di confidenza alcuna con una lingua per noi comprensibile. E questa situazione ne è chiara dimostrazi… »
« Se anche non sono in grado di cogliere gli sviluppi propri di questo vostro confabulare, non pensiate che sia tanto stolida da non intuirne l'argomento principale… » li interruppe, nuovamente, la voce della donna guerriero, spingendoli appena all'indietro nel riservare loro, ora, un tono vagamente irritato « Per quanto mi riguarda, non è importante che voi comprendiate le mie ragioni o, meglio ancora, ubbidiate ai miei ordini: il mio solo desiderio è evitare di essere dilaniata da qualche dannata trappola in conseguenza di una vostra discutibile reazione nel confronto con i trabocchetti di cui, ovviamente, questo luogo sarà saturo. »

Purtroppo continuare a impegnare le proprie energie, il proprio tempo, in quel dialogo fra sordi, non avrebbe potuto riservar loro alcuna concreta occasione di risultato, motivazione incontestabile per rinunciare immediatamente a ogni sforzo in tal senso, preferendo, altresì, rivolgere ogni interesse alla strada aperta innanzi a loro e ai pericoli che, pur, in essa sarebbero potuti allora essere loro riservati. Così, la Figlia di Marr'Mahew, assumendo una postura di guardia, per lei abitualmente insolita dal momento in cui neppur nel confronto con i nemici più improbabili sarebbe potuta essere giudicata qual solita cercare di porsi tanto al riparo, preferendo non concedere ad alcun avversario il vantaggio derivante dal ritrovarla già similmente predisposta alla difesa, ella mantenne alle proprie spalle i due compagni, spingendosi lentamente, prudentemente, in avanti, a cercare di intuire l'effettiva presenza, o l'ipotetica assenza, di possibili trappole in loro attesa lungo quel percorso. Passi leggeri, perfettamente ponderati, che furono allora condotti con cadenza tutt'altro che incerta, con fare tutt'altro che dubbio, nella familiarità, per lei propria, con simili situazioni, con tali contesti.
Nonostante tanta prudenza, alfine chiarita anche nel confronto con gli sguardi dei due uomini accanto a lei, quanto si propose in improvvisa reazione a quel suo discreto avanzare, riuscì tuttavia a sorprenderla, a coglierla con sorpresa tale da non concedere alcuna possibilità di evasione, né a lei, né ai suoi sodali, ritrovando, improvvisamente, inaspettatamente, una parete mobile in solida precipitare alle loro spalle, a sigillare completamente l'ingresso e, in ciò, a negare a chiunque lì si fosse incautamente sospinto, ogni speranza di fuga dal luogo similmente violato.

« Thyres! » gemette la donna guerriero, voltandosi d'istinto, ancor prima che per qualche effettiva utilità in tal frangente, con espressione contrariata verso l'ingresso così loro interdetto, quella necessaria via di uscita ora scomparsa « Questa è effettivamente una cosa che non capita tutti i giorni. Solitamente si tenta di tenere i predatori fuori da simili luoghi… e non di costringerli al loro interno! »

Parole quasi di giustificazione, quelle che allora rivolse verso Ma'Sheer e Be'Tehel, che non si impegnarono a far mistero di un definito imbarazzo in conseguenza di quanto occorso, da lei non atteso e, peggio ancora, evidentemente e maldestramente azionato in conseguenza del proprio movimento.
Ritrovatisi a essere, in tal modo, immersi nelle tenebre, il cammino dei tre apparve praticamente obbligato nella direzione nota delle torce precedentemente individuate, la sola scelta che, dopotutto, avrebbe potuto loro garantire una qualche occasione di confidenza con l'ambiente loro circostante e con i pericoli che, ancora, sarebbero potuti essere loro imposti.

mercoledì 26 maggio 2010

866


E
di questo, nel momento in cui, alfine, entrambi riuscirono a raggiungere la salvezza rappresentata dalla soglia della necropoli, lo shar'tiagho non poté mancare di offrire esplicito verbo, in un ringraziamento quanto mai sincero e sentito, qual solo sarebbe potuto essere quello di un uomo nei confronti di chi riconosciuto, anche proprio malgrado, qual salvatore.

« Avresti potuto proseguire per il tuo cammino, disinteressandoti al mio fato. » prese parola, con tono serio, ancor prima di preoccuparsi di offrire attenzione alla donna guerriera o, ancora più, al cammino ora potenzialmente aperto innanzi al loro sguardo « In conseguenza di questa ragione, non posso che riservarti tutta la mia più sincera gratitudine, nonché le mie scuse per quanto precedentemente mi sono permesso di asserire a tuo discapito, in tuo contrasto, qual evidente espressione della mia stolidità. »

Nel prestare orecchio a tale ammissione, Ma'Sheer non poté evitare di sorridere per la medesima, in una reazione non di derisione, quanto, piuttosto, di concreto apprezzamento per simile concessione nei propri riguardi, compresa qual tutt’altro che ovvia, ben lontana dal poter essere giudicata qual banale o retorica, nel provenire da un professionista suo pari e, ancor più, da un esponente di un popolo pur fiero, qual solo sarebbe dovuto essere considerato quello shar’tiagho.
Estranei a ogni possibilità tale da apparire integralisti nelle proprie posizioni, da risultare intolleranti verso lo straniero o culture diverse dalle proprie, in Shar’Tiagh era infatti un clima di assoluta tolleranza, piena accettazione, in conseguenza del quale, comunque, alcuno avrebbe rinunciato al valore delle proprie tradizioni, dei propri costumi e, ovviamente, dei propri meriti. Sebbene, in virtù di tutto ciò, non considerabili quali eventi improbabili, dove altresì puntuali, addirittura inevitabili, nel momento in cui fosse occorsa necessità in tal senso, si sarebbero pur presentati a chi meritevoli di tanto, l’ammissione nel merito di una propria colpa, o l’eventuale offerta della propria gratitudine da parte di un guerriero, così come era appena avvenuto, non sarebbero dovute essere allora neppure prese in considerazione quali riconoscimenti banali, privi di sostanziale pregio, a meno di non desiderare, in questo, recare tremenda offesa nel confronto del proprio stesso interlocutore.

« Mi auguro che, in futuro, tu possa dimostrarti più tollerante nei miei riguardi… » replicò il figlio del deserto, con tono tranquillo, nell’accettare quanto offertogli senza, però, dimostrarsi sì impudente, sì irrispettoso verso il compagno, dal porre eccessiva enfasi né sull’errore da lui commesso e riconosciuto qual tale, né sulle scuse presentategli « Non era mio desiderio importi distrazione, quanto, in verit… »

Fu la voce della Figlia di Marr’Mahew a interrompere il proseguo di quella risposta, bloccandola a metà della propria naturale evoluzione, nel richiedere, con evidente sarcasmo, indubbia ironia, l’interesse, l’attenzione di entrambe le parti in causa, in parole che da loro non poterono essere comprese e che, ciò nonostante, risultarono, in grazia dei toni da lei fatti propri, sufficientemente esplicite nel merito del desiderio che le aveva potute originare.

« Non riesco a comprendere nel merito di cosa possiate star chiacchierando, ma, a meno di non voler fare marcia indietro e tornare ad affrontare quegli amabili, piccoli scorpioni, vi inviterei a non perdere ulteriormente il vostro e il mio tempo… » dichiarò, aggrottando la fronte e sollevando la spada per indicare la direzione della via così apertasi innanzi a loro « Abbiamo una missione da compiere e prima inizieremo, prima finiremo… e, soprattutto, prima intascheremo la nostra ricompensa! »

Forse priva di epica, sicuramente in contrasto a ogni possibilità di spirito romantico, avrebbe potuto essere giudicata la posizione propria della donna guerriero, così come espressa in tale trasparente invito loro presentato. Ciò nonostante, assolutamente sincera, realistica e reale, avrebbe dovuto tuttavia essere altrettanto giudicata quella medesima opinione, là dove alcuno fra i presenti avrebbe dovuto erroneamente considerare la propria presenza in quel luogo, potenzialmente letale, quale conseguenza di un mandato divino, di una vocazione celeste, o, più banalmente, di un proprio personale sfizio, quanto piuttosto, in maniera formalmente meno eroica, in virtù dell'accettazione di un incarico mercenario. Una differenza importante, se non addirittura sostanziale, tale per cui, al di là di ogni impeto, al di là di ogni ardimento, nessuno fra loro avrebbe dovuto dimenticare l'importanza derivante dal riportare a casa la propria pelle, la propria vita, dal momento in cui, in caso contrario, alcuna ricompensa avrebbe potuto essere richiesta al loro mecenate. Alcuna condanna, pertanto, sarebbe potuta mai sorgere da parte della mercenaria nella direzione di coloro ritiratisi di fronte a quel primo ostacolo, i quali, sicuramente dimostrando viltà, avevano pur dato riprova di non aver scordato le ragioni della propria presenza in quel luogo.

« Grazie al cielo non mi osservate come se non capiste nulla di quanto sto dicendo. » sospirò subito dopo, annuendo nella direzione della coppia e, ora, voltandosi a osservare il cammino appena marcato con la propria lama « Ovviamente non state comprendendo niente di ciò che sto blaterando, ma, fortunatamente, state pur impegnandovi a non farlo trasparire: sarebbe incredibilmente frustrante, infatti, maturare consapevolezza di star parlando al vento… » concluse, non mancando di dimostrare, in questo, una certa dose di autoironia, necessaria a permetterle di meglio accettare la propria attuale situazione.

Se a partire dal punto di riferimento offerto dall’oasi, il gruppo era stato in grado di ritrovare con particolare semplicità la via verso la necropoli, città dedicata ai morti non meno magnifica e imponente rispetto a quanto sarebbe stata qualsiasi capitale shar’tiagha dedicata ai vivi, una volta sopraggiunti all’ingresso della medesima, ogni ulteriore possibilità cognizione nel merito dei suoi misteri, dei suoi segreti, era stata subito interdetta dal confronto con lo stesso affossamento ricolmo di scorpioni giganti, attraverso il quale solo tre di loro avevano avuto coraggio di avventurarsi, al fine di raggiungere quella che sarebbe dovuta essere considerata la vera soglia d’ingresso a quel vasto complesso funerario.
Quanto lì abbandonato da secoli, forse millenni, nell’offrir naturale riferimento non alla civiltà locale così come conosciuta, come nota nel tempo presente, quanto, piuttosto, in un’epoca estremamente lontana, quand’ancora il deserto non imperava in un’ampia parte di quel regno e la fertilità della terra ormai tramutata in sabbia non avrebbe avuto possibilità di paragone alcuno, in conseguenza di simile presupposto sarebbe dovuto essere considerato non semplicemente inesplorato, quanto, ancor più, neppure preso in considerazione da parte di coloro che soli si erano guadagnati il diritto a procedere entro i confini propri di quel regno della morte, distratti, sino a quel momento, dalla prova appena superata e dai discorsi conseguenti alla medesima. Così, ove alle proprie spalle i tre stavano abbandonando una fossa bulicante di mostri desiderosi di strappar loro la vita dai corpi, innanzi ai propri volti stavano finalmente accogliendo l'immagine meno significativa che mai sarebbe potuta essere loro presentata in un simile contesto, in conclusione all'impegno tutt'altro che minimale utile a superare la prima e pericolosa prova loro imposta, nella forma di un lungo, oscuro e, almeno nei limiti di quanto da loro osservabile, disadorno corridoio, nel quale avrebbero allora dovuto avventurarsi nella speranza di non ritrovare, al suo interno, un numero eccessivo di trappole che, indubbiamente, avrebbero dovuto comunque prevedere nel corso della missione loro assegnata e da loro accettata.

« E' quasi commovente denotare come, a prescindere dal regno, dalla storia, e da qualsiasi uso e costume locale, talune situazioni abbiano da considerarsi praticamente certe. Prima fra tutte un corridoio discendente verso le viscere della terra qual sola via d'accesso a un tempio perduto, a una tomba dimenticata, a un santuario profanato o a qualsiasi altro genere di vestigia di un lontano, e sempre glorioso, passato… » osservò la mercenaria, non negandosi una nuova occasione di ironia « Se non mi fosse già stata amputata, darei la mano destra per poter avere occasione di osservare in prima persona la gloria di tali epoche remote… perché, a conti fatti, permettetemi di riservarmi necessari dubbi a tal riguardo. »

martedì 25 maggio 2010

865


« L
a tua affabilità mi lascia a dir poco senza parole… e solo per tale ragione renderò onore alla tua cortese richiesta… » si concesse, ugualmente, la possibilità di concludere, non desiderando, forse infantilmente, riservare l'occasione dell'ultima parola al proprio interlocutore, pur comprendendo, e non rifiutando, l'assoluta legittimità delle ragioni alla base di quella sua imposizione sicuramente priva di cordialità, in un contesto che pur non avrebbe potuto prevederne.

Alcuna ulteriore occasione di intervento, in simile frangente, fu pretesa qual propria dallo shar'tiagho, il quale, in quel ritrovato silenzio, nella propria assoluta quiete, volle chiaramente dimostrare sincera approvazione per la scelta così compiuta dall'altro, necessariamente gradita nel bisogno di mantenere la più completa occasione di concentrazione nel confronto con le difficoltà, con i perigli imposti loro da parte degli scorpioni giganti.
Solo quale terribilmente seria, assorta, avrebbe potuto essere interpretata l'espressione propria del suo viso, del suo sguardo, nel confronto con la prova sì riservatagli dal fato e pur, certamente, da lui altrettanto scelta qual propria, là dove pur avrebbe potuto ignorare quella possibilità, il pericolo proprio di quella lotta, al pari della prevalente maggioranza dei propri ex-compagni di ventura. Posti al centro di un viso appena tondeggiante, e pur caratterizzato da tutti i tratti somatici tipici della propria gente, quali alti zigomi, labbra sottili e un naso appena arcuato verso il basso nella propria punta, i suoi occhi, di color castano chiaro, si ritrovavano così costretti a saettare in continuazione da un avversario a un altro, cercando non semplicemente di seguirne i movimenti, di intercettarne le offensive, ma, addirittura, di anticiparle, di prevederle, di intuirle, dal momento in cui, in caso contrario, troppo breve, eccessivamente effimero sarebbe stato il tempo riservato a una sua ipotetica reazione in loro contrasto. Un'incredibilmente folta cascata di treccine, attorno a tale capo, si poneva, accompagnata dalla presenza di un pregiato collare dorato posto al di sopra del suo petto, quale unico reale indumento a copertura delle sue spalle, a non concedere alla propria muscolatura, un velo maggiore rispetto a quello proprio del suo sodale all'interno di quella letale fossa. Ignudo all'altezza del torso, in ovvia risposta alle elevate temperature medie locali, che non avrebbero mai potuto incentivare il ricorso a casacche o pantaloni di sorta quali quelli che pur rivestivano la donna guerriero proveniente da terre con climi più miti, Be'Tehel faceva sfoggio di un corpo meno scolpito, meno nerboruto, quasi a voler proporre una netta contrapposizione alla massiccia presenza del destinatario del suo precedente richiamo alla quiete, al silenzio, ma non per questo meno virile, mostrandosi caratterizzato nella propria struttura fisica da una conformazione particolarmente atletica, agile, in un connubio tra potenza e velocità, capace di richiamare alla mente di un eventuale osservatore l'immagine di un grande predatore felino. Tutt'altro che debole, in effetti, avrebbe comunque e dopotutto dovuto essere considerato quel giovane uomo, ove, come lì ampiamente dimostrato dai fatti, capace di destreggiarsi, al contempo, non con una, ma addirittura con due spade, per movimentare le quali lo sforzo richiesto ai suoi arti superiori, e più in generale a tutto il suo busto, non sarebbe potuto essere considerato qual banale. A completare il quadro offerto dalla sua altezza di circa cinque piedi e mezzo, solo un cingilombi di lino, bianco in sfumature di verde, e due bracciali dorati, il primo attorno all'arto superiore destro e il secondo alla medesima caviglia destra, avrebbero dovuto essere considerati quali per lui abbigliamento, ritrovando, tuttavia, l'inattesa presenza di una faretra colma di frecce, nonché di un arco, preposti a tracolla del suo busto, a dimostrare chiara familiarità, per lui, anche con tipologie di armi estremamente diverse da quelle già dichiarate quali proprie.
Al pari della maggior parte degli spadaccini normalmente abili nell'uso di due lame contemporaneamente, anche per il mercenario shar'tiagho l'impiego in quello scontro di ben due spade non avrebbe potuto essere considerato qual rivolto unicamente a un profilo offensivo, vedendo impegnata, di volta in volta, la spada destra o quella mancina nella difesa del suo stesso corpo, ancor prima che nella ricerca di una possibilità d'attacco nel confronto del proprio nemico, in un uso, dopotutto, non dissimile da quello che stava caratterizzando lo scudo proprio di Ma'Sheer. Tuttavia, a differenza di quest'ultima risorsa, le sue spade difficilmente avrebbero potuto interporsi a concreta barriera nel confronto con l'incredibile violenza di cui ogni pungiglione sembrava essere carico, tale da poterlo offrire qual sin troppo facile preda per i mostri attorno a lui, soprattutto nel momento in cui, sciaguratamente, avesse umanamene ricercato occasione di riposo, di recupero delle proprie energie e del proprio fiato. E quando, alfine, egli si ritrovò a offrire troppo generosamente le spalle all'irruenza di una di quelle enormi creature, suo malgrado, poté sopravvivere a tanta leggerezza, a simile imprudenza, non in esclusiva virtù delle proprie energie, delle proprie capacità, qual probabilmente avrebbe preferito dimostrarsi in grado d'essere, quanto, piuttosto, in conseguenza all'intervento dello stesso compagno da lui poc'anzi posto a tacere, nell'essere giudicato solamente qual occasione di distrazione per sé.

« Attenzione, amico mio! » esclamò, improvvisa e inattesa, la voce di Ma'Sheer, sorprendendolo alle spalle, là dove si era slanciato per offrire il proprio solido scudo a sua difesa da un attacco non colto, non percepito, che avrebbe potuto costargli la vita « Ritengo che la presenza di uno di questi pungiglioni in corpo potrebbe essere fonte di spiacevole imbarazzo nel confronto con la nostra agile comandante! »

Parole giocose, ironiche e pur prive di volontà di scherno, quelle così rivolte in direzione di Be'Tehel, le quali, nonostante la propria apparente leggerezza, sottintesero un dettaglio tutt'altro che ovvio, qual solo avrebbe potuto essere considerata la conquista della meta prefissa, dell'ingresso alla necropoli, da parte della Figlia di Marr'Mahew.
Ella, infatti, superati tutti gli scontri con gli scorpioni, si stava già mostrando al proprio seguito eretta fieramente sulla soglia similmente fatta propria, riservando ai dieci mercenari che si erano rifiutati di seguirla in quel cammino solo la propria più completa indifferenza, e ai due, altresì, ancora impegnati nella lotta con quelle creature mortalmente pericolose, tutto il proprio sincero interesse, nel tentare di valutare, in quel momento, nel corso di quella prova, le effettive potenzialità proprie di quella coppia e, soprattutto, le possibili aspettative di vita di ognuno dei due uomini, già adeguatamente stimabile in semplice conseguenza delle reazioni dei due a quella particolare faccenda.

« Avanti, gente! » li incitò nuovamente, insistendo ancora una volta nell'esprimersi in termini che i due non avrebbero potuto comprendere, purtroppo i soli che, nonostante tutto, avrebbe avuto ragione di poter utilizzare in quel momento, in quel contesto, là dove alcuna lingua a lei nota, e vigente nelle terre meridionali di quello stesso continente, avrebbe avuto occasione di essere intesa dal proprio seguito « Sono solo degli aracnidi troppo cresciuti… non voglio credere che due omaccioni grandi e forti come voi possano lasciarsi intimorire per così poco. » argomentò, in parole che non sarebbero state colte nei propri significati, ma i cui toni avrebbero potuto essere facilmente apprezzati.

Tanto chiaramente spronati a proseguire nel proprio cammino, nel percorso sì potenzialmente letale, e pur già ampiamente consumato, i due mercenari si riservarono, ora, occasione di avanzare uno accanto all'altro, per sostenersi a vicenda, per offrirsi reciproco riparo, soccorso, qual banale avrebbe dovuto essere considerato in una squadra e qual, ciò nonostante, tutt'altro che tale sarebbe dovuto essere allora giudicato.
E anche Be'Tehel, che pur si era proposto incredibilmente critico nel merito dell'unico elemento rimasto a essere parte di quella compagnia, mal giudicandone l'eccessivo chiacchiericcio tanto utile a offrire un'occasione per scaricare la tensione nervosa in continuo accumulo, non poté mancare di riconoscere a Ma'Sheer un indubbio valore, fosse anche, prevedibilmente ma non banalmente, per l'evidente contributo offerto a favore di una sua possibilità di sopravvivenza, del mantenimento, ancora per un momento, forse pur inevitabilmente fuggevole, della speranza di poter godere di una nuova alba in conclusione a quella missione.

lunedì 24 maggio 2010

864


E
i due, per quanto effettivamente incapaci di apprezzare le parole loro rivolte, si proposero pur degni del rispetto, dell'ammirazione dei loro pavidi pari, i quali, rimasti al sicuro, lontano da quella fossa letale, li continuarono a osservare con espressioni stupefatte in reazione a tanto valore, a un sì innegabile impegno in contrasto a nemici apparentemente invincibili. Sebbene meno eleganti, nei propri movimenti, rispetto alla loro ispiratrice, sia Be'Tehel sia Ma'Sheer avanzavano, infatti, fra i continui, incessanti attacchi dei loro antagonisti, schivando puntualmente ogni tentativo di imporre a loro discapito morte certa e, in ciò, non mancando di tentare altrettanto immancabile rivalsa nei riguardi di quelle creature, in offensive loro malgrado pur apparentemente destinate sempre e comunque al fallimento, nell’infrangersi vanamente contro un esoscheletro troppo solido, troppo compatto per poter essere altrimenti infranto.
Fosse stata intenzione della donna, o dei suoi due volontari sodali, recare effettiva offesa a quegli scorpioni, con un'adeguata pianificazione strategica, con uno studio nel merito delle loro difese e di quelli che, immancabilmente, avrebbero dovuto essere riconosciuti quali loro punti deboli, essi sarebbero pur probabilmente riusciti a riservarsi occasione di successo in tal senso, in simile direzione, affrontando, ovviamente, quella prova con animo estremamente diverso da quello che stavano ora offrendo qual proprio. Diversamente da tale possibilità, così come tanto chiaramente aveva inizialmente offerto riprova la stessa mercenaria dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio, sì brutalmente segnata nelle forme del proprio viso da un terribile sfregio in corrispondenza dell'occhio sinistro, in quel momento, in quella particolare situazione, non sarebbe dovuta essere considerata loro priorità lo sterminio delle creature preposte a evidente sorveglianza della necropoli, quanto, piuttosto, la conquista dell'ingresso alla medesima, attraverso il superamento di quelle terribili schiere ammassate innanzi all'unico cancello, all'unico passaggio per mezzo del quale avrebbero potuto conquistare il solo risultato desiderato, il raggiungimento di quel loro primo obiettivo, tappa obbligatoria e indispensabile per il proseguo della missione per la quale tutti loro erano stati assoldati.

« Se mai sopravvivrò a tutto questo, lo giuro, tornato a casa recherò immediata visita a tutti i miei parenti per abbracciare ognuno di loro con l'affetto che non sono mai riuscito a dimostrare… » sussurrò Ma'Sheer a denti stretti, non potendo negare alla propria pelle d'ebano di imperlarsi di sudore, nello sforzo fisico e nella tensione psicologica derivante da quella sfida sicuramente superiore a qualsiasi altra mai affrontata « E non lo sto dicendo solo per ingraziarmi il fato… gli dei mi siano testimoni in ciò! »

Nel concedersi occasione di obiettiva analisi nel confronto con quell'assurdo quadro, nel trio così stabilito, il figlio del deserto avrebbe dovuto probabilmente essere considerato il più svantaggiato in quel confronto, in quella prova che già aveva causato tante defezioni in conseguenza del timore per la mortale pericolosità del medesimo, in conseguenza della propria stessa fisicità, del proprio muscoloso corpo tanto virile e vigoroso, quanto, a suo esplicito discapito in quel particolare momento, d'incredibile ostacolo, nel ritrovarsi a essere assurdamente impacciato per la propria medesima mole.
Con un'altezza di sei piedi, e un peso sicuramente superiore alle duecentosessanta libbre, Ma'Sheer sarebbe potuto apparire allo sguardo qual una statua scolpita nell'ossidiana, e capace di trasmettere, in ogni minimo dettaglio un'evidente, inequivocabile, espressione di forza, di energia priva d'eguali. Il suo torso, lasciato completamente nudo, non avrebbe mai potuto celare simile caratteristica, mostrando, altresì, palpitanti, frementi muscoli d'acciaio sotto una pelle scura come la notte, caratteristica inequivocabile della sua origine nordica. Suo unico abbigliamento avrebbe dovuto allora essere considerato un cingilombi particolarmente elaborato, non in tessuto morbido, ma in robusta pelle nera a protezione della sua intimità, decorato, sui fianchi del suo corpo e delle sue gambe, da innesti di stoffa rossa e dorata, lasciata ricadere libera sino all'altezza delle sue ginocchia. Più in alto, nel mezzo di un capo squadrato, un naso grosso e schiacciato, due labbra carnose a contorno di una lunga fila di denti bianchi come avorio, nonché due occhi grigi, si imponevano all'attenzione quali ulteriori dettagli tipici delle popolazioni nomadi dei regni centrali, presentandosi mediani rispetto a due coppie di orecchini dorati a ornare entrambi i suoi lobi e le sue orecchie, in una chiara influenza shar'tiagha, e inferiori a un originale taglio di capelli, altresì completamente esterno a ogni tradizione propria di quelle terre, tale da garantire la presenza di un'unica striscia corvina al centro dello spazio a sua disposizione, a partire dalla fronte, sino alla congiunzione fra collo e nuca, in un effetto visivo finale non dissimile dalla criniera di un cavallo. Più in basso, al contrario, le sue gambe si proponevano infine strette all'interno di due solidi stivali ancora in cuoio nero, lì considerabili qual netta negazione di ogni sua ipotetica possibilità di appartenenza al popolo autoproclamatosi qual eletto, tali si definivano, infatti, gli shar'tiaghi, i quali, al contrario, mai avrebbero tollerato la presenza di qualsiasi genere di calzatura ai propri piedi.
In tanta colossale presenza, estremamente complesso, per lui, sarebbe allora potuto essere mantenere lo stesso passo proprio della donna guerriero o del mercenario shar'tiagho proiettatosi innanzi a lui, sebbene, a proprio supporto, in propria difesa, avrebbe potuto fortunatamente considerare la presenza di un ricco equipaggiamento d'armi, comprendente lame di ogni dimensione e foggia, fra le quale dover censire, innanzitutto, una grande e pesante spada dall'elsa elaborata nella forma di due ali spiegate, degna e proporzionata compagna di una simile figura, nonché da un altrettanto grande e pesante scudo, sulla cui rotonda superficie appariva scolpita, ancor prima che impressa, l'immagine dorata della testa di un leone. Tanto alla propria spada, quanto, ancor più, al proprio scudo, nel conflitto in corso con quegli scorpioni giganti, egli avrebbe dovuto onestamente attribuire preponderante merito per la propria attuale sopravvivenza, là dove, in loro assenza, estremamente numerose avrebbero già potuto essere conteggiate le occasioni in cui un pungiglione gigante, o una chela altrettanto smisurata, sarebbero potute giungere alle sue carni, negandogli ogni speranza nel merito della propria promessa, dell'impegno lì formulato nel merito dei propri fratelli.

« Sia lode a quel figlio d'uno sciacallo da cui ho comprato questo scudo… » commentò, a seguito dell'ennesimo e violento colpo subito e, fortunatamente, arrestato dalla solidità di quella propria personale barriera difensiva « Mi ha fatto pagare tanto oro quanto pesa, ma, per lo meno, il suo lavoro ha da considerarsi a dir poco encomiabile. »
« Ti chiami Ma'Sheer… non è vero? » domandò, in maniera del tutto inattesa, il suo unico compagno all'interno di quella fossa, di pochi piedi a lui innanzi nel drammatico percorso obbligato verso la meta prefissata « E' questo il tuo nome, giusto? »
« Sì… e tu sei Be'Tehel… » replicò l'altro, similmente interrogato, nell'offrir riprova di maggiore confidenza nel merito dell'identità del proprio interlocutore, senza permettere a tali parole, a quell'improvvisato dialogo, di riservargli possibilità di distrazione nel confronto con i propri avversari.
« Ma'Sheer. » ripeté lo shar'tiagho, rivolgendo a lui la propria voce, le proprie parole, e pur nulla di più, non potendo concedersi a propria volta il lusso di una maggiore negligenza nell'impegno con i mostri a loro circostanti « Per l'amore e il rispetto verso la tua famiglia e tutti gli dei da te pocanzi invocati… ti prego: fai silenzio! » proseguì, non negando una certa esasperazione nel proprio tono « Questa dannata faccenda è già incredibilmente complessa senza necessità alcuna dell'affascinante valore aggiunto offerto dai tuoi fantasiosi interventi verbali. »

In virtù dell'enfasi, quasi grottesca, propria di quell'intervento, di quel rimprovero rivolto nella sua stessa direzione, il colosso nero avrebbe probabilmente reagito con un'esplosione d'ilarità, se solo la situazione glielo avesse permesso, se una risata non avesse potuto, altrimenti, imputargli una sicura condanna a morte: in quel particolare momento, in quella dannata faccenda incredibilmente complessa, qual l'aveva appena definita Be'Tehel, impossibile sarebbe stato, purtroppo e infatti, concedersi una qualsivoglia possibilità di scatenato divertimento senza, in ciò, donare agli scorpioni giganti certezza di sopraffazione, ragione per cui Ma'Sheer fu costretto a prendere nota mentale di rimandare a posteriori ogni possibilità in tal senso, nell'ipotesi pur non scontata, non banale, di poter effettivamente raggiungere un tempo futuro rispetto a quello presente.

domenica 23 maggio 2010

863


Q
uando il giovane Be'Gahee, rampollo dell'aristocrazia della città di Teh-Eb, ovviamente coadiuvato in ciò dalla necessaria presenza di interprete, aveva espresso innanzi alla donna guerriero del sud, divenuta sua inattesa e insperata ospite, la propria intenzione ad assumerne i servigi, Midda Bontor non si era riservata dubbio alcuno prima di accettare l'incarico, nonostante non fosse solita far propri incarichi offerti da chiunque, né, soprattutto, ipotizzare di svolgere un qualsiasi genere di missione ancor prima di conoscere concreti dettagli in merito alla natura della medesima, per poterne valutare la coerenza con il suo stile abituale, con quel genere di imprese in conseguenza delle quali il suo nome era divenuto tanto famoso nel corso del tempo. Sebbene, in Shar'Tiagh, la sua fama non avrebbe mai potuto essere giudicata comparabile a quella per lei consueta nelle terre meridionali di Kofreya, Tranith, Gorthia o Y'Shalf, la mercenaria non avrebbe mai rinunciato alla propria autodeterminazione, alla propria libertà, tanto faticosamente conquistata nel corso di oltre dieci anni di incredibili avventure, per concedersi non dissimile da una prostituta a chiunque le avesse offerto denaro per il suo braccio e la sua lama. Ciò nonostante, in quel particolare caso, in quello specifico contesto, a favore dell'approvazione della missione così riservatale dal fato, per tramite di quel sin troppo fanciullesco mecenate, avrebbe dovuto essere considerata una necessità, propria per lei, di rimettersi quanto prima in giuoco, di riprendere, nel minor tempo possibile, la propria professione, nel confronto con sin troppi mesi di distacco dal genere di vita che aveva scelto qual proprio. Una lontananza, pur volontaria e per nulla forzata, in seguito alla quale, suo malgrado, ella aveva allora compreso di aver smarrito una concreta consapevolezza di sé e delle proprie regole, dei propri principi, pur tanto cari, al punto tale da permettere ai capricci degli dei di condurla allo sbando in sostanziale contrasto a quanto, da sempre, aveva altresì evitato di fare. Con sincero, e pur naturalmente non dimostrato, entusiasmo, era stata quindi da lei accolta l'idea di potersi nuovamente ritrovare al servizio di un mecenate, di poter nuovamente finalizzare il proprio operato, la propria costante ricerca di pericolo e di sfide mortali, nel compenso che avrebbe potuto richiedere al termine della propria missione, in un sentimento appassionato che, per sua fortuna, non era stato poi tradito nella specifica propria dei desideri del giovane nobile, in accordo ai quali, al contrario, era stata apparentemente formulata un'impresa pur degna della fama usualmente associata al nome della Figlia di Marr'Mahew.
Per simili ragioni, per tali motivazioni, ella si era ritrovata impegnata in viaggio purtroppo non da sola, non accompagnata unicamente dalla propria spada bastarda qual pur sarebbe stata sua preferenza e abitudine essere, quanto, piuttosto, insolitamente a capo di un modesto contingente di mercenari a lei sconosciuti e con i quali, peggio ancora, neppure avrebbe avuto effettiva possibilità di dialogo, di interrelazione, nelle eccessive differenze linguistiche fra loro esistenti: una squadra da lei non richiesta e non voluta, impostale dal suo mecenate come necessario supporto per l'adempimento del proprio incarico, dalla presenza del quale, fortunatamente, alla prima insidia, alla prima difficoltà posta sul loro cammino, ella stava venendo rapidamente esonerata.
Nell'essere giunti, dopo oltre due settimana a cavallo attraverso il deserto, presso una lontana oasi, necessario riferimento per poter individuare l'esatta locazione di una necropoli probabilmente altrettanto antica rispetto al paesaggio a sé circostante, dei tredici mercenari così raggruppati nel volere di Be'Gahee, o lord Be'Gahee nel voler adottare nel riguardi di quel nobile il medesimo titolo di onorificenza riconosciuto ai suoi pari del sud del continente, dieci erano rimasti tremanti e interdetti di fronte a uno spettacolo lontano da quanto, nella loro filosofia di vita, avrebbe potuto essere considerato normalità, rinunciando immediatamente a qualsiasi ipotesi di prosecuzione al seguito del loro presunto condottiero. Una naturale epurazione, quella così avvenuta, che non avrebbe potuto scontentare la donna guerriero se non nel confronto con la presenza di ben due valorosi, coraggiosi, che, in maniera ostinata, stavano preferendo seguirla piuttosto che rassegnarsi all'insuccesso al pari di tutti i propri compagni, gettandosi insieme a lei nel confronto con un'affollata famigliola di enormi scorpioni dal carattere decisamente polemico.

« Thyres! » esclamò la donna, invocando in tal termine il nome della propria dea prediletta, nel cogliere, con la coda dell'occhio, la presenza di quelle due figure dietro di lei, impegnate, suo pari, a evitare la condanna altrimenti certa che sarebbe potuta essere imposta loro da quelle oscene creature « Non avrei mai immaginato che anche solo uno, in quella dozzina, avrebbe mai dimostrato ardore sufficiente per compiere una simile pazzia. » osservò, aggrottando la fronte.

Tutt'altro che casuale, in conseguenza della particolare situazione in cui l'insistenza del suo mecenate l'aveva posta, avrebbe dovuto in effetti essere considerata la particolare reazione da lei pocanzi offerta nel confronto con il terribile spettacolo di quel naturale avvallamento, bulicante per un numero tanto elevato di sì temibili avversari: una risposta considerabile, a ragion veduta, eccessivamente appassionata anche nel rapporto con il suo pur insolito, eccezionale, animo, là dove sua volontà, in ciò, si era effettivamente votata all'intimidazione dei propri compagni di ventura, considerati, a torto o a ragion veduta, quasi inutili pesi morti che, se solo avessero continuato a seguirla, avrebbero potuto solamente porla in difficoltà, ancor prima che riservarle effettiva ragione di utilità.

« D'altronde, se quei due desiderano realmente gettare la propria esistenza alle ortiche, che diritto potrei mai avere io per impedirlo? » si domandò, a minimizzare la questione, bloccando con l'intervento della destra la discesa di un enorme pungiglione diretto al centro del proprio petto e, nel contempo, menando con la spada stretta nella mancina un violento colpo, purtroppo e comunque vano, in reazione verso il medesimo attentatore « E se così non dovesse essere, tanto di guadagnato per loro e per me. »

Dopo aver trascorso un'ampia parte della propria vita, probabilmente da lei considerabile quale la più serena, più felice, lungo le vie del mare, vivendo qual marinaia a bordo di una goletta, la donna guerriero ormai divenuta mercenaria, non avrebbe potuto disprezzare realmente l'ipotesi di una compagnia, di una squadra di propri pari, nella quale poter ritrovare occasione di sostegno e di soccorso nei momenti più difficili. Suo malgrado, l'esperienza lungo le vie della terra, così diverse da quelle per lei altresì più naturali, le aveva tuttavia presto insegnato come difficilmente avrebbe potuto ritrovare anche nel continente lo stesso animo pur tanto spontaneo nelle immense, sconfinate distese blu, dal momento in cui se, per mare, fiducia e aiuto reciproco sarebbero dovute essere considerate caratteristiche indispensabili per la sopravvivenza di qualsiasi equipaggio, lontano dalla particolare realtà propria di una nave tali valori avrebbero facilmente perduto ogni significato, nell'offrir spazio unicamente all'interesse del singolo anche dove evidentemente a discapito del bene dei più. Difficile, quasi impossibile, pertanto, era stato per lei individuare, nel corso del tempo, collaboratori leali, figure considerabili degne di rispetto, di ammirazione e, persino, di amicizia, là dove, purtroppo, la maggior parte delle persone con cui aveva avuto occasione di interagire, si era altresì rivelata quale una delusione totale, capace di pretendere senza essere disposti a offrire, di richiedere senza essere pronti a donare, in un disequilibrio di forze tali da non permetterle, soprattutto in ambienti, in contesti quali quelli da lei abitualmente frequentati, la possibilità della formazione di una compagnia di sorta, una squadra nella quale poter pur ritrovare un surrogato degli equipaggi da lei ormai, necessariamente, abbandonati nella propria scelta in favore di quel nuovo stile di vita.

« Forza, ragazzoni! » decise alfine di incitarli, benché certa che tali parole sarebbero risultate rivolte al vento, nell'impossibilità per i due folli suicidi alle sue spalle di riuscire a coglierle nei propri significati, nella propria essenza, nell'essere pronunciate in una lingua per loro assolutamente aliena « Imponetemi occasione di dovermi ricredere, nell'essere riconoscere il vostro valore e il vostro coraggio. Combattete contro questi mostri per guadagnarvi il diritto a esistere, a camminare oggi e domani su questa terra: attoniti, terrorizzati, i vostri compagni vi stanno guardando considerandovi già morti… dimostrate loro quanto si stanno sbagliando. » incalzò, in quella che pur, malgrado ogni pur innegabile dubbio a loro riguardo, sarebbe dovuta essere considerata quale una scommessa su di loro, sul loro successo così augurato.

sabato 22 maggio 2010

862


I
mpossibile, per chiunque di loro, sarebbe stato offrir risposta a tale interrogativo, nella pur, innegabile, estraneità che avrebbero dovuto considerar propria nel conforto con quell'immagine, con quella figura pur imposta qual loro riferimento, garantendo, in conseguenza di ciò, a ognuno dei presenti l'intima libertà di elaborare una propria personale opinione a tal riguardo, di maturare un proprio pensiero autonomo attorno a simile ragione, chi rifiutandosi di accettare l'ipotesi che una semplice donna, per quanto valente guerriero, avrebbe mai potuto essere in grado di tanto, chi, altresì, non riservandosi dubbio alcuno in quella stessa direzione, e, in ciò, potendo finalmente comprendere le ragioni proprie di tanta fama per lei e, soprattutto, alla base della scelta di quel particolare soggetto qual principale responsabile del successo di quella missione e delle loro stesse vite, accettandone pertanto il valore ormai indiscutibile, esterno a qualsiasi possibilità di polemica. Come spesso accade, in verità, l'equo avrebbe dovuto esser ricercato nel mediano, e in ciò né assoluta casualità, né totale pianificazione strategica, avrebbe dovuto esser giudicata alla base di quello straordinario risultato, in un giusto equilibrio fra le due possibilità, fra le due alternative: nell'essersi ritrovata costretta all'ennesimo confronto con il letale fato imposto sul suo futuro dalla presenza di quell'enorme pungiglione diretto verso il centro del proprio petto, con una violenza tale che non si sarebbe limitato a trafiggerla, ma l'avrebbe, letteralmente, fatta deflagrare non diversamente da una bacca troppo matura nel separarsi dal proprio ramo e nel ricadere a terra, e, al contempo, nell'aver rilevato la presenza di un secondo avversario sulla medesima direzione ma in senso antitetico, Midda si era limitata ad approfittare della situazione offertale, rimandando sino all'ultimo un qualsiasi cenno di evasione al solo, unico scopo di poter sfruttare l'impeto di quello stesso attacco a discapito del secondo, e malcapitato, scorpione lì sopraggiunto.

« Tutto ciò prevarica ogni possibilità di raziocinio! » definì una voce dal gruppo di mercenari, rifiutando l'ipotesi pur implicitamente imposta su tutti loro di dover seguire il cammino così segnato innanzi al loro sguardo « Solo un suicida accetterebbe di spingersi in una simile direzione e io non mi sento così insofferente verso la mia vita. »
« Codardo! » replicò un altro, in risposta a una simile presa di posizione, schierandosi, in maniera inequivocabile, su un fronte opposto e in netto favore del loro comandante « Se questo è il tuo pensiero, sia lode agli dei per aver preposto un tale ostacolo sulla nostra strada, utile a distinguere i meritevoli dai vili, i coraggiosi dagli inetti… »
« … o i morti dai vivi! » insistette il primo, scuotendo con violenza il proprio capo, a negazione della follia che, ora, era in grado di riconoscere in maniera evidente anche in quel secondo membro della loro comitiva « Vai a morire con lei, se questo è il tuo desiderio. Io preferisco riconoscere il volere degli dei e inchinarmi dinnanzi alla loro potenza ivi dimostrata. »

Non riservandosi, tuttavia, ulteriore possibilità risposta nel confronto con tanta insolenza, probabilmente nell'assenza di qualsivoglia desiderio volto sprecare il proprio tempo in chiacchiere, nel preferire, piuttosto, voler offrire riprova del proprio valore con i fatti ancor prima che con le parole, davanti agli sguardi increduli e attoniti dei propri compagni, anche Be'Tehel, tale il suo nome, si fiondò all'interno di quel passo obbligatorio, di quella trappola mortale, deciso a seguire, con fierezza e vigore, il sentiero già tracciato dalla Figlia di Marr'Mahew, indicato loro non da una posizione sicura e protetta nelle retrovie, quanto, altresì, dal proprio stesso indomito e irrefrenabile avanzare, sola innanzi a tutti. E dove pur, pochi istanti prima, anche sul suo viso, al pari di quello di ognuno dei propri compagni, solo orrore e raccapriccio era stato offerto in maniera esplicita, qual umana e naturale reazione nell'essere stato inaspettatamente e violentemente posto a contatto con un aspetto della propria realtà sì allucinante da non poter essere effettivamente accettato qual concreto, egli mostrò ora solo fredda determinazione, quasi su di lui, sul suo animo, il carisma magnetico della donna guerriero avesse compiuto un'azione a dir poco miracolosa. Shar'tiagho per diritto di sangue, come chiaramente dimostrato dai propri tratti somatici, dalle treccine nelle quali erano conformati i suoi lunghi capelli, dalla nudità dei suoi piedi e dalla presenza di numerosi ornamenti dorati attorno al suo corpo, quell'uomo, che avrebbe probabilmente dovuto essere riconosciuto qual coetaneo rispetto a Ma'Sheer, non offrì pertanto trasparenza di alcuna esitazione, alcun dubbio nel proprio gesto, in quel proprio balzo verso una morte praticamente certa, sguainando in tal gesto entrambe le proprie spade dalle lame leggermente ricurve, allo scopo di ricercare immediata sfida con i propri giganteschi avversari, con quegli scorpioni addirittura osceni nell'assurdità delle proprie proporzioni.

« Anche lui è un folle, incapace di riconoscere il necessario rispetto, il doveroso timore in risposta all'espressione della potenza divina. E come tale sarà presto condannato dagli dei, al pari della pazza che si sta intestardendo a voler seguire! » lo condannarono le parole del suo compagno di ventura, lo stecco che già aveva cercato di porlo in guardia dall'insano proposito così attuato « Noialtri andiamocene di qui, prima di essere coinvolti in questa dissennatezza sì contagiosa… » aggiunse, subito dopo, nel rivolgersi in direzione degli altri dieci ancora rimasti immobili, suoi pari.

Malgrado un simile invito, una nuova figura decise di abbandonare il drappello di mercenari sì schierato per ricercare non tanto la via della fuga, quanto, piuttosto, quella della pugna, slanciandosi improvvisamente, inaspettatamente, senza il benché minimo preavviso verbale, alle spalle di Be'Tehel, nel desiderio di farne proprio l'esempio e, in ciò, di porsi a sua volta all'inseguimento della conturbante donna dimostratasi capace di spingersi là dove almeno una decina di mercenari di Teh-Eb non osavano ardire a spingersi, evidentemente temendo la morte molto più del disonore derivante da un tale fallimento, da una simile rinuncia ancora all'inizio della missione loro assegnata.
Non per senso dell'onore, tuttavia, il corpo color ebano di Ma'Sheer si fiondò tanto audacemente, o follemente, in contrasto all'incredibile violenza rappresentata da quel bulicante fosso ricolmo di scorpioni giganti, quanto, piuttosto, in conseguenza del timore di un futuro rimpianto. Se, infatti, osservando i gesti di Midda Bontor, quelle sue movenze agilmente feline, quella sua eleganza priva d'eguali, egli non avrebbe potuto evitare di restare sì incantato, ma, al contempo, ben legato alla solidità della propria posizione, della propria lontananza dal pericolo rappresentato da quei mostri, nel confronto con i quali difficilmente avrebbe potuto riservarsi occasione di sopravvivenza, dinnanzi al modello imposto alla sua attenzione dalla scelta di Be'Tehel, impossibile sarebbe stato per lui rinunciare a quella sfida, a quella battaglia, nel timore di poter altrimenti sopravvivere alla medesima con l'atroce dubbio di cosa sarebbe altrimenti potuto avvenire se solo vi avesse preso parte.

« Pazzo! »

Un grido, quello indirizzato alla sua attenzione da parte dell'ormai ex-compagno di squadra, passato collega di una prematuramente dissolta compagnia, che pur raggiungendo l'attenzione dei suoi sensi, del suo udito, non turbò in alcun modo il diretto interessato, dal momento in cui il medesimo, ormai troppo lontano dall'illusione di sicurezza alla quale tutti gli altri si stavano pur mantenendo appesi, aggrappati, non avrebbe dopotutto avuto più tempo, occasione alcuna, per interessarsi a un tale parere, a una simile opinione, là dove tutta la sua premura, tutto il suo interesse, sarebbero dovuti essere allora rivolti nel confronto con i nemici similmente sfidati, quelle smisurate bestie che, con la propria irruenza, aveva suo malgrado chiaramente offeso, nel proprio ruolo di guardiani di quella necropoli posta sotto la loro sorveglianza, sotto la loro custodia, e rimasta inviolata, in ciò, per lunghi secoli, per millenni forse, almeno sino a quando, nell'accettare un incarico nel confronto con il quale chiunque altro si sarebbe tirato indietro, la Figlia di Marr'Mahew aveva guidato in quella direzione i loro passi.

venerdì 21 maggio 2010

861


« E'
davvero tanto coraggiosa o, più banalmente, è solo una folle priva di senno alcuno?! »

Tale si impose, in maniera spontanea, naturale e incontrollata, la domanda sulle labbra dell'uomo, rivolgendosi in simili termini, forse, in direzione dei propri undici compagni o, forse, verso alcun interlocutore in particolare, offrendo più semplicemente, più banalmente, la propria voce al cielo e a tutti i suoi dei, nella ricerca di una risposta che difficilmente gli sarebbe potuta essere così concessa. In alcun altro modo, con alcun'altra esclamazione, invero, egli avrebbe potuto allora reagire al confronto con quella situazione, con quella particolare scena, atta a dipingere, innanzi allo sguardo, il quadro rappresentante una donna dalla pelle chiara, i capelli neri, gli occhi azzurri e le vesti verdi, proiettarsi senza alcuna esitazione, senza alcuna incertezza, verso un avvallamento ricolmo di enormi scorpioni, di dimensioni superiori ai nove piedi di lunghezza, coda esclusa, similmente riempitosi in loro chiara, evidente, contrapposizione. Uno spettacolo, quello così dispiegato innanzi a tutti loro, nel confronto con il quale qualsiasi altro mercenario, quali pur tutti loro erano, si sarebbe posto molti dubbi, molte domande, nonostante la certezza di come, presto o tardi, tale ostacolo sarebbe dovuto essere affrontato nell'ipotesi, non ovvia, di voler proseguire nella missione loro affidata, ma davanti al quale ella, al contrario, non sembrò offrirsi possibilità di incertezza alcuna, quasi non desiderasse riservarsi alcun timore verso la morte o, reciprocamente, alcun apprezzamento verso la vita.
Impressione assolutamente erronea, nonostante tutto, sarebbe dovuta essere considerata qualsiasi ipotesi di disprezzo nei riguardi della vita, o di irriverenza in quelli della morte, sarebbe dovuta essere allora considerata quella propria della mercenaria eletta a loro comandante, a loro condottiero, dal momento in cui, al contrario, estremamente affezionata alla propria esistenza, e assolutamente rispettosa verso il termine ultimo della medesima, ella era da sempre stata, molto più, in effetti, di quanto la maggior parte delle persone, a prescindere dal proprio ceto sociale, dalla propria professione, dalla propria età e dal proprio sesso, si sarebbero concesse di essere nella propria realtà quotidiana. Perfettamente conscia del valore della propria esistenza e dell'importanza della propria sopravvivenza, quella donna, apparentemente disinteressata a qualsiasi ipotesi di pericolo, aveva da tempo, invero, compreso i limiti derivanti dalla propria stessa natura umana, dalla propria mortale predisposizione al fallimento e, in conseguenza di tale maturata confidenza, aveva presto imparato entro quali confini potersi sospingere senza, in ciò, porre in dubbio la propria speranza verso il domani, confini, comunque, usualmente molto più distanti da quanto comunemente considerato normalità di quanto non si sarebbe potuti essere portati a credere. Solo in simile segreto, in tale semplice e pur straordinaria virtù, sarebbe dovuta essere allora ricercata la chiave della straordinaria forza, dell'incredibile ardimento sì dimostrato da parte di Midda Bontor, qualità che, in terre ben distanti da Shar'Tiagh, l'avevano condotta a conquistarsi persino il titolo di Figlia di Marr'Mahew, in riferimento esplicito a una divinità della guerra.

« A qual fine tal dubbio? » replicò la voce di un compagno, di un altro membro di quell'improvvisato gruppo, in inattesa replica all'esclamazione di Ma'Sheer « Ben presto, in conseguenza di quest'assurda pugna, di lei non resterà neppure il ricordo! »

Alcun desiderio di condanna a suo discapito sarebbe dovuto essere interpretato alla base di quella risposta, quanto più, semplicemente, l'umano timore nel confronto dell'ignoto, ignoto rappresentato tanto dalla natura stessa di quelle gigantesche creature, sì lontane da ogni immagine appartenente a quanto per tutti loro comunemente considerato realtà, quanto, ancor più, dall'idea stessa di morte, dell'atroce e apparentemente inevitabile conclusione a cui solo avrebbe potuto tendere un tale confronto, una sfida oltre ogni possibilità di competizione. Ciò nonostante, a una tal, triste, sentenza, non parve volersi rassegnare proprio il soggetto protagonista della medesima, colei che, in simili parole, avrebbe dovuto essere giudicata qual già appartenente alla Storia, stella brillata nel firmamento sopra Shar'Tiagh con forse eccessiva intensità, tanto da essersi troppo rapidamente consumata.
Proteggendo il proprio corpo con il braccio destro, un arto di nero metallo dai rossi riflessi, animato da sconosciute e misteriose energie mistiche con le quali alcuno, in quelle terre, sembrava essere mai stato confidente, la donna guerriero stava allora destinando, nel contempo, il proprio sinistro, riccamente adornato di tatuaggi in tonalità di azzurro e blu, retaggio di un passato da marinaia, e da un bracciale dorato a forma di serpente, frutto dell'artigianato locale e evidente talismano votato dalla figura del dio Ah'Pho-Is, signore delle tenebre e nemico naturale dell'ordine, a un intento offensivo, nel mostrare la propria mancina estesa, con armonia e grazia priva d'eguali, dalla fiera presenza di una lunga spada bastarda, arma forgiata secondo un rito, una tecnica particolare conosciuta solo dai fabbri figli del mare e, in questo, caratterizzata da intrinseci e inconfondibili riflessi azzurri, a dichiararne la natura e, in ciò, l'estrema pericolosità. Similmente presentata innanzi ai loro sguardi e, ancor più, all'attenzione della marea di enormi scorpioni, ella sembrava impegnata a danzare fra i medesimi, librandosi nell'aria in ampli volteggi e, di volta in volta, schivando nei medesimi i violenti attacchi dei propri nemici, i quelle colossali code che, non solo, l'avrebbero condannata a morte con il proprio letale veleno ma che, ancor prima, avrebbero estirpato da lei il caldo dono della vita trafiggendola con pungiglioni simili a proiettili balistici, a enormi dardi nel confronto con i quali qualsiasi cuore sarebbe inevitabilmente finito infranto, e subito dopo levando la propria arma, così apparentemente inutile nel confronto con nemici di tali dimensioni, in loro contrasto. Un'azione, un compito, quello riservato a tale spada, in verità, tutt'altro che superfluo, tutt'altro che vano, là dove, sebbene apparentemente incapace di violare la vigoria propria di quelle armature naturali, dell'esoscheletro di quei mostri orrendi, essa si stava dimostrando pur perfettamente in grado di offrir loro ragione di disturbo, di distrazione, confondendo i loro sensi con i propri continui, incessanti, attacchi, e, in ciò, incrementando le possibilità proprie della stessa mercenaria nel confronto con quella sfida, nel non dimenticare come, in effetti, scopo finale di quell'azione, di quell'attacco ritenuto tanto folle, non sarebbe dovuto essere ricercato nella banale predominazione su quegli esseri o, ancora, sul loro completo sterminio, quanto più, banalmente, nel riuscire a superare il limitare da loro chiaramente così custodito, attraversando le loro schiere esattamente come ella stava già impegnandosi a fare.

« Se non la stessi osservando con questi miei stessi occhi, dubiterei di ciò che sto vedendo. » intervenne, allora, un terzo fra loro, prendendo così parola a supporto dello stupore collettivo e in ormai aperto contrasto a ogni ipotesi di semplice sconfitta per lei « E anche in questo modo, resta estremamente difficile offrire fiducia alle proprie percezioni, a ciò che sto ritenendo di star osservando. »

Che essi accettassero di credere a quanto pur evidente innanzi a loro, oppure no, tuttavia, ella non si sarebbe di certo posta ragione di dubbio o di imbarazzo nel proseguire della propria avanzata, impegnandosi, al contrario, a riservare loro ulteriori ragioni di incredulità, e, inevitabilmente, di innegabile ammirazione, nei propri gesti, in quella propria danza con la morte incarnata in tali tremendi avversari. Nei propri movimenti, nel proprio continuo destreggiarsi a destra e a manca al fine di evitare l'affondo di una coda o la bramosa ricerca di una chela a suo costante discapito, ella si riservò, infatti, persino l'occasione per essere causa di morte di uno di quei mostri giganteschi, non qual conseguenza di un proprio attacco diretto, di una propria offensiva esplicita, quanto più per la propria puntuale evasione dalla violenza di un altro di quegli scorpioni, il cui pungiglione, dopo aver mancato per un effimero soffio il contatto con il suo generoso e procace petto, si era andato a conficcare con energia incredibile, affascinante e al contempo terrificante, nel centro del capo di un proprio simile, segnandone, in tal modo, l'imprevedibile e involontaria dipartita.
Il risultato di quel suo gesto, di tale, apparentemente semplice, reazione di difesa in risposta a un attacco nemico, avrebbe dovuto, però, esser davvero considerato semplice frutto del caso, una fatalità imposta in conseguenza di una confusione ormai ingestibile anche per coloro che sarebbero dovuti essere giudicati i promotori della medesima, oppure, paradossalmente, frutto di una rapida pianificazione strategica e un'efficiente, e immediata, applicazione della medesima?