Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 31 dicembre 2010

1080


N
el confronto con il negativo esito del proprio tentativo di attacco tanto palesemente vanificato, colosso armato di mannaia non poté ovviare a un istante di smarrimento, un momento, sì fuggevole e pur necessario, di incomprensione su cosa potesse essere accaduto, come esso potesse essere successo e, soprattutto, in quale direzione sarebbe allora stato meglio proseguire nella propria sfida a quella bizzarra avversaria, onere inizialmente accolto qual semplice formalità e, in quel primo insuccesso, destinato forse a riservargli maggiori difficoltà rispetto a quanto ipotizzato e ipotizzabile, un impegno maggiore di quanto non avrebbe voluto o preferito immaginare. Un solo sguardo, rivolto nella direzione dei propri compagni, gli fu sufficiente, comunque, per maturare la volontà, la consapevolezza di dover proseguire in quel conflitto e, ancor più, di dover sconfiggere quella donna prima che ella potesse imporgli un’ulteriore umiliazione innanzi agli sguardi dei propri pari: se, infatti, il caporione, così come pochi altri lì schierati, condivisero trasparentemente la sorpresa e lo smarrimento per lui propri, non potendo attendere una tale reattività da parte della straniera lì sopraggiunta, la restante e predominante parte del gruppo non mancò di riservargli dei sorrisi di beffa, espressioni di ironico divertimento in conseguenza di un tale insuccesso.

« Cagna! » prese voce, per la prima volta, ricorrendo anch’egli alla medesima lingua già adoperata dalla propria interlocutrice e allo stesso accento kofreyota già proposto dal proprio comandante in capo « Ti farò rimpiangere di non essere fuggita quand’ancora te ne era stata offerta occasione… »
« Thyres… » sospirò ella, invocando in ciò il nome della propria divinità prediletta e scuotendo, nel contempo, il capo con fare rassegnato « E’ possibile che tutti voi ricorriate sempre a un lessico tanto retorico e ripetitivo? Non ho la pretesa di affrontare un oratore di professione, che con le proprie forbite espressioni possa essere addirittura in grado di distrarmi… ma per lo meno qualcuno che riesca a trovare un insulto migliore rispetto a “cagna”: è da quali tre decenni che non mi sento riservare parole più originali. » si lamentò, restando ancora immobile nella posizione conquistata, a sì breve, brevissima distanza dalla lama avversaria, a sua volta, sino a quel momento, bloccata nel suolo là dove proiettata dall’enfasi del primo, e unico, fendente propostole.

Dimostrando, allora, una riconoscibile singolarità nella scelta della propria seconda ipotesi d’offesa nel confronto con la donna rispetto a quant’ella stava già considerando persino e purtroppo inevitabile, colui indicato qual similare, nelle proprie fattezze e proporzioni, a un armadio non scelse di recuperare la propria arma, tornando a sollevarla, con necessaria lentezza, dal suolo, per confidare in un improbabile successo, in una speranzosa rivalsa, in opposizione a chi già apparsa capace di evadere a simili attacchi con sufficiente naturalezza, con apprezzabile spontaneità: al contrario, egli votò per il temporaneo abbandono della prima lama in favore a una seconda risorsa egualmente affilata e, forse, persino più pericolosa rispetto alla precedente, quale un lungo e sottile stiletto improvvisamente apparso nella sua mancina, venendo estratto dalla propria cintola da dietro la schiena, con l’aiuto del quale menare un rapido, deciso e potenzialmente letale affondo, diretto verso il centro dell’ampio petto della propria controparte a lui tanto vicina, sì prossima quale ella aveva, forse con eccessivo sprezzo del pericolo, deciso di restare.
In un mondo quale quello in cui era nata e cresciuta, e, soprattutto, in una professione qual quella che ella aveva voluto riservare qual propria da ormai quindici anni, tuttavia, alcuno sarebbe sopravvissuto per così tanto tempo, a così tante battaglie suo pari, senza essere realmente meritevole di tale, mai ovvio, dono nella vita, senza aver affinato, pertanto, quell’incredibile capacità di intuire eventuali azioni avversarie ancor prima di percepirle, reagendo, in ciò, a un livello inconscio tale da assicurare occasione di salvezza anche nelle condizioni apparentemente più disperate. Così fu per lei anche in quel frangente, là dove, forse con reale superficialità, forse con dissimulata concentrazione, ella si concesse la possibilità di ovviare alle spiacevoli conseguenze del ricercato successo del proprio avversario, balzando con movenze quasi feline all’indietro e, in ciò, offrendo l’inerme aria subitaneamente sostituitasi a sé in quella stessa locazione qual solo possibile obiettivo dell’impietosa lama di quello stiletto.

« Ottimo tentativo! » esclamò la mercenaria, aprendosi in un ampio sorriso e riservando al proprio interlocutore e avversario, in ciò, un attestato di sincera stima per quella mossa non sufficientemente prevedibile quale la precedente « Continua così e forse inizieremo ad andare d’accordo… » incalzò, piegando il capo prima a destra e poi a sinistra, in un movimento volto a cercare distensione per i muscoli del medesimo e, in ciò, a prepararsi per lo scontro che, forse e finalmente, le avrebbe potuto riservare ragione di concreto diletto.
« Ora non esagerare: “ottimo” è una parola grossa. » obiettò Be’Sihl, immobile nel proprio ruolo di osservatore, sì fiducioso, certo delle possibilità della propria amata in tale scontro da non ritrovare alcuna ragione di esitazione, di timore, neppure innanzi all’immagine di quella sua eventuale e prematura fine, così come auguratale dal gesto del suo nemico lì in discussione « Magari “discreto”… o, forse, “buono”. Ma aspetterei a concedere con tanta generosità una valutazione tanto generosa. »

Necessariamente irritato per la nuova evasione da lei tanto semplicemente compiuta, così come, e umanamente ancor più, per l’assoluta indifferenza riservatagli da parte di entrambi gli avventurieri lì sopraggiunti, quali solamente tali avrebbero potuto essere identificati, quasi egli non potesse rappresentare per loro alcuna concreta minaccia, l’uomo tentò rapidamente un nuovo affondo a discapito della propria antagonista, sperando di essere in grado di sorprenderla con la propria reale agilità, la propria effettiva agilità, in contrasto alla parvenza di enorme lentezza, difficoltà di movimento, abitualmente associata a un corpo tanto massiccio qual il suo. E non appena ella, puntualmente, evase di nuovo a tale tentativo, a simile attacco, egli non le volle offrire tregua, non le volle riservare possibilità di nuovi e beffardi interventi a proprio discapito, incalzando con ulteriori affondi, in una continua ricerca del suo corpo, delle sue forme, con la lunghezza del proprio stiletto, a volte mirando al petto, altre al ventre, e in un paio di occasioni persino al collo di lei.
Per sua sfortuna, tuttavia, alcuno di quei tentativi gli concesse il successo sperato, la vittoria desiderata: al contrario, ognuno di essi si limitò a ferire vanamente l’aria lasciata dalla donna qual solo obiettivo in propria vece, nel mentre in cui ella continuava, imperterrita e, forse, persino divertita, a muoversi con eleganti balzi, a volte retrocedendo, altre muovendosi verso destra o verso sinistra, e altre ancora, addirittura, arrivando ad avanzare verso il proprio stesso avversario, in quella che sarebbe potuta sembrare un scelta suicida e che pur, inevitabilmente, la vedeva eludere ogni sforzo in suo contrasto con armoniose giravolte, quasi fosse lì impegnata in una sorta di danza, ancor prima che in un vero e proprio combattimento.

« Qui lo dico e qui lo nego, prima che possa sembrare che io approvi questo tuo comportamento… » premesse il locandiere shar’tiagho, nel desiderio di riconoscere l’incredibile bravura della propria compagna e, ciò nonostante, di non concederle la soddisfazione di un proprio consenso in favore di tutto quello, da lui necessariamente giudicato qual un momento di svago quasi infantile « … adoro quando fai così! » ammise, spostando nuovamente il peso dal gomito mancino al braccio destro, nella quieta ricerca della posizione più comoda per osservare lo sviluppo di quel combattimento, dal suo punto di vista non dissimile a uno spettacolo offerto in proprio stesso onore, là dove era perfettamente conscio di quant’ella da sempre si divertisse, lottando innanzi al suo sguardo, a cercare contemporaneamente di sedurlo con le proprie movenze, con la propria incontenibile e naturale sensualità.
« Il mio amore è soddisfatto e, in ciò, null’altro potrebbe esser per me di maggiore gratificazione. » asserì Midda, crogiolandosi a tali parole, in quella che parve voler essere, addirittura, una sorta di confidenza rivolta nella direzione del proprio stesso candidato assassino « Per questa ragione ti concederò altri tre tentativi di farmi la pelle, prima di levare la mano in tua offesa. » gli riconobbe, quasi a concedergli, in ciò, una sorta di premio, e sottolineando, contemporaneamente, il fatto pur indubbio di come, sino a quel momento, ella stessa non avesse ancora preso parte attiva alla sfida in corso, limitandosi a preservare la propria integrità e null’altro « Ma stai attento: solamente tre e non uno di più. »

giovedì 30 dicembre 2010

1079


« O
h… » commentò la donna, aggrottando la fronte nella volontà di esprimere grottesca sorpresa in reazione a simile affermazione, quasi in quelle parole le fosse stato evidenziato un particolare prima di allora da lei superficialmente ignorato « In effetti non hai tutti i torti. » riconobbe, levando la mano mancina a massaggiarsi il collo tornito, sottolineando così il proprio imbarazzo innanzi quella da lei pur considerata corretta considerazione « Siete pochini per poter sperare di competere degnamente con me… »

Innanzi all'ironia della compagna, Be'Sihl non poté evitare di sospirare, levando lo sguardo al cielo e spostando, in ciò, il peso del proprio corpo, prima appoggiato al centro della sella sulla mano destra al gomito sinistro, piegandosi appena in avanti e nel dimostrare, in tutto ciò, soltanto una certa stanchezza, ancor più che un'eventuale interesse per quanto lì si sarebbe presto consumato: quella scena, dopotutto, non avrebbe per lui potuto essere allora considerata qual inedita, dal momento in cui in qualsiasi occasione la sorte glielo avesse concesso, Midda si era subito premurata di riservarsi un'occasione di scontro qual quella che, anche in questo momento, stava tanto chiaramente lì invocando.

« Sai… » prese voce per la prima volta, aggrottando la fronte e inarcando il centro delle labbra verso l'alto, in una smorfia non tanto di disprezzo o disapprovazione, quanto, piuttosto, di meditabonda riflessione « Molti uomini, al mio posto, potrebbero trovare ragione di ingelosirsi per questa tua costante ricerca di altri compagni di giuoco con i quali ricercare una qualche possibilità di distrazione. Sei fortunata che io sia tanto comprensivo con te… » sottolineò, celando perfettamente, nel proprio tono apparentemente serio, persino annoiato, il proprio pur indubbio scherzare in quelle parole, così come l'altra non mancò di cogliere immediatamente, di recepire senza difficoltà alcuna.
« Amor mio. Senza nulla togliere alle ragioni di cui stai offrendo ora parola, non puoi negare come tu ben sapessi con qual genere di donna ti stessi andando a inguaiare. » replicò ella, stringendosi fra le spalle e, addirittura, riservandosi un'illusoria opportunità di disattenzione nei riguardi dei propri ricercati antagonisti, voltandosi leggermente verso di lui, per cercarne lo sguardo con il proprio e riservargli, in ciò, un sorriso « O stai forse pensando di rivedere il nostro rapporto in conseguenza di questo mio… vizietto?! »

Incapaci a comprendere, con precisione, cosa stesse accadendo, gli uomini e le donne del drappello così disturbato dal sopraggiungere della mercenaria, si interrogarono per un istante con rapidi e taciti scambi di sguardi per cercare di ipotizzare in quale via poter gestire quella questione. L'apparente noncuranza loro riservata da parte della donna, specialmente a immediato proseguo di una chiara e definita offesa a loro discapito, nel dubbio da lei elevato sulla loro capacità di offrirle ragione di preoccupazione nonostante l'evidente disparità numerica, sarebbero necessariamente stati, per loro, sproni a un'offensiva aperta verso la straniera non ancora riconosciuta, non ancora identificata, in una battaglia che alcuno fra loro avrebbe mai potuto ipotizzare di perdere ma che, ciò nonostante, non sembravano desiderare iniziare, non, per lo meno, prima di aver compreso in quale misura quella donna, e il suo compagno così indifferente a tutta la questione, fossero privi di senno alcuno.
Dopo un lunghissimo istante di introspettiva riflessione, tuttavia, l'albino a capo del gruppo decise di non concedere a quella stolida avventuriera dalle prosperose forme di offrire loro ulteriore ragione di disturbo, comandando, con un lieve cenno della mano, a uno dei suoi compari e subalterni di sbarazzarsi di lei.

« E rinunciare in questo a tutte le altre splendide occasioni di cui, comunque, mi permetti di essere protagonista indiscusso?! » obiettò il locandiere shar'tiagho, scuotendo il capo a esplicita definizione della propria risposta in tal senso « No no… non ci penso assolutamente. Meglio riservarmi uno sforzo di pazienza in momenti come questo e richiederti, a posteriore, giusto dazio per ognuno di essi… » concluse, con un ampio sorriso sornione, tale da non permettere ambiguità, equivoci di sorta nel merito della natura di simili tributi a lei minacciati « … per la cronaca, stanno per attaccarti. » soggiunse, alfine, levando l'indice della destra, allora libera di muoversi, per indicare la presenza dell'uomo in decisa avanzata verso di lei.
« Ma davvero qualcuno di questi sciocchi si illude di potermi sorprendere, muovendosi con un passo sì pesante e un fetido alito a metà fra l'aglio e la cipolla?! » richiese ella, senza ancora voltarsi verso l'ipotetico pericolo imposto su di sé e sul proprio futuro.

Sguainando la propria lama precedentemente fissata sulla propria schiena, invero lì più simile a una smisurata mannaia ancor prima che a una spada o a uno spadone degni di tale nome, l'avversario della mercenaria, un colosso di circa sei piedi di altezza lungo i quali erano omogeneamente distribuite sin troppe libbre di muscoli, non si concesse la minima possibilità di esitazione nel confronto con colei già considerata quale propria vittima, dimostrando in ciò una tranquilla, onesta familiarità con la morte, e la morte violenta, caratteristica che non avrebbe potuto evitare di compiacere la stessa donna dagli occhi color ghiaccio innanzi a lui offerta. Ove, infatti, egli si fosse dimostrato più timido nel proprio incedere, incerto nei propri movimenti e nelle proprie intenzioni, ella avrebbe allora potuto riservarsi persino una qualche occasione di dubbio nel merito della legittimità del proprio intervento in quello scenario al quale, effettivamente, si poneva del tutto estranea, senza la benché minima possibilità di intuizione sull'identità del gruppo né, tantomeno, del ragazzo loro prigioniero. Così facendo, al contrario, l'uomo si stava definendo quale una perfetta controparte per quello che ella sperava sarebbe potuto essere uno scontro degno di tale nome, per quanto pur necessariamente timorosa di come ben preso si sarebbe dimostrato semplice allenamento, banale esercizio al pari di ogni altra precedente e similare occasione, e nulla di più.

« Ha una spada… ed è anche bella grossa. » avvertì Be'Sihl, ancora conversando ad alta voce con lei e, in ciò, conservando la propria già comprovata quiete nel confronto con quell'immagine che, pur, avrebbe potuto agitare chiunque, soprattutto nel prevedere nel ruolo della possibile vittima la donna da sé amata.
« D'accordo. Ho compreso chi è… » annuì Midda, ancora senza battere ciglio e senza muoversi dalla propria posizione, neppure accennando a un qualche vago movimento del capo allo scopo di prendere visione della minaccia così annunciata « E' quella specie di armadio che stava sulla destra, accanto alla ragazza con troppo trucco sugli occhi e sulle labbra e allo smilzo armato di picca. »

La specie di armadio così identificata, sopraggiungendo a lei, non espresse alcun verbo, alcun verso, prima di lasciar precipitare la propria pesante arma in una traiettoria fendente diretta al centro della nuca avversaria, nel preferire, evidentemente, lasciare alle proprie azioni, ancor prima che alla propria voce, il compito di comunicare con la controparte, quell'insana figura femminile alla quale, in altri contesti, avrebbe probabilmente gradito proporre un ben diverso genere di offensiva, nell'esser egli dopotutto e indubbiamente maschio, ma che, in quel particolare frangente, non avrebbe potuto che essere considerata al pari di un fastidioso moscerino ronzante davanti al proprio sguardo, da schiacciare senza interesse alcuno.
Malgrado la precisione e la violenza del colpo allora menato, tuttavia, la grossa lama non raggiunse mai né la testa, né il corpo della donna, dal momento in cui, nell'esatto istante in cui ella avrebbe dovuto perire sotto l'impeto di tale offesa, colei nota qual Figlia di Marr'Mahew decise di offrire una prima dimostrazione nel merito delle qualità in grazia delle quali si era guadagnata simile appellativo, evadendo con incredibile velocità, agilità e, persino, eleganza, da quell'attacco, senza gesti particolarmente plateali, senza balzi, capriole o altre rocambolesche fughe dalla morte lì promessale, ma con un semplice, lineare, movimento laterale, in grazia del quale poté osservare, in assoluta sicurezza, quella smisurata mannaia calare a un piede dalla propria nuova posizione.

« Sia chiaro che non desidero apparire superba, volendo evitare l'imbarazzo di poter successivamente essere smentita da un qualche talentuoso combattente nascosto fra le vostre fila. » premesse, prendendo parola ora in direzione del proprio primo avversario « Ma… ti prego… cerca di essere un poco meno prevedibile nel tuo prossimo attacco. Nel confronto con le proporzioni proprie della tua arma, era tremendamente ovvio che questo sarebbe stato il tuo primo tentativo a mio discapito. » gli consigliò, con un lieve sorriso d'incoraggiamento.

mercoledì 29 dicembre 2010

1078


I
nevitabilmente animati da ben diverse emozioni nel proprio ruolo di predatori, e non di prede al pari del disgraziato giovane da loro catturato, il gruppo di dodici elementi lì radunatosi, otto figure maschili e quattro femminili, fra i quali conteggiare ben cinque figure di bizzarri albini al pari del caporione, ebbe nel mentre di quel sussurro ragione di rigirarsi nella direzione della donna così manifestatasi, non tanto in conseguenza dell’invocazione, simile a preghiera, espressa dalla loro stessa vittima, quanto, piuttosto, di un sarcastico apostrofare a loro rivolto da parte della medesima straniera allora sopraggiunta.
Rimasta priva di possibilità di essere udita da parte dello stesso B'Reluc per colpa dell’incredibile angoscia presente nel suo cuore, tale da renderlo non solo quasi cieco al mondo a sé circostante, ma anche pressoché afono e del tutto sordo, colei tanto appassionatamente da lui identificata con il nome di Heer non si era infatti riservata una discreta occasione di avvicinamento al gruppo, prendendo voce verso di loro quand’ancora a trecento piedi di distanza, rapidamente percorsi a cavallo e, in ciò, esprimendosi, nella lingua comune a Kofreya, Y’Shalf, Gorthia e Tranith, e pur diffusa anche in quella regione di Urashia, per ovvie ragioni di confine, con parole cariche di malevola ironia per chi da lei non conosciuti e pur immediatamente riconosciuti qual predoni, o simili, in conseguenza dell’arroganza delle proprie stesse azioni in contrasto a un’inerme malcapitato.

« Questi non sono affari che competono la tua persona, straniera… » sentenziò l’albino posto a capo del drappello, replicando con eguale vocabolario e inflessione tipica kofreyota, non offrendo, nonostante il ricorso a tale lingua e, soprattutto, a tale accento, alla nuova giunta sufficiente importanza, e con essa, attenzione per concedersi possibilità di riconoscerla, nonostante i numerosi e inequivocabili tratti caratteristici da lei necessariamente mostrati « Ti consiglio di riprendere il tuo cammino in compagnia del tuo servo, prima di immischiarti in guai al di là di ogni tua possibilità di gestione e di controllo. »

Colui in quelle stesse parole erroneamente indicato nel ruolo di servo, e precedentemente del tutto innocentemente ignorato da parte di B’Reluc, appariva, nella fattispecie, quale una seconda figura estranea a quel contesto e lì pervenuta accanto alla donna guerriero, a sua volta a dorso di una quieta cavalcatura. Da tale equino sodale, in quel momento, egli non era ancora disceso, nel dimostrare in tal modo una chiara preferenza in favore del semplice e laconico ruolo di spettatore, osservando silenziosamente la scena con inconcepibile distacco e risultando, in ciò, del tutto privo di ogni possibilità di preoccupazione se non, addirittura, stimolato da trasparentemente divertimento nel merito della scena così come a lui concessa, nonostante l’evidente volontà di scontro, e scontro armato, che la sua stessa meravigliosa compagna stava in quel frangente ricercando con incosciente impegno. E proprio quale compagno, complice, amante e amato, in verità, avrebbe egli dovuto essere considerato per lei, così come ella avrebbe dovuto essere considerata per lui, in quell’unione, in quella comunione, che da un intero anno, ormai, li stava ritrovando finalmente quali un sol essere dopo troppi anni di forzata amicizia, imposta fratellanza purtroppo privata di qualsiasi altra possibilità di complicazione emotiva, di intimità quale quella finalmente conquistata sul finire dell’estate dell’anno precedente.
Il suo nome era Be’Sihl Ahvn-Qa e quando aveva incontrato per la prima volta la mercenaria, in un’epoca addirittura di poco precedente alla nascita dello stesso B’Reluc, egli era locandiere in Kriarya, una delle più pericolose capitali del regno di Kofreya. Nella sua locanda, Midda Bontor aveva trovato sin da subito occasione di riparo, possibilità di ospitalità, e con il tempo quello che, almeno inizialmente, si era delineato quale semplice rapporto d’affari, era cresciuto in maniera incontrollata e incontrollabile, portando alfine la coppia a quella forse prevedibile, e pur inimmaginata, conclusione.
Un anno prima, in conseguenza alla quasi distruzione della sua stessa proprietà per opera di colei successivamente divenuta sua sensuale amante e all’inevitabile necessità di una ricostruzione della medesima, da lei medesima finanziata per propria esplicita volontà, il locandiere aveva quindi abbandonato quell’urbe anche nota come città del peccato per impegnarsi, nella dilettevole compagnia della donna riscoperta in tale nuovo, e ormai persino insperato, ruolo, in un lungo, lunghissimo viaggio attraverso l’intero continente di Qahr, tale, addirittura, da vedere la coppia raggiungere l’estremità opposta di quell’enorme estensione terrestre per giungere a Shar’Tiagh, regno e nazione di origine dell’uomo. Dopo una serie di burrascose avventure vissute in un territorio per lei completamente estraneo e per lui inevitabilmente divenuto praticamente tale dopo tanti anni di lontananza, dopo un’interva vita trascorsa in una realtà completamente diversa da quella caratteristica della sua gente, dei suoi avi, i due avevano alfine deciso di fare ritorno alla propria vita quotidiana, salutando i familiari dell’uomo e rimettendosi in cammino verso sud. La strada percorsa in quel viaggio di ritorno, parallelamente a quanto già compiuto in quello d’andata, aveva così veduto la coppia attraversare molteplici terre, numerosi regni, ricorrendo talvolta all’uso dei cavalli, talvolta a carovane di carri mercantili, alle quali si erano temporaneamente aggregati, talvolta a imbarcazioni fluviali, utili per riuscire a percorrere maggiore distanza in minor tempo, e talvolta persino alle proprie semplici estremità inferiori, così come, del resto, qualsiasi pellegrino di quel mondo e di quell’epoca si sarebbe impegnato a compiere in un percorso tanto lungo.
Quell’ultima tratta, in quell’ultima parte del loro impegnativo percorso prima del desiderato arrivo entro i confini kofreyoti, nel dettaglio, era stata dominata dal ricorso a due tranquille bestie, energici berberi nativi di quelle lande e, per tale ragione, assolutamente confidenti con le vaste praterie predominanti in larga parte del territorio di Urashia: praterie al limitare delle quali, così in prossimità ai confini sud-ovest del regno e ai monti Rou’Farth lì già visibili nella loro possente presenza, Midda e Be’Sihl avevano allora colto la presenza di quel variegato gruppo di furfanti alle prese con un ragazzino tanto esile da sembrare già cadavere, ritrovandosi in ciò stimolati a intervenire.

« … servo?! » domandò ella, voltandosi appena in direzione del proprio amato, con fare interrogativo, quasi a domandarsi se davvero stessero riferendosi a lui con simile appellativo « Tutt'al più accetterei che fosse definito qual mio cuoco, ma per tua informazione, mio latteo interlocutore, egli ha da considerasi qual mio attuale compagno. E nell’offesa da te riservatagli, mi hai appena concesso occasione di essere più che immischiata in questo affare. »

Volendo essere onesta con se stessa, la mercenaria non avrebbe mai potuto definire un qualche oggettivo e concreto interesse nei riguardi del giovane tale da giustificare il proprio intervento in contrasto al gruppo lì dispiegatosi in opposizione al medesimo, né un qualche, ipotetico ed esagerato orgoglio sì marcato in lei al punto da spingerla a cercare conflitto per un insulto neppur realmente definito qual tale, là dove, nonostante chiara arroganza, nella frase dell’albino non era ancora stata espressa alcuna reale volontà in sua offesa. La sola, concreta e sincera ragione in conseguenza alla quale ella era lì accorsa, e, ancora, si stava dimostrando tanto bramosa di ottenere battaglia, avrebbe dovuto essere quindi ricercata altrove, analizzando l’intera questione sotto un profilo assolutamente diverso e, nel dettaglio, alla luce del suo particolare carattere, della sua forse innata esigenza di stimolo alla lotta, al combattimento, lo stesso con il quale anche Be’Sihl aveva ben imparato a essere confidente e che la spingeva da sempre a scatenare risse in qualsiasi contesto, incluso quello proprio della sua locanda, nella sola, semplice volontà di ottenere da tutto ciò occasione di diletto.
Tanto l’aggressione ai danni di quell’ignoto ragazzo, quanto l’ipotetica offesa a discapito del locandiere, pertanto, avrebbero dovuto essere semplicemente interpretati quali banali pretesti per raggiungere il solo e ultimo fine dello scontro con coloro lì concessile dal fato a soddisfare l’incontrollabile esigenza di una qualche sfida fisica e a concederle, in ciò, speranza di assaporare nuovamente il meraviglioso gusto dell’adrenalina, per lei inebriante più di qualsiasi nettare divino.

« Sei forse cieca? O solo incredibilmente stolida?! » replicò l’altro, sguainando ora la lama della propria spada, una lunga sciabola dal profilo leggermente ricurvo, per riservare al proprio messaggio una migliore possibilità di comprensione « Perché solo in uno di questi due casi potrei comprendere la ragione per te di ricercare un confronto privo di qualsiasi proporzione qual potrebbe essere il nostro… »

martedì 28 dicembre 2010

1077


« H
eer?! » sussurrò il ragazzo, cercando, non senza oggettiva difficoltà, derivante dalla propria attuale posizione e dalla pressione del sangue imposta in contrasto al suo stesso capo, di porre a fuoco l'immagine lì inaspettatamente manifestatasi, per comprendere entro quale limite sarebbe dovuta essere considerata miraggio, creazione della propria fantasia qual frutto del terrore proprio di quella situazione, tentativo per la sua mente di concedergli una pur assurda speranza di sopravvivenza da tutto quello.

Nel desiderio di esser preciso, razionale, nella propria analisi a tal riguardo, B'Reluc avrebbe necessariamente dovuto evidenziare come, se pur diverse caratteristiche in assoluta comunione con le consuete raffigurazioni della dea in questione avrebbero reso inevitabile una connessione fra quanto lì offerto al suo sguardo e la stessa, altrettanti particolari si sarebbero impegnati a definire una netta separazione fra tali figure egualmente femminili, lasciando considerare tale paragone qual semplice conseguenza di un momento di eccessiva enfasi, vivo entusiasmo innanzi a chi da lui forse troppo repentinamente giudicata qual amica e non qual nemica, conducente seco un intento volto al soccorso e non all'indifferenza, all'abbandono o, peggio, all'aperta opposizione a lui, indifesa preda di già crudeli predatori.
La donna, così presentatasi allora alla sua attenzione, stava dimostrando quella che egli avrebbe potuto valutare essere all'incirca l'età di sua madre, forse un anno in più, forse un anno in meno, impossibile a definirsi con precisione, facendo sfoggio, nella propria maturità, di un corpo incredibilmente materno, qual solo sarebbe dopotutto potuto apparire in conseguenza di quelle stesse forme che subito, in lui, avevano richiamato l'idea della divinità regina del pantheon urashiano, principio femminile per eccellenza in quanto sposa, amante e madre, già intimamente invocata un istante prima della sua stessa apparizione. Simile profilo, a uno sguardo più attento, avrebbe tuttavia facilmente proposto non solo la dolcezza di forme meravigliosamente femminili, ma anche la forza, l'energia di larghe e forti spalle, braccia e gambe toniche nella propria formazione atletica, e un addome sì appena convesso, e pur a sua volta ornato dalla presenza di una solida muscolatura, qual solo sarebbe potuta essere quella di una donna non tanto abituata a esser servita e riverita, qual dea o regina, quanto, piuttosto, ad agire in prima persona e, forse, persino a combattere, impegnandosi quotidianamente in tanto aspra via, in tal severo modo per la difesa di sé, dei propri valori, dei propri principi.
Non solo quell'incredibile fisicità, tuttavia, avrebbe potuto richiamare a suo riguardo l'idea, il pensiero proprio di un'eroina abituata a lottare per ottenere quanto desiderato, quanto bramato, quant'anche l'evidenza di molti altri elementi atti, di volta in volta, a offrire giusto compenso, contrappunto, nel confronto con l'idea di una dissimile natura, propensione, volta più alla creazione che alla distruzione. Per tal ragione, morbide e carnose labbra rosate, dalle quali qualunque uomo avrebbe voluto suggere amore nella propria essenza più pura, erano così contrapposte a gelidi occhi color del ghiaccio, apparentemente incapaci, impossibilitati in simile tonalità a concedere qualsiasi altro annuncio diverso da quello di un tremendo pericolo, di un'ineluttabile fine. E, ancora, molteplici spruzzate di efelidi su pelle color avorio, o forse latte, uniche note di colore su quella meravigliosa epidermide che qualunque uomo avrebbe voluto ricoprire di baci e di carezze, si ponevano in tremendo e violento contrasto con un'atroce sfregio presente a solcare longitudinalmente il suo volto sul fronte sinistro, in corrispondenza dell'occhio lì presente, qual evidente conseguenza di un colpo potenzialmente letale dal quale, pur sopravvissuta e, incredibilmente, pur non menomata, l'aveva per sempre lasciata oscenamente marchiata. Senza ignorare come un lungo, affusolato e tornito collo, sì degno, nelle proprie porzioni, nelle proprie forme, di una stupenda statua di dea all'interno di un tempio, appariva quasi completamente dimenticato nella presenza, attorno a sé, non di lunghi e fluenti capelli, atti a risaltare maggiormente il carattere indubbiamente femminile di quell'immagine, quanto di una chioma corvina scomposta, disordinata, con proporzioni non così limitate nella propria estensione da lasciare scoperta quella stessa elegante presenza e pur, al contempo, non sufficientemente lunghe da ornare completamente le sue spalle, da coprire la pelle lì lasciata svelata dagli abiti da lei indossati. Un bizzarro connubio fra la delicatezza propria dell'amore e la violenza intrinseca della guerra, fra la dolce protezione di una madre, l'incredibile sensualità di un'amante e l'oscena aggressività di una guerriera, quello da lei dimostrato, pertanto, che, pur rinnovando l'ipotesi di un legame con Heer, nell'incredibile dirompenza dei suoi seni non particolarmente celati, né celabili, dagli stracci su di essi presenti, non avrebbe neppur offerto disappunto in un ipotetico confronto con Deesa, dio della guerra, lasciandola, in ciò, supporre quale improbabile incrocio fra tali essenze divine.
E se frutto di un mai rivelato reciproco interesse fra Heer e Deesa avrebbe allora potuto essere giudicata quella donna, assolutamente e indubbiamente mortale essa avrebbe dovuto essere accolta in conseguenza delle proprie vesti, quanto di più improbabile, almeno nel confronto con l'umano intelletto, associabile non solo a una dea, quant'anche a una qualsiasi donna, al punto tale da essere meritevoli di una considerazione a parte. I suoi piedi, innanzitutto, si ponevano non ricoperti da reali stivali, o altre calzature, degne di simile nome, quanto, piuttosto, delle lunghe strisce di stoffa, arrotolate strettamente attorno alle sue gambe da tali estremità fino all'altezza dei polpacci, in quella che, ove posta interrogazione a tal riguardo, sarebbe stata dichiarata quale scelta volta alla comodità ancor prima che all'apparenza, nella necessità di mantenere un contatto il più possibile trasparente con il suolo sotto di sé senza, in questo, rischiare di riservarsi danno. Al di sopra di simile spettacolo, le sue toniche gambe, le sue muscolose cosce, entro le quali poter trovare la gioia dell'amore o l'angoscia della morte con la medesima semplicità, erano allora fasciate all'interno di comodi pantaloni in morbida pelle marrone chiara, stretta in vita da una cintola di eguale tonalità lì preposta non tanto a sorreggere simile indumento, quanto, piuttosto, a offrirsi quale supporto per una seconda fascia ancora in cuoio dalla quale pendeva il fodero di una lunga spada, probabilmente dalla lama bastarda. Risalendo ulteriormente con lo sguardo e superando tale frontiera, poi, due dita di carne scoperta, di pallida pelle priva di ogni protezione, si dimostravano visibili all'altezza del suo ventre, prima di ritrovare le proprie forme nuovamente celate sotto una sorta di casacca priva di maniche e dall'ampia scollatura, indubbiamente particolare, originale, in effetti, non tanto in conseguenza del proprio bizzarro taglio, praticamente utile a fornire la copertura necessaria ai suoi seni nella loro curva inferiore e poco più, quanto, piuttosto, nella propria stessa natura, nel materiale con il quale era stata realizzata, non semplice stoffa, non comune pelle conciata quale quella dei suoi pantaloni, ma, addirittura, una corta pelliccia, nelle cui tonalità giallo dorate sarebbe facilmente potuta esser indicata qual di leone: non leone, tuttavia, bestia già sorprendente nell'ipotesi di un simile impiego, avrebbe dovuto esser identificato quale il proprietario originale di tale manto, quanto, incredibile e impossibile a dirsi, sfinge, creatura mitologica da quella stessa donna affrontata in tempi recenti e parte della cui pelle, in memoria di quell'incredibile avventura, le era allora rimasta propria.
A eccezion fatta per il braccio di un'armatura di nero metallo dai rossi riflessi sul suo arto superiore destro e per un bracciale d'oro, di foggia shar'tiagha, sul suo arto superiore mancino, lì posto quasi fuori luogo al di sopra di un complesso tatuaggio tribale altresì caratteristico dei marinai di origine tranitha, null'altro in quel frangente copriva il suo corpo, marcando in tutto ciò uno scenario decisamente originale, se non addirittura unico, che in molti, nell'angolo sud-occidentale del continente, a cui anche Urashia apparteneva, avrebbero facilmente associato a un singolo nome, a una sola identità resasi particolarmente celebre, negli ultimi tre lustri, in conseguenza delle proprie straordinarie avventure, esperienze vissute ai limiti dell'umano ardire da una mercenaria nota come Midda Bontor e, da ormai cinque anni, anche come Figlia di Marr'Mahew, in onore di una divinità della guerra di un arcipelago di isole a ponente del regno di Kofreya, da lei difese durate un assalto di predoni dei mari.

Ma dove, nel desiderio di esser preciso, razionale, nella propria analisi a tal riguardo, B'Reluc avrebbe necessariamente dovuto evidenziare tutto ciò, il momento per come da lui vissuto, in conseguenza della tensione e della paura, naturali emozioni umane nel confronto con la morte, non sembrò concedergli una simile occasione, una tale possibilità, costringendolo, semplicemente, a ripetere il proprio già precedente sussurro, volto a riconoscerla forzatamente quale la dea regina: « Heer?! »

lunedì 27 dicembre 2010

1076


C
aratteristica fondamentale propria dell'umanità, sicuramente in conseguenza dell'inviolabile natura mortale intrinseca di tale condizione, era da sempre stata, e per sempre sarebbe sicuramente rimasta, l'attitudine a ricorrere a termini particolarmente enfatici per sottolineare momenti di particolare gioia o di incredibile dolore, di straordinaria eccitazione o di disturbante angoscia, di lieta fortuna o di oscena sventura, e molto altro ancora, indicando ognuna di tali occasioni quale apice, in positivo o in negativo, della propria intera esistenza, traguardo tanto elevato, o tanto profondo, al quale, con azzardata sicurezza, sol qual assurdo inevitabilmente appare il pensiero di poter ancora giungere: questo, per lo meno, sino alla nuova e successiva occasione, purtroppo o in gloria agli dei, capace di dimostrarsi ancora peggiore, o migliore, nel confronto con la precedente, al punto tale da scatenare, in ciò, quelle identiche, e pur rinnovate, prese di posizioni ammantate di un'assoluta, e pur assurda, certezza dell'imprevedibile, e inimmaginabile, ultimo risultato raggiunto, tanto nel bene, quanto nel male.
Involontariamente rispettoso di tale caratteristica fondamentale della stessa umanità, alla quale anch'egli apparteneva e sarebbe sempre appartenuto, sin dal momento del proprio concepimento fino al quello della propria morte, il giovane B'Reluc, figlio di P'Reluc, nella propria pur acerba esistenza, si era concesso l'arroganza di poter affermare in fin troppe occasioni, in molteplici occasioni, di aver raggiunto senza la benché minima ombra di dubbio, possibilità di errore, il momento peggiore della propria vita, in una parabola discendente che mai, egli era certo, o forse semplicemente e inconsciamente speranzoso, avrebbe mai potuto spingersi ancor più in basso, a limiti peggiori rispetto a quelli così già resi propri. Purtroppo per lui, i suoi quattordici anni, per quanto risultato incredibile non concesso a chiunque, non avrebbero potuto essere considerati sufficienti, nella propria estensione temporale, per assicurargli quella particolare esperienza, quella necessaria maturità per poter riuscire a distinguere con precisione quale effettivo evento avrebbe potuto essere indicato, riconosciuto, addirittura glorificato a modo suo, qual il peggiore della sua intera esistenza.
In ciò, ove anche egli aveva sinceramente creduto che mai nulla di peggio rispetto alla morte di suo padre, avvenuta quattro anni prima, avrebbe potuto caratterizzare la sua vita, nel negargli con repentina violenza quel mondo pur sufficientemente gioioso, lieto, infantile nel quale aveva sino ad allora vissuto, per costringerlo ad assumersi un improponibile ruolo da capofamiglia, da patriarca per i suoi parenti, ponendosi a presunta protezione di sua madre e a sostegno dei suoi sei, fra maschi e femmine, fratelli e sorelle minori, neppur due anni dopo tanta negativa considerazione in B'Reluc era stata già sostituita da un altro ricordo, da un altro dolore e un'altra angoscia, ritenuta qual nuovo traguardo nel confronto con il suo intimo, senza, in questo, pur voler mancare di rispetto alla memoria del padre: quello derivante dalla tremenda delusione d'amore impostagli con incredibile crudeltà dalla dolce Bal'Ev. Per quanto forse stolida, probabilmente egoista, simile vicissitudine sarebbe potuta apparire soprattutto laddove posta in paragone con la tragedia derivante dalla perdita di un genitore, nel confronto con lo spirito e il cuore del ragazzo, e con il suo corpo e la sua mente inevitabilmente sconvolte dagli effetti della pubertà, l'immagine a lui offerta dall'ironico sorriso della fanciulla a cui, con tanta sincerità, onestà di sentimenti e di intenti, si era proposto, si era votato, nel comunicargli un netto rifiuto a qualsiasi pur vaga speranza che in un qualsivoglia ipotetico futuro vi sarebbe mai potuto essere qualcosa fra loro, non avrebbe potuto essere accolta con serenità, nel ferirlo, nel proprio intimo e, anche, nel proprio orgoglio, con più violenza di quanto mai chiunque avrebbe potuto immaginare. Legittimamente o no, pertanto, l'incredibile e spiacevole onore del ruolo di momento peggiore dell'esistenza di quell'ancor ragazzo, due anni prima, era stato necessariamente trasferito dalla memoria della morte del padre al ricordo del primo, sadico rifiuto in campo sentimentale, lasciandolo illudere che mai nulla avrebbe potuto ancor competere con tale evento.
Così, in effetti, era stato, nell'assurdità propria delle logiche caratteristiche del periodo proprio della pubertà, incapaci a mostrare la vita sotto un adeguato metro di valutazione e, ciò nonostante, se non proprio in conseguenza di tale limite, particolarmente capaci di torturarne i propri sventurati protagonisti. E ancora, in verità, sarebbe continuato a essere per molto e molto tempo… se, all'alba di una nuova giornata di fine estate di due anni dopo, lo stesso, ancor imberbe, B'Reluc non si fosse ritrovato appeso a testa in giù sopra un pozzo ricolmo di dipse.

« Mio caro ragazzo… » prese nuovamente parola verso di lui lo stesso albino giudicato caporione del drappello di manigoldi responsabili per la sua attuale situazione, per questo inatteso, e tutt'altro che sperato, nuovo e negativo risultato raggiunto, probabilmente l'ultimo che mai avrebbe, effettivamente, caratterizzato la sua esistenza, nell'assenza di una qualche speranza di futuro conseguente a tutto quello « … io ho l'impressione che tu non stia realmente apprezzando la gravità della tua attuale posizione. Correggimi se erro, ma se tu riuscissi effettivamente a comprendere quale pericolo incomba in questo momento su di te e sulle tue speranze di poter, un giorno lontano, divenire uomo, credo proprio che sarebbe tua appassionata prerogativa impegnarti a offrire soddisfazione alle nostre questioni. »

Lo sventurato B'Reluc, per amor di cronaca, non solo stava realmente apprezzando la gravità della propria attuale posizione, riuscendo effettivamente a comprendere quale pericolo incombesse in quel momento su di sé, ma, nel proprio intimo, era sì terrorizzato dall'oscena promessa di morte così riservatagli da essere a malapena in grado di mantenersi ancora vagamente padrone dei propri sensi, del proprio intelletto, dove ben volentieri il suo cuore avrebbe sospinto la sua mente a rinnegare qualsiasi barlume di senno e, in ciò, a cedere a un'assoluta, isterica e caotica follia, tale da concedergli, se non speranza di libertà, quantomeno occasione di non soffrire ulteriormente nel confronto con quell'assurda tragedia di cui si stava ponendo involontario protagonista.
Una reazione, la sua, che a posteriori, nell'ipotesi tutt'altro che ovvia di poter superare quell'infausto momento, egli stesso avrebbe dovuto giudicare quale assolutamente emotiva ancor prima che fisica o razionale, dal momento in cui, come qualsiasi abitante del regno di Urashia e, in particolare, di quella regione a ridosso di Gorthia e dei monti Rou'Farth, il ragazzo era comunque e assolutamente consapevole dell'incredibile letale essenza caratteristica delle dipse, tale da potergli assicurare, in quel momento, la morte più dolce, delicata e indolore a cui mai avrebbe potuto ambire. Piccoli e tozzi serpenti, privi della grazia propria della maggior parte di quel genere di rettili, le dipse erano ben note, addirittura famigerate, in tutto il territorio, per l'incredibile pregio del proprio veleno, tanto efficace da offrire la morte a chi da esse offeso ancor prima di poter maturare qualsivoglia coscienza sull'occorrenza del morso stesso: ove il semplice, fugace contatto con gli affilati e sottili denti di una di quelle ineleganti creature avrebbe potuto abbattere un colossale cavallo da traino senza neppur porlo in agitazione, lasciandolo semplicemente e istantaneamente crollare al suolo privo di qualsiasi cognizione sulla propria stessa fine, alcuna ragione di preoccupazione sarebbe allora dovuta essere propria di quel ragazzino, di quel fanciullo persino troppo magro, emaciato nelle proprie forme e proporzioni, al punto tale da rendere assurdo il pensiero, l'idea, che su quelle sue spalle potesse riuscire a essere sostenuto il peso di un'intera famiglia, qual pur oggettivamente era ormai da quattro anni. Malgrado la paradossale sicurezza a lui riservata da un tale pensiero, da una simile comune convinzione, ovviamente e necessariamente priva di possibilità di riscontro diretto, nell'assenza di una qualsiasi testimonianza di prima mano a tal riguardo, il giovane non sarebbe mai potuto restare tuttavia indifferente di fronte alla minaccia così a lui imposta, dal momento in cui, al pari della maggior parte dei membri del genere umano, anch'egli rifuggiva istintivamente l'idea della morte in quanto tale, quale quella della più tremenda sventura immaginabile e non, più quietamente, di un appuntamento irrinunciabile a cui, presto o tardi, chiunque sarebbe stato costretto a rispettare.
Per simile ragione, B'Reluc non avrebbe potuto evitare di invocare la benevolenza della propria dea prediletta, la materna e protettiva Heer, supplicando il suo intervento in proprio sostegno, in proprio soccorso. E, proprio in conseguenza di tali preghiere, egli non avrebbe potuto evitare di ritrovarsi a dir poco attonito, sorpreso, meravigliato, nell'inatteso confronto con chi, lì sopraggiunta, ai suoi occhi apparve, almeno in un primo istante, pressoché identica alla stessa dea, al punto tale, con le proprie generose forme, con l'abbondanza dei propri seni e la pienezza dei propri fianchi, da poter esser considerata incarnazione della stessa divinità.

domenica 26 dicembre 2010

Speciale Natale (5 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, quinto di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

E, a dimostrazione della propria buona e onesta volontà in soccorso alla famiglia originale e ipotetica destinataria della propria furia, la stessa mercenaria riprese presto voce, a definire quanto nel suo animo già assunto qual proprio nuovo scopo, obiettivo, traguardo.

« Ascoltate quanto io compirò… » annunciò pertanto « Questa notte resterò a vegliare sul bene vostro e del vostro erede e domani riprenderò la via verso Gerusalemme, per riportare a Erode cronaca del mio successo in vostra opposizione: ovviamente ciò sarà semplicemente un trucco, un inganno, utile a concedermi di giungere alla sua presenza e a permettermi, in ciò, di riservargli la stessa benevolenza che egli ha voluto a voi destinare. »

Così tranquillizzati da quelle parole, pronunciate allora quasi solenne giuramento, impegno, innanzi a tutti i presenti, senza la benché minima preoccupazione nel merito della pericolosità intrinseca in tanto gravi affermazioni, i tre saggi giunti da levante poterono allontanarsi con serenità dalla grotta, per andare a stanziare a prudente distanza il proprio campo per quella notte, a concedersi occasione di riposo prima della ripartenza pianificata per il giorno seguente, in un nuovo, lungo viaggio che li avrebbe finalmente ricondotti alle proprie dimore, e alla propria consueta vita, senza ovviamente ipotizzare alcun genere di passaggio dalla capitale della Giudea e dal monarca lì stabilitosi, malgrado l'invito dal medesimo a loro precedentemente rivolto. Anche i pastori, non trovando ulteriori ragioni per offrire disturbo al neonato e ai suoi genitori, decisero di fare ritorno alle rispettive greggi, offrendo un'ultima lode al proprio dio per ciò di cui erano stati fortunati testimoni, i più poveri e i più ignoranti fra gli abitanti di quella regione e, ciò nonostante, in quel momento i più beati fra tutti, per quanto era stato loro lì concesso.
Come annunciato, solo Midda restò pertanto a vegliare sulla famigliola, su Maria e su suo marito Giuseppe, come scoprì chiamarsi la coppia, e su loro figlio Gesù. E in un breve confronto con loro, ella apprese che i due, divenuti tre in quella medesima notte, poco prima dell'arrivo dei pastori e dei sacerdoti, erano appena arrivati a Betlemme da Nazareth, dove dimoravano e dove egli esercitava la professione di falegname, lì pervenuti unicamente in conseguenza della necessità per lo stesso Giuseppe di presentarsi alla propria città natale in ottemperanza a un editto dell'imperatore Cesare Augusto, volto a effettuare un censimento di tutta la popolazione all'interno dei confini delle terre controllate da Roma. Sgradevole effetto di quello stesso evento, di quella complessa operazione burocratica e demografica, era stata, però e purtroppo, la completa saturazione di ogni locanda e ogni camera in tutto il territorio del piccolo capoluogo, ragione per la quale, posti in agitazione dal travaglio di Maria, i due erano stati costretti a trovare asilo entro quella grotta, rifugio dopotutto migliore rispetto al nudo suolo fosse solo per il tepore lì loro garantito dalla presenza delle bestie.
In tutto questo, alla mercenaria piacque sinceramente lo spirito dimostrato dalla coppia, e, per tale ragione, offrendo loro un augurio per un sereno riposo, non poté che rinnovare, in intimo confronto con se stessa, il proprio impegno in loro soccorso e in contrasto al sovrano che ne aveva tanto crudelmente sentenziato la morte senza ragione alcuna: il giorno dopo, avrebbe ben volentieri dimostrato al Sanguinario quanto anch'ella avrebbe saputo essere feroce e sadica, soprattutto se similmente motivata da incauti giuochi di manipolazioni quali quelli da lui tentati con lei, senza riconoscerle il benché minimo, e dovuto, rispetto.
Purtroppo per lei, tuttavia, i piani così concepiti, così orchestrati, non furono condotti a compimento, dal momento in cui, prima ancora che l'alba potesse giungere a restituire al Creato la luce del giorno, Giuseppe si accostò a lei, offrendole uno spiacevole avviso.

« E' necessario per noi partire… » le sussurrò l'uomo, non celando una sincera agitazione qual fondamento di tale imprevista urgenza « Un angelo del Signore mi è apparso in sogno e mi ha comandato: "Su, alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e rimani lì fino a mio nuovo avviso. Erode infatti è in cerca del bambino per ucciderlo." »
« Quest'angelo è giunto in leggero ritardo. » osservò la donna, senza voler riservare ironia di sorta nel merito della questione, nel non voler apparire irrispettosa nei confronti del proprio interlocutore, ma, al tempo stesso, cercando di affrontare la stessa con un certo pragmatismo « Che Erode voglia uccidere vostro figlio credo abbia da considerarsi fuori da ogni possibilità di dubbio a seguito della mia testimonianza… »
« Sono convinto che non a te volesse offrire riferimento, quanto piuttosto ad altri pericoli. » affermò il falegname di Nazareth, fermo nel proprio tono e, con esso, nei propri propositi già espressi « Per la loro salvezza devo condurre Maria e Gesù in Egitto: questa è la volontà del Signore. »

La mercenaria storse appena le labbra a quelle parole, non potendo approvare una tanta cieca dedizione da parte dell'uomo nei confronti del proprio dio, ove non era sua abitudine riservarsi alcuna simile occasione di dialogo con la propria dea, né sarebbe stata sua personale attitudine offrirsi tanto ubbidiente nei suoi riguardi ove anche ella si fosse esplicitamente espressa, nel ritenere propria irrinunciabile prerogativa l'autodeterminazione personale non solo nel confronto con gli altri uomini e donne, ma anche innanzi al volere degli dei. Ciò nonostante, non avendo ragioni per intrattenersi in discussioni di carattere filosofico o religioso con l'uomo e, in verità, avendone anche fin troppe per condividere la preoccupazione da lui in tal modo espressa, dove più che prevedibile sarebbe potuto essere un qualche intervento addizionale da parte del Paranoico a difesa del proprio potere, malgrado l'impegno da lei formalmente preso con il medesimo e la sua fama che mai avrebbe dovuto lasciar prevedere possibilità di fallimento, ovviamente ove la missione si fosse dimostrata effettivamente coerente con quella a lei inizialmente proposta, Midda decise allora di lasciar perdere ogni possibilità di inutile spreco di tempo in ulteriori e vane argomentazioni in compagnia dell'uomo e si levò rapidamente da terra, sulla soglia della grotta là dove si era posta a ricercare un pur minimo ristoro, per proporsi nuovamente collaborativa con la coppia, ora ascesa al ruolo di sua protetta.

« Della mirra e dell'incenso dubito potremo farcene molto… ma l'oro, sicuramente, ci sarà utile per giungere in Egitto. » valutò, offrendogli un lieve sorriso, appena sornione « Per vostra fortuna ho buoni agganci tanto qui come là, e questo dovrebbe concederci sufficiente serenità nel corso del lungo viaggio che ci attende, oltre ovviamente a tappe relativamente sicure alle quali poter offrire riferimento. »
« V-vuoi venire anche tu?! » domandò Giuseppe, sorpreso dalla repentina presa di posizione in tal senso da parte di quella bizzarra mercenaria, lì inviata per ucciderli e, ora, apparentemente votatasi alla loro salvaguardia « Ma… »
« Il tuo angelo ha forse detto qualcosa a mio riguardo? » replicò ella, scrollando nel contempo la polvere del suolo rimasta impressa contro i propri pantaloni all'altezza dei glutei e delle cosce.
« No, ma… »
« Bene. Quindi non ha neppure detto che io non vi possa accompagnare. » constatò la donna, stringendosi fra le spalle e considerando, in tal modo, conclusa la questione « Ora sbrigati a raccattare tutta la vostra roba: se Erode sta complottando qualcosa al punto tale da rendere necessario un intervento divino in vostro allarme, puoi stare certo che sarà meglio essere in partenza prima del sorgere del nuovo sole… »

Fu così che Midda Bontor, mercenaria qual professione e non qual vocazione, in quella stessa notte, oltre a rinnegare quell'incarico per il quale sarebbe potuta essere effettivamente ricoperta d'oro, decise di far propria una nuova missione per la quale, al contrario, alcun tributo ella aveva preventivamente concordato, domandato o, anche solo, ipotizzato di poter ricevere. E per quanto una parte dell'oro offerto in dono dai sacerdoti giunti da oriente, non mancò di esserle alfine riconosciuto a titolo di risarcimento per esplicita volontà di Giuseppe e Maria, quand'alfine essi giunsero in salvo entro i confini propri della terra d'Egitto, la più significativa ricompensa che ella non mancò di considerare qual propria fu quella derivante dalla consapevolezza di aver contribuito a salvare la vita al piccolo Gesù.
Una gioia, quella a lei sinceramente riservata in grazia simile coscienza, che, purtroppo, tempo dopo, non poté evitare di esser necessariamente turbata, addirittura offuscata, dalla tragica notizia di un'oscena mattanza consumatasi nella stessa cittadina di Betlemme. e nei territori circostanti. poco dopo la loro partenza da quella stessa area: una strage nella quale tutti gli infanti maschi al di sotto dei due anni avevano trovato allora la morte per espressa volontà di re Erode, in quell'extrema ratio del Sanguinario, che pur la Storia avrebbe ricordato con un migliore appellativo, di difendersi dalla minaccia a suoi occhi rappresentata da un inerme pargolo venuto al mondo nella povertà di una stalla.

« Là dove il vostro dio si è tanto prodigato per assicurare a voi la salvezza, perché non ha compiuto altrettanto a difesa di ogni altro figlio di Betlemme?! » chiese, sconvolta, a Maria e Giuseppe.

La donna, tuttavia, non volle successivamente permettersi di ascoltare alcuna replica da parte dei propri due allora ricercati interlocutori, celando occhi colmi di lacrime dietro la mancina: in verità, essi lo compresero senza difficoltà, ella stava allora riservando ogni accusa, ogni rimprovero presente nel proprio cuore, non tanto in contrasto al loro Signore, così invocato con rabbia, quanto, piuttosto e peggio, a se stessa.
Nell'essere abituata a ritenersi unica artefice del proprio destino, Midda non avrebbe mai potuto ignorare il dubbio che, se solo non avesse insistito per unirsi alla famiglia nella loro fuga in Egitto e avesse, altresì, attuato il proprio piano così come inizialmente concepito, forse nulla di tutto quello sarebbe occorso e, in ciò, l'orrendo pensiero di quelle vittime innocenti e della loro straziante fine non l'avrebbe allora perseguitata.

Nella speranza che, senza pretesa,
questa storia non sia stata d'offesa,
dalla fiaba ora prendo congedo
per tornar al ruolo di aedo:
non di Giudea domani narrerò
non con l'Egitto qui vi intratterrò,
ma in Kofreya, terra bellicosa,
e in Y'Shalf, regione misteriosa,
Midda i suoi passi spingerà
e nuove insidie lì affronterà.

sabato 25 dicembre 2010

Speciale Natale (4 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, quarto di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

D
a sempre assolutamente e sinceramente tollerante nel confronto con ogni confessione religiosa, in una propria visione non particolarmente integralista della fede, tale da concederle certamente di riservare una sicura fiducia alla propria tanto invocata, e spesso imprecata, dea e, ciò nonostante, da non rifiutare ad altri di offrire riferimento a diverse divinità, Midda accolse le parole a lei rivolte dal gruppo di pastori, in fugace passaggio, semplicemente aggrottando la fronte, senza offrire loro particolare interesse o attenzione, nel lasciarli proseguire alla ricerca di questo loro salvatore. Sua priorità, dopotutto, era in quel momento rivolta in direzione di un ben diverso convoglio, il quale, come ella ebbe subito dopo occasione di accorgersi, aveva approfittato dell’effimero suo momento di distrazione per riprendere il cammino precedentemente interrotto, allontanandosi dal luogo ove avevano temporaneamente stabilito il proprio campo, con una premura tale da risultare qual completamente svaniti innanzi ai suoi occhi nel momento in cui la donna tornò a ricercarli con lo sguardo…

« Thyres… » sussurrò a denti stretti, offrendo nel nome della propria divinità un sostanziale rimproverò a se stessa per essersi permessa una simile leggerezza, una tale ingenuità « Dove accidenti sono andati? »

Nel percorrere rapidamente la distanza esistente fra sé e quell’area, mantenendo tutta la propria concentrazione verso il suolo sotto i propri piedi, nella volontà, e nella necessità, di cogliere le tracce dei propri inseguiti allo scopo recuperare lo svantaggio così creatosi, la mercenaria non ebbe allora occasione di rendersi conto di come, altresì sopra la propria testa, fosse comparsa un’insolita stella, un astro non abituale nel firmamento di quella regione o di altre volte celesti, caratterizzato da un’insolita luminosità, un incredibile splendore e, ancor più, una lunga scia altrettanto lucente, tale da farlo apparire, senza eccessivo spreco di fantasia, di immaginazione, simile a un’enorme indicazione posta nel cielo per divino volere.
Alcuna coscienza a tal riguardo avrebbe allora potuto caratterizzare la donna, nell’ignoranza in cui era stata volontariamente mantenuta da parte del proprio mecenate, ma esattamente in ottemperanza alle direttive espresse da quella stessa incredibile luce, i tre saggi studiosi erano lì sopraggiunti dalle terre d’oriente, e solo nel ritrovare, finalmente, quella necessaria presenza a definire il senso del loro peregrinare, essi avevano ripreso rapidamente il viaggio precedentemente interrotto, nell’intima certezza di essere, ormai, giunti in prossimità alla meta tanto attesa, al traguardo tanto sperato. Prestando attenzione alla terra, e non al cielo, nonostante tutto, ella ebbe comunque modo, in quella particolare notte, di ritrovare la delegazione da lei ricercata, rendendosi conto, non senza un'obbligata occasione di stupore, come essa si fosse spontaneamente diretta alla stessa destinazione propria di un altro convoglio, della processione di pastori pocanzi incontrata da lei stessa: tanto i ricchi sacerdoti giunti da levante, quanto i poveri pastori autoctoni di quelle terre; tanto i dotti sapienti d’oriente, quanto i, loro malgrado, analfabeti e ignoranti guardiani di pecore di Giudea; in quella notte si ritrovarono quindi tutti riuniti attorno a un medesimo obiettivo, un comune riferimento, proponendosi in ciò non dissimili dalle acque di diversi fiumi che, pur reciprocamente estranee per origini e natura, sarebbero pur inevitabilmente confluite a un medesimo mare.
Ma quel comune riferimento, al cospetto del quale tutti lì stavano accorrendo e che, nei termini del proprio incarico, la mercenaria non avrebbe potuto già evitare di considerare quale il pericoloso antagonista del Paranoico, non si dimostrò allora nelle sembianze di un temibile combattente, di uno spietato cospiratore, qual pur ella si sarebbe lì attesa di ritrovare, quanto, piuttosto, in quelle di pargolo, un infante, addirittura neonato, avvolto in fasce e posto a riposare all’interno di una mangiatoia, fra bovi e capre, in una grotta che, come altre nella regione, era stata, già da lungo tempo, adibita al ruolo di stalla.

« Ma… cosa? » domandò ella, sgranando gli occhi con stupore nel ritrovarsi a confronto con il quadro allora rappresentato da una fanciulla poco più che bambina, dal suo sposo e dal loro figlioletto appena offerto alla vita, in un ambiente tanto povero al punto che nessuno avrebbe lì accettato non solo di partorire, ma, anche e semplicemente, di pernottare « Chi è questa gente…?! »

Nel momento in cui la donna guerriero sopraggiunse a incrementare la già numerosa folla lì radunatasi, i tre pellegrini che ella aveva discretamente accompagnato nel loro ultimo tratto di strada, si erano appena genuflessi per presentare innanzi all’innocente creatura oggetto di tanta attenzione tre scrigni, con i doni che avevano voluto condurre seco dalle proprie lontane nazioni, dimostrando assoluta serietà nei propri movimenti e pur trasparente gioia sui propri volti per quell’occasione eccezionale: oro, nella volontà di onorare il re, incenso, allo scopo di glorificare il dio, e mirra, per riconoscere il sacrificio, e il sacrificio di morte, che, sin da quel giorno, essi sapevano avrebbe purtroppo caratterizzato il fato del piccolo.

« Straniera nostro pari, sei giunta anche tu qui, oggi, per essere testimone di questo importante evento? » le rivolse parola uno dei tre sacerdoti zoroastriani, nell’allontanarsi dopo aver deposto la propria offerta innanzi al pargolo e nel ravvisare, solo allora, la presenza della nuova arrivata, la cui tanto originale figura mai sarebbe potuta essere confusa fra quelle dei pastori pur lì pervenuti oltre a loro.
« O diversi, e infausti, hanno da considerarsi i propositi di chi, a questa grotta, si presenta priva di doni e armata di spada? » soggiunse un secondo fra i saggi, nel seguire il proprio compagno e nel dimostrare, in tali termini, evidente ragione preoccupazione, nel ritrovare, in grazia della presenza di un’immagine quale quella così comparsa alle loro spalle, conferma a quanto già da tempo sospettato nel merito della reale natura dell’interesse di Erode il Grande nei riguardi della loro missione.

Incredibile imbarazzo fu, in un simile frangente, il primo sentimento che dominò l’animo di Midda, nella consapevolezza di quanto quelle ultime parole non avrebbero potuto essere condannate quali gratuite, immotivate e immeritate, là dove, proprio malgrado, ella era effettivamente stata lì inviata al solo scopo di condurre qual dono la propria spada e, con essa, la morte per coloro additati qual nemici del regno.
Funesta rabbia fu, un istante dopo, la seconda emozione che, necessariamente, prese il controllo nell’intimo della mercenaria, nel comprendere come, nella definizione di quell’assurdo incarico, ella fosse stata raggirata dal sovrano, il quale non solo aveva supposto di poterla impiegare come assassina di infanti innocenti, ma, peggio, aveva persino ipotizzato di potersi prendere tranquillamente giuoco di lei indicandole quel bambino al pari di una tremenda minaccia.
Gelida determinazione fu, alfine, quanto permase in lei, in quel riconquistato e consueto stato d’animo che sempre aveva caratterizzato la sua esistenza e la sua essenza, tale da farle comprendere in maniera puntuale quanto sarebbe dovuto essere allora compiuto per il bene di quella famigliola e, ancor più, per restituire, almeno in minima parte, lo sgarbo all’ignobile, ed estremamente stolido, monarca a lei, in tal modo, divenuto necessariamente avverso.

« Non sbagli, saggio signore, dal momento in cui, invero, sono qui giunta, inviata da Erode, con il solo incarico imporre morte su chi da lui riconosciuto qual pericolo per la stabilità e il benessere del suo trono. » asserì, annuendo senza ipocrisia in replica a quelle parole di velata accusa a proprio discapito, nel mentre in cui un tale annuncio suscitò immediatamente scalpore e indignazione fra i presenti, probabilmente più che pronti a offrir battaglia in difesa di quell’infante e della sua famiglia « Tuttavia nessuno, qui oggi radunato, ha da temere me o la mia spada: io stessa sono stata ingannata dall’empio sire, nell’attendermi il confronto con un feroce condottiero e non con un bambino in fasce, e alcuna somma d’oro potrebbe mai permettermi di legittimare una simile mattanza, non giusta e neppur accettabile. »

In risposta a tale ammissione, un solo sguardo, offerto con quieta serenità da parte della fanciulla appena divenuta madre, fu utile a garantire alla donna guerriero accettazione in quel luogo, in quella stalla improvvisamente eletta, in virtù della fede di coloro li sopraggiunti, al ruolo santuario, a luogo di culto, nella gloria di un dio bambino, il destino del quale era purtroppo già stato profetizzato qual diviso fra grandi opere e ancor più grandi sofferenze, così come anche i tre sapienti avevano voluto sottolineare con i propri doni, ma in contrasto al quale, certamente non in quella notte né nei giorni a seguire, si sarebbe levato il braccio di colei incaricata di decretarne la morte ancor prima della sua stessa nascita, la mano di Midda Bontor.

venerdì 24 dicembre 2010

Speciale Natale (3 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, terzo di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

Un lungo momento di teso silenzio, di nervosa laconicità, non poté essere evitato al termine di quell'energica presa di posizione da parte della donna: i predoni su un fronte, ella sull'altro, si osservarono reciprocamente a lungo, a studiare la situazione per così come a tutti loro offerta, nel cercare di comprendere entro quale e migliore via sarebbe stato allora opportuno sospingersi.
Indubbiamente, nella sua stessa fisicità, ancor prima che nel suo intelletto e nel suo spirito, così come già descritto in quelle ultime parole, la mercenaria non sarebbe potuta essere giudicata qual avversaria comune, qual semplice scellerata giunta lì unicamente in conseguenza di un moto d'orgoglio ancor prima che una chiara decisione in tal senso, a simile riguardo. Nella consapevolezza di tutto ciò, nella ragione che chiunque avrebbe potuto maturare a meno di non esser stato, proprio malanimo, reso incapace di intendere e di volere in conseguenza di una volontà a sé esterna o di una propria colpa imperdonabile, e non perdonata, innanzi agli dei tutti, tutt'altro che ovvia, che immediata, avrebbe allora potuto essere definita una qualsiasi scelta nel merito dello sviluppo proprio di quella situazione: solo uno stolido, in effetti, si sarebbe precipitato a testa bassa in suo contrasto; solo uno sciocco, in verità, si sarebbe permesso di dichiarare guerra in maniera tanto ovvia a una simile avversaria; e alcuno fra gli uomini lì presenti, proprio malgrado, avrebbe potuto ignorare simile certezza, tale oggettivo dato di fatto, allora come in ogni precedente occasione di incontro con lei.

« Midda… Bontor… » scandì l'uomo che già aveva pocanzi preso voce, sillabando quel nome quasi lo volesse allora gustare fra la lingua e il palato non diversamente da un buon vino « Cosa ti spinge nuovamente alla nostra ricerca, vecchia amica mia? » sorrise, rifoderando la propria daga e, quasi saltellando, avvicinandosi rapidamente a lei, nella volontà di poterla salutare in maniera più appropriata.
« Simone… » contraccambiò il sorriso ella, tendendo le proprie mani verso l'interlocutore, per accoglierlo ora con cordialità, nel mentre in cui anche tutti gli altri presenti, cessando quella fugace occasione di commedia, non poterono evitare di muoversi verso di lei, dimentichi di qualsiasi possibile ipotesi di combattimento così come un istante prima sarebbe potuta apparire definita innanzi agli occhi di un eventuale testimone di simile incontro « … maledetto furfante: non è carino accogliermi sottolineando in tal modo la mia lontananza dagli anni della fanciullezza, non ti pare?! » lo rimproverò, scuotendo il capo.

Per quanto non abituati a offrire alcuna indulgenza nei confronti degli stranieri e, più in generale, degli infedeli, di coloro che non professavano il loro stesso culto e non onoravano il loro medesimo unico dio, fra quei predoni e la donna guerriero, da lungo tempo vigeva una situazione di concreto armistizio, là dove i primi si erano dimostrati sin da subito sufficientemente ragionevoli da ben comprendere quanto solo a loro svantaggio sarebbe potuta evolvere una qualsiasi inimicizia con quella donna. Al contrario, nei propri mai dimenticati piani politici per quella che, un giorno, speravano sarebbe potuta essere la liberazione della loro terra da ogni invasore e da ogni malgoverno e che, in ciò, li avrebbe guidati, negli anni a seguire, a fondare il movimento di ribellione zelota, essi avevano persino accolto quella figura quale a loro potenzialmente utile, possibile alleata ancor prima che avversaria, motivo per il quale, rinunciando a parte del proprio consueto orgoglio, preferivano mantenersi in ottimi rapporti con la medesima, sebbene straniera e, addirittura, infedele, pagana, nell'essere votata a divinità per loro addirittura impronunciabili.
Fu così che, in quell'occasione, a garantire il passaggio della carovana di saggi sacerdoti zoroastriani, la mercenaria in non svelata missione per conto di Erode fece ricorso non tanto alla violenza, qual pur sarebbe anche stata disposta a fare, quanto, piuttosto, al semplice dialogo, richiedendo tale possibilità qual favore personale per il quale non avrebbe mancato di riservare agli stessi una giusta riconoscenza.

« Tre stranieri giunti da oriente… e sicuramente carichi di oro e gemme preziose… » commentò l'uomo chiamato Simone, in quel periodo a capo del gruppo di predoni « Se fosse chiunque altro a domandarmelo, rifiuterei categoricamente di lasciarmi sfuggire una simile occasione. Ma, dato che sei proprio tu a chiederlo, mia cara, temo sarò costretto a volgere il capo altrove e ignorare, almeno per questa volta, il tutto. »
« Ti ringrazio. » espresse Midda, chinando appena la fronte innanzi a lui qual legittimo segno di gratitudine per la scelta compiuta, utile a permetterle di evitare un altrimenti spiacevole conflitto con quegli stessi uomini contro i quali alcun rancore personale avrebbe potuto definire « Al compimento dell'affare che ho fra le mani, non mancherò di devolvere alla vostra causa una cospicua somma, qual sincero ringraziamento per la tua scelta in mio favore. »
« Sei proprio sicura di non volerti fermare con noi questa sera? » le domandò poi, insistendo con animo sincero in tal richiesta, in risposta alla quale, tuttavia, aveva già ricevuto per due volte un obbligato rifiuto « Il piccolo Barabba sarebbe felice di vederti e di ascoltare le cronache delle tue avventure… sai bene quanto ti adora, quel bambino. »
« Sarà per la prossima volta… » scosse il capo ella, ribadendo la replica già offertagli, là dove non si sarebbe potuta permettere simile occasione di svago, pur sinceramente gradita, in conseguenza dei vincoli su di lei imposti dalla propria missione « Hai la mia parola. »

Così la mercenaria prese commiato dai predoni e, malgrado il tempo perduto in loro compagnia, alcun significativo svantaggio ebbe successivamente modo di constatare, per propria fortuna, nel confronto con la carovana da lei inseguita, coloro i quali, pur dovendola, nei termini del suo incarico, considerare necessariamente qual nemica, avversaria, antagonista, non avrebbero potuto evitare di riconoscere il suo ruolo tutt'altro che marginale nel garantire il loro quieto passaggio lungo quel cammino, sulla via verso Betlemme.

Alla cittadina meta prefissata del loro lungo viaggio, i tre saggi studiosi giunti da levante arrivarono poco prima del tramonto, arrestandosi sul limitare della stessa in attesa del segnale che, erano certi, sarebbe allora stato loro nuovamente offerto al calare delle tenebre.
All'attenzione della donna guerriero, celata nella propria quieta presenza a breve distanza dietro di loro, non fu allora immediatamente chiaro cosa essi potessero star aspettando prima di entrare all'interno del piccolo capoluogo e, in ciò, ella fu costretta a sospettare di poter essere stata inaspettatamente scoperta, magari in conseguenza di un gesto incauto, di un'eccessiva fiducia da sé dimostrata nell'assolvimento del proprio incarico, sebbene fosse sicura di non aver offerto ad alcun membro di quella delegazione la benché minima ragione per sospettare di lei. Nel non rilevare, tuttavia, alcuna agitazione fra i tre, o fra i componenti del loro seguito, ella non poté che ammettere ancor più confusione, nell'evidenza così riservatale di come non fosse, effettivamente, stata da loro scoperta e, in ciò, non dovesse essere a lei addotta la causa di quel loro sostare, quanto, piuttosto, derivante da altre prerogative, altri interessi, quali, forse, l'incontro in quella stessa sede con gli attentatori alla vita del sovrano per la cui esecuzione ella stava allora venendo pagata.
Ma quando la notte, alfine, ammantò con la propria naturale quiete, con la propria fredda oscurità, l'intero mondo, lasciando alla luna e alle stelle del firmamento il solo compito di rischiarare il Creato innanzi agli sguardi di coloro ancora in veglia, Midda, proprio malgrado, si ritrovò a essere, per un fugace istante, distratta dal proprio impegno di sorveglianza sul drappello lì stanziato, da un'inattesa, seconda comitiva, questa volta costituita dai più poveri fra tutti coloro che avrebbero potuto lì sopraggiungere, quasi a voler offrire naturale contrasto alla magnifica presenza dei ricchi sacerdoti: un variegato gruppo di pastori.

« Che accade? » non poté evitare di domandare, nell'esser colta, quasi di sorpresa, dal loro passaggio, occorso proprio accanto al luogo ove ella si era accampata, stupita dalle espressioni scolpite sui loro volti, di difficile interpretazione nei propri possibili significati, in un misto fra spavento e curiosità.
« Un angelo del Signore! » risposero essi, rivolgendole parola e pur, quasi, neppure interessandosi a lei, nel proseguire quieti lungo i propri passi, come fossero allora guidati da un'incontrollabile, folle ispirazione « Un angelo del Signore ci è apparso e ci ha parlato con queste parole: "Non temete, perché, ecco, io vi annunzio una grande gioia per tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è il Messia Signore. E questo vi servirà da segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia." »

giovedì 23 dicembre 2010

Speciale Natale (2 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, secondo di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

Tutt’altro che ardua, impegnativa o complessa, avrebbe dovuto essere giudicata la strada fra Gerusalemme, capitale del regno, e Betlemme, la sede indicata dagli antichi testi qual luogo ove sarebbe dovuto nascere il nuovo re tanto atteso dal popolo e, in quel mentre, allora ricercato dai tre saggi giunti da oriente. In grazia di ciò, in una giornata di quieto cammino, o forse anche meno, la comitiva sarebbe potuta pertanto giungere a destinazione e lì impegnarsi finalmente nella ricerca dell’obiettivo oggetto del loro intero viaggio, ragione per la quale i protagonisti di tanto peregrinare, studiosi che mai, in passato, avevano osato varcare i limiti dei propri templi, non poterono che rallegrarsi, accogliendo quell’ultimo tratto qual sì privo d’ogni minaccia, di ogni pericolo in contrasto al successo della loro missione.
Sfortunatamente per il gruppo formato dai saggi e dal loro sufficientemente numeroso seguito di servitori e schiavi, tuttavia, in un sì breve tratto di strada, impropriamente numerose avrebbero potuto ugualmente essere riconosciute le insidie incombenti sugli sprovveduti che, lungo quella stessa via, si sarebbero incautamente inoltrati. Rischi che, nella fattispecie, avrebbero potuto essere identificati, prevalentemente, nella presenza di un ben noto gruppo di predoni lì imperanti, in opposizione al dominio dei quali a nulla erano mai riusciti a valere tanto gli sforzi del potere sovrano di Erode, tanto quelli dell’autorità romana. Là dove, infatti, molti erano stati i tentativi di individuare e sgominare l’intera organizzazione, altrettanti erano stati i fallimenti in tal senso ottenuti, dal momento in cui tali predoni non avrebbero dovuto essere banalmente giudicati quali semplici ladroni, spietati tagliaborse e tagliagole privi di qualsiasi morale, e, in ciò, nemici della popolazione più povera ancor prima che di ogni potente, quanto, piuttosto, un’alternativa quasi obbligata a una terribile morte per stenti per fin troppi disgraziati, che, loro malgrado, solo nella violenza avrebbero potuto essere allora in grado di riservarsi una pur minima speranza di sopravvivenza in un mondo che nulla avrebbe altrimenti loro offerto, concesso, riconosciuto.
Fortunatamente per il medesimo gruppo di pellegrini, prede più che appetibili innanzi alla bramosia dei predoni in attesa sullo stesso cammino da loro ingenuamente giudicato qual necessariamente sereno, forse persino ovvio nel proprio superamento, la stessa donna guerriero, di professione mercenaria, incaricata di seguirne il viaggio fino a destinazione, di accompagnarne discretamente i passi fino al raggiungimento del prefissato obiettivo, era altresì assolutamente confidente con tale realtà, ben conscia di ogni ostacolo che si sarebbe potuto parare innanzi a loro. E al fine di evitare che, nell’intervento dei predoni, potesse esserle negata occasione di concludere la propria missione, circostanza quantomeno spiacevole nella propria ipotetica occorrenza, Midda Bontor fu allora costretta dal fato a impegnarsi non semplicemente nel porsi a seguito dei tre saggi, quanto, addirittura, nel precederli e, in ciò, nel riservare loro un cammino sufficientemente sereno, un tragitto privo di minacce al pari di quello da loro tanto ingenuamente ormai giudicato essere quello lì atteso.

« Per carità… se sono riusciti a giungere sino a qui, da ovunque siano arrivati, probabilmente sapranno come affrontare qualche pericolo. E, presumibilmente, avranno persino già avuto a che fare con predoni di ogni risma. » argomentò la mercenaria, in un tranquillo dialogo con se stessa, nel mentre in cui avanzò rapidamente lungo sentieri alternativi, più impervi rispetto alla via principale, e pur utili a superare i propri ignari compagni di viaggio « Ma dove, in questo momento, il loro fato si pone qual possibile ostacolo fra me e una montagna d’oro, credo che sia comprensibile e accettabile una mia certa preoccupazione a tal riguardo. » sorrise, definendo in tal modo ogni questione a tal riguardo.

In verità, sebbene in quel frangente la donna dai capelli corvini, dalla pelle d’avorio e dagli occhi di ghiaccio, fosse chiaramente, trasparentemente e sinceramente coinvolta nell’intera faccenda unicamente in conseguenza della propria stessa natura mercenaria, non interessata a nulla di diverso rispetto alla somma di preziosa valuta promessale dal sovrano di quel regno, così come anche sottolineato da quella medesima, onesta asserzione, un tale comportamento non sarebbe dovuto essere considerato qual consueto, abituale, per lei. Dopo essere riuscita, in grazia della propria audacia, del proprio coraggio e, soprattutto, dei propri incredibili risultati, a riservarsi una fama priva di eguali nel proprio settore professionale, infatti, ella aveva potuto concedersi la non banale occasione di condurre la propria attività in assoluto rispetto della propria stessa autodeterminazione, tale da consentirle, in ciò, di rifiutare tranquillamente qualsiasi incarico non le fosse gradito o, più semplicemente, non fosse da lei considerato qual adeguato al proprio livello, alla propria fama, in un privilegio tutt’altro che comune a propri pari.
Mai, prima di quel giorno, la mercenaria si era, pertanto, abbassata a lavorare al servizio di re Erode, non giudicando incarichi da assassina, soprattutto ove volti a sopperire alle paranoiche esigenze del monarca di Giudea, qual apprezzabili, minimamente degni di nota. Nella specificità di quel particolare incarico, tuttavia, qual ennesima dimostrazione della propria assoluta libertà di pensiero e azione anche nel confronto con quanto considerabile qual sua consuetudine, ella aveva deciso di accettare comunque la missione, non tanto perché attratta dall’idea di dover essere impiegata qual semplice macellaia del Sanguinario, quanto, piuttosto, perché, senza ipocrisia alcuna, interessata alla ricompensa assicuratale dalla parola del medesimo. A seguito di alcune recenti spese, infatti, ella aveva visto la propria abituale disponibilità finanziaria scesa a livelli di minimo storico, tale da suggerirle l’eventualità di dimostrarsi meno schizzinosa di fronte all’idea di un incarico semplice e redditizio, qual quello allora lì propostole.
Qual semplice mercenaria, priva di qualsiasi ideale politico in favore del signore locale o in opposizione ai suoi possibili avversari, ella si era quindi impegnata in quel viaggio, in quel compito che sperava di concludere entro sera, o il giorno seguente al più tardi, in maniera tale da assicurarsi quanto prima la ricompensa pattuita e potersi permettere, in ciò, di riprendere le proprie consuete abitudini. E sempre qual semplice mercenaria, del tutto disinteressata tanto al benessere del regno quanto alla sua rovina, ella si inoltrò, allora, entro i confini che ben conosceva essere sorvegliati dai predoni lì insediati, decisa ad affrontare la minaccia da loro rappresentata a discapito dei tre saggi studiosi giunti da levante prima che quella stessa insidia potesse realmente divenire tale, potesse concretizzarsi così come temuta, vanificando ogni sua possibilità di guadagno.

« Alcuna donna di Giudea oserebbe mai avanzare con tanta sfrontatezza entro questi sentieri… » definì una voce maschile, improvvisamente offerta alla sua attenzione « Anzi… permettimi una correzione, ove, in verità, alcuna donna di Giudea oserebbe mai avanzare entro qualsiasi sentiero con sì pochi abiti addosso, come neppure una meretrice avrebbe ardire di mostrarsi. » soggiunse la medesima fonte, non negandosi una certa ironia nel confronto con gli stracci che ella era abituata a definire quali proprie vesti.

Per quanto improbabile sarebbe stata tale eventualità, dal momento in cui gli affinati sensi della donna guerriero avrebbero, e avevano, individuato il proprio interlocutore, e i suoi compagni, ancor prima che essi avessero maturato una qualsiasi decisione volta a rivelarsi in maniera esplicita innanzi a lei, attorno a lei, chiaramente animato, in simile presa di posizione nei suoi confronti, dal desiderio di sorprendere il medesimo soggetto oggetto del proprio intervento, un uomo fece allora capolino da dietro alcune rocce, lasciando scintillare sotto la luce del sole del primo meriggio la lama della propria daga e, con essa, definendo un inequivocabile avvertimento rivolto alla propria ricercata interlocutrice. Un avviso, il suo, che sembrò servire, fra l’altro, qual invito rivolto a un’altra dozzina di suoi commilitoni, suggerendo loro di emergere a propria volta dal paesaggio circostante, prendendo posizione attorno a chi, in tutto ciò, sembrò essersi voluta volontariamente candidare al ruolo di loro preda, di vittima della loro funesta azione.

« Dubito che in tutta la Giudea potrete mai trovare una donna mio pari. » replicò ella, sorridendo con fare sprezzante non solo verso la propria diretta controparte, quanto, piuttosto, alla volta di tutti i presenti lì radunatisi, non offrendo spazio alla benché minima sorpresa in reazione a quell’imboscata a proprio potenziale discapito, là dove, in effetti, neppur considerata quale occasione di possibile e concreta minaccia nell’essere stata altresì ampiamente prevista, e persino ricercata, nella propria stessa occorrenza « Anche perché, ove dovesse esistere una figura a me similare e doveste averla incontrata, alcuno fra voi potrebbe ancora godere del meraviglioso dono della vita in questo stesso esatto momento. »

mercoledì 22 dicembre 2010

Speciale Natale (1 di 5)

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, primo di cinque, ha da considerarsi quale parte di un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare in maniera originale l'incombente festività natalizia, tanto prossima al terzo anniversario della serie.

Q
uesta di Midda è storia speciale
da cantare vicino a Natale,
in un giorno tanto particolare
da spingervi persin ad accettare
un evento tanto eccezionale
come una fiaba non abituale,
fuori dal tempo, fuori dallo spazio,
al fin di non dover pagare dazio
alla nostra consueta continuità
senza in ciò creare ambiguità.

Era, in quel tempo, sovrano del regno di Giudea re Erode detto il Grande, figlio di Erode Antipatro, già nominato amministratore di quelle stesse terre per la volontà di Giulio Cesare signore di Roma, e padre di Erode Antipa, Erode Filippo ed Erode Archelao, i quali, alla sua morte, gli sarebbero succeduti spartendosi il suo dominio in parti eguali secondo le sue disposizioni testamentarie.
Combattente ancor prima che regnante, conquistatore prima che principe, Erode detto il Grande si era guadagnato la propria nomea in grazia delle azioni condotte negli anni della propria giovinezza e dell’ascesa al potere, delle proprie capacità belliche e politiche in conseguenza alle quali, pur privo di sangue reale e, probabilmente, sebbene quanto di più lontano sarebbe mai potuto esser giudicato per poter divenire guida per il suo popolo, egli era riuscito a riservarsi il ruolo di re, con l’approvazione e il supporto, in tal senso, del grande impero di Roma. Un regno conquistato a prezzo di sangue, il suo, che, per quanto pur reso magnificente, come mai in quegli anni, da incredibili opere architettoniche da lui volute e realizzate, non gli riservò quella serenità, quella pace della quale, probabilmente, egli avrebbe sperato di poter godere, non diversamente da qualsiasi uomo o donna mortale, e, anzi, domandò nuovamente e continuamente un eguale prezzo di sangue per mantenersi tale. A nulla, infatti, valsero gli ippodromi e gli anfiteatri, i porti e le arene, i templi e le fortezze che egli volle eretti a elevare il prestigio del proprio dominio, innanzi allo sguardo, al giudizio dei suoi sudditi, molti dei quali, nel corso del tempo, invocarono ribellione in contrasto a colui che continuarono a giudicare qual usurpatore: e chiunque a lui tentasse opposizione, fosse egli il primo fra i propri nobilitati parenti o l’ultimo fra tutti i figli del popolo, fu inevitabilmente condannato a pagare con il dolore e la vita la propria colpa, il proprio peccato, quasi esso fosse blasfemia ancor prima che tradimento, insulto all’ineffabile divino ancor prima che ipotesi di attentato a re mortale.
In un simile frangente, se pur Erode detto il Grande, quindi, da molti sarebbe stato probabilmente rinominato con l’appellativo del Sanguinario, Erode detto il Grande, egualmente, da se stesso e dai pochi fedeli a lui vicini avrebbe potuto guadagnare un altro appellativo, meno gradevole e, pur, assolutamente sincero e trasparente della propria stessa condizione: il Paranoico. Tale, infatti, egli era presto dovuto divenire per assicurarsi una seppur minima speranza di sopravvivenza in un mondo troppo violento, troppo feroce per poter perdonare qualsivoglia genere di ingenuità, qualsiasi leggerezza, soprattutto da parte di chi, suo pari, si era tanto impegnato a dispensare morte in contrasto a qualsiasi avversario, antagonista o, semplicemente, oppositore. Da sempre si suole dire che dal sangue non può esser generato nulla di diverso di altro sangue e, ben consapevole dell’esattezza di simile, antico adagio, tale atavica saggezza, re Erode si poneva costretto a dubitare persino della propria stessa ombra, temendo continuamente l’eventualità di un attacco al proprio potere o, peggio, un attentato alla propria persona: tutt’altro che sciocco, stolido o, banalmente, avventato nelle proprie scelte, nei propri giudizi, egli non era né sarebbe mai potuto essere tanto ipocrita da rifiutare l’evidenza propria della realtà, proponendosi, per tal ragione, perfettamente conscio dell’effimera precarietà del proprio potere, il quale, tanto ferocemente da lui accumulato, sarebbe potuto essere altrettanto violentemente a lui sottratto. Da tutto questo, inevitabilmente, al conteggio dei morti già presenti nel suo passato e utili ad alimentare la sua paranoia, il suo timore per una prematura caduta del suo regno, nuove vittime, meritevoli o no di tanta severità, non mancavano di essere continuamente aggiunte a tanto macabro censimento, dal quale non pace, purtroppo, ma soltanto ulteriore angoscia sarebbe potuta essere a lui destinata, in un circolo vizioso che mai avrebbe avuto termine se non con la sua stessa, tanto paventata, fine, o, in alternativa, con il totale sterminio di ogni proprio avversario.
Soluzione particolarmente drastica, quella definibile sotto un termine sì terribile quale “strage”, che, in verità, sarebbe molto presto stata da lui attuata quale extrema ratio in conclusione a una lunga sequenza di eventi occorsi in prossimità alla fine del suo stesso regno, fatti al contempo meravigliosi e terribili che ebbero inizio un giorno come altri, quando, innanzi alla soglia del suo palazzo, si presentò una delegazione di tre saggi studiosi giunti da levante, offrendo alla sua attenzione la più temuta fra tutte le domande, scandita con tono assolutamente innocente, privo di ogni sentimento di malizia o di congiura…

« Dov’è il neonato re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti a adorarlo. »

Accolti immediatamente, con falsa ospitalità ma sincero interesse, nella reggia del re Erode il Grande, i tre saggi studiosi, sacerdoti e astrologi di culti zoroastriani, latori di simile questione oltre che di preziosi doni per l’infante da loro ricercato, furono allora trattenuti per diversi giorni entro i confini propri della capitale per esplicito invito dello stesso sovrano, nel mentre in cui, in maniera trasparente, tutti i dotti al servizio del medesimo vennero impiegati per ordine regale in un’attenta ricerca all’interno delle scritture a loro più sacre, nella volontà di comprendere entro quale provincia e città, o villaggio, sarebbe allora dovuto nascere questo nuovo re, colui che, atteso da molti seguaci della stessa fede non particolarmente né temuta, né rispettata dal monarca, avrebbe dovuto condurre al riscatto l’intero popolo di Giudea, liberandolo non solo dal giogo di una tanto sanguinaria autorità, quanto, anche e soprattutto, dalla piaga dell’oppressione straniera imposta su tutti loro dalla presenza della potente Roma, concreta e sola dominatrice del mondo conosciuto.
Al di là del formale impegno in aiuto dei saggi giunti da levante, tuttavia, altra preoccupazione fu quella che animò il cuore di Erode, nella consapevolezza di come la venuta di quella delegazione avrebbe potuto esser interpretata soltanto qual negativa per sé e per il proprio regno. Invero, addirittura, tanta fu l'ansia da lui dimostrata nell'esser posto innanzi alla questione da loro condotta seco, da quella domanda nel merito del neonato re dei Giudei, che solo l'insistenza offerta dai suoi consiglieri, timorosi nel merito delle possibili ripercussioni politiche che sarebbero inevitabilmente scaturite su un piano internazionale dall'ipotesi di una qualsivoglia condanna priva di solide ragioni in contrasto a simili autorità straniere e al loro numeroso seguito, lì giunti animati solo da propositi di pace, riuscì incredibilmente a trattenere la mano del Sanguinario e Paranoico da emettere un ordine di morte in contrasto a tali, incredibilmente fortunati, ospiti, là dove, altrimenti, egli avrebbe ben volentieri definito in tal modo la questione, risolvendola anzitempo.

Per tale ragione, individuata nella città di Betlemme il luogo profetizzato per l'avvento del nuovo re, egli decise di impiegare a proprio vantaggio la presenza dei tre ingenui sapienti, indicando loro la meta entro la quale poter trovare chi desiderato e, nel far ciò, raccomandandoli: « Andate e fate accurate ricerche del bambino; qualora lo troviate, fatemelo sapere, in modo che anch'io possa andare a adorarlo. »

Ovviamente ingannatore avrebbe dovuto esser inteso e interpretato tale proposito in lui, dal momento in cui, non potendo ottener soddisfazione nell'eliminazione di quei semplici messi, egli scelse in tal modo di investire ogni proprio interesse nell'individuazione, e successivamente nella distruzione, di quella nuova, ancor infantile, minaccia proiettata su di sé.
In ciò, prima ancora di rivolgersi ai tre in simili parole, con intenti ben diversi, e più onesti, egli aveva offerto istruzioni alla più fidata fra le proprie guardie, comandandola di recarsi immediatamente in città e di recare un messaggio alla migliore, e più spietata, fra tutte le mercenarie operanti entro i confini del suo regno, per prometterle più oro di quanto mai avrebbe potuto domandare in cambio della vita dei cospiratori al suo trono, coloro che gli stranieri giunti da levante si sarebbero presto impegnati a individuare entro i confini di Betlemme. E il nome di quella donna guerriero, straniera a sua volta in una terra per lei straniera, così assunta da re Erode per la risoluzione di tal questione era Midda Bontor.

martedì 21 dicembre 2010

1075


« E
d ella proseguì, e terminò, dicendo: "Ancora per molti e molti anni, almeno spero, affronterò la morte a viso aperto, combattendo in nome di Brote e di chiunque altro vorrà riconoscere il mio valore, ragione per la quale potrà sempre fare affidamento su di me sino a quando lo desidererà. E quando mi fermerò, sarà solo perché non vi saranno ulteriori sfide degne di nota innanzi al mio cammino… o perché, al contrario, uno dei miei avversari avrà, alfine, avuto la meglio su di me." » definì la voce dello signore di Kriarya citato in quella stessa asserzione, in quella che, senza alcuna ulteriore enfatizzazione, apparve allora essere la naturale conclusione della lunga narrazione lì riservata alla moglie e al figlioletto, per quanto, in effetti, quest'ultimo, ormai e fortunatamente, si era addormentato da lungo tempo, nella quiete sul suo animo imposta dalla quieta voce paterna, carezzevole melodia per le sue infantili orecchie, ancora incapaci a distinguere i significati della parole pronunciate, e pur capaci di apprezzare la compagnia dei loro significanti.

Un forse necessario silenzio accolse, in immediata conseguenza del termine di quelle ultime parole della mercenaria, così riferite dal suo mecenate, il traguardo finale raggiunto dall'uomo, il quale dopo tanto parlare, non poté che necessitare di una pur effimera occasione di riposo, non tanto per sé, quanto piuttosto per la propria stessa voce, sinceramente provata da uno sforzo sì prolungato al quale, ben lontano dal qualsivoglia professione di bardo o cantore, non avrebbe potuto allora definirsi abituato, confidente. Una breve laconicità, quella nella quale egli si volle allora racchiudere, nel mentre della quale l'uomo non separò il proprio sguardo da quello dell'amata, nella volontà di comprenderne le emozioni, di coglierne i sentimenti e, in ciò, di misurare quanto simile, forse sin troppo lungo, aneddoto sulla vita della donna guerriero e sull'origine del suo stesso rapporto con lei, fosse riuscito a concedere alla propria principale spettatrice occasione di rivalutare la situazione per così come considerata sino a quel momento, analizzandola con sguardo diverso dal solito e comprendendo, per quanto probabilmente assurdo potesse essere dal suo punto di vista, che per alcuna ragione al mondo la stessa Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto macchiarsi di un tanto orrido tradimento a loro discapito senza neppur menar vanto di movente alcuno in tal senso.
Purtroppo, forse per la scelta da lui compiuta in favore di quella particolare storia, forse perché ella sostanzialmente incapace ad accettare una qualsivoglia giustificazione atta a liberare colei un tempo sua amica e confidente della colpa allora impostale, la signora della torre, splendida sposa di Brote, non reagì nei termini in cui egli aveva sperato avrebbe reagito, si sarebbe proposta, limitandosi a scuotere il capo con aria addirittura compassionevole nei riguardi del proprio compagno, impietosita, probabilmente, dall'impegno da lui riposto in uno sforzo purtroppo del tutto vano…

« Amor mio… mio diletto, meraviglioso marito… nonché unica, naturale ragione della mia esistenza. » premesse, ritrovando voce e, in ciò, impegnandosi a mantenere i propri toni, così a lui dedicati, quali più distesi possibili, lontani dalla tensione che, precedentemente, li aveva contraddistinti, intuendo l'avvicinarsi di una nuova alba e non desiderando sprecare il tempo loro rimasto con nuove occasioni di stolidi litigi, discussioni, peggio che peggio, incentrate attorno al nome di colei colpevole del loro triste fato, della loro attuale separazione « Io… io posso apprezzare sinceramente il tuo impegno a voler rendere onore e omaggio a chi, per quindici anni, hai accolto nella tua dimora con tanta disponibilità, con sincera fiducia, riconoscendole valore, come ella stessa dichiarò, quand'ancora nessuno fu sufficientemente abile da farlo. » sottolineò, sorridendo verso di lui e levando, in ciò, la propria mano a cercare la forma del suo volto, per riservargli una carezza colma d'amore « Ma… in grazia di quale dio o dea, questa vicenda, così come da te riportata, potrebbe mai farmi accettare che colei che io vidi aggredirti e ucciderti non sia proprio Midda Bontor? Di quale particolare verità, tutto questo, dovrebbe rendermi partecipe? »
« Mia signora… perché non cogli quanto pur evidente, nella fedeltà di cui ella mi volle rendere, all'epoca, destinatario e che, per tanti anni, mi ha sempre rinnovato? » domandò egli, crollando in ginocchio di fronte a lei, quasi a volerla in tal modo supplicare, nell'intercedere in ciò per la stessa donna guerriero « Persino Ma'Vret, che alcuna considerazione mi avrebbe mai dovuto riservare, al termine del lungo viaggio che li vide fare ritorno a Kriarya, si presentò al mio cospetto per rendermi partecipe di questa storia, invocando da me la possibilità di mantenerlo al mio servizio, anche gratuitamente, per il tempo a lui necessario al fine di coronare il proprio sogno d'amore accanto a lei, ritenendo come solo attraverso di me avrebbe potuto riservarsi una qualche speranza di arrivare sino a lei. » spiegò, trascurando, in quel momento, il rifiuto che comunque egli, egoisticamente, riservò all'epoca al colosso nero, non desiderando rischiare di poter perdere per una ragione tanto sciocca una risorsa sì importante, sì preziosa, qual già si stava rivelando essere colei che gli aveva offerto dono del sangue della chimera, prima fra numerose reliquie, fra incredibili trofei, che negli anni a seguire ella condusse, puntualmente, alla sua presenza.
« Brote… » negò Nass'Hya, osservandolo con immutata misericordia, nel confronto di quanto non avrebbe potuto evitare di giudicare quale ottusità maschile « Mio caro… possibile che davvero tu non colga la malizia propria di tutto ciò, in contrasto, ancor prima che in favore, di colei che tanto stai insistendo a proteggere? » gli richiese, con un lieve sospiro, muovendo ora le proprie mani a immergersi nei capelli di lei, così offertigli innanzi al ventre « Quella donna è arrivata a rinunciare alla gioia dell'amore, alla felicità che, probabilmente, le sarebbe potuta essere propria fra le braccia di Ebano, non per fedeltà verso di te… quanto, piuttosto, per una propria insana bramosia di sfida e, ancor più, per mantenersi libera da ogni legame, da ogni vincolo, in conseguenza del quale la sua tanto celebrata autodeterminazione, almeno dal suo malato punto di vista, sarebbe stata posta in pericolo. » reinterpretò, in poche, semplici, e pur assolutamente razionali, condivisibili parole tutta la vicenda a lei esposta « Di quale lealtà ti illudi di poter essere destinatario da parte di una simile folle? Soprattutto laddove, ella stessa in primo luogo, non ti ha voluto mai riconoscere una qualche posizione di esclusività qual suo mecenate… »

Impossibile, per il pur mai rassegnato, mai arrendevole signore di Kriarya, sarebbe allora stato cercare di contrastare la posizione dell'amata in conseguenza a una simile conclusione, nuovamente, come già in ogni occasione precedente, al termine di ogni altro suo tentativo passato del tutto identico a quello appena compiuto, volta a negare qualsiasi possibilità di assoluzione per la mercenaria da lui prediletta e da lei, ormai, odiata, al punto tale da incarnare, in sé, tutto il male che mai sarebbe potuto essere imposto nella sua vita, sulla sua famiglia, simile a una maledizione divina, di qualche empio nome dimenticato nei secoli, ancor prima che a una semplice donna, a una comune mortale, là dove difficilmente una semplice donna, una comune mortale, avrebbe potuto sospingersi a tanto in loro contrasto, nel distruggere le loro vite.
Un'altra notte, pertanto, avrebbe dovuto considerarsi persa in simile sforzo senza, per lui, alcuna occasione di successo, alcuna possibilità di vittoria, in un traguardo desiderato qual proprio non tanto, così come Nass'Hya avrebbe potuto ritenere, allo scopo di concedere grazia alla stessa Midda Bontor, indubbiamente abile a difendere le proprie ragioni, le proprie posizioni, da sola, nel giorno in cui avesse mai fatto ritorno entro i confini della città del peccato, quanto, piuttosto, nella speranza, sempre più vana a ogni nuovo fallimento, di permettere alla sua stessa amata sposa, meravigliosa compagna, una qualche occasione di requie, di riposo, dal momento in cui, purtroppo, nel ricordo, nell'immagine della Figlia di Marr'Mahew così impressa nella sua mente, ella non si sarebbe mai concessa alcuna pace, alcuna serenità, sino a quando questa non fosse stata presentata cadavere innanzi al proprio impietoso sguardo, qual non sufficiente, e pur legittima, vendetta per il torto allora subito. Eventualità dell'occorrenza della quale, lo stesso Brote, non avrebbe potuto evitare di definirsi quantomeno scettico… e che, purtroppo e peggio, se solo egli avesse avuto ragione, non avrebbe mai potuto condurre all'ottenimento di giustizia di sorta anche dove alfine conquistata, ottenuta, decretando in ciò soltanto la fine di un'innocente e, con essa, forse anche la sola occasione loro riservata per poter, realmente, ottenere soddisfazione, riconoscendo attraverso l'operato della donna guerriero, che mai avrebbe potuto tollerare un simile abuso del suo nome e del suo volto, la reale colpevole di quell'osceno attentato alle loro vite e imponendo, su di quest'ultima, il giusto castigo.
Nelle ultime ore di quella notte, pertanto, fra i due sposi signori di quella torre, il nome della mercenaria dagli occhi color ghiaccio non fu più pronunziato, in un tacito armistizio votato da entrambe le parti in causa al fine di non sprecare l'intervallo di possibile riposo lì ancora loro concesso, arco temporale nell'effimera dispersione del quale, tuttavia e prevedibilmente, non l'una, non l'altro, vollero impegnarsi realmente a riposare, concedendosi, in contrasto a ogni legge naturale, a ogni indissolubile separazione fra la vita e la morte, quell'occasione rifiutata fra Midda e Ma'Vret a conclusione della loro avventura in contrasto alla chimera, quella possibilità di giacere insieme e di ritornare in ciò a essere, forse solo in grazia di un miraggio o, forse, realmente, ancora una volta due semplici amanti, un uomo e una donna comuni, un marito e una moglie sinceramente e reciprocamente innamorati, e in ciò appassionatamente coinvolti nello spazio del proprio talamo, del proprio ampio letto nuziale su cui, tanto prima, quanto in conseguenza della tragedia, innumerevoli volte già si erano amati e, speranzosamente, per quanto assurdamente, ancora avrebbero continuato ad amarsi, egoisticamente dimentichi della propria nuova condizione e, in ciò, della blasfemia intrinsecamente rappresentata da quel loro sentimento, da quella loro reciproca bramosia.

Il peso del nuovo fallimento di Brote nei confronti della propria amata Nass'Hya, inevitabilmente, si ripropose il mattino seguente, quando il fedele e affezionato Duclar, primo fra tutti i mercenari a costante servizio di quella torre da lunghi anni, nonché unico detentore dell'incredibile segreto della coppia dei propri signori, si presentò a rapporto innanzi alla sola figura per lui ormai riconosciuta qual mecenate, per proporre quella domanda divenuta quasi rituale, quella dolente questione che, all'inizio di ogni nuova giornata, non mancava di scandire, nella speranza, sempre più labile, di ottenere una risposta diversa dalle precedenti e nella certezza, sempre più salda, di ricevere altresì una triste conferma dell'inalterabilità di quell'assurdo fato.

« … come è andata, questa notte? » richiese in un sussurro, un sospiro quasi, suo malgrado già leggendo la risposta sul volto lì presentatogli, tale da rendere quello stesso interrogativo qual retorico, fine a se stesso.

E l'unico signore e padrone di quella torre, seduto al centro del proprio studio e chino sul proprio scrittoio e, lì, su un bicchiere di vetro chiaro ricolmo di uno scuro liquido ambrato, chiaramente alcolico, levando lo sguardo triste e amareggiato in direzione del proprio fedele subalterno divenuto ormai confidente, con occhi colmi di lacrime di sincero dolore, di trasparente pena, si limitò a scuotere lievemente il capo, a riprova di come, ancora una volta, alcun successo aveva caratterizzato quell'ennesima notte.