Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 31 marzo 2011

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M
algrado il pianto del pargolo non fosse ancora terminato, sempre lontano e, ciò nonostante, sempre perfettamente distinguibile al di sopra di ogni grido, urlo proveniente dall'intero circondario, la terrificante e abominevole legione, costituitasi con la fusione di ben sei già temibili avversari, non tardò a rilevare il tentativo allora posto in essere dalla propria nemica, probabilmente ben intuendone lo scopo e, in ciò, subito scuotendosi dall'apparente torpore di cui era appena rimasta vittima, a ovviare all'eventualità in cui, proprio malgrado, quella donna avrebbe potuto ottenere successo in suo contrasto, evadendo in maniera spiacevolmente definitiva da ogni sua possibilità offensiva. Sospinta da tale urgenza, la creatura non mancò allora di impegnare tutte le proprie energie, tutte le proprie possibilità, in quell'ultimo, disperato tentativo di arginarla, di arrestarla, di ammazzarla, non diversamente da come aveva compiuto sino a quel momento e pur, ora, lasciandosi sostanzialmente precipitare su di lei similmente a una valanga di morte, nella speranza, tutt'altro che folle, di poterla travolgere prima dell'irreparabile.

« … dannazione… » gemette ella, rendendosi perfettamente conto di come quella montagna di putrefazione un istante prima imperante sopra di sé, stesse lì lasciandosi allora franare in maniera straordinariamente caotica e, pur, altrettanto straordinariamente efficace, ove, così facendo, avrebbe potuto effettivamente imporle la crudele condanna già a lungo promessale.

E se disperato, in tutto ciò, avrebbe dovuto essere riconosciuto il gesto della legione, lì pronta a sacrificarsi nella propria stessa integrità, nella propria coesione, al solo scopo di non tradire, con un eventuale insuccesso, il senso stesso della propria esistenza, altrettanto disperato non poté che essere considerato il folle balzo che, con incredibile e meravigliosa agilità, la stessa Midda Bontor volle tentare per sottrarsi a un tanto spiacevole fato.
Tre furono le lunghe e conclusive falcate nella quale la donna dagli occhi color ghiaccio impegnò le proprie muscolose gambe, prima di imporsi, con la mancina, uno slancio privo d'eguali, spingendosi, forte di tutta l'energia cinetica accumulata in quella corsa, nonché di un'azione ferma e decisa dell'intero arto e del piede alla sua estremità, tanto verso l'alto, quanto in avanti, proiettando la propria femminile figura tanto verso un cielo ormai sempre più dominato dalla decomposizione di quei corpi precipitanti verso di lei, quanto in direzione della torre, unica, possibile e riconosciuta fonte di salvezza, di sopravvivenza per lei in quel momento, in quel frangente. Tre e ancora tre furono, poi, i movimenti rotatori delle sue stesse gambe, nel tentativo, naturale, istintivo, per quanto forse privo di senno, di poter trovare un qualche punto di presa nell'aria a sé circostante in ogni direzione, anche al di sotto dei propri piedi, quasi in tal modo ella avrebbe potuto permettere al proprio corpo di guadagnare ancora qualche piede, o, anche solo, qualche pollice di prossimità con l'obiettivo finale, il traguardo votato qual proprio. E solo uno fu, alfine, il senso nel quale tese ognuna delle proprie estremità, spingendo in avanti le braccia al pari delle gambe e, persino, della testa, a volersi assicurare, improbabilmente, qualche effimero soffio in più in quella che, purtroppo e ormai, avrebbe già dovuto essere riconosciuta la parabola discendente del proprio incredibile volo.
Un balzo, un salto, un volo fu pertanto quello allora compiuto dalla mercenaria, che, per quanto consumatosi nel tempo di un battito di ciglia, tanto fuggevole da non poter quasi neppure essere realmente apprezzato da ipotetici spettatori, la vide comunque e straordinariamente percorrere in tal modo oltre venti piedi di estensione orizzontale in un solo gesto. Venti piedi al termine dei quali, per sua fortuna, la solidità lignea della pesante porta della torre di lord Brote la stava attendendo, per concederle, nella propria stessa presenza, contemporaneamente sia la gioia del raggiungimento di quell'obiettivo forse insperato, sia il pur innegabile dolore conseguente al colpo che, contro di essa, andò a compiere con tutto il proprio intero corpo, un impatto che le costò un fuggevole istante di cecità mentale e che, quasi, le richiese qual tragico pegno l'integrità di diverse articolazioni oltre, ovviamente e immancabilmente, di diverse costole. Un prezzo che, tuttavia, non le venne effettivamente domandato, ma che, in fede, ella sarebbe anche stata disposta ad accettarlo per godere, in cambio di ciò, della duplice, trionfante possibilità rappresentata dall'evasione alla minaccia propria della legione e, contemporaneamente, della conquista della torre, nell'inatteso, e pur, probabilmente, non sorprendente, cedimento della massiccia porta contro la quale era andata ad arrestare, poco elegantemente, il proprio moto.

« Non ho mai avuto dubbi nei riguardi del tuo acume, mio signore… e sono lieta di constatare come, anche in questa occasione, tu non mi stia deludendo! » sussurrò, in un commento quasi intimo e pur, allora, dedicato al proprio mecenate, nonché anfitrione in quella torre, nel mentre in cui, incurante delle grida di dolore generate da ogni punto del proprio corpo e rimbombanti nella sua stessa testa, si rialzò rapidamente da terra, là dove era inevitabilmente rotolata, per gettarsi a richiudere la porta rimasta aperta alle proprie spalle, a escludere la possibilità, per la legione o per gli zombie sue membra di poterla seguire oltre quella soglia « Spero solo di poter ricambiare il favore e la fiducia così riconosciutami ponendo presto fine a questo assurdo incubo. »

Riconoscenza sincera, in simile modo rivolta a Brote per quanto lì non presente, conseguente a quanto ella, in similare contesto, non poté che giudicare quale diretta ed esplicita espressione di una sua volontà in tal senso, e, ancora e soprattutto, di un atto di fede da lui rivolto, nonostante l'attentato a suo discapito, nei propri stessi riguardi, necessariamente nella banale volontà, ovvia speranza, che l'intervento della sua mercenaria prediletta, della sua migliore guerriera e avventuriera, avrebbe potuto concedergli libertà dall'orrore in cui, suo malgrado, anch'egli doveva essere precipitato insieme all'intera città del peccato alla pur tragica morte della propria tanto amata sposa.
In un tale contesto, in una simile situazione, neppure la proverbiale diffidenza, l'immancabile e caratteristica paranoia propria di colei che, in virtù di tali sentimenti, si era riservata spesso salva la vita, avrebbe potuto, né ebbe possibilità di dubitare dei propositi del signore locale, giudicando con negativo sospetto la presenza di una porta non sprangata qual pur avrebbe dovuto essere e, in ciò, ritenendola possibile segnale per una qualche terribile trappola per lei predisposta all'interno di quella struttura. Se, infatti, il mecenate non le avesse riconosciuto chiara e concreta fiducia, quale ella gli aveva attribuito, quella porta massiccia, in grado di fronteggiare assalti estremamente più violenti di quello del quale, involontariamente, era stata lei protagonista, mai la mercenaria avrebbe potuto garantirsi un accesso sì semplice, naturale, persino eccessivamente scontato, a quella torre, ritrovandosi, piuttosto, segregata all'esterno della medesima e lì inevitabilmente condannata alla prematura morte già assicuratale dalla semplice presenza di quella mostruosa oscenità scatenata in propria opposizione. E, in ciò, la peggiore fra tutte le morti le sarebbe già stata imposta all'esterno di quelle mura, senza necessità alcuna di ulteriori sforzi, di altro impegno.
No. Quanto era appena occorso non sarebbe mai potuto essere erroneamente valutato quale possibilità di inganno, a prometterle nuove mortali minacce per volontà e opera dello stesso lord: al contrario, in un gesto così semplice, egli non le stava semplicemente concedendo un'occasione utile a concludere quell'autonoma missione, quant'anche le stava implicitamente domandando aiuto, ricercando in lei la chiave per porre fine a quel terribile, e pur tragico, periodo della propria esistenza, un arco temporale a cui una donna con il suo volto aveva, crudelmente, dato inizio e a cui, ora, forse solo lei avrebbe potuto porre fine.

« Thyres… » sbuffò ella, lasciandosi scivolare contro la porta appena richiusa, sigillata, alle proprie spalle, a ricercare un effimero attimo di requie, immancabile e persino necessario prima della tempesta conclusiva, dello scontro finale, in qualsiasi termine si sarebbe potuto svolgere « Spero anche che il caro, vecchio Brote non abbia destinato a me affidamento in misura superiore a quella del quale posso essere considerata meritevole. » commentò fra sé e sé, quasi precipitando in uno stato di malato intorpidimento per colpa dell'estemporanea interruzione del flusso di adrenalina in lei prima dominante, quale ovvia conseguenza di quel prematuro intervallo « Invero, inizio a sentirmi un po' stanchina… »

mercoledì 30 marzo 2011

1169


M
algrado ogni pur legittimo timore da parte della donna guerriero, la smisurata legione di non morti allora presente a picco sopra il suo capo non sembrò assolutamente desiderosa di approfittare dell'occasione, sebbene assolutamente ideale, per rivolgerle nuovo e devastante attacco. Al contrario, essa parve distratta da quel lontano vagito, da quel pianto infantile, in misura persino maggiore rispetto alla sua, arrestandosi, per un lungo istante, quasi fosse in ascolto di quegli stessi versi o, persino, si sentisse colpevole di averli generati con la propria devastante azione. E dove, necessariamente, quella creatura non avrebbe mai potuto riservarsi alcuna umana premura in tal direzione, non potendo provare né emozioni, né sentimenti riferibili alla natura che pur, un tempo lontano, aveva contraddistinto ognuno dei corpi morti ora materia prima per quel macabro agglomerato, la mercenaria poté, in tale esitazione, non semplicemente ritrovare possibilità di evasione dalla pur rischiosa posizione nella quale si era azzardatamene sospinta, ma, anche e in misura ancor più importante, ottenere conferma a quanto sino a quel momento solo presunto, intuito, ma, necessariamente, non apprezzato con sicura confidenza tale da concederle occasione di fondare una qualche propria strategia su quelle stesse informazioni.
Quanto a Midda, in tutto ciò, venne data occasione di considerare ormai certo, avrebbe dovuto essere considerato il diretto legame fra l'esistenza di quelle devastanti e abominevoli creazioni e la propria amica e protetta di un tempo, purtroppo prematuramente defunta e, ancor peggio, caratterizzata da innati poteri negromantici dei quali, in vita, non aveva mai avuto reale coscienza ma che, evidentemente, in morte dovevano esserle stati rivelati in maniera spaventosamente completa. Un vincolo, quello fra la strega Nass'Hya e quelle legioni, estremamente più saldo e limitante rispetto a quello abitualmente esistente fra un negromante e dei comuni non morti, quali zombie o scheletri, o anche spettri, dal momento in cui, a differenza di altre pur blasfeme creature, offesa rivolta agli dei e alle leggi stesse della natura sulla netta separazione fra la vita e la morte, quei burattini giganti non avrebbero dovuto essere giudicati null'altro che, propriamente, dei burattini, abilmente assemblati e mossi dal grande potere della loro padrona e, proprio per ciò, impossibilitati ad agire in maniera autonoma ai suoi voleri, a differenza di altre mostruosità minori. Distratta la negromante, sicuramente a causa di quel pianto, anche l'orrido e smisurato burattino era stato distratto. Spossata la negromante, pertanto e probabilmente, anch'esso sarebbe stato spossato. Distrutta la negromante, speranzosamente e pur dolorosamente, anch'esso sarebbe stato distrutto.
Un assunto, quest'ultimo, in relazione alla necessità di distruggere il negromante o lo stregone per annullare gli effetti di una sua negromanzia o stregoneria, estremamente generico, invero, da lei già applicato a molte altre situazioni similari in passato e del quale, per tal ragione, ella si era già sentita certa dal momento in cui aveva deciso di rivolgere i propri passi verso la torre di Brote, ma che, nonostante tutto, non avrebbe mai potuto concederle ragioni di particolare entusiasmo in quella particolare occasione, dal momento in cui, tragicamente, la sua nemica avrebbe lì avuto il volto di un'amica.

« Dannazione… » commentò a denti stretti la mercenaria, non potendo ovviare, in tutto ciò, a focalizzare per un attimo la propria attenzione su un dettaglio forse secondario, che, in quel frangente, avrebbe potuto essere persino passare inosservato, ma che, malgrado tutto, non volle completamente ignorare « Seem non mi ha parlato di un figlio! » constatò, in un rimproverò intimamente spartito, in egual misura, tanto al proprio scudiero quanto a se stessa, a lui per non averne offerto verbo e a sé per non avergliene, probabilmente, concesso occasione, nell'aver troppo repentinamente concluso il loro incontro.

Un tempo estremamente breve fu quello che ella poté dedicare al pensiero del pargolo, maschio o femmina che fosse, ove, per quanto estemporaneamente bloccato nel proprio incedere, il colosso putrescente riprese alfine animazione allo scemare del pianto del neonato, ritrovando, parallelamente, interesse verso il proprio primo, e solo, obiettivo: la stessa Figlia di Marr'Mahew.
Per quanto rapidamente allontanatasi dal punto più sfavorevole nel quale avrebbe potuto mai porsi o ritrovarsi a essere, la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ancora considerarsi al riparo da nuove offensive da parte del proprio avversario, stato di costante e mortale pericolo del quale lo stesso abominio non volle mancare di offrirle promemoria, nel tentare, nuovamente, di calare su di lei con i propri colpi, con la propria violenza. Un nuovo e duplice fendente venne pertanto proposto qual possibile ragione di prematura morte per la mercenaria, ancora una volta non riuscendo a raggiungerla e, ancora una volta, portando comunque devastazione con sé, al proprio seguito, nel coinvolgere, nel proprio impeto, non semplicemente il manto stradale sotto di loro, ma, anche e ancor peggio, la fiancata di una palazzina attigua alla torre del mecenate, frantumandola e, in ciò, aprendo un terribile squarciò su una parete precedentemente liscia e omogenea.

« Fai attenzione, accidenti! » lo rimproverò la sua avversaria, mancato traguardo di tanta energia distruttiva dispersasi, sfortunatamente per lui e fortunatamente per lei, in quella parziale demolizione, in quella tremenda frana di pietre e tegole « C'è un bambino che vorrebbe dormire in pace questa notte… »

Accanto al nuovo e immancabile ritorno di una terrorizzata corale composta dalle molteplici voci di sconvolti spettatori, altrettanto assolutamente inevitabile fu, infatti e necessariamente, l'insorgere dell'ormai già noto, e sempre più facilmente distinguibile, pianto infantile proveniente dalla torre del mecenate, dall'alto di quella svettante forma là dove alcun inquilino, per quanto ipoteticamente protetto da tutto e da tutti, avrebbe potuto considerarsi sì isolato dal mondo esterno da non poter cogliere in frastuono conseguente a quella lotta né, tantomeno, il continuo e sconvolgente sisma generato dalla disturbante energia di quell'incredibile creatura. Pianto al quale, quasi immediatamente, corrispose un altro, puntuale, stallo da parte del mostro o, più precisamente, dell'ancor non svelata burattinaia celata dietro ai suoi movimenti, alle sue azioni. E fu nell'occorrenza di tale nuova pausa, e nel naturale confronto con lo sconquasso generato dall'irruenza di quella smisurata legione contro un forte, solido palazzo in pietra, e pur, in tal frangente, apparso quasi di sabbia, che nella mente della mercenaria si presentò una nuova idea, ennesima tattica forse risolutiva di quel conflitto, se non utile a liberarsi del proprio avversario, traguardo probabilmente irraggiungibile in un confronto diretto con il medesimo, comunque potenzialmente adeguato nella volontà di ovviare alla minaccia di una sua offensiva.
Così, anticipando il momento nel quale la mastodontica creatura avrebbe ripreso il controllo dei propri movimenti, ricominciando ad agire unicamente nella volontà di ottemperare al proprio costante impegno dedito a schiacciarla, condotto con fermezza tale da poter tranquillamente prevedere di radere al suolo, in tal tentativo, l'intera città del peccato, considerabile quale semplice danno collaterale del tutto privo di importanza nel confronto con la possibilità di terminare quella singola e tanto odiata vita, la donna guerriero votò l'azione di tutti i propri muscoli, l'espressione fisica di tutte le proprie energie in un rapido scatto destinato, sì, a porla nuovamente, e temporaneamente, in pericolosa prossimità al proprio nemico e, ciò nonostante, volto anche a condurla al raggiungimento del solo edificio in tutta la capitale che, necessariamente, avrebbe dovuto racchiudere in sé un qualche valore per quel mostro e, ancor più, per la sua padrona: la torre di Brote!

« Thyres… » richiamò la mercenaria, in una sincera preghiera rivolta alla propria prediletta dea per supplicare, da parte sua, quella minimale collaborazione atta a evitarle di essere ammazzata prima di poter concludere quel sicuramente breve tragitto e, purtroppo, lì giudicabile tanto esteso, nella propria portata, da risultare competitivo con la traversata di un intero continente, tanto grave era il pericolo pendente sopra di lei e rappresentato dall'immane mole di quella matassa di corpi in decomposizione che, semplicemente lasciandosi precipitare al suolo, avrebbero potuto ridurla a un informe ammasso sanguinolento di carne e ossa « ... so che non è tua abitudine intervenire in maniera diretta nella vita delle tue figlie. Ma, per carità, non farmi fare la fine di uno scarafaggio: non sarebbe dignitoso dopo tanti anni di battaglie contro ogni genere di avversità, diamine. »

martedì 29 marzo 2011

1168


S
e anche, sino a quel momento, tanto per le tenebre della notte quanto, parimenti, per la vastità della capitale, gli eventi nei quali la Figlia di Marr'Mahew si stava proponendo qual protagonista non avrebbero dovuto essere affrettatamente considerati quali palesi agli sguardi di chiunque in città, avendo ella, dopotutto, percorso e combattuto solo in poche, delimitate zone dell'urbe stessa, l'insorgere di quel nuovo, mastodontico avversario in sua esplicita offesa non poté essere trascurato da alcuno: non per un qualche straziante grido o ululato levatosi verso l'argenteo disco lunare alto nel cielo, là dove anche quella creatura, così come le legioni di dimensioni minori o, banalmente, gli altri zombie e scheletri, non emise, né ebbe possibilità di emettere, un singolo verso, quanto, piuttosto, per la sua stessa sconvolgente mole, tale da permettergli di dominare sul profilo dell'intera Kriarya, ponendosi in aperta competizione con le torri più alte della medesima. Un'orrenda, e improponibile, matassa di corpi in decomposizione, quella lì proposta, qual mai, in alcuna ballata, in alcuna leggenda, ne sarebbe potuta essere ricercata memoria e che, per tal ragione, per anni, decenni, addirittura secoli a venire, non sarebbe mai potuta essere obliata. Dimenticata, forse, la sua origine; scordata, probabilmente, la sua pur celebre antagonista; e pur mai rimossa dalla memoria popolare, che volle ricordare quell'anno, e quella notte in particolare, come il primo segnale dell'inizio della fine del mondo così come conosciuto sino a quel giorno, sino a quel momento, ove, senza reale relazione, e pur con incredibile, assurda coincidenza come risultò evidente solo con il senno del poi, analizzando nuovamente quegli accadimenti quali appartenenti alla Storia e non all'immediato presente, gli eventi allora occorsi nella città del peccato poterono essere reinterpretati quali semplice preludio a quel serrato crescendo di orrore e morte che si abbatte su tutta Kofreya e sulle regioni confinanti nei tempi a seguire.
Ben lontana, tuttavia, dal poter godere di una qualche forma di preveggenza su quanto sarebbe presto avvenuto, né parimenti desiderosa di tale dono, o maledizione, tale da farle dubitare della propria effettiva libertà di pensiero e azione, per la difesa della quale, da sempre, aveva lottato con tutte le proprie forze contro uomini e dei, Midda Bontor affrontò, in quella notte, quella smisurata legione con il proprio consueto e caratteristico incedere, senza premurarsi di misurare quanto epica, quanto leggendaria, a posteriori, sarebbe potuta risultare una propria vittoria, nella necessità più concreta, pratica, di sopravvivere per assicurarsi occasione di poter raggiungere quell'eventuale epoca futura nella quale, quanto da lei allora compiuto, sarebbe similmente stato considerato. E non potendosi permettere di offrire affidamento su altra particolare risorsa esterna al proprio stesso corpo, altra energia esterna a quella per lei fisica, altra arma esterna alla propria esperienza, privata quale allora ancora era della propria spada, pur in presenza della quale difficilmente avrebbe potuto vantare una qualche particolare e positiva speranza di trionfo in un confronto pari a quello, ella accettò retoricamente tale limite, riponendo la propria fede per l'avvenire nel proprio corpo, nella propria forza fisica e nella propria esperienza.

« Avanti, grand'uomo! » incitò la mercenaria, nel rivolgersi in direzione del proprio ora unico avversario, pronta a sfidarlo non diversamente da come si era proposta nel confronto con i suoi predecessori « Cerca solamente di non deludermi, dimostrandoti tanto scarso quanto grosso… » soggiunse, perennemente canzonatoria a un livello sì paradossale tale da poterla far apparire quale folle a un'eventuale sguardo esterno, sguardo che, in verità, non mancò, nell'accentrare involontariamente a sé ogni attenzione da parte dei muti testimoni a sé lì sempre circostanti, perennemente celati nelle proprie abitazioni e umanamente atterriti dal terrore suscitato da quello smisurato mostro.

Un invito, il suo, che sebbene probabilmente neppure udito dal diretto destinatario del medesimo, non sembrò ricadere nel vuoto, dal momento in cui, in immediata conseguenza a quelle stesse parole, quell'oscenità mosse una grottesca e gigantesca gamba, prossima in dimensioni al tronco di un albero secolare, guidandola a sollevarsi e, successivamente, a riabbassarsi con vigore straordinario e disarmante peso sulla posizione occupata, sino ad allora, dalla stessa Figlia di Marr'Mahew. E sebbene compiuta con incredibile agilità e rapidità, giudicabili addirittura sproporzionate per le sue dimensioni e la sua massa, l'offensiva del mostro non riuscì a riportare il risultato probabilmente auspicato dallo stesso o da colei che tale macabro fantoccio composto da carne morta stava guidando con il proprio negromantico potere, dal momento in cui, ovviamente, la donna guerriero non restò in quieta attesa del compimento di quell'attacco a proprio discapito ma, al contrario, impegnò tutte le proprie energie in evasione da tanto impeto, in una scelta strategica forse priva di particolare originalità, e pur trasparentemente obbligata nella propria occorrenza.

« Sei lento e goffo! » lo rimproverò ella, nel mentre in cui si rialzava agilmente da terra in conseguenza della capriola compiuta all'indietro nel disimpegnarsi dalla traiettoria del colpo nemico, gesto posto in essere senza il benché minimo interesse rivolto alle spiacevoli e numerose ferite già aperte sul proprio corpo anche solo dall'ultima pioggia ossea della quale era rimasta vittima « Troppo lento e troppo goffo! » insistette, in due classificazioni che, in cuor suo, ella sapeva non aver credito per attribuirle alla propria controparte e che, ciò nonostante, non le volle negare forse e ancor più per convincere innanzitutto se stessa di tali considerazioni e, con esse, della propria possibilità di uscire sufficientemente illesa da tutto quello.

Un nuovo passo, in immediata conseguenza a quell'ennesima irrispettosa presa di posizione della mercenaria, vide protagonista il negromantico gigante, che, come già pocanzi, tentò ancora una volta di schiacciare quell'insolente insetto al suolo, sotto l'azione del proprio temibile peso ancor prima che della propria pur dirompente forza: un passo accanto al compimento del quale, tuttavia, in questa seconda occasione, la legione volle accompagnare un duplice movimento delle proprie braccia, o presunte tali, in un movimento egualmente discendente, a dar vita a un doppio fendente con il quale si dimostrò evidentemente speranzoso di poter schiacciare al suolo la controparte, anche nel momento in cui fosse fuggita al movimento della gamba. Impossibilitata, in ciò, a retrocedere, la donna guerriero non poté evitare di avanzare, nuovamente rotolando al suolo ma, ora, proiettando il proprio peso, le proprie forme, in avanti, esponendosi, spiacevolmente e pericolosamente, sotto il baricentro del proprio stesso nemico. L'impeto dell'attacco del mostro, che non riuscì a raggiungere l'obiettivo prefisso e che, ciò nonostante, non mancò di riversarsi nel confronto del suolo sotto di sé, vide generata un'incredibile squarciò nel terreno lastricato della strada, non limitandosi, al pari delle proprie versioni minori, a generare due semplici crateri, quanto, piuttosto, aprendo letteralmente la superficie lì offertagli e, nel compiere ciò, producendo un'onda d'urto quasi sismica, sufficientemente violenta da esser percepita, nell'intero quartiere, non diversamente da un terremoto, e lasciando, in ciò, temere a tutti coloro presenti nel circondario di poter vedere, da un momento all'altro, le proprie abitazioni crollare non tanto in conseguenza diretta di uno di quei colpi, quanto in conseguenza indiretta agli stessi, per effetto di quelle stesse scosse. E se, fortunatamente, alcuno degli edifici lì circostanti subirono particolare e devastante danno al pari di quanto temuto e di quanto, effettivamente, sarebbe potuto essere, l'irruenza di quell'offensiva non fu del tutto priva di conseguenze, dando luogo a molte grida di terrore, quasi isterico, da molte erezioni candidate vittime di tanta violenza.
Fra tutti i suoni che, improvvisamente, si levarono pertanto a negare il pur teso e angosciato silenzio precedente, uno in particolare, per quanto maggiormente flebile e più distante rispetto a molti altri, riuscì a imporsi all'attenzione della donna guerriero, estemporaneamente sorprendendola non solo per la natura stessa di quel lamento, ma, ancor più, per l'origine del medesimo: il pianto, chiaramente disperato, necessariamente spaventato, di un infante, proveniente dall'alto della torre di lord Brote, da quelli che, indubbiamente, erano le sue stanze personali.

« Ma… cosa?! » sussurrò ella, rimettendosi in piedi e, costringendosi, nonostante il necessario stupore sottinteso a quella scoperta, a non distrarsi in maniera pericolosamente eccessiva, nell'urgenza di spostarsi da sotto la verticale di quell'oscena massa prima di una qualche letale azione volta a proprio discapito.

lunedì 28 marzo 2011

1167


« O
h gaudio. Oh letizia. Allora è amor vero?! » esclamò con simulata estasi la donna guerriero, osservando il proprio primo avversario tendersi verso di lei nel mentre di quel suo breve, e pur apparentemente eterno volo, sospingendo le proprie braccia, i propri pugni, nell'inseguirla, al solo scopo di poterne schiantare le forme ancor prima che alla medesima fosse concessa occasione di giungere a un nuovo supporto, a un altro "amante", così come, nel proprio intento ironico, ella aveva voluto idealizzare quelle orride legioni « Adoro la tua possessività… »

Un gesto, quello del proprio deluso ex-compagno, al quale, in ottemperanza perfetta ai desideri della medesima mercenaria, corrispose fortunatamente un eguale e reciproco tentativo da parte del candidato suo nuovo complice, bersaglio del moto da lei in ciò tanto passionalmente condotto, il quale non mancò di sospingersi, a sua volta, alla ricerca di quella medesima preda, allungandosi verso di lei per poterla afferrare ancora in aria, cogliere ancora nel mentre di quello stesso salto, e trarla a sé, ovviamente al solo fine di poterla terminare con immancabile violenza. E da tale indiretto contrasto fra i due mostri, fra quelle due colossali creature, così ingenuamente guidate con incredibile perfezione dalla loro comune avversaria, il solo risultato utile si dimostrò, loro malgrado, in favore della stessa Midda, ritrovando, in grazia a un perfettamente coordinato colpo di reni utile a permetterle di evadere dalla traiettoria a proprio discapito, la violenza dell'uno scaricarsi sul proprio compagno e, parimenti, la violenza dell'altro infrangere la foga del proprio eguale, in un'energica, sconvolgente e disgustosa collisione fra corpi in decomposizione, che, similmente sollecitati, non poterono ora negarsi effettiva occasione di danno, e di grave danno, nel ritrovare le proprie confuse membra disperdersi in un'orrida deflagrazione.
Prima di potersi riservare occasione di recuperare la giusta postura per riconquistare contatto con il suolo in maniera elegante e indolore, in conseguenza di tutto ciò, la donna dagli occhi color ghiaccio venne pertanto investita da una putrida pioggia di carne, ossa, sangue e altri liquidi di natura organica, in misura e con impeto tali da travolgerla sino a impedirle di concludere il proprio moto con la grazia programmata. Ella, suo malanimo, finì scaraventata al suolo con maggiore rudezza di quella che avrebbe gradito ricevere, ritrovandosi, ancor peggio, non solo ricoperta dal terribile impasto di morte da lei stessa prodotto, ma, anche, ferita superficialmente, lungo il proprio braccio sinistro e in un'ampia zona della schiena, dalla scapola mancina sino ai lombi, da frammenti ossei di varie dimensioni, sufficientemente compatti nelle proprie dimensioni da penetrare in lei simili a schegge di vetro e, ciò nonostante, abbastanza grandi nelle proprie proporzioni da non poter essere ignorati nella loro spiacevole presenza, non banale distrazione, quanto dolorosa tortura imposta alle sue terminazioni nervose e ai suoi stessi muscoli.

« Due punti per me… uno per voi. » sussurrò a denti stretti, rialzandosi rapidamente dal suolo, costretta a tanta rapidità di pensiero, e di azione, nella necessità di mantenersi in vita, di non offrirsi, troppo generosamente, alla collera delle creature a sé circostanti, che mai le avrebbero donato tempo utile a riprendersi prima di tentare, nuovamente, di distruggerla « Thyres… » imprecò poi, trattenendo un gemito altresì spontaneo, naturale, in conseguenza della pena provata.

Paradossalmente, il pericolo su di lei imposto dalla presenza di quei due avversari, ben lontani dal potersi considerare già sconfitti, nonché da quella degli altri quattro mostri eguali a loro, ancora completamente intatti nella loro fisicità, fu quanto sufficiente e necessario per la mercenaria allo scopo di recuperare, con incredibile rapidità, il contatto con la realtà e con il proprio stesso corpo, isolando mentalmente ogni sensazione negativa e riprendendo a muoversi con straordinaria prontezza di riflessi e immancabile e incredibile agilità. Quella letale minaccia alla propria esistenza, infatti, venne elaborata dal suo organismo quale ragione più che adeguata per incrementare la già elevata produzione di adrenalina, in quantità tali da inebriarla, drogarla addirittura, restituendole la possibilità di non essere preda ma predatrice, sconfitta ma vincitrice, in uno scontro innanzi al quale chiunque altro, nelle sue stesse veci, avrebbe già da tempo rinunciato a qualsiasi ispirazione guerriera, chinando il capo di fronte a un fato apparentemente ineluttabile e, in ciò, accettando prematura fine per la propria stessa vita senza ulteriori patemi, senza altri folli tentativi di prevalsa contro quanto giudicabile qual invincibile.
Così, l'ennesimo attacco rivoltole, e destinato, nell'intento del proprio esecutore, a bloccarla per sempre al suolo, sortì quale unico effetto, solo risultato, quello ormai consueto di generare un piccolo cratere nel centro della pavimentazione stradale, spezzandone e divellendone le pietre lì poste da decenni con incredibile enfasi, terribile violenza, senza però riuscire neppure a giungere a sfiorare le membra della Figlia di Marr'Mahew, in grazia di una repentina contrazione di tutti i propri muscoli già lontana dal sito dell'impatto nel momento stesso in cui questo avvenne.

« Siete robusti… ma non invincibili. » commentò ella, nell'osservare gli effetti del proprio piano e, rapidamente, rielaborando i termini di un nuovo attacco in loro offesa, desiderando tentare di ripetere la dinamica di quanto appena compiuto per ottenere ancora eguale o migliore risultato « La vostra padroncina non se lo può ricordare e, in questo, non vi ha potuti avvisare. Ma dovete sapere che il mio caro marito, sposato proprio grazie a lei, è un vero duro. Uno di quelli che, se anche lo decapiti, è capace di riprendere la propria testa e riattaccarla al collo. » spiegò loro, impegnando la propria voce in simili parole nel mentre stesso in cui la sua mente era, altresì, dedita a valutare le alternative migliori per l'adempimento del proprio rinnovato intento « Se pensate, pertanto, che io possa essere vagamente impressionata da tutto questo… beh… mi dispiace ma avete errato i vostri calcoli! »

E non tanto in virtù di quelle parole, quant'ancor più degli eventi a esse conseguenti, assolutamente impossibile sarebbe stato, e fu, comprendere in quale misura l'allora citata padroncina, volontà creatrice di quelle legioni e sola loro sostanziale ragion d'essere, ebbe ad apprezzare o disapprovare quell'intervento della propria indiretta avversaria: se, infatti, in ciò che avvenne, qualcuno avrebbe potuto cogliere una reazione iraconda e volta a dimostrare quanto il suo negromantico potere non avrebbe dovuto essere posto tanto superficialmente in dubbio, sul fronte opposto Midda non poté evitare di sorridere al riconoscimento concessole, giudicando tutto quello quale un tentativo di accontentarla, di concederle un avversario realmente degno di lei, ove, malgrado tutto, non sembrava essere in grado di definirsi soddisfatta neppure dal coinvolgimento di un orrore al pari di quello. Al di là delle ragioni alla base dell'evoluzione che occorse, quanto risultò straordinariamente evidente fu l'effettiva e concreta dinamica di quegli eventi, che videro i sei mostri, improvvisamente, convergere e agglomerarsi nuovamente in un solo, enorme, devastante e osceno intreccio di morti, al confronto con il quale non solo la donna, ma qualsiasi più virile e imponente immagine guerriera fra tutti coloro presenti all'interno delle mura della città del peccato, sarebbe apparso banalmente e concretamente prossimo a un insetto, a un semplice, fastidioso insetto impossibile persino da afferrare, tanto minuscolo, tanto insignificante, e unicamente destinabile, nella propria stessa presenza, a essere oscenamente spalmato sul suolo sotto di sé, non quale reale atto d'offesa quanto, piuttosto, quale semplice, inevitabile conseguenza alla sua stessa proposta in quel luogo innegabilmente errato in un momento tragicamente sbagliato.
A nulla, pertanto, valse l'intimo impegno proprio della mercenaria nello scegliere quale sarebbe potuto essere il proprio nuovo avversario fra i sei propostile dal fato, dal momento in cui, in pochi istanti, non più sei, quanto una sola, terrificante montagna di morte, venne imposta al suo sguardo, sconvolgendone, nuovamente, ogni strategia, ogni eventuale tattica, ogni possibile piano.

« Se avessi saputo che desideravate organizzare una festa in mio onore, avrei scelto un abito più elegante rispetto a questi straccetti… » prese voce la mercenaria, umettandosi le labbra, in un giusto e legittimo equilibrio fra eccitazione e irrequietezza, e, nel contempo, in cuor suo ringraziando tutta l'adrenalina in sé già presente quale, probabilmente, sola ragione atta a giustificare la sua lucidità in quell'incubo di proporzioni costantemente crescenti, a ogni istante sempre più distante da quanto mai alcuno avrebbe potuto sperare di affrontare con una pur vaga occasione di sopravvivenza.

domenica 27 marzo 2011

1166


C
on passi leggeri, movimenti rapidi, incedere sicuro, simile ormai, nelle proprie movenze e, forse e persino, nel proprio stesso essere predatore ed essere donna, a un grosso cacciatore felino, ella si inerpicò lungo la sconnessa superficie del corpo del proprio avversario, del mostro lì impostole dal fato quale nemico, e promessa di morte certa, e pur da lei affrontato quale occasione di vittoria, speranza di vita e, ancor più, di predominio su ogni sovrumano potere indirizzato in propria diretta ed esplicita offensiva. Del tutto dimentica di ogni precedente, ed estemporanea, repulsione per l'orrida struttura di quella creatura, per ella affrontò la medesima non diversamente da come avrebbe affrontato la cima di una montagna, il picco più estremo e scosceso di una folle arrampicata, aggrappandosi, con forza e, pur, con gesti sempre fuggevoli, a quelle carni decomposte e, sopra di esse, spingendo le proprie mani e i propri piedi al duplice scopo di ovviare a ogni movimento atto a tentare di frenarla, di arrestarla, di bloccarla e, meglio ancora, catturarla, nonché di raggiungere, quanto prima, la medesima posizione già precedentemente conquistata con il loro pari, al di sopra delle spalle prive di capo o di collo della propria controparte. Al raggiungimento del medesimo obiettivo, infatti, avrebbero dovuto essere considerate votate tutte le sue energie, egualmente votata per le identiche ragioni già proprie, ossia la distruzione di quell'avversario, sebbene, ora, attraverso un mezzo diverso dal precedente, una soluzione forse più pericolosa, sicuramente dotata di maggiore originale e, speranzosamente, caratterizzata da superiori possibilità di successo rispetto a quanto non avrebbe potuto essere quella descritta dall'impiego della propria magnifica spada ormai, e purtroppo, perduta.

« Mio adorato… sbaglio o, nelle ultime settimane, hai davvero messo su qualche chiletto di troppo attorno ai fianchi?! » sospirò la donna, scuotendo appena il capo e, ancora, insistendo nell'offrire la propria ironia quale sola reazione a tutta la tensione propria di quel momento, di quella situazione surreale e mortalmente pericolosa « Oh, beh. Poco male: avrò molto di più da amare! »

In parte correndo, in parte arrampicandosi, ma anche saltando, rotolandosi e, a tratti, persino e apparentemente volando in incredibili giravolte compiute al solo scopo di evadere all'insistenza del proprio avversario, trasparentemente bramoso di porre le proprie numerose, oscenamente numerose, braccia e mani sul suo corpo, la donna guerriero riuscì, in pochi attimi che pur avrebbero potuto apparire prossimi a intere eternità, a raggiungere la posizione desiderata sopra le colossali e grottesche spalle della legione. E lì sopraggiunta, non senza sincera e legittima soddisfazione personale per l'obiettivo conseguito, ella non pose il benché minimo impegno allo scopo di ovviare all'attenzione delle altre creature circostanti, come chiunque, al suo posto, avrebbe ritenuto saggio operare, nel timore di moltiplicare in maniera impropria il potenziale danno a proprio stesso discapito, cercando, al contrario e paradossalmente, ogni interesse da parte loro, quale, dopotutto, unico, reale e concreto scopo atto a giustificare la sua stessa presenza in quella strategica posizione.

« Ehylà… salve! Come va? Che si dice dalle vostre parti? » prese voce, sbracciandosi in parte allo scopo di difendere il proprio pur fragile equilibrio in un punto sì precario e in parte al fine, più simbolico che pratico, di attrarre a sé ipotetici sguardi da chi, probabilmente, proprio malgrado privi di un qualche, reale rapporto visivo con il mondo a loro circostante « E tu non essere troppo geloso: li sto solo salutando, non corteggiando! » aggiunse, immediatamente, con tono di trasparente rimprovero verso l'avversario ora presente sotto di lei, attorno a lei, che, tutt'altro che soddisfatto dall'irrispettoso gesto di lei, tentava ancora di raggiungerla, di ghermirla e, sicuramente, di condannarla a morte allo scopo di soddisfare, in ciò, i desideri della propria padrona e creatrice.

Così sfuggendo alle attenzioni della propria diretta controparte e, contemporaneamente, ricercando ogni interesse da parte di qualunque altro potenziale nemico, ella attese con impazienza che almeno uno fra i cinque le offrisse una qualsivoglia occasione di appagamento, concretizzando, con un proprio gesto, la tattica da lei concepita. Occasione, quella così tanto desiderata, che la mercenaria invocò e aspettò per interminabili istanti, in quella snervante attesa tipica di qualsiasi azzardo, nel tempo in cui, avendo ormai espresso la propria scommessa e non potendo più ritrattarla, il giocatore si ritrova costretto alla più completa impotenza fisica e psicologica innanzi al proprio stesso fato, costretto dalle proprie forse avventate azioni, dal proprio sicuramente rischioso tentativo, ad attendere l'occorrenza di un evento fortuito del tutto indipendente da una qualsivoglia possibilità di controllo, sull'avverarsi, o meno, del quale potersi riservare, o meno, ragione di gioia o di disperazione.
Suo malgrado, tuttavia, per quanto meravigliosamente prossimi gli uni agli altri, così reciprocamente vicini da permetterle di porre a incredibile prova la resistenza del proprio olfatto nel confronto con il fetore proprio della decomposizione lì elevato a livelli a dir poco eccezionali, persino superiore a quanto mai precedentemente concessole nella presenza di pur fitte schiere di non morti, alcuno di quei mostri, di quei colossi, parve così stupido, o, semplicemente, così istintivo, da tentare di recarle danno nel mentre in cui ella si stava mostrando al di sopra di un loro simile, un loro compagno, ove, nell'eventualità di una sua evasione, di una sua fuga dalla traiettoria di un loro qualsivoglia attacco, il solo danno sarebbe stato arrecato al medesimo, così come, del resto, da parte di lei largamente auspicato. E quando, in siffatta situazione, ella non ebbe possibilità di dubitare dell'inefficacia del proprio sforzo, solo un gesto, da parte sua, fu ritenuto opportuno, nella speranza di non vanificare, completamente, la pianificazione tattica compiuta e gli sforzi già posti in essere per tradurla da semplice teoria a sostanziale pratica.

« Timidoni… » protestò ella, storcendo le labbra verso il basso a esprimere sincera disapprovazione per l'apparente e completa assenza di interesse da parte dei propri avversari verso di lei « Posso comprendere che, in conseguenza della mia fama nonché della mia incredibile presenza, possiate sentirvi in imbarazzo nel confronto con me. Ma, ve ne prego, risparmiatemi questo mortorio: non sapete che noi donne amiamo sentirci al centro dell'attenzione? » tentò di esplicitare la propria posizione innanzi a loro, continuando, in maniera inalterata, a relazionarsi con quegli abomini quasi fossero comuni avversari umani, forse un branco di bruti non diversi da quelli che, poc'anzi, Be'Sihl si era trascinato dietro quale personale rinforzo « Orsù. Comportandovi così mi costringete, semplicemente, a prendere in mano le redini della questione! »

Incessante scherno verbale, quello da lei ancora proposto in direzione di pur muti, e sordi, avversari, che, al pari di ogni altra sua precedente asserzione e nonostante eventuali e possibili supposizione in senso contrario, non avrebbe dovuto essere scioccamente ritenuta qual totalmente fine a se stessa, gratuita nella propria formulazione, dal momento in cui, al contrario, nelle parole così scandite con pur immancabile ironia avrebbe dovuto essere riconosciuta la presenza di una seria e radicale presa di posizione, quale preludio, sin troppo esplicativo, di quanto ella si sarebbe impegnata a compiere, realmente animata da quell'intima insoddisfazione per l'immobilità dei propri nemici, nella sola eccezione di quello da lei attualmente calpestato.
In conseguenza di ciò, con lo stesso, e forse addirittura maggiore, ardimento che già l'aveva spinta a sfidare la legione sulla quale si era appena issata, ella decise di tentare, nuovamente, la sorte non dimostratasi ancora a lei avversa, sebbene neppure alleata, nello scattare ancora in avanti e, con minore possibilità di rincorsa, nel proiettare il proprio corpo oltre i limiti definiti dall'ampiezza delle spalle del proprio attuale supporto in direzione di un suo compagno, di un altro, fra quei mostri, scelto in maniera necessariamente stocastica in assenza di un qualsiasi eventuale criterio di giudizio. Un atto, il suo, da cui, qual sviluppo immediato, quanto derivò non poté che essere necessariamente e gradevolmente riconosciuta e genuinamente accolta da parte della stessa Figlia di Marr'Mahew, maliziosa manipolatrice di uomini e di mostri, quale conseguenza inevitabilmente apprezzata, nell'offrirle finalmente quanto da lei richiesto e nel concederle, in ciò, occasione utile per comprendere in quale misura, realmente, avrebbe potuto trionfare, o no, su un gruppo di negromantiche creazioni sì tremendamente fuori misura rispetto a tutti i canoni per lei riconoscibili qual consueti, abituali e, in ciò, trattabili.

sabato 26 marzo 2011

1165


« S
ì… » confermò la donna, riprendendo voce e rivolgendosi in risposta a se stessa, muovendo appena il capo ad annuire e a enfatizzare quel medesimo concetto « Questa sarà proprio una lunga notte. »

E quella notte, sebbene forse non sì lunga come da lei temuto e scongiurato in quelle stesse parole, a posteriori non poté che essere ricordata qual meno che leggendaria, per quanto lì accadde e per come, a maggior ragione, tutto ciò lì avvenne.

Al di là di quanto probabilmente ritenuto dalla maggior parte di coloro che, non essendone parte attiva, limitavano la propria partecipazione alla vita della Figlia di Marr'Mahew ascoltandone le gesta per così come narrate dalla voce, e spesso dalla fantasia, di numerosi cantori, nella propria lunga e avventurosa esistenza non tutte le sue giornate avrebbero potuto essere realmente considerate originali, inedite nel proprio stesso svolgimento, ammalata anch'ella, al pari di ogni mortale, di quella bizzarra e inspiegabile sindrome di quotidianità che, abitualmente, affligge la quasi totalità dell'umana razza, in conseguenza alla propria stessa e intrinseca natura. Indubbiamente quanto ritenuto consueto e quotidiano da parte della donna guerriero per la maggior parte del resto del Creato avrebbe potuto essere accolto qual straordinario e incredibile, ma, non per questo, ella non avrebbe potuto evitare di considerare molte proprie giornate, e con esse molte proprie battaglie, quali, proprio malgrado, fra loro del tutto identiche, ritmiche, già viste e già vissute. Per quanto ogni nemico avesse da essere riconosciuto, e da parte sua lo era sempre, quale sempre nuovo e meritevole di attenzione, di giusto rispetto, in quanto potenziale fonte di danno, se non causa di morte per sé, non così frequentemente una sua controparte era in grado di concederle occasione di una sfida realmente nuova, e, in questo, degna di essere ricordata nel tempo: ogni profilo descritto con la propria spada, ogni colpo offerto dal proprio braccio, ogni salto generato dalle proprie gambe, ogni parata in grazia della propria destra in nero metallo, obbligatoriamente, avrebbero dovuto essere accettati quali già condotti in un momento diverso, e pur simile, tale da privarla, quasi sempre, del piacevole gusto proprio dell'adrenalina e da spingerla, pericolosamente, a invocare sfide sempre maggiori nelle quali porsi alla prova.
Così, ove pur ella era evasa dal confronto con la prima legione incontrata, nella consapevolezza dell'importanza, dell'esigenza, per lei, di raggiungere quella torre e, in essa, l'avversaria lì promessale da un'ingenerosa sorte, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli corvini non avrebbe mai potuto dichiararsi insoddisfatta dalla possibilità lì, allora, riservatale, e resale addirittura obbligatoria, di affrontare nuovamente la minaccia propria di una tanto colossale e orrida creatura, moltiplicandola, addirittura, per sei parti, tante quante quelle allora presentatele. E se anche nulla era sostanzialmente mutato rispetto alla propria precedente fuga, alcuna rivelazione, nella sua mente, era sorta nel merito della via migliore attraverso la quale raggiungere il trionfo su quei mostri, al contempo nulla avrebbe dovuto essere considerato mutato anche nelle sue priorità, non tanto volte all'eliminazione di quegli avversari, quanto, semplicemente, al loro superamento, allo scopo di potersi spingere, per vie ancora da chiarire, all'interno della torre del proprio mecenate: abitualmente labile differenza quella esistente fra la distruzione dei propri nemici e la propria stessa sopravvivenza e vittoria in loro contrasto, e pur, nella situazione in tal modo tratteggiata, assolutamente fondamentale per lei, non solo allo scopo di distinguere i confini entro i quali potersi muovere ma, anche e ancor più, per valutare la migliore strategia da adottare in loro contrasto.

« Se non posso batterli, posso sempre cercare di convincerli a battersi fra di loro… » decretò ella, in accordo con se stessa a tal riguardo, lasciandosi scivolare, con discrezione, dall'alto del tetto ove era giunta sino al suolo, nella puzzolente quiete di uno stretto vicolo come tanti in città, adibito, senza particolare merito o colpa, al compito di discarica « … dopotutto dovrebbe essere sufficiente offrire loro quanto desiderano più al mondo: la sottoscritta! »

Un piano non privo d'azzardo, il suo, ma che, nel desiderio di non attendere l'alba e un'eventuale, ma non ovvia o scontata, scomparsa di tali creature e della loro evocatrice, fu da lei votato quale il solo sostanzialmente degno d'attenzione, di interesse, scartando, prima di giungere al medesimo, molte altre possibilità alternative, tanto per banale irrealizzabilità delle medesime, quant'ancora per semplice capriccio personale.
Fra tutte le vie per raggiungere e conquistare la torre di Brote, in effetti, molte non avrebbero neppure reso necessaria la battaglia fra sé e quelle legioni: ma, in tal caso, qual diletto ne sarebbe per lei derivato? Ove anche la sua intelligenza fosse stata riconosciuta dalla propria vittoria, quale soddisfazione sarebbe per lei stata propria nell'evitare uno scontro di quella portata e che, forse, mai le sarebbe stato nuovamente concesso in futuro?
No. Ella non avrebbe mai potuto accettare di sprecare nuovamente l'opportunità di giuocare con degli avversari sì originali, inediti nella propria esistenza. E, per tale ragione, animata da tale decisione, la mercenaria non si impose ulteriori esitazioni prima di slanciarsi, sola e disarmata, in una folle corsa alla volta del più vicino fra quei sei colossi.

« Amorino mio! » esclamò con entusiasmo, non riservandosi opportunità di rallentare, di frenare il proprio movimento, anzi e, altresì, addirittura costringendosi ad accelerare a ogni passo, per quanto sempre minor distanza la separasse da quell'immagine incredibilmente angosciante, da quella matassa di corpi un decomposizione, che pur, al primo sguardo, era riuscita sinceramente a sorprenderla « So che mi cercavi e spero di non averti fatto aspettare troppo! »

Forse in conseguenza della sua voce, forse per la sua rivelata presenza, o, forse e ancora, in grazia di una percezione superiore, diversa tanto da quella derivante dall'udito o dalla vista, la cui sensoriale presenza avrebbe potuto essere posta in serio dubbio nel confronto con quegli agglomerati grotteschi e putrescenti, le sei creature dimostrarono un improvviso stato di allarme alla comparsa della donna, non celando un concreto interesse nei suoi riguardi nell'abbandonare le posizioni sino a quel momento occupate e, subito, nello spiegarsi in suo contrasto, pronte ad accoglierla e, possibilmente, a distruggerla.
Nulla, nella loro reazione o nella scioltezza dei loro assurdi movimenti, ebbe comunque occasione di sorprendere la Figlia di Marr'Mahew a questo nuovo incontro, nell'essere ella già stata sufficientemente formata, a loro riguardo, dall'esperienza appena maturata con la loro compagna, forse fra loro persino presente o, forse, ancora dispersa per le vie della città, impossibile a dirsi. Al contrario, addirittura, quel loro comportamento, quella loro reazione, era stata da lei prevista e, persino, augurata, nella necessità, per lei, al fine di attuare la propria strategia, di avere a che fare non con inermi ammassi di carne lì presenti non dissimili da enormi e oscene statue, quanto, piuttosto e preferibilmente, con nemici estremamente attivi e reattivi, animati, quali effettivamente e fortunatamente erano, dalla volontà di terminare prematuramente la sua esistenza. Solo in tal modo ella avrebbe potuto, infatti, sperare di riuscire a sfruttare la loro terribile energia, violenta e incontenibile forza, capace di distruggere solidi muri di pesanti pietre, in loro stesso contrasto, come aveva deciso di fare e come si sarebbe subito impegnata a tentare di tradurre in realtà.

« Vieni da me… fatti abbracciare, tesoro! » insistette ella, quasi stesse rivolgendosi a un antico amante appena rincontrato e non a un terribile mostro, sebbene, effettivamente, mai avesse rivolto simili toni, o parole, verso alcun uomo da lei amato in tutta la propria vita, riservandoli, piuttosto, a propri nemici, quale consueta, ironica arma in loro contrasto.

E, appena giunta a distanza utile per procedere in tal senso, a non voler rinnegare l'intento chiaramente esplicitato attraverso tali parole appena esposto, con un audace salto la mercenaria si proiettò in direzione della prima fra le legioni, quella a sé più prossima e già individuata quale proprio traguardo sin dal momento stesso in cui aveva iniziato quell'intensa, sfrenata corsa verso quanto di più prossimo al concetto stesso di morte.

venerdì 25 marzo 2011

1164


I
n Kriarya, così come in tutta Kofreya, il potere, la ricchezza di un singolo individuo, realmente propria o supposta tale, da tempi immemori era solita essere rappresentata in maniera estremamente fisica, nonché inevitabilmente simbolica, attraverso l'edificazione di alte torri, edifici svettanti verso il cielo e, forse, verso il concetto stesso di divino, sulla cima dei quali i grandi signori facevano propria la possibilità di stabilire dimora, lì situando le proprie più intime stanze personali e, in tal modo, desiderando arroccarsi, a ragione o a torto, al di sopra di ogni possibile pericolo e, al tempo stesso, ricercando un'associazione di pensiero fra se stessi e gli dei tutti, quasi in diretta conseguenza alla propria elevata posizione, inevitabile frutto dell'oro ereditato o conquistato, comunque posseduto, essi avrebbero potuto distaccarsi dalla propria altresì intrinseca e, loro malgrado, irrinunciabile mortalità. Nella particolare situazione propria della città del peccato, sarebbe stato immediatamente chiaro a chiunque come le più alte torri della medesima non avrebbero elencato, quali proprietari, gli ultimi eredi del retaggio di antiche casate, di grandi stirpi nobiliari, quanto, piuttosto, coloro i quali, nel corso del tempo, erano stati capaci di offrire un necessario tributo di caldo e viscoso sangue a quelle stesse pietre, spillandolo dalle vene dei precedenti intestatari di quelle stesse maestose erezioni. Così come, infatti, entro i limiti delineati da quelle mura poligonali a dodici vertici e dodici lati, la struttura gerarchica feudale dominante nel resto del regno era del tutto priva di valore, proponendo sì l'immagine, puramente rappresentativa, di un feudatario nominato dal sovrano, ma ritrovandolo relegato, poi, a un ruolo più prossimo a quello di un giullare che di illustre aristocratico, nel destinare il concreto potere politico ai grandi criminali sufficientemente capaci da arrogarsi, e vedersi successivamente riconosciuto, il titolo di lord, allo stesso modo alcuna delle torri della città aveva, né avrebbe, mai potuto essere riconosciuta quale subordinata al medesimo proprietario da un periodo superiore ai due decenni, tale era, generalmente, il limite massimo auspicabile da qualsiasi signore locale per il proprio dominio, prima di essere violentemente rimosso dal proprio ruolo, allo stesso modo in cui il medesimo era stato originariamente ottenuto.
Con oltre tre lustri di potere saldamente mantenuto nelle proprie mani all'interno dell'ambito di quella capitale, risultato d'eccezione reso tale anche per indubbio merito della collaborazione di una figura sì importante quale quella della Figlia di Marr'Mahew sin da quando, ancora, praticamente sconosciuta al mondo, Brote avrebbe potuto essere riconosciuto, non a torto, quale uno fra i signori più importanti di tutta Kriarya, per quanto, saggiamente, egli non avesse mai tentato di dichiarare guerra ai propri pari allo scopo di imporsi su tutto e su tutti, consapevole di quanto, in tal caso, avrebbe semplicemente sancito la propria inevitabile ed estremamente prematura morte. In tanti anni di residenza all'interno della medesima torre, nel ruolo di lord, egli non aveva ovviato a cercare di imprimere, nella medesima, un segno particolare, e meritato, del proprio passaggio, qualcosa che, il giorno in cui fosse stato assassinato, avrebbe potuto permettere a chiunque di ricordare colui che entro quella stessa estensione verticale tanto a lungo aveva soggiornato. Così, a voler definire un netto contrasto con la tipica architettura kofreyota nella quale anche la propria torre era stata eretta, presentando esternamente solo forme squadrate e regolari, praticamente prive di vezzi o adornamenti, il mecenate aveva saturato gli ambienti interni con ogni sorta di ricchezza e, più in generale, di lusso, non facendosi mancare neppure molte, addirittura troppe come forse qualcuno avrebbe ritenuto, splendide opere dell'artigianato y'shalfico, da sempre prossimo ai suoi gusti estetici nonostante l'ipotetica, atavica inimicizia fra il proprio regno e quello lì confinante: una guerra, quella secolare fra Kofreya e Y'Shalf che, se, da un lato, non aveva impedito a Brote di accumulare numerosi tesori che, per amor di patria non avrebbe dovuto mai possedere, dall'altro non lo aveva neppure frenato dal ricercare qual propria prediletta sposa non una donna, nobile o meno, di Kofreya, quanto, piuttosto, una fra le più nobili di tutta Y'Shalf, addirittura promessa sposa al sultano lì regnante e, forse, un giorno, a sua volta sultana.
Sulla base di tali presupposti, al fine di proteggere, pertanto, sia le ricchezze lì custodite, sia il signore della medesima e, almeno negli ultimi tempi, la sua famiglia, la torre di lord Brote, al pari di qualsiasi altra eguale dimora in Kriarya, non avrebbe dovuto essere considerata di facile accesso. Nei numerosi piani della torre, collegati fra loro da un sistema di scale studiato accuratamente allo scopo di obbligare sempre e comunque a dover attraversare ogni singolo livello per ascendere o discendere lungo l'altezza della costruzione, nell'essere state collocate in maniera asincrona da un piano a quello successivo o precedente, chiunque avrebbe infatti avuto a che fare con altrettanto numerosi posti di guardia, che ad alcuno avrebbero riconosciuto gratuita o immediata occasione di conquista della medesima: persino la stessa Midda Bontor, colei che fra tutte avrebbe dovuto essere considerata prediletta per il proprio mecenate, in virtù di un tale meccanismo architettonico, era solita dover sottostare a lunghi, a volte addirittura estenuanti, periodi di attesa, nonché severi controlli, prima di poter essere ammessa alla presenza del signore, al solo e necessario fine di prevenire l'eventualità di una qualche trappola da lei eventualmente ordita a suo discapito… attentato, paradossalmente e tragicamente, occorso per mano della falsa mercenaria lì penetrata in sola grazia del ricorso a quel medesimo volto quale lasciapassare.
Partendo da una siffatta situazione generale, nonché dall'ineluttabile assunto secondo il quale, città in mano agli zombie o meno, una volta penetrata all'interno della torre di lord Brote, non le sarebbe stata riservata alcuna benevola accoglienza, la donna dagli occhi color ghiaccio, giunta in prossimità alla propria meta, fu posta a confronto con una forse prevedibile, e pur, nonostante questo, non meno spiacevole, rivelazione di quanto tutt'altro che elementare sarebbe stato, per lei, riuscire a iniziare a preoccuparsi di quello che l'avrebbe potuta eventualmente attendere entro il perimetro di quell'edificio, dal momento in cui tutt'altro che ovvio avrebbe dovuto essere giudicata tale conquista.

« D'accordo… credo proprio che, ora, dovrò iniziare a impegnarmi. » commentò la mercenaria, aggrottando la fronte e storcendo, per un istante, le labbra verso il basso quale umana reazione di disapprovazione per lo spettacolo a sé dedicato, non quale semplice casualità, quanto, piuttosto, quale esplicita espressione di una chiara volontà a sé avversa, che un simile disturbo aveva fatto proprio in previsione del suo non tollerato, e probabilmente non tollerabile, arrivo in quell'area.

Appena distinguibili alla vista, in sola grazia dell'azione dei deboli raggi di una pallida e argentea luna, allo sguardo della loro primordiale avversaria, probabile, e quasi retoricamente certa, sola ragione della loro stessa esistenza, vennero allora presentati ben sei abomini, in tutto e per tutto similari, per quanto inevitabilmente non identici, a quello dal quale ella non aveva potuto mancare di evadere nella volontà di mantenersi in vita e, soprattutto, di poter lì giungere a domandare udienza alla sola responsabile di tanto negromantico orrore.
Quelle sei legioni, gigantesche e putrescenti, orride e terribili, si mostrarono schierate lungo l'intero perimetro dell'alta e stretta edificazione a distanze regolari, formando attorno alla medesima un esagono praticamente perfetto, lì ottenuto e mantenuto in maniera tanto ordinata da far apparire quelle mostruosità quali votate a costituire un reale plotone di guardia, non impegnate in disordinati movimenti privi di qualsiasi concreta motivazione, di qualunque possibile missione al pari di spettri, zombie e scheletri sparsi per tutte le vie della città, abbandonati a se stessi e, in ciò, animati unicamente da quella caotica frenesia tipica e caratteristica del loro stesso stato, quanto, piuttosto, immobili e inamovibili custodi di quanto celato all'interno di quell'erezione, evidentemente lì richiamate, evocate unicamente a tale scopo. Tali creature, nel confronto con una sola delle quali Midda non era stata purtroppo in grado di formulare alcuna utile strategia, in ciò definendo per sé una spiacevole condizione di assoluta insufficienza tattica, rimasta ancora e del tutto immutata nel non aver, ella, potuto maturare nel contempo della propria avanzata verso la torre una confidenza benché minimamente superiore a quella precedentemente già propria, e lì necessaria a garantirle la speranza di un esito dissimile dal precedente nell'eventualità una nuova battaglia, avrebbero probabilmente dovuto essere chiaramente giudicate risorse pari a fanteria corazzata, o cavalleria pesante, fra tutti i non morti radunati entro le mura della città del peccato, detentrici della maggiore potenzialità in contrasto a ogni avversario e, per questo, giudicate, dalla loro creatrice, e padrona, le migliori possibilità per mantenere inviolabile, e inviolata, quella torre anche di fronte alla minaccia di un'avversaria suo pari.

giovedì 24 marzo 2011

1163


… i
l suo volto?

« Thyres… non lei. » esclamò, con tono addirittura raccapricciato, in diretta conseguenza a un pensiero improvvisamente conquistatosi una posizione dominante nella sua mente, il primo, effettivamente, al quale avrebbe dovuto rivolgere la propria attenzione nell'ascoltare il resoconto, la cronaca concessale da Seem sugli eventi occorsi in città, e che, tuttavia, complici gli eventi degli ultimi mesi, di quell'intero, ultimo anno, era quasi stato accantonato nella sua memoria, temporaneamente dimenticato in favore di minacce forse ingenuamente considerate più concrete, attuali, presenti « Non può essersi davvero spinta a tanto. Non un'altra volta! »

Purtroppo, nella stessa misura nella quale ella sperava, addirittura pregava, in cuor suo, che la propria antica antagonista, la propria nemesi originale non avesse nuovamente compiuto un tale abuso, una tanto grave offensiva a suo discapito, la consapevolezza del proprio passato, e di come, quanto così temuto, non sarebbe stato neppure qualcosa di realmente nuovo, inedito nella propria vita, non avrebbe potuto evitare di spingerla a ritenere sempre più improbabile il coinvolgimento del proprio sposo in quella tragica questione, esprimendosi, piuttosto, in terribile favore di quella tutt'altro che nuova eventualità, per quanto forse presa in esame in maniera estremamente tardiva.

« Stupida… stupida che non sono altro… » si rimproverò con violenza, rabbia sincera nei propri stessi riguardi « Cosa pensavo di poter ottenere intraprendendo un viaggio attraverso l'intero continente? Davvero mi sono illusa che lei non ne avrebbe approfittato?! » scosse il capo, serrando i denti, in conseguenza delle emozioni vissute, al punto tale da sentir dolere l'intera bocca « Eppure lo sapevo che mi teneva d'occhio… lo sapevo che non aveva mai smesso di controllarmi. »

Parole dure, piene di trasparente ira per quella che, ai suoi occhi, si stava iniziando a delineare quale una propria compartecipazione di colpa negli eventi occorsi, nell'attentato alla vita di Brote e nell'omicidio di Nass'Hya, che esplosero dal profondo del suo cuore e del suo animo, dalla parte più umana, in lei, e, in ciò, più fragile, più debole e, in ciò, anche più ferita, riportandola, improvvisamente e sgradevolmente, a rivivere eventi di oltre quindici anni prima, eventi in conseguenza dei quali aveva maturato la decisione di abbandonare la via del mare e la vita che, sino ad allora, era stata per lei la sola che avesse mai avuto ragione di poter essere vissuta, rinunciando, in ciò, non solo a una parte della propria natura e del proprio passato, ma anche alla famiglia che aveva contribuito a formare a bordo della Jol'Ange. Una famiglia di cui, purtroppo, l'ultimo reduce sopravvissuto, il suo ex-amante, capitan Salge Tresand, era stato barbaramente e indegnamente assassinato pochi anni prima per volontà di quella propria antica nemica, mai soddisfatta nella propria sete di sangue e nella propria ricerca, per lei, di sofferenza come, in tale atto, aveva pur voluto ribadire, sottolineare con crudeltà e sadismo, seppur per interposta persona, attraverso un sicario.
Parole dure per esprimere le quali, tuttavia, ella commise il grave errore di incrinare l'intimo equilibro esistente in lei, fra mente, anima, cuore e corpo, e solo necessario per permettere a quella sua folle corsa sui tetti della città di essere, di non vederla, tragicamente, precipitare al suolo. Trascinata dalle proprie emozioni, distratta dalla crescente furia in sé, la Figlia di Marr'Mahew pose, inaspettatamente, un piede in fallo nel mentre in cui stava per spiccare l'ennesimo salto nel vuoto, per oltrepassare uno stretto vicolo posto a divisione di due edifici, e, in conseguenza di tale increscioso sbaglio, perse la carica dinamica accumulata sino a quel momento, non riuscendo a completare il volo così come programmato e, anzi, per un lungo, interminabile istante apparendo effettivamente destinata a infrangersi a terra.

« Thy… » iniziò a bestemmiare.

Immediatamente, tuttavia, ella si obbligò a riprendere il controllo di sé appena perduto e, con esso, le redini del proprio destino, sospinta, animata in tal senso non solamente dalla naturale brama di vita, dalla per lei irrinunciabile volontà di sopravvivenza, ma, anche e ancor più, dalla necessità di mantenersi ancora in salute almeno nel tempo necessario per porsi sulle tracce della propria avversaria e, finalmente, regolare con lei ogni conto rimasto in sospeso, ogni questione precedentemente affrontata con sin troppa remissività, e che, ora, non avrebbe più potuto essere egualmente sopportata. Ove quella strega, qual tale l'aveva definita, forse a ragion veduta, il suo scudiero, le aveva già rovinato una volta la vita, era stata causa diretta dello sfregio sul suo viso e ragione indiretta della perdita del suo braccio destro, aveva commissionato la morte Salge e, ancora, aveva ora tentato di assassinare lord Brote, uccidendo in sua vece Nass'Hya e, nuovamente, cercando di distruggere la sua stessa esistenza, la sua quotidianità anche lì, nell'angolo più disperato del mondo conosciuto, nella città del peccato, Midda non avrebbe più potuto accettarne l'esistenza in vita, non avrebbe più potuto tollerare il pensiero che ella potesse condividere con lei la medesima luce del sole, il medesimo cielo della notte, il suolo, l'aria o il mare: una fra loro sarebbe presto dovuta morire… e non sarebbe, certamente, stata colei che tanto aveva combattuto, e vinto, in contrasto a uomini e dei, creature mortali e immortali.
Spronata dalla consapevolezza di dover vivere, per combattere, quanto prima, quella battaglia da troppo tempo rimandata, posticipata, la Figlia di Marr'Mahew tese, nuovamente, ogni muscolo del proprio corpo, con ritrovata padronanza sul medesimo e sull'intera realtà a sé circostante, utile a permetterle di sospingersi in avanti, sino a impattare contro il legno di una finestra chiusa, in uno scontro tutt'altro che gradevole o indolore, e pur, sicuramente, inferiore in danno e rischio di vita, rispetto al terreno ancora lontano sotto di sé. In conseguenza di tale scelta e della sua immediata attuazione, pertanto, la solidità del proprio braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi andò a provare quella delle imposte lì serrate davanti a sé, vincendole e, in ciò, infrangendole rumorosamente, spaccandole in innumerevoli schegge di legno che deflagrarono con furia verso l'interno di quel nuovo ambiente entro il quale ella stessa, un attimo dopo, si ritrovò a essere immersa.

« … res… » concluse il nome della propria dea, rotolando istintivamente sul pavimento lì raggiunto e, subito, recuperando una postura di guardia, nel risollevarsi sulle proprie gambe e nell'osservarsi attorno, per comprendere ove fosse giunta e contro quali, eventuali e nuove minacce, avrebbe dovuto confrontarsi.

Tutt'altro che minacciosi, in tal frangente, si presentarono gli sguardi di una giovane coppia, un uomo estremamente muscoloso e una donna dalle forme non competitive con quelle della mercenaria, e pur sicuramente generose, che, destati di soprassalto e, per tal ragione, estremamente confusi, disorientati, si ritrovarono a osservare i due glaciali specchi azzurri caratteristici di quello di lei.
Forse, se quello stesso pomeriggio, così come il mattino seguente, quello stesso uomo e quella stessa donna si fossero proposti innanzi all'immagine della donna guerriero incrociandola anche casualmente per le vie della città, tanto l'uno quanto l'altra, avrebbero potuto rivelare ragioni utili a cercare scontro con lei, a ingaggiare una battaglia che, probabilmente, non avrebbero vinto, e che pur, egualmente e stolidamente, non avrebbero rinunciato a combattere nella speranza di poter associare il proprio nome al ricordo della sconfitta della sensazionale Midda Bontor. Ma, in quella condizione, in quel particolare frangente, né l'uno né l'altra riuscirono a reagire in modo diverso da un violento sussulto, quasi un grido soffocato, che li vide stringersi, entrambi nudi, l'uno al corpo dell'altra, ora animati da emozioni ben diverse da quelle che, evidentemente, dovevano averli sospinti all'interno di quel comune giaciglio qualche ora prima.

« Vogliate scusarmi per questa spiacevole incursione nella vostra vita. » riprese voce la donna guerriero, dopo aver analizzato rapidamente la situazione ed essersi resa conto di come nulla, all'interno di quella stanza, avrebbe potuto riservarle immediata occasione di danno « Stavo facendo quattro passi sul tetto qui vicino quando mi sono distratta e ho inciampato. » spiegò, con tono scherzoso che, pur, alcuna sostanziale menzogna riferì nel merito della propria presenza lì « Ma ora non scomodatevi per me e riprendete pure a dormire… o a fare qualsiasi altra cosa più vi aggradi! Sono certa che troverò da sola la porta... »

mercoledì 23 marzo 2011

1162


« A
quanto pare non sapete proprio comprendere il senso di un rifiuto… » storse le labbra la donna, ancora ironizzando con i propri interlocutori, sebbene questi non potessero apprezzarne gli sforzi in tal senso « Se continuerete a mostrarvi tanto insistenti, l'unico risultato che potrete ottenere è quello di restare soli: ve ne rendete conto?! »

Nel confronto diretto con tale genere di avversari, a nulla sarebbero ovviamente potute servire quelle o altre parole e, a simile riguardo, la donna guerriero non si riservò, né suppose di riservarsi, alcuna possibile illusione: per lei, il continuare a rivolgersi in maniera similmente quieta, tranquilla, consueta a creature del tutto prive d'ogni umanità, e la cui semplice esistenza sembrava prossima a un'offesa stessa al Creato, era e continuava a essere banalmente un mezzo utile a concedersi, psicologicamente, l'illusione di aver a che fare con antagonisti di natura più consueta e, in ciò, mortali e battibili e non, piuttosto, apparentemente immortali e irrefrenabili qual pur essi sembravano essere. Necessariamente, però, ove quella stessa, intima menzogna avrebbe potuto avere ragione d'esistere unicamente nel garantirle occasione di sopravvivenza, mantenendo il controllo, in primo luogo, sul proprio stesso intelletto e, in conseguenza, sul proprio corpo, protrarre in maniera indiscriminata, e fine a se stessa, tale giuoco avrebbe potuto condurla a un risultato del tutto antitetico, qual, solo, sarebbe potuto essere riconosciuto quello di farle sprecare eccessivo tempo, ed energie, in una battaglia che, allo stato attuale, mai avrebbe potuto né concludere, né vincere. Così, come già compiuto innanzi alla legione, la donna guerriero si volle esprimere in favore della soluzione forse meno eroica, e tuttavia indubbiamente più pragmatica, volta non al mantenimento del conflitto sino all'ultimo barlume di vita, quanto, piuttosto, alla ritirata dal medesimo quand'ancora in grado di procedere in tal senso, all'evasione da quel vano confronto in favore del solo scontro degno di poter essere vissuto.
All'ennesimo tentativo, per una pesante ascia bipenne, di spiccare il suo capo dal corrispettivo collo, ella, pertanto, intervenne con la propria destra, questa volta non semplicemente animata dalla volontà di arginare tale offensiva, di parare tale colpo, quant'anche, e preferibilmente, di privare il proprio avversario della rispettiva arma, facendola propria e, subitaneamente, impegnandola in un ampio e vorticoso giro attorno al proprio intero corpo, a spazzare le ossa attorno a sé sospintesi e a ricavarsi, fra esse, una via di fuga allora negatale. E, sebbene la sua arma per eccellenza, da anni, lustri interi, decenni addirittura, avesse da considerarsi la spada, la Figlia di Marr'Mahew seppe dimostrarsi degna del proprio soprannome anche nel giostrare con la diversa mole, e l'incompatibile forma, di quella nuova risorsa, rendendo virtù la necessità purtroppo derivante dall'assenza della propria consueta compagna, dell'abitudinale complice delle sue gesta che, dopo molte, incredibili avventure, sembrava ora essersi drammaticamente perduta. In un moto praticamente perfetto, una doppia circonferenza avente quale proprio centro la figura stessa della donna guerriero, il metallo di quell'arma resa maledetta dai propri, altrettanto maledetti proprietari, infranse senza esitazione alcuna, senza occasione di minimale incertezza, quelle grottesche e parodianti immagini un tempo umane, spargendone le parti per l'intera area a sé circostante e, addirittura, proiettandone alcune fin oltre il bordo del tetto sul quale stavano combattendo, tanta fu la foga propria di quell'atto puntualmente ponderato e destinato a garantirle, al di là di qualunque rapidità intrinseca in quella negromanzia per concedere loro occasione di nuova coesione, tempo sufficiente a essere già lontana al loro ritorno.

« Comprendo come possiate sentirvi a pezzi per il mio rifiuto… » commentò ella, sospirando « … ma non fatene un dramma: sono certa che, entro breve, troverete nuovamente una qualche ragione di vita. » soggiunse, suo malgrado consapevole di quanto quelle parole non avessero da considerarsi gratuite quanto, piuttosto e spiacevolmente, facile profezia.

Scartando, allora, l'ascia appena conquistata, suo malgrado giudicata eccessivamente scomoda e pesante per essere, per lei, risorsa utile nella corsa che l'avrebbe nuovamente attesa, e, ancora, ignorando la comunque lì presente variegata offerta di spade e lame, fra le quali, era certa, non avrebbe trovato alcuna degna di sostituire la propria, fosse anche, solo e semplicemente, per la lega con la quale la propria era stata forgiata, frutto dell'incommensurabile abilità di un fabbro figlio del mare, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non si riservò alcuna ulteriore possibilità di freno, di esitazione, proiettando il proprio corpo in avanti, oltre i resti disordinati dei propri avversari, e riprendendo, in ciò, il cammino estemporaneamente interrotto in conseguenza dell'imboscata subita da tali scheletri.
Membra allenate, muscoli atletici e vigorosi, apparentemente instancabili, furono quelli che vennero, in tal modo, posti nuovamente in movimento, scandendo nel loro moto meravigliosamente sincronizzato, coordinato, un ritmo soavemente armonico, addirittura sinfonico, quasi ella non stesse lì impegnandosi in una corsa, e, subito dopo, in un balzo, quanto, piuttosto, nel generare musica con il proprio stesso corpo, trasformato, per l'occasione, in uno zither o in una lira. Tale, indubbiamente, ineccepibilmente, avrebbe dovuto essere riconosciuta la sensualità, il fascino di quella donna, in opposizione all'estetica della quale il fato, in complicità con le sue personali scelte di vita, era stato meno generoso che con molte altre, e più incantevoli, fanciulle e donne, e che pur, in grazia a una quasi assoluta perfezione tanto faticosamente conquistata, nell'essersi forgiata in lunghi anni di costanza, di tenacia e, soprattutto, di audacia, in continue ed estenuanti lotte contro ogni periglio, avrebbe potuto non solo competere, ma anche vincere, qualsiasi confronto con più classiche immagini di femminile beltade. Cuore, respiro, addome, cosce e spalle, gambe e braccia, piedi e mani: tutto venne lì controllato dalla sua mente, senza concreto sforzo tanto ciò avrebbe dovuto essere riconosciuto quale normalità per lei, allo scopo di farla correre, arrampicare, saltare, e ancora rotolare e nuovamente correre lungo le forme sempre irregolari, mai costanti, di quei tetti, in un percorso per lei quasi di allenamento che venne affrontato con quieta tranquillità di notte come di giorno, con le fredde tenebre come con la calda luce del sole, non ritrovandola mai esitante sul punto verso il quale sospingere il proprio intero essere e le proprie singole estremità, quasi ella fosse stata plasmata dagli dei al solo fine di offrire una tanto emozionante dimostrazione di agilità, di dinamismo, di assoluto dominio su sé e sull'intero Creato a sé circostante.
In tanta armonia, eleganza, perfezione, a nulla mai poterono gli scheletri che tentarono di essere per lei ragione di ostacolo, occasione di impedimento nel cammino in direzione della torre di lord Brote, venendo ogni qual volta evitati o, se necessario, rapidamente affrontati, in un'incredibile serie di estemporanee battaglie che mai videro la loro assoluta protagonista ricercare occasione di concreto e assoluto trionfo, ove riconosciuto quale impossibile, ma, più semplicemente, desiderosa di proseguire oltre, di non lasciarsi rallentare, ostacolare da tutto quello e, in ciò, di giungere al proprio traguardo prima del sorgere di un nuovo sole, prima del ritorno della luce su Kofreya e su Kriarya, nell'urgenza, nell'intima necessità, di offrire, al più presto, possibilità di pace, ed eterno riposo, alla propria cara amica, a colei che, purtroppo, non era riuscita a difendere, per quanto, a tutelare la libertà e il futuro della medesima, era già stata pronta, in passato, a porre in dubbio quegli eguali valori per se stessa, accettando un blasfemo matrimonio con un osceno sposo che, per quanto distante, già si era più volte impegnato a tentare di rovinarle la vita.

« E, lo giuro, se anche questa volta scoprirò, quale colpevole di questa assurda follia, il mio tanto amorevole, e amato, Desmair, nulla potrà impedirmi di fare ritorno alla sua dimora per regolare, definitivamente, i termini della mia vedovanza… » commentò fra sé e sé, la Figlia di Marr'Mahew, ancora e sempre ricercando, nell'incubo calato sull'intera città del peccato una qualsivoglia spiegazione, una pur minima ragione utile a comprendere il perché di quanto accaduto, secondo le dinamiche lì occorse.

Era davvero possibile, però, che Desmair, o, più precisamente, un suo emissario, dovesse essere considerato responsabile per quell'orrido delitto? Era davvero possibile che egli avesse agito in contrasto al giuramento estortogli prima delle loro stesse nozze, malgrado, per lunghi mesi non avesse preso alcuna iniziativa in tal senso? E, se non lui, chi altri avrebbe mai potuto avere movente, e, soprattutto, occasione, per compiere una tanto violenta azione servendosi del suo volto?...

martedì 22 marzo 2011

1161


S
e la scelta di muoversi attraverso la città servendosi non delle vie della medesima, quanto, piuttosto e preferibilmente, dei suoi tetti, in un percorso per lei tutt'altro che nuovo o inesplorato prima di allora, si dimostrò, almeno inizialmente, utile a mantenerla lontana dall'eventualità di scontri fisici diretti, nell'impossibilità per gli zombie e, loro pari, per la legione di raggiungerla sin lì sopra, ben presto vide comunque la Figlia di Marr'Mahew costretta a venire nuovamente alle armi con i più agili scheletri, i quali, ubbidendo silenziosamente agli altrettanto taciti ordini loro imposti, non ovviarono a iniziare a inerpicarsi su qualsiasi edificio della capitale, nella volontà di raggiungerla, di ghermirla, di ucciderla. Una lotta, quella così impostale, che non solo la pose a confronto con avversarsi, comunque, degni di ogni rispetto, in termini di agilità e rapidità, ma, anche e peggio, facenti ricorso in suo contrasto non a semplici graffi e morsi, come pur abitudine dei loro negromantici e cadaverici parenti non morti, quanto, piuttosto e, per lei più gradevolmente, a ogni sorta di arma bianca, da spade a pugnali, da asce a picche, con un'esperienza, una competenza forse da loro mai dimostrata neppure quando, in un lontano passato, ancora in vita. Per propria fortuna la donna guerriero più famosa di tutta Kofreya, e dei territori confinanti, non era divenuta tale in semplice e sola conseguenza alle proprie prorompenti forme, o alla propria abilità con la spada, oggettivamente, quest'ultima, talvolta giudicabile inferiore rispetto a più eleganti e raffinati spadaccini, quanto, piuttosto, in grazia della stessa e straordinaria caratteristica poc'anzi indicata con saggezza da parte del locandiere shar'tiagho suo amato: la propria straordinaria capacità di sopravvivere.
Prima ancora di imparare a gestire una spada con abilità tale da farla risultare normale estensione del proprio essere, dei propri arti, Midda aveva difatti maturato consapevolezza nel merito della gestione del proprio stesso corpo con incredibile coordinazione e controllo, apprendendo, in grazia di numerosi maestri, come impiegarlo al pari di un'arma: un'arma che, successivamente, quando il fato a lei avverso le aveva negato il proprio stesso braccio destro, ella era stata in grado di riparare e, entro ovvi limiti, persino di rafforzare, nell'impiego di un surrogato metallico in sostituzione dell'originale perduto. E sebbene mai, sinceramente, ella avrebbe potuto preferire quel pur straordinario artefatto stregato al proprio braccio originale, la sua tempra psicologica ed emotiva erano state sufficienti a permetterle non solo di accettare la propria mutilazione, ma, anche, di tramutarla in risorsa per sé e per il proprio mestiere, rendendo quello stesso arto, quell'armatura da lei inseparabile, quale uno scudo praticamente perfetto e, ancora, ove necessario, anche un pur devastante strumento d'offesa.

« Non so più come ripetervelo… » sospirò ella, rivolgendosi nuovamente in direzione degli scheletri che, sorpresala a metà del tragitto necessario per raggiungere la torre di lord Brote, sua meta prefissa, la stavano circondando in numero di sette, non concedendole possibilità di proseguire oltre « … io posso anche apprezzare, in quanto donna, l'ardore da voi tutti dimostrato nei miei riguardi. Ma, davvero, credetemi e non vogliatemene per questo: nessuno fra voi può considerarsi l'uomo dei miei sogni! »

Sette creature sovrannaturali, rianimate a blasfema non morte in grazia di un'oscura energia sgorgata da irrefrenabile odio, in contrasto a una singola figura mortale, sostenuta dalla propria forza di volontà, dal proprio incredibile coraggio e dalla propria incommensurabile abilità guerriera; sette mostri, perfettamente equipaggiati in termini offensivi e praticamente indifferenti a qualsiasi urgenza difensiva, ove incapaci di soccombere a qualsiasi attacco loro rivolto, in contrasto a una sola donna, ipoteticamente disarmata; e, nonostante tutto, sette avversari incapaci di riuscire ad avere la meglio sulla loro controparte, capace di tenere testa a tutti loro, nell'ovviare a ogni offensiva attraverso l'impiego della propria agilità o, ove necessario, del proprio braccio destro, a contenere, arginare, bloccare i gesti a sé rivolti: tale avrebbe potuto essere lo spettacolo, meraviglioso e conturbante, che avrebbe lì offerto a qualunque eventuali osservatore, testimone, spettatore, e che pur, nella propria distanza da qualsiasi sguardo, restò un evento privato, uno scontro discreto, ma, non per questo, meno pericoloso rispetto a ogni altra battaglia da lei ingaggiata in quella lunga notte.
Una spada cercò un affondo nel centro della schiena della mercenaria ed ella rispose con una lieve, e perfettamente controllata, rotazione, utile a porre solo poche dita fra sé e quella promessa di morte, e pur distanza adeguata a ovviare alla medesima e alle negative conseguenze che dalla stessa sarebbero potute derivare nel momento in cui fosse riuscita a raggiungerla. Immediatamente dopo, fu il tempo di una picca di invocare il suo sangue, risalendo dal basso verso l'alto e, senza particolare riguardo, tentando di trafiggerla dal basso ventre a risalire, probabilmente, sino alle scapole o alle spalle, ed ella reagì con un subitaneo gesto della propria gamba sinistra e del relativo ginocchio, a spazzare, dall'interno verso l'esterno, quella minaccia prima che potesse essere tradotta in realtà, non solo negandosi, in tal senso, il danno già auguratole, ma, anche, ovviando con incredibile precisione di movimenti, a qualsiasi danno sulla propria stessa coscia, accarezzata dal superficie di quell'arma e, ciò nonostante, non ferita, neppure graffiata. Nel contempo di ciò, ragione per cui si era reso necessario un gesto sin troppo ardito quale quello così delineato, la mano destra di lei fu costretta a sollevarsi rapida verso il cielo, a parare la discesa di una pesante ascia e, subito, a spostarla, quasi strappandola dalle scheletriche mani del suo scheletrico proprietario, per frenare, con la medesima, il moto di un'altra lama, egualmente discendente dall'alto verso il basso. E, ancora, rapidamente ella dovette ruotare nuovamente il proprio corpo, lasciandolo elegantemente scivolare al suolo e subito rialzarsi dallo stesso, per evadere alla traiettoria della prima spada, non paga in conseguenza dell'insuccesso riportato e, per questo, alla violenta ricerca del tributo di sangue inizialmente invocato, richiesto, preteso: tributo che, nonostante tutto, non le venne concesso neppure allora, vedendola, semplicemente, tracciare un arco sopra il capo di lei, lì abbassatasi, e, peggio, andare a infrangersi contro due dei propri stessi osceni commilitoni, spargendone estemporaneamente le ossa lungo la piatta superficie di quel tetto, teatro del loro scontro.
Al pari di un'orgia di morte tutto ciò sarebbe potuto essere ritratto da uno sguardo ingenuo, inesperto nei confronti della guerra e delle sue regole, e, per questo, spiazzato, sconvolto, nell'osservare un tale incredibile intreccio di carne e acciaio, sicuramente giudicabile terrificante e, malgrado tutto, altrettanto sicuramente riconoscibile nulla di estraneo, di diverso, di sconosciuto rispetto alle dinamiche proprie di un'altra, qualsiasi battaglia. Anzi, e addirittura, nella meravigliosa abilità della donna guerriero, nonché nell'assenza di sangue a poter caratterizzare i suoi avversari, quell'intera danza macabra avrebbe potuto persino essere riconosciuta qual'ancor meno cruenta, orrori fica, rispetto a quanto avrebbe contraddistinto una qualunque similare contesa nel corso di un qualsivoglia conflitto bellico fra i numerosi sparsi nel mondo conosciuto, primo fra tutti quello particolarmente prossimo a Kriarya, e condotto da epoca praticamente dimenticata, per ragioni egualmente obliate, fra Kofreya e Y'Shalf.
Alcun rossastro zampillo di linfa vitale si sarebbe lì innalzato verso il cielo e sarebbe, subito dopo, ricaduto a inzuppare la terra, trasformandola in raccapricciante fanghiglia. Alcuna improvvisa esplosione d'urine e di feci avrebbe lì contraddistinto la prematura fine di un combattente, nel mentre in cui il suo corpo sarebbe crollato al suolo, tanto violentemente assassinato quanto rapidamente dimenticato. Alcun grido di dolore, rantolo di vita, spasmo di morte, avrebbe saturato quella tranquilla notte, interrotta, altresì, nella propria serenità solo dal suono dei colpi mancati e dell'allegra voce della protagonista assoluta di quell'evento, impegnata, continuamente e immancabilmente, in improponibili dialoghi con le proprie mute, e sorde, controparti, a voler imporre sulle stesse un'umanità dalle medesime altresì dimenticata. E, in tutto questo, per quanto paradossale e improponibile da credere, quella terribile lotta avrebbe dovuto essere considerata necessariamente e indubbiamente migliore, nella propria natura e nel proprio svolgimento, rispetto a qualsiasi alternativa più umana, consueta, normale, ove, in tal senso, la normalità sarebbe risultata solamente sopravvalutata, la consuetudine sarebbe apparsa insopportabile e la stessa umanità sarebbe uscita severamente sconfitta in conseguenza della propria intrinseca barbarie, di quell'orribile, e pur apparentemente irrinunciabile, bisogno di caldo sangue, di fresco sacrificio, qual mezzo di difesa, e di sostentamento, di una parvenza di civiltà, qual pur tale era sempre, e sarebbe sempre, stata indicata dagli stessi promotori di un tutto ciò.

lunedì 21 marzo 2011

1160


I
n molti, conoscendo di fama la donna guerriero, si trovavano spesso in difficoltà a comprendere la ragione per la quale una figura suo pari, a cui ogni trionfo sembrava dovuto e nulla al di fuori della sconfitta appariva negato, potesse impegnare, spendere o, così come comunemente giudicato, sprecare, ogni giorno una parte sufficientemente rilevante del proprio tempo nell'impegnarsi in una lunga serie di esercizi fisici, abitualmente ogni sera prima di andare a dormire e ogni mattina appena sveglia, se non, addirittura, in estemporanei intervalli nel corso stesso della giornata, pause spesso ricavate all'interno di violenti combattimenti o incredibili sfide. Come in altri tuttavia avrebbero saputo correttamente spiegare, primo fra tutti lo stesso Seem suo scudiero, o anche Be'Sihl suo amante, la reale ragione celata dietro a tanta dedizione a simile attività, mai trascurata al punto tale da poter essere considerata più prossima a un rito religioso che a una semplice abitudine o, anche, sfizio personale, avrebbe dovuto essere ricercata nella necessità di mantenere la possibilità di apparire tanto straordinaria in ogni proprio gesto, in ogni propria azione, al punto tale da offrire quella stessa illusione di leggenda attorno al proprio nome. In assenza di un allenamento costante, ella non avrebbe mai potuto, infatti, conservare coordinazione, agilità, velocità e forza sufficienti non solo a gestire la propria solitaria sfida contro una città affollata da ogni genere di negromantiche creature, ma, persino, a condurre quell'incredibile battaglia in opposizione a un mostro sì terribile da non poter essere razionalmente accettato nella propria stessa esistenza, o, ancora, a impegnarsi in quell'incredibile evasione dal medesimo, attraverso quel volo straordinario. E, certamente, in assenza di quel piccolo, continuo investimento di tempo che, giorno dopo giorno, la trovava protagonista, ella mai avrebbe potuto, in quella particolare occasione, riuscire a sopravvivere all'impeto del colpo contro di sé menato, fuggendo alla traiettoria del medesimo in grazia di una repentina, e perfettamente coordinata, contrazione muscolare, tale da slanciarla verso il cielo, alla ricerca del medesimo tetto al quale, per un pericoloso errore di calcolo, non era riuscita a giungere precedentemente.
Non contro le sue mortali carni, pertanto, si infranse la mole colossale di quell'orrendo e grottesco pugno costituito da cadaveri fra loro tremendamente intrecciati, quanto, per lei preferibilmente, contro la solida parete in pietra dell'edificio, la quale, malgrado tutto, non riuscì a sopportare indenne quella violenza, cedendo alla medesima e, in parte, crollando verso l'interno della costruzione, e generando, in conseguenza di ciò, un'allegra sinfonia di grida terrorizzate, improvvisata da coloro che, prima muti e nascosti testimoni di quello scontro, temettero di poter essere coinvolti in esso. Per loro fortuna, tuttavia, la legione apparve del tutto disinteressata alla loro presenza lì, in misura non inferiore a quanto si dimostrò preoccupata dei numerosi e nauseanti fiotti di liquidi che sprizzarono là ove la carne putrefatta venne tanto disastrosamente lesa per quell'impatto, per quel colpo comunque devastante: il solo concreto interesse della creatura, come dalla mercenaria valutato e previsto, si confermò essere la medesima Midda Bontor, la quale, trovata estemporanea salvezza sulla cima di quell'edificio, non si concesse di gioire in maniera particolarmente estrosa per quel proprio risultato, riconoscendolo quale una fragile tregua ancor prima che una più gradevole, e sicuramente allora gradita, vittoria.

« Be'Sihl! » gridò ella, dall'alto del palazzo, lì sostando per un istante a concedersi la possibilità di gettare quella voce, e di imprecare, intimamente, per la costretta perdita della propria spada, lama per lei di notevole valore non solo materiale, ma, anche, sentimentale « Ti affido il mio scudiero! Riportalo alla locanda, mentre io vado a risolvere questa faccenda! »

Nonostante il diffuso, e lungamente maturato, odio all'interno della città nei riguardi della stessa Figlia di Marr'Mahew, giudicata erroneamente quale sola responsabile per quanto occorso a partire dal tremendo omicidio di lady Nass'Hya, alla dichiarazione in tal modo da lei tanto nettamente e fieramente scandita nella notte di Kriarya, nel profondo di molti cuori un primordiale sentimento di sostegno nei suoi riguardi, se non, addirittura, di esultanza, non poté evitare di far momentaneamente dimenticare le colpe a lei associate, spingendo quasi la metà dei bruti assoldati dallo stesso shar'tiagho, e un eguale percentuale fra tutti gli altri lì attorno indistinti testimoni, a offrire altre grida di risposta a quella di lei, senza pronunciare una qualche parola di senso compiuto, quanto, semplicemente, uno spontaneo, genuino e irrefrenabile verso quasi animalesco, in approvazione verso di lei.

« L'hai sentita? » domandò, retorico, il locandiere in direzione del proprio giovane protetto, a lui così formalmente offerto in custodia dall'amata, che mai avrebbe desiderato deludere « Il nostro posto non è più qui… torniamo alla locanda e lasciamola libera di compiere quanto sa fare meglio! »
« … vincere contro gli empi? » richiese, ancora confuso, il ragazzo, dimostrando in simile asserzione tutta l'interpretazione romantica per lui propria di ogni avventura della sua padrona, del suo cavaliere, sinceramente associata, nel suo cuore, nella sua mente e nel suo animo, a un'eroina dei tempi del mito, una figura intrinsecamente superiore a ogni altra, nonché al concetto stesso di umanità.
« No. » negò lo shar'tiagho, scuotendo appena il capo e, ancora, spingendo il giovane ad allontanarsi da quella zona e a intraprendere la direzione così indicata persino dalla stessa mercenaria « Sopravvivere! »

Dall'alto della propria posizione, indispettita dall'esser, proprio malgrado, rimasta disarmata e dal non potersi permettere alcuna ipotesi volta al recupero della propria lama, persa chissà dove nella confusione sotto di sé, la donna guerriero protagonista di tante attenzioni, di tanto diffuso interesse pubblico, reagì allo stesso liberando un lungo, e sconsolato, sospiro, utile a commentare con ironica amarezza tutto ciò.
Dopotutto, confidente con la città del peccato e le sue particolari filosofie, ella era assolutamente consapevole di come, se anche fosse riuscita a liberarsi dalla spiacevole calunnia a sé associata, il giorno seguente, al ritorno di una nuova alba, alcuno, in tutta Kriarya, le avrebbe riconosciuto la benché minima, e ulteriore, occasione di plauso per quanto compiuto in quella stessa notte, tutt'al più concedendole la possibilità di ritrovare i propri, abituali e consueti ritmi, caratteristici all'interno di quelle mura geometriche. E, in verità, nulla di diverso da tutto ciò ella si sarebbe potuta attendere da quella capitale, né avrebbe preteso di trovare in essa, preferendola, in fondo, a qualsiasi altra grande urbe kofreyota anche per questa ragione, per una straordinaria, e quasi lesiva, autenticità altrove dissimulata, camuffata, dietro a troppe falsità, dietro a troppe ipocrisie, giudicando sicuramente più auspicabile essere sinceramente ignorata o, persino, odiata, rispetto a poter essere infidamente apprezzata.

« Orsù dunque… » riprese voce, con tono ora moderato, rivolgendosi, ipoteticamente, alla creatura sotto di sé e pur parlando, sostanzialmente, solo con se stessa « … che ne dici se andiamo a bussare alla porta della tua creatrice? Dopo che si è data tanto da fare per generare qualcosa tuo pari in mio esclusivo onore, sarebbe assolutamente scortese, da parte mia, non andare a ringraziarla. »

Al di là della propria ironia, nel gettare un ultimo sguardo alla legione prima di scattare in una nuova, decisa e rapida corsa lungo i tetti della città del peccato, Midda non avrebbe mai potuto negarsi una giusta, legittima e umana inquietudine al pensiero di doversi preso porre a confronto con chi era stata in grado di originare tanto orrore, e che, sicuramente, non avrebbe dimostrato la benché minima occasione di gioia nel confronto con lei, soprattutto ove reputata colpevole per il proprio stesso assassinio.
Ma, non tanto per il bene di Kriarya, quanto, piuttosto, per l'affetto provato verso la stessa Nass'Hya, la donna dagli occhi color ghiaccio ben sapeva che non avrebbe mai potuto sottrarsi dal gravoso onere di risolvere quella sgradevole, e tragica, situazione, impegnandosi a individuare, impossibile a prevedere come, il modo giusto per concedere a quella disgraziata fanciulla, maledetta in morte in misura evidentemente non inferiore rispetto a quanto, inconsapevolmente, era stata anche in vita, una qualche occasione di eterno riposo, in grazia ai propri dei.