Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 31 dicembre 2012

1807


Eterno fu il distacco di Nera dal proprio corpo. Sospinta in un limbo privo di vita, e di possibilità di vita, dalla violenza del mastino del genocidio e del suo inatteso attacco, della sua imprevista aggressione, sopraggiunta allorquando sicura di averlo ormai battuto, di averlo ormai vinto, ella restò cent’anni, cento secoli, o forse ancor più, separata alle proprie percezioni sensoriali, dal piano fisico dell’esistenza in cui tutto era e tutto sarebbe stato deciso, in tal senso terribilmente inerme innanzi a qualunque negativo, e tragico, sviluppo avrebbe potuto esserle riservato dal proprio aggressore e, presto, aguzzino. Non fu piacevole, non fu gradito, e, anzi, per un istante, o forse per il primo anno, il primo secolo, ella temette, o fu certa, di impazzire o, peggio, di essere già impazzita. Perché laddove, un attimo prima, accanto a lei era un’altra se stessa, una fra altre sei a lei tutte identiche e pur sempre diverse, caratterizzate da un unico spirito e da sette diverse evoluzioni dell’esistenza quotidiana a contorno del medesimo; un attimo dopo neppure la coscienza di sé le era rimasta, negata e rinnegata qual effetto di un semplice, e devastante, impatto.
Parimenti eterno fu il distacco di Rossa dal proprio corpo. Scaraventata, senza troppe cerimonie, senza particolari inibizioni, in un altro piano di realtà, in un’altra esistenza, e in un’esistenza sospesa al di fuori di ogni piano di realtà, qual conseguenza all’impeto del mastino del genocidio, anch’ella restò cent’anni, o forse cento secoli e ancor più, separata dal mondo che aveva imparato ad apprezzare qual proprio, e da ogni altro mondo a esso assimilabile, per essere proiettata lontana da dove ogni giuoco era e sarebbe stato portato a compimento, vedendola in ciò divenire, proprio malgrado, vittima incosciente innanzi a qualunque terribile scelta che altri, che il suo stesso antagonista, avrebbe potuto compiere per lei. Non fu piacevole, non fu gradito, e, inevitabilmente, per un istante, o forse per il primo anno, il primo secolo, ella si ritrovò costretta a temere di poter restare priva di senno o, peggio, di esserne già rimasta priva, trascinata senza speranza di controllo alcuno in una spirale di eventi assurdamente folli anche per chi, come lei, abituata a quanto dai più ritenuta follia qual propria normalità. Perché laddove, un attimo prima, accanto a lei era un’altra Midda Bontor soprannominata banalmente come Nera, all’interno di un gruppo di altre sei a lei simili e da lei pur sempre distanti; un attimo dopo neppure il contatto con la realtà le era stato più concesso, sottrattole con prepotenza e arroganza da quel semplice, ma devastante, impatto.
Unite tanto nella buona quanto nella cattiva sorte, Rossa e Nera morirono insieme, o, quantomeno, insieme si avvicinarono in maniera straordinaria e terrificante a morire, a spingersi incontro alla propria amata dea Thyres, nella gloria della quale, forse, avrebbero finalmente ritrovato occasione di pace, possibilità di comprensione nel merito della propria esistenza e del suo fine ultimo, nella certezza di quanto un fine ultimo avrebbe dovuto essere riconosciuto alla base della medesima. Tuttavia, Thyres non parve apprezzare il sacrificio della propria prediletta, di due versioni della propria prediletta, per così come lì le sarebbero state presentate, le sarebbero state offerte in dono: così la coppia di Midda Bontor venne respinta, venne restituita alla vita, ingannando ancora una volta la morte senza un’apparente, reale ragione, quanto e solo perché, in contrasto a ogni principio di autodeterminazione da loro stesse sempre difeso, l’ora stabilita per il compimento del loro destino non avrebbe dovuto essere ancora riconosciuta qual compiuta.
Così, forse cent’anni, forse cento secoli, o forse pochissimi istanti dopo il colpo subito, nel fuggevole tempo scandito da un fremito di ciglia o da un battito del loro cuore, Nera e Rossa recuperarono i sensi, ritornarono padrone delle loro menti e dei loro corpi, provando, in conseguenza a ciò, uno straordinario dolore qual conseguenza del colpo subito ma, ciò nonostante, ancora vive, ancora inoppugnabilmente vive, cariche di ardente e appassionata volontà di vivere, in contrasto a ogni brama in senso contrario, da parte del mastino del genocidio o di chiunque altro, uomo, mostro o dio che potesse essere.

« Rossa… ci sei?! » domandò in un alito appena percettibile la mora, prestando cura a non offrire eccessivo interesse alle sensazioni di dolore provenienti da tutto il suo corpo, da ogni propria singola membra, da ogni proprio osso, in misura tale da non permettersi di distrarsi, da non concedersi occasione di smarrimento oltre a quello che già troppo a lungo l’aveva certamente contraddistinta, a prescindere da quanto breve potesse essere stata la sua assenza, il suo mancato contatto con la realtà.
« Ci sono. » replicò l’inquisita, con eguale tono, riservandosi a sua volta la medesima premura della compagna, nel timore di poter cedere al dolore e, in ciò, offrirsi qual sicura vittima del loro bramoso, e sicuramente non ancor pago, carnefice.

Proprio allo stesso carnefice venne allora rivolta immediata attenzione da parte di entrambe, con la cautela propria di chi consapevole che il pur minimo errore avrebbe potuto rappresentare, per loro, non soltanto occasione, quanto addirittura certezza di morte, di quella prematura conclusione alla quale, ancora, sembravano fortunatamente essere riuscite a non sospingersi. E nel ricercarlo con uno sguardo necessariamente annebbiato, nelle inevitabili e umane conseguenze delle offensive subite, dell’impeto loro dedicato, non essendo alcuna delle due dotata di una qualche resistenza sovrumana, di una qualche invulnerabilità tale da proteggerle dall’iraconda furia di quella creatura accecata; esse poterono constatare come, fortunatamente, il mastino sembrasse allora più disorientato di quanto entrambe non avrebbero potuto dimostrar d’essere, sondando quietamente l’ambiente a sé circostante nella ricerca del punto esatto in contrasto al quale scatenare tutta la propria violenza, tutta la propria rabbia, senza inibizione o controllo. Evidentemente, in lode agli dei tutti, il loro attacco doveva essere risultato più efficace di quanto non avrebbero potuto sperare che fosse, non preservandole da quel primo sfogo in replica, in risposta a tanta crudeltà, ma neppure lasciandole completamente scoperte innanzi a qualunque ulteriore possibilità d’aggressione, di definitiva condanna, qual allora avrebbe potuto esser loro riservata approfittando di quel loro effimero, e pur potenzialmente letale, mancamento, distacco dalla realtà.
Un’occasione di salvezza, di sopravvivenza, quella lì loro riservata e destinata, che non avrebbero mai potuto o dovuto sprecare, ove non solo così facendo avrebbero palesato un’idiota indole suicida ma, ancor più, avrebbero insultato con palese blasfemia la dea, o il dio, che aveva loro garantito, senza alcuna apparente contropartita, quella seconda possibilità, quella riscossa probabilmente immeritata, e pur allora per loro propria. Necessaria, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta una migliore strategia, una migliore soluzione rispetto alla precedente, non errata, non viziata nella propria formulazione, ma neppure risolutiva, neppur scevra di possibilità di miglioramento, di aggiustamento.

« Nera… le zampe. » riprese voce, sempre in un flebile sussurro, la donna dai rossi capelli, or colta a propria volta da un’idea, per una possibile, e pur quasi insperata, via di uscita da quel conflitto, da quella battaglia forse destinata a vederle sconfitte, per la prima e ultima volta nella propria esistenza.
« Le zampe…?! » ripeté l’altra, non comprendendo immediatamente, forse qual conseguenza di una formulazione eccessivamente concisa da parte della compagna, o forse sempre qual spiacevole risultato del colpo subito e della confusione mentale a esso conseguente.
« Due zampe… due zampe in luogo a una. » gemette Rossa, cercando di richiamare a sé le energie utili a muoversi, a balzare nuovamente in piedi e a combattere non appena sarebbe stato loro richiesto, per non lasciarsi cogliere impreparata al pari di un olocausto pronto al rogo sacrificale.
« … Thyres… hai ragione. » replicò Nera, quasi sussultando all’evidenza di quel dettaglio tanto palese e che pur, sino a quel momento, avevano apparentemente trascurato, lasciandosi distrarre da altri pensieri, lasciandosi coinvolgere da altre idee.

Due zampe in luogo a una: secondo tale particolare disposizione, infatti, era disposta l’originale anatomia del mostro, facendo proprie un totale di otto zampe ma non in successione, qual quelle di un millepiedi, quanto e piuttosto raggruppate a coppie, in misura tale da offrire un’apparenza di normalità anche laddove nulla di normale avrebbe potuto essere riconosciuto. E laddove due zampe occupavano lo spazio che, normalmente, avrebbe dovuto essere dedicato a una singola articolazione, legittimo e razionale sarebbe stato giudicare qual più complessa tale struttura; e inevitabile sarebbe stato conseguentemente riconoscerla qual meno idonea a esser protetta, corazzata, di quanto già non sarebbe stata idonea in altre condizioni.

domenica 30 dicembre 2012

1806


Sebbene non fossero mancate occasioni di giuoco, di scherzo, fra loro, nel merito dell’infermità di Corazza, non tanto al fine ultimo di canzonarla, quanto più per dimostrarsi a lei solidali, a lei vicine, in misura sufficiente da non compatirla, da non lasciarla sentire considerata qual una mezza donna, quanto e piuttosto da riconoscerla qual loro pari, e in questo possibile bersaglio di sberleffi come chiunque altro, non favorita né sfavorita dalle proprie condizioni; Treccia e Destra non avevano né dimenticato, né trascurato il problema della compagna, benché, in ciò, non lo avessero mai, neppure, considerato realmente limitante per lei. Dopotutto, ella era pur sempre una Midda Bontor, era pur sempre una di loro, che aveva corso e combattuto al loro fianco esattamente come avrebbe fatto chiunque altra fra loro, e partire dal presupposto che sarebbero esistite azioni per lei proibite, per lei impossibili, sarebbe equivalso a mancarle di rispetto, a discriminarla, così come mai, alcuna fra loro, avrebbe apprezzato riconoscersi qual tale.
Quanto né Destra né Treccia, tuttavia, avevano considerato, era quant’ella avrebbe dovuto essere considerata oggettivamente discriminata dalla sorte avversa, dal fato che, in sua opposizione, si era particolarmente sbizzarrito, tanto da mutilarla orrendamente nell’animo oltre che nel corpo, permettendole sì di apparire a tutte loro eguale, a tutte loro pari, e pur, al tempo stesso, negandole di potersi effettivamente riconoscere qual tale, ignorando, ella stessa, i limiti derivanti dalla propria infermità.

« D’accordo… » annuì la mora dai lunghi capelli composti in una stretta treccia « Cambiamo strada. » proclamò, parlando anche a nome della terza compagna, consapevole di esprimere, in tal senso, anche la sua posizione, la sua opinione.
« No! » protestò Corazza, scuotendo il capo e levando entrambi le mani, in nero metallo dai rossi riflessi, allo scopo di arrestare, metaforicamente, l’avanzata della coppia nella propria direzione « La vostra analisi è corretta: quella deve essere la via giusta e sarebbe assurdo rinunciarvi solo per venir dietro a me e alle mie paranoie… »
« Sarebbe assurdo, per noi, non rinunciarvi e lasciarti sola con le tue paranoie, sorella. » respinse la rossa, a sua volta offrendo cenno di diniego con il capo, accompagnata in ciò da un quieto e caldo sorriso privo di critica o di qualunque addebito a discapito della controparte « Ricordati che noi siamo te… e tu non lasceresti mai una di noi indietro solo perché impossibilitata a seguirti, a percorrere i tuoi stessi passi. »
« Certo che lo farei, nel considerare quanta poca distanza potrebbe separarmi dal mio obiettivo! » tentò di negare la donna, nel rifiutare la chiave di lettura così propostale.
« Siamo brave a mentire… tutte noi. » strizzò l’occhio destro Treccia, con fare complice « Tuttavia non possiamo pensare di arrivare a mentire a noi stesse senza, in questo, essere individuate. » sorrise accomodante « Per favore, Corazza… o si prosegue tutte insieme, o si torna indietro tutte insieme. Ma nessuna sarà abbandonata. Né ora, né mai. »

Per un lungo, lunghissimo istante, un pesante silenzio ricadde fra le tre, in attesa della replica che l’interessata avrebbe offerto in risposta a quelle parole, a quella provocazione invero priva della volontà di apparir e di essere tale. Una quiete assoluta, contraddistinta da un immobilità completa, imperturbabile, nel confronto con la quale, tutte loro avrebbero potuto allor essere fraintese quali perfette riproduzioni inanimate delle loro stesse fattezze, se non fosse stato per quella minimale, e pur sempre presente, contrazione e distensione pettorale caratterizzante il loro stesso respiro. Una tensione sincera, reale, concreta, quella così impostasi fra loro, qual solo avrebbe potuto esser loro propria nel confronto con l’ipotesi di una battaglia, di un violento e imminente scontro, qual pur, ovviamente, mai alcuna avrebbe allor lì ricercato: perché per quanto i loro corpi potessero suggerir tale eventualità, per quanto le loro menti potessero essersi disposte qual pronte a ogni eventualità, a ogni qual genere di tenzone, alcuna di loro avrebbe potuto riconoscersi qual tale, qual desiderosa di porsi in competizione con se stessa, senza neppure una reale motivazione a sostegno di ciò.
Psicologico, pertanto, avrebbe dovuto essere considerato quel loro confronto, intima quella loro battaglia, non destinata a sfociare sul piano fisico, non concepita per tradursi nell’appassionata realtà della competizione fra il freddo metallo delle loro lame e la calda carne dei loro corpi, quanto e piuttosto desiderosa di stabilire chi avrebbe dovuto compiere un passo indietro nelle proprie motivazioni, nelle proprie decisioni: se Corazza, nella propria scelta di proseguire da sola quel cammino a ritroso sui propri passi, affidando alle compagne l’obbligo di tirar oltre, di spingersi al di là di quell’interessante percorso a ostacoli; o se Treccia e Destra, nella propria decisione di non permettere alla loro altra se stessa di trarsi indietro da sola, accompagnandola in qualunque percorso ella avrebbe desiderato rendere proprio.
E quando la donna in nera armatura riprese voce, a esprimere la propria nuova posizione, non volle concedere ad alcuna la soddisfazione di una vittoria, neppure a se stessa, abbracciando, a tal fine, una terza via estranea al loro dibattito, alla loro contesa, qual miglior soluzione alla questione… per quanto a lei, comunque, terribilmente avversa.

« E sia. » accettò, chinando appena il capo con fare rassegnato « Se queste sono le alternative, proseguiremo tutte insieme. » annunciò « Per lo meno, se mi dovessi ammazzare precipitando in quel dannato baratro, lo farò con la consapevolezza che la colpa della mia morte vi resterà sulla coscienza per lungo tempo, quasi mi aveste spinta voi stessa laggiù! » soggiunse ed esplicitò, con macabra ironia, a dimostrare quanto, dal proprio punto di vista, non dovesse essere inteso alcun risentimento per quanto così pattuito, benché le parole scelte potessero lasciar intendere l’esatto contrario.
« Ma se proprio desideri che qualcuna fra noi ti dia una spinta, hai solo da chiederlo… » replicò Treccia, con fare sornione e giocoso, a dissimulare, in tal senso, quanto in verità ora avesse di che temere per il futuro della compagna, non desiderando, certamente, vederla compiere uno sgradevole, e letale, volo alla ricerca dell’esistenza, o meno, di un fondo ai piedi di quella voragine, di quelle tenebre insondabili.

Una grassa risata, a quelle parole, non poté che sorgere dalla gola della mercenaria in armatura, la quale, addirittura, ebbe ragione di cercare un appoggio, un sostegno sulle pareti a lei più prossime, per ovviare al rischio di una poco elegante caduta al suolo. Una risata alla quale, inevitabilmente, anche le altre due donne presero parte, per un fugace momento dimentiche di tutto e di tutti tranne che della serenità, in fondo, per loro derivante da quel bizzarro rapporto, da quel confronto che, probabilmente, avrebbe fatto perdere il senno alla maggior parte degli uomini e delle donne, e che pur, ancora una volta, si dimostrò essere per loro occasione di straordinario appagamento, nel ritrovarsi in assoluta armonia con le proprie compagne di avventura, e, in ciò, con se stessa, così come da troppo tempo non le era concesso di essere. In tempi recenti, infatti, tutte loro si erano troppo spesso colpevolizzate ingiustamente, per tutte le pieghe negative nelle quali, il mondo a loro circostante, aveva avuto occasione di evolversi, con particolare riguardo per la loro gemella Nissa, per la loro ultima avversaria Anmel e per tutte le drammatiche morti che, anche a causa di tali figure, si erano susseguite nella sua quotidianità, privandola della presenza di molte, troppe figure care, per la prematura dipartita delle quali non avrebbe potuto evitare di considerarsi in primo luogo responsabile, qual principale, se non unico, fattore comune fra tutte loro.
L’occasione concessa loro, pertanto, in quella folle avventura, di riconciliarsi a se stesse, sebbene attraverso quella particolare forma ben distante da qualunque chiave di lettura metaforica, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual di estremo valore, e valore positivo, per permettere loro, forse, di ritornare a confrontarsi con il mondo, e con le loro due grandi antagoniste, Nissa e Anmel, con rinnovata fiducia in sé e nelle proprie possibilità, così come, forse anche inconsciamente, da troppo tempo avevano smesso di avere.

« Proviamoci. » invitò Corazza, riprendendo alfine voce « E vada come vada… in barba a quei maledetti vigliacchi che mi hanno fatta letteralmente a pezzi! »

sabato 29 dicembre 2012

1805



La compatta squadra d’assalto costituita dalle tre Midda Bontor soprannominate Treccia, Corazza e Destra, prosegui nel proprio cammino tentando di rendere proprio il maggior impegno possibile nell’avanzare all’interno di quel templio sotterraneo, nell’inoltrarsi nei suoi corridoi e nelle sue vie dimenticate e forse mai conosciute, rinunciando, proprio malgrado, a cercare di ritrovare un qualunque riferimento fra quanto ora loro offerto e quanto precedentemente visto, esplorato, in occasione della loro prima visita all’interno di quel luogo fortunatamente dimenticato dal mondo.
Ora come allora, tutte e tre ebbero ragione di che sorprendersi, di che stupirsi di quanto in profondità potesse essere stato realizzato quel complesso, quella struttura, incredibilmente articolata, straordinariamente complicata, al punto tale da rendere difficile riuscire a giustificare l’edificazione di tutto ciò a sola opera dell’intervento umano. Tuttavia, nel corso della loro professione, in anni, lustri dedicati alla riscoperta di epoche passate attraverso vestigia di epoche la cui memoria si era completamente perduta, tutte loro avevano avuto occasione di perdere, in parte, quello sguardo innocente e quasi infantile che avrebbe potuto altresì caratterizzarle di fronte a tutto quello e a ben altro ancora, ragione per la quale, ormai, difficilmente avrebbero potuto attribuire una spiegazione sovrumana, un’origine semidivina, a ciò che non erano in grado di giustificare altrimenti, come, abitualmente, i più sarebbero stati portati a compiere. E, in verità, addirittura una chiave di lettura positiva avrebbe dovuto essere riconosciuta dietro a tutto ciò, dal momento in cui, in tal modo, all’uomo e alle sue capacità era attribuita una potenzialità normalmente negatagli, una prerogativa a torto considerata soltanto divina, qual quella di poter creare, di poter plasmare il mondo secondo i propri capricci, per dare vita a qualcosa di straordinario così come a qualcosa di terribile, a seconda della volontà di colui che, in tal senso, si sarebbe impegnato.
Ogni bivio, ogni svolta, appariva per loro nuova e inesplorata, tale per cui avrebbero potuto vagare all’interno di quel labirinto per giorni, settimane addirittura, senza riuscire a districarsi in esso, senza riuscire in alcun modo a raggiungere l’obiettivo desiderato. Una situazione, in verità, non originale, rispetto alla loro prima esperienza in quello stesso luogo, e pur, malgrado tutto, vagamente frustrante, laddove avrebbero certamente preferito non doversi ritrovare costrette a ricominciare tutto da capo, quasi entro quelle vie sotterranee non si fossero mai sospinte, non avessero mai avuto occasione di rischiare la propria vita. Purtroppo per loro, la conferma di quanto tutto quello avesse da considerarsi nuovo e sconosciuto, oltre che, ovviamente, potenzialmente letale, venne loro riservata nel confronto con una trappola della quale alcuna fra le tre avrebbe potuto vantare ricordo, malgrado l’indubbia unicità del contesto in cui questo ebbe a proporsi.

« Oh, bella. » commentò Destra, aggrottando la fronte innanzi allo spettacolo loro offerto al termine dell’ennesimo corridoio, e a distanza ormai considerevole dall’ultima svolta compiuta, dall’ultima decisione affrontata nel merito di quale via scegliere qual propria « Se non avessimo fretta di concludere, potrei trovarlo anche divertente… » soggiunse, a spiegare le ragioni della propria ultima esclamazione.

Il concetto di divertimento, che quella Midda Bontor volle dichiarare qual proprio, e che, in verità, era tutt’altro che disapprovato dalle sue compagne, dalle sue pari, prevedeva, qual soggetto al centro di tale entusiasmo, uno scenario contraddistinto da un lungo e stretto percorso, almeno settanta, forse ottanta piedi per non più di sei, alla base del quale non era stata disposta alcuna pavimentazione, nel lasciar scoperto un profondo e oscuro baratro, impossibilitato a essere rischiarato nella propria intera estensione dalla luce di quel capillare sistema di illuminazione, e sol disturbato, nella propria omogeneità, da una rada sequenza di strette piattaforme, pilastri di pietra che, dalle tenebre di quell’abisso, emergevano sino a porsi allo stesso livello da loro stesse ancora occupato, offrendosi qual possibile, e possibilmente letale, percorso utile a passare da un fronte a quello opposto. Un invito, pertanto, sufficientemente esplicito, quello loro rivolto a proiettarsi dal vertice di uno di quei pilatri al successivo, compiendo salti perfettamente calibrati, dosando in maniera impeccabile le proprie energie, laddove un solo, lieve errore le avrebbe viste mancare lo spazio appena sufficiente a ospitare un singolo piede, precipitando conseguentemente nel vuoto, in quel baratro dal quale, sicuramente, non era stata supposta possibilità di uscita.

« Invero, credo proprio che avremo occasione di divertirci un po’, vecchia mia… » replicò Treccia, affiancandola nell’osservare l’itinerario loro così suggerito, e proponendole un sorriso complice e divertito, qual propria, personale opinione nel merito del medesimo « Ammesso di non aver perso improvvisamente la mia capacità di giudizio, sono pronta a scommettere che tutto questo abbia da considerarsi una conferma di quanto, dopotutto, non ci siamo ancora completamente perse. E che, addirittura, siamo sulla buona strada per giungere dalla fenice. »
« Tu dici…?! » questionò Corazza, dimostrando un certo dubbio a tal proposito.
« Certamente! » annuì allora la rossa, prima ad aver preso voce in tal senso « Che senso avrebbe disporre qualcosa del genere lungo una via errata, lungo un vicolo cieco destinato a non condurre da alcuna parte e, anzi, concepito al solo scopo di dirottare eventuali invasori verso morte certa?! » spiegò, comprendendo perfettamente le ragioni addotte dalla compagna in suo sostegno e a favore di quell’occasione di ludo.
« Ragionevole. » approvò a malincuore la mercenaria in armatura, ritraendosi verso lo stesso percorso lungo il quale erano lì sopraggiunte, offrendo dimostrazione di volersi porsi nuovamente in cammino in tal direzione « Voi proseguire pure da questa parte… io cercherò un’altra via. » annunciò, priva di inflessioni utili a suggerire una qualche volontà di giuoco, di scherzo nei loro riguardo.

Per un istante, malgrado la serietà dimostrata dalla compagna, entrambe le altre restarono immobili, quasi interdette, non riuscendo a cogliere il senso di quella provocazione, il fine ultimo di quello scherzo, qual necessariamente avrebbe dovuto essere, non giudicando possibile che ella potesse realmente rinunciare a un’occasione qual quella lì loro offerta, e che, secondo lo spirito comune che sino a quel momento le aveva viste perfettamente allineate, avrebbe dovuto entusiasmarla almeno quanto loro.
Purtroppo però, fu presto chiaro come alcuna provocazione, alcuno scherzo, avrebbe dovuto essere inteso dietro a quell’intento, al punto tale che, se non fosse stato per l’intervento dell’unica mano rimasta a Treccia, e rapidamente serratasi attorno al braccio mancino della compagna, per arrestarne il movimento, questa si sarebbe certamente già allontanata, sarebbe già scomparsa alla loro vista, nella volontà di individuare una diversa strada per proseguire in quella comune missione.

« Ehy! » esclamò la donna orrendamente ustionata, trattenendola senza una qualche reale volontà di imposizione a discapito della medesima, e pur bramosa di comprendere il perché di quell’improvvisa ritirata « Cosa succede? Se non sei d’accordo possiamo pure cercare tutte insieme un’altra soluzione, senza per questo dividerci… »
« No. No. Per essere d’accordo sono assolutamente d’accordo con voi. » sorrise Corazza, ora rivelando una profonda malinconia a contorno di quelle parole « Purtroppo non credo di potervi seguire lungo questa strada… »
« Perché? » obiettò la rossa, non cogliendone ancora le ragioni, per un istante, proprio malgrado, dimentica delle particolari condizioni in cui riversava la propria interlocutrice, solide motivazioni per le quali non ambire a porre la propria vita in giuoco in un simile percorso.
« Per la stessa ragione per la quale da quasi vent’anni non mi sono più potuta neppure permettere di avvicinarmi al mare, che tanto amiamo. » esplicitò, così obbligata, senza rendere proprio alcun malanimo nei confronti della propria altra se stessa, ben consapevole di quanto difficile sarebbe stato comprendere la propria posizione senza viverla, qual lei era costretta a fare da troppo tempo « Con questo surrogato di braccia e di gambe mi posso permettere di camminare e di menar colpi, di spezzare ossa e di aprire crani, ma è meglio che io eviti di impegnarmi in qualche passo di danza… così come una bella nuotata in mare. » scosse il capo, mestamente « Non ho la sensibilità utile a muovermi con la leggerezza dovuta. E sono troppo pesante per poter sperare di restare a galla. »

venerdì 28 dicembre 2012

1804


« Maledizione… » imprecò, a denti stretti, la mora dai capelli corvini, trattenendo parole ancor peggiori per descrivere la sorpresa derivata da quell’evoluzione e, soprattutto, il dolore conseguente all’impatto del proprio corpo contro il duro pavimento sotto di sé.
« Già… » si limitò a concordare la rossa, tacendo altre sillabe per evitare di conformarle, a sua volta, a imprecazioni o insulti, verso il fato, verso la fenice e verso gli dei tutti.

Per sviluppata abilità, ancor più che per innata fortuna, le due donne, pur precipitate malamente dall’alto, erano riuscite a evitare spiacevoli e disabilitanti conseguenze a seguito di quella caduta, quali slogature e fratture, limitando il danno a semplici, e allora ineluttabili, contusioni. Un movimento, quello che assicurò loro simile risultato, che non dovette essere né pensato, né tantomeno posto in essere coscientemente, dal momento in cui, i loro corpi allenati, agirono quasi sospinti da una volontà propria in tal senso, per preservare, al meglio, la propria integrità. Dopo una decina d’anni spesi qual marinaia a bordo di una nave, e molti, troppi anni investiti in centinaia di avventure oltre ogni consueto e umano limite; le due donne non avrebbero mai potuto impensierirsi per un simile volo, dopotutto frenato, in maniera naturale, dallo stesso crollo occorso sotto di loro. Ciò nonostante, ovviamente e obbligatoriamente, entrambe non avrebbero potuto che lamentarsi per quanto avvenuto, per i modi in cui ciò era avvenuto, anticipando con tal dissenso, seppur di poco, la soddisfazione allor subito conseguente, nel momento in cui ebbero occasione di maturare consapevolezza nel merito della posizione raggiunta all’interno del tempio.

« Ehy… guarda un po’ dove siamo finite… » soggiunse Amazzone, un istante dopo, risollevando lo sguardo e comprendendo quale straordinaria fortuna fosse stata loro concessa nel ricadere proprio in quella sala e, soprattutto, proprio in quel punto della sala e non, anche solo e più tragicamente, cinque o sei piedi più avanti, oltre la fine del pavimento « Thyres ci arride! »

Aprendosi per oltre sessanta piedi in larghezza, e più di novanta in lunghezza, lo spazio così da entrambe riscoperto avrebbe dovuto essere lì riconosciuto qual scavato non tanto dall’uomo, quanto dalla medesima natura e, nella fattispecie, dalla sua linfa vitale, incandescente lava, che, nelle proporzioni di un fiume, attraversava l’intera area o, per meglio dire, le offriva effettiva ragion d’essere, almeno dal punto di vista di coloro che, da lì, avevano voluto rendere obbligatorio l’accesso al cuore del tempio e, con esso, alla fenice stessa. Perché se le pareti e l’alta volta in pietra erano state realizzate senza alcuna necessità di umano intervento, come appariva straordinariamente evidente, il pavimento sul quale erano ricadute, in marmo, non avrebbe mai potuto essere equivocato nella propria origine, e nell’intrinseca sfida dell’uomo agli dei, dell’architettura per così come concepita da mente umana alla violenza distruttiva del magma. Una sfida, tuttavia, soltanto apparente, laddove, animati dallo stesso spirito proprio dei marinai nel confronto con il mare; i costruttori di quel tempio, forse gli stessi uomini e le stesse donne della Progenie, avevano agito sospinti da semplice e assoluto rispetto verso la natura e il suo incredibile potere, non cercando di contrastarlo, ma soltanto di porlo in risalto, di adorarlo, in un costrutto che, al fuoco, avrebbe dovuto riconoscere il giusto tributo.

« Mmm… » obiettò Monca, osservando meglio l’ambiente già noto con aria critica, per poi meglio esprimere le proprie ragioni in termini di senso compiuto « A volte, invece, io tempo che Thyres, o chi per lei, ci derida, sai?! » sospirando a contorno di quello sfogo quasi blasfemo « Non noti nulla di strano…? »

Ciò che, qual differenza rispetto a quanto osservato in occasione della volta precedente, sorprese allora le due avventuriere, preoccupandole non poco per la riuscita del loro operato, fu l’evidenza di come, a garantire il passaggio oltre la lava, non avrebbe potuto essere individuata né la stretta e pericolosa passerella che, dal centro del loro fronte del soppalco si estendeva sino all’estremo opposto, e a una porta lì ricavata nella parete; né gli ancor più temibili, e pur potenzialmente utilizzabili, passaggi ricavati sui bordi dell’amplia sala, caratterizzati da una serie di gradoni infissi nella roccia a due piedi di distanza l’uno dall’altro, e conducenti a una distanza impressionante dalla lava ma, soprattutto, ad altre due soglie meno evidenti rispetto a quella centrale, e pur, comunque, conducenti al medesimo obiettivo. E, nella scomparsa di tali alternative, alcuna possibilità di passaggio avrebbe potuto essere allor riconosciuta qual esistente da un fronte all’altro, da un estremo a quello opposto della sala, suggerendo una tanto spiacevole, quando drammatica, prematura conclusione per ogni ulteriore sviluppo della loro avventura: non qual conseguenza degli attacchi della Progenie, quanto, e in misura indubbiamente meno gestibile, per una semplice impossibilità a proseguire  oltre, a continuare sino all’obiettivo desiderato.

« Dannazione! » esclamò la rossa, storcendo le labbra verso il basso, nel comprendere quale sfortuna le avesse appena colpite e, non paga, le avesse ancor più canzonate, prendendosi giuoco di loro.
« Già! » si limitò a concordare la mora, quasi qual déjà vu di quanto dall’altra pocanzi commentato, qual sola risposta alla propria imprecazione.

Purtroppo assolutamente confidenti erano entrambe con l’evidenza di quanto nulla sarebbe migliorato nel loro immediato futuro lasciandosi cogliere vittime di tanto sconforto, di simile scoramento, benché umana reazione fosse stata quella da loro così vissuta. Ragione per la quale, prima si fossero riprese, prima avrebbero potuto cercare una possibilità di riscatto nel confronto della sorte avversa, di quel dio o dea che tanto ostacolo stava impegnandosi a porre innanzi a loro, non limitandosi a ostacolarle in grazia all’intervento della Progenie, ma, anche e ancor peggio, modificando completamente le dinamiche per così come già note all’interno di quello stesso tempio, i percorsi e i passaggi già scoperti da tempo e, ancora, quel dettaglio architettonico tutt’altro che banale, tutt’altro che scontato, e destinato, altresì, a porre in possibile, se non assoluto, dubbio la riuscita del loro intento.

« D’accordo… » riprese voce Amazzone, piegando il capo prima a destra, e poi a sinistra, a sciogliere i muscoli del collo e della schiena, eccessivamente contratti, in parte per il prolungato sforzo, in parte per la tensione nervosa accumulata « Non ci siamo rotte la schiena in quel dannato pozzo, prima, e in quel cunicolo assurdo, poi, solo per fermarci qui, in contemplazione della lava che scorre… dico bene? »
« Su questo non ci sono dubbi. » annuì Monca, in tutto e per tutto d’accordo con l’interlocutrice « Senza dimenticare che fa troppo caldo, da queste parti, per permetterci di restare in quieta osservazione del paesaggio e delle sue evoluzioni. » ironizzò, non dimentica di quanto sofferente era stata, la prima volta, giungere alla sala della fenice, attraversando uno dei tre passaggi allora esistenti, benché non riuscisse a focalizzare di preciso quale avesse affrontato, quasi fosse passata da tutti e tre contemporaneamente, per quanto ciò avesse da considerarsi impossibile.

Anticipando, tuttavia, qualunque movimento rivolto a uscire da quell’area attraverso l’unica soglia esistente e a loro prossima, quella alle loro spalle, una voce le colse entrambe sinceramente e spiacevolmente di sorpresa, costringendole a rigirarsi di colpo e a sguainare le proprie spade con un’ansia abitualmente da loro non conosciuta, da loro non contemplata, nel ritrovarsi a essere, solitamente, assolute padrone dell’ambiente a loro circostante e di ogni soggetto od oggetto in esso.

« Ben arrivate, Midda Bontor! » esclamò la voce di colui che avevano soprannominato Eunuco, or non più priva di un corpo a cui offrire diretto riferimento « Vi stavo aspettando… »

giovedì 27 dicembre 2012

1803


Quando le parole del portavoce della Progenie raggiunsero Monca e Amazzone, le due donne avevano appena finito di confrontarsi in merito alle scelte di vita della prima, al suo matrimonio con Desmair e, fortunatamente, alla morte di quest’ultimo, ove pur, quasi, una strana nota di malinconia aveva animato la voce della narratrice nel riferire di questo, particolare, evento. Ove anche, infatti, ella mai l’avrebbe ammesso; la scomparsa del semidio immortale non avrebbe potuto rallegrarla… non nelle dinamiche in cui essa era occorsa, quantomeno: quasi a volerle offrire l’estremo torto, il signore della fortezza fra i ghiacci dei monti Rou’Farth si era infatti sacrificato per la sua salvezza, per la sua sopravvivenza, imponendole in tal modo una folle ragione di rimpianto per un mostro, per una creatura, che ella stessa avrebbe voluto uccidere, da anni. E per tutto ciò, per quanto non avrebbe desiderato, ella non riusciva a concedersi ancora quiete, non era ancora in grado di dimostrare quello stesso livello di indifferenza che avrebbe preferito rendere proprio.
Malgrado molti, troppi fossero i morti che ella aveva accumulato alle proprie spalle, la maggior parte per proprio diretto intervento, infatti, coloro che, al pari di Desmair, erano trapassati per cause a lei esterne e pur a lei ricollegabili, sacrificandosi più o meno volontariamente per lei, pesavano ancora, e sempre avrebbero continuato a pesare, sul suo animo in maniera straordinaria, e del tutto incontrollata, così come le era stata concessa, recentemente, piena evidenza all’interno di un luogo incantato definito con l’inquietante nome di Pozzo del Sangue. E il fatto che proprio Desmair fosse riuscito a porre il proprio nome non solo qual elemento di tale schiera, quant’anche nell’elenco di coloro che ella avrebbe desiderato ardentemente vedere morti, aveva creato per lei una spiacevole, e assolutamente inedita, sensazione di incoerenza, tale da non permetterle, serenamente, di valutare il suo decesso così come avrebbe avuto sicuramente piacere a compiere, allo scopo di non riservargli, in morte, maggior potere di quanto già non avesse avuto in vita. Un disagio del quale Amazzone ebbe assoluta trasparenza, e che, obiettivamente, poté comprendere, consapevole di quanto, se solo le parti fossero state invertite, anch’ella ne avrebbe sicuramente sofferto.
Fortunatamente per entrambe, comunque, quel monologo non richiesto, quelle minacce vane e quasi divertenti, le raggiunsero prima che la piega emotiva di quel confronto potesse spingerle verso emozioni ancor più cupe. E, nella propria arroganza, il portavoce della Progenie offrì loro nuove ragioni di discussione, di dialogo, nonché un nuovo obiettivo in direzione al quale sfogare ogni ansia repressa…

« Probabilmente è un eunuco... » commentò la rossa dai corti capelli, ridacchiando e canzonando in ciò il loro non meglio presentatosi avversario, nel porre in dubbio la sua virilità non soltanto qual gratuito sberleffo, ma anche, e soprattutto, qual riferimento all’ambiguità intrinseca della sua voce, probabilmente maschile e pur non sì assolutamente definita nella propria tonalità.
« Sicuramente è un frustrato… » soggiunse la mora dai capelli corvini, scuotendo il capo a critica contro il loro interlocutore « Solo un frustrato potrebbe accettare di far parte di un’organizzazione simile. »
« La Progenie della Fenice. » enunciò, continuando a muoversi a fatica nel cunicolo sempre più soffocante, pregando in cuor suo per una sua imminente conclusione, e non qual chiuso budello, nel mentre in cui, in tali chiacchiere, tentò di distrarsi dal pensiero di cosa sarebbe potuto accadere in caso contrario « Dai… vogliamo parlarne?! Stando ad ascoltare quello che blaterano, dovrebbe essere loro merito quello della storica sconfitta di Anmel. »
« Stando ad ascoltare quello che blaterano, dovrebbero essere in qualche modo imparentati con la fenice. » puntualizzò, scuotendo il capo « Ma tu credi veramente che la nostra vecchia amica possa avere qualcosa a che fare con questi esaltati? »
« Beh… tutto ha da comprendersi in quale misura, effettivamente, vogliamo considerarla ancora nostra amica. » sospirò Amazzone, tutt’altro che entusiasta all’idea di ritenerla propria antagonista, malgrado fosse giunta lì, come ogni altra Midda Bontor, alla ricerca di spiegazioni e, ove non soddisfacenti, di morte, per quella creatura divina.

Se Monca era ritornata al tempio della fenice sospinta dalla volontà di fare chiarezza nel merito di allucinanti visioni a lei imposte dal contatto con gli scettri del faraone, e tali da suggerire un coinvolgimento della fenice nel complottare per privarla della libertà di decidere nel merito del proprio destino, del proprio fato, per come lei, altresì, aveva da sempre lottato per essere indipendente; Amazzone, che mai aveva visitato Shar’Tiagh insieme a Be’Sihl e mai aveva recuperato le reliquie in questione, aveva lì fatto ritorno incitata in tal senso proprio dalle offensive che la stessa Progenie aveva riservato a discapito suo e dei suoi cari, attentando persino alla vita del proprio amato sposo, Ma’Vret. Un’offesa, quella in tal modo rivoltale, che ella non avrebbe mai potuto tollerare, non avrebbe mai potuto sopportare, e che, ineluttabilmente, l’aveva portata al confronto con l’ipotetica mandante di tali fanatici, per cercare spiegazioni e, laddove necessario, vendetta.
Ma se l’ira di Amazzone nei confronti della fenice avrebbe dovuto essere considerata qual semplicemente riflessa, nel trovarsi originariamente indirizzata a discapito della sua Progenie; quella di Monca avrebbe dovuto essere considerata genuina e sincera, in quanto alimentata da solide ragioni tali da non poter permettere ampio margine di discussione fra loro. Ragione per la quale, entrambe, nel confrontarsi su quell’argomento, tentavano di soffocare le proprie emozioni, in favore o in contrasto a colei un tempo considerata, forse frettolosamente, qual propria amica, per rispettare le reciproche posizioni, comprendendo quanto, oggettivamente, nelle convinzioni della propria alternativa non vi sarebbero potute essere lette considerazioni assolute, in una misura tale da costringere le proprie stesse a un’obbligata revisione, a una necessaria moderazione, allo scopo di non trarre conclusioni almeno sino a quando non sarebbe stata loro concessa possibilità di ottenerne senza margine di errore, senza possibilità di fraintendimenti, tanto a favore quanto in contrasto alla fenice e a ciò che ella, forse, rappresentava nel loro cuore.
Entrambe, dopotutto, erano a lei particolarmente legate sin dal giorno in cui, con il proprio fuoco, essa le aveva rigenerate, le aveva permesso di dimenticare ogni affanno, ogni stanchezza, ogni problema, abbracciando una serenità qual mai, in tutta la propria esistenza, era stata loro concessa. E, in ciò, entrambe non sarebbero state entusiaste nello scoprirla a sé avversa, benché non avrebbero potuto permettersi di minimizzare ogni sospetto nei suoi riguardi, riducendolo a mera paranoia priva di fondamento… non, per lo meno, nel considerare quanto potere, comunque, quella creatura conservava in sé: potere per creare e potere per distruggere, come all’epoca aveva sottolineato il folle signore che aveva voluto tentare di rendere propria tale energia, propria tale prerogativa divina.

« Questo sarà proprio lei a deciderlo… sulla base delle proprie risposte. » sospirò Monca, qual unico, obbligato commento alle parole della propria compagna, non più entusiasta di lei a quella prospettiva, ma, inevitabilmente, più disillusa nel confronto con la stessa « Ammesso che mai riusciremo a uscire da questo dannatissimo budello… ovunque esso sbucherà! »

E quasi qualche dio beffardo fosse in ascolto delle sue parole, o quasi, forse, la stessa fenice desiderasse restringere i tempi necessari al loro confronto, per così come annunciato, qualcosa si mosse e, improvvisamente, tutto attorno a loro mutò nella propria apparenza e nella propria sostanza, assumendo una forma completamente diversa e offrendo loro, in ciò, un’occasione di improvvisa e incredibile vicinanza con l’obiettivo più volte invocato, chiaramente desiderato.
Una mutazione che, tuttavia, non ebbe a doversi considerare conseguenza di un qualche incanto, di una qualche stregoneria, ma, semplicemente, di un crollo tanto inatteso, quanto irrefrenabile, del terreno sotto di loro, sotto i loro corpi striscianti, che le vide sprofondare senza possibilità di controllo all’interno di una nuova voragine oscura e da lì, in pochi, pochissimi istanti, tali da non concedere loro neppure l’occasione di comprendere quanto stesse avvenendo, di ricadere violentemente in un’ambiente ben noto a entrambe e, a modo suo, anticamera per l’accesso al cuore del tempio e, con esso, alla fenice… la prova del fiume di lava!

mercoledì 26 dicembre 2012

1802


« Mia l’idea… mia l’attuazione. » confermò la prima, animata, dopotutto, dal stesso spirito della sodale, in conseguenza al quale, pertanto, mai avrebbe potuto tollerare l’eventualità nella quale un errore di valutazione, un calcolo sbagliato, avrebbe potuto costare la vita a un’innocente o, più in generale, a chiunque al di fuori di lei.

Non una sola, ulteriore insistenza caratterizzò quel confronto, quel dialogo, vedendo, Rossa accettare la volontà dell’interlocutrice, ora, con un semplice cenno del capo, un movimento leggero, quasi impalpabile e, a ben vedere, persino superfluo, laddove anche in sua assenza, e in grazia a un semplice sguardo, il medesimo messaggio avrebbe potuto essere trasmesso alla propria compagna, alla propria interlocutrice. 
In verità, non solo quella conclusione, ma anche l’intero dialogo appena occorso, sia nelle proprie domande, sia nelle proprie risposte, avrebbe dovuto essere considerato praticamente superfluo, dal momento in cui tanto l’una, quanto l’altra, avrebbero potuto giungere ai medesimi risultati, agli stessi compromessi, senza neppure bisogno di confrontarsi, ove contraddistinte da una comune veduta sul mondo a loro circostante, da un’eguale capacità di giudizio sugli eventi, per così come loro proposti, e sulle loro conseguenze. Il loro confronto verbale, pertanto, ancor più che indispensabile o, semplicemente, utile al fine di raggiungere una comune strategia, una tattica condivisa, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual necessario allo scopo di renderle consapevoli di quanto entrambe fossero lì presenti, fisicamente e psicologicamente, emotivamente e spiritualmente, in una conferma gradevole e gradita di quanto, in contrasto a quella bestia, a quel mostro, non sarebbero state sole, non avrebbero dovuto cavarsela con le proprie sole forze, così come entrambe erano pur abituate a compiere sempre e comunque.
Tale, dopotutto, era la principale, e lieta, novella introdotta da quella loro strana, inquietante e misteriosa adunanza, da quella loro imprevedibile e forse assurda collaborazione: la possibilità di essere, forse per la prima volta nella propria intera esistenza, in centinaia, migliaia di conflitti contro uomini, mostri e dei, perfettamente consapevoli delle possibilità e dei limiti delle proprie compagne d’armi, nonché dei reciproci pensieri, delle idee, condivise e non. Una condizione, in effetti, che coinvolgendo un diverso soggetto, un uomo o una donna a lei estranei, o sviluppandosi in un diverso contesto, non di pericolo e di battaglia qual quello loro imposto all’interno del tempio della fenice dalle trappole proprie dello stesso e dalle insidie aggiuntive loro riservate con squisita premura dalla Progenie; avrebbe potuto essere persino giudicata qual insopportabile, ai limiti della follia. Ma che, in quello specifico stato, e con quelle particolari protagoniste, non avrebbe potuto che essere affrontato con assoluto senso pratico, tale da privare d’ogni valore, d’ogni significato, l’assurdità dell’intera quesitone, la follia derivante dalla collaborazione ottenuta da altre se stessa, in favore del fine ultimo perseguito da sempre, in ogni propria missione, in ogni propria impresa, in ogni propria avventura: la sopravvivenza.
Così affiatate, in pura armonia reciproca quali note di una comune sinfonia, quali colori di uno stesso quadro, esse agirono. E quanto avvenne di lì a un istante, si sviluppò con una velocità tale che, se solo fosse stato presente qualcuno a testimoniare qual osservatore esterno quegli eventi, quella sfida, nulla avrebbe potuto descrivere, ove nulla gli sarebbe stato concesso di cogliere di quanto lì tanto repentinamente occorso, nella propria straordinaria tragicità.
Rossa, come richiestole, si impegnò a monopolizzare a sé l’attenzione già ottenuta del proprio antagonista, del propri avversario, gettandosi in avanti quanto sufficiente a permettergli di sperare, nuovamente, di squartarle il ventre con i propri artigli, con le proprie terribili e gigantesche zampe, che, senza alcun apparente sforzo, avrebbero potuto allora spargere le membra di quella certamente più esile, e pur non tale, donna per tutta l’area a loro circostante, lasciando, di lei, sol il ricordo, insieme a pochi, miseri frammenti di carne sanguinolenta e ossa frantumate, qual unica dimostrazione del fatto che ella fosse mai effettivamente esistita, avesse mai realmente vissuto. Un rischio, quello corso dalla mercenaria dai capelli color fuoco, certamente elevato, indubbiamente invocante qual propria inevitabile attenzione nella volontà di non ritrovarsi censita all’interno dell’immensa folla dei trapassati, e pur, malgrado tutto, ancor ben misero impegno nel confronto con quanto, nel contempo di ciò, la sua sodale rese propria responsabilità, allo scopo di assicurare ad entrambe, o quantomeno a lei, una qualche occasione di futuro.
Nera, infatti e come annunciato, si impegnò a rinfoderare la propria lama e a balzare a sua volta in avanti, non cercando, tuttavia, l’interesse della belva, quanto, e piuttosto, la sua distrazione, la sua disattenzione, necessaria, se non indispensabile, a permetterle di sperare di ottenere accesso al suo dorso e, soprattutto, al suo terribile cranio senza, in questo, ritrovarsi azzannata dal una delle quattro fila di denti disposte ordinatamente sui quattro petali che ne caratterizzavano la forma. E in grazia al rischioso operato della compagna, ella poté concedersi di raggiungere e conquistare, ancora in vita, una posizione di ipotetico predominio a cavallo del corpo del mostro, della sua spessa corazza, non sprecando un solo istante di tempo per gioire di ciò ma, subito, dedicandosi al proprio impegno, alla strategia per come proposta e concordata, allungandosi in avanti, ad abbracciarne il corpo e, soprattutto, a ricercare con le mani, or necessariamente disarmate, i suoi bulbi oculari, più grandi di una noce di cocco, per affondare in essi con le proprie dita, alla ricerca di umor vitreo e di sangue. In tal senso, ella non si accontentò, allora, di ferire il mostro, ma, con ferma decisione, e assoluto autocontrollo, spinse entrambe le mani, la sinistra con reale cognizione di causa, la destra per semplice imitazione, alla ricerca dei suoi nervi ottici, che afferrò saldamente e tirò, con tutta la forza di cui avrebbe potuto dirsi capace.
Un attacco, quello in tal modo riservato a discapito del mastino del genocidio, che non avrebbe potuto ucciderlo, che non avrebbe potuto in alcun modo arrestarne la furia, anzi, alimentandola a ragion veduta e a dismisura, ma che, speranzosamente, avrebbe potuto loro concedere, se non una migliore occasione d’offesa, almeno una possibilità di ripiego. Una ritirata, la loro, che forse qualcuno avrebbe potuto considerare disonorevole, nel confronto con i falsi presupposti derivanti da miti e da ballate e tali da porre in risalto il sacrificio qual sola, necessaria conclusione nel confronto con un avversario a sé superiore; e che pur, entrambe, erano perfettamente consapevoli essere non soltanto legittima, ma addirittura obbligata nel confronto con la realtà quotidiana, così priva di poesia, così priva di epica, nel confronto con poemi e sonate, da risultar infarcita, nella quasi totalità dei propri sviluppi, delle proprie evoluzioni, da dettagli rivoltanti bellamente, e forse ingenuamente, ignorati.
In quale canzone, offerente riferimento a maestose guerre fra nazioni, del resto, era mai stato descritto l’odore di urina e feci del quale qualunque campo di battaglia era solito esser intriso, in conseguenza alle assolutamente umane, e pur sempre spiacevoli nel proprio ricordo, emozioni di talvolta ignari soldati innanzi alla morte? In quale ballata, narrante straordinari duelli fra valenti cavalieri, ancora, erano mai state descritte le suppliche disperate che, quasi sempre, erano espresse da parte dello sconfitto, innanzi alla prospettiva di quella mattanza tanto elegantemente descritta qual colpo di grazia? In quale leggenda, memoria di incredibili imprese di eroici avventurieri, inoltre, erano mai state riportate tutte le imprecazioni e le bestemmie che, abitualmente, ballavano fra i denti degli stessi, in misura tale da porre in imbarazzo qualunque spettatore e, persino, dio nel confronto con tanta inventiva?
Purtroppo per loro, sebbene da alcuna remora sarebbero mai state frenate all’idea di una provvidenziale ritirata, né Rossa né Nera poterono riservarsi una simile opportunità, laddove, malgrado il successo riportato in quella loro ultima azione, non venne loro concessa la benché minima occasione di esultanza, nel ritrovarsi, altresì, costrette a difendersi, e difendersi strenuamente, dalla vendetta della creatura che, per quanto divenuta cieca, non parve voler concedere loro alcuna speranza di evasione, di fuga, attaccandoli animata dall’ira conseguente a tanta arroganza, e a tanta violenza, dimostrata nei propri confronti.

« … Thyres… » gemettero entrambe, colpite violentemente dal mastino e, in ciò, timorose di aver compiuto il proprio ultimo errore.

martedì 25 dicembre 2012

1801


Probabilmente, se solo fosse stato loro concesso il tempo di riflettere sulle parole del loro non rivelato antagonista, anche le due Midda Bontor soprannominate banalmente Rossa e Nera, in assenza di una migliore caratterizzazione sulla quale porre accento, sarebbero giunte alla medesima conclusione delle proprie compagne, nel considerare quelle minacce qual la dimostrazione più evidente di quanto, malgrado tutto, erano state riconosciute qual in una posizione di vantaggio sui propri avversari.
Non uno sviluppo imprevedibile, né tantomeno imprevisto, laddove, oggettivamente, se già una sola fra loro avrebbe dovuto essere abitualmente considerata sufficiente per reggere il confronto persino con quella moltitudine di avversari, in un territorio a lei del tutto ostile; sette versioni della stessa straordinaria mercenaria e avventuriera, fra loro differenti, e pur sempre e comunque accomunate da un medesimo animo, non avrebbero potuto essere sottovalutate né, tantomeno, avrebbero potuto permettersi di sottovalutare le proprie risorse, le proprie energie, considerandosi troppo precipitosamente qual sconfitte o, comunque, qual in difficoltà nel confronto con la sfida loro lì riservata. Parimenti, e ovviamente, alcuna fra loro avrebbe potuto commettere la leggerezza di considerarsi troppo facilmente qual vittoriosa, qual trionfatrice, o, comunque, qual favorita dal fato nel confronto con quegli avversari e le insidie che gli stessi avrebbero potuto loro riservare. Così facendo, infatti, esse non solo avrebbero dimostrato stolida presunzione e pericolosa arroganza, ma, peggio, avrebbero potuto commettere l’errore di sottovalutare, al contrario, le proprie controparti, con un effetto non meno devastante di quello che avrebbe potuto rappresentare una personale sottostima delle proprie energie, delle proprie risorse, della propria combattività. Come in molti avrebbero sostenuto, la virtù avrebbe dovuto essere riconosciuta qual collocata nel mezzo e, in questo, tutte loro avrebbero dovuto trovare il giusto equilibrio fra una positiva valutazione delle proprie possibilità e una negativa visione del proprio fato, in misura tale da collocarsi correttamente né in una posizione di eccessivo svantaggio psicologico, né in una di fittizia predominazione, qual purtroppo avrebbe potuto essere, repentinamente, smentita.
Malgrado la naturalezza di tale analisi, di simile prospettiva, né a Nera, né a Rossa poté essere concesso di perdere un solo istante del proprio tempo in quel senso, in quella direzione, laddove, proprio malgrado, affrontare il mastino del genocidio, così come era stato da loro stesse definito, stava assorbendo indubbiamente più energia di quanta non avrebbero potuto essere soddisfatte venisse loro sottratta. Ove, infatti, intrattenersi con gli uomini e le donne della Progenie che avevano cercato di trasformarle in un puntaspilli, si era dimostrato addirittura divertente, occasione di gradevole, e gradito, svago, utile a sfogare una parte della tensione in loro accumulata; la sfida loro riservata da parte di quel mostro non avrebbe potuto essere minimizzata in tal maniera, in eguali termini, vedendole, al contrario, persino poste in difficoltà come ben poche volte, nel corso della loro esistenza, si erano ritrovate a essere.
Ogni attacco diretto che, tanto l’una, quanto l’altra, aveva tentato di portare a segno, con il freddo metallo dagli azzurri riflessi della propria lama o con l’ardente fuoco col quale avevano incendiato le loro braccia destre, le loro protesi stregate; era infatti risultato sgradevolmente vano, vedendole respinte, di volta in volta, con reazioni sempre più violente, e tali, persino, da far loro temere l’eventualità di poter perdere, da un istante all’altro, coscienza, consapevolezza di sé e del mondo a loro circostante. Un rischio, questo, che non avrebbero mai potuto permettersi di correre, a meno di non volersi offrire in sacrificio alla bestia, ragione per la quale, piacenti o meno, le due donne avrebbero dovuto cercare di tradurre il loro conflitto su un diverso piano d’azione, abbandonando l’ipotesi di poter risolvere l’intera questione semplicemente tramite forza bruta o scattante agilità, in favore di un impegno maggiore sotto il profilo strategico; in termini che ancora non avevano voluto abbracciare forse in quanto considerati erroneamente superflui nel confronto con una simile bestia, o forse, in conseguenza a semplice pigrizia, a semplice indolenza mentale, tale da preferire mantenere il confronto su un piano strettamente fisico ancor prima che trasferirlo psicologico.

« D’accordo… il piano numero uno non ha funzionato. » commentò Rossa, a sottintendere l’esistenza di una serie di alternative concordate con la compagna su come affrontare quella creatura, alternative che, ovviamente, non erano mai state prese, né formalmente, né informalmente, in considerazione da alcuna fra loro, ove superficialmente non ritenute qual necessarie.
« Passiamo al piano numero due?! » propose Nera, concorde con lei nell’esigere un’alternativa all’azione per così come loro proposta, e come, tuttavia, non avrebbero potuto permettersi di sostenere a lungo.
« Vada con il piano numero due… » approvò allora la prima, lieta di ritrovare assoluta sintonia nella compagna, nel mentre in cui, per l’ennesima volta, la lingua cercava di catturarne i fianchi, nello sperare di coglierla impreparata in conseguenza alla distrazione impostale dall’opera di una pesante e gigantesca zampa artigliata, che, se solo l’avrebbe sfiorata, avrebbe potuto squarciarle le budella e lasciarle riversare al suolo, in maniera confusa, dolorosa e letale « Che per inciso… sarebbe?! »
« Ehm… » esitò l’altra, per un attimo incerta su cosa proporre.

Né Nera, né tantomeno Rossa, ovviamente, avevano avuto occasione di elaborare una qualsivoglia tattica utile a contrastare quel mostro, quella creatura tanto oscena quanto pericolosa, innanzi alla quale non avrebbero potuto neppure permettersi di fuggire, dal momento in cui in grazia alla velocità dimostrata, non vi sarebbero stati dubbi sul fatto che sarebbe riuscita a recuperarle in un fuggevole istante, cogliendole ancor peggio alle spalle e non concedendo loro alcuna speranza di sopravvivenza, nello stroncarle sul posto.
Purtroppo, però, una strategia sarebbe stata loro richiesta: forse stupida, forse avventata, forse pericolosa… ma comunque una strategia, da seguire, da attuare, e nella quale sperare per sopravvivere, nella quale confidare per riservarsi una sempre più flebile occasione di futuro.

« Attacchiamo gli occhi… » suggerì la donna dai capelli corvini, riprendendo voce nel suggerire quella possibilità sino ad allora non ancora presa in esame, ove, per attuarla, avrebbero dovuto avvicinarsi troppo al mostro per riservarsi occasione di colpirlo ponendosi a portata dei suoi attacchi, delle sue offensive, dalle quali, a sua differenza, non avrebbero potuto difendersi in alcun modo.
« Una la distrae da davanti, l’altra l’attacca da dietro… » approvò la mercenaria dai capelli color del fuoco, concordando sull’idea così suggerita, e ampliandola nella propria definizione, per cercare di ridurre il rischio imposto su entrambe, a prescindere da chi avrebbe reso proprio quale ruolo.
« Penso io al dietro… tu tienila impegnata sul davanti. » sancì Nera, rendendo proprio il ruolo probabilmente più pericoloso, dal momento che l’avrebbe condotta a costretto contatto con la bestia, in un gesto dai risultati imprevedibili, per trasformare il quale in tragedia sarebbe stato sufficiente un minimo imprevisto, un impercettibile errore, in conseguenza al quale, tuttavia, alcun perdono, alcuna seconda occasione, le sarebbe stata offerta.
« Ne sei certa?! » cercò conferma Rossa, non desiderando assistere al martirio della compagna, e in ciò proponendosi più che disponibile a compiere quanto sarebbe stato necessario compiere per evitarlo, a costo di rimetterci personalmente.

Mai, infatti, era stata indole sua, o di altre Midda Bontor, quella di restare in disparte, mantenersi al sicuro nel mentre in cui altri ponevano le proprie vite in dubbio per lei; comportamento altresì più che diffuso presso la maggior parte dei campi di battaglia, entro i quali raramente i generali più blasonati, gli ufficiali maggiormente glorificati dalle cronache di guerra, si riservavano un qualche ruolo realmente attivo, preferendo restare in disparte a elaborare strategie, tattiche prossime a sofismi, l’attuazione delle quali, nella buona e nella cattiva sorte, sarebbe stata poi delegata a poveri malcapitati, impossibilitati a esprimere la propria opinione a tal riguardo.

lunedì 24 dicembre 2012

1800


La Progenie della Fenice non conosceva paura. E non qual semplice dimostrazione di orgoglio o di fittizia supremazia. Non qual falso convincimento che, innanzi al primo segnale di reale pericolo, avrebbe ceduto, vedendoli crollare in pianti isterici, al pari della maggior parte di coloro che andavano proclamandosi impavidi guerrieri, privi d’ogni ragione di timore. La Progenie della Fenice era realmente priva d’ogni ragione di timore, qual solo avrebbe potuto essere un gruppo di fanatici, indifferenti al pensiero della morte qual minaccia da temere, da rifuggire, e, al contrario, invocanti la medesima qual un traguardo di cui gioire, di cui rallegrarsi, di cui esultare, qual coronamento della propria stessa esistenza.
Midda Bontor, in ogni propria versione, aveva già avuto a che fare con gruppi di fanatici, soprattutto religiosi, ragione per la quale era ben in grado di valutare la pericolosità della Progenie. E nel valutare la pericolosità della progenie, era consapevole di quanto avrebbe dovuto considerarsi a dir poco letale. Perché a prescindere dalla loro motivazione, dalle ragioni della loro folle guerra, la loro era considerata, terribilmente, qual una guerra santa. Motivo per il quale, con la Progenie non si sarebbe mai potuti scendere a patti, non si avrebbe mai potuto trovare una possibilità di dialogo, un momento d’incontro, una tregua. Non, per lo meno, fino a quando una delle due parti fosse sopravvissuta.
Quanto Midda Bontor non conosceva, così come ammesso da diverse sue alternative, erano le ragioni dell’odio che la Progenie della Fenice aveva deciso di rivolgerle, sebbene, in effetti, non fossero mancati da parte dei suoi antagonisti diversi accenni a tal riguardo, attorno a simile argomento. Purtroppo, per chiunque, riuscire a comprendere quelli che apparivano quali folli deliri di un gruppo di esaltati, non sarebbe mai stato semplice, non sarebbe mai stato naturale. E anche innanzi alle dichiarazioni più esplicite, più trasparenti, un’anche inesistente ambiguità sarebbe stata egualmente percepita, sarebbe stata inevitabilmente considerata qual predominante e ragione di vizio per qualunque affermazione.
In ciò, la Progenie della Fenice avrebbe potuto risultare animata da una ragione, da un’ispirazione molto più profonda di quanto, effettivamente, non fosse per essa propria, così come volle riservarsi occasione di puntualizzare una voce, forse maschile, e apparentemente priva di una qualche effettiva origine e pur riecheggiante improvvisa e inattesa in tutti i corridoi di quel tempio sotterraneo, raggiungendo non solo le tre mercenarie che, per ultime, avevano disquisito a tal proposito, ma anche le loro quattro compagne,  disperse in punti diversi e intente in un ben diverto genere di attività per quanto tutte rivolte al fine ultimo, e comune, di preservare inalterata la propria esistenza in vita…

« Non importa che voi siate una, sette o settanta. » esordì, con tono tale da lasciar trasparire tutto il proprio rimprovero, tutta la propria disapprovazione nel confronto con quanto da loro compiuto sino a quel momento « Non importa quanti mastini della morte riusciate a uccidere… né quanti dei nostri fratelli e sorelle abbattiate lungo il cammino. Noi siamo la Progenie della Fenice: nella morte troveremo soltanto occasione di rinascita, rafforzandoci nel fuoco dal quale siamo stati originati! »
« Non siete veramente figli della fenice… siete solo un branco di esaltati! » corresse Monca, ancora smarrita nello stretto cunicolo sotterraneo ove si era insinuata alle spalle della propria compagna dai corti, cortissimi capelli rossi, parlando quasi quell’interlocutore potesse sentirla e comprenderla, malgrado l’evidente lontananza del medesimo e il ricorso a qualche trucco per riuscire a farsi udire tanto bene da loro « Potenti e temibili, certo… ma comunque degli esaltati. » puntualizzò, scuotendo il capo.
« Noi non possiamo perdere, la nostra sconfitta non è ammissibile. » continuò la stessa voce, proseguendo senza prestare interesse o attenzione a quella replica, comprensibilmente ignaro della medesima « Noi esistiamo da prima della nascita di tutte voi. Noi esistiamo da prima della fondazione delle nazioni così come oggi il mondo le conosce. Noi esistiamo sin dall’epoca in cui per la prima volta l'Oscura Mietitrice ha camminato lungo le vie del mondo, e per la prima volta il nostro ordine si è schierato in suo contrasto, in sua opposizione, in sua antitesi. »
« Sì… questi sono decisamente degli esaltati. » confermò Amazzone, arrestatasi anch’ella davanti alla compagna che aveva appena parlato, per prestare attenzione a quanto stava accadendo, alle parole che stavano venendo loro suggerite, nella speranza di poter maturare, in esse, maggiore confidenza con i propri avversari e, in ciò, di individuare una via per sconfiggerli.
« Noi siamo gli eletti della Portatrice di Luce. Noi siamo coloro che già una volta hanno salvato l’intero Creato dalla piaga che lo stolidità delle vostre azioni ha risvegliato, ha risvegliato, ponendo sotto scacco l’intera umanità… e non solo. » insistette, riproponendo un concetto dietro il quale già una volta quei folli si erano celati, offrendo riferimento al coinvolgimento di Midda Bontor nel recupero della corona perduta della regina Anmel, quasi avesse da considerarsi complice di colei che successivamente si era schierata in suo aperto contrasto, torturandola e uccidendo i suoi amici, le persone a lei care, dopo aver ritrovato nella sua gemella Nissa il tramite ideale per poter interagire nuovamente con la realtà a lei circostante « Noi vi abbiamo avvertito una volta. Vi abbiamo avvertito due volte. Vi abbiamo intimato di non insistere ulteriormente in questa follia insensata. E, dal momento in cui non ci avete voluto concedere il benché minimo ascolto, non ci avete offerto altra possibilità eccezion fatta quella di dichiararvi guerra… e di distruggervi, tutte quante. Per arrestare la regina Anmel Mal Toise ed evitare che il suo negromantico potere possa concederle nuovamente di dominare su tutto e tutti, in una nuova era oscura. »
« Secondo voi, si stanno rendendo conto dell’assurdità di queste parole o no…?! » questionò Destra, cercando nelle due compagne a lei vicine una qualche opinione a tal riguardo, un intervento utile a comprendere meglio l’oscenità che la loro comune controparte cercava di proporre qual giustificazione per il proprio operato, per l’operato di tutta la Progenie « Vogliono uccidere noi per fermare Anmel e Nissa! »
« Probabilmente non hanno ben chiaro il concetto di sorelle gemelle… » sospirò Treccia, a commento delle parole della sodale, non riuscendo a trovare altra giustificazione all’ottusità con la quale la Progenie stava cercando di motivare il proprio operato, definendolo qual giusto, qual necessario, quale legittimo, quasi un mandato divino, nel confronto con il quale assurdo sarebbe stato ipotizzare di opporsi.
« Noi avevamo celato la corona di Anmel là dove alcuno avrebbe mai potuto recuperarla senza sacrificarsi, senza rinunciare alla propria stessa esistenza, in un atto di incredibile generosità, che mai avrebbe potuto offrir spazio all’egoismo che solo avrebbe potuto animare il cuore di chi desideroso di riottenere tale reliquia, di impossessarsi del suo potere. » esplicitò il portavoce della Progenie, ancora una volta attribuendo qual loro l’origine delle terribili prove che l’avventuriera aveva dovuto affrontare per rendere propria quella corona, tuttavia non animata da un qualche egoistico desiderio di predominio e controllo, così come suggerito, ma dalla semplice volontà di portare a compimento un proprio incarico, una propria missione, per così come molte aveva affrontato nella propria vita « Ma voi, con tutta la vostra ottusa abilità mercenaria, siete riuscite a rovinare tutto… siete riuscite a riportarla in vita, vanificando ogni sforzo passato, e con esso tutto il sangue che era stato versato per imporle morte, e morte imperitura. »
« Al suo posto, non direi “imperitura”… nel considerare che, appunto, è ritornata. » suggerì Nera, continuando a combattere al fianco della propria compagna d’arme in contrasto al pericolo loro imposto, e pur non ignorando quella tanto netta presa di posizione in loro contrasto, quasi esse avessero compiuto chissà qual terribile atto blasfemo, limitandosi semplicemente a superare le trappole che erano state erette in loro contrasto, a loro freno, allora come un dozzine di altre simili imprese, di altre eguali avventure.
« Potete combattere. Potete sputare sangue e inveire. Potete sperare di vincere. Ma non sopravvivrete. Alcuna di voi sopravvivrà. » sancì, con tono severo, che non avrebbe offerto il benché minimo spazio a nuove risposte, anche ove avesse avuto evidenza di altre repliche alle sue parole, così come, comunque, non doveva aver avuto « La nostra missione è benedetta dagli dei tutti. Il nostro scopo è santo. La nostra non abbia da considerarsi banale vendetta: noi trascendiamo da questo genere di emozioni, da questi infimi e capricciosi desideri. La nostra è punizione. Divina punizione in contrasto a chi agli dei ha deciso di opporsi nel giorno in cui si è eletta tramite per il ritorno dell’Oscura Mietitrice nel Creato da essi plasmato, con amore e con passione. »
« Sì. Non hanno compreso la differenza che esiste fra noi e Nissa. » confermò Corazza, in replica alle parole della compagna dai lunghi capelli neri intrecciati, e a commento di quell’ultimo intervento del loro misterioso interlocutore « Ehy… tu! » esclamò poi, prendendo voce direttamente verso l’ignoto avversario, probabilmente da questi non sentita né ascoltata, e pur non riuscendo a tacere, a sopportare quella predica in quieto silenzio « Non siamo state noi a… eleggerci… tramiti per il ritorno di quella lì. Anzi. Fosse per noi sarebbe già ritornata proprio da dove è venuta. »
« Esservi presentate insieme non cambierà il vostro destino. L’aver stretto alleanza l’una con le altre non vi salverà dal fato di morte che gli dei pretendono da voi. » avvertì la voce, ritornando allo stesso concetto già inizialmente proposto, e in tal senso esprimendosi quasi come se fossero state le stesse Midda Bontor a riunirsi, a ritrovarsi una accanto all’altra in quella particolare occasione, ancor prima che, semplicemente, esservi lì trascinate senza neppure esser certe nel merito di ove dovesse realmente riconoscersi posto quel luogo, in quale dei sette universi da loro stesse rappresentato avesse da considerarsi sito… ammesso che appartenesse a uno fra quelli « Perirete. Perirete tutte. E con voi, dopo di voi, chiunque altro si opporrà alla giustizia del fuoco da noi incarnato. Chiunque ci vorrà impedire di compiere quanto è necessario venga compiuto per ristabilire l’ordine, per sconfiggere, ancora una volta, l’Oscura Mietitrice, riportando la pace nel Creato. In ogni Creato. »
« Al suo posto, eviterei di continuare a mangiare funghi allucinogeni… o qualunque altra cosa di cui fa uso. » suggerì Rossa, riprendendo le parole della compagna e riadattandole a commento di quell’ultima asserzione, non distraendosi ulteriore occasione di distrazione dalla battaglia in corso nella volontà di non rendere più facile del dovuto la sconfitta sua o di Nera.
« Lascialo perdere… » sospirò Treccia, consigliando in tal senso la propria compagna in armatura, in parole che avrebbero tuttavia potuto valere anche per qualunque altra loro pari, ovunque si trovasse in quel momento « Se sono già arrivati a lanciare questo genere di minacce vaneggianti, vuol dire che siamo riuscite a impressionare i nostri avversari in maniera più incisiva di quello che avremmo potuto sperare. » evidenziò, affrontando con estremo pragmatismo la questione.
« Il forte non ha bisogno di ribadire la propria forza. Il vittorioso non ha bisogno di convincersi della possibilità di vincere. » concluse Monca, necessariamente ignara delle parole pronunciate dalle altre, e pur, ancora, esprimendosi in totale armonia con le stesse, in quella straordinaria eufonia che, sino a quel momento, le aveva contraddistinte « Siamo in vantaggio, sorella… siamo in vantaggio. » sorrise soddisfatta.

domenica 23 dicembre 2012

1799


« Mi domando: con due amiche come voi… a cosa servono i nemici?! » obiettò Destra, aggrottando la fronte con aria trasparentemente critica nei riguardi delle proprie interlocutrici.
« Ricordati che noi siamo te, e tu sei noi! » strizzò l’occhio con fare complice la donna dai lunghi capelli neri intrecciati, quasi vi potesse essere, per loro, occasione di dimenticare simile dettaglio, tale non banale particolare, invero palese quanto la luce emanata dal sole, o le tenebre proprie della notte « Attenta a lamentarti troppo… »
« Ma io non mi lamento troppo… semplicemente sottolineavo le cose per come stanno. » fece spallucce, per tutta risposta « E proprio perché voi siete me, posso comprendere bene con qual genere di gentaglia io ho a che fare! »
« Vuoi dire che non hai fiducia neppure in te stessa?! » contestò Corazza, incuriosita dalla piega di quel discorso, dalla possibile e sicuramente bizzarra analisi introspettiva che stava venendo loro concessa di compiere in termini che avrebbero sicuramente entusiasmato la maggior parte dei filosofi..
« Voglio dire che so perfettamente che dannata figlia d’una cagna io sia… e, di conseguenza, voi siate! » sorrise l’imputata a un tanto strano processo, palesando tutta l’espressione sorniona di cui si sentiva essere capace.
E le altre due, poste a confronto con tale precisazione, non poterono evitare di sorridere a propria volta apertamente, con un quieto: « Questo è vero. » qual preludio a una grassa risata, alla quale, ovviamente, non mancò di unirsi anche il terzo elemento del loro gruppo.

La deflagrazione di ilarità che sconvolse il piccolo gruppo rappresentato da quelle tre Midda Bontor riecheggiò, involontariamente, nell’intero ambiente a loro circostante, in misura tale che chiunque fosse stato presente lì attorno, inevitabilmente, avrebbe finito con l’essere lì attratto, anche soltanto allo scopo di comprendere cosa stesse accadendo. Malgrado ciò, e pur considerando come, inevitabilmente, qualunque attenzione esse avrebbero attratto avrebbe rappresentato un potenziale pericolo a discapito della loro stessa sopravvivenza, alcun nuovo avversario si palesò innanzi a loro, alcuna nuova bestia si catapultò in loro contrasto: forse mera, e pur sempre apprezzabile, buona sorte; forse conseguenza della strage da loro lì già compiuta e che, speranzosamente, già sufficiente sangue aveva versato per soddisfare le esigenze di qualunque crudele divinità si fosse interessata a quel sacrificio, a esigere quel tributo di dolore e di morte.
In ciò, recuperando armi e forze, le tre avventuriere poterono riprendere il cammino prematuramente interrotto, inizialmente con passo moderato e, istante dopo istante, con ritmo sempre più sostenuto, alimentato dalle energie delle quali erano sempre più padroni, e giustificato dall’esigenza di recuperare il tempo proprio malgrado perduto nell’arginare l’offesa dei mastini della morte, nel respingerli con violenza e, soprattutto, nel mattarli senza la benché minima occasione di pietà, della quale non sarebbero stati meritevoli laddove, in contraccambio, alcuna ne avrebbero offerta… né a loro, né ad altri.

« Qualcuna fra voi si è fatta un’idea in merito all’origine di questi fanatici e delle loro risorse?! » riprese voce Destra, dopo un intervallo di necessario silenzio, utile a tutto il gruppo a recuperare confidenza con la loro situazione, con quanto avevano già compiuto e con quanto sarebbe stato loro ancora richiesto di compiere, prima della fine di quell’avventura, di quella nuova sfida al tempio della fenice e alle sue insidie « Perché, per quanto siano indubbiamente sgradevoli nella loro continua insistenza, c’è da riconoscere loro che, a oggi, hanno sempre attinto a fonti non banali di potere… »
« In effetti, ci sarebbe proprio da domandarsi dove diamine allevino quei mostri. » annuì la donna in armatura, a suggerire il proprio personale interesse nel merito di tale questione e delle sue implicazioni, fossero anche le più banali, o apparentemente tali « Perché da qualche parte dovranno pur allevarli. O no…?! »
« Temo che alcuna di noi abbia informazioni di sorta attorno a tal argomento… » scosse il capo Treccia, escludendo simile eventualità e subito precisando, al fine di ovviare a possibili fraintendimenti « Nel merito della Progenie e delle sue risorse, intendo. »
« Sì… » confermò Corazza, esplicitando la propria posizione in tal senso, ove pocanzi potesse essere apparsa ambigua « Per quanto mi riguarda questi pazzi sono comparsi dal nulla senza alcuna concreta ragione utile a giustificare la loro sgradevole insistenza in mia opposizione. E, fino a ora, non ho avuto particolare occasione di dialogo con alcuno di loro, in termini che avrebbero potuto essere sicuramente utili a comprenderne di più… »
« In altre parole: dei dannati figli d’un cane comparsi dal nulla e desiderosi di farci la pelle semplicemente in assenza di un qualche miglior modo per spendere il proprio tempo? » tentò di riassumere l’ispiratrice di quel dialogo, di quel nuovo confronto fra loro, arricciando le proprie carnose labbra su un lato del volto, a lasciar trasparire quanto poco convinta avesse da considerarsi attorno a tale, indubbiamente riduttiva, spiegazione.
« Temo di sì. » sospirò la portatrice di orride piaghe da profonde ustioni « Non è sufficiente?! » sorrise poi, a sdrammatizzare la questione e a minimizzare l’importanza di saperne di più a tal riguardo.

Purtroppo, tanto Treccia, quanto le sue due compagne, erano perfettamente consapevoli di come, sino a quel giorno, la loro comune ignoranza nel merito dell’origine e delle ragioni della Progenie della Fenice, fosse stata il principale punto di forza della medesima nei loro riguardi. Esperte guerriere, abili strateghe, tutte le Midda Bontor non avrebbero mai potuto ignorare il valore intrinseco nella conoscenza del proprio avversario all’interno di un qualunque genere di conflitto, fosse questo una scaramuccia per le vie della città del peccato, fosse questa una vera e propria guerra fra due regni confinanti: essere confidenti con le abilità, le capacità, i pregi e, non di meno, i difetti, i limiti, le pecche, della parte antagonista, avrebbe significato porsi necessariamente in vantaggio sulla stessa; così come permettere alle proprie controparti di essere informate nel merito delle proprie possibilità e delle proprie debolezze, avrebbe significato porsi necessariamente in un potenziale, e sgradevole, svantaggio.
Così, se anche la Progenie non avrebbe potuto imporre loro maggiore ragione d’impegno rispetto, magari, alla Confraternita, altri acerrimi avversari da tempi immemori; i secondi, a differenza dei primi, non avevano mai rappresentato all’attenzione della mercenaria, in qualunque propria versione, una ragione di dubbio, un enigma da risolvere… riservandosi certamente una possibilità di danno a loro discapito e, tuttavia, ballando una danza da tutte loro conosciuta, partecipando a un giuoco secondo regole da tutte loro note. E ballare una danza conosciuta, o partecipare a un giuoco con regole note, in una situazione potenzialmente mortale, sarebbe stata sempre e sicuramente cosa gradevole e gradita, tale da moltiplicare esponenzialmente qualunque possibilità di successo.
Fino a quando, pertanto, la Progenie sarebbe riuscita a conservare l’aura di mistero nella quale era riuscita tanto straordinariamente ad avvolgersi, non concedendole… non concedendo loro di scoprire nulla a proprio riguardo, fosse anche e solo nel merito del perché di tanto astio nei loro confronti, per Midda, per ogni Midda, la sfida avrebbe continuato a giocarsi su un territorio ostile, un terreno avverso, che avrebbe richiesto loro di moltiplicare altrettanto esponenzialmente ogni proprio sforzo per riuscire a sopravvivere, per riuscire a riportare a casa la pelle, a discapito di ogni attentato in senso contrario.

« Non so voi… ma io sto iniziando sinceramente a stancarmi di tutta questa faccenda. » concluse Destra, traendo i dovuti risultati dalla questione per così come esposta « E prima riusciremo a porle fine, prima potrò tornare a dormire sonni tranquilli. »
« Concordo pienamente… » annuì Corazza « … per quanto i miei sonni, volendo dirla tutta, non sono mai stati propriamente tranquilli. » soggiunse, sorridendo ironica ma sincera.
« … ma ricorda che stai parlando con Fortunata. » suggerì Treccia, sforzandosi di non lasciarla impunita, seppur giocosamente, per la leggerezza così appena suggerita « Non con una comune Midda Bontor, come noialtre! »

sabato 22 dicembre 2012

1798


« Non chiedetemi per colpa di quale dio io non sia morta quando avrei dovuto. » sorrise amaramente, continuando a parlare in un alito di voce, senza sforzarsi nella necessità di recuperare quietamente il controllo del proprio corpo, per ovviare a altre ricadute « Fosse dipeso da me, non avrei speso neppure una preghiera per riservarmi una qualunque occasione di sopravvivenza da un orrore simile. Tuttavia sono sopravvissuta. Privata di dignità, privata d’onore, privata della possibilità di vivere una vita normale, sono sopravvissuta. E, non appena ne ho avuto l’occasione, ho stretto un patto simile al vostro con gli elfi dei tumuli… non limitando tuttavia la mia richiesta a un solo braccio, ma a tutti e quattro gli arti perduti. » specificò, ora retoricamente, ove palese sarebbe stata quell’ultima informazione, quell’ultimo dettaglio « E vi lascio libere di immaginare quale prezzo possono avermi domandato in cambio di quattro volte quanto da voi altre richiesto. » concluse, storcendo le labbra verso il basso.

Alcuna delle due testimoni di quella breve e faticosa narrazione, a quelle parole, insistette ulteriormente, per conoscere i dettagli da lei trascurati. Entrambe, dopotutto, erano più che consapevoli di quale grave errore fosse stato per loro cercare l’aiuto di quell’oscena razza dimenticata dal mondo, ottenendo sì quanto desiderato e, tuttavia, pagando per tal servizio, per simile concessione, un prezzo che, a posteriori, mai sarebbero state tanto sciocche da accettare, tanto ingenue da abbracciare con totale trasporto, addirittura soddisfazione, così come avevano compiuto in gioventù. E se già, il loro, non era stato un prezzo accettabile, seppur accettato; improponibile doveva essere stato quello pagato dalla loro compagna sì orrendamente mutilata, squarciata addirittura, per ritornare a camminare, per ritornare a interagire con il mondo, per ritornare a vivere in maniera indipendente la sua vita, sebbene, per il resto della medesima, legata per sempre ai limiti di quel metallo, di quell’armatura, attraverso la quale mai più le sarebbe stata concessa possibilità di toccare realmente qualunque cosa, sfiorare dolcemente qualunque superficie, privata di ogni sensibilità tattile, in una misura tale che, oggettivamente, né Destra né Treccia avrebbero saputo dire se sarebbero state pronte a sopportare con la stessa energica rassegnazione che, necessariamente, l’altra aveva dovuto rendere propria.

« Ora però smettetela di compatirmi… e aiutatemi a rialzarmi. » richiese, sollevando la mancina verso di loro, a invocare la loro assistenza « Che io sappia la nostra missione non è ancora finita. E non ci possiamo permettere di perdere altro tempo a chiacchierare amabilmente con me qui sdraiata a terra: quei figli d’un cane della Progenie potrebbero raggiungerci da un momento all’altro. »
« Non ti stiamo compatendo… » tentò di obiettare la rossa, mentendo spudoratamente dal momento in cui, obiettivamente, difficile, se non impossibile, sarebbe stato evitare per loro di provare compassione per lei, nell’averne scoperto la condizione e, soprattutto, la storia.
« Certo… e tu hai la stessa circonferenza toracica di una bambina di dieci anni. » sorrise sorniona Corazza, nel rifiutare di offrire il benché minimo credito a quell’eventualità, nell’ironizzare sulle proporzioni del seno dell’interlocutrice, del resto identico al proprio « Datemi un mano e andiamocene… » insistette, cercando di contrarre gli addominali per rialzarsi da terra, senza concreto successo in tal senso, proprio malgrado più provata di quanto non avrebbe apprezzato ammettere.
« In effetti ho sempre pensato di essere poco dotata. » ironizzò Destra, scuotendo il capo con aria sconsolata in replica a quelle parole, allora afferrando la mano tesale per offrire l’aiuto richiesto loro, nel non volerla spingere, certamente, a supplicarle: non in conseguenza al suo particolare stato fisico ma, semplicemente, perché mai avrebbe tollerato sentire alcuna fra loro supplicare per ottenere quanto doveroso… l’aiuto delle proprie compagne d’armi, delle altre se stessa.
« Certo: nel confronto con delle mucche da latte, siamo tutte e tre molto poco dotate. » ridacchiò Treccia, a sua volta autoironica nel confronto con quella loro comune ed esuberante caratteristica fisica, sulla quale la loro compagna aveva posto l’accento evidentemente allo scopo di sdrammatizzare i toni e il momento, per così come sgradevolmente e pur obbligatoriamente maturato nel confronto con quelle parole, con quella narrazione tanto spiacevole e dolorosa.
« A chi stai dando della mucca da latte, vacca che non sei altro?! » replicò Corazza, insultando giocosamente la propria interlocutrice nel mentre in cui, con l’aiuto dell’altra, riuscì a risollevare la schiena da terra, non senza provare un moto di intimo sollievo a tale successo, per un attimo avendo intimamente temuto di aver smarrito completamente il controllo sul proprio corpo in conseguenza al duro colpo subito.
« Mmm… sarà che le ustioni scoraggiano i corteggiatori, ma è da tanto tempo che nessuno mi chiama più vacca… » osservò l’altra, offrendo riferimento alle proprie piaghe non tanto nella volontà di richiamare a sé la pietà delle proprie sodali, in quel momento necessariamente trasferitosi a sostegno di colei scopertasi qual la più sventurata fra tutte loro, quanto e piuttosto  in quanto sinceramente incuriosita da quel particolare insulto, ovviamente non percepito qual tale in conseguenza al particolare contesto a contorno del medesimo.
« E spero bene che non ti manchi! » commentò la rossa, aggrottando la fronte a dubbia critica nel confronto con il reale significato dietro a quell’osservazione, dal sapore quasi nostalgico, quasi malinconico, come se, effettivamente, l’assenza di un tale genere di offese potesse essere, per lei, inteso qual spiacevole.

Purtroppo per Treccia, e a dispetto delle parole di Destra, l’assenza di un tale genere di offese era, da lei, percepito paradossalmente qual spiacevole, perché, nel corso del tempo, sostituite da altre ben più sgradevoli, ben più dolorose, almeno nel confronto con la sua particolare sensibilità, e facenti allora riferimento a ben altro dettagli fisico in lei, tale da lasciar precipitare in secondo piano ogni possibile interesse nei riguardi delle sue pur sempre abbondanti e piacevoli forme.
In ciò, pertanto, ella avrebbe avuto sì diletto nel sentirsi, ancora una volta, attaccare con parole quali quella lì appena scandita, e improvvisamente finita al centro di una disquisizione emotiva di carattere ben più profondo di quanto non avrebbe voluto essere. E avrebbe offerto sacrifici in lode agli dei per non sentirsi più indicare soltanto qual ustionata, qual ammasso di carne sciolta e cicatrizzata, qual, al più, era ormai considerata soprattutto in occasione di qualche schermaglia verbale.

« Amazzone ha sbagliato a darti quel nome… » osservò Corazza, in replica alla rossa e in sostegno emotivo alla compagna orrendamente segnata dalle imperiture testimonianze delle torture subite, incerta, invero, se potersi lamentare delle proprie condizioni innanzi a lei o meno, ove dura gara sarebbe stato stabilire, effettivamente, fra loro chi avesse da considerarsi più in antipatia agli dei tutti « Avrebbe dovuto chiamarti Fortunata, non Destra! »
« Ehy! » protestò, accigliandosi ora seriamente a quelle parole « Se desideravi farmi sentire in imbarazzo ti avviso che ci sei riuscita… » puntualizzò, punta nel vivo come difficilmente avrebbe permesso ad altri di fare, ma mai avrebbe potuto altresì impedire ad altre se stessa di compiere « Non vorrete farmene una colpa, voglio credere! »
« Oh no… non ti preoccupare. » scosse il capo Treccia, apparentemente escludendo tale eventualità « Non ci permetteremmo mai di inferire sadicamente a discapito della versione più sana e benedetta dagli dei fra tutte noi. » esplicitò, impiegando, tuttavia, toni atti a suggerire l’esatto contrario « Dopotutto… qual genere di soddisfazione potrebbe mai derivare per noi povere sventurate da tutto ciò?! »
« Concordo. In tutto e per tutto. » sorrise la guerriera in armatura, finalmente tornata in posizione eretta e, or, solo abbisognante di recuperare il proprio elmo e la propria spada prima di riprendere il cammino, assolutamente intransigente con se stessa nel non volersi concedere un solo, ulteriore istante di riposo « Da parte nostra non hai nulla di cui temere! » ribadì, con aria grottescamente solenne.

venerdì 21 dicembre 2012

Speciale 21 dicembre 2012


A cosa pensate quando pensate alla fine del mondo? A quell’epico giorno in cui gli dei decideranno di distruggere quanto hanno creato, e l’umanità, così come ogni bestia o pianta, montagna o pianura, mare o fiume, cesseranno di esistere per così come sono da sempre esistiti e, ingenuamente, ci siamo illusi che per sempre avrebbero continuato a esistere?!
Pensate, forse, a una pioggia di stelle, che si abbattono sulla terra con violenza tale da distruggerla, come un’adultera scarnificata dalla violenza della lapidazione? Pensate, forse, all’acqua tramutata in sangue, alla terra trasformata in una distesa putrescente, simile alla morta carne di un lebbroso? O pensate, forse, ai morti di epoche antiche, che si levano dalle loro tombe per marciare, compatti e bramosi di condannare ogni creatura vivente alla propria stessa eterna dannazione?!
Forse uno fra questi è lo scenario da voi immaginato; o forse voi siete fra coloro che rifiutano di accettare l’idea che il Creato possa conoscere una conclusione; che tutto ciò che oggi è, domani possa non essere più tale; convinti di come, se anche così si potesse dimostrar essere, ben misera possibilità di azione ci potrebbe essere riservata per opporci, al punto tale da rendere vana qualunque preoccupazione in tal senso, superflua qualunque agitazione a tal riguardo. In tal caso, sappiate che anche io, fino a qualche tempo fa, la vedevo esattamente come voi, del tutto disinteressato al pensiero che, così come un giorno gli dei ci avevano dato la vita, un giorno ce l’avrebbero potuta togliere, senza addurre a difesa di ciò una qualunque particolare ragione. Poi, un giorno, la fine del mondo è arrivata e, mio malgrado, sono stato costretto a fare i conti con tutte le mie superficiali convinzioni… e a cambiare idea.
Il mio nome non è importante. Così come non è importante il nome del luogo scenario di questa storia. Perché il mio nome potrebbe essere il vostro. E il nome del luogo scenario di questa storia potrebbe essere quello della vostra città, del vostro villaggio, del vostro insediamento. Perché, dimenticando per un istante scenari epici, addirittura leggendari, la fine del mondo che io ho vissuto è stata sicuramente meno impegnativa rispetto a quanto la maggior parte di voi non potrebbe credere, per quanto, in tutto ciò, non meno tragica, non meno dolorosa e sanguinaria: non la fine del mondo in tutta la propria complessità, invero, quanto e piuttosto la fine di un mondo, del mio mondo. Mio e di tutti coloro che, come me, erano nati e cresciuti entro i confini del villaggio nel quale io sono nato e cresciuto, e che, per l’avvento di un’oscura minaccia, hanno visto il proprio futuro posto in drammatico dubbio dall’oggi al domani, quasi gli dei si fossero, improvvisamente, disinteressati al nostro fato.
Non è questo ciò che speravate di sentir narrare? Non è questo ciò che credevate avrei condiviso con voi?
Sciocchi. Sciocchi. Sciocchi. Tre volte sciocchi per l’ottusità che, in tal modo, state dimostrando. Per il pericoloso limite che state ponendo alla vostra capacità di comprensione. Perché, se è vero che forse mai giungerà l’epica, leggendaria fine del Creato per così come tutti lo conosciamo; è pur vero che la fine di un nostro mondo, della nostra quotidianità, potrebbe occorrere ogni giorno, non meno devastante, non meno orrenda, di quanto qualunque vostra perversione potrebbe spingervi a immaginare o, peggio, ad auspicare.
Anche io, vostro pari, non pensavo possibile che la fine del mio mondo potesse avere la stessa valenza della fine del mondo in generale e, così come non mi ero mai preoccupato della seconda, ancor meno interesse avevo offerto nei riguardi della prima. Ciò, per lo meno, fino a quando la prospettiva della fine del mondo, del mio mondo, non m si è offerta terribilmente reale, concreta e preoccupante, in una misura tale da non concedermi la benché minima possibilità di comprendere più la differenza esistente fra quella e l’altra ove, dal mio, egoistico, punto di vista, alcuna differenza avrebbe allora potuto sussistere.
Così, quando la Piaga giunse, nelle tanto semplici, quanto terrificanti spoglie dell’esercito di un regno avverso al nostro, la benché minima esitazione poté essere nel cuore di alcuno fra noi, nella sgradevole consapevolezza di quanto quella fosse la fine. Non “una” fine. Ma “la” fine. La fine rappresentata dalle grida disperate delle nostre donne, stuprate e assassinate, non sempre in tal ordine, ove ben poca differenza avrebbe potuto rappresentare per i nostri nemici. La fine rappresentata dal pianto isterico dei nostri bambini, macellati non diversamente da agnelli immolati sull’altare di un dio nel giorno della festa a questi dedicata, offrendo, tuttavia, loro minor rispetto di quello che sarebbe stato altresì rivolto all’olocausto. La fine rappresentata dalla totale impossibilità dei nostri uomini di opporsi a tutto quello, non soldati, non guerrieri, ma semplici contadini, allevatori e artigiani, allora facenti propria la stessa minaccia che avrebbe potuto offrire una pecora innanzi a un branco di lupi. La fine. Impietosa e insindacabile. Inarrestabile e irreversibile. La fine. La fine del mondo.
Pensate ancora che io stia esagerando? Pensate ancora che la mia descrizione sia eccessivamente enfatica? O, forse, le mie parole vi hanno spinto a riflettere, e a considerare quanto la crudeltà dell’uomo possa essere superiore all’indifferenza degli dei nel definire la fine di tutto?!
Perché, credetemi, assolutamente preferibile sarebbe allora stato, per chiunque di noi, assistere a una terrificante pioggia di stelle, osservare l’acqua tramutarsi in sangue e la terra trasformarsi in una distesa putrescente, o ritrovarci sommersi da armate di non morti, segno di quanto vana sarebbe stata ogni nostra preghiera, ogni nostra supplica agli dei; ancor prima di porci qual vittime di nostri simili, di altri uomini e donne come noi, ma contro di noi sospinti dalla follia della guerra, e dalla crudeltà dei propri cuori neri.
Quella era la nostra fine. La fine del nostro mondo. E, fra tutte le possibili epiche conclusioni della nostra quotidianità, permettetemi di dirlo, quella faceva veramente schifo.
Ma cosa mi ha permesso di essere qui, oggi, a rendervi testimonianza di questi eventi e a invocare, in voi, una riflessione, sul valore di ogni singolo giorno che gli dei, ancora, ci stanno concedendo di vivere in questa esistenza, in questa quotidianità, in questo mondo, così come, forse, non sempre ci riserviamo occasione di compiere, dando per scontato, per ovvio, quasi per banalità, tutto ciò che, invece, possediamo?
Il fatto che quella non fosse l’epica fine del mondo, ma solo la fine del nostro piccolo angolo di mondo? No. Anche perché, come già ho detto, alcuna differenza avrebbe mai potuto esistere fra tali concetti. Non, quantomeno, dal nostro personale punto di vista.
Il fatto che i nostri nemici non desideravano massacrarci completamente, invocando la nostra scomparsa qual una semplice necessità? No. Anche perché, fosse dipeso da loro, alcuno fra noi avrebbe mai potuto sopravvivere. Non nell’ubbidienza al fondamentale principio bellico secondo il quale l’unico nemico buono, sarebbe dovuto essere considerato il nemico morto.
Il fatto che un qualche dio misericordioso volse a noi il suo sguardo carico d’amore, e ci concesse l’occasione di sopravvivere a discapito della violenza rivoltaci? No. Anche perché, onestamente, in quel giorno sono certo che gli dei si impegnarono a ribadire tutto il proprio disinteresse per le sorti del genere umano. O, quantomeno, di quella nostra piccola rappresentanza.
No. No. No. Tre volte no per l’errore che, in tal modo, potrebbe essere compiuto nell’interpretare le ragioni di questa mia cronaca, di questa mia narrazione. Perché, se è vero che non tutti morimmo in quel giorno maledetto, è altrettanto vero che l’unica ragione per la quale qualcuno sopravvisse, fu per l’intervento, a nostra protezione, a nostra difesa, di una mercenaria che, inattesa e insperata, sorse in nostra difesa, a nostra tutela, impegnando la propria sensazionale lama bastarda, e il proprio temibile pugno di metallo, a difesa del nostro diritto a esistere, in opposizione alla fine del mondo.
Midda Bontor, tale il suo nome, intervenne in quella funesta ora, non soltanto per salvarci dal fato di morte che avrebbe contraddistinto tutti noi; ma, ancor più per educarci, per aprirci gli occhi su una verità tanto banale e pur, abitualmente, così distante da ogni nostra possibilità di intelligibilità. Una verità alla luce della quale ogni indolenza, innanzi a qualunque fine del mondo, fosse anche quella più epica e incontrovertibile, avrebbe dovuto essere dimenticata, avrebbe dovuto essere violentemente rinnegata. Perché, la verità che ella volle donarci, fu quella che trasmise con l’esempio delle proprie azioni, del proprio operato, del proprio impegno: la capacità, per chiunque, di prendere in mano il proprio fato, il proprio destino, anche in opposizione al volere degli dei, in grazia alla propria forza d’animo, alla fermezza del proprio cuore e della propria mente nel confronto con qualunque minaccia alla propria autodeterminazione.
Perché ella, pur straordinaria guerriera, incredibile combattente, nulla si offrì di più o di meno rispetto a noi o ai nostri avversari. Semplice donna, non immortale, non invincibile, così come comprovato dalle sue molteplici cicatrici, nonché dal terrificante sfregio nel bel mezzo del suo stesso viso; e pur capace di plasmare presente e futuro in sola grazia alla sua volontà, all’ardore del suo spirito, come chiunque fra noi avrebbe potuto essere capace di compiere, ma come, altresì, solo da lei compiuto.
Ed ella ci salvò. Non tutti, ovviamente. Ma ci salvò. Arrivando, persino, a scusarsi per non aver potuto fare di più, per quanto nulla di più avrebbe mai potuto essere preteso da lei.
Midda Bontor evitò la fine del mondo. Del nostro mondo. Così come, ho scoperto solo in seguito, aveva già evitato la fine di altri mondi. E così come, non ho dubbi, sarebbe stata capace di evitare la fine del Creato, nella propria accezione più amplia… e chissà che, un giorno, non debba anche dimostrarlo al mondo intero.
A cosa penso quando penso alla fine del mondo?
Penso ai volti delle donne, dei bambini e degli uomini che persero la vita nel corso di quella fine del mondo. Penso alla crudeltà degli uomini e delle donne che, allora, rappresentarono la Piaga mortale, destinata a distruggerci completamente. Io penso a tutto il sangue che, in quel giorno, intrise la terra sotto ai nostri piedi, trasformandola in un’oscena fanghiglia. Penso a quanto una sola donna, straordinaria certo e pur comunque mortale, poté compiere per evitare l’inevitabile, per arginare l’inarrestabile, per impedire l’irreversibile.
E pensando a tutto questo, non posso che rammaricarmi per l’indifferenza che, prima di quel giorno, mi aveva caratterizzato così come, sono certo, animi la maggior parte fra voi. Indifferenza non solo verso il pericolo della fine del mondo, quant’anche verso ciò che avrei potuto perdere in tal fine. Perché nulla di peggio vi può essere che ignorare un pericolo, se non ignorare il valore di tutto ciò che, in conseguenza a simile minaccia, potrebbe esserci negato.
Un’indifferenza, la nostra, complice di qualunque fine del mondo… e, in ciò, nemica dell’autodeterminazione utile a permettere a tutti noi di sottrarci a qualunque arbitrio umano o divino in nostro contrasto.
Perché, nell’esempio che Midda Bontor mi offrì in quel giorno, salvandomi la vita, ho compreso come la fine del mondo inizi dentro di noi, nei nostri cuori e nei nostri animi, ogni qual volta in cui ci arrendiamo: ci arrendiamo agli dei e ai loro capricci; ci arrendiamo ai mortali e alla loro violenza; ci arrendiamo a noi stessi e alla nostra indolenza.
A cosa penso quando penso alla fine del mondo?
Penso a quanto ancora devo compiere per guadagnarmi il diritto a esistere ancora in vita dopo quel giorno. Perché la prossima volta, alla prossima fine del mondo, dovrò essere in grado di salvarmi da solo.