Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 30 settembre 2012

1716


… non che, nel resto del mondo noto, avesse proprio malgrado rilevato una simile, e pur indubbiamente desiderata, opportunità.

« Desmair! Se mi stai guardando… sappi che sei solo che sei un maiale, pervertito e perdente. » commentò ad alta voce, rivolgendosi in maniera diretta, e ironica, alla volta del proprio mai apprezzato marito « Tutto questo appartiene a Be’Sihl: quindi non farti vane illusioni a tal riguardo. »

Desmair. Un semidio, dichiaratosi qual tale in quanto figlio del dio Kah e della strega, nonché regina, Anmel Mal Toise, nella dimora del quale ella aveva avuto la sfortuna di trovarsi a essere imprigionata qualche anno prima, durante la traversata dei monti Rou’Farth attraverso vie comunemente non percorse da parte delle carovane mercantili e, persino, ignorate qual possibile fronte di battaglia nell’eterna guerra fra il regno di Kofreya, a occidente, e quello di Y’Shalf, a oriente, che quelle vette avevano già abbondantemente innaffiato con il sangue dei rispettivi caduti.
Rinchiusa lassù, o, per meglio dire, in una realtà estranea a quella per lei comunemente propria, alla quale aveva avuto accesso in grazia a un quadro maledetto, portale per il mondo nel quale lo stesso demoniaco semidio era stato segregato, qual conseguenza di eventi da lei ancora ignorati; ella si era spinta a un osceno matrimonio con lui, celebrazione alla quale aveva volontariamente partecipato per evitare che una sua amica, e protetta, potesse essere a quel mostro legata per il resto della propria esistenza. E sebbene neppure lo stesso Desmair avesse desiderato simile unione, i voti scanditi innanzi agli dei tutti avrebbero dovuto essere considerati egualmente validi, tali da renderli marito e moglie, nella buona e nella cattiva sorte, sino alla dipartita dell’uno o dell’altra. Il fatto, poi, che, senza riportare alcuna possibilità di successo, ella avesse ripetutamente tentato di ucciderlo, facendolo letteralmente a pezzi e, persino, decapitandolo, non avrebbe potuto deporre a favore della prima eventualità; così come, parimenti, il fatto che egli si fosse impegnato a non anticipare l’ultimo grande appuntamento né della sposa, né delle sue due, all’epoca, accompagnatrici e testimoni, non avrebbe potuto deporre a favore della seconda eventualità.
Impossibilitati, pertanto, a uccidersi reciprocamente, l’una per semplice incapacità, l’altro per rispetto di un voto pronunciato; Desmair e Midda avevano dovuto accettare, non senza duri scontri, la loro condizione di sposi, condizione che, a discapito della seconda, aveva reso il primo capace di raggiungerla psichicamente in qualunque angolo del mondo ella si fosse trovata, riuscendo, persino, a manipolarne le percezioni sensoriali per renderla vittima di terribili allucinazioni. E proprio in conseguenza a simile inganno, ella era stata, tempo addietro, sospinta in offesa al suo tanto amato Be’Sihl, quasi uccidendolo nel considerarlo, per colpa del marito, un orribile mostro necrofago. Proprio da Be’Sihl, pronto a sacrificarsi per il suo amore, ove ciò si fosse reso necessario, ella aveva ottenuto in dono un prezioso monile, un bracciale d’oro a forma di serpente che, indossato poco sotto la sua spalla sinistra, l’aveva consacrata al dio shar’tiagho Ah'Pho-Is, signore degli inganni, e aveva eretto un’apparentemente inviolabile barriera fra lei e il suo mal tollerato sposo. Barriera che, comunque, come aveva presto maturato consapevolezza, non gli avrebbe impedito di seguirla in ogni proprio movimento in grazia all’impiego di oscene armate spettrali a lui asservite, e in grado di circondarla, costantemente, senza che le potesse essere concessa occasione di rilevare la loro presenza, né, tantomeno, di ovviarla.
Qual sviluppo, poi, da lei non solo completamente imprevisto, ma persino imprevedibile, in tempi sufficientemente recenti, o, per lo meno, ella ciò sperava, Desmair era entrato in contatto con Be’Sihl, attraverso il tramite di alcuni propri spettri, proponendosi a lui non qual rivale ma qual alleato, nemico di un nemico comune. E benché ella non avrebbe potuto ignorare come dalla collaborazione fra il suo sposo e il suo amante fosse derivata per lei occasione di salvezza da una prigionia dalla quale, altrimenti, difficilmente avrebbe potuto evadere; l’idea che simile alleanza fosse stata forgiata non avrebbe mai potuto entusiasmarla, non avrebbe potuto soddisfarla, ritrovandola, al contrario, sinceramente contrariata sia nei riguardi dell’uno, il semidio, incapace di restare al proprio posto; sia dell’altro, l’uomo, tanto stupidamente innamorato di lei da essere pronto persino a scendere a patti con quell’essere osceno pur di salvarla.
Purtroppo quanto era avvenuto, era ormai avvenuto e recriminare sul passato non avrebbe potuto essere d’aiuto per alcuno, né per lei, né per Be’Sihl, né per il loro amore. E anche dove, necessariamente, ella si era infuriata con lui, non riuscendo a minimizzare o banalizzare quanto avvenuto; ogni punto di contrasto fra loro si era appianato, addirittura cancellato nell’energia, nel sentimento, nell’amore proprio di un loro abbraccio e di un loro bacio… nonché del giuramento, da parte di lui, di non tentare nuovamente di instaurare un contatto con il semidio, dal quale non avrebbero potuto derivare null’altro che problemi.
Al di là dell’estemporanea, e speranzosamente unica e irripetibile, occasione d’incontro e di collaborazione fra Desmair e Be’Sihl, molti, troppi si erano proposti recentemente nella vita della Campionessa di Kriarya, già Figlia di Marr’Mahew, nuovi e pericolosi avversari, resi tali non solo e semplicemente dalla mera volontà di ucciderla, ma anche, e ancor peggio, da quella di sfruttarla, in una cospirazione che aveva assunto, innanzi ai suoi occhi, proporzioni ormai intollerabili, motivo per il quale, prima ancora di proseguire contro la sua più esplicita antagonista, la sua sorella gemella Nissa Bontor, posseduta dallo spirito della trapassata regina Anmel, la mercenaria desiderava giungere a un doveroso chiarimento. Un chiarimento utile, quantomeno, a comprendere quali ruoli fossero propri di Desmair, suo sposo dichiaratosi in aperto contrasto a colei che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere considerata sua madre; e dell’y’shalfica fenice… o solo fenice, in quanto attribuirle una nazionalità sarebbe equivalso a offendere la sua immortale e, forse, divina natura… creatura da lei incontrata troppo tempo addietro e che mai avrebbe potuto immaginare essere coinvolta nei più recenti eventi della sua vita, tantomeno in una misura tale da poterne essere considerata principale ideatrice, qual, in conseguenza a determinati sviluppi, aveva drammaticamente scoperto essere.
Così, dovendo proprio scegliere fra i due da chi iniziare, fra un semidio immortale e una creatura non di meno eterna; ella aveva votato in favore del male con il quale ella, in fondo, aveva maturato più confidenza, il marito, dirigendosi, sola, verso le vette dei monti Rou’Farth, in quell’area dove, ben lo ricordava, aveva incontrato per la prima volta la smisurata edificazione sua dimora. Un viaggio in solitaria, il suo, qual da lungo tempo non aveva più avuto occasione di compiere: motivo per il quale, malgrado come mercenaria avesse quasi sempre rifiutato l’idea di un’eventuale complicità, preferendo potersi sentire unica responsabile tanto per i propri successi, quanto per i propri fallimenti, ella non avrebbe potuto evitare di avvertire una certa malinconia, al pensiero di tutti coloro che le avrebbero potuto essere prossimi in quel momento e che, ovviamente, non lo erano… per sua esplicita richiesta.
Be’Sihl, in primo luogo, da lei amato e da lei desiderato al pari di un’ossessione. Ma anche Seem, il suo scudiero, un ragazzo, ormai giovane uomo, che pur privo di ogni addestramento nell’arte della guerra aveva espresso il proprio sogno di poterle essere al fianco nelle sue avventure e aveva combattuto per trasformare tale desiderio in realtà. Oppure Howe e Be’Wahr, due fratelli di vita, seppur non di sangue, che avevano affrontato in lei molteplici avventure, e che ormai avvertiva, in parte, anche quali propri fratelli, propri familiari, membri di un concetto più ampio stirpe, di casata, ma non per questo meritevoli di minor rispetto… al contrario. E poi, ovviamente, Carsa Anloch, colei che più di tutte l’aveva amata e, addirittura adorata, sua alleata per eccellenza e, al tempo stesso, prima fra tutte le sue rivali: non antagonista, beninteso, ma rivale, nel senso più amplio del termine, laddove, in più di un’occasione, al di là di ogni rispetto e adorazione, ella aveva speso tutte le proprie energie per tentare di primeggiare su di lei, per dimostrarsi una mercenaria migliore, una guerriera più aggressiva, un pericolo da non sottovalutare.
Essi, innanzitutto, e poi molti altri, entrati a far parte della sua vita negli ultimi anni per lunghe settimane come per solo pochi giorni, erano ora distanti, impegnati in chissà quali affari, quali premure, mentre ella li pensava e compiangeva se stessa per la propria, pur voluta, distanza da loro. Perché tutti loro, se ella avesse desiderato, se ella non lo avesse, addirittura, esplicitamente proibito, l’avrebbero seguita, l’avrebbero accompagnata e avrebbero rischiato le proprie vite per lei. Tutti loro, con la sola eccezione, purtroppo o fortunatamente, della stessa Carsa Anloch… ormai estranea a qualunque genere di affanno in tal senso.

sabato 29 settembre 2012

1715


« Dannazione. Dannazione. Dannazione! » imprecò a denti stretti, contraendo gli addominali e spingendosi a sedere con un secco colpo di reni, trasparente di tutta la sua insoddisfazione nel confronto con l’evidenza dei fatti, con l’evidenza di quanto nulla da lei presunto qual vissuto fosse stato effettivamente tale « Gli dei mi odiano… non vi è altra spiegazione. Gli dei mi odiano. »

Frustrata tanto dalla passione interrotta, quanto e ancor più dalla scoperta che un tale momento neppure aveva avuto inizio; la donna guerriero resistette alla tentazione di prendersela con le proprie vesti, con la pelliccia di sfinge a circondarle i seni, in aggiunta alla stretta fascia utile a evitare che l’abbondanza delle sue forme potesse esserle d’intralcio durante il combattimento, e con i propri pantaloni, un tempo di morbida pelle, ormai sempre più logori, trasparenti di tutte le avventure da lei vissute, che avrebbero potuto finire per essere addirittura stracciate, tanta la sua furia e, soprattutto, l’esigenza per lei di trovare sfogo… in qualche modo, con qualunque mezzo.
Nel sonno, trascinata dall’emozione psicologica e fisica vissuta, ella si era quasi completamente spogliata, indifferente alla severità dell’autunno, che, a quelle altitudini, avrebbe dovuto essere già considerato qual inverno. E nello scoprirsi in tal modo denudata, ella non poté che provare un incredibile moto di imbarazzo… imbarazzo non tanto per l’offerta delle proprie sempre stupende forme, malgrado i sette e più lustri da lei ormai accumulati dietro alle proprie spalle; quanto, e più spiacevolmente, per essersi lasciata a tal punto ingannare dalla propria stessa psiche, concedendosi sia un sonno tanto profondo da non permetterle di riconoscere la realtà onirica, distinguendola da quella quotidiana, sia e molto pericolosamente, un trasporto tale da perdere completamente il controllo, in termini che, se solo non fosse stata invero benedetta dagli dei, avrebbe potuto costarle parecchio, addirittura la vita.
Qual mercenaria, e tale da oltre quindici anni, ella era perfettamente confidente con quel tanto semplice, quanto letale assunto di come una sola distrazione, un semplice momento di distacco dal mondo a sé circostante, fosse anche nel sonno, avrebbe potuto tradursi in un allontanamento definitivo dal medesimo, nella propria prematura morte. E anche dove, in oltre quindici anni, e già prima, ella non si era praticamente mai concessa un sonno tanto profondo da obliare la realtà; quella sola occasione avrebbe potuto esserle nondimeno letale, punendo severamente e irrevocabilmente il suo errore.
Fortunata e benedetta dagli dei, pertanto, ella avrebbe dovuto riconoscersi, nell’essersi potuta permettere quel pur effimero, pur irreale momento di estraniamento dall’universo intero, per ricongiungersi, metaforicamente ma, forse, persino realmente, al proprio amato, al proprio desiderato Be’Sihl Ahvn-Qa, il locandiere shar’tiagho dimostratosi capace di farle perdere la testa… e, per il quale, ella sperava comunque di evitare di perdere alfine, realmente la testa.
Comprendendo, al di là del primo istante di furente rancore per quanto, spiacevolmente negatole, che soltanto inutile, e controproducente, avrebbe potuto significare prendersela con i propri abiti, vittime innocenti in misura persino maggiore di quanto avrebbe potuto essere ella stessa; la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, rispendenti in quella notte ormai agli sgoccioli, non poté maturare altra decisione che quella di rivestirsi, con movimenti mesti, comunque insoddisfatta per l’illusione della quale era rimasta fragile vittima.

« Sperò solo che lui abbia condiviso il mio sogno. E che, alla fine, sia rimasto altrettanto deluso nello scoprirmi lontana… » commentò, cercando di reindirizzare il proprio nervosismo dagli abiti all’uomo per il quale se ne stava privando nel sonno, in verità del tutto privo di responsabilità per quegli eventi, al di fuori, quantomeno, dell’amore che da sempre aveva vissuto per lei e con il quale, alla fine, l’aveva persino travolta « No… povero caro. » si corresse immediatamente, sentendosi subito in colpa per l’augurio rivoltogli « Non è colpa sua se io sono una sciocca, un’idiota. Al contrario… »

Discolpati gli abiti e, con maggiore repentinità, anche il proprio amante, alla donna non restò altro da fare che ammettere di dover essere riconosciuta qual la sola colpevole, per quanto avvenutole. Colpevole, per lo meno, nel mero merito dell’eccessivamente intenso, e per questo pericoloso, sonno riservatosi. E non di certo, e non sarebbe potuto essere altrimenti, per l’amore e la passione da lei vissuti per il proprio compagno, per chi, dopo tanti anni, le aveva concesso nuovamente emozioni dimenticate sin dagli anni della propria fanciullezza.
Un amore stupendo, inebriante e travolgente, il loro, per tutelare il quale, comunque, ella avrebbe dovuto conservarsi in vita e in salute, eventualità altresì improbabile ove avesse continuato a concedersi la medesima leggerezza lì non ancora perdonatasi, e che non avrebbe dovuto perdonarsi.

« Che tu possa avermi sognata, amore mio… e che il tuo sogno possa essere continuato molto più a lungo del mio, persino proseguendo in questo stesso momento, e lasciandoti dimenticare quanto distanti, nostro malgrado, siamo l’una dall’altra. » riformulò pertanto, trasformando la condanna precedente in una dolce benedizione, animata dalla speranza che almeno uno fra loro, in quella notte quasi conclusa, si sarebbe potuto dire felice e appagato.

Rivestitasi e verificato che, con la sola eccezione del proprio abbigliamento, non vi fossero state altre conseguente impreviste e non desiderate nel corso di quella notte, la mercenaria riavvolse ordinatamente le coperte entro le quali avrebbe dovuto aver riposato; si liberò delle ceneri del fuocherello innanzi al quale aveva cercato ulteriore protezione dal rigore delle notti a quell’altitudine; si infilò fra le labbra una striscia di carne secca, qual propria sola colazione, nonché anche pranzo e cena in quei giorni campali, fra quelle inospitali vette; e si concesse un l’occasione di impegnarsi nei propri consueti esercizi fisici, quegli stessi che ormai da anni la accompagnavano in molteplici momenti della loro giornata, e che, era convinta, avessero da considerarsi primi responsabili non solo per la sua attuale esistenza in vita, ma per la sua ottimale esistenza in vita, a quell’età che, per un professionista suo pari, avrebbe dovuto essere considerata addirittura veneranda.
Con sincero impegno, con assoluta abnegazione, ella si votò, pertanto e nuovamente, a quei movimenti ripetitivi, a quelle tensioni e distensioni, flessioni e torsioni, che mantenevano in perfetta operatività il suo corpo, concedendole un’agilità e una forza semplicemente sconosciute alla maggior parte degli altri mercenari, anche ove ben più giovani di lei. Un’attività che, dalla recente perdita dell’estremità della propria protesi destra, tristemente sognata ancor qual per lei presente, si era resa a tratti più complicata, ancor più impegnativa e, forse, persino innaturale in certi nuovi movimenti che le erano richiesti. Ma, un’attività alla quale ella non desiderava rinunciare, neppure privata della propria mano destra, ove, del resto, solo in grazia a quella mai violata supremazia, ella era sopravvissuta sino a quel momento, non solo nel contrasto con incredibili insidie a opera di mitologiche creature; ma anche, e con maggiore frequenza, nel contrasto agli agguati tesile e alle sfide lanciatele da chi bramoso di poter acquisire gratuitamente la sua gloria, la sua fama, non attraverso il valore delle proprie azioni, delle proprie gesta, ma solo attraverso il suo assassinio e, in conseguenza di ciò, la discutibile conquista del suo retaggio, quasi quanto da lei compiuto sarebbe potuto essere ereditato al pari di un monile, di una reliquia o, persino, di un tesoro.
Respiro perfettamente cadenzato, battito cardiaco tanto lento da poter risultare quasi inesistente, tanto il controllo da lei acquisito negli anni sul proprio corpo, contraddistinsero quella sessione d’allenamento al pari di ogni altra, rendendo quello da lei offerto uno spettacolo non solo appassionante, ma, addirittura, trasudante di un’incredibile sensualità, in conseguenza dell’indubbio fascino del soggetto lì in azione e dell’energia intrinseca in ogni fremito della sua pelle. Uno spettacolo che, tuttavia, a differenza di altre volte, in tale occasione restò del tutto privo del legittimo apprezzamento che gli sarebbe dovuto essere tributato, laddove alcuno ebbe occasione di esserle testimone.
Nessuno, per lo meno, ella sperava con tutto il proprio cuore, proprio malgrado pur consapevole di quanto, fra quelle vette, difficilmente avrebbe potuto sfuggire allo sguardo del suo sposo…

venerdì 28 settembre 2012

1714


Caldi baci sulla pelle candida, tempestata di efelidi.
Labbra carnose che accarezzavano le sue forme, risalendo dai talloni ai glutei, dai glutei a alla schiena, dalla schiena al collo. E sul collo si soffermavano, fra il dolce e l’appassionato, tentando vanamente di suggere da ogni suo singolo poro qualche afrodisiaco e inebriante succo, d’amore e di lussuria, qual ciò che li animava, spingendoli in quel movimento continuo, costante, al contempo folle ed eccitante.
Caldi baci simili a droga, dai quali, al contempo, ella avrebbe voluto rifuggire senza, tuttavia, potersi definire sufficientemente forte per farlo, sufficientemente salda, nei propri propositi, per concedersi una tale opportunità. E così, impossibilitata anche e persino a gemere, ella non poté fare altro che offrirsi, per una volta, vittima anziché carnefice, succube anziché dominatrice, provando solo, semplice e apparentemente infinito piacere per tutto quello, per la posizione in cui egli l’aveva costretta.
Per anni ella si era a lui negata, temendo che, nel momento in cui quella loro specie di amicizia avesse tentato di progredire a un livello superiore, tutto sarebbe bruscamente finito, privandola anche della più elementare, ma sempre apprezzabile, possibilità di discorrere con lui, in occasione dei loro appuntamenti mattutini. Così, tuttavia, non era stato. E il giorno in cui alcun freno inibitore era riuscito a tenerli a debita distanza, ella aveva anche compreso che, dopo di lui, non avrebbe più potuto desiderare altro uomo. Perché egli, a differenza di ogni altro amante con cui avesse mai giaciuto, si era offerto capace di comprenderla, di comprenderla veramente, nel profondo della sua anima, così come, da troppo tempo, nessuno era stato più in grado di fare.
Ora… ora che il loro amore era esploso, violento e dirompente, ella sentiva l’esigenza di lui, della sua presenza, dei suoi baci e dei suoi abbracci, persino del suo peso sopra il proprio corpo, con la stessa brama con la quale, in procinto di affogare, avrebbe anelato a un ultimo respiro, a un ultimo contatto con l’aria. E nell’avvertire quella sensuale presenza contro la propria schiena, sopra la propria schiena e sopra i propri glutei, ella non avrebbe potuto fare altro che offrirsi a lui, con il proprio corpo, con il proprio cuore, con la propria mente e, persino, con la propria anima, vittima sacrificale al dio oscuro che, in quei momenti, egli rappresentava per lei, a lui votatasi completamente.
Ella era sempre stata una donna forte, si era abituata, sin da bambina, ad agire ancor prima di pensare, senza offrire il benché minimo tributo di rispetto ad alcuno. Uomo, mostro o dio. Tuttavia, con lui, insieme a lui, ella aveva scoperto una nuova bramosia. Quella di poter essere sua. Di poter essere da lui dominata e vinta. Per la prima volta arrendevole, per la prima volta capace di abbassare la guardia e di godere, sotto ogni profilo, del tempo presente. E di quanto, in esso, offertole.
Sempre, necessariamente tesa; sempre, necessariamente paranoica; privata, dalla propria stessa scelta di vita, quella dell’avventuriera mercenaria, nonché della guerriera, della possibilità di lasciarsi realmente andare, obliare ogni pensiero, ogni preoccupazione, per poter essere solo se stessa; pur avendo avuto altri compagni, altri amanti, ella si era dimenticata, onestamente, come essere felice nell’intimità, nel rapporto con l’altro, nella sfera della propria sessualità. Troppe volte, troppo spesso, per lei quell’atto, di possibile, straordinario appagamento e completa dimenticanza, si era trasformato nell’ennesimo esercizio fisico, nell’ennesimo allenamento nel quale, pur senza particolare negatività, non era stata in grado di trovare quell’intimo giubileo che, altresì, aveva ottenuto  insieme con lui. Una sensazione di benessere e di pace con se stessa e con il Creato intero, della quale non avrebbe potuto evitare di appassionarsi, desiderandone sempre di più, sempre in quantità maggiore, per un tempo prolungato… non diversamente da una droga.
E più egli si univa a lei, premendo con il proprio corpo sul suo, quasi a tentare di divenire una cosa sola; più ella lo desiderava, pregandolo di non allontanarsi, supplicandolo di non smettere, addirittura persino minacciosa in tali richieste, nel timore che tanto piacere potesse esserle sottratto. E il nome di lui, prima a stento sussurrato, istante dopo istante, acquistava forza e, persino, prepotenza, venendo, presto, addirittura gridato, mentre le unghie della sua mano sinistra, e le dita in freddo metallo della sua mano destra, torturavano la testiera del letto, lì aggrappate con la stessa foga di un naufrago all’unico appiglio rimastogli.
Alcuna inibizione, alcuna remora, alcun freno ella volle rendere propri nel gridare il proprio piacere, nell’urlarlo a pieni polmoni, nel forse lento, forse incredibilmente rapido, crescendo verso l’estasi, del tutto disinteressata all’eventualità che altri potessero udirla, che quel suo gemere incontrollato potesse raggiungere orecchie indiscrete. Non esibizionismo il suo, volendo essere puntuali in tale osservazione, quanto e piuttosto semplice mancanza di pudore o di imbarazzo per se stessa e per le proprie emozioni, equivalente motivo per il quale non era solita considerare la propria eventuale nudità quale una motivazione utile per sottrarsi a uno scontro, o a qualunque altra esigenza forzosa, imposta da un fato avverso.
Suo pari, e suo completamento, con quella naturalezza, quella spontaneità che non avrebbe potuto evitare di renderla ancor più folle per lui; anche egli non si pose imbarazzo alcuno nel sentirla gridare apertamente il suo nome, incitandolo a non arrestarsi, a non osare neppure pensare di arrestarsi. Al contrario, da tutto ciò derivò, per lui, solo uno sprone a proseguire, stringendo le mani attorno ai suoi fianchi, nella soddisfazione di  sentirla completamente sua, vittima del suo amore almeno quanto egli stesso era solito sentirsi reciprocamente tale. E il pensiero che ella fosse colei che era, straordinaria guerriera, incredibile avventuriera, leggenda vivente, nonché meravigliosa donna trasudante sensualità da ogni propria, procace curva, non avrebbe potuto che rendere quel momento, quella conquista, ancor più eccitante e appagante, anche ove, ovviamente, mai si sarebbe permesso di ricercar vanto dalla propria relazione, dal proprio tanto faticosamente instaurato rapporto.
Neppure quando l’estasi li travolse, e tanto l’uno quanto l’altra per un lunghissimo istante temettero di perdere i sensi; la foga della loro complicità amorosa venne meno. Ebbri del loro comune piacere, essi non ebbero neanche bisogno di parlare per concordare un’immediata ripresa: fu sufficiente, semplicemente, mutare appena le rispettive posizioni, per veder riprendere esattamente come, pocanzi, era stato estemporaneamente interrotto. E dalla sua schiena e dal suo collo, quei caldi baci ricolmi di passione e di desiderio, si avventarono sulle sue labbra e sui suoi seni, in una folle indecisione fra forme egualmente sensuali ed egualmente attraenti per lui. Un’indecisione, un’incertezza, che ella non volle comunque punire e, anzi, che cercò di ricompensare, offrendosi, di volta in volta, al meglio possibile per lui, per soddisfare quei suoi appetiti, sfruttando l’indubbia preparazione atletica del proprio corpo, delle proprie membra, per concedersi a lui quasi quale un piatto da cui attingere liberamente, vassoio ricolmo d’abbondanza qual alcuna cornucopia avrebbe potuto eguagliare.
E anche dove i baci divennero eccessivamente possessivi, quasi prepotenti, nel tentare addirittura di divorarne le smisurate forme; ella mai si lamentò, contorcendosi, anzi, per il piacere che, dai suoi pur sapienti gesti stava derivando per lei. Privata, poi, della testata del letto qual punto d’appoggio su cui sfogare l’incontenibile eccitazione crescente in lei di istante in istante da quella loro nuova postura; ella non ebbe a dispiacersi nel dirigere le proprie unghie, di volta in volta, sul petto o sulla schiena del proprio amante, lì selvaggiamente penetrando e da lui non ricevendo maggiore rifiuto o rimprovero rispetto a quello che ella stessa avrebbe potuto parimenti invocare qual proprio e, anzi, ottenendo sempre e soltanto reazioni di inalterato entusiasmo e soddisfazione, da parte di colui che mai avrebbe potuto tradire le sue aspettative.

« Be’Sihl… Be’Sihl… Be’Sihl… » ansimò e gemette, socchiudendo gli occhi per godere, al pieno, di quel meraviglioso momento, già pronta a gridare nuovamente con tutta la propria forza il suo nome, non appena egli gliene avesse riservata l’opportunità, qual, non temeva, presto sarebbe avvenuto.

Purtroppo per lei, quando il suo sguardo tornò a riaprirsi, il mesto panorama caratteristico dei monti Rou’Farth rimpiazzò la presenza del proprio amato Be’Sihl sul proprio corpo, e benché fosse oltremodo eccitata e ampiamente denudata, Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, fu costretta a confrontarsi con la consapevolezza di quanto nulla fosse appena accaduto… se non nei suoi più intimi, e appassionati sogni.

giovedì 27 settembre 2012

1713

 
(Prima che una sola altra parola possa essere pronunciata, Mu’Sah si precipiti contro colei che un tempo, poche ore prima, era stato solito considerare al pari di una figlia.)
(I suoi movimenti, probabilmente proprio in funzione di ciò, risultino, al tempo stesso, rapidi e decisi, ma anche volutamente imprecisi, in accordo con quell’intima dualità che lo ha caratterizzato sin dall’inizio della rappresentazione. Egli desidera uccidere la figlia per la sua ribellione, qual già ha considerato qual tale ancora prima di parlare con lei. Ma, al tempo stesso, egli adora ancora quella fanciulla con tutto se stesso, ragione per la quale sarebbe quantomeno improbabile, per lui, riuscire ad agire così come potrebbe volere.)
(Proprio malgrado, in tanta incertezza, in simile incapacità ad assumere una posizione chiara, fra l’evidenza delle proprie colpe e un intimo desiderio di riscatto, egli si ritrovi vittima della sua stessa, potenziale, vittima. Perché ella, scartando agilmente quel duplice affondo, non faccia altro che allungare le proprie mani ad afferrare il capo dell’uomo e, con un movimento secco, a spezzarne l’osso del collo. Così, con incredibile banalità e senza la benché minima spettacolarizzazione, muoia Mu’Sah, ricadendo al suolo, quasi oltre il bordo del palco, come una marionetta alla quale, all’improvviso, siano stati tagliati tutti i fili.)
Ah’Reshia – … Anloch… (Quasi sussurra fra sé e sé, per poi ripetere con voce più convinta.) … Anloch… è così che mi chiamo! Che si chiamava mio padre! (Gioisce, già dimentica della morte della propria ultima vittima, più interessata, oggettivamente, a recuperare la propria memoria perduta che a compiangere un morto appena divenuto tale per un suo intervento diretto in tal senso.) Sì. Anloch. Anloch. Anloch! (Ripete più volte, quasi il ripeterlo possa essere per lei occasione di maggiore confidenza con quelle parole.)
Ho appena ucciso quest’uomo, questo folle reso tale dalla morte della moglie, e mi è tornata memoria del mio nome? (Soggiunge, rendendosi forse sol ora conto di quanto avvenuto.) Come è possibile? Esiste forse un legame oppure… oppure…
… no. Che sciocchezze. Come potrebbe mai esistere un legame fra costui e me? Fra costui e la mia famiglia? (Scuote il capo, minimizzando la questione.) Sicuramente mi sono lasciata influenzare in maniera eccessiva dai suoi deliri, al punto tale da riconoscergli ragione anche ove essa non esiste, né mai potrebbe esistere. Perché è semplicemente assurdo tentare di idealizzare l’esistenza di un qualche legame fra lui e me. Non, per lo meno, tale da precludermi completamente ogni ricordo a suo merito, lasciandolo apparire qual un completo estraneo. Perché se non fosse già stato tale, ne sono certa, la mia mente si sarebbe ribellata, e mi avrebbe permesso di condividere il suo dolore, per la morte di quella povera donna. (Asserisce, con assoluta convinzione.) E, invece… invece di ricordarmi di lui, ho rammentato il nome della mia famiglia, il nome della stirpe di mio padre, che è anche la mia.
Ora… ora manca solo un nome da associarvi. Il mio nome. (Osserva, desiderosa di risolvere tale nodo.)
Ma sento che sta tornando. Sento che sta per riemergere anch’esso dai meandri della mia memoria. (Insiste, con palese entusiasmo, muovendosi ora con fare addirittura frenetico, avanti e indietro, passeggiando quasi sopra al corpo di Mu’Sah, lì nuovamente dimenticato nella propria presenza e nella propria morte.)
Il mio nome… Anloch… Anloch… Anloch…
… Carsa…
… Carsa… Anloch. Carsa Anloch! (Arriva praticamente a gridare, nella gioia del risultato ora raggiunto, quasi la morte del principe avesse sciolto gli ultimi freni inibitori della sua mente e, ora, la follia abbia da considerarsi completamente libera di agire, e di condurla lungo le vie che più la possono consolare, che più la possono soddisfare, sino a quel nome frutto della fusione fra il nome della madre e il cognome del padre, che assume qual proprio.) Dannazione, sì!
Carsa Anloch! Questo è il mio nome completo. Mercenaria e aristocratica. Assassina e nobildonna.
Non che, abitualmente, un aristocratico non sia anche un assassino. (Riflette ad alta voce.) Or mi sovviene alla memoria l’oscena storia di un uomo, un pazzo, che geloso del proprio potere, arriva a considerare chiunque qual proprio nemico, qual proprio avversario nonché cospiratore, ragione per la quale prima uccide i propri fratelli, poi stupra la propria sposa, con tale violenza per la quale ella, al termine di quell’assurdo e imperdonabile gesto, preferisce togliersi la vita, piuttosto che concedersi un solo, ulteriore, istante ai ricordi di quell’orrore. (Riassume, inconsapevole di aver appena descritto la tragedia che, in parte, si è consumata proprio innanzi ai suoi occhi, in quel palazzo.)
Tuttavia io sono diversa dagli altri nobili di questo dannato Paese… o del resto del mondo conosciuto. (Insiste, sempre senza che nessuno possa levare una mano in opposizione a quelle parole e, soprattutto, a quella conclusione più retorica che sostanziale.) Quanto io compio… quanto io ho compiuto, l’ho sempre fatto soltanto per il piacere della sfida, e di nuove, e sempre più ardimentose prove sulle quali cercare di offrire un significato ultimo a tutto ciò, alla mia intera esistenza.
Chi ho ucciso, compreso quest’uomo, l’ultimo caduto di una lunga serie di vittime, non è caduto perché, da parte mia, è mancato il controllo su me stessa e sulle mie azioni, oppure perché soggetto di un qualche sentimento di gelosia… o peggio. Chi ho ucciso ho ucciso perché, nella sua morte, era mio interesse definire il mio presente e il mio avvenire, con la stessa serenità con la quale un fabbro abbatte quotidianamente il proprio martello sull’incudine, con la stessa quieta indifferenza con la quale un falegname accarezza ogni volta il legno con la pialla.
Non mi si giudichi, pertanto, una donna orrenda per le morti che mi sono imputabili e che, di certo, io non rinnegherò. Non mi si giudichi, quindi, una nobile crudele e meschina, al pari di altre esponenti dell’aristocrazia di questo regno… o del regno dal quale io provengo. Perché, in me, non è maggiore crudeltà di quella che anima un gatto, domestico o selvatico che sia, nei confronti di un topino di campagna. E se, a volte, posso anche trovare di che sollazzarmi nel corso di una missione, come il felino può concedersi di giuocare con la propria vittima prima di terminarne l’esistenza, ciò non deve essere considerata ragione di condanna nei miei riguardi. Non ove, per lo meno, da parte mia non sia mai voluto essere altro che un impiego, un mestiere, un lavoro, come molti altri esistono, come chiunque professa nella propria esistenza quotidiana.
Certo… il mio nome, il nome di Carsa Anloch, al pari di quello di una prostituta, potrà essere considerato dagli stolti, dagli sciocchi, quello di una donna priva di merito, di una… cagna… priva di onore o valore. Perché il mio mestiere, al pari di quello di una prostituta, è da molti osteggiato, ma da ancor più ricercato, sovente con l’ipocrisia del benpensante, incapace ad ammettere le proprie esigenze, le proprie emozioni, e, come tale, incapace ad accettare l’esistenza di mercenari e prostitute al mondo, benché, probabilmente, anch’egli, o ella, prima o poi si servirà degli uni o delle altre per un proprio affare.
(Un breve momento di riflessione segua quel monologo, quella digressione sul proprio mestiere e, soprattutto, sulle proprie motivazioni, al di là del pensiero comune.)
Ah’Reshia/Carsa Anloch – Qui altro non mi resta da compiere… (Sancisce, in conclusione.) Qualunque fosse la mia missione, essa si è certamente compiuta e, mio malgrado, non vi è in me memoria del mecenate a cui dover fare riferimento per domandare il giusto compenso per le mie azioni.
Qualunque maleficio si sia abbattuto sulla mia mente, mi ha lasciato molta… troppa confusione… e, in ciò, la mia sola speranza, è che colui, colei o coloro responsabili di ciò, siano già fra le numerose vittime di questo palazzo, forse persino fra gli spettri che, pocanzi, mi hanno assediata, primo ricordo realmente concessomi da questo mio strano… risveglio.
Conclusa la missione, e, peggio, perduto il mio giusto compenso, altro quindi non ho da fare se non partire. Partire priva di meta, come sempre partono coloro miei pari, alla ricerca di nuove avventure, di nuove imprese nelle quali poter dimostrare tutto il nostro valore, e nelle quali poter far crescere, di volta in volta, la nostra fama e con essa il compenso che dalla medesima seguirà.
(Si volti, offrendo per un istante le spalle verso il pubblico. Le spalle nude sulle quali possano ancora essere ben distinte le ali tatuate. Su quel particolare, venga quindi concentrata l’attenzione di tutti, nel mentre in cui ella rilassi i muscoli del collo e delle spalle, offrendo, addirittura, l’impressione di poterle scuotere e, perché no?, dispiegarle nella volontà di allontanarsi per sempre da lì, dal luogo nel quale è nata e cresciuta, ma che, ormai, non le appartiene più, da lei percepito addirittura qual estraneo.)
(E senza aggiungere altro, senza neppur un sospiro o qualunque altra espressione di sé, ella si volti nuovamente verso il pubblico e si incammini giù dal palco e attraverso tutta la platea, lasciando la scena dall’ingresso principale del luogo preposto a teatro di tale rappresentazione. Un cammino che, da parte sua, venga condotto con assoluta fierezza, schiena eretta, spalle larghe, fronte alta, priva, del resto, di qualunque motivazione per non incedere in tal modo, con simile trionfale andatura.)
(Esce Ah’Reshia, dall’ingresso principale.)
(Entrano, rispettivamente da destra e da sinistra, Reja e Sha’Maech, gli unici sopravvissuti, oltre ad Ah’Reshia/Carsa Anloch.)
(L’uomo si dimostri sufficientemente sconvolto dagli eventi occorsi, per come occorsi. La donna, al contrario, non si neghi un sorriso di palese soddisfazione, avendo, alfine, ottenuto vendetta per la morte di Kona e per tutto il dolore vissuto nel corso di quegli anni.)
Sha’Maech – Avevi ragione. (Ammette, con tono timoroso, spaventato per ciò di cui è stato tanto obbligato, quanto silente testimone.) Hai sempre avuto ragione. Una tragedia sarebbe presto stata consumata entro queste mura, e io non ti ho voluto offrire ascolto, non ti ho voluto concedere attenzione. E per questo, troppi innocenti sono morti…
Reja – Una innocente è morta. (Scuote il capo, negando simile tesi.) Kona.
Sha’ Maech – (Riflettendo per un istante su tali parole.) Due innocenti, allora…
Reja – (Riflettendo a sua volta.) … sì. Due innocenti. Kona…
Sha’Maech – … e Ah’Reshia. (Soggiunge, coprendosi poi la bocca e scuotendo anch’egli il capo, quasi potesse negare, in tal modo, l’orrore di quanto accaduto.)
Reja – E la loro storia, la vera storia della loro tragica morte, non sarà mai conosciuta da alcuno. (Osserva.)
Sha’Maech – Da alcuno. (Conferma, alfine ritrovandosi completamente d’accordo con lei.) La loro memoria non abbia da essere ridotta a intrattenimento per alcuno, qual semplice riempitivo per una tediosa serata attorno a un fuoco, così come sempre, ogni orrore, ogni tragedia, finisce per essere tradita, nelle parole dei bardi e dei cantori. Di coloro che, per primi, dovrebbero rendere loro onore…
Reja – Addio, Sha’Maech… vecchio amico mio. (Lo saluta, consapevole del valore di quella parola.)
Sha’Maech – (Esita.) … addio, Reja. (Deglutisce, per poi non riuscire più a trattenere le lacrime e, alla fine, scoppiare in un mesto pianto.)
(Cala il sipario.)

mercoledì 26 settembre 2012

1712

 
Scena V

(Riprendendo direttamente la conclusione della scena precedente, restino Mu’Rehin e le guardie morti al centro del palco, in una macabra montagnola di disperazione e tragedia.)
(In tal scenario, faccia tardiva comparsa colei che, indirettamente, possa considerarsi responsabile per l’eroica, o la folle, fine del cugino mai realmente tale. Ed ella si guardi attorno con aria smarrita, non riconoscendo in alcuno di quei morti un volto noto, e, per questo, non dimostrando il benché minimo dolore all’evidenza di tale strage.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra.)
Ah’Reshia – In questo palazzo vi è forse solo morte?! (Domanda, in maniera retorica, parlando con se stessa, o forse con i fantasmi che, ormai, non la circondano né l’accompagnano più.) Possibile che, sino a questo momento, non abbia incontrato una sola persona viva a cui poter fare riferimento per conoscere le risposte che cerco? Possibile che io non abbia lasciato alcuno in vita, coinvolta nella foga della missione che qui mi ha condotto? Cerco un nome, dannazione, cerco solo un nome…
(Approssimandosi ai cadaveri, si chini, ella, per rivoltarne molti, nell’evidente volontà di confrontarsi con i loro volti e, in ciò, sperare di trovare una qualunque risposta ai propri quesiti, rievocando in loro grazia i ricordi di un passato per lei completamente azzerato.)
Ah’Reshia – Niente. (Scuote il capo.) Potrebbero essere anche tutti miei fratelli, e non sarei in grado di definirlo. Li guardo e nella mia mente vi è solo il vuoto. Un vuoto nel quale tanto la loro identità, quanto la loro morte è fagocitato senza pietà alcuna, forse e persino con maggiore ferocia rispetto a quella che posso aver loro dimostrato quando li ho uccisi…
(Si rialzi, facendo atto di pulirsi le mani contro le gambe, con assoluta serenità, con completa indifferenza innanzi a quello spettacolo e a tanti morti.)
Ah’Reshia – Se solo vi fosse ancora un moribondo, fra loro, potrei domandargli di riferirmi il mio nome. Potrei costringerlo a pronunciarlo un’ultima volta, in cambio, magari, di una morte più rapida e benevola. rispetto a quella a cui si ritroverebbe a essere condannato… (Commenta, con malcelata delusione.) Purtroppo alcuno di loro mi sarà mai d’aiuto. Alcuno di loro potrà mai rivelarmi le verità a me, ora, ignote.
(Si inizi ad abbassare, improvvisamente e inaspettatamente, il sipario, nel mentre in cui Ah’Reshia avanza verso il bordo più esterno del palco, continuando a guardarsi attorno con aria tanto confusa, quanto serena, non individuando ragioni per le quali aversi da considerare preoccupata.)
Ah’Reshia – Qualcuno… (Soggiunga, parlando con tono più moderato, quasi fosse una considerazione fra sé e sé.) Qualcuno che mi riveli quanto sa. E’ questo che mi occorre. E’ questo che mi serve.
Un sopravvissuto,  con il quale io possa avere un dialogo, con il quale mi possa confrontare, e possa comprendere quanto è qui avvenuto e, soprattutto, perché è qui avvenuto. E’ forse domandare tanto? E’ forse pretendere troppo?!
(Con il sipario ormai calato alle spalle, a coprire quanto lì dietro stia accadendo per risistemare la scena, resti ella per un istante in silenzio, per poi sollevare le mani, ancora disarmate, e portarle accanto alla bocca, per permettere alla sua voce di risuonare con maggiore incisività.)
Ah’Reshia – C’è nessuno? (Grida, a pieni polmoni.) C’è nessuno con cui possa parlare?!
(Proprio da dietro il sipario calato, a quel richiamo, giunga una risposta. Una risposta per voce di Mu’Sah.)
Mu’Sah – Ci sono ancora io… maledetta! (Ringhia, con tono trasparentemente straziato dal dolore.)
(Ah’Reshia si volti e, nel contempo di ciò, si rialzi il sipario, mostrando una scena completamente diversa da quella precedentemente mostrata. Non vi siano più i corpi delle guardie e quello di Mu’Rehin, ma quello di Mu’Sah, ancora vivo, che, chino a terra, sorregga fra le braccia il corpo privo di vita della moglie, là dove, presumibilmente, questa si è andata a impattare al seguito della caduta. Il volto dell’uomo appaia rigato di lacrime, sinceramente sconvolto dal suicidio della sposa verso la quale, pur, non ha mostrato alcun rispetto. Come già all’inizio dell’opera, quindi, si presenti quale una figura estremamente combattuta, a suo modo non meno folle di quanto non sia divenuta la figlia, capace di desiderare la morte della moglie, di violentarla con l’impugnatura del proprio pugnale e, malgrado tutto, di piangerla disperato, nel momento in cui la scopre morta, suicida.)
Mu’Sah – Ora sarai soddisfatta immagino! (Insiste verso Ah’Reshia, dando ormai per scontato che tutto sia trapelato, che la verità sia conosciuta qual, in effetti, era prima che la follia in lei maturata cancellasse ogni ricordo di ciò, fonte, in verità, di tanto disturbo.) O non ancora? Non sei ancora appagata, in quanto è morta solo lei e non anch’io al suo fianco?!
E perché non anche tutti gli altri? Perché non Reja, che pur ti ha posta al mondo? O Sha’Maech, che ti ha cresciuta ed educata? Perché non ucciderci tutti, per il mero piacere di una vendetta ormai priva di significato?!
Maledetta… che tu sia maledetta… e maledetto il giorno in cui ti ho accolta nella mia casa!
Ah’Reshia – Tu… mi conosci? (Domanda, esitante, non comprendendo alcuna fra le parole d’accusa a lei rivolte, motivo per il quale non abbia ragione di apparire più di tanto sconvolta per tanta violenza verbale.) Tu sai come mi chiamo? E per quale ragione io sono qui?!
Mu’Sah – No! Io non ti conosco, lurida cagna! (Inveisce, sputando veleno contro la figlia per la quale, sino a poche ore prima, sarebbe stato disposto a uccidere e a morire.) Io non ti conosco né mai ti ho conosciuta.
Il tuo nome?! Non l’ho mai saputo… non l’ho mai saputo, maledetta, né mi è mai interessato! (Rinnega, in maniera totale, la figlia, ora considerandola un’estranea, senza poter immaginare quanto ella, a tutti gli effetti, si stia già considerando tale.)
Ah’Reshia – Se non mi conosci, a quale ragione fa capo tanto rancore nei miei riguardi, uomo?! (Questiona, dimostrando una certa intolleranza a quell’insistente crescendo di insulti verso di lei.) Se non mi conosci, cosa ho compiuto in contrasto a te o alla tua famiglia, tale da giustificare tanta invettiva a mio discapito? Dovrebbe essere mia, quantomeno, una colpa per motivare questo turpiloquio…
Mu’Sah – L’aver ucciso mia moglie non è forse una colpa sufficiente?! (Esclama, fuori di sé per la rabbia, scuotendo il corpo morto della sposa che regge fra le braccia.) Guarda a cosa hanno condotto le tue scelte! Contempla a cosa ha portato il tuo operato, razza di traditrice! E gioisci per tutto questo, se è ciò che desideravi… se a questo volevi giungere quando hai deciso di disonorare tutta la fiducia, tutto l’amore che in te avevamo riposto.
(La fanciulla resti per un attimo incerta innanzi a quelle parole, che non sa come poter sostanzialmente interpretare. Poi, nell’incertezza, decida di restare fedele alle poche certezze che la caratterizzano al momento attuale, rispondendo semplicemente…)
Ah’Reshia – Non gioirò, perché in quanto è accaduto non vi è stato nulla di personale da parte mia. (Scuotendo il capo.) Ho agito per così come era necessario agire e, se proprio lo desideri, posso riconoscerti della compassionevole benevolenza ricongiungendoti alla tua amata sposa, se questo potrà farti sentire meglio… potrà placare il tuo dolore. (Si offre in maniera sincera e spontanea, non avendo nulla contro di lui e, onestamente, ritrovando nell’ipotesi della sua dipartita un modo estremamente pratico per porre fine a tante sofferenze.)
Mu’Sah – E’ in questo modo che, quindi, ha da finire tutto?! (Domanda, appoggiando delicatamente il corpo della moglie morta a terra, solo per rialzarsi e lasciar comparire due pugnali, uno per mano.) Con lo scontro fra noi, nel nome di una vedetta reciproca?!
Se è questo che vuoi, non temere… (La rassicura, inspirando ed espirando.) Questo avrai! Perché non riuscirò a essere appagato sino a quando il tuo sangue non purificherà questa terra dal morbo che l’affligge… sino a quando non purificherà questa terra liberandola dalla tua immonda presenza!

martedì 25 settembre 2012

1711

 
Mu’Rehin – Ma… cosa…?! (Esclama, soffocato, osservando quel trono vuoto con stupore trasparente, sorpresa palpabile e, necessariamente, una certa irrequietezza, nel confronto con la consapevolezza di quanto, ormai, ogni piano, ogni strategia, ogni sogno, abbia a considerarsi drammaticamente priva di valore, nel confronto con una realtà assolutamente estranea, non prevista e, necessariamente, ostile.) Ella lo sapeva… ella sapeva di certo che qualcosa è mutato… ed è per questo che non si è mostrata, razza di saffica cagnetta rognosa.
Devo scappare! (Osserva, un istante dopo.) Qui non è sicuro per me… non può essere sicuro per me, esposto qual mi ritrovo a essere a ogni genere di agguato, di trappola, che, addirittura, può essere stata concepita al fine ultimo di farmi ritrovare a essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, in misura tale da trasformarlo nella mia tomba, ucciso così come avrei dovuto essere già dal sacrificio di Kona, e poi risparmiato solo nel rispetto tributato al sangue di quella povera, vergine innocente.
(Nel contempo in cui egli, tuttavia, sta compiendo un passo verso sinistra, ecco comparire da sinistra una prima coppia di guardie, forse lì non in maniera premeditata, non organizzata come da lui supposto e temuto, quanto e più semplicemente perché impegnate nella sua ricerca.)
(E laddove egli tenti la fuga verso il fondo del palco, altre due guardie si palesino in tal punto. Così come altre due risalgano dalla platea, per escludere anche tale opportunità.)
Mu’Rehin – Ah, maledetti! (Commenta, sguainando la spada sino a quel momento rimasta a riposo lungo il suo fianco.) Quindi mi stavate aspettando, con la medesima tenacia con cui solo la Morte incarnata sa attendere. Maledetti traditori… è questo che cercate? E’ la mia morte che desiderate?!
Eppure sono stato io a rendervi gli uomini che oggi siete. Sono stato io a forgiarvi e a plasmarvi, concedendovi la dignità di guerrieri. E ora… in questo modo avete deciso di ricompensarmi? In questo modo volete tributarmi il giusto onore, qual vostro mentore e guida?!
Tu… (Additando uno dei due uomini comparsi dalla sinistra del palco.) Credi forse che mi sia già dimenticato di te? Del fatto che, come contadino, ti eri indebitato oltremodo in conseguenza a troppe cattive annate, e, in ciò, tutte le tue terre sarebbero presto state confiscate dal visir e a te e a tua moglie non sarebbe rimasta altra via che quella del mendico, confidando sulla generosità dei passanti per sopravvivere.
O tu… (Additando, ora, uno dei due uomini comparsi dal fondo del palco.) Anche di te mi rammento, sai?! Del fatto che, con la medesima foga con cui ora tu mi tradisci, solo un paio di anni fa mi hai supplicato, chiedendomi di accoglierti fra le guardie di corte, e di addestrarti a questa nuova vita, per abbandonare l’umile retaggio offertoti in eredità dai tuoi genitori, semplici, ma orgogliosi, maniscalchi.
E tu… (Additando, infine, uno dei due uomini comparsi dalla platea, a lui già estremamente prossimo.) Non ho scordato il nostro primo incontro e quanto è accaduto, lo sai? Del fatto che, come bracconiere, ti ho sorpreso entro i confini delle foreste appartenenti al principe, e di come in cambio della tua vita, che avrebbe dovuto essere mia, tu mi hai giurato eterna fedeltà e riconoscenza, io che sarei sempre stato riconosciuto qual tuo capitano… tuo comandante… tuo riferimento!
Guardatevi in volto, l’un l’altro. E come voi i vostri compagni, che ho raccolto dalla strada con non inferiore generosità rispetto a quanta non vi abbia mai negato, elevandovi a uno dei ruoli più alti, più importanti fosse anche nella quotidianità relazionale con la vostra famiglia, i vostri cari o i vostri pari. (Consiglia loro, con il tono di un ordine ancor prima che di un semplice suggerimento.) Io vi ho reso ciò che siete. Io vi ho condotto al ruolo di guardie del principe, tali non per la mera capacità di saper sorreggere una lama di un certo stampo e peso, quanto, piuttosto, perché consapevoli di tutto l’impegno che sarebbe dovuto essere proprio in questa occupazione, e già addestrati, sempre per mia mano, a tradurlo in fatti, a porlo in essere.
Io vi ho creato, come guardie… e ora voi siete pronti a ribellarvi contro di me, vittima innocente di un padrone che, anche poi, sapete essere nel torto?! E’ questo che, realmente, siete pronti a compiere per il vostro folle principe, che a stento è consapevole della vostra esistenza, nella vostra specifica individualità?
(Domanda, quella dell’ex-capo delle guardie, che riecheggia solitaria nel vasto spazio della sala del trono, non riscontrando, in alcuno dei suoi avversari, il desiderio di impegnarsi in una qualche risposta di sorta. Se anche, quindi, dovesse esistere in loro un certo ripensamento qual conseguenza di quel monologo, nessuno lo dia a vedere, restando fermo nei propri propositi.)
Mu’Rehin – D’accordo… (Approva, chinando appena il capo in segno di resa innanzi all’evidenza dei fatti.) Avrei preferito evitarlo… ma, così come io vi ho reso ciò che siete, io vi posso distruggere. E vi distruggerò, se mi costringerete a farlo!
(Parole dure, ora addirittura intransigenti, con le quali tutti i presenti si abbiano a che confrontare e scontrare, ognuno reagendo secondo coscienza. Qual sentimento collettivo, tuttavia, si confermi la fiducia verso il principe e la fedeltà al proprio impiego, ragione per la quale, uno dopo l’altro, tutti loro tentino un approcciò in antagonismo al loro ex-capo.)
(Inizino, in tal modo, ad accumularsi corpi morti al centro del palco, vittime non colpevoli in misura maggiore rispetto a Kona, che si offrano in sacrificio per tentare di arrestare Mu’Rehin. E se pur alcuno riesca a sopravvivere, di tanto in tanto, qualche letale carezza, condotta dalle loro lame, raggiunga l’obiettivo prefisso, colpendolo, certo, ma non ottenendo successo nel fermarlo, nel bloccarlo al suolo così come, altresì, ognuno di loro è alla fine. E Mu’Rehin, malgrado ogni ferita, malgrado ogni affondo, fendente, montante, dritto o rovescio capace di raggiungerlo, non si arresti, non arresti le proprie difese e le proprie offese, in risposta a ogni stolto che decide di attaccarlo.)
(Ai primi sei, man mano che i corpi si accumulano, si aggiungano altre guardie, coinvolgendo in tal scena praticamente la totalità dei figuranti della compagnia, i quali, uno dopo l’altro, muoiano uccisi da Mu’Rehin, molti pur con la soddisfazione del pensiero di essere comunque riusciti a raggiungerlo. Di aver, malgrado la propria forse ineluttabile fine, collaborato al comune scopo di arrestare l’impeto di quell’uomo, di colui che tutti li ha formati e che, ora, tutti li sta conducendo al macello.)
(E quando i figuranti terminano, offrendosi qual montagna di carne e ossa attorno a Mu’Rehin, questi barcolli, restando tuttavia ancora ostinatamente in piedi, con la spada ora stretta in entrambe le mani, a offrirsi ancora pronto a chiunque altro possa desiderare aggredirlo.)
Mu’Rehin – E’ in questo modo, pertanto, che doveva concludersi tutto? (Domanda, parlando ora a fatica, lasciando trasparire tutto il dolore conseguente ai colpi letali infertigli, dai quali, ne è consapevole, non potrà riprendersi.) E’ così che, gli dei o chi per essi, hanno deciso avesse a terminare la nostra storia?!
Io vi ho resi un esercito. Io vi ho addestrati. Io vi ho suggerito uno scopo nel quale impiegare la vostra esistenza. E ora… ora io sono stato costretto a condannarvi tutti a morte, qual legittima difesa di un uomo morente. (Geme, crollando in ginocchio, e lasciando ricadere la propria lama fra quei corpi, senza più controllo neppure su di essa.)
Sappiate… sappiate comunque… che non vi giudico per quanto avete compiuto. Per quanto siete stati spinti a compiere. (Concede loro, con voce sempre più debole.) Siete morti innocenti, così come innocente è morto mio padre e, ora, sto morendo io… perché ogni sogno di gloria, o di predominio, non avrà alcuna occasione di concretizzarsi. E i miei sbagli, gli sbagli che avrei potuto compiere, non… non saranno tali.
Precedetemi, or dunque, miei compagni, nell’aldilà. (Comanda, o forse supplica, nella speranza di potersi, malgrado tutto, considerare ancora coeso a quegli uomini, morti per lui come per lui erano vissuti.) Che ci sia dato di giungere compatti innanzi al giudizio degli dei, cosicché le debolezze dei singoli abbiano a perdersi nella forza del gruppo… così come è sempre stato.
E che… nella vita oltre la morte….ci sia offerta maggiore gloria, maggiore rispetto, di quanto non ci è mai stato tributato in questa. (Si augura, qual estremo saluto.) Soldati… guerrieri… paladini… dimenticati per sempre.
(E con queste parole, anch’egli crolli al suolo, morto.)

lunedì 24 settembre 2012

1710

 
Scena IV

(Questa penultima scena dell’ultimo atto, prevede il ritorno alla sala del trono di Mu’Sah. Venga, quindi, nuovamente presentato l’ambiente caratterizzato da due ideali file di colonne parallele che, da sinistra a destra, conducano verso il trono del principe. Il trono, come già nelle scene precedenti, non sia subito sospinto in scena, ma compaia al momento opportuno, offrendo l’immagine di una sala molto più lunga di quanto non potrebbe essere offerta dall’estensione del palco.)
(Con fare furtivo, si palesi in scena Mu’Rehin, celandosi, idealmente, dietro una colonna e guardandosi preoccupato alle spalle, nel timore che qualcuno possa averlo intravisto o seguito.)
(Entra Mu’Rehin, da sinistra.)
Mu’Rehin – Ah’Reshia è stata di parola. Delle guardie a lei fedeli mi hanno fatto evadere. (Riassume, a beneficio del pubblico.) Tuttavia è una schiera estremamente ristretta, al contrario di quelle fedeli al principe: uomini che, un tempo, avevano votato la loro esistenza all’ubbidienza ai miei ordini, ma che ora, se solo mi trovassero qui, fuggito dalla cella in cui ero stato confinato, sono certo che non avrebbero dubbi ad aggredirmi, e ad uccidermi, fosse loro riconosciuta l’opportunità di farlo.
Ma non sarà così. Non secondo i piani di Ah’Reshia. Perché il principe morirà ben prima che chiunque possa trovarmi, possa avere notizia della mia fuga. E nella sua morte, io sarò il nuovo principe e i traditori dovranno tornare a offrirmi la loro fedeltà. (Sorride a tale pensiero.) Ovviamente colui che è stato causa della morte di Kona, tentando di conficcarmi un dardo in mezzo alle spalle, sarà giustiziato, come è giusto che sia. Ma agli altri, a coloro che hanno commesso il solo errore di credere alle menzogne di Mu’Sah, sarà offerta un’opportunità di redenzione, che dovranno impiegare per ritrattare il loro rinnegarmi, e per invocare il mio perdono per l’errore commesso. In buona fede, certo, ma pur errore.
(Guardandosi attorno, per assicurarsi di non essere visto, si lasci scivolare verso la colonna successiva, e verso il centro del palco, lì celandosi nuovamente e aspettando l’evidenza dell’assenza di sorprese a proprio discapito.)
Mu’Rehin – Brava Ah’Reshia. (Riconosce nuovamente, citando ancora colei che ha sempre considerato qual propria cugina.) Tanto odiosa quanto amabile. (Commenta, scuotendo appena il capo nell’evidente tentativo di allontanare da sé l’immagine di lei.) Se non avessi da temerla, sarebbe una compagna meravigliosa… soprattutto ora che ho scoperto non essere mai stata mia cugina.
Purtroppo ho scoperto anche altre cose di lei, come un interesse tale da precludermi qualunque fantasia a lei dedicata. E ciò è un peccato. E’ un vero peccato. O, tale sarebbe, se non fosse nelle mie prerogative l’eventualità di liberarmi di lei dopo essermi liberato del principe. (Annuncia, con tono cospiratorio.) Dopotutto non posso permettermi che ella muti idea, e decida di mantenere qual proprio quel trono sul quale non è suo diritto sedere. Così… sebbene non le appartenga il medesimo sangue dell’assassino di mio padre, sarà parimenti mia premura quella di vendicarne la morte, con massima incisività e necessaria crudeltà. Provvedimenti forse non popolari, almeno in un primo momento, ma che saranno presto dimenticati nel confronto con l’inizio di quella nuova era di luce che caratterizzerà la mia presenza in questo palazzo, in questa reggia.
In me, come mai in mio zio, rifulgerà l’eredità della nostra gloriosa famiglia, il cui nome verrà riportato ai fasti di un tempo… di quel tempo in cui persino il sultano era solito confrontarsi con noi prima di maturare un’opinione, fosse anche su qual nuova moglie eleggere al proprio fianco.
(Nuova colonna conquistata, questa volta mimando, ancor più che compiendo, il movimento utile ad avanzare, a proseguire innanzi, e pur, malgrado ciò, raggiungendo idealmente una terza colonna, contro la quale egli trovi ancora rifugio.)
Mu’Rehin – Io rappresento il futuro di questa famiglia. Mu’Sah, così come Ah’Reshia, ne rappresentano semplicemente gli errori passati. Errori che sarà mia premura evitare di ripetere, onde non cadere allo stesso modo in cui loro presto cadranno.
La storia dell’umanità è basata sull’evoluzione, non sull’involuzione, e laddove Mu’Sah non ha migliorato nulla, peggiorando altresì tutto, e laddove Ah’Reshia non potrebbe migliorare nulla, non avendo alcun interesse in tal senso, è la Storia ad autorizzarmi, a impormi di prendere le redini di questo folle giuoco, prima che tutto possa essere distrutto, prima che quanto i nostri avi hanno realizzato possa finire al macero. (Spiega, giustificando in tal modo ogni propria possibile azione, ogni scelta che ha compiuto e che, ancora, compierà.) Il mio ha da intendersi, a ben vedere, quale un dovere morale… non quale una semplice volontà personale. E nel nome di questo dovere morale io agirò.
Io agirò. E se agirò con troppa durezza, o con eccessiva leggerezza, sarà la Storia stessa a giudicarlo, colpevolizzandomi o assolvendomi, ma comunque ricordandomi come l’uomo del cambiamento, l’uomo che ha saputo trasformare una tragedia in un nuovo inizio, un’occasione di resurrezione, così come solo una fenice sarebbe altresì in grado di compiere.
(Parole esaltate, le sue, che risuonino quali espressioni dei suoi pensieri, ancor prima che un concreto monologo, lì altrimenti del tutto inopportuno, dato il luogo e dato il momento. Il suo avvicinarsi al trono, e all’avversario lì ricercato, infatti, abbia a considerarsi assolutamente discreto, silenzioso e potenzialmente letale, qual egli desidera, infatti, essere per il principe.)
(Il cospiratore, ex-capo delle guardie, avanzi ancora, conquistando una nuova colonna pur senza sostanzialmente muoversi rispetto alla propria posizione attuale sul palco. Un movimento nel quale, come in ogni altra scena in questo particolare contesto, dovrà essere posto tutto l’impegno recitativo e fisico dell’attore onde evitare di apparire simile a pantomima, tradendo in tal modo la tragica serietà del momento.)
Mu’Rehin – Ancora pochi passi… (Riprende a commentare, osservandosi attorno per assicurarsi di non essere seguito.) Ancora pochi passi, e raggiungerò il principe. E sarò nuovamente al cospetto del mio antagonista, dell’uomo che avrei già dovuto uccidere ma che non ho avuto ancora la possibilità di affrontare così come ho desiderato per giorni, sin dall’annuncio della morte di mio padre.
Ma… Ah’Reshia? (Domanda poi, con una certa irrequietudine.) Dove è finita?!
Non sia mai che io affronti il principe senza che ella, con la propria presenza, avalli la legittimità di questa rivolta, di questa ribellione in contrasto al suo potere sovrano, rendendo la morte di Mu’Sah non un semplice omicidio, quanto, e piuttosto, la deposizione di un tiranno, motivo per il quale alcuna voce, dal popolo, si potrà levare in contrasto a questa morte, da accogliersi, altresì, qual atto di liberazione.
Ma… dove si è cacciata? Dopo tanta severità a mio discapito, possibile che sia proprio ella a violare i termini della sua stessa strategia?!
(Un lungo istante di silenzio sia concesso allora dall’uomo, nel mentre in cui ingresso in scena di Ah’Reshia venga vanamente atteso. Purtroppo, per gli eventi ai quali il pubblico ha pocanzi assistito, impossibile ha da considerarsi simile apparizione, benché, ovviamente, al Mu’Rehin non sia concessa tale consapevolezza, non avendo neppure avuto occasione di essere informato nel merito della morte della zia.)
Mu’Rehin – Mi spiace per lei… ma non posso permettermi di aspettare altro tempo. (Conclude, storcendo le labbra verso il basso.) Se voglio sorprendere il principe e vincerlo prima dell’arrivo di qualche nuova guardia in sua difesa, devo agire ora… e agire deciso, senza che stupide chiacchiere mi possano distrarre dal mio fine ultimo, come è giù accaduto al primo tentativo. (Sancisce, dimostrando di voler apprendere dai propri errori per non commettere più le propri e stesse, precedenti ingenuità.)
Mu’Sah deve morire… ora!
(Animato da tale intento, egli balzi verso destra, compiendo qualche passo rapido verso iil fronte opposto del palco. Nel contempo di ciò, il trono venga spinto, come già in precedenza, all’interno del palco, comparendo sull’estremità destra del medesimo, a dimostrazione dell’ormai completo avvicinamento compiuto da parte del cospiratore. Purtroppo per lui, però, tale scanno si presenti completamente… vuoto.)

domenica 23 settembre 2012

1709

 
(Un istante di silenzio caratterizzi l’epifania personale di Ah’Reshia, nel mentre in cui le ombre continuino non arrestate e inarrestabili il loro moto circolare, la loro danza macabra. Privata di ogni consapevolezza su se stessa dalla violenza degli eventi, da quel crescendo di morti in continua e serrata successione, ella sta cercando in qualche modo di sopperire alla mancanza di una verità oggettiva a cui far riferimento a modo proprio, tuttavia palesando in tal senso una chiara e contemporanea perdita di senno, nell’allontanarsi, ogni istante di più, da un concreto contatto con la realtà.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera e sono una mercenaria. Quindi. (Assuma, ritornando a esprimersi, con tono in parte rinfrancato dall’idea di essere riuscita a iniziare a delineare la propria identità. O quasi.) E se ho ucciso vi deve essere un fine ultimo, un obiettivo per il quale sono stata ingaggiata. Così come vi deve essere un mecenate, qualcuno che ha voluto assicurarsi i miei servigi, in cambio della giusta somma…
… ma per quale obiettivo posso essere stata ingaggiata? E, soprattutto, da chi?!
Neppur riconosco il luogo ove mi trovo. Improbabile, in ciò, può solo essere ricordare chi, o perché, mi ha assunta.  Un nome… mi occorre un nome… (Esitazione.)
Cosa ho detto?! (Si domanda, o forse si rivolge agli spettri attorno a lei, pur sordi a ogni sua domanda, a ogni sua questione.) Mi occorre un nome…?!
Dei… non rammento neppure il mio nome. Come è possibile? Qual maledizione si è imposta sulla mia mente, tale da rimuovermi ogni memoria persino sulla mia stessa identità, e con essa sul mio passato?
Un nome, diamine! Il mio nome!
Quello è quanto mi occorre per primo. (Asserisca, ora persino con rabbia, verso se stessa.) Innanzi a quello del mio mecenate, del mio obiettivo o, persino, del luogo ove mi trovo.
Mi devo sforzare… mi devo costringere a ricordare qualcosa, in contrasto a qualunque stregoneria possa avermi coinvolta! (Dichiara, tornando a stringersi le tempie fra le mani, or non più per il dolore ma per meglio catalizzare lo sforzo mentale che vuole obbligarsi a compiere.) E non appena ricorderò il mio nome, ricorderò sicuramente anche il nome di chi ha tentato di privarmi della mia identità, per poterlo cercare e adeguatamente ringraziare. (Soggiunga, implicitamente minacciosa.)
(Per un fugate attimo tutto, persino il moto degli spettri, si arresti, a sottolineare l’incredibile sforzo che ella sta compiendo. Subito dopo, tuttavia, ella emetta un altro gemito, crollando al suolo in ginocchio. E, a quel risultato, i morti riprendano il loro cammino, senza dimostrare ulteriore empatia verso di lei.)
Ah’Reshia – Non rammento nulla… nulla… (Commenta, quasi in lacrime.) Come è possibile che non una sola sillaba riaffiori dai meandri della mia mente, concedendomi la serenità di cui abbisogno?!
E non mi si rimproveri di non porre impegno in questo tentativo, in questo sforzo, laddove, come chiunque, nulla come il mio nome ritengo indispensabile conoscere. Se infatti è pur vero che un nome è un semplice mezzo per appellarsi a qualcuno, per riferirsi a una terza persona senza ricorrere a un più prosaico “Ehy, tu!”, il proprio nome rappresenta il proprio retaggio, l’eredità della propria famiglia e, in taluni casi, persino dei propri avi. Solo a un orfano non è dato di conoscere il proprio nome e, per tutti gli dei, io non desidero pensare a me qual tale.
Voglio avere un nome. Devo avere un nome. E devo riuscire a ricordarmi qual esso sia.
A costo di spaccarmi il cranio per cavarlo fuori dalla profondità della mia mente a mani nude!
(Altro sforzo di concentrazione, in conseguenza diretta a queste parole, si impossessi di lei, vedendola tornare con le mani alle tempie, e le dita, ora, ben artigliate contro il suo cranio, nello sforzo di estrarre, inginocchiata qual già si trova, da esso le informazioni utili, seppur, meglio per lei, in termini più metaforici che pratici rispetto a quelli appena suggeriti. Ancora una volta gli spettri arrestino il proprio moto e, tutto si arresti in quello sforzo, in quel tentativo, per lei, di ricreare l’ordine a partire dal nulla, laddove nella sua mente non le è stata concessa neppure una sicuramente più apprezzabile situazione caotica. Ancora una volta, tale sforzo si concluda con un alto grido, un grido carico di frustrazione, segnale utile, alle ombre di coloro che furono, per riprendere il loro funereo girotondo.)
Ah’Reshia – Sono una guerriera… e sono una mercenaria… (Ansima, cercando di mantenere saldamente a sé quei due concetti già assoldati.) ... guerriera… mercenaria… guerriera… mercenaria… (Ripete, quasi simile a un mantra.) … guerriera… mercenaria… (Insiste.) … guerriera… mer…
… Midda… Midda Bontor! (Esclama, alzandosi di scatto in piedi, entusiasta all’idea di aver raggiunto un nome a cui associare la propria identità.)
(L’entusiasmo, tuttavia, duri non più dell’esclamazione, subito soffocato da nuovi pensieri, nuove immagini nella sua mente.)
Ah’Reshia – … no. Non posso essere io. (Commenta, sollevando le mani a coprire i propri giovanili seni e chinando lo sguardo verso gli stessi, a osservarli, in un momento di grottesco umorismo, quasi involontario, atto a stemperare il dramma del momento, più per lei che per il pubblico.) Non ricordo molto… ma ricordo che, di certo, non possiedo determinati… attributi per poter essere lei.
Ma, allora, chi è Midda Bontor, per essere così importante da essere presente nella mia mente, con il suo nome, ancor prima rispetto al mio?! (Questiona, lasciando ricadere le mani lungo i fianchi, con trasparente frustrazione.) Dei… spero per il bene di chiunque di non essere aggredita in questo momento, perché, armata o meno che io sia, potrei fare una strage tanto mi sento furente. (Ammette, umettandosi le labbra con la punta della lingua.)
E voi che diamine avete da continuare a ballare innanzi ai miei occhi?! (Esclama, nervosa, rivolgendosi ora agli spettri, gettandosi in avanti, per travolgerli, riuscendo, tuttavia, solo a passare loro oltre.) Non ricordo i vostri nomi. Non ricordo i vostri volti. Non ricordo neppure il mio di nome o di volto… ciò non vi è sufficiente? Ciò non appaga la vostra sete di vendetta nei miei confronti?!
Oppure… oppure non in mio contrasto è la vostra ira, non in mia opposizione è la vostra brama di vendetta, ma in contrasto a colui o colei che realmente ha da considerarsi responsabile per la vostra dipartita? (Ipotizza, cercando di ritrovare un minimo di controllo su di sé e sulle proprie emozioni, non volendo offrirsi completamente vittima delle circostanze qual già, indubbiamente, è.) Forse è vostro desiderio quello di aiutarmi, aiutarmi a vendicarvi, e a vendicare me stessa, innanzi a un comune avversario, innanzi a un solo nemico responsabile tanto per la vostra condizione quanto per la mia.
Ma se così è veramente… perché non parlate? Perché non vi esprimete liberamente con me?! (Soggiunga, ritornando rabbiosa, in maniera quasi schizofrenica qual, in verità, sta diventando, passando da un istante di gioia a uno di dolore, da un momento di entusiasmo a uno di frustrazione, dalla volontà di collaborazione a quella di netto rifiuto di chiunque attorno a sé.) Se questo è tutto il contributo che potete offrire a me e alla mia causa, allora siete solo delle inutili ombre di ciò che è stato, e la vostra presenza mi sta giungendo a noia! (Dichiara rabbiosa.) Andatevene, maledette! Tornate nell’oscuro limbo dal quale siete tutte emerse!
Non ho interesse alcuno per voi e per la vostra sorte! Io sono una guerriera e sono una mercenaria! Io sono una trionfatrice, sono una conquistatrice, sono una… una… una principessa. E voi… voi non siete nulla!
(In tal modo ripudiate dalle parole di Ah’Reshia, gli spettri arrestino la propria danza e, sempre senza a lei rivolgersi direttamente, neppure con uno sguardo, si disperdano uscendo lentamente, con la medesima solennità con la quale erano pocanzi entrati.)
(Escono tutti, tranne Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ecco… ecco per gli dei! (Sospira, profondamente, quasi ansimando la propria soddisfazione.) Ora… ora si inizia a ragionare. (Afferma, benché, a tutti gli effetti, non sia in grado di ravvisare un qualche particolare miglioramento rispetto alla propria precedente condizione.)
Ho bisogno di fare due passi… ho bisogno di schiarirmi le idee… (Sancisca, a tal punto.)
Ricorderò il mio nome… ne sono certa. Ma ora ho bisogno di distrarmi. Ho bisogno di allontanare da me l’aura di morte che quelle ombre hanno condotto seco, e con la quale mi hanno circondata.
Ricorderò il mio nome… e la mia missione. Io sono una guerriera, una mercenaria e una principessa.
Sono nata per conquistare. E nessuno mi potrà sconfiggere. Nessuno.
(Esce, barcollando, Ah’Reshia, da sinistra.)

sabato 22 settembre 2012

1708

 
Scena III

(La nuova scena riprenda laddove si era interrotta la precedente. Ah’Reshia, ancora in piedi con una mano tesa, stia osservando allibita il punto dal quale sua madre si è suicidata. E non una sola parola, dall’ululato di dolore, sia seguita sulle sue labbra.)
(Mentre ella appare quasi pietrificata, il letto venga discretamente e rapidamente portato via, lasciandola essere sola, al centro di un palco vuoto. E in un tale contesto, inizino a scorrerle attorno coloro che sono morti, coloro che ella ha perso. Senza parlare, senza soffermarsi, ma solo circondandola e continuando a camminare quietamente, in una lenta, macabra danza che, si possa intuire, sia più all’interno della sua testa che, realmente, attorno a lei.)
(Entrano Midda Bontor/Carsa Le’egah tenendosi per mano a uno sconosciuto, un figurante mai apparso prima, che possa impersonare il padre naturale della giovane.)
(Entra Mu’Reh, solo. Accodandosi dietro alla coppia.)
(Entra Kona, sola. Accodandosi dietro al fratello di Mu’Sah.)
(Entra Ah’Lashia, sola. Accodandosi dietro alla povera fanciulla innocente, chiudendo al tempo stesso il giro nell’offrirsi, anche, innanzi ai genitori naturali della propria adorata figlia.)
(Nessuno parli. Nessuno rivolga un qualche sguardo diretto verso Ah’Reshia. Ella sia come invisibile ai loro occhi, benché, palesemente, al centro della loro attenzione, unica concreta ragione per la loro presenza lì, in quel momento, tutti insieme. Parimenti, essi non riescano a distrarla dallo sgomento in cui ella è precipitata, a seguito del suicidio della madre.)
(Solo dopo un tempo che appaia straordinariamente lungo, quasi eterno, e scandito nel proprio evolversi dalla rotazione degli spettri, Ah’Reshia abbassi il proprio braccio teso, chiuda la propria bocca ancora aperta, e chini il capo, con aria sconfitta, verso il suolo.)
Ah’Reshia – Cosa resta…?! (Domanda posta a se stessa, eppure, nel contesto proprio di quella situazione, a tutti, fantasmi e pubblico.)
Cosa resta al termine di una vita, quando questa s’infrange contro gli scogli della violenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando questa non è mai stata realmente vissuta, celata abilmente dietro troppe menzogne per poter essere apprezzata nella propria concreta essenza?
Cosa resta al termine di una vita, quando… quando resti sola?
Sola.
Tutti, attorno a me, sono morti. O quasi.
Sono morti gli innocenti al pari dei colpevoli. Sono morti coloro che hanno commesso l’errore di amare. Amare me, amarsi reciprocamente, amare la vita più in generale. L’amore, per tutti loro, ha rappresentato cupa condanna. L’amore, per tutti loro, è stato sinonimo di morte.
Morte e amore. Amore e morte.
Nell’amore io sono stata concepita. Nella morte sono nata e rinata. Nell’amore sono cresciuta. Nella morte sono maturata.
A braccetto vanno amore e morte. E io nel mezzo. Troppo viva per essere morta. Troppo sola per essere amata. Perché coloro che mi amavano sono morti.
E a me… cosa resta?!
(Un grido si levi alto, mentre ella si stringa le tempie fra le mani, lasciando libero sfogo a tutto il proprio dolore, un dolore psicologico che diventa fisico e che non sembra poterle offrire scampo.)
Ah’Reshia – Dei… cosa resta?! (Urla, conficcandosi le unghie nel cranio, con forza tale da imporre il timore nel pubblico sul fatto che ella possa arrivare a frantumarselo, con le proprie stesse mani.)
Cosa resta all’imbrunire, quando il sole si tuffa oltre i monti Rou’Farth e lì sprofonda, affidando l’umanità alle tenebre della notte e alla fredda luce della luna, così lontana, così indifferente a noi tutti, alle nostre vite e alle nostre speranze?
Sono nata tre volte. Eppure… sono mai vissuta? Sono mai realmente vissuta? Sono mai… realmente esistita? Oppure… sino a oggi, altro non sono stata che la fantasia di chi mi ha desiderata al mondo?
Dopotutto, io non ho avuto altra vita se non quella che è stata sognata per me. Non ho avuto altra ambizione se non quella che è stata bramata per me. Principessa d’Y’Shalf o figlia vendicatrice che sia. E, in questo, non mi potrei definire autonomamente, al di fuori di quello che altri hanno desiderato per me.
Ma ora che coloro che mi hanno inventata sono morti… cosa resta di me? Della mia vita e del mio futuro?
Come un sogno che s’interrompe bruscamente al mattino, così è la mia esistenza, interrotta bruscamente all’alba di quella che sarebbe dovuta essere una nuova era. E come sogno… ora non posso fare altro che vagare. E vagare confusamente, priva di ambizione o meta. Priva d’identità.
Chi sono…?! Non lo so…
(Questione, quest’ultima, formulata con tono ipoteticamente retorico ma che, sillaba dopo sillaba sembra sempre più reale e realistico, trasparente di una concreta necessità di risposte da parte di qualcuno. Qualcuno che, tuttavia, non esiste più… o forse non è neppure mai esistito.)
Ah’Reshia – Sono stata realtà troppo diverse fra loro per poter essere considerate compatibili. Sono stata personaggi troppo diversi fra loro per poter essere considerati affidabili.
Il mio passato è un ricordo confuso a metà fra la cronaca e la menzogna. Il mio presente è del tutto privo di riferimenti in grazia ai quali indirizzarsi. E priva tanto del passato quanto del presente, è per me improponibile, ipotizzare un qualunque futuro.
Chi sono…? Chi sono stata…? Chi sarò…?!
Rammento il nulla. Né un recapito al quale appellarsi, né, tantomeno, la più semplice memoria nel merito del proprio presente, a partire addirittura dalla sua localizzazione. Dalla mia localizzazione.
Dove sono…? E perché sono qui…?!
Rammento il nulla. O forse no. Forse non il nulla. Forse un’ascia. Un’ascia da guerra. Un’ascia da guerra insanguinata fra le mie mani.
Chi sono…? Forse una guerriera…?!
Mi sembra impossibile l’idea. Ma nella più totale inconsapevolezza sulla propria effettiva identità, ogni idea ha da riconoscersi qual fattibile, possibile, addirittura auspicabile. Perché è sempre meglio essere una guerriera senza memoria e senza meta, che donna senza memoria e senza meta. Quantomeno, in tal modo, una prima consapevolezza la puoi avere…
(Ragionamento privo di fondamento, il suo, che pur nelle sue attuali condizioni appaia qual estremamente logico, addirittura ovvio, tanto quanto assurda abbia da essere considerata questa sua perdita di coscienza sul proprio mondo, sul proprio presente e il proprio passato.)
Sono una guerriera. Una guerriera che possiede un’ascia. Una guerriera che ha ucciso sicuramente molti con la propria ascia.
Questi spettri ne sono forse la riprova? Queste donne e questi uomini sono stati da me uccisi? E questa fanciulla, tanto triste, è anche lei vittima della mia lama?!
Eppure non sento di provare alcun rancore verso di lei così come verso alcun altro fra i presenti. Avendoli uccisi io dovrebbe essere così. O forse no…
Forse… probabilmente… sicuramente, non sono solo una guerriera, ma anche una mercenaria. E queste persone, queste ombre che mi si stanno scatenando contro, sono le ombre di coloro che io ho ucciso pur priva di una qualche ragione… semplicemente perché ero stata pagata per farlo.
E’ questo che sono? Sono una guerriera mercenaria, capace di uccidere dei perfetti estranei semplicemente perché in tal direzione sospinta dal pensiero dell’oro pattuito?!

venerdì 21 settembre 2012

1707

 
Ah’Reshia – Non posso odiarti. (Ammetta candidamente.) Neppure volendo potrei odiarti, madre. (Si ripeta.) E sì… ti continuerò a chiamare così, perché, benché non nel tuo ventre io sia stata concepita, tu sei l’unica madre che, in grazia al tuo buon cuore, mi è stata offerta occasione di conoscere e di amare.
E se anche, nei prossimi anni, io non troverò il mio cammino lungo la strada che tu potrai auspicare per me, allora come in passato, ciò non toglie che ti riconoscerò sempre e per sempre il mio affetto, il mio amore filiale, qual naturale ringraziamento per tutto ciò che tu mi hai concesso sino a oggi.
(Sia ora il turno di Ah’Lashia di restare in silenzio, in parte sorpresa, in parte addirittura sconvolta dalle parole della figlia. Non sappia ella come reagire, cosa rispondere a tanta dimostrazione di immeritato affetto, qual ella lo considera. E, per questo, scoppi nuovamente in lacrime, affondando il viso sul letto, spinta da un senso del pudore che le impedisce di mostrarsi in lacrime innanzi alla propria interlocutrice.)
Ah’Reshia – Quando io ho pianto, nel cuore della notte, chi mi consolava? (Domanda, allungando una mano ad accarezzarle i capelli, con delicatezza, con dolcezza.) Quando i temporali mi hanno terrorizzata, costringendomi a cercare assurdi nascondigli per proteggermi da un male che non comprendevo, chi mi soccorreva? Chi mi raccontava storie di epiche battaglie al di sopra delle nuvole, tali da appassionarmi al punto tale da invocare un nuovo tuono e un nuovo lampo, a dimostrazione della vittoria, di volta in volta, del mio eroe preferito? (Insiste, scuotendo il capo.) Ogni volta che sono caduta, sbucciandomi le ginocchia, chi accorreva a me, per risollevarmi e placare le mie lacrime?
Ah’Lashia – Ti… ti sgridavo, però… (Singhiozza, risollevando appena il capo giusto il tempo utile a far sentire la sua voce senza fastidi.)
Ah’Reshia – Ma anche questo era giusto… era giusto ove, quanto compivo, avrebbe potuto danneggiarmi in misura persino maggiore di quanto avrebbe potuto essermi utile, aiutandomi a crescere e a sviluppare senso dell’equilibrio e agilità… (Minimizza l’importanza di quei rimproveri.) Non commettere l’errore di credere che un genitore abbia soltanto a complimentarsi con il proprio figliolo nei momento in cui questo compie qualunque azione. Un genitore, e l’ho capito tardivamente solo in questi ultimi mesi, deve aiutare proprio figlio a crescere, spronandolo quando necessario; frenandolo quando altresì non meno che utile a ovviare a rovinose cadute… e peggio; e applaudendolo quando realmente meritato, quando corretto e, soprattutto, educativo. Perché né la sola repressione, né la sola esaltazione permetteranno a un bambino di divenire uomo, a una bambina di divenire donna, inculcandogli, altresì, pericolose e deviate idee per le quali tutto gli ha da essere concesso o, peggio, in alcuna strada egli o ella potrà agire in assenza della supervisione del proprio genitore. O di chi per lui.
Ah’Lashia – … parli con la maturità di una madre… eppure, a oggi, sei sempre e solo stata una figlia… (Osserva, sollevando nuovamente il viso ma, ora, mantenendolo lontano dal materasso, per poterla, altresì, contemplare, in un misto di incredulità e, soprattutto, di approvazione, orgoglio per lei, per quanto ella è riuscita a divenire nonostante tutto.)
Ah’Reshia – Parlo consapevole di quanto sto dicendo… e consapevole di quanto importante abbia a considerarsi la presenza dei genitori, di almeno un genitore, nella formazione e nella crescita di un figlio o di una figlia, non tanto da intendersi quale un rigido sistema di regole da seguire, quanto e ancor più quale un addestramento alla vita, e a tutte le prove che, dalla medesima, potranno derivare.
Perché così come un guerriero non potrà mai divenire tale in sola grazia della propria volontà a divenire tale, quanto in conseguenza alla formazione psicologica e fisica di un maestro d’arme, di un istruttore in grado di iniziarlo alle regole della nuova vita che desidera abbracciare; allo stesso modo un uomo o una donna non potranno mai divenire tali in sola grazia alla propria volontà a divenire tali, o, peggio, al mero scorrere del tempo e, con esso, alla maturazione dei propri corpo. E proprio i genitori, nel bene o nel male, hanno da essere considerati quali i primi maestri, i primi istruttori in grado di iniziarli alle regole della quotidianità, dell’esistenza, psicologicamente e fisicamente, permettendo loro di crescere tanto nell’uno quanto nell’altro.
Ti dirò di più. (Prosegua, sussultando ella stessa alle parole che sta per pronunciare.) Persino Mu’Sah, nelle vesti di padre, ha assolto a una parte di un tanto importante compito, insegnandomi la differenza fra quanto è giusto e quanto è sbagliato, fra uccidere e assassinare, fra amare e possedere. E senza di lui, senza questa sua formazione così violentemente impostami, probabilmente non avrei mai avuto modo di maturare e divenire la donna che sento di essere divenuta.  Una donna non a lui assoggettata, ma capace di reagire, di opporsi  a lui e, soprattutto, di arrestare la sua follia.
(Ah’Lashia ascolti le parole della figlia senza intervenire ulteriormente, comprendendo quanto, ormai, ella non abbisogni d’altre parole per proseguire, tanto nel proprio discorso, quanto e ancor più nella propria esistenza.)
Ah’Reshia – L’unica ragione per la quale, tuttavia, il mio cuore piange, è la consapevolezza del sacrificio che tu, mia madre, hai dovuto compiere per concedermi tale opportunità di crescita, per permettermi di incamminarmi nel cammino che mi ha condotta a essere la donna che desidero essere e che tanto, in questi mesi, ho combattuto per divenire. (Ammette, chinando appena lo sguardo.)
Purtroppo l’orrore che hai dovuto vivere, per donarmi tutto ciò, è privo di giustificazioni. Ragione per la quale non intendo né giustificare, né tantomeno perdonare, il principe tuo sposo. In lui non riconosco un padre, ma solo un nemico. Il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella più tenera infanzia, immergendomi nel sangue dei miei genitori naturali. E il nemico che mi ha sottratto l’innocenza nella mia più spensierata adolescenza, nel sangue di suo fratello e di sua moglie… l’unica madre che ho mai potuto conoscere. (Ripeta e riassuma, elencando tutte le colpe che imputa al padre.) A completare l’opera, ove anche pur non sarebbe occorso, è stata poi la morte di Kona, la sorella che non ho mai avuto e che pur ho sempre amato qual tale, immolata simile a ostia su un’ara maledetta nel suo nome, a sua soddisfazione.
Per questo, per tutto questo, non posso tollerare l’esistenza in vita del tuo sposo, di questo principe tirannico e crudele. E per questo, per tutto questo, sono costretta ad agire non con la delicatezza della goccia che erode la roccia negli anni, nei decenni, nei secoli… ma con l’impeto della tempesta, qual figlia vendicatrice invocante qual proprio un diritto di sangue nei confronti di cotale sterminatore.
Ah’Lashia – Ucciderai Mu’Sah?! (Domanda, con tono quasi privo di emozione, impossibile da classificare qual spaventato o eccitato, qual contrariato o entusiasta.)
Ah’Reshia – Sì. Dopodiché tu e tuo nipote Mu’Rehin amministrerete il suo dominio, che diverrà vostro, mentre io cercherò il mio futuro lungo le stesse strade sulle quali, in giovinezza, si è sospinta mia madre Carsa, vivendo alla giornata della sua stessa professione. (Annuncia e conferma, con assoluta serenità, non qual proclama di guerra, quanto qual semplice dichiarazioni d’intenti.)
Ah’Lashia – Bene. (Annuisce, rialzandosi ora in piedi e passandosi le mani fra i lunghi capelli, cercando in qualche modo di rassettarli.) Con la nostra morte, gli spiriti dei tuoi genitori potranno finalmente riposare in pace… fieri di testimoniare innanzi agli dei quanto il loro ardore e il loro coraggio, ormai, risplendano in te con la stessa luminosità propria di una stella.
Ah’Reshia – Vostra?! (Ripeta, aggrottando la fronte.) Veramente non intendo torcere un solo capello a te, madre mia. (Nega simile eventualità.) Ti ho già det…
Ah’Lashia – Ricorda sempre che ti ho amato qual figlia mia, Ah’Reshia… o comunque ti vorrai far chiamare nel corso della tua nuova vita. (Afferma, con tono carico di solennità e trasparente di tutta la nobiltà che pur la caratterizza.)
(Prima che Ah’Reshia possa intendere cosa ella voglia nuovamente tentare, Ah’Lashia corra verso il fronte destro del palco e, giunta all’estremità del medesimo, salti fuori, all’esterno dell’area visibile al pubblico, senza levare un solo grido in quello che, si comprenda, essere un balzo mortale.)
Ah’Reshia – Madre…no! (Grida alzandosi dal letto e tendendo una mano verso di lei quando, purtroppo, ormai è troppo tardi, in quello che risulti simile a un lungo ululato, un ululato carico di straziante dolore.)

giovedì 20 settembre 2012

1706

 
Scena II

(La scena inizi con Mu’Rehin ancora al suolo. Questo venga trascinato rapidamente fuori dal palco da una coppia di figuranti, nel mentre in cui altri riportino al centro del palco il letto di Ah’Lashia, madre adottiva di Ah’Reshia, già presentato in precedenza. Partendo dall’ambientazione della prigione, quindi, il contesto muti palesemente in quello della camera da letto della principessa consorte, ove già una tragedia si è consumata e, presto, avrà a consumarsene una nuova.)
(Nel mentre in cui escono i figuranti, considerabili in ciò semplici attrezzisti di scena, faccia la sua ricomparsa la stessa Ah’Lashia che, ancora vestita a lutto, avanzi con passo lento e pesante in camera, sola, lasciandosi alfine cadere sul letto, quasi priva di energie.)
(Entra Ah’Lashia.)
(La donna, distesa sul letto, pianga lacrime amare. Lacrime che non si comprendano se rivolte, nella loro stessa esistenza, all’ultimo lutto, in ordine temporale, consumatosi all’interno del palazzo, oppure al proprio mai pienamente superato dramma.)
(Levandosi lentamente dal letto, la donna si privi del pesante velo che ne copriva il viso e, quasi, si stracci la veste nera, con gesti a tratti isterici. Pianga e gema in tutto ciò, disinteressandosi a quanto le sue forme, fra gli squarci aperti nella stoffa nera, possano essere o non essere intuite.)
(Lasciando il giaciglio, ella si muova con passo pesante, addirittura trascinato, verso il fronte destro del palco, là dove venga offerta, attraverso la sua recitazione, l’evidenza di una finestra. Una finestra alla quale, ella, in un primo momento si limiti ad appoggiarsi, e oltre la quale, in un secondo istante, tenti di spingersi, singhiozzando disperata.)
Ah’Reshia – Fermati! (Esclama, voce fuori campo sul fronte opposto del palco.)
(Entra Ah’Reshia, da sinistra, con passo rapido. E si precipiti, immediatamente, ad afferrare Ah’Lashia, trascinandola con impeto, con forza, non solo nuovamente all’interno della stanza ma, addirittura, sospingendola sin a raggiungere il letto. nel suo centro.)
Ah’Reshia – Cosa tentavi di fare?! (La rimprovera, ben comprendendo cosa ella desiderasse compiere e, proprio per questo, non potendola giustificare.)
Ah’Lashia – Io ti ho sempre amata qual figlia mia, Ah’Reshia. Ti ho sempre amata qual figlia mia. (Gema, pronunciando parole che non avrebbe ragione di pronunciare, qual palese conseguenza di un crollo psicologico conseguenza dei troppi eventi tragici occorsi.) Ho sempre voluto il tuo bene, credimi. E se mai ti ho rimproverata, se mai ti ho ripresa, è stato solo per amore, nella speranza di poterti vedere un giorno felice più di quanto io non sia mai riuscita a essere, con un uomo realmente degno di te.
Ah’Reshia – Madre… (Esita, non riuscendo a negarle quel riconoscimento, non riuscendo a considerarla un’estranea così come, sino a un istante prima, sarebbe stata lieta di considerare.) Madre io…
Ah’Lashia – Non tua madre, bambina, non tua madre purtroppo io sono. (Scuote il capo, coprendosi il viso con le mani e piangendo disperata.) E solo oggi, pentimento tardivo, mi rendo conto di quale errore sia stato, da parte mia, negarti la verità, negare la tua identità, costringendoti a riconoscerti qual figlia di quel bruto che già impera su di me. (Parla, con voce rotta dalla disperazione.)
Ma se non sono stata una buona madre in vita, per questa mia imperdonabile colpa, credimi… lo diventerò quantomeno ora, sul punto di morte, rivelandoti la verità su tutto. E sottraendoti, al prezzo del mio sangue, alla terrificante ombra dell’uomo che ritieni essere tuo padre.
Ah’Reshia – Già so, madre. Già so tutto. (Afferma, con un profondo sospiro.) E dove anche, in un primo momento, ti ho considerata colpevole almeno quanto il principe, ora, nel tuo dolore, nella tua sofferenza, io comprendo come tu non sia stata, in questi anni, meno vittima di quanto non lo sia stata io. In tutto ciò, comunque, trovando anche occasione per riconoscermi quell’affetto, quell’amore materno del quale, altrimenti, non avrei mai avuto l’occasione di godere.
Non affliggerti più, pertanto, a causa mia… perché alcuna condanna mai ti sarà imputata in grazia alle mie labbra o alle mie azioni.
Ah’Lashia – Già… sai?! (Esita, vivendo un sincero momento di confusione a quell’asserzione.) Già sai… tutto?! (Insiste, ritenendo impossibile quell’eventualità.)
Ah’Reshia – So di essere figlia di Kolna Anloch e di Carsa Le’egah, l’uno mercante, l’altra mercenaria. E di essere nata in grazia all’aiuto della buona Reja, in quella che sol qual falsa generosità avrebbe dovuto essere a posteriori riconosciuta da parte del principe. (Riassume, a beneficio della madre.) E so che i miei veri genitori morirono entro i confini di queste stesse mura, uccisi a tradimento dal loro anfitrione, dimentico di ogni obbligo d’ospitalità. Dal loro sangue io rinacqui a questa nuova, falsa vita, per me pianificata da voi, per rendermi vostra, nel sopperire all’impotenza del principe, tuo sposo.
Ah’Lashia – E’ così. (Annuisce, coprendosi di nuovo il volto dietro le mani.) E’ così, bambina mia, e per questo non posso che invocare il tuo perdono, la tua comprensione e il tuo perdono, laddove mi sono approfittata, per tanto tempo, di un ruolo che non avrebbe dovuto essere mio… che non avrebbe potuto mai essere mio, non restando fedele al mio sposo come sono sempre stata.
Perché, credimi… credimi se ti dico che fra me e Mu’Reh altri non vi era che mera amicizia, nel rispetto, immeritato, che entrambi abbiamo sempre tributato a Mu’Sah. (Afferma, lasciando riaffiorare tutto il proprio dolore per la morte del primo e, necessariamente, per la violenza subita dal secondo.)
Non lo ha capito. Non lo ha mai capito, quanto noi tutti lo abbiamo sempre amato. (Riferendosi evidentemente allo sposo.) Egli…  egli ha sempre sofferto per la propria impossibilità a procreare e nella gioia di Mu’Reh per il figlio concessogli dalla sua sposa egli ha sempre e solo visto un affronto, un insulto contro di sé e contro il proprio potere, la propria autorità.
Ma né Mu’Reh, né tantomeno io, gli abbiamo mai mancato di rispetto, abbiamo mai tradito la sua fiducia, impegnandoci sempre, anzi, per cercare di onorare il suo nome e il suo volere. (Spiega, piangendo.) E’ per questo che ti ho cresciuto qual figlia mia, senza mai rivelarti la tua reale origine, senza mai spiegarti chi erano i tuoi genitori. Perché se tu lo avessi saputo, avresti rinnegato tuo padre, il principe, e, di ciò, ci avrei sofferto tanto da morirci.
Ah’Reshia – Madre… io non ti porto rancore… (Cerca nuovamente di tranquillizzarla.)
Ah’Lashia – Non chiamarmi in questo modo. Non me lo merito. Come non mi merito la tua compassione. (La rimprovera, levando verso di lei il volto solcato da calde lacrime.) Perché ho compreso troppo tardi quanto errato fosse destinare verso di lui il mio amore. E’ stato solo allora che ho deciso di rifiutarmi a ogni abuso di tuo padre, decidendo di preoccuparmi solo per te, e per il tuo futuro. E, ti giuro, ho fatto davvero tutto quello che ho potuto per te, per preservarti da ogni male e per permetterti di godere di una vita normale, di una vita serena qual, malgrado tutto, meritavi…
… no… non malgrado tutto. Malgrado noi. Malgrado il principe e io, sua complice nelle azioni che hanno distrutto completamente il tuo passato, il tuo presente e, forse, il tuo avvenire.
Odiami, Ah’Reshia. Odiami… perché ho osato privarti del nome dei tuoi genitori, ho osato sottrarti alle loro mani, per stringerti fra le mie braccia, egoista e vile, nel volerti a me e nel non interrogarmi su quanto giusto sarebbe stato crescerti come ti ho cresciuta, privarti del tuo retaggio come ho compiuto.
Odiami. Odiami. Odiami.
(Ah’Reshia resti per un lungo istante in silenzio, contemplando la propria interlocutrice. Nei suoi occhi, tuttavia, non sia visibile odio, ma solo pietà. Una pietà totale e disarmante, per una donna che non riesce a trovare colpevole di nulla, se non di aver amato un uomo al quale non avrebbe mai dovuto neppure concedersi di avvicinarsi.)

mercoledì 19 settembre 2012

1705


(Mu’Rehin appaia sconvolto da tale notizia. Forse e persino in misura maggiore a quella relativa alla morte del padre, assassinato dal fratello. Risulti in ciò implicito, non palese, come il giovane abbia coltivato sin dai primi anni della propria pubertà un interesse verso colei considerata qual propria cugina ben più marcato e profondo di quanto non avrebbe potuto e dovuto essere, lasciandosi irretire dal suo fascino e, in ciò, proponendosi per lei pronto a morire non qual semplice parente o capo delle guardie, quanto, e piuttosto, qual disperato spasimante. E, per questo, l’idea di quanto ogni suo sogno non abbia più da considerarsi in violazione alle leggi e alla morale, lo spiazzi completamente, lasciandolo attonito e incapace di reagire in maniera degna del proprio nome.)
Ah’Reshia – Mu’Rehin? (Lo richiama, notando tanta sua distrazione dalle proprie parole e dal momento presente, quasi nulla di quanto a lui circostante, ora, possa avere da considerarsi meritevole di attenzione.)
Mu’Rehin – S-sì?! (Esita egli, non comprendendo perché stia venendo chiamato.) Cosa… cosa accade?!
Ah’Reshia – Non osare più trasalire in questo modo. (Protesta ella.) Non hai il diritto di sottrarti a me, o alle tue responsabilità, fingendoti privo di senno.
Mu’Rehin – Privo… privo di senno? (Ripete, non riuscendo ad apprezzare nulla di qualunque nuova asserzione a lui rivolta, troppo distratto dall’idea di quella straordinaria notizia riportatagli, dell’assenza di una qualunque parentela con Ah’Reshia.)
Ah’Reshia – Ascoltami bene, razza di decerebrato. (Si impone ella, avanzando di scatto verso le sbarre invisibili lì presenti e arrestandosi di scatto contro le medesime, sebbene con un braccio, in destro, riesca a spingersi in avanti quanto sufficiente per agguantare il proprio interlocutore e trascinarlo, di prepotenza, a sé, a sua volta contro quelle stesse sbarre dalle quali ora si sottragga.) Per causa tua mia sorella è morta. E non ti permetterò di scontarla tanto generosamente come ti ha concesso di fare il principe. Perché non solo hai da considerarti il principale responsabile per la sua prematura dipartita; ma, anche e ancor peggio, in ciò hai da considerarti qual traditore della mia fiducia, io che in te avevo riposto fede, concedendoti di partecipare in maniera attiva alla strategia che avrebbe dovuto condurre alla disfatta definitiva di quel dannato assassino di Mu’Sah. (Spiega, rancorosa.)
Quindi, lurido figlio d’un cane, ascoltami bene. Perché, te lo giuro, non avrei avuto problemi a farti a pezzi ritenendoti mio cugino, e tantomeno ne avrò considerandoti nipote, e potenziale erede, dell’uomo che ha sterminato la mia famiglia, e mi ha cresciuta vittima di un terribile inganno. (Dichiara con forza.) E se tu, ora, non ti dimostrerai collaborativo con me, ti assicuro che porrò alla prova tutta la mia fantasia perversa e malata su di te, imponendoti un dolore tale da farti rimpiangere di non essere morto sotto il peso della mia ascia quando ne hai avuto la possibilità… (Gli ripromette.) Sono stata chiara?
Mu’Rehin – Io… (Ancora incerto, non sa esattamente in quali termini poter reagire di fronte a quelle parole, delle quali, in effetti, ha sentito meno della metà e ne ha ascoltate in una percentuale ancor minore.)
(Ah’Reshia, senza esitazione e senza imbarazzo, muova allora la propria mano destra oltre le sbarre, ad afferrare con violenza il cavallo dei pantaloni dell’uomo e, chiaramente, sotto di esso le principali ragioni della sua virilità. Una mossa evidenziata da un improvviso gridolino di Mu’Rehin, che, se non fosse mantenuto con la testa in alto dal braccio sinistro di lei, si ripiegherebbe, allora, per il dolore provato.)
Ah’Reshia – Sono stata chiara?! (Insiste, quasi ringhiando quelle parole, mentre la mano si contorce fra le game di lui, stringendo maggiormente quella zona tanto delicata.)
Mu’Rehin – S-s-s-s-s-sì… (Replica soffocato, un alito privo di energia dalle sue labbra appena dischiuse, ormai persino incapace di gridare per il dolore che ella gli sta imponendo.)
Ah’Reshia – Bravo…
(Sorrida ella, lasciando i suoi testicoli con la destra, mentre la mancina spinga il suo corpo un attimo all’indietro per, poi, tirarlo con forza verso di sé e verso le sbarre, contro le quali lo porti a sbattere con impeto irrefrenabile, prima di lasciarlo ricadere, definitivamente, a terra, quasi privo di sensi.)
Ah’Reshia – Io non voglio essere amata da te. Non desidero essere rispettata da chi già responsabile della morte di Kona. (Dichiara, spuntando veleno a ogni singola sillaba.) Tuttavia desidero la tua collaborazione, e la desidero sospinta dal timore di quanto potrei farti, di quanto dolore potrei importi se solo tu mi tradissi un’altra volta.
Hai già avuto la tua occasione per agire con la mia approvazione e l’hai tradita. (Ricorda ella.) Ora dovrai compiere quanto io ti dico soltanto perché io te lo dico. E quanto te lo dirò, dovrai essere pronto a saltare nel vuoto se tale sarà il mio ordine, perché, in caso contrario, nel vuoto ti ci getterò io stessa, con un calcio che ti farà crescere nuove appendici al centro del collo.
Mu’Rehin – C… cag… cagna…. (Geme, contorcendosi al suolo con le mani a protezione delle proprie parti intime, già poste a dura prova da lei.)
Ah’Reshia – Sì… un po’ come tutte le donne dal tuo punto di vista, non è vero?! (Scuote il capo.) Sii pronto a ubbidire agli ordini di questa cagna, Mu’Rehin, ed entro un paio di ore sarai libero, soccorso da uomini che a me, e solo a me, hanno giurato la loro fedeltà. (Annuncia.)
Tradiscimi, e per te non ci sarà altra occasione di recupero. Altra possibilità di espiazione. Perché contro di te rivolterai la sottoscritta, e la mia ira non conoscerà eguali. (Enuncia la possibilità alternativa alla prima occasione ) E spero che questa volta non vi sia bisogno per me di ripetermi…
Mu’Rehin – Ho… ho capito… razza di…
Ah’Reshia – Cosa c’è, cuginetto?! (Domanda sarcastica, interrompendo quell’ennesimo insulto a proprio discapito.) Già speravi di trovare in me un’amante compiacente e sei rimasto male nel vedere quanta poca grazia io sia in grado di rivolgere alla tua virilità?
Mu’Rehin – Ti… ti piacerebbe… (Tenta di negare, colto in fallo da quelle parole.)
Ah’Reshia – No. Assolutamente no. (Nega, tornando improvvisamente fredda, ed ergendosi altera innanzi a lui.) Forse a te piacerebbe. Forse a te potrebbe sollazzare il pensiero di sapermi intenta a preoccuparmi di te e, perché no, dei figli che dal tuo seme speri possano germogliare nel mio ventre. Ma… incredibile novità: mi fai schifo! Mi fai schifo, Mu’Rehin, perché la mia amica Kona è morta fra le sue braccia dichiarandoti un amore immeritato ma illimitato. E tu… tu come hai reagito?! Restando immobile, silenzioso e imperturbabile, quasi ti avesse proposto le proprie opinioni nel merito del tempo nella prossima settimana…
E’ se questo sei tu… se questo è tutta la compassione di cui sei capace… mi dispiace ma non conoscerai mai cosa sia l’amore. Non per una donna, quantomeno, da te evidentemente giudicata immeritevole di un simile sentimento. (Decreta, amareggiata.) Forse amerai il tuo cane da caccia. Forse il tuo destriero da corsa. Forse ancora il tuo stesso membro, simbolo del tuo fallico potere sulle masse. Ma mai… mai… mai… sarai in grado di amare una donna. E sventurata colei che, sciaguratamente, dovesse commettere ancora una volta l’errore di amarti, l’errore di essere pronta a dare la propria vita per te.
(Mu’Rehin ora taccia, ferito nel proprio orgoglio da quelle parole, certo, e pur non sapendo quale difesa poter ergere a propria tutela. Che Kona sia morta, purtroppo, è un semplice dato di fatto. Così come, disgraziatamente, che ella sia morta dichiarando il proprio amore per lui… un amore innanzi al quale, egli, non ha avuto alcuna ragione di reagire, di scomporsi, più preoccupato per il fatto che, fra le sue braccia, stava morendo una cara amica della propria amata cugina che altro.)
Ah’Reshia – Giura che seguirai i miei ordini, e che sarai al mio fianco nel complotto che porterà alla morte il crudele Mu’Sah… e io ti permetterò di sopravvivere abbastanza da vendicare la morte di tuo padre. (Concluda ella, tornando all’argomento iniziale.) Giuralo!
Mu’Rehin – Lo… lo giuro… (Risponda, ancora al terra, ancora piegato su di sé, nel tentativo di riprendersi dal dolore vissuto.)
Ah’Reshia – Ottimo. (Annuisce.) Sarai presto libero… (E, senza aggiungere altro, si avvii sul fronte sinistro, dal quale è pocanzi entrata.)
(Esce Ah’Reshia, camminando con il medesimo passo fiero che l’aveva vista entrare.)