Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 31 marzo 2013

1896


Attraversare quella quieta e inoffensiva passerella fu, per la donna guerriero, per la leggenda vivente protagonista di un numero ormai incalcolabile di avventure, una fra le azioni più complesse, più faticose e più impegnative della propria intera esistenza. Per lei che aveva attraversato torrenti di lava; per lei che era sopravvissuta a valli maledette, dalle quali alcuno avrebbe potuto sperare di sopravvivere; per lei che, ancora, si era persino spinta al di là della propria stessa realtà, fosse anche soltanto e per esemplificazione entro i confini della fortezza del proprio ormai defunto sposo, il semidio immortale Desmair; spingere i propri passi su quel tanto semplice percorso, così ipoteticamente privo di rischi, privo di minacce, privo di insidie letali, equivalse a una prova di coraggio quali poche le era mai stato richiesto di affrontare, e qual, oggettivamente, avrebbe preferito non essere più costretta ad affrontare in futuro.
Perché, nel compiere anche il più semplice movimento sul legno di quella passerella, nel riservarsi anche il più banale incedere lungo la medesima, ella ebbe a doversi lì confrontare non tanto contro un qualche avversario, contro un qualche nemico che, per quanto straordinario, per quanto fondamentalmente imbattibile, avrebbe potuto essere affrontato e vinto; quanto e peggio ebbe a doversi lì confrontare con se stessa, con le proprie emozioni, con le proprie paure, con la propria ritrosia, nel nome della quale avrebbe ben volentieri voltando la schiena e sarebbe ritornata, addirittura correndo, sulla nave, invocandone a gran voce la ripartenza. Zombie, draghi, tifoni, sirene, anfesibene, ippocampi, gargolle, negromanti, stregoni e persino semidei e dei: contro tutti loro la mercenaria sarebbe allora stata lieta di ritrovarsi a combattere piuttosto che affrontare la prova che lì le stava venendo richiesta di affrontare. Purtroppo, nella placida Licsia, alcuno di quei pericoli l’avrebbe potuta attendere… e la sola antagonista con la quale avrebbe dovuto presto confrontarsi sarebbe stata proprio lei.
E tutti comprendendo, o quantomeno cogliendo, quel dramma, nell’inverosimile riluttanza per lei ad avanzare oltre, così come mai, neppure nei peggiori campi di battaglia, aveva dimostrato qual propria; non vi furono superflue domande alla ricerca di risposte che non avrebbero potuto essere loro offerte, che non avrebbero potuto essere loro concesse, non, quantomeno, evitando di umiliarla di più di quanto ella non avrebbe potuto allora sentirsi, non, ancora, evitando di imbarazzarla di più di quanto ella già non fosse; ognuno mantenendo qual proprio un discreto silenzio in attesa del momento in cui sarebbe stata ella stessa, eventualmente, a pretendere qual propria una qualche parola.
Tuttavia, da parte della Figlia di Marr’Mahew, non si dimostrò una particolare smania espressiva, non venne resa propria la volontà di condividere emozioni o pene in quel difficile momento. Ragione per la quale, una volta raggiunto il termine della passerella, ella volse soltanto uno sguardo verso l’amato intento in sua attesa, lì pronto a dire o fare qualunque cosa per lei; per poi voltarsi non tanto in direzione dell’isola addormentata, quanto e piuttosto verso l’estremità di quello stesso molo più distante dalla medesima, in tal senso muovendo gli ultimi passi necessari a raggiungere tale punto prima di lì lasciarsi sedere, con la spada appoggiata accanto a sé, con le braccia distese lungo i fianchi e con le gambe ciondolanti sopra le inevitabilmente spumeggianti acque di un pur placido mare, a osservare il vasto, e deserto, orizzonte lì nuovamente propostole, dopo tanti anni.

« … ripropongo la domanda… e ora?! » sussurrò Av’Fahr, verso il proprio capitano, ripresentandogli il medesimo interrogativo con lui già condiviso, questione alla quale, sino a quel momento, non era ancora stata offerta soddisfazione né vi era parvenza di una qualche speranza in tal senso.
« Attendiamo… » rispose Noal, confermando in tal senso l’ovvio, e pur non desiderando offrire la benché minima critica al comportamento della loro compagna di viaggio, non arrischiandosi neppure a immaginare quale stato d’animo avrebbe potuto contraddistinguerla in quel momento, in quella situazione, in quella tanto spiacevole condizione e, in ciò, non volendosi concedere alcuna occasione di argomentazione né a suo favore, né tantomeno a suo discapito, ove l’assunzione di una qualunque posizione avrebbe potuto essere soltanto fraintesa qual arroganza da parte sua.

Così, l’intero equipaggio allargato della Jol’Ange attese. E attese tutto il tempo che fu necessario a quella situazione di stallo psicologico per sciogliersi autonomamente.
A eccezione di Midda e di Be’Sihl, sbarcato a terra addirittura prima di lei, soltanto un paio di gatti di bordo presero allora l’iniziativa di sgranchirsi le zampe lungo il limitare del modo, riservandosi l’occasione di studiare con curiosità e con interesse l’ambiente a loro circostante, nuovo e inesplorato, misterioso e pur, al contempo, ineluttabilmente affascinante. Tuttavia, non essendo abitualmente caratteristica propria dei gatti di bordo un’effettiva brama d’avventure, nel ritrovarsi a essere estremamente affezionati, addirittura legati, alle proprie navi, nessuno fra coloro che avevano lasciato la Jol’Ange si allontanò dalla stessa quanto sufficiente a perderla di vista, o, anche e soltanto, a raggiungere la sabbia della spiaggia, o la terra dell’isola, al termine del molo.
Non che, pur persa nei propri pensieri, nelle proprie più intime elucubrazioni, la Campionessa di Kriarya ebbe a ignorare tale sviluppo, in esplicita conseguenza alle proprie scelte. Al contrario, ella restò perfettamente consapevole di tutto quello che le accadde intorno: a partire dalla presenza di Be’Sihl a sé prossima, nel momento in cui egli ridusse la distanza fra loro prendendo silenziosamente posizione alla sua sinistra, seduto a sua volta sul limitare di quell’edificazione in legno; per proseguire con quella dei due felini, dopotutto difficili da ignorare nel considerare come uno fra loro, addirittura, sembrò volerla silenziosamente interrogare sul da farsi spingendosi a passeggiarle sulle cosce, offrendole una confidenza che, abitualmente, non le era riservata, né era riservata ad altri ospiti o membri dell’equipaggio; per concludersi con l’assenza di chiunque altro, inclusi Howe, Be’Wahr e Seem, i quali avrebbero potuto vantare ottime motivazioni per voler ridiscendere a terra e i quali, ciò nonostante, non osarono avanzare in tal direzione di un solo passo, nel riconoscere quanto, allora, la questione avrebbe dovuto essere considerata completamente nelle sue mani, nella buona quanto nella cattiva sorte.
Lo stallo venutosi in tal modo a creare, comunque, ebbe occasione di concludersi nel momento in cui, mezza dozzina di piccole imbarcazioni di pescatori apparvero, quasi inaspettatamente, all’orizzonte, da fronti diversi dirigendosi, senza ricercata coordinazione e pur con straordinaria sincronia, proprio verso la piccola Licsia, il suo molo e, in ciò, i suoi estemporanei occupanti. E se, improbabile, sarebbe stata l’idea di celare allo sguardo la Jol’Ange, non imponente come altri velieri, e pur, comunque, di mole indubbiamente superiore rispetto a quanto avrebbero potuto vantare quei gusci di noce; nessun interesse sarebbe stato in tal senso proprio né di Noal, né tantomeno della stessa Midda Bontor, altresì desiderosi di essere colti, nella propria estranea presenza, da parte della popolazione autoctona, offrendo in tal modo loro tempo e possibilità di prendere confidenza con la loro immagine e, soprattutto, di riconoscere l’apparente assenza di intenzioni ostili, di un atteggiamento ostile qual avrebbe potuto essere proprio di una ciurma di pirati.
Quasi, comunque, neppure tutto quello avrebbe potuto sostanzialmente interessarle, neppure nel momento in cui le piccole imbarcazioni accostarono a riva, ignorando il molo, riservato a eventuali ospiti, e preferendo cercare contatto diretto con la sabbia, sulla quale sarebbero poi state trascinate; la figlia rinnegata di quella stessa piccola isola dei mari del sud ebbe ragione di risollevarsi dalla posizione in cui era rimasta, sino ad allora, in quieta attesa, continuando a permanere lì seduta, ancora in apparenza psicologicamente ed emotivamente distante da qualunque evento a lei circostante, e intenzionata solamente a rimirare l’infinito innanzi a sé.
La risoluzione di tale stallo, pertanto, non fu sostanzialmente a carico di colei che lo aveva generato, quanto, e piuttosto, degli stessi pescatori di Licsia, una ristretta rappresentanza dei quali, costituita da un aitante uomo, da un ragazzo ancor fanciullo, e da un anziano dalla pelle rugosa e bruciata dal sole di troppi anni trascorsi per mare, le si avvicinarono percorrendo il molo, a lei sospinti non tanto da una qualche preventiva aggressività, quanto e piuttosto dalla volontà di comprendere chi fossero quegli stranieri e per quale ragione essi avessero dispiegato le proprie vele sino a lì… a quello sperduto angolo di mondo.


sabato 30 marzo 2013

1895


Quando la Jol’Ange attraccò a Licsia, non vi furono né guardie, né ufficiali della capitaneria di porto ad accogliere quel gruppo di potenziali stranieri. Non vi furono semplicemente perché non avrebbero potuto esservi. Perché non erano neppure mai state previste nell’eventualità della propria presenza.
Licsia non era mai stata una grande isola e, negli ultimi tre decenni non lo era divenuta. In Licsia non erano mai state ricchezze da saccheggiare e, a ben vedere, pur essendo l’isola maggiore del proprio arcipelago, la popolazione locale era sempre stata tanto ristretta da non poter neppure prevedere l’esigenza di un qualsivoglia genere d’istituzione, fosse essa preposta al mantenimento dell’ordine, fosse, ancora, essa preposta alla gestione formale delle attività sociali. Licsia, in tal senso, non aveva quindi mai conosciuto né una milizia cittadina, né un alcalde, o qualunque altro genere di capo-villaggio, del secondo non abbisognando in assenza di dissidi interni, di questioni non risolvibili, semplicemente, attraverso il dialogo, e della prima non necessitando in assenza, da memoria d’uomo, di qualche reale minaccia a parte del mondo esterno, laddove neppure i pirati sembravano aver mai avuto ragione di dimostrare interesse verso quel piccolo, tranquillo e innocente angolo di mondo.
Così, nell’essere sopraggiunti alle prime luci dell’alba di un nuovo giorno, soltanto serenità avrebbe potuto accoglierli, in un’isola per metà ancora probabilmente addormentata e per l’altra metà dalla sera precedente ancora dispersa nelle aree di pesca lì circostanti, a concludere il recupero delle reti e a prepararsi al meritato ritorno a casa, dalle proprie famiglie, dai propri cari.

« E ora… che si fa…?! » interrogò il possente Av’Fahr, cercando occasione di confronto con il proprio capitano, permettendosi solo allora di abbandonare il timone, nella sua ormai evidente inutilità e, in ciò, nella naturale conclusione del proprio incarico al medesimo, e non solo per il completamento del proprio turno.
« Non chiederlo a me. » si strinse nelle spalle Noal, minimizzando le proprie possibilità di apportare al discorso un qualunque intervento utile, nel non possedere, né nel voler possedere, un obiettivo controllo sulla loro missione, sul loro viaggio, al di fuori dei confini propri del mare, là dove la sua autorità, qual capitano della Jol’Ange, non sarebbe mai stata posta in discussione « Sai bene che, da questo momento in avanti, colei che comanda è Midda. »

E la Figlia di Marr’Mahew, così evocata, tornò a offrire la propria presenza, in coperta, or completamente rivestita, nei propri più consueti abiti: la pelliccia di sfinge con la quale, dal proprio viaggio in Shar’Tiagh, era solita circondare i propri prosperosi seni; e i pantaloni in morbida ma resistente pelle entro la quale fasciare le proprie gambe e i propri glutei, senza fronzoli, senza particolari occasioni di abbellimento tale da rischiare di esserle, all’atto pratico, più d’intralcio che di utilità. Non nobile aristocratica, non altezzosa lady, d’altronde, ella era, era mai stata o aveva mai desiderato apparire, né avrebbe potuto correre il rischio di apparire nell’evidenza di tutti quei dettagli, di tutti quei particolari che, irrimediabilmente e inequivocabilmente, le imponevano una classificazione qual donna guerriero. Per tal ragione, in quanto tale, solamente la più essenziale praticità avrebbe potuto ricercare e desiderare qual propria tanto nel vestire, quanto nel relazionarsi con il mondo a sé circostante, sovente rinunciando a una più placida diplomazia in favore di una schietta onestà, tale da indicare ogni cosa con il proprio nome, senza ipocrisie né falsità.
Anche per merito di ciò, dopotutto, ella apprezzava sinceramente una capitale qual la città del peccato, in misura tale, addirittura, da accettare di diventarne Campionessa. Entro i confini di Kriarya, ella aveva scoperto che difficilmente la realtà si proponeva qual mistificata dalla sciocca arroganza di chi incapace a riconoscere e accettare la propria stessa natura, nei propri punti di pregio così come nei più evidenti difetti, al punto tale da non definire un mercenario qual un mercenario, un assassino qual un assassino, un ladro qual un ladro e una prostituta qual una prostituta. In Kriarya, la cui popolazione era principalmente composta da mercenari e assassini, ladri e prostitute, nessuno avrebbe mai ipotizzato di dissimulare la propria effettiva natura, nessuno avrebbe mai ipotizzato di negare i propri principi, i propri ideali, per quanto distanti da quelli di chiunque altro al punto tale dall’apparire prossimi alla più totale assenza di principi o di ideali.

« Ecco… “colei che comanda”! » esclamò il figlio dei regni desertici centrali, nel ripetere quanto appena suggerito dal proprio interlocutore, a coniare in tal modo un estemporaneo appellativo per chi, pur, non avrebbe avuto ragione di richiederne altri.
« Mmm…?! » domandò ella, aggrottando appena la fronte a tale accenno, non potendo cogliere la ragione a fondamento di tale asserzione né, tantomeno, dell’inflessione di giuoco resa propria da Av’Fahr, nella quale avrebbe potuto essere intesa una qualche ironia a suo discapito benché non conoscesse motivazioni utili a giustificarla, a legittimarla nella propria occorrenza.
« Lascialo perdere… ogni tanto tutti quei muscoli gli bloccano l’afflusso di sangue verso il cervello e parla senza sapere quello che dice. » minimizzò Noal, scuotendo appena il capo e levando gli occhi al cielo.
« Questa è buona! » intervenne la voce di Howe, nel mentre in cui anch’egli fece la propria apparizione sulla coperta della nave, seguendo di poco la donna guerriero sua amica e alleata « Mi dai il permesso di riutilizzarla per Be’Wahr?! » domandò, rivolgendosi direttamente al capitano della Jol’Ange e riferendosi, in ciò, alla vigorosa corporatura del proprio fratello di vita, ben distante dalla possanza di quella di Av’Fahr, e pur, non di meno, appariscente e idonea a quel genere di intervento.

In un altro momento, in un’altra occasione, in una diversa situazione, Midda non si sarebbe probabilmente sottratta alla possibilità di prendere parola nella questione e di esprimere il proprio giudizio a simile riguardo, forse in termini a sua volta scherzosi, per prendere parte al giuoco per così come suggerito; o forse in termini più seri, richiamando all’ordine i propri compagni con la dolce fermezza di una madre desiderosa di non assistere a un litigio fra i propri bambini.
In quel momento, in quell’occasione, in quella situazione, tuttavia, le parole che la circondarono, e che non le si offrirono qual in esplicito riferimento, non ebbero neppure occasione di arrivare a stuzzicare il suo interesse, la sua curiosità, ritrovandola, come già poche ore prima, completamente distratta, o, più precisamente, completamente assorta, nella contemplazione della propria isola, della propria terra natale così, fondamentalmente, simile a quella dei propri ricordi d’infanzia, e pur, altrettanto sostanzialmente diversa dalla stessa, quasi fosse un altro luogo, un’altra Licsia. E solo la consapevolezza della presenza di tanti amici a lei circostanti, a lei allora così vicini per quanto da lei non sufficientemente ascoltati nei propri interventi, in quell’esplicita volontà di disimpegno da qualunque non futile preoccupazione, le concesse la forza utile a non voltarsi, a non rifiutare quella pur ricercata opportunità di confronto. E solo la consapevolezza della presenza di Be’Sihl, suo amato, a lei prossimo, a lei, addirittura, già innanzi, ai piedi della passerella che aveva personalmente contribuito a sistemare per il trasbordo dalla nave al molo, le concesse la forza utile a spingersi innanzi, a muovere un passo dopo l’altro in direzione di un primo, nuovo contatto con quelle sponde, con quel mondo che, mai come in quel momento, avrebbe potuto apparirle strano, misterioso e, soprattutto, pericoloso.

« Thyres… » sussurrò in un alito di voce, un intervento che alcuno, tranne forse la dea così invocata, avrebbe potuto udire, avrebbe potuto distinguere da un semplice respiro, e che pur, da parte sua, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual espressione di tutta la sua agitazione, di tutta la sua ansia, di tutta la sua preoccupazione, così come neppure innanzi agli avversari peggiori, ai mostri più osceni, aveva avuto motivo di vivere, arrivando, persino, a preferire l’idea di essere ancora una volta perduta all’interno della desolazione della palude di Grykoo, o della Terra di Nessuno, o di altri luoghi simili, piuttosto che porsi a confronto con quel paesaggio da sogno… un sogno, per lei, altresì interpretabile qual un incubo.


venerdì 29 marzo 2013

1894


Laddove il segreto del successo di Be’Sihl nel proprio rapporto con Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, donna guerriero, mercenaria e, ormai, leggenda vivente, avrebbe dovuto essere riconosciuto, senza particolare ragione di incertezza, di esitazione, di dubbio, nella capacità da lui dimostrata di esserle vicino senza, in ciò, imporsi su di lei, sulla sua vita in maniera eccessiva e soffocante, senza pretendere qual propri diritti di sorta sulle sue scelte, sulle sue decisioni e, soprattutto, sui modi e sui termini da lei abbracciati nell’affrontare la propria quotidianità; inevitabile fu per lui, anche in quell’occasione, dimostrare di aver saputo rendere propria la migliore via per raggiungere il cuore dell’amata, e, soprattutto, per garantirsi un’occasione di interloquire con lei anche su una tematica tanto sgradevole quanto, evidentemente, quella avrebbe dovuto essere riconosciuta. Così, benché probabilmente in sua assenza ella non avrebbe avuto ragione di aggiungere altro a compendio della rassicurazione offerta al capitano della Jol’Ange, e volta a considerare rapidamente chiusa ogni possibilità di confronto sulle sue emozioni anche ove tanto palesi, tanto straordinariamente evidenti al di là di ogni pur consueta maschera di glaciale distacco la stessa fosse solita rendere propria a celare qualunque emozione; in conseguenza a quanto da locandiere taciuto ancor più che da quanto da chiunque altro detto, ella si concesse una possibilità di apertura ai propri compagni di viaggio e, soprattutto, al proprio uomo, riformulando quanto appena dichiarato in termini, alfine, più onesti…

« D’accordo. Forse non sto proprio così bene. Non emotivamente, quantomeno. » ammise sospirando e scuotendo appena il capo, nel socchiudere i propri inumani occhi color ghiaccio e nel lasciar ondeggiare i propri sempre disordinati capelli corvini, a ribadire fisicamente, in tal modo, quanto appena espresso verbalmente « E’ che… mi aspettavo di trovare qualcosa di diverso. Qualcosa di… di più. » tentò di spiegare, sollevando entrambe le braccia per indicare avanti a sé, con il palmo dell’unica mano rimastale, la mancina, rivolto verso il cielo, così come sicuramente sarebbe allora stata anche la destra se solo ella l’avesse ancora posseduta « Quella Licsia non è la mia Licsia. »

Imbarazzati dalla consapevolezza di essere testimoni di quel dialogo e, ipoteticamente, partecipi al medesimo solo in conseguenza alla presenza al loro fianco, in quel momento, del buon Be’Sihl, né Noal, né Av’Fahr, né tantomeno Ifra avrebbero potuto rendere propria una qualunque ragione di intervento nel merito di tutto ciò, comprendendo quanto anche la più semplice parola avrebbe potuto apparire inopportuna, anche e soltanto a ribadire l’ovvio, ossia quanto, effettivamente, quella innanzi a loro avrebbe dovuto essere riconosciuta qual la fantomatica Licsia da lei evidentemente ancora ricercata, ancora rifiutata nella propria pur tanto retorica presenza.
Una decisione in effetti saggia, la loro, per mezzo della quale il locandiere si ritrovò, improvvisamente, protagonista di un confronto quasi intimo con la propria compagna e amante, non inibito, differentemente da loro, a prendere voce e, pur, in tutto quello, quasi costretto a farlo anche ove, probabilmente, avrebbe preferito mantenere ancora il silenzio, nell’assenza di altri partecipanti a quella conversazione, a quel dialogo, per così come si era evoluta.

« Sono passati anni dall’ultima volta che sei stata qui… e qualcosa di più da quella prima ancora, quando, ancora bambina, trascorrevi le tue giornate in quest’isola, sognando il resto del mondo. » suggerì, ora levando la propria destra per cercare un contatto non più con la mano dell’amata quanto con la sua spalla, in un contatto non di meno delicato, che avrebbe potuto essere inteso qual il preludio a un dolce abbraccio e che pur, in quel luogo e in quel momento preferì evitare di esprimersi qual tale « Ora che hai conosciuto il resto del mondo, è normale che tutto ciò ti appaia… diverso. Più… piccolo?! »
« … sì… » annuì la mercenaria, ascoltando le parole dell’amato, prestando a lui assoluta attenzione nella speranza che, in ciò, le sarebbe potuta essere offerta una spiegazione, una consolazione, benché, in fondo, già perfettamente consapevole con tutto quanto avrebbe dovuto essere noto in tal senso.

Non sciocca ella aveva mai avuto brama di apparire, né, oggettivamente, era mai apparsa sin dalla propria più giovane e innocente età. Non sciocca, ella non avrebbe mai potuto negarsi confidenza con qualunque spiegazione Be’Sihl avrebbe potuto offrirle. Ciò non di meno, ella desiderava quelle spiegazioni, desiderava sentire quanto da lei già noto essere scandito dalla voce del proprio compagno, necessitando, da parte sua, una qualche rassicurazione, una qualche conferma, con la stessa fragile insicurezza propria di un bambino. Perché, in quel momento, nel confronto con la propria terra natia, con l’isola nella quale ella era nata e cresciuta, e dalla quale era scappata, ella non avrebbe potuto evitare di sentirsi, inaspettatamente, ritornata un po’ bambina, quasi quegli ultimi trent’anni, anno più, anno meno, non fossero occorsi ed ella, malgrado tutta la propria ostentata sicurezza, abbisognasse ancora delle certezze che solo una voce amata e adulta avrebbe saputo offrirle.
Un tempo la voce di sua nonna Namile. Oggi la voce di Be’Sihl, il suo compagno.

« Rammenti il villaggio dove sono nato e cresciuto? Dove vive la mia famiglia? » questionò egli, offrendo riferimento a uno sparuto gruppo di case disposte lungo la riva di uno dei grandi fiumi di Shar’Tiagh, unici lembi di terra fertili in un regno che, giorno dopo giorno, sembrava cedere sempre più territorio all’avanzare del deserto da settentrione e da occidente, meta di un lungo viaggio che li aveva visti protagonisti qualche anno prima, quasi a voler festeggiare, in tal modo, l’amore che alla fine avevano accettato di vivere apertamente e pienamente, a dispetto di qualunque avversità « Poche umili abitazioni di pescatori, contadini e allevatori. Una manciata di artigiani e nulla più. E pur, quando io ero bambino, non sarei stato neppure in grado di concepire l’idea che potesse esistere qualcosa di più rispetto a tutto quello. Tanto da trovare assurdi i racconti dei miei parenti che, magari giungendo in visita dalle grandi capitali, insistevano a parlarmi di quel mondo decisamente più amplio, più vasto, più imponente che io mai avevo visto e, a dire il vero, neppuire ero realmente interessato a conoscere… »
« Eri solo un bambino… » cercò di giustificarlo la Figlia di Marr’Mahew, non desiderando concedere né a lui, né tantomeno ad altri, la possibilità di giudicarlo negativamente per quell’apparente ingenuità, per un attimo dimentica di quanto, un solo istante prima, ella stesse condannando indirettamente proprio se stessa per la medesima ragione, nel proprio rapporto con Licsia.
« … anche tu. » sorrise il locandiere, evidenziando quel particolare dettaglio apparentemente ovvio, e che pur non avrebbe dovuto concedersi occasione di ignorare, così come, impietosa verso se stessa, verso la propria terra o, più in generale, verso il proprio passato, sembrava tanto ansiosa di compiere.

Colpita nel segno, là dove ella era in fiduciosa attesa egli non l’avrebbe delusa, non mancando di raggiungerla; la Campionessa di Kriarya si volle riservare un istante di silenzio, per riflettere su quelle parole e sul già noto, e soltanto ribadito, concetto in esse celato.
Quell’isola, quella piccola isola, un punto ancora lontano all’orizzonte, racchiudeva entro le proprie sponde la sua storia, la storia della sua origine e, indirettamente, la storia della sua intera vita, dal momento in cui in conseguenza alla tragedia che lì si era consumata, il resto della sua esistenza era stato successivamente tramutato in costante tragedia a opera dell’intervento vendicativo della sua gemella Nissa. E per quanto piccola ormai essa potesse apparire, enorme ancora avrebbe dovuto essere giustamente considerato il valore in essa intrinseco per la propria quotidianità… o, in caso contrario, la semplice necessità di quello stesso viaggio non sarebbe neppure mai stata presa in considerazione così come, altresì, era stata.

« … sì, anche io. » confermò Midda, allora sollevando appena la spalla e piegando il capo verso la stessa per spingere, in tal modo, la mano dell’amato alla propria guancia, a ricambiare la dolcezza del gesto a lei in tal modo dedicato.


giovedì 28 marzo 2013

1893


« … e di cosa…?! » minimizzò Noal, stringendosi fra le spalle e considerando, in tal modo, conclusa quell’imbarazzata parentesi, ove tutto ciò che avrebbe avuto ragione d’essere detta era, ormai, stata concretamente detta.

A ovviare al rischio di ulteriori deviazioni a tal riguardo, verso simile direzione, subentrò allora la voce della Figlia di Marr’Mahew, la quale sopraggiunse all’attenzione di Av’Fahr e di Noal con non meno sorpresa di quanto quella di quest’ultimo era pocanzi sopraggiunta all’attenzione di Masva e, ancora, Av’Fahr. In ciò, quindi, non solo il capitano della Jol’Ange ebbe occasione di essere impropriamente punito per quanto accaduto, per ciò di cui si era reso involontario protagonista, ma anche, e peggio, il figlio dei regni desertici centrali ebbe ragione di trasalire nuovamente seppur senza alcuna colpa a tal riguardo. E da parte di questi, solo in grazia a uno straordinario autocontrollo poté essere evitata un’inopportuna e probabilmente blasfema invocazione a uno dei propri dei prediletti, per l’evidente impossibilità a concludere un qualunque genere di discorso in quella particolare occasione, benché Noal, prima, e Midda Bontor, in quel momento, fossero lì stati esplicitamente convocati, addirittura sottratti al proprio riposo, e non fossero allora sopraggiunti semplicemente al fine di trovare un modo per occupare il proprio tempo libero, in assenza di una qualche migliore occasione di distrazione.

« Eccomi! » annunciò la propria presenza, seguita in breve non solo da Ifra, andato a chiamarla, ma anche da Be’Sihl, il quale, evidentemente, non doveva aver avuto ragione per restare a riposo in un momento come quello o, quantomeno, non aveva ritenuto indicato restare a riposo in un momento come quello, nel comprendere perfettamente quanto la propria presenza sarebbe stata più utile accanto all’amata nella fredda umidità di quella notte sul mare, piuttosto che entro i confini di una pur calda coperta « Eccoci… » si corresse la mercenaria, non volendo offrire torto alla presenza del proprio amato, benché lì presente soltanto a sua imitazione, inseguendo i suoi passi « Abbiamo fatto il prima possibile. » cercò quasi di giustificarsi, per poi subito voltarsi in direzione di proavia, alla ricerca della loro meta.
Non trovando parole migliori da impiegare per presentare alla propria interlocutrice quel’orizzonte, e la terra che, in lontananza, pur spiccava sempre di più al centro del medesimo, il capitano della Jol’Ange si limitò a indicare dritto davanti a sé e ad asserire: « Licsia. »

Sillabe semplici, che alle orecchie della Campionessa di Kriarya, nonché figlia, forse prediletta, forse ripudiata, di quella stessa terra, apparvero straordinariamente complesse, benché fossero state da lei apprese sin dalla più tenera età, accanto a termini quali “mamma” e “papà” e, in un certo senso, contraddistinte da un medesimo valore affettivo, da un’eguale importanza. O, forse, soltanto accomunate a tale immagine soltanto in quanto, nel giorno in cui ella aveva abbandonato l’abbraccio protettivo della propria famiglia, aveva parimenti abbandonato anche l’abbraccio protettivo di quelle sponde, senza potersi più permettere occasione di ritorno alle stesse e, in ciò, a casa… alla propria prima casa.
Sillabe semplici, pertanto, che pur ella non fu immediatamente in grado di elaborare, non apparve subito capace di comprendere, di apprezzare, quasi avessero da considerarsi appartenenti a un idioma diverso dal proprio, a una lingua aliena e, addirittura, inintelligibile, ragione per la quale ella fu costretta a concedersi un lungo, lunghissimo istante di riflessione, di analisi e di contemplazione, a cercare di capire cosa Noal potesse aver suggerito in associazione all’immagine lì offertale allo sguardo. Un’immagine così cara, quasi non più sperata, e che pur, mai come in quel momento, avrebbe dovuto essere giudicata a lei qual estranea, qual lontana, diversa da quanto nei suoi ricordi avrebbe mai potuto testimoniare essere. Perché l’isola che ella aveva lasciato da bambina, quell’isola smisurata e carica di mistero, di infinite occasioni di avventura, quell’isola che aveva amato e rimpianto, che aveva cercato e perduto, dopo tanti anni, dopo troppi anni, non sembrava più la medesima, non appariva più qual la stessa Licsia dalla quale si era allontanata sconfitta, era scappata quasi terrorizzata.
Gli anni trascorsi a esplorare i mari del sud, prima, e molti regni, molte nazioni in Qahr, poi, spingendosi in terre sempre nuove, in città sempre diverse e, sovente, sempre più grandi, fisicamente più estese, concretamente più popolate, avevano ineluttabilmente alterato la percezione del mondo che poteva esserle stata propria in età infantile, che poteva averla contraddistinta quand’ancora bambina, facendola crescere, maturare, nel crescere e nel maturare della propria percezione sul mondo a sé circostante, sulla realtà che aveva scoperto esserle propria. Un mondo e una realtà immensamente più vasti e complessi di quanto non avrebbe mai potuto ambire a essere quel piccolo e idilliaco rifugio al riparo da ogni insidia, da ogni minaccia, da ogni guerra e da ogni male; un mondo e una realtà estremamente più pericolosa e letale di quanto non avrebbe mai voluto essere quello sperduto luogo felice, sicuro, sereno e pacifico; e pur un mondo e una realtà nella quale ella aveva avuto occasione di trovare un proprio posto, un proprio ruolo, così come, altresì, non aveva mai percepito poterle essere proprio entro quei confini, nel limitare di quelle troppo ristrette spiagge di sabbia pur bianchissima e immacolata.
In ciò, Licsia non si limitava a rappresentare, ma sostanzialmente era, tutto quello che ella aveva abbandonato decidendo di lasciarla: la propria famiglia, la propria casa, la propria pace, la propria tranquillità. Ma, anche e ancora, Licsia non si limitava a rappresentare, ma concretamente era, il contrario di tutto ciò che ella aveva conquistato decidendo di lasciarla: una vita carica di passione, di ardore, di coraggio e di incredibili imprese, che ella aveva affrontato non qual vittima ignara, non qual il più classico eroe predestinato delle ballate in ogni genere di avventura coinvolto pur senza alcuna brama utile a lasciarsi coinvolgere, quanto e piuttosto qual attrice consapevole e convinta, desiderosa di vivere tutto quello e, se necessario, di rischiare continuamente di morire per poter vivere tutto quello.

« … Midda?! » l’apostrofò Noal, nel coglierla apparentemente disorientata innanzi a quell’immagine, quasi non rispondesse alle sue aspettative, ai suoi desideri o alle sue brame, benché lì si fossero sospinti soltanto per sua volontà, per l’esigenza, da lei proclamata qual propria, di potersi confrontare con quella prova da lungo tempo rimandata, perennemente posticipata, prima ancora di ricercare la conclusione dell’eterno conflitto fra lei e la propria gemella, l’assassina di Salge Tresand, nonché di Ja’Nihr e di Berah, oltre che di molte, di troppe altre vittime accomunate dall’unica colpa di essersi, in un modo o nell’altro, legate a lei.
« Sto bene. » rispose ella, non trascurando l’implicito interrogativo in tal modo rivoltole, e pur ancora dimostrandosi distratta, lontana, smarrita nella contemplazione di quello spettacolo tanto distante dalle proprie aspettative, dalle proprie attese e che, quasi, avrebbe potuto vanificare quell’intero viaggio, quel lungo tragitto attraverso i mari dell’estremo sud, nel non essere più in grado di offrile l’occasione ricercata, la possibilità di catarsi che pur, tanto prossima, forse, alla conclusione della propria esistenza, aveva sperato di poter rendere propria.

Non parole, ma solo un leggero contatto, il lieve tocco della punta delle dita della propria destra contro le dita della mancina di lei, fu allora quanto necessario a Be’Sihl, il locandiere da lei amato, per esprimere non solo ogni domanda che avrebbe potuto essere allora scandita ma, anche e ancor più, ogni promessa che avrebbe potuto essere allora a lei gradita, e, in particolare, quella di esserle vicino, esserle accanto, in quel momento così come era stato in passato e come avrebbe continuato a essere in futuro, non pretendendo da lei una qualche estemporanea spiegazione, ove ella non si sarebbe sentita in grado di fornirle, e pur a lei offrendosi disponibile all’ascolto, pronto a concederle tutta l’attenzione che ella avrebbe potuto richiedere, per confidare la propria inquietudine, per condividere i propri timori o, anche, per offrire libero sfogo alla propria frustrazione, all’insoddisfazione inevitabilmente intrinseca innanzi a tale spettacolo, e alla consapevolezza di quanto, forse, in tutto ciò non le sarebbe mai stato concesso.


mercoledì 27 marzo 2013

1892


« Ifra… » prese voce verso il mozzo, dopo un lungo istante di silenzio, necessario a permettergli di sondare l’oscurità della notte per cercare di cogliere conferma della novella che, dall’alto dell’albero di maestra, Camne aveva avuto ragione di proclamare « Credo che sia meglio che tu vada a svegliare anche Midda. O, comunque, a chiederle di rivestirsi e di raggiungerci. » comandò, non escludendo l’eventualità nella quale la mercenaria non avrebbe dovuto essere riconosciuta qual impegnata a riposare, non ove, dopotutto, in intima compagnia del proprio amato in quelli che, forse, avrebbero dovuto essere considerati i loro ultimi giorni insieme « Bussa, mi raccomando. »

Accogliendo tale nuovo ordine senza offrire la benché minima obiezione, del resto del tutto privo di ragioni valide a dimostrare una qualunque remora a tal riguardo, il giovane nipote di Berah si allontanò ancora una volta dalla coperta della nave, in direzione delle cabine, con passo rapido e incedere sicuro, saldo e convinto, qual solo sarebbe potuto essere quello di chi, obiettivamente, avrebbe avuto più difficoltà a camminare sulla terraferma rispetto a quanta non ne avrebbe potuta dimostrare sul ponte di una nave.
Subito dopo la sua uscita di scena, comunque, anche la rossa sino a un istante prima intenta a dondolarsi appesa al muscoloso braccio di Av’Fahr ipotizzò una propria ragionevole uscita di scena, come si premurò di comunicare ai due compagni lì rimasti a lei prossimi.

« Bene… credo di aver fatto abbastanza danno per questa notte. » sorrise, non riuscendo a trascurare l’imbarazzo per quanto accaduto né, tantomeno, a minimizzare l’importanza della magra figura resa propria nel momento in cui si era permessa di incespicare, quasi ricadendo all’indietro priva di qualunque palese ragione a giustificare simile mancanza di equilibrio e, soprattutto e peggio, la sorpresa… lo spavento addirittura dimostrato in conseguenza alla comparsa in scena del capitano « E’ meglio se torno a controllare le mie cime, prima che qualcuno mi possa rimproverare di non essere dove dovrei! » ammiccò verso Noal, nel contempo di ciò liberandosi delicatamente dalla presa del proprio salvatore per evadere fisicamente da quella situazione, per allontanarsi di lì esattamente come appena annunciato.

Al di là dello scherzoso timore per un pur non impossibile rimprovero da parte del capitano, né Noal né Av’Fahr dimostrarono allora ragione utile a prendere voce in sua direzione, quasi tutto ciò che avrebbe potuto essere meritevole di essere detto lo fosse già stato. Così, in quieto silenzio, i due uomini osservarono l’amica, la sorella, la compare di molte avventure, di troppi anni, allontanarsi con discrezione da loro e, in quieto silenzio, restarono ancora per qualche interminabile istante, a contemplare l’orizzonte innanzi ai loro sguardi o, forse, il nulla imprecisato in tal direzione, persi ognuno in personali riflessioni di difficile condivisione, malgrado ogni singola esperienza di vita fosse fra loro stata condivisa nel corso di tutto il tempo vissuto insieme, di quell’incredibile, comune cammino di vita.
Solo dopo quella che apparve simile a un’eternità, e che pur eternità non avrebbe mai potuto essere per ovvie motivazioni, il capitano della Jol’Ange riprese parola e, in tal senso, si impegnò a esprimere un consiglio allora non richiesto, e pur, forse, atteso, non tanto nel proprio ruolo di riferimento per l’equipaggio di quella nave e, in conseguenza, anche per il figlio dei regni desertici centrali a cui si rivolse, quanto e piuttosto nel proprio ruolo di amico. Un amico, un fratello, un compare che non avrebbe mai espresso voce a suo discapito e che, anzi, avrebbe sempre e solo proferito verbo nella speranza, in ciò, di contribuire, con la propria più umile opinione alla sua felicità.

« Sia chiaro che non è mio desiderio interferire in vostre questioni personali… » commentò, con tono ora serio, privo di inflessioni tali da poter offrire ambiguità all’interpretazione di quanto lì condiviso, non desiderando che nulla di quanto da lui allora scandito potesse essere inteso qual un intervento ironico, a scherno dell’interlocutore o, peggio, della compagna appena allontanatasi « … ma, fossi in voi, nel ben conoscere a quale sorte andremo presto incontro nello spiegare le vele verso Rogautt, non sprecherei troppo tempo esitando, incerto sulle mie emozioni. Perché se già normalmente la vita viene intesa qual troppo breve per poter essere futilmente spesa nel timore delle conseguenze delle azioni compiute; la nostra vita, in questo momento rischia di essere terribilmente breve. E credo che sarebbe quantomeno spiacevole, per voi, restare con il dubbio di quanto avrebbe potuto essere, senza esservi concessi la possibilità di sperimentarlo… e di sperimentarlo con tutta la straordinaria forza di cui entrambi siete capaci. »

Parole indubbiamente tragiche, quelle che volle rendere proprie, e che pur, mai come in quel momento, in quel frangente, avrebbero dovuto essere riconosciute qual incredibilmente ragionevoli, corrette, motivate, nel ben conoscere a qual genere di sfida stavano andando tutti incontro, forse persino con eccessiva leggerezza, con quell’impropria spensieratezza dopotutto caratteristica di chi abituato da sempre al confronto con la morte, morte che avrebbe potuto essere loro riservata, in ogni momento, lungo le vie del mare da loro pur tanto amato e al quale mai avrebbero rinunciato.
Midda Bontor, raggiungendoli a Seviath, là dove erano rimasti in attesa del suo ritorno, aveva votato in favore di una politica di assoluta trasparenza nei loro confronti, neppur chiedendo in maniera esplicita o implicita la loro collaborazione, il loro supporto o il loro sostegno nell’impresa nella quale, probabilmente, sarebbe andata a incontrare il proprio destino, il proprio irreversibile fato; ma semplicemente informandoli nel merito di quanto sarebbe accaduto, nella volontà di porli al corrente di come, presto, ella sperava si sarebbero potute concludere troppe questioni rimaste in sospeso, si sarebbero potuti regolare troppo conti rimasti ingiustamente aperti, offrendo alfine vendetta alla memoria dei loro morti, ancora rimasti inappagati sotto tale profilo, e, in ciò, speranzosamente pace alle loro anime, ai loro spiriti immortali. Soltanto loro, nel confronto con tale verità, con la consapevolezza da lei offerta, era stata la decisione di garantirle, ancora una volta, tutto il proprio supporto, tutta la propria collaborazione, incapaci a tollerare il pensiero di subire passivamente, ancora una volta, gli eventi, e desiderosi, altresì, di essere alfine attori almeno in concomitanza a tale capitolo finale, prima che il sipario potesse definitivamente calare. E se pur alto, altissimo, sarebbe certamente stato il prezzo da pagare a fronte di un loro eventuale insuccesso, così come sarebbe probabilmente stato anche a fronte di una loro speranzosa vittoria, intollerabile si sarebbe sicuramente dimostrata l’idea di attendere in lontananza, nell’incertezza più completa, nell’ignoranza più totale, l’eco di quanto, pur, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe evitato di compiere o, quantomeno, di tentare di compiere, persino morendo nel tentativo.
In tutto ciò, per quanto tragiche fossero state le parole di Noal, pur ragionevoli, corrette e motivate, avrebbero dovuto essere riconosciute, così come lo stesso Av’Fahr non ebbe ragione di mancare di compiere, apprezzandole sinceramente per la premura che, in tutto ciò, l’amico aveva voluto riservare non soltanto a lui, ma anche a Masva…

« Grazie. » replicò, semplicemente, riconoscendo qualunque altra argomentazione allora superflua, allora inutile e vana, un fronzolo, un arzigogolo, che pur avrebbe potuto avere il proprio valore espressivo, che pur avrebbe potuto riservarsi una qualche ragione estetica, e che pur null’altro, di concreto, avrebbe potuto aggiungere alla questione.

Perché, in risposta a quanto suggerito dal capitano della Jol’Ange, non avrebbero dovuto essere parole, quanto e piuttosto fatti. Fatti concreti atti a dimostrare quanto, qualunque emozione stesse forse accomunando Av’Fahr e Masva, avrebbe dovuto essere riconosciuta degna d’essere vissuta, almeno fino a quando, ancora, sarebbe stata loro concessa l’occasione di viverla. Fatti ai quali, tuttavia, sarebbe allora stato compito del figlio dei regni desertici centrali offrire corpo, sempre ammesso che, da parte sua, si fosse dimostrato effettivo interesse a concedere a quelle parole il giusto peso, a quel consiglio il giusto valore e, soprattutto, ai propri sentimenti la giusta importanza.


martedì 26 marzo 2013

1891


« … un vecchio burbero dall’aria stanca?! » ripeté, allora volontariamente sforzandosi di non sorridere, benché nel confronto con le parole e con i toni da lei resi propri, difficile sarebbe stato per lui trattenersi a lungo, mantenere ancora per molto quell’espressione che pur, senza reale intento, lo aveva reso meritevole di simile descrizione « Ti ricordo che abbiamo pressoché la stessa età… non so, quindi, quanto ti convenga descrivermi in questo modo. »
« Ma io sorrido… e il mio sorriso solare mi preserverà sempre dall’impietoso scorrere del tempo! » obiettò ella, adducendo con assoluta cognizione di causa tale ragione, consapevole, in effetti, di quanto tutto ciò avrebbe avuto a considerarsi privo d’ogni possibilità di contestazione, una verità assoluta non dissimile dalla luminosità del sole in contrapposizione dall’oscurità della notte o dai rigori dell’inverno in contrapposizione al calore proprio dell’estate.
Una verità assoluta nel confronto con la quale, alfine, Av’Fahr cedette, aprendosi a un ampio sorriso carico di serenità e animato da sincero divertimento, qual solo avrebbe potuto caratterizzarlo nel confronto con tutto quello, con la posizione assunta da lei e, più in generale, con la sua presenza al proprio fianco: « Va bene. » sospirò pertanto, cedendo apertamente e dichiarando, in tal senso, la propria sconfitta « D’accordo. Hai vinto tu. » ribadì, sottolineando il concetto ove non ancora chiaro « Mi arrendo. »
« Ti arrendi…?! » insistette Masva, ancora ciondolando appena a lui, invero esile ingombro nel considerare la straordinaria massa muscolare del medesimo.
« Mi arrendo. » confermò, stringendosi appena fra le spalle, quasi a voler minimizzare il valore di quell’asserzione, salvo, tuttavia, concederle un nuovo, amplio sorriso a dimostrazione di quanto quella vittoria non avrebbe voluto essere da lui posta in benché minimo dubbio « Sappi però che se continuerai a volermi mostrare il lato chiaro della luna nera, finirò con il credere che vi possa essere qualcosa dietro a tanto appassionato interesse nei miei riguardi… » soggiunse, ora con tono volutamente sornione e ammiccante, nel giocoso desiderio di imporle ragione di imbarazzo per il proprio comportamento.

A dispetto di quanto egli non avrebbe potuto allora attendersi a commento delle proprie parole, tuttavia, la propria interlocutrice, compagna di viaggio da tanti, forse troppi anni, per lui divenuta quasi una sorella dopo la perdita di Ja’Nihr, non reagì ritraendosi, non abbandonò il suo forte braccio né smise di dondolarsi aggrappandosi a esso; offrendogli, piuttosto, i propri enormi occhi blu come il mare più profondo, e, a essi, affidando un silenzioso messaggio che, quasi e altresì, rischiò di porre lui stesso in imbarazzo, spingendolo a domandarsi quanto di ciò che stava in lei vedendo avrebbe dovuto considerarsi reale e quanto, piuttosto, frutto di una propria intima fantasia, relegata al proprio inconscio in misura tale da non essere da lui stata mai neppure presa in aperta considerazione.
E quasi, allora, a volergli offrire soccorso, a non permettergli di smarrirsi in tutto ciò e nel significato da attribuire a quello sguardo; ella riprese voce dopo una frazione d’eternità, ancora riservandosi il tono scherzoso già reso proprio sino a quel momento e, pur, in quelle nuove parole, lasciando trasparire in maniera più evidente, più palese, quella stessa, implicita promessa già a lui rivolta, già a lui offerta seppur ancora forse non completamente compresa nelle proprie implicazioni…

« Che terrificante minaccia… » commentò ella, strizzando l’occhio sinistro con fare complice « Un uomo splendido come un dio, forte come il mare e coraggioso come un eroe, nonché fedele ai propri ideali e ai propri affetti, potrebbe credere che io possa provare qualcosa per lui. » argomentò, con tono grottescamente enfatizzato « Dei… salvatemi da tutto ciò! Non credo potrei sopportarlo! »
« … sopportare cosa?! » domando Noal, sopraggiungendo proprio in quel momento, accompagnato da Ifra, privo di una visione d’insieme sul dialogo intercorso fra i due e, in questo, privo della possibilità di comprendere quanto il proprio stesso intervento avrebbe dovuto essere riconosciuto qual purtroppo fuori luogo, nell’interrompere un momento di rubata intimità a quell’inedita coppia.

Che fra Masva e Av’Fahr, in quell’occasione, avesse da intendersi un momento di complicità emotiva, sentimentale; probabilmente ben pochi dubbi avrebbero potuto essere loro riservati, entrambi sufficientemente adulti da ben intendere quanto fosse presente nel profondo dei rispettivi cuori, senza, in ciò, concedersi particolari ambiguità di sorta. Che fra loro, tale complicità, avesse da considerarsi così sicura nelle proprie comuni prospettive, in misura tale da non rischiare di imporre una spiacevole difficoltà di future relazioni, anche solo di ordine lavorativo, soprattutto a bordo di una nave, della stessa nave, entro i ristretti confini della quale avrebbero continuato a essere costretti a vedersi e a interpellarsi in ogni caso; probabilmente meno ovvio, meno scontato, avrebbe dovuto essere riconosciuto, non tanto, per lo meno, dal poter loro permettere di proseguire con quel momento di reciproco corteggiamento innanzi a qualche spettatore, fosse egli il loro capitano e amico, qual pur Noal era, fosse egli chiunque altro.
Così, al sopraggiungere di quel terzo attore sulla scena, e di quella voce sicuramente attesa, ove addirittura lì esplicitamente convocata, e pur mai come in quel momento inattesa nella propria comparsa, i due marinai si ritrovarono costretti a cercare quel distacco che, sino a quel momento, malgrado ogni ipotetico impegno, non erano pur riusciti a ottenere ragione di rendere proprio, con foga tale che, quasi, la giovane donna dai rossi capelli si ritrovò priva dell’equilibrio necessario a evitare di ruzzolare impietosamente a terra. Eventualità che pur, allora, fu lo stesso figlio dei regni desertici centrali a ovviare, agguantandola delicatamente e, in ciò, senza malizia alcuna, riportandola a sé, a impedirle qualunque occasione di danno.

« Woah… sei agitata Masva?! » sorrise il capitano, sorpreso da quello sviluppo, da quella perdita di equilibrio quasi ingiustificabile per una marinaia esperta qual ella era, soprattutto in assenza di un beccheggio tale da esserne ragione, causa e, soprattutto, colpa « Perdonami… non intendevo spaventarti. »
« Spaventata… io? E perché mai? » negò spudoratamente la donna, così interpellata, scuotendo il capo e ringraziando l’oscurità della notte in tutto ciò sua complice, a ovviare a un’eccessiva e spiacevole pubblicità su quanto ella fosse allora avvampata per la vergogna propria di quel momento « La colpa è tutta dei bicipiti di Av’Fahr, che stanno diventando sempre più grossi e difficili da afferrare persino con due mani! » cercò poi di ironizzare, scoccando uno sguardo invocante aiuto verso il proprio compare, ancora impegnato, in quel momento, a stringerla delicatamente a sé con uno braccio, mentre l’altra mano restava saldamente unita al timone, per mantenere il controllo sulla goletta e sulla sua rotta.
« Capitano… terra a proavia. » comunicò allora il marinaio, cercando in maniera non meno priva d’ogni vergogna di cambiare discorso, riconducendolo rapidamente alla ragione per la quale Noal era lì stato convocato « E, a meno di non aver sbagliato terribilmente la rotta, dovrebbe essere proprio la nostra meta. » soggiunse, con tono ora inevitabilmente retorico, ove difficilmente, in quell’angolo di mondo, avrebbero potuto incappare in una qualche isola diversa da quella ricercata, a meno di non essersi diretti lungo un verso addirittura antitetico rispetto a quello che avrebbero dovuto percorrere.

E se il buon capitano della Jol’Ange, di fronte ai tentativi quantomeno infantili dei propri due vecchi amici di mistificare qualcosa, ebbe occasione di cogliere, forse ancor prima di loro, quanto stava accadendo prima del proprio arrivo, prima dell’interruzione loro involontariamente imposta; egli fu comunque sufficientemente discreto e rispettoso della libertà dei due da non insistere troppo né, parimenti, da concedersi qualche sin troppo facile occasione di scherzoso scherno per tutto ciò.
Così, offrendo maggior attenzione a quell’ultimo annuncio rispetto a tutto il resto, relegandolo a un ruolo di contorno di tale notizia, Noal volse a propria volta l’attenzione verso l’orizzonte, là dove suggeritogli, per verificare, in termini non meno retorici rispetto a quelli adoperati da Av’Fahr, con i propri stessi occhi quanto allora annunciato…


lunedì 25 marzo 2013

1890


Pur appartenendo formalmente al territorio proprio del regno di Tranith, l’arcipelago delle Licoseni non avrebbe dovuto essere considerato sì prossimo al continente di Qahr da porsi qual crocevia marittimo per comuni rotte commerciali. In effetti, nell’offrirsi quali posizionate all’estremità meridionale dei confini noti di quell’angolo di mondo, Licsia e le altre isole piccole isole proprie di quella spruzzata di terre emerse, non dissimili dalle efelidi presenti sulla candida pelle della stessa Midda Bontor, avrebbero dovuto essere anzi considerate così isolate dal resto di Tranith, e del continente più in generale, da rendere necessario progettare in maniera esplicita uno scalo presso tale porto, quale scelta ricercata e consapevole. E se straordinariamente affollata si era presentata Seviath, la capitale tranitha dalla quale la goletta era salpata, contraddistinta da un dedalo di moli tale da rendere sì faticoso l’attracco e la ripartenza dai medesimi quasi più dell’intero viaggio a precedere o seguire; e successivamente via via meno caotiche erano state le tappe intermedie, obbligate nel prevedere un percorso tanto lungo, fosse anche e soltanto per rifornire le stive di acqua potabile, il principale limite proprio della vita in mare; l’attesa per la loro meta, per il loro traguardo, da parte di Noal, di Midda e di tutto l’equipaggio della Jol’Ange, regolare e no, avrebbe dovuto essere considerata quella di un’isola circondata, al più, da pescherecci e, in via del tutto eccezionale, da un’altra nave mercantile, lì impegnata a tenere fede a un tracciato regolare e tale da prevedere di offrire visita a quelle spiagge non più di una volta l’anno… se non con una frequenza ancor minore.
Un’attesa, la loro, che non venne disattesa, così come ebbero per primi occasione di constatare Av’Fahr, Masva, Camne, Hui-Wen e Ifra, i membri dell’equipaggio regolare della Jol’Ange che si ritrovarono a essere di turno in coperta nel momento in cui la piccola isola fece la sua comparsa all’orizzonte, annunciata dalla voce della giovane ex-protetta di Midda, salita di vedetta sulla cima dell’albero di maestra…

« Terra! » esclamò Camne Marge, indicando a proavia con foga tale, quasi, da perdere la presa sulle cime attorno alle quali aveva arrotolato il mancino, proprio qual precauzione onde evitare simile rischio « Terra davanti a noi! »
« Ifra… vai a chiamare il capitano. » comandò Av’Fahr, dietro al timone, con le mani saldamente unite a tale simbolo di comando e di responsabilità, non concedendosi particolari ragioni di entusiasmo o di distrazione nel confronto con quell’annuncio, non desiderando lasciarsi trovare con la guardia abbassata a così poca distanza da loro obiettivo finale, consapevole di quale grave errore sarebbe potuto essere considerarsi fuori pericolo solo perché, all’orizzonte, era stato avvistato il loro prossimo traguardo.

Nipote di Berah, ultima compagna di Salge Tresand e, a sua volta, vittima della furia omicida di Nissa Bontor, Ifra era il più giovane inquilino della Jol’Ange, lì impiegato ancora come mozzo, non per assenza di stima nei riguardi suoi o delle sue capacità, quanto e piuttosto perché, per la sua ancor fanciullesca età, tale impiego era stato considerato qual il più idoneo, in una valutazione viziata dal fatto che, con non molti più anni di lui, Salge era divenuto, a suo tempo, capitano di quella stessa goletta.
Certamente, e differentemente rispetto a lui o, anche, allo stesso Noal, Salge si era meritato tale ruolo non tanto per un qualche diritto di anzianità, o perché subentrato in luogo a un precedente capitano al momento della sua prematura scomparsa, quanto e piuttosto perché solo in grazia alle sue azioni, al suo impegno, e al suo lavoro di intere stagioni, la Jol’Ange, da relitto in disarmo qual era quando la acquistò, tornò a essere una nave in perfette condizioni, nuovamente in grado di affrontare il mare e di offrire ospitalità a un equipaggio. Come Salge, tuttavia, non esistevano, né erano esistiti, molti capitani, ragione per la quale, nella maggior parte dei casi, a tale ruolo, a tale grado, subentravano i secondi in comando al momento della tragica perdita dei loro capitani, come era avvenuto anche per lo stesso Noal e come, forse, un giorno, in un momento speranzosamente ancora lontano, sarebbe avvenuto anche per lo stesso Ifra.
Sino ad allora, comunque, il giovane nipote di Berah avrebbe continuato a operare con l’impegno e con l’umiltà richiesta a tutti i figli del mare, non cercando la gloria e la responsabilità di un ruolo di comando ma, piuttosto, accontentandosi di compiere al meglio quanto gli sarebbe stato richiesto di fare, fosse esso lavoro da mozzo, da marinaio o quant’altro.

« Subito! » confermò, scattando in direzione dell’alloggio riservato al capitano, entro il quale, approfittando di quelle ore di tregua, sicuramente egli stava riposando, e riposando solo, ove il suo compagno, Hui-Wen, era all’opera insieme a tutti loro in coperta.
« Potresti impegnati ad accennare un sorriso, Av’Fahr… » suggerì Masva, risalendo sul cassero per prendere estemporanea posizione accanto al proprio muscoloso e imponente compagno, figlio dei regni desertici centrali così come dimostrato dalla sua pelle scura sulla quale, quasi, risultavano impossibili a distinguersi i tatuaggi tribali pur presenti, in inchiostro nero « E’ da quando abbiamo levato l’ancora a Seviath che non riesco a vedere i tuoi denti… e, ormai, inizio a credere che tu li abbia persi e ti stia impegnando ad apparire tanto serio per non darlo a vedere. »
« Ti senti tanto spiritosa, questa notte…?! » domandò egli, per tutta risposta, per un istante sforzandosi di apparire quasi burbero, e pur non riuscendo a mantenere più di un fugace momento tale espressione a discapito di lei, verso quella giovane donna dal corpo atletico, quasi esile, e dai rossi capelli color del fuoco, che circondavano il suo volto incorniciandolo in un taglio corto e sbarazzino, forse atto a porre maggior accento sui suoi grandi, grandissimi occhi blu, così ricchi di promesse o, per lo meno, speranzosamente tali.
« Mi sento tanto spiritosa tutte le notti, soprattutto quando con il mio essere spiritosa posso permettermi di sperare di distrarti un po’ da tutte le preoccupazioni che assillano il nostro indomito e coraggioso condottiero... » argomentò ella, piegando appena il capo di lato nell’osservarlo con fare quasi felino, e incrementando simile effetto con un sorriso quietamente sornione, non dissimile da quello proprio del gatto intento a giocare con il topo « Dimmi tu se ci sto riuscendo o no, per favore. »
« Forse il fatto di vedermi troppo di sovente dietro al timone ti sta confondendo. » ipotizzò Av’Fahr, aggrottando appena la fronte « Il capitano è Noal, non sono io… né desidero esserlo. A scanso di ogni possibile equivoco. » puntualizzò, augurando implicitamente, in tali parole, tutto il bene del mondo al proprio capitano e amico, non bramando di prenderne il posto né in quel momento né mai, nel preferire saperlo in ottima salute.
« Certo… ma il capitano, in questi giorni, è impegnato con i nostri amici. E, in questo, tu resti il nostro indomito e coraggioso condottiero…  come dimostra il fatto che hai rinunciato a sorridere, trasformandoti in un vecchio burbero dall’aria stanca. » lo canzonò Masva, appoggiandosi al suo forte braccio destro e lì, quasi, aggrappandosi per dondolarsi appena « Temo che fra poco inizierai ad avere qualche capello bianco, se non starai attento a cercare di rilassarti un po’ di più. »

Al di là dell’aspetto più ludico della questione, per così come ella desiderava proporlo; allo stesso modo in cui Av’Fahr avrebbe dovuto essere riconosciuto sinceramente interessato al mantenimento in buona salute di Noal, anche Masva non si sarebbe potuta che definire egualmente preoccupata per lo stato di salute di Av’Fahr, oltre ovviamente che per quello di Noal. Dopo l’assassinio di Ja’Nihr, sorella maggiore di Av’Fahr, di Salge Tresand e, successivamente, di Berah, nonché il tradimento di Ron-Hun e di Tamos, entrambi scopertisi al soldi di Nissa Bontor; solo loro tre, fra tutti gli appartenenti alla seconda generazione dell’equipaggio della Jol’Ange, erano quindi sopravvissuti, costretti a dire addio a troppi amici, a più fratelli e sorelle di quanti non avrebbero avuto piacere di salutare.
Ragione per la quale, al di là di ogni scherzo, soltanto sincera e reciproca premura avrebbe potuto legarli l’uno agli altri, indifferentemente da qualunque ruolo, da qualunque incarico ora avrebbero potuto ricoprire.


domenica 24 marzo 2013

1889


A discapito di ogni preoccupazione, tuttavia, lo scudiero non incontrò null’altro che un quieto sorriso di approvazione sul volto del locandiere, il quale non avrebbe mai potuto offrirsi contrariato da quell’apprezzamento nell’essere, con maturità e orgoglio, più che consapevole del fascino intrinseco in ogni più semplice movimento della propria amata, carisma che anch’egli, del resto, non avrebbe né aveva mai potuto evitare di subire e che, non a caso, lo aveva irretito e ammaliato quasi vent’anni prima, rendendolo subito suo. Accanto a ciò, egli non avrebbe potuto che essere perfettamente consapevole anche di quanto quel giovane fosse rimasto, a suo tempo, vittima di tanto straordinario ascendente, in una misura tale da arrivare a mutare completamente la propria esistenza e il proprio destino per lei, riscrivendo il proprio presente e il proprio avvenire con quell’entusiasmo e quella determinazione che solo un innamorato avrebbe potuto dimostrare: un innamorato che, obiettivamente, non sarebbe mai stato ricambiato e che, comunque e in verità, neppure si sarebbe mai atteso di essere ricambiato, ma che, non di meno, sarebbe sempre stato pronto a fare l’impossibile per lei… e, in ciò, non avrebbe potuto evitare, talvolta, di lasciarsi sfuggire involontarie ammissioni come quella in tal modo appena scandita.

« Non ti preoccupare. Condivido in tutto e per tutto… » lo rassicurò pertanto, scuotendo appena il capo e minimizzando, in ciò, la sua ipotetica colpa, al fine di evitare ulteriori e superflue occasioni di imbarazzo da parte sua « Anche io passerei ore a guardarla volteggiare sopra le nostre teste, con la grazia e la magnificenza delle quali ella è stata generosamente dotata dagli dei tutti. » asserì, stringendosi appena fra le spalle « Tuttavia non credo che il nostro buon capitano sarebbe d’accordo nel ritrovarmi in tal modo distratto e, onde evitare di vedermi assegnato un altro turno, privo di eguali distrazioni, preferisco restare concentrato su quanto sto compiendo… » soggiunse, a definire, in tal senso, una solida ragione per la quale anche Seem avrebbe fatto meglio a rivolgere meno attenzioni al proprio cavaliere e qualcuna di più al proprio lavoro.

In ottemperanza alla legge del mare per la quale alcuno, a bordo di una nave, di una qualsivoglia nave, avrebbe potuto concedersi l’indolenza utile a lasciarsi trasportare senza offrire collaborazione attiva all’equipaggio proprio ospite, fosse anche per un tragitto estremamente breve e del tutto privo di future nuove occasioni di incontro, eventualità, fra l’altro, che neppur coinvolgeva oggettivamente i quattro uomini lì radunatisi al seguito della Figlia di Marr’Mahew; né a Howe o Be’Wahr, né a Be’Sihl o Seem sarebbe stata riservata l’opportunità di godere passivamente di quel nuovo viaggio a bordo della Jol’Ange, allora come già in passato offrendo, ognuno nei limiti delle proprie possibilità, tutto l’impegno che sarebbe stato loro possibile, in misura non inferiore rispetto a quello dimostrato dalla stessa donna per la quale, nuovamente, si erano trovati a essere riuniti a bordo di una nave, in generale, e di quella goletta, in particolare. E laddove Be’Sihl e Seem, pur estranei a quel genere di vita, avrebbero potuto comunque vantare una pur minimale esperienza pregressa, tale da permettere loro di impegnarsi in attività un po’ più che elementari; Howe e Be’Wahr avrebbero dovuto altresì accontentarsi di quel genere di mansioni abitualmente proprie degli ultimi fra tutti i mozzi, quali, come in quel momento, la pulizia della coperta dalle incrostazioni della salsedine, impieghi sicuramente più umili, indubbiamente contraddistinti da minor epica, ma non per questo meno importanti, meno rilevanti al successo del viaggio, nel considerare come se non fossero stati presenti loro a sopperire a simile esigenza, altri sarebbero dovuti essere incaricati di svolgere il medesimo ruolo, il medesimo compito, ciò accettando di buon grado per il bene comune.
Ovviamente, a prescindere da quale incarico e da quale livello di confidenza con le proprie mansioni chiunque fra loro avrebbe potuto vantare, fossero gli ultimi arrivati così come la stessa Campionessa di Kriarya, tutti loro sarebbero stati comunque sottoposti in egual misura, allo stesso modo, ai rimproveri del buon capitan Noal, laddove fossero stati colti, come in quel momento, distratti rispetto a quanto loro affidato, all’incarico loro assegnato…

« Puoi ben dirlo che non sarei in alcun modo d’accordo, per Thyres! » esclamò il capitano, a commento delle parole scandite da parte del locandiere e apparentemente volte a evocarlo, a invocare una sua presa di posizione nella tematica in oggetto « E che la nostra splendida dea, dall’alto della propria benevolenza, mi possa impietosamente trascinare nelle spire di uno dei suoi gorghi se permetterò che il ponte della mia nave si trasformi in una maledettissima taverna, offrendovi la possibilità di chiacchierare in allegria e di confrontarvi sulle vostre esperienze sentimentali! » insistette, a trasparente rimprovero per tutto quello.

Al di là dei propri modi apparentemente severi, e sostanzialmente tali richiesti dal proprio ruolo, lo stesso Noal non avrebbe potuto ovviare a un sentimento di sincera soddisfazione per la misura nella quale quei quattro stavano guadagnandosi, ognuno a modo proprio, il diritto di permanere a bordo della propria nave. Perché laddove, nella propria già troppo lunga vita per mare, egli aveva avuto diverse occasioni di collaborazione con dei non figli del mare, sospintisi a bordo di una nave per le più svariate ragioni; obiettivamente alcuno fra tutti loro, alcuno fra tutti quegli esempi passati, aveva avuto modo di dimostrare la medesima buona volontà che accomunava e contraddistingueva quegli uomini, rendendoli, obiettivamente, non solo meritevoli di far estemporaneamente parte del proprio equipaggio ma, anche, degni di quel rispetto che, abitualmente, avrebbe tributato soltanto a chi nato e cresciuto per mare, suo pari e pari a tutti gli altri figli e le altre figlie della Jol’Ange, suoi fratelli e sue sorelle.
Senza volersi sbilanciare eccessivamente, addirittura, il buon Noal sarebbe stato persino pronto ad accettare l’idea che, malgrado la non più giovane età di alcuno fra loro, nella sola eccezione dello scudiero, se solo a quei quattro fosse stata concessa l’occasione di spendere per mare qualche anno, sarebbe alfine giunto il momento in cui, fra loro e un qualunque figlio del mare difficile sarebbe stato riconoscere la differenza. Un’eventualità, comunque, quantomeno remota, laddove a prescindere dall’impegno da tutti loro lì dedicato per il successo di quella missione comune, di quel viaggio insieme, era perfettamente percettibile, addirittura palese, quanto la vita del marinaio non rispondesse all’ambizione di alcuno di quei quattro, i quali, dopotutto, avevano già trovato le rispettive strade, i cammini nei quali, sarebbe stata concessa loro l’opportunità di offrire un senso alle proprie esistenze, alle proprie vite, chi come mercenario, chi come scudiero e chi, ancora, come locandiere.
Diverse strade, diversi cammini che li avrebbero presto condotti lontani dalle vie del mare e che, in verità, il capitano della Jol’Ange non faticava a riconoscere, comunque, quali tutt’altro che privi di una qualche relazione con quello che la stessa ragione della loro presenza lì a bordo avrebbe reso proprio a tempo debito. Perché, a prescindere da quanto felice, da quanto entusiastica, da quanto soddisfatta Midda Bontor potesse star apparendo in quel momento, impegnata qual lì si stava offrendo nella vita che, vent’anni prima, le apparteneva; difficile sarebbe stato non cogliere in quale misura, comunque, tutto quello si stesse per lei offrendo qual un sogno nostalgico, una fugace occasione utile a permetterle un tuffo nel proprio passato, un ritorno alle proprie origini, al di là della consapevolezza di quanto, comunque, nulla di tutto quello le stesse più appartenendo né le sarebbe più potuto appartenere, avendo la propria vita, il proprio destino, intrapreso una direzione nuova, una strada sicuramente diversa da quella che ella aveva potuto sognare per sé in gioventù ma, non per questo, meno appagante, meno eccitante e, soprattutto, meno sua rispetto a quanto non avrebbe potuto esserla quella che l’avrebbe potuta vedere trascorrere il resto della propria esistenza a bordo di quella goletta, veleggiando con il vento a poppa e con l’infinito innanzi agli occhi.

« Hai finito con quel marciapiede, Midda?! » esclamò, riprendendo voce verso di lei e, per un fugace istante, beandosi a propria volta della grazia dimostrata da quella donna, a lei non indifferente per quanto i suoi gusti, in fatto di relazioni amorose, avrebbero dovuto essere considerati decisamente distanti rispetto a quanto ella avrebbe mai potuto eventualmente offrirle « Se non credi di farcela, puoi sempre prendere posto fra i tuoi due degni compari e metterti a spazzolare la chiglia della nave… altrimenti, per Thyres, muoviti! » la spronò, abbassando poi appena il capo per tentare di celare, in ciò, un inevitabile sorriso carico di soddisfazione e di compiacimento.


sabato 23 marzo 2013

1888


« Per Lohr… » gemette Be’Wahr, sollevando timorosamente lo sguardo verso il cielo, e, in ciò, verso i due alberi della nave e le evoluzioni che, fra i medesimi, stava allor compiendo la donna, con una naturalezza e una semplicità tale da far apparire tutto quello quanto normale, consueto, persino sciocco, benché egli avrebbe oggettivamente preferito affrontare qualche terrificante e improba battaglia piuttosto che ipotizzare di spingersi in ascesa lungo quelle scale di corda incrostata dalla salsedine, come ella stava apparendo addirittura contenta di essere costretta a compiere in ubbidienza agli ordini impartitile « Preferirei di gran lunga affrontare nuovamente un branco di cerberi, o una mandria di zombie piuttosto che rimbalzare fra quei pennoni, come Midda sembra che si stia tanto divertendo a fare! » espresse, a condividere tale personale posizione sull’argomento.
« Credo che il termine corretto sia… orda. Orda di zombie. » suggerì Howe, correggendo il compagno d’arme, fratello di vita e non di sangue, e pur, in tal senso, rinunciando a qualunque occasione utile a canzonarlo, a dimostrazione di quanto, malgrado tutto, l’aria di mare non stesse in alcun modo favorendo il suo buonumore, laddove altrimenti difficilmente avrebbe trascurato tale possibilità, sua principale attività ricreativa praticamente in qualunque momento, non sospinto, in tal senso, da cattiveria nei suoi riguardi, quanto e piuttosto, paradossalmente, esprimendo in tal modo tutto l’affetto che obiettivamente provava per lui, a lui unito, nella buona e nella cattiva sorte, sin da prima del giorno della propria stessa nascita.

Per quanto non propriamente a disagio, neppur a proprio agio avrebbero dovuto essere riconosciuti coloro che, pur non figli del mare, avevano accettato di seguire ancora una volta Midda Bontor a bordo di una nave e di quella nave in particolare, con la quale, e con l’equipaggio della quale, alcuno avrebbe potuto considerarsi completamente estraneo, in un risultato che, obiettivamente, avrebbe dovuto essere già acclamato qual straordinario, qual incredibile e degno di lode per chi, appunto, fondamentalmente alieno a quel mondo, a quel territorio, alle sue leggi e ai suoi dei.
Il mare, difatti, con le proprie apparentemente infinite e sostanzialmente mai completamente esplorate distese che ogni terra avvolgevano, era universalmente riconosciuto qual l’ultima, grande frontiera oltre la quale i più non avrebbero avuto alcun interesse, alcuna intenzione a spingere i propri passi, o, nella maggior parte dei casi, addirittura e persino a rivolgere il proprio sguardo, onde ovviare al rischio di ritrovarsi piegati in due, a offrire alla luce del sole, o della luna, il contenuto del proprio stomaco, con ogni traccia residua di cibo ingurgitato negli ultimi due giorni. Una ritrosia, un’incompatibilità, invero e pertanto, innata, spontanea, e che in ben minima parte avrebbe potuto essere considerata semplice, sciocco e superficiale timore per qualcosa di sconosciuto, per qualcosa di estraneo, qual pur il mare avrebbe dovuto essere considerato all’attenzione di chiunque nato e cresciuto lontano da esso e dai suoi segreti. Perché se pur concreto era e sarebbe sempre stato il pericolo esistente nel confronto con esso, con la sua forza, con la sua violenza, con la sua ira e, non di meno, con i suoi mostri; non minore, non diverso, avrebbe dovuto essere considerato il pericolo esistente nel confronto con il resto del mondo, e con l’ancor maggiore numero di minacce lì riservato in contrasto a chiunque.
Tuttavia, laddove nel confronto con la solidità della terra e delle sue regole, l’umanità avrebbe potuto concedersi una certa, forse arrogante, ipotesi di confidenza e di controllo; nel rapporto con la dinamicità propria del mare e dei suoi moti, soltanto i suoi figli avrebbero potuto definirsi a proprio agio, lasciando a chiunque altro un obbligato, e irrinunciabile, disagio. Soffocato talvolta, accantonato in taluni casi, e pur lì sempre presente, in sordina.

« Orda… mandria… corteo… qualunque cosa, basta che mi permetta di avere i piedi ben piantati per terra. » sospirò il primo, scuotendo il capo e, con esso, i propri capelli biondi, già scompigliati dal vento « Anche sottoterra, in questo momento, andrebbe benone… » concluse, tornando a volgere la propria attenzione verso il ponte della goletta, sul quale si trovava impegnato a passare energicamente una dura spazzola, per contrastare l’incessante azione dell’acqua e del sale sul legno e mantenere, in tal modo, in efficienza la nave stessa, alla quale, in quel momento, erano affidate in tutto e per tutto le loro vite.

In tutto ciò, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, non avrebbe potuto che considerarsi in incredibile debito con il proprio amato Be’Sihl, il proprio fedele scudiero Seem o i propri due amici e alleati Howe e Be’Wahr, dal momento in cui, fra loro, alcuno avrebbe potuto vantare un personale legame con il mare e, ciò nonostante, tutti loro non avevano offerto la benché minima esitazione all’idea di partire con lei, accanto a lei, per quel viaggio insieme, per quella che, forse, avrebbe dovuto essere considerata qual la loro ultima avventura insieme prima della battaglia finale e, probabilmente, della fine. Non che tale idea, che tale pensiero, avrebbe potuto rallegrare l’animo della mercenaria, nel confronto con l’idea della presenza a bordo di ognuno di loro, né, tantomeno, di qualunque altro occupante della Jol’Ange, anche ove, oggettivamente, lì suoi anfitrioni. Non di meno, comunque, ella avrebbe dovuto riconoscere a quei quattro uomini, ognuno a proprio titolo parte della sua vita e, probabilmente, unica reale famiglia rimastale, il giusto merito per il coraggio e la resistenza da tutti loro dimostrata nel difficile rapporto con il mare. Riconoscendo, parimenti, tutti loro e, accanto a loro, anche all’intero equipaggio di quella goletta tutta la propria stima, tutta la propria riconoscenza e, inevitabilmente, tutto il proprio affetto, per quanto insieme avevano deciso di rischiare per lei, accanto a lei… non tanto in quel viaggio alla volta di Licsia, quanto in quello che, in maniera naturale, a esso sarebbe seguito, verso Rogautt.
A voler essere onesta con se stessa, Midda Bontor non avrebbe potuto evitare di ammettere, comunque, come da parte propria, ella non era allor partita riservando a tutti i propri compagni di viaggio lo stesso trattamento, la stessa considerazione, emotiva e pratica. Perché ove anche il supporto dell’equipaggio della Jol’Ange era stato quasi giudicato obbligato, nella necessità per lei di navigare ancora una volta per le vie dell’amato mare e nella necessità per loro di vendicarsi di tutte le perdite subite per colpa di Nissa, obiettivo finale di quella loro impresa; e ove la presenza di Howe e Be’Wahr fosse stata non di meno considerata qual ovvia, scontata, addirittura implicita, nella costanza che aveva contraddistinto il loro rapporto in quegli ultimi anni e nell’ancor motivata brama di vendetta da parte di entrambi in contrasto alla regina di Rogautt, colpevole di essere costata a Howe il proprio braccio mancino; ella avrebbe volentieri ed egoisticamente risparmiato quella prova tanto a Seem, al quale avrebbe preferito augurare una vita serena e priva di ulteriori battaglie, magari da trascorrere accanto alla giovane da lui amata, Arasha, quanto e ancor più a Be’Sihl, la sopravvivenza del quale mai avrebbe desiderato porre in dubbio. Malgrado ciò, in quell’occasione, colei che era abituata a disporre ancor prima che a subire disposizioni da parte di altri, era stata costretta a confrontarsi con l’inamovibilità del proprio amato e dello scudiero, entrambi decisi a non permetterle di lasciarli indietro, di escluderli da quel viaggio e dalla battaglia successiva, a maggior ragione partendo dall’idea di come quest’ultima avrebbe potuto rivelarsi qual definitivamente l’ultima. E così, non frenati dal timore della morte, alcuna ritrosia avrebbe potuto loro suscitare l’idea di confrontarsi nuovamente con il mare… non laddove entrambi, sia Seem, sia Be’Sihl, avevano già affrontato e vinto ogni inibizione innanzi a quelle pur sempre sconosciute acque salate, essendosi addirittura spinti, in passato, persino a nuotare in esse per lei, per la sua salvezza, in momenti e in occasioni diverse e pur contraddistinte da un non diverso sentimento d’amore per lei.

« Io, invece, passerei le ore a guardarla rimbalzare fra quei pennoni. » ammise Seem, ripetendo le parole appena proposte dal biondo ed esprimendosi, in ciò, con assoluta sincerità, quasi con distrazione, nel lasciarsi sfuggire un commento tanto onesto e appassionato nei riguardi del proprio cavaliere, salvo, immediatamente, maturare consapevolezza nel merito di quanto asserito e, con imbarazzo, cercare di correggersi, spostando lo sguardo verso Be’Sihl, nel timore di poterlo aver contrariato « Io… cioè… con rispetto parlando, ovviamente… »


venerdì 22 marzo 2013

1887


E la Figlia di Marr’Mahew, la leggenda vivente che aveva affrontato e vinto mostri di ogni natura, creature appartenenti al mito, evocazioni negromantiche e, persino, un dio, seppur minore, accolse quel comando scandito con apparente furore, quasi con rabbia, con assoluta serenità, quasi con entusiasmo; non soltanto in quanto consapevole che, nell’esprimersi in simili termini, Noal nulla stava compiendo al di fuori del proprio dovere in quanto capitano, quanto e ancor più in quanto obiettivamente allietata da quello stile di vita e da tutto ciò che, in esso, le stava venendo e le sarebbe mai stato offerto, momenti preziosi da lei per troppo tempo soltanto agognati e che, quando, in tutto ciò, nuovamente concessile, non sarebbero mai stati sprecati dietro a inconsistenti rimostranze per simile linguaggio, per i toni così impiegati, a buon titolo addirittura moderati rispetto a quelli che altri capitani le avrebbero, e in passato le avevano, rivolto per esprimere un concetto equivalente.
Così, in una straordinaria e quasi sensuale danza, inebriante non di meno rispetto a quella che avrebbe potuto essere offerta, per ben diversi scopi, dalla più esperta odalisca d’Y’Shalf, ella si mosse con rapidità ed efficienza fra i due alberi della goletta, un istante prima inerpicata sul pennone più alto di quello di maestra, un attimo dopo ciondolante fra il trinchetto e il bompresso, per porre in essere quanto richiestole, per eseguire quegli ordini con la stessa straordinaria perizia che tanta fama, tanta gloria le era valsa nel corso del tempo, nel corso degli anni, conquistata nel corso di infinite battaglie e nel sangue di un numero ormai incalcolabile, privo d’ogni speranza di censimento, di nemici uccisi. Solo in tal modo, dopotutto, ella amava agire, amava spendere la propria quotidianità, mai risparmiandosi, mai minimizzando i propri sforzi ma, anzi, compiendo tutto il necessario al fine di poter offrire sempre di più, di potersi spendere in misura sempre maggiore, per essere sempre la migliore, in tutto ciò non sospinta banalmente da un capriccio di primato, quanto e piuttosto dalla consapevolezza di come, in caso contrario, difficilmente avrebbe avuto la possibilità di sopravvivere alla propria stessa vita, all’esistenza che aveva voluto rendere propria, nel bene così come nel male, nel trionfo quanto, ancor più, nella sovente inevitabile sofferenza verso la conquista del medesimo.
Solo in ciò, in effetti, avrebbe dovuto essere considerato il segreto del suo successo, avrebbe dovuto essere riconosciuta la formula alla base del suo trionfo. Non in una troppo banale benevolenza divina a suo sostegno; e neppure in un’ancor più semplice predestinazione, un fato per lei e prima di lei scritto nelle stelle del firmamento: ella era divenuta colei che era, la donna guerriero, l’avventuriera, la mercenaria più celebre di quell’angolo di mondo, solo in grazia alla propria costanza, alla propria determinazione, al proprio impegno, nel quale mai si sarebbe concessa una qualsivoglia occasione di indolenza, una pur effimera possibilità di annoiato confronto con la propria quotidianità e le sfide in essa celate, fossero esse ipoteticamente impossibili, fossero esse consuete, comuni, normali, addirittura elementari e, in ciò, prive di qualunque ragione di gloria. Perché soltanto in conseguenza a tale predisposizione psicologica, nell’assunzione di una simile forma mentale, ella avrebbe potuto educarsi in maniera adeguata anche a tradurre l’assurdo in realtà, qual pur, ormai, per lei avrebbe dovuto essere riconosciuto qual consueta occupazione. Ragione per la quale, anche nel semplice cazzare o lascare una vela, operazione che qualunque marinaio avrebbe potuto considerare naturale e spontanea non di meno rispetto allo stesso respirare, ella non avrebbe accettato di evitare di impegnare tutta se stessa, quasi da ciò sarebbe potuta dipendere la propria stessa sopravvivenza. Un’esagerazione, forse, e pur non completamente gratuita così come un qualunque non figlio del mare avrebbe potuto fraintendere fosse, ove, oggettivamente, anche dal semplice cazzare o lascare una vela, in particolari contesti, primo fra tutti quello proprio del cuore di un tempesta, avrebbe potuto effettivamente dipendere la vita, e la sopravvivenza, non solo propria ma anche di tutti i propri compagni, dei propri fratelli e delle proprie sorelle qual tutti, ineluttabilmente, si diveniva una volta saliti a bordo di una comune nave.

« Cazzato il trinchetto e lascato randa e controranda, capitano! » esclamò dopo non più di una mezza dozzina di battiti del proprio stesso cuore dal momento in cui le era stato impartito l’ordine, esprimendosi in tal senso non senza un certo moto d’orgoglio, fierezza conseguente alla consapevolezza di aver, ancora una volta, agito al meglio delle proprie possibilità, in misura tale da attrarre, addirittura, molti sguardi stupiti da parte dei propri compagni di viaggio… e, in particolare, da parte di coloro che, con i gesti da lei appena compiuti, avrebbero potuto vantare un’effettiva confidenza, tale da permettere di apprezzarne realmente la straordinaria celerità.
E benché fra coloro che a lei rivolsero sguardi stupiti non mancò lo stesso capitan Noal, questi non le volle concedere occasione utile a gongolare eccessivamente, così come il suo successivo commento si offrì più che trasparente a tal riguardo: « Se ti aspetti un qualche stramaledettissimo riconoscimento, Midda, quando finirai il tuo turno in coperta potrai darti anche una pacca sulle spalle! Ma ora muoviti a risalire su quelle dannate sartie e a sistemare il marciapiede del pennone di velaccino… »

Un’assenza di riconoscimento, quella in tal modo formalmente rivoltale, alla quale ella non si sarebbe potuta dire abituata, non si sarebbe potuta più definire solita; nell’essersi addirittura ritrovata a essere, sotto molti aspetti, addirittura viziata, come mai in vita propria, nell’ultimo periodo trascorso all’interno della città del peccato, di Kriarya, prima della ripartenza verso sud, verso Tranith e verso il mare, da parte di una popolazione di mercenari e assassini, ladri e prostitute, dimostratasi a lei incredibilmente grata per quanto compiuto nel proprio ruolo di Campionessa. Un’assenza di riconoscimento, tuttavia, che non le dispiacque assolutamente, non le offrì alcuna ragione di torto; vedendola, anzi, più che soddisfatta di quella ritrovata dimensione umana, gradevolmente utile a non permetterle di scordarsi non solo le proprie origini, ma anche e ancor più la propria stessa natura, che, in quanto compiuto e in quanto ancora avrebbe dovuto compiere, avrebbe rischiato di essere troppo facilmente obliata.
Non che ella si fosse mai illusa di essere una dea o quasi tale, al di là di ogni riferimento al proprio grado di parentela con la dea Marr’Mahew. Ciò nonostante, nell’essersi ritrovata con eccessiva insistenza, in tempi recenti, coinvolta con questioni divine o quali tali, con antagonisti divini o quali tali, troppo semplice sarebbe stato per lei cadere in falsi presupposti e in errate considerazioni, tali non tanto da illuderla di essere più di quanto non sarebbe mai potuta divenire, né oggettivamente avrebbe avuto desiderio di divenire, ma anche, e peggio, tali da vederla troppo facilmente condannata a morte al momento dell’ultima, grande battaglia, nel corso della quale rammentarsi della propria fragilità umana, della precarietà della propria esistenza terrena, sarebbe stato per lei solo un vantaggio, solo un fattore di forza, tale, quantomeno, da impedirle di compiere troppe sciocchezze.
In tutto ciò, ancora una volta, ella scattò ubbidiente e rapida ai comandi del proprio nuovo capitano, tornando ad arrampicarsi con l’agilità di una scimmia, o di un ragno, lungo le sartie legate all’albero di trinchetto, malgrado l’assenza della propria destra a fornirle quel pieno sostegno che pur avrebbe potuto esserle particolarmente utile in quel momento. Perché, ovviamente, a rendere ancora più eccezionale la sua velocità e la sua agilità, in quei movimenti, in quell’impetuosa conquista del pennone indicatole, avrebbe dovuto essere considerata la mutilazione imposta la suo braccio destro, duplice dal momento in cui, oltre ad aver perduto oltre vent’anni prima il proprio avambraccio, ella aveva recentemente perduto anche la mano, l’estremità stregata in nero metallo dai rossi riflessi lì posta a rimpiazzo dell’originale, e accanto a lei perdurata per così tanto tempo dall’aver acquisito ormai, nel rapporto con le sue emozioni, e con il suo stesso corpo, la stessa dignità di qualunque altra sua membra, rendendo, in ciò, non meno spiacevole la reiterata mutilazione subita. Ma ella non sarebbe mai divenuta la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya e, più in generale, la leggenda vivente che era, se solo avesse potuto permettere a una pur tanto sgradevole menomazione di esserle d’ostacolo, di limite… ragione per la quale, alcun freno ella si pose, né si sarebbe mai posta, nel gettarsi in quell’arrampicata, e in qualunque altra acrobazia le sarebbe stata richiesta a bordo della Jol’Ange o, più in generale, nel corso del resto della propria vita.



giovedì 21 marzo 2013

1886


Al di là dei timori propri delle ore ipoteticamente dedicate al riposo, nelle quali, suo malgrado, la Campionessa di Kriarya non sarebbe stata in grado di arrestare l’incessante lavorio della sua mente così come pur avrebbe gradito dimostrarsi capace di fare; la restante parte della giornata avrebbe per lei dovuto essere riconosciuta qual, oggettivamente, libera da qualunque occasione d’assillo, nel ritrovarsi a essere gradevolmente saturata dalle molteplici attività indispensabili per il mantenimento, in mare, di una qualunque nave e, nella fattispecie, di una goletta qual la Jol’Ange. Un impegno, in effetti, che benché continuo e stancante, non avrebbe mai potuto ritrovarla a essere più entusiasta e soddisfatta rispetto a quanto già ella non fosse, nel ritrovarsi finalmente a contatto con il proprio elemento, con il proprio ambiente naturale, con il mondo nel quale era nata e al quale, nel profondo del proprio animo e del proprio cuore, sarebbe per sempre appartenuta, anche laddove altre vicende, altre tragiche situazioni, le avessero interdetto da tempo simile opportunità, tale possibilità di realizzazione personale.
Nata qual figlia del mare, dopo aver appreso a nuotare ancor prima che a camminare, ella era fuggita di casa ancor bambina, neppur fanciulla, imbarcandosi clandestinamente a bordo di una nave commerciale soltanto perché, in tal direzione, il suo spirito indomabile l’aveva sospinta, in contrasto a ogni razionalità e, persino, a ogni emotività, a ogni ritrosia che pur avrebbe potuto caratterizzarla all’idea di abbandonare la casa in cui era nata e cresciuta, la casa ove erano i suoi genitori, i suoi nonni e, non meno importante, sua sorella gemella, sino ad allora non semplicemente a lei legata da un vincolo di sangue, ma anche e ancor più da un’amicizia e da una complicità prive d’eguali, seppur contraddistinte da caratteri apparentemente diversi. Apparentemente, soltanto, laddove, benché Nissa Bontor avesse sempre dimostrato minore interesse rispetto alla gemella per l’avventura in quanto tale, per quel continuo e ossessivo impegno volto a porre in giuoco se stessi e le proprie capacità, anch’ella non si era sottratta al mare e alle sue sfide nel momento in cui aveva abbracciato un fermo proposito di vendetta a suo discapito, a sua condanna, decisa non soltanto a ferirla estemporaneamente, ma a maledirla personalmente per il resto della propria esistenza: per il tradimento da lei perpetrato; per l’abbandono nel quale l’aveva lasciata malgrado per tre volte l’avesse esplicitamente rassicurata del contrario; e per il dolore per la prematura scomparsa della loro comune madre affrontato da sola, in assenza della propria migliore amica, della propria confidente, nel momento in cui più avrebbe avuto bisogno di lei, del suo sostegno, del suo affetto. E la giovane Nissa non fu da meno della gemella in tutto ciò, anzi, ove possibile, persino superandola, dal momento in cui, nel mentre in cui Midda crebbe qual marinaia, nel rispetto delle leggi e della volontà degli dei del mare; ella preferì ricercare la propria strada, il proprio futuro, qual pirata, prima, e regina di tutti i pirati, poi, compiendo un’impresa che mai alcuno avrebbe neppur immaginato qual possibile: riunificare i predoni dei mari del sud, fuorilegge privi di qualunque rispetto per qualunque valore, sotto la propria egemonia, al punto tale da spingersi, addirittura, a fondare una vera e propria nazione, la capitale della quale era stata eretta in quella che un tempo era conosciuta qual la tranquilla e pacifica Rogautt, e che, per suo volere, per sua scelta, era divenuta il centro del proprio regno. Un regno non riconosciuto da alcun altro stato e pur, ineluttabilmente, da tutti temuto, per la terribile minaccia da esso rappresentato per tutte le terre confinanti con esso… e con il mare stesso, suo unico limite fisico conosciuto.
Così, in grazia al potere che Nissa riuscì in tal modo ad accentrare nelle proprie mani, a Midda Bontor fu negata la possibilità di vivere ancora a contatto con il mare pur tanto amato, laddove, a escludere simile opportunità, subentrò la minaccia di vedere perseguitati e abbattuti tutti coloro che le sarebbero mai stati vicini, a cui ella si sarebbe mai potuta affezionare, a incominciare dal suo compagno d’allora… Salge Tresand. Una minaccia, purtroppo, tutt’altro che vana e che, malgrado ogni impegno da parte della stessa un tempo marinaia, poi mercenaria, a restare lontana dal mare e da coloro a lei più cari, ebbe alfine a concretizzarsi nel momento in cui, dopo oltre dieci anni, ella commise l’imprudenza di considerare tale maledizione non più così concreta come in passato, forse decaduta in quanto, ormai, obliata. Una dimenticanza, tuttavia, della quale Nissa non si era voluta concedere occasione, né, parimenti, aveva voluto concedere occasione alla propria gemella, colpendola con tutta la forza e tutta la crudeltà di cui avrebbe potuto dimostrarsi capace, nel far assassinare lo stesso amato di un tempo sotto il proprio sguardo inerme per mano di un sicario rimasto per lungo tempo in attesa del suo ritorno al mare, di quell’imperdonabile momento di debolezza.
Malgrado la tragedia della morte del capitano Tresand, e con lui di altre vittime innocenti di quella devastante faida famigliare, valenti membri dell’equipaggio della Jol’Ange; i superstiti dello stesso, pur privi di qualche vincolo di fiducia o di lealtà nei confronti della principale responsabile, nonché vittima, per quegli orrendi omicidi, non si dimostrarono tanto ciechi nel dolore per tali perdite da non riconoscere la sola e vera colpevole di quanto occorso, non identificandola erroneamente in Midda, quanto e piuttosto in sua sorella Nissa Bontor, per contrastare la quale, pertanto, un’alleanza con la prima non sarebbe potuta essere esclusa. Un’alleanza la volontà della quale venne allora da tutti loro apertamente dimostrata nel soccorso che, quando necessario, non mancarono di offrire alla stessa Figlia di Marr’Mahew, quando catturata dalla propria antagonista; e il merito della quale, successivamente, non fu allora rinnegato dalla medesima, quando si spinse a porre reciprocamente in dubbio la propria sopravvivenza, il proprio futuro e, forse, con esso, il futuro della realtà per così come conosciuta, per ricambiare il sostegno rivoltole, e salvare alcuni fra loro presi qual prigionieri della propria impietosa nemesi.
In tutto ciò, pertanto, quella guerra cominciata oltre vent’anni prima da un equipaggio della Jol’Ange, ormai completamente trapassato; dopo tanto tempo, dopo quattro lunghi lustri, sarebbe forse stata condotta a compimento da un altro equipaggio della stessa goletta, una nuova generazione accomunata a coloro che li avevano preceduti dalla sola Midda Bontor, così come dalla sua controparte, dalla sua avversaria, Nissa Bontor. E, fino ad allora, fino a quell’ultima pagina ancora da scrivere nel diario di bordo, e che, speranzosamente, il buon Noal Kedrih, successore di Salge Tresand al comando di quella famiglia, qual indubbiamente avrebbe dovuto essere riconosciuta, si sarebbe forse concesso occasione di redigere; alcun altro veto avrebbe potuto impedire alla Campionessa di Kriarya, e ai suoi alleati, di essere ospiti graditi a bordo di quella nave, a realizzazione di quel sogno di riunificazione con il mare nel quale la stessa donna guerriero non avrebbe neppur osato più concedersi possibilità di credere, di confidare, di sperare. Una riunificazione in conseguenza alla quale, quindi, ella sarebbe stata pronta a spezzare ogni singolo osso del proprio stesso corpo per adempiere ai compiti che le sarebbero stati assegnati, in essi impegnandosi con una foga, con una passione, con un ardore non secondi a quelli che avrebbe mai potuto dimostrare in qualunque altro momento della propria quotidianità, né allora, né in altri momenti, in altre occasioni.
Un impegno, comunque, che non avrebbe mai potuto risultare vano o disordinato, dal momento in cui, benché rimasta per tanto tempo lontana dal mare e dalla vita propria del marinaio, ella non avrebbe mai potuto dimenticarsi chi era, non avrebbe mai potuto rinnegare la propria intrinseca natura. Motivo per il quale, in quel nuovo viaggio con la Jol’Ange così come in ogni altro precedente, ella avrebbe potuto imporre, e impose, la propria supremazia su qualunque proprio compagno di navigazione, e non soltanto sul buon Be’Sihl, sul proprio scudiero Seem o sui due fratelli mercenari Howe e Be’Wahr, suoi principali alleati in quegli ultimi anni, che alcuna confidenza avrebbero potuto vantare con quella vita al di fuori di quella che, fondamentalmente per lei, si erano imposti occasione di sviluppare; quanto e ancor più su qualunque altro membro canonico di quell’equipaggio, figli e figlie del mare suoi pari e pur, a dispetto di qualunque positiva differenza d’età, oggettivamente incapaci di eguagliarla in agilità, in velocità, in coordinazione e in equilibrio; qualità da lei allora sfoggiate quasi mai le fosse stata concessa occasione di porre un solo piede al di fuori di quel ristretto ponte e delle aree, sempre proprie di quella nave, a esso adiacenti.

« Midda… il vento sta cambiando! » osservò con tono severo capitan Noal, fermo nel proprio ruolo di responsabilità al timone della goletta in misura tale da non offrile occasione di indolenza così come non l’avrebbe mai offerta a un qualunque altro uomo o donna al proprio servizio, non potendosi concedere di distinguerla dagli stessi almeno sino a quando fosse rimasta a bordo della sua nave ove, altrimenti, la sorte di tutti sarebbe potuta risultar compromessa dal giudizio sempre severo, ma sempre giusto, degli dei del mare « Muoviti a cazzare il trinchetto e lascare la randa e la controranda… prima che la stessa dea Thyres intervenga a ricordarci come condurre questa dannata goletta attraverso il suo mare! »