Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

venerdì 31 maggio 2013

1957


« Non commettere l’errore di ritenere di essere l’unica donna straordinaria della nostra famiglia, cara zia… » raccomandò il giovane, aggrottando appena la fronte a quell’interrogativo evidentemente giudicato qual inappropriato, qual immeritevole tanto di colei nel merito del quale era stato proposto, quanto e, forse, ancor più, per colei che lo aveva lì scandito, nel dimostrare un’ingenuità assolutamente fuori luogo nel confronto con la propria stessa fama, la nomea che, nella grandezza delle proprie imprese, ella era riuscita a rendere propria « Quanto compiuto da mia madre, forse, non è solito essere celebrato in canzoni e ballate, al pari delle tue gesta. Ciò nonostante, non di meno sensazionale ha da considerarsi ciò che ella è stata in grado di conquistare nel corso di questi anni...  »
« … e non è mio interesse porlo in dubbio. » rassicurò ella, scuotendo appena il capo a quella frase che avrebbe potuto risultare addirittura di rimprovero, benché oggettivamente difficile sarebbe stato immaginare se a tutela del buon nome della stessa Nissa Bontor o, piuttosto e parimenti, al fine di minimizzare proprio da parte sua il rischio di giungere a un momento di confronto finale con eccessiva fiducia nelle proprie possibilità, nella propria aspettativa di trionfo, in misura tale da compromettere stolidamente e tragicamente l’esito stesso di quello scontro pur tanto atteso « Credimi… so bene di cosa mia sorella sia capace. » insistette, a correggere il senso della propria precedente affermazione, non volta a negare alla regina di Rogautt la possibilità di compiere gesta fuori dall’ordinario, inimmaginabili per chiunque altro al mondo, quanto e piuttosto a sollevare semplici, sinceri e comprensibili dubbi sui modi nei quali ella potesse essersi spinta a tanto, soprattutto nel rapportarsi con creature quali quelle al centro degli eventi di quelle ultime ore, e incarnanti un primordiale principio di violenza, dolore e morte, con il quale impossibile avrebbe dovuto essere ipotizzare di scendere a patti.

Del resto, in maniera poi non troppo dissimile dagli ippocampi, anche i predoni di quelle infinite distese azzurre, sopra le quali, e sopra i quali, Nissa aveva voluto estendere il proprio dominio in quanto sovrana, qual signora e dominatrice, i pirati, rappresentavano da sempre un primordiale principio di violenza, dolore e morte innanzi al giudizio di qualunque altro figlio del mare, una piaga oscena in contrasto alla quale non sarebbe stato possibile opporre alcuna difesa, alcuna reale resistenza, laddove, sempre e comunque avrebbero condotto seco soltanto disgrazie, avrebbero lasciato alle proprie spalle soltanto sofferenza e tragedia, vite infrante, vedove, orfani e, quasi e paradossalmente nel migliore dei casi, intere famiglie trucidate, non per una qualche colpa particolare, non per una qualche reale ragione, ma soltanto perché ritrovatesi a essere sulla loro rotta, a proravia, e, già per questo, necessariamente, seppur ingiustamente, condannate. E laddove i cavalli di mare, a proprio discapito, a giustificazione per l’orrore di quanto compiuto, avrebbero potuto offrire qual argomentazione solida e oggettivamente indiscutibile la bestialità della intrinseca nella propria stessa natura, tale da non poter considerare le loro azioni animate da maggiore malizia di quanto non avrebbero potuto essere quelle di un qualunque altro predatore naturale; i pirati, in quanto comunque semplici uomini e semplici donne, non avrebbero potuto ricorrere neppure a tale dissertazione a difesa del proprio operato, delle proprie scelte, non vincolati entro i confini loro imposti da una particolare natura, motivo per il quale, se apparentemente crudeli, allor soltanto definibili qual concretamente crudeli.
Nel confronto con tutto ciò, e con il pensiero, con la consapevolezza di come la propria gemella fosse riuscita non semplicemente a domare tutti i pirati dei mari del sud ma, addirittura, a soggiogarli, piegandoli ai propri voleri, ai propri capricci, al punto tale da spingersi a edificare un’intera nazione a partire da una bolgia anarchica e in non meno conflitto interno di quanto normalmente non avrebbero potuto vantare di esserlo con il mondo a loro circostante; quasi misero risultato avrebbe potuto esserle allor attribuito per il proprio pur insano successo con gli ippocampi. Certamente una vittoria epica, un trionfo sensazionale, di gran lunga maggiore a quello che la stessa Figlia di Marr’Mahew e i suoi compagni di viaggio erano stati in grado di conquistare quella notte nel massacrare la mandria loro inviata in contrasto, in opposizione… e pur, non di meno, svalutato nella propria importanza, nella propria mirabolante conquista, in conseguenza al risultato da lei stessa riportato in un’impresa ancor maggiore, in una gesta ancor più improba.
Nulla di sorprendente, nulla di sconvolgente, pertanto, nel pensiero che ella potesse essere riuscita a trionfare anche su delle fiere quali, sempre e comunque, avrebbero dovuto essere riconosciuti essere gli ippocampi. Benché, fra l’assenza di un’oggettiva ragione di sorpresa e l’assenza, nella propria accezione più assoluta, d’ogni qualsivoglia sorpresa, difficile accordo avrebbe potuto essere riconosciuto. In misura tale, quantomeno, da permetterle di sollevare il dubbio da lei espresso, nel merito non tanto del se Nidda Bontor fosse realmente riuscita a compiere ciò, quanto e piuttosto del come ella avesse raggiunto un simile traguardo, un tanto pericoloso successo che, se solo fosse divenuta sua intenzione, avrebbe potuto se non ribaltare, quantomeno sconvolgere completamente gli equilibri esistenti, forse da sempre, a regolare il rapporto d’ogni singolo regno di quell’angolo sud-occidentale con il mare entro il quale avrebbe dovuto comunque considerarsi delimitato.

« Non mi sento ancora in grado di giudicare, obiettivamente, né te né il tuo operato, zia, dal momento in cui da troppo ti sono accanto per permettermi di valutare quanto non ho avuto occasione di assistere in prima persona e quanto, altresì, si ritrova al centro di troppe ballate, di troppe canzoni, finendo, in ciò, con il subire gli stessi spiacevoli limiti, le stesse sgradevoli adulterazioni soltanto tipiche del caso… » osservò egli, storcendo appena le labbra verso il basso nell’accompagnare con dispiacere una tale premessa tutt’altro che potenzialmente in suo stesso favore « Al contrario, tuttavia, sono in grado di valutare sin troppo bene mia madre e il suo operato… e, in ciò, pur non volendola più sostenere, più non volendomi più porre dalla sua parte, non posso evitare di riconoscerle il giusto merito per quanto compiuto, per i risultati che ha conseguito e che l’hanno condotta a essere colei che è. » proseguì, rigirando la questione su un ben diverso fronte, ancor apparentemente in favore dell’interlocutrice lì, allora, offertagli, lì, allora, riservatagli.
« Ti prego, ciò nonostante, di non voler fraintendere le ragioni alla base del mio intervento, di questa mia forse eccessivamente vivace difesa di tua sorella e delle sua straordinarie conquiste, laddove non desidera, in alcun modo, essere un’aggressione a tuo discapito quanto, e piuttosto, espressione di una non semplice, non naturale, non ovvia, e pur effettiva premura da parte mia nei tuoi riguardi e tale, in ciò, da non voler accettare in maniera passiva un tuo qualche vano sacrificio conseguente a un banale errore di valutazione delle risorse in possesso alla tua avversaria. » definì e, alfine, concluse quell’intervento tanto prolissamente introdotto, con un’artificiosità che non avrebbe mai potuto mancare di stonare, e stonare spiacevolmente, all’attenzione della stessa Midda Bontor, nel riconoscere parole troppo puntualmente ricercate, e troppo abilmente intrise di controllo, e di autocontrollo, per poter essere accettate quali sincera espressione di affettuosa preoccupazione da parte di quel nipote solo un anno prima proclamatosi, in maniera ben più diretta e meno ambigua, qual suo mortale avversario.

Purtroppo per lui, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non avrebbe dovuto essere considerata esperta soltanto nell’arte della guerra e, in ciò, completamente inerme nel confronto con qualunque altra questione, fosse anche quella destinatale da una favella particolarmente vivace qual quella che, chiaramente, contraddistingueva il nipote.
E se con quelle parole, egli, o chi per lui, aveva supposto di poterla incantare anche per un solo, singolo e semplice istante; non così semplice, non così ovvio, non così immediato si sarebbe dimostrato riuscire a evidenziare tale successo, benché indubbio merito avrebbe forse e comunque dovuto essere riconosciuto a quel tentativo da parte del giovane, nel riconoscergli come, in quella sfida, in quel duello psicologico con la propria parente, qual tale ella desiderava insistentemente considerarlo, null’altro avrebbe potuto vantare dalla propria al di fuori una sola e semplice arma. E un’arma di natura squisitamente retorica. Non l’acciaio di una spada, pertanto; non l’acuminata estensione di una picca, ancora… ma soltanto la propria capacità di relazionarsi con gli altri, saggiando con attenzione quanto sarebbe stato meglio esprimere e quanto, piuttosto, tacere, come, probabilmente, avrebbe fatto meglio a fare in quello stesso momento, in quel particolare frangente.


giovedì 30 maggio 2013

1956


« E questo in quale dei due casi potrebbe ricadere…? » domandò, con volontaria e ricercata ingenuità, invero più che consapevole della risposta che il nipote avrebbe potuto offrirle e, ciò non di meno, desiderosa di sentirla da lui stesso scandire, nel proseguo improvvisato del pur attento esame da prima iniziato, e che, almeno al suo sguardo, al suo giudizio, non avrebbe potuto già dirsi qual concluso, qual superato così come, soltanto ponendo serio dubbio nel merito delle proprie capacità di analisi, di confidenza con la natura dell’animo umano e, soprattutto, del suo animo, lo stesso giovane avrebbe potuto illudersi fosse… e, soprattutto, avrebbe dovuto essere considerato essere.
« Probabilmente in entrambi… » asserì questi, dopo un breve momento utile a riflettere nel merito delle alternative così presentategli, e, in tale risposta, non tradendo le aspettative della zia, nel presentare la sola replica che mai ella avrebbe potuto apprezzare da parte sua « Voi siete suoi nemici… e in questo momento vi state avvicinando troppo a obiettivi di concreta importanza per lei. » soggiunse, a meglio esplicitare quanto sopra soltanto accennato e pur, in tal senso, errando appena nella propria interpretazione della realtà, degli eventi per così come a lei piuttosto presentatisi, nel considerare, impropriamente, il loro qual un avvicinamento ancora in corso e non, piuttosto, a una manovra ormai pienamente compiuta, benché il viaggio che la Jol’Ange aveva intrapreso settimane prima non si fosse, concretamente, ancora concluso.

Diversa, in tal senso, avrebbe dovuto essere considerata la scelta effettuata tanto dall’uno, quanto dall’altra, nell’identificazione di quello da lui stesso descritto qual un obiettivo di concreta importanza per la regina di Rogautt, dell’isola dei pirati. Se infatti dall’uno, in ciò, quanto Nissa Bontor aveva desiderato difendere nello scatenare una simile, primordiale e devastante forza distruttrice, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual la medesima capitale dell’impero da quest’ultima edificato, eretto dal nulla in sola grazia alla propria forza di volontà, alla propria determinazione e, probabilmente, alla propria brama di vendetta, che l’aveva sospinta a tradurre in realtà quanto mai, prima d’allora, neppur immaginato quale mera fantasia, qual improbabile, sicuramente folle, incubo che in lode agli dei non avrebbe potuto in alcun modo concretizzarsi, non avrebbe potuto in alcun modo assumere dimensione umana; dall’altra, invece, e forse in termini decisamente più semplici rispetto a quanto egli non avrebbe potuto ambire a presumere, alla base dell’operato della propria gemella avrebbe dovuto essere riconosciuto il mero desiderio di riappropriarsi del figlio da loro catturato, da loro trattenuto qual ostaggio e, in ciò, a proprio modo, garanzia di quanto la loro impresa avrebbe avuto da sperare di considerarsi, quantomeno, fortunata, destinata a una non totale disfatta… non, fino a quando, per lo meno, avrebbero potuto rappresentare una minaccia per la sopravvivenza di quel giovane contro il quale, loro malgrado, non avrebbero potuto avere ragione di levare braccio.
Due ben diverse analisi, quelle in tal modo compiute da zia e nipote, che avrebbero potuto sottintendere a una ben diversa mentalità da parte non tanto degli stessi, quanto e soprattutto da parte della stessa Nissa Bontor, la quale, nel ritrovarsi costretta a riconoscere le giuste priorità, non avrebbe dovuto avere dubbio alcuno a scegliere fra il proprio potere e la propria famiglia, i propri figli. Nel qual caso in cui, difatti, Leas avrebbe potuto vantare di aver riconosciuto correttamente le priorità in tal modo espresse dalla propria unica genitrice ancora in vita, non attribuendo valore a se stesso, quanto e piuttosto all’isola al centro della quale ella aveva posto il proprio potere; ben magra consolazione avrebbe potuto essere propria del medesimo, nello screditare, in ciò, qualunque valore egli stesso avrebbe mai potuto illudersi di possedere, nel proprio ruolo non soltanto di figlio, quanto e ancor più di figlio primogenito, seppur di un padre da lei praticamente mai conosciuto e pur, non di meno, spiacevolmente subito in una da sempre attribuitagli identità di vile e violento stupratore, al fedele servizio di una sadica e folle Midda Bontor. Nel qual caso in cui, altresì, fosse stata proprio la Figlia di Marr’Mahew ad aver colto in maniera corretta in quali termini poter e dover interpretare quegli eventi, e, con essi, le priorità che avevano ispirato la propria gemella ad agire così come le era stato attribuito aver agito; per il nipote avrebbe potuto esservi quantomeno il sollievo derivante dal pensiero di non essere meno importante, agli occhi di propria madre, del potere sino ad allora accentrato nelle proprie mani, accumulato nel corso della propria pur certamente non semplice esistenza… potere che pur, mai, avrebbe potuto amarla così come avrebbe saputo dimostrarsi capace di amarla un figlio, di osservarla con sguardo ricolmo di ammirazione e devozione così come soltanto un figlio avrebbe potuto destinarle, non relegandola a un ruolo di mera umanità, di semplice mortalità, ma elevandola, nel profondo del proprio animo, al rango di una dea, una dea alla quale, del resto non metaforicamente, avrebbe dovuto la propria intera esistenza.
Paradossale, nel confronto con tutto ciò, avrebbe dovuto comunque essere riconosciuto l’atteggiamento espresso da parte delle due parti lì poste a confronto, laddove, l’alternativa che più avrebbe potuto e dovuto compiacere il giovane Leas sembrava essere da questi stesso disapprovata, quasi non desiderasse prendere in esame l’eventualità secondo la quale sua madre avrebbe potuto provare un qualche, reale e forte sentimento nei suoi riguardi, tale, addirittura, da vederla porre in dubbio il proprio ruolo di regina dei pirati pur di assicurarsi la sua salvezza, la sua libertà. Una scelta, la sua, tuttavia in perfetta linea con quanto inizialmente dichiarato, quanto espresso in principio a quel confronto, in un’aperta ed esplicita abiura di quella stessa figura materna per l’incolumità della quale solo un anno prima era stato pronto a offrirsi qual scudo con le proprie carni, con le proprie membra, frapponendosi fra lei e quella stessa mai prima conosciuta parente per rincontrare la quale, secondo la propria interpretazione dei fatti, aveva allora deciso di lasciarsi catturare e imprigionare, lì ove allora erano alfine a confronto.
Ma per quale assurda ragione, nel corso di un solo ciclo di stagioni, l’opinione di quel giovane avrebbe dovuto cambiare tanto drasticamente quanto repentinamente, soprattutto dopo una vita intera cresciuta in sicura adorazione a quella figura materna, al pari di quanto ogni figlio non avrebbe potuto evitare di provare nei confronti della propria madre? E, soprattutto, in grazia a quale pericolosa fiducia la Campionessa di Kriarya avrebbe mai dovuto accettare l’idea che tale ravvedimento, se così avesse avuto a doversi considerare, avrebbe potuto essere considerato qual reale, qual sincero, qual concreto, tanto dal poter accettare di relazionarsi al nipote con una fiducia per conquistare la quale, chiunque altro, prima di lui, aveva dovuto affrontare la morte al suo fianco non una, ma molteplici volte, qual severa, e pur sino ad allora infallibile prova utile a permettere alla sua innata paranoia di trovare una pur minima soddisfazione?
Complice, probabilmente e difatti, proprio lo sfregio lasciato non tanto sul suo volto, ma molti anni prima ancora, in età fanciullesca, nel profondo del suo animo dal violento rifiuto della propria gemella all’idea di un qualche ricongiungimento fra loro, di una qualche riappacificazione fra loro, Midda Bontor si era disabituata alla fiducia, si era estraniata a sentimenti di facile fede nei confronti del prossimo, in una reazione, invero e dopotutto, sicuramente comprensibile, certamente giustificabile, nel considerare il rancore che le era stato riservato dalla persona che al mondo avrebbe dovuto essere per lei la più vicina fra tutte. Così, a distanza di oltre un quarto di secolo da quegli eventi, dall’inizio di quella violenta faida fra loro, e benché, in quegli anni le fosse stata concessa la possibilità di legarsi a molte altre straordinarie persone, dando vita a una nuova famiglia nella quale era libera di amare e di essere amata; ella non avrebbe potuto dirsi nuovamente capace di concedere al mondo uno sguardo sereno e, forse, ingenuo, proprio malgrado, anche in quel momento, anche nel confronto con tanta palese insistenza da parte del nipote, così disillusa da non riuscire ad accettare che tutto quello potesse essere qualcosa di diverso da una trappola…

« Probabilmente è come dici. » asserì alfine, scegliendo di non porsi a discutere con lui su un argomento tanto fine a se stesso, soprattutto ove, per quanto la riguardava, egli avrebbe potuto affermare qualunque verità, con il cuore sulle labbra, ed ella non l’avrebbe potuta accettare, non, quantomeno, senza violentare il proprio stesso spirito « Quanto purtroppo non mi è ancora chiaro è come mia sorella potrebbe essere in grado di controllare dei simili mostri, impiegandosi per eseguire qualunque ordine i propri capricci avrebbero potuto ispirarla a imporre loro… » soggiunse, ritornando all’argomento precedente e, in tale quesito, esprimendosi con assoluta trasparenza e concreta curiosità, non riuscendo sinceramente a immaginare un allevamento di simili mostri o, tantomeno, il loro impiego coordinato qual pur, evidentemente, era stato nel corso di quelle ultime ore in loro aggressione.



mercoledì 29 maggio 2013

1955


« E’ stata mia madre. » ammise, con imperturbabile serenità, il giovane Leas Tresand, anticipando volontariamente qualunque quesito avrebbe potuto esprimere, in tal direzione, la donna guerriero sua zia.

Ancora ricoperta di sangue, cervella e altri fluidi corporei da capo a piedi, non diversamente da come, a non troppa distanza, si stava contemporaneamente presentando Camne Marge all’attenzione di Howe e Be’Wahr; la Figlia di Marr’Mahew era rientrata all’interno del non vasto spazio adibito a estemporanea cella per il nipote, in parte ancora positivamente animata dagli effetti dell’adrenalina violentemente pulsante nelle sue vene, e in parte già negativamente influenzata dalla preoccupazione per le ferite riportate non soltanto da Av’Fahr, al quale era indubbiamente affezionata anche in conseguenza a recenti avventure condivise, ma ancor più dal proprio amato Be’Sihl e dal proprio caro scudiero Seem, purtroppo tardivamente scoperti qual tutt’altro che illesi in conseguenza all’assalto degli ippocampi.
Nel ritrovarsi animata da una tanto contrastante accoppiata di emozioni, forse azzardato, da parte sua, sarebbe dovuto essere giudicato quel repentino ritorno al confronto rimasto in sospeso con il prigioniero, all’interrogatorio che non aveva potuto non solo completare, ma addirittura, e quasi, iniziare, in conseguenza a una tanto clamorosa offensiva a loro discapito. Ciò nonostante, ella non aveva voluto sottrarsi a tale impegno, a simile prova, non tanto in conseguenza alle emozioni del momento, quanto e piuttosto alla consapevolezza di quanto improbabile avrebbe dovuto essere giudicata una qualunque ipotesi di mera coincidenza alla base della subitaneità di quegli accadimenti, della cattura del nipote e, nemmeno mezza giornata dopo, dell’attacco in massa di quei terrificanti mostri, che non avrebbe potuto essere pertanto ritenuto null’altro che coordinato… che straordinariamente coordinato.
Come Nissa Bontor fosse stata in grado di condurre a compimento una simile impresa, in verità, sarebbe stato estremamente difficile a immaginarsi persino per lei, pur non dimentica dei terrificanti poteri dei quali avrebbe potuto esprimere vanto in conseguenza al proprio empio sodalizio con la regina Anmel Mal Toise e con l’ancor più oscura presenza a sostegno di quest’ultima. Ciò nonostante, benché non avrebbe mai potuto riconoscere alcun valore positivo in associazione all’immagine di tali creature, non, soprattutto, da quanto le era stata concessa l’opportunità, quasi dieci anni prima, di confrontarsi apertamente con una fra loro; parimenti le sarebbe stato egualmente difficile ricollegare delle creature tanto palesemente legate al mare, tanto apertamente figlie di quelle stesse onde che, con eccessiva naturalezza, era solita considerare quali proprie genitrici, a un male sì assoluto, sì totale qual quello rappresentato dall’Oscura Mietitrice.
Finché si fosse trattato di riconoscerla responsabile per aver generato, o comunque assoggettato alla propria volontà, i vicari, come primo-fra-tre, osceno avversario con il quale già in due occasioni era stata costretta a ingaggiare battaglia; nulla di più semplice, nulla di più facile sarebbe stato per lei, nell’associare a tale empio essere, che di umano avrebbe potuto vantare soltanto un’effimera parvenza, soltanto le peggiori emozioni, soltanto i più negativi pensieri, tali da eleggerlo praticamente perfetto per il ruolo nel quale esso stesso aveva avuto più volte occasione e modo di presentarsi. Così come, seppur in termini leggermente diversi, ella non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad accettare il rapporto di parentela, qual quello esistente fra una madre e suo figlio, presentatole qual allora sussistente fra la stessa Anmel e il suo forse defunto sposo Desmair, nel merito della morte del quale sempre maggiori dubbi non avrebbero potuto che attanagliarla; dal momento in cui, salvo che nell’estremo sacrificio, quest’ultimo non aveva mai offerto evidenza di qualunque pur minimamente apprezzabile pregio, di un qualche merito degno di nota, incarnando a sua volta soltanto quanto di peggio ella avrebbe mai avuto originale fantasia di immaginare. Ma da simili esempi a giungere a un cavallo di mare, nonostante tutto, il percorso avrebbe dovuto essere considerato comunque qual in salita, se non, addirittura, esplicitamente avverso.
Perché, sicuramente complice la propria pur ampia esperienza da avventuriera, anche nel confronto con simili creature, con mostri provenienti direttamente dalle più variegate mitologie, dalle più diverse leggende, Midda Bontor non avrebbe potuto evitare di decontestualizzare l’apparente crudeltà degli ippocampi, riportandola a una misura assolutamente naturale, semplicemente legittima, qual quella propria di un predatore, di uno squalo così come di un leone, di un lupo così come di un falco, nei gesti e nelle scelte dei quali soltanto fazioso sarebbe stato considerare una qualsivoglia malevolenza, e non, piuttosto, il mero istinto di sopravvivenza, lo stesso che, a modo suo, l’aveva veduta sempre e non di meno pronta a uccidere per non essere uccisa, a negare la vita d’altri per garantire una possibilità alla propria.
Malgrado simili presupposti, tali personali considerazioni, l’evidenza dei fatti avrebbe dovuto essere considerata non di meno solida e difficilmente argomentabile, per quanto in aperta opposizione a ogni propria possibile filosofia, a ogni propria idea. Perché, laddove ella non aveva mai ceduto alla troppo facile scorciatoia di accettare per genuine quelle che comunemente erano indicate quali fatalità, quali coincidenze, quali meri scherzi da parte di una sorte troppo sovente contraddistinta da uno spiccato senso dell’ironia; improbabile sarebbe stato riuscire a trovare una qualunque spiegazione razionale utile a giustificare quella potenzialmente devastante carica, quella marcia intrisa di distruzione e morte, in termini che non trovassero coinvolta la propria stessa gemella in un ruolo di coordinazione strategica, seppur a debita distanza qual, ancora, avrebbe dovuto essere considerata quella esistente fra loro e Rogautt… sempre ammesso che ella si trovasse nella propria isola, nella capitale eletta per il proprio regno di pirati.
Una spiegazione, quella in tal modo soltanto razionalmente supposta, che ebbe allora e pertanto ragione di trovare immediatamente conferma nelle parole di Leas, nell’esordio da lui stesso proposto senza alcuna particolare esortazione volta a richiedergli simile valutazione, o confessione, che dir si sarebbe potuta volere…

« Scusa se non mi pongo particolarmente ben disposta alla retorica, in questo particolare momento… ma ho appena veduto il ventre del mio uomo ancora una volta spiacevolmente squarciato e la schiena del mio scudiero praticamente scorticata dagli artigli di un ippocampo… » premesse ella, eccedendo volutamente in negativo nella definizione dello stato di salute dei due soggetti in questione, non perché desiderosa di augurare loro qualcosa di peggio, quanto e piuttosto per risultare, ove possibile, ancor più seria di quanto già non sarebbe potuta essere in quel particolare momento, nel confronto con il nipote « Ma sulla base di quali informazioni ti senti tanto certo di poterti esprimere in questo modo?! » domandò subito dopo, cercando da parte dello stesso non tanto una semplice frase a effetto, qual sicuramente avrebbe potuto essere quella in tal modo scelta, quanto e piuttosto un giudizio di merito sufficientemente argomentato da non apparire gratuito e infondato, qual, altresì, anche una sicuramente piacevole conferma qual quella avrebbe potuto essere accolta, sarebbe stata del tutto privata d’ogni valore.
« Molto semplice. » replicò egli, stringendosi appena fra le spalle, a minimizzare l’eventuale difficoltà rappresentata da quella provocazione, qual tale, da parte della donna, avrebbe potuto essere riconosciuta, nella comprensibile volontà di misurare, ancora una volta, l’effettiva veridicità delle sue affermazioni, non soltanto in riferimento all’ultima sentenza espressa, quanto e soprattutto a ogni altra frase precedentemente pronunciata, soprattutto attorno a un proprio potenziale ravvedimento, tale da spingerlo a tradire la causa della madre, e con lei dell’unica famiglia che mai avesse avuto occasione di conoscere, per seguire una zia a lui praticamente estranea e, soprattutto, nell’odio per la quale era stato cresciuto sin da bambino, sin dalla propria più tenera età « Mia madre, tua sorella, alleva quel genere di mostri… e qualcun altro ancora, a Rogautt. »
« … li… alleva?! » esitò la mercenaria, inarcando appena un sopracciglio nel non saper valutare in quale misura rapportarsi con quell’idea, tanto folle da non poter oggettivamente essere giudicata qual mera fola.
« Sì… lì alleva da prima che io venissi alla luce. » confermò Leas, con assoluta tranquillità, così come se avesse appena asserito che la madre stesse allevando, da almeno due decenni, degli splendidi cavalli di razza, invece di orrendi e letali cavalli di mare, qual quelli al centro di tale questione « E li impiega come risorse d’assalto in contrasto ai propri nemici… o, comunque, a quelle navi che non ha particolare interesse a depredare, per quanto commettano l’errore di appropinquarsi eccessivamente a obiettivi di concreta importanza per lei. »


martedì 28 maggio 2013

1954


« Camne! » replicò prontamente il biondo, trasparentemente lieto di voltarsi e di vederla sopraggiungere verso di loro, ipoteticamente illesa, qual soltanto avrebbe dovuto essere considerata in conseguenza alla contezza da lei stessa dimostrata « Tu come stai? E gli altri?!... » domandò subito dopo, nel cercare ulteriori occasioni di rassicurazione.

Sostanzialmente illesa, fortunatamente e straordinariamente, avrebbe dovuto essere effettivamente riconosciuta la giovane donna, benché allora ampiamente ricoperta, da capo a piedi, da molto… troppo sangue per poter ancora essere in grado di sfoggiare non solo la consueta delicatezza della sua pelle ma anche, e ancor più, il rosso stesso dei suoi capelli, per quanto incredibilmente intenso, più scuro rispetto, banalmente, anche solo a quello sfoggiato dalla sua compagna e amica Masva, o da quello che, se solo non li avesse celati sotto la costante azione di una tinta corvina, avrebbe potuto sfoggiare la stessa Midda Bontor, in una bizzarra ironia del fato nell’aver posto tre donne contraddistinte da un pur non consueto, da un pur non diffuso colore di capelli a bordo di una medesima goletta.
Tanto sangue, che ne aveva incrostato la chioma, le vesti e, più  in generale, la candida presenza, infatti, non avrebbe dovuto esserle attribuito, non avrebbe dovuto essere considerato il suo, in una quantità, del resto, tale per cui improbabile sarebbe stato per lei sopravvivere, ma solamente degli ippocampi contro i quali aveva combattuto per tutte quelle ultime ore, e dalle offensive dei quali, in grazia alla benevolenza dei propri dei prediletti, era riuscita a evadere quasi sempre. Da parte sua, a dispetto di quanto pur avrebbe potuto esserle imposto, della tragedia che pur avrebbe potuto vederla coinvolta, erano stati così riportati solo pochi e trascurabili graffi e un paio di lividi conseguenti a qualche violento impatto subito, ma nulla di più e nulla di irrimediabile… nulla che, quantomeno, non sarebbe passato di lì in pochi giorni, non lasciando neppure un segno su un corpo troppo piacevole per poter restare leso in maniera imperitura.

« Sto bene… sto bene… » confermò ella, arrestandosi nel proprio rapido avanzare soltanto quando ormai accanto a loro, in un primo istante quasi titubante su come reagire ma, subito dopo, lasciandosi dominare dall’entusiasmo per la vita tutti loro ancora riconosciuta e, in ciò, slanciandosi ad abbracciarli entrambi, del tutto priva di malizia in tal gesto, in simile espressione di gioia, non dissimile da quella che avrebbe potuto essere propria di una sorella minore per i propri fratelli « Stiamo tutti bene… più o meno! » soggiunse poi, ritraendosi ora quasi in imbarazzo per la libertà resa propria nei riguardi di quei due compagni di viaggio e d’avventura da molto tempo, sebbene ancora formalmente estranei al proprio equipaggio, alla famiglia che lei stessa aveva avuto occasione di trovare a bordo della Jol’Ange, dopo lì essere giunta per intercessione della Figlia di Marr’Mahew in un’epoca di poco antecedente alla conquista, da parte sua, di tale nome.
« Oh! Scusatemi… vi ho sporcato entrambi di sangue! » esclamò prima che alcuno fra i due potesse domandare ulteriore possibilità di spiegazioni, di chiarimenti, non potendo mancare di cogliere tale evidenza e, un attimo dopo, di elaborare l’incoerenza sottintesa in tutto ciò, così come non tardò a esprimere verbalmente « Ehy… ma vi siete già lavati e cambiati, per caso…?! »

Probabilmente, fosse stata loro concessa l’opportunità di seppellirsi ancora vivi, in quel particolare frangente, pur di evitare di affrontare quella coppia di grandi occhi verdi, così carichi di sincero affetto verso di loro, per quanto oggettivamente poco più che estranei e pur accettati quali amici di antica data in grazia al loro legame con la Campionessa di Kriarya e all’incommensurabile stima dalla giovane provata nei suoi riguardi, riconoscendole, a ragione veduta, la propria salvezza, la propria vita, sin da quando l’aveva tratta in salvo da un altare sul quale stava per essere offerta in sacrificio qual ostia nel corso di un empio rito all’interno di un tempio perduto nel cuore della palude maledetta di Grykoo; Howe e Be’Wahr sarebbero allora stati più che lieti di poter iniziare immediatamente a scavare, nel timore rappresentato dall’eventualità di una qualsivoglia risposta da presentarle, da offrirle a giustificazione di quanto avvenuto, di quell’involontaria diserzione nel merito delle ragioni della quale, ancora, entrambi non erano in grado loro stessi di offrirsi un’apprezzabile giustificazione… non, per lo meno, tale da evitare di vanificare qualunque possibile stima avrebbero potuto vantare innanzi al suo giudizio, nel confronto con quella gratuita, ma indubbiamente piacevole stima sino ad allora loro riconosciuta.
Purtroppo, nell’escludere tale eventualità, nel ritrovarsi costretti a considerare inattuabile l’idea di scavarsi una fossa e lì tumularsi; alla coppia di mercenari nulla restò se non l’impietosa verità, innanzi alla quale vollero comunque dimostrare sufficiente maturità da non tentare di sottrarsi, da non cercare di nascondersi. Non, quantomeno, nella consapevolezza di quanto qualunque falsità sarebbe sicuramente presto o tardi stata riconosciuta quanto tale e li avrebbe esposti a una condanna ben peggiore rispetto a qualunque possibile giudizio morale loro destinabile per quanto, pur senza colpa alcuna, avvenuto.
Esposti, pertanto, i fatti per così come da loro stessi vissuti, non senza ineluttabile ritrosia, non privi di certamente comprensibile esitazione, lo shar’tiagho e il suo biondo fratello si sottoposero in maniera aperta e totale a qualunque reazione di disprezzo avrebbero potuto in ciò suscitare sullo stesso viso pochi istanti prima illuminatosi di gioia nel confronto con l’evidenza del loro positivo stato di salute, pronti a fronteggiare il peggio ma, nonostante tutto, non a confrontarsi con il solo commento che, in maniera quasi ingenua, e pur tutt’altro che tale, Camne volle rendere proprio, riservando loro uno squisito sorriso…

« E’ un vero peccato che vi siate persi quest’occasione… » dichiarò, stringendosi fra le spalle e minimizzando, in maniera completa e assoluta, qualunque eventuale colpa che avrebbe potuto essere loro tributata, qual del tutto irrilevante, qual priva di valore o significato, e, anzi, rivoltando la questione a evidenziare non tanto ciò a cui, pur involontariamente, si erano sottratti, quando ciò che, in tal modo, avevano mancato di poter apprezzare, quasi quel massacro, quella mattanza, avrebbe dovuto essere comunque considerata al pari di un momento di giocoso intrattenimento « Non credo che capiti tutti i giorni di ritrovare così tanti cavalli di mare marciare compatti… e di essere costretti ad abbatterli tutti quanti! »
« Ma cosa è successo di preciso…?! » cercò allora di approfondire Howe, ancora ben lontano dall’aver maturato una qualche consapevolezza in tal senso « Come è successo…? » riformulò, a meglio esprimere quel non banale interrogativo, attorno al quale tutto aveva necessariamente a riconoscersi incentrato.
« … e, soprattutto, stanno davvero tutti bene gli altri?! » si volle riservare opportunità di ripetersi Be’Wahr, non riuscendo a considerarsi soddisfatto dalla fuggevole risposta prima ricevuta da parte sua, troppo evasiva per poterlo realmente tranquillizzare.
« Stanno tutti bene! » riconfermò Camne Marge, sorridendo verso il biondo, nell’apprezzare, evidentemente, la premura da lui dimostrata, e, in tanta insistenza, lungi dal poter essere considerata semplice espressione retorica, domanda superficiale e fondamentalmente indifferente alla risposta che ella avrebbe potuto loro riservare « Av’Fahr, Be’Sihl e Seem hanno riportato qualche brutto taglio… ma sono ancora coscienti e, in questo momento, stanno venendo ricuciti dalle anziane dell’isola. Tutti gli altri, inclusa la sottoscritta ovviamente, se la sono cavata con pochi graffi e qualche escoriazione. » riferì, in maniera appena più approfondita, nella speranza in tal modo di soddisfare, almeno nell’immediato, la legittima curiosità dell’interlocutore « E, per ora, non sembrano esserci state vittime fra gli autoctoni… agli dei piacendo! »
« Sia lode a Lohr… » sospirò il biondo, così accontentato nei propri più pressanti interrogativi.
« Per il resto… a ora non ne sappiamo molto più di voialtri. » proseguì ella, ora in direzione dello shar’tiagho, per accontentare anche lui, nei propri dubbi, nelle proprie domande « Le sole certezze che abbiamo sono quelle derivanti dal raziocinio e dalla consapevolezza che mai, in alcuna cronaca, in alcuna storia o in alcuna leggenda, è stato riportato un caso simile. Motivo per il quale, nel considerare chi sia il nostro attuale ospite, inevitabile non può che essere il sospetto che dietro a tutto questo altri non vi sia che Nissa Bontor… tanto per peccare di originalità! »



lunedì 27 maggio 2013

1953


E quand’anche il biondo intravide, prima, e vide, subito dopo, il mondo al di fuori di quella finestra, soltanto chiare, trasparenti, evidenti e, non di meno, assurde e grottesche, apparvero le ragioni alla base di ogni singola parola scandita dal proprio fratello, dal proprio amico di sempre, accanto al quale aveva vissuto un numero ormai incalcolabile di avventure, ma accanto al quale, in quelle ultime ore, aveva anche palesemente perduto la possibilità di vivere l’ennesima disfida, una battaglia nell’indifferenza della quale sarebbe palesemente stato impossibile permanere, e nell’indifferenza della quale, purtroppo e altresì, erano entrambi restati, inconsapevoli del massacro… della mattanza che, là fuori, aveva avuto occasione di consumarsi in loro assenza. E sol qual mattanza, invero, avrebbe avuto ragione di descriversi tale terribile spettacolo, dal momento in cui improbabile sarebbe stato individuare un termine migliore per definire l’orrore della morte per così come ebbe occasione di presentarsi innanzi ai loro occhi, nell’accumulo di dozzine di corpi morti in misura tale da rendere addirittura difficile riuscire a cogliere una qualsivoglia traccia di terreno lì sotto; terreno che, apparentemente, non tanto per la torrenziale pioggia riversatasi dal cielo, quanto e piuttosto per il sangue da quegli stessi sacrifici spillato, era allora stato trasformato in un osceno pantano, una fangosa palude rossastra, sulla quale non semplice, non banale, sarebbe stato riuscire ad avventurarsi, a sospingersi, senza provare un naturale ribrezzo, uno spontaneo disgusto per quanto, in ciò, non troppo velatamente rappresentato.
In quanto mercenari, e qual tali professionisti della guerra ancor prima che avventurieri, quali avevano iniziato obiettivamente a essere soltanto in conseguenza di un certo ascendente esercitato su entrambi dal fascino della stessa Figlia di Marr’Mahew; Howe e Be’Wahr avevano già avuto trascorse occasioni, soprattutto negli anni della propria fanciullezza, di porsi a confronto con gli orrori propri di un campo di battaglia, con l’indescrivibile spettacolo che alcun canto e alcuna cronaca, alcuna ballata e alcun racconto, sarebbero mai stati capaci di riportare all’attenzione di coloro che mai, con ciò, avevano avuto occasione di confrontarsi, fosse anche, e semplicemente, nel fetore derivante dal sangue, dalle feci, dalle urine e, più in generale, dalla decomposizione conseguente allo scontro fra due eserciti, che nulla di epico, che nulla di leggendario, che nulla di straordinario avrebbe mai potuto vantare. Ciò nonostante, al di là della loro passata esperienza innanzi a un tanto truce e disgustoso genere di immagini, di scenari, entrambi non poterono ovviare a un momento di sincero sconvolgimento lì posti a confronto con tutto quello, nell’evidenza di quanto comunque diverso sarebbe stato vivere simile orrore o, soltanto, porsi quali passivi spettatori delle conseguenze dello stesso, senza in ciò aver avuto alcun ruolo. Perché laddove la consapevolezza che ogni stilla di sangue versato, così come ogni scroscio di feci e urine puntualmente riversatesi al suolo a ogni nuova morte, quasi gli dei non avrebbero potuto gradire accogliere alla propria attenzione, al proprio cospetto, corpi in tal modo impuri, avrebbe rappresentato qualche istante in più per se stessi conquistato, rendendo tutto ciò non soltanto sopportabile ma, addirittura e crudelmente, gradevole; l’assenza di simile contesto a margine, di tale giustificante condizione di contorno, non avrebbe potuto evitare di lasciar trasparire tutta l’oscenità propria di quel massacro, spronando un sincero rifiuto non solo per lo stesso ma, per estensione, anche per la guerra in senso più amplio.
A permettere loro, tuttavia, di superare il trauma intrinseco in tutto ciò, fu un pensiero ancor più violento e più sgradevole, qual solo avrebbe potuto essere quello di poter cogliere, in tanta morte, anche forme a loro note, volti e corpi di loro amici, di loro compagni che, nella propria involontaria indifferenza, si sarebbero in tal modo resi ingiustificabilmente colpevoli di aver lasciato morire senza neppur ipotizzare di aiutare, di sostenere, di difendere. Fortunatamente, nel terrore derivante da tal pensiero, da simile ipotesi, venne loro concessa occasione di positiva speranza nel verificare quanto, nell’annovero di coloro che lì erano trapassati, non avrebbero, almeno in apparenza, potuto essere riconosciute sagome umane, ma soltanto mostruosi corpi di grossi rettili dalle scaglie contraddistinte da tonalità quasi metalliche, che, sotto la luce di quel sole alto nel cielo, rilucevano in maniera addirittura piacevole, malgrado tutto.

« … vedi… qualcuno dei nostri? » sussurrò Be’Wahr, dopo un lunghissimo, e necessario, momento di silenzio, utile a contemplare tutto ciò e, soprattutto, a elaborare la non semplice immagine lì loro presentata, in ogni propria implicazione.
« No… » negò Howe, non riuscendo a ovviare un momento di esitazione prima di formulare quella pur semplice risposta, nell’inevitabile timore di prendere voce e, subito dopo, ritrovarsi a essere smentito da qualche tragica evidenza « Non vedo corpi umani lì fuori… solo quegli… esseri, qualunque cosa essi siano stati in vita. » soggiunse, sincero, nel non aver mai incrociato prima d’allora un ippocampo e, in ciò, nel non essere in grado di riconoscerne uno… o una qualche dozzina, qual quella lì loro proposta.
« E questo è bene… non è vero?! » ricercò conferma il biondo, dimostrandosi allora bramoso di rassicurazioni di sorta da parte del proprio compare, quasi un bambino posto innanzi a una storia eccessivamente spiacevole e, per questo, invocante l’intervento di un proprio genitore, o, anche e soltanto, di un fratello maggiore, per ritrovare la serenità perduta, per riconquistare quella pace negatagli.
« … speriamo che lo sia. » confermò lo shar’tiagho, purtroppo incapace a offrire tutta la sicurezza dall’altro domandatagli, benché sarebbe dovuto essere riconosciuto qual il primo allor bramoso di ritenere la questione risolta nella maniera più semplice e indolore possibile, considerando la vittoria dei propri compagni qual banale, qual ovvia e scontata, tale da rendere persino ridicolo anche solo sollevarne il dubbio.

Rimasti soli all’interno dell’abitazione nella quale avevano trovato ospitalità nel corso di quelle ultime ore, speranzosamente abbandonati dai legittimi proprietari di quella casa non in conseguenza di tragiche motivazioni quanto e piuttosto semplicemente perché immersi in maniera tanto profonda da risultare completamente sordi al mondo esterno, qual soltanto avrebbero dovuto essere stati per giustificare quanto accaduto; i due fratelli mercenari non avrebbero potuto rendere propria neppure la rassicurazione derivante dal confronto con terzi, con una qualche testimonianza esterna che avrebbe potuto renderli edotti su quanto occorso e, magari, su come e perché essi fossero rimasti tanto, incomprensibilmente, rapiti in quello stato di sonno addirittura malato. E, forse, ipotizzare un qualche malessere, dietro a tutto ciò, sarebbe stata una soluzione addirittura gradevole, nell’escludere, in tal modo, prospettive decisamente peggiori.
In ciò, l’unica occasione di maturare coscienza nel merito di quanto avvenuto, di quanto entrambi si erano inspiegabilmente perduti, sarebbe stata quella di uscire da lì, dalla protezione che era stata loro riservata da quelle mura irregolari, per investigare in prima persona sulle dinamiche occorse e, soprattutto, sull’effettivo stato di salute dei loro compagni, dei loro amici, nella speranza di non doversi confrontare con qualche dolorosa scoperta, con qualche sgradevole verità. Così, senza neppure abbisognare reciprocamente di una singola, ulteriore voce a esplicitare quella sola e naturale scelta che avrebbero dovuto allora abbracciare, Howe e Be’Wahr si avviarono, l’uno al fianco dell’altro, verso la soglia della dimora, prestando ben attenzione a mantenere accanto a sé le proprie armi, laddove, a dispetto di ogni evidenza, là fuori avrebbe potuto essere loro destinata anche una qualche occasione di letale trappola, tale da aggiungere anche i loro due cadaveri al già numeroso censimento di morte che lì, presto, avrebbe dovuto essere compiuto, per comprendere quante carcasse dover offrire in pasto alle fiamme.
Non una trappola, comunque, fu loro riservata superata la porta d’ingresso e ritrovata occasione di contatto con il mondo circostante, quanto, e piuttosto, un’assolutamente piacevole occasione di rasserenamento, qual solo poté essere considerata la possibilità loro fornita di essere sorpresi da una voce indubbiamente nota, e nell’allegra intonazione della quale, in lode agli dei, avrebbero potuto escludere l’eventualità di un qualche lutto occorso in loro assenza…

« Howe… Be’Wahr… state entrambi bene! » asserì Camne Marge, in quella che mai avrebbe potuto essere confusa qual una domanda, un interrogativo, nel cogliere, immediatamente, l’evidenza offerta dall’assenza, sui loro corpi, di ferite evidenti.


domenica 26 maggio 2013

1952


Per tutta la durata di quella tempesta, e dell’attacco all’isola di Bael da parte degli ippocampi, solo due fra tutti gli ospiti lì sopraggiunti a bordo della Jol’Ange ebbero l’opportunità di riposare, e di riposare così profondamente tanto da non maturare la benché minima coscienza degli eventi per così come si svolsero attorno a loro. E, fra tutti, a sottrarsi pur inconsapevolmente alla pugna, i colpevoli di tale ignavia, di un comportamento tanto involontariamente disinteressato al bene comune, non furono i due elementi più giovani, Seem, scudiero della Campionessa di Kriarya, o Ifra, mozzo della goletta; dal momento in cui, per quanto non venne concessa loro l’opportunità di raggiungere il gruppo principale, ostacolati in tal senso dal muro di zanne e artigli eretto attorno a loro dalle creature sopraggiunte dal mare in tempesta, entrambi ebbero egualmente ragione di che lottare, e lottare strenuamente, l’uno al fianco dell’altro, così come, non di meno, e pur privo di alcun sostegno, combatté anche Be’Sihl, pur semplice locandiere, difendendo con tutte le proprie energie non tanto il proprio diritto a esistere, quanto e ancor più il futuro della famiglia che lo aveva accolto, seppur estraneo e straniero.
No. Coloro che, in quelle ore, nel corso di quel massacro, si riservarono serena possibilità di godere di un sonno invidiabilmente intenso, in misura tale da non essere in alcuna misura, non soltanto non posti in allarme, ma neppure, e superficialmente, posti in agitazione, furono grottescamente due professionisti della guerra al pari della stessa Figlia di Marr’Mahew, due avventurieri che, con quel particolare genere di situazioni, avrebbero dovuto dimostrare non soltanto trasparente familiarità, ma, ancor più, un approccio a dir poco entusiasta, qual oggettivamente entusiasta era inizialmente anche stata la stessa mercenaria, nell’accogliere la prospettiva di una nuova occasione per porsi alla prova, per dimostrare la propria forza e la propria abilità, in contrasto a tutto e a tutti. Purtroppo per loro, però, né Howe, né Be’Wahr, fratelli di vita fra loro legati più intensamente di quanto mai non avrebbero potuto esserlo qual fratelli di sangue, e amici, compagni d’arme e complici di misfatti della mercenaria dagli occhi color ghiaccio da ormai tanto tempo da poter essere riconosciuto loro già indubbio merito soltanto per simile, straordinaria conquista; poterono prendere parte agli eventi di quelle ore, ritrovando un qualche contatto con la realtà a loro circostante soltanto quando il temporale si acquietò e un timido raggio di sole si spinse a solleticare le narici del vigoroso biondo, da lui invocando uno starnuto e, con esso, il risveglio.

« Etciù… » esclamò Be’Wahr, ritrovandosi costretto, seppur ancora addormentato, a riaprire per un istante gli occhi e, in ciò, a confrontarsi in maniera diretta con la luce di un nuovo giorno, per così come proveniente da un sole alto nel cielo, al proprio zenit.
« Oh! » replicò Howe, il quale, a dispetto del proprio nome e del nome del fratello, fra i due avrebbe dovuto essere riconosciuto qual colui di sangue shar’tiagho, così come dimostrato dal colore bronzeo della pelle, dai piedi tradizionalmente scalzi e, soprattutto, da una fitta cascata di piccole trecce scure, nelle quali i suoi capelli si ponevano da sempre acconciati « Chi va là?! » soggiunse, non più sveglio di quanto non avrebbe potuto dirsi il fratello in quel momento, e pur posto tanto in allarme da quel semplice starnuto da aver guadagnato repentinamente una postura di guardia, impugnando, seppur ancora seduto a terra, la propria spada dorata, pronto a offrire battaglia a qualunque genere di minaccia.
« … che succede? » sobbalzò, a quelle parole, il primo, rimettendosi a sua volta a sedere in maniera contraddistinta, proprio malgrado, dall’assenza di una qualche concreta armonia di movimenti, ma, ciò non di meno, egualmente efficace rispetto alla reazione dell’amico, nel dimostrarsi lì già in possesso di quella sorta di strano coltellaccio con il quale egli era solito accompagnarsi, chiamandolo “spada”.
« Che succede…?! » ripeté l’altro, osservando lo spazio attorno a sé con fare guardingo e, ancora vittima dell’intorpidimento caratteristico del sonno, maledicendo in cuor suo Nissa Bontor, per colpa della quale aveva perduto il proprio mancino, allora sostituito da un inerme protesi dorata con la quale, tuttavia, non avrebbe potuto strofinarsi fugacemente il viso così come avrebbe gradito poter fare, per allontanare da sé il peso di quella sin troppo lunga notte, che pur, oggettivamente, avrebbe protratto ancora un poco in assenza di quel brusco richiamo alla realtà « Se stato tu a dare l’allarme… non io! » protestò, lasciandosi per un istante nuovamente sdraiare là dove aveva riposato sino a quel momento, salvo poi immediatamente sollevarsi in piedi, in posizione eretta, con un deciso colpo di reni.
« Ma io ho solo starnutito… » commentò il biondo, sbuffando in attesa dell’immancabile beffa che il fratello gli avrebbe dedicato, e rinfoderando la propria arma, all’evidenza dell’assenza di qualunque reale condizione di pericolo « Avanti… dai libero sfogo alla tua fantasia, insultami come devi e finiamola nel minor tempo possibile… così da poter iniziare la giornata tranquilli! » lo spronò, deciso a non ipotizzare neppur lontanamente di ribellarsi a tale sentenza, avendo ormai imparato quanto, proprio malgrado, non avrebbe mai potuto sottrarsi alle provocazioni del fratello, non senza, in ciò, offrirgli ulteriore ragione di scherno a proprio discapito.

Tuttavia, e a dispetto di ogni aspettativa, Howe non offrì l’evidenza di voler rivolgere particolare voce nel merito di tale questione né, in effetti, di qualunque altra questione, nell’essere rimasto stranamente bloccato in contemplazione di qualcosa al di fuori della finestra oltre la quale aveva sospinto il suo sguardo. Un blocco che, seppur in un primo istante trascurabile, e trascurato, da parte dello stesso Be’Wahr, in un secondo momento non poté che risaltare insolito e sospetto, nel risultare, egli, non semplicemente distratto dall’immagine lì riservatagli, e all’altro non ancora visibile, quanto e piuttosto addirittura pietrificato nel confronto con la medesima e, forse e ancor più, con la sorpresa lì impostagli qual propria.
E se rare, rarissime erano state, nel corso della loro vita, le occasioni nelle quali lo shar’tiagho aveva trascurato la possibilità di incalzare in pur giocosa offensiva del fratello; quel silenzio, quell’indifferenza innanzi alla prospettiva di una fin troppo semplice opportunità di beffa, non poté che lasciare il biondo sinceramente inquieto, nel timore di quanto, effettivamente, potesse starli attendendo là fuori…

« Così mi stai spaventando, fratellone… » commentò questi, incerto fra restare seduto a terra, e lontano da qualunque possibilità di cogliere quanto presente al di fuori di quella finestra dalla forma irregolare, simile a un cerchio così come l’avrebbe disegnato un infante, oppure levarsi a propria volta in piedi, e maturare coscienza su quanto, là fuori, avrebbe potuto attenderlo, proprio malgrado consapevole di non potersi sottrarre per sempre a qualunque prova avrebbe potuto essere loro lì riservata « Che diamine ci sta aspettando, per Lohr…?! » tentò di insistere, nella speranza di riuscire a scuotere l’interlocutore dallo stato di apatia nel quale sembrava essere caduto, nel mentre in cui, deglutendo, scelse di iniziare a contrarre i muscoli della parte inferiore del proprio corpo per sollevarsi da terra.
« Domanda sbagliata, fratellino… domanda sbagliata. » sussurrò il mercenario di origine shar’tiagha, nell’offrire riprova di aver perfettamente udito le parole a lui allora rivolte e, prima di quel momento, di non aver avuto interesse alcuno a replicare, di non aver avuto ragione alcuna per offrirgli risposta, quasi, in quel frangente, non potesse considerarsi meritata.
« … in che senso “domanda sbagliata”?! » tentò di obiettare Be’Wahr, alfine levandosi da terra e muovendo un paio di passi per coprire la distanza esistente fra sé e l’interlocutore, rimbalzando con lo sguardo fra la nuca di questi e la finestra, ancora incerto sul voler realmente spingere lo sguardo oltre la stessa a cogliere quell’orrido spettacolo che tanto aveva interdetto il compagno, costringendolo a pronunciare, addirittura, frasi apparentemente prive di significato, così come solamente quella ebbe ragione di risuonare alla sua attenzione, alle sue orecchie.
« Nell’unico senso possibile… » insistette Howe, alfine voltandosi verso il fratello e facendo cenno, con gli occhi, a guardare oltre la finestra per riuscire a comprendere meglio, per riuscire ad apprezzare il perché della correzione che allora ebbe a muovergli « Non è tanto ciò che ci sta aspettando… ma ciò che ci siamo persi! »


sabato 25 maggio 2013

1951


Una comunione di corpi, di menti, di cuori e, ancor più, di spiriti, alla quale, ormai, la Campionessa di Kriarya non avrebbe potuto più dirsi abituata, avendo perduto già da troppo tempo l’occasione di vivere, anch’ella, qual membro di un equipaggio così come altresì quotidianamente concesso ai propri altri cinque attuali compagni nel cuore di quella battaglia; e che pur non poté evitare di coinvolgerla, non tanto di riflesso, quanto e soprattutto rievocando memorie di un ormai lontano passato che pur, nel profondo del suo intimo, non era mai stato dimenticato, non era mai stato obliato e a cui, forse, non aveva mai voluto realmente rinunciare, malgrado le scelte che era stata costretta a compiere il giorno in cui aveva abbandonato la Jol’Ange e coloro che, prima di quegli uomini e di quelle donne, ne avevano contraddistinto l’equipaggio originale… quella che, per lei, era stata una vera famiglia.

« So che potrebbe sembrare strano detto da me… » prese voce la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, per offrire in quel momento il proprio modesto contributo alla questione, la propria umile opinione, anche laddove forse inopportuna, per così come da lei stessa premesso, quasi a volersi anticipatamente scusare per ciò, per simile ragione « … ma… meno chiacchiere e più cervelli spappolati, prego! » suggerì, nel mentre in cui con i propri gesti tentò di impegnarsi in prima persona a tradurre tale proposito in azione, simile idea in fatti concreti, in una realtà tanto solita e incontestabile quanto solida e incontestabile avrebbe dovuto essere allora riconosciuta la sua stessa lama bastarda, nella propria straordinaria lega dagli azzurri riflessi, superiore, in forza, a qualunque altro metallo noto, in grazia a un antico e segreto processo conosciuto soltanto da pochi fabbri figli del mare e da un numero ancor minore correttamente impiegato nel dar origine a sempre più rare e sempre più preziose armi simili alla sua « Questi dannati ippocampi sono molti più di quanti non potremmo mai sperare di diventare e, presto o tardi, le nostre energie inizieranno ad abbandonarci. »

Un’analisi apparentemente negativa, pessimista e disfattista, da parte di chi, altresì, abituata a scherzare con la morte anche nelle peggiori situazioni, che non avrebbe dovuto che essere interpretata qual ennesima dimostrazione di preoccupazione, da parte sua, per le sorti del figlio dei regni desertici centrali e, probabilmente, accanto a lui, di tutti gli altri alleati che, in quel momento, stavano combattendo al suo fianco, alleati delle morti dei quali ella non avrebbe mai accettato di sentirsi responsabile qual pur, se solo uno fra loro fosse allora caduto, non avrebbe potuto evitare di considerarsi, di colpevolizzarsi. Un’analisi che, in verità, non fu lì fraintesa nelle proprie ragioni da alcuno dei presenti, non dallo stesso Av’Fahr, non da Masva, da Camne, da Noal o da Hui-Wen, i quali ovviarono pertanto a qualunque possibile giudizio negativo in reazione a quel richiamo all’ordine, a quell’invito a prestare maggiore attenzione al conflitto in corso, che pur tutti loro avrebbero potuto definire quantomeno retorico ove alcuno fra gli stessi avrebbe mai sottovalutato anche e soltanto la minaccia rappresentata da un singolo ippocampo, ancor prima che da uno stuolo tanto numeroso di tali creature, tutte egualmente aggressive, tutte egualmente letali.
Tutt’altro che gratuito o paranoico, del resto, avrebbe dovuto essere riconosciuto quel suo consiglio, quel suo avviso, dal momento in cui un errore, una leggerezza tanto banale, quanto letale, sarebbe stata per chiunque fra loro non considerare quanto, con il passare del tempo, con il proseguo, istante dopo istante, di quel conflitto, le loro speranze di sopravvivenza al medesimo si sarebbero sempre più ridotte, nella diminuzione, purtroppo neppure costante, della pura e semplice forza fisica a loro disposizione, delle energie fisiche alle quali avrebbero potuto attingere al fine di riservarsi quella sempre più flebile speranza di godere della luce di una nuova alba al termine di quella terribile tempesta. O di un nuovo tramonto, nel caso in cui, al di là di quelle nubi, non fossero la luna e tutte le stelle del firmamento a dominare alte nel cielo. E per quanto un simile avvertimento avrebbe potuto risultare praticamente ovvio, scontato, non di meno retorico rispetto a quello rivolto a prestare maggiore attenzione al combattimento in corso che a eventuali fonti di distrazione; Midda Bontor non si riservò dubbio alcuno nel formularlo e nell’impiegare quelle che, potenzialmente, avrebbero potuto essere le proprie ultime parole, per comunicarlo in maniera sì esplicita ai propri interlocutori, ai propri compagni di ventura in quel drammatico frangente.
Perché ella, complice sicuramente la propria pluridecennale esperienza nel campo della guerra, ogni singolo momento della propria esistenza trascorso su un campo di battaglia, non avrebbe potuto ignorare quante volte interi eserciti fossero stati decimati proprio nel trascurare una verità sì evidente da risultare addirittura sciocca, in misura tale da non pretendere qual propria alcuna particolare attenzione, alcun concreto interesse, soprattutto nel confronto con molte altre e più urgenti questioni quali quelle che avrebbero potuto coinvolgere l’attenzione dei duellanti nel corso di un conflitto mortale. Ella, ancora, non avrebbe potuto ignorare quante volte troppo incensati generali, sicuri delle proprie possibilità, sicuri della vittoria dei propri soldati, delle proprie forze, nel momento in cui la battaglia sembrava volgere verso una risoluzione ormai incontrovertibile, verso un predominio ormai evidente e certo, fossero rimasti vittima di tanta sicumera nel trascurare gli umani limiti con i quali qualunque guerriero, per quanto straordinario, per quanto potente, sarebbe necessariamente dovuto scendere a patti, che lo desiderasse o meno, che lo accettasse o no. E sempre ella, infine, non avrebbe potuto ignorare quante volte proprio ella stessa, la pur celebrata Figlia di Marr’Mahew, la pur osannata, qual tale era entro i limiti della città del peccato, Campionessa di Kriarya, era stata sul punto di ascendere a rendere conto della propria stupida vanità direttamente alla dea Thyres, colei nel rispetto delle leggi della quale, le leggi del mare, non avrebbe mai dovuto commettere l’imprudenza di sopravvalutare le proprie possibilità e, peggio ancora, sottostimare la violenza, anche ove inespressa, della propria controparte, in misura tale da considerare una sfida qual conclusa prima che una delle due parti in causa, uno dei due contendenti, non fosse stato ridotto a un’indubbia situazione d’impotenza, qual solo, purtroppo, avrebbe potuto realmente essere quando non semplicemente ucciso ma, anche, ridotto in cenere in termini utili a prevenirne un eventuale, sgradevole e pericoloso negromantico ritorno.
E nel non essere interesse di alcuno fra i presenti, per fortuna tanto della mercenaria, quanto e ancor più di tutti loro, porre in dubbio non solo il valore di tale consiglio, di simile suggerimento, ma anche le ragioni per le quali ella avrebbe potuto ritenere opportuno condividerlo proprio in quel momento, a prevenire un errore altresì purtroppo irrimediabile, purtroppo privo d’ogni possibilità di perdono; tutti gli uomini e le donne della Jol’Ange lì impegnati in quella battaglia, nella ricerca non di una mera vittoria, quanto e soprattutto della propria sopravvivenza, vollero rendere il più sincero tributo all’esperienza guerriera di colei che della guerra non era semplice professionista, ma, addirittura, incarnazione terrena, espressione fisica, nello scolpire, metaforicamente, tali parole, simile consiglio, nelle proprie menti e nei propri cuori, e nell’impegnarsi per inciderlo, fisicamente, nelle carni di qualunque cavallo di mare giunse loro a portata di braccio, allora più che mai colpendo non per ferire, ma per uccidere, per incrementare il conteggio dei cervelli spappolati così come da lei con un’immagine verbale assolutamente chiara era stato richiesto.

« Adoro avere l’ultima parola… » soggiunse la donna guerriero, in un alito di voce che rimase volutamente inudibile e non udito, ma che non mancò di essere accompagnato da un lieve sorriso, l’inarcarsi soddisfatto delle estremità delle sue carnose labbra a dimostrazione di quanto, comunque, mai ella avrebbe completamente rinunciato a ogni giuoco, a ogni facezia anche nella peggiore delle situazioni, anche a costo di violare, ella stessa, le pur giuste raccomandazioni che si era prodigata di imporre sui propri compagni, non per volontà di scherno, non per beffa a loro discapito, quanto, e piuttosto, per quel sentimento di sincera premura correttamente avvertito da tutti, e che solo avrebbe dovuto essere accreditato qual responsabile per la serietà allora pretesa, così come mai in passato, neppur in contesti addirittura e incontestabilmente più negativi rispetto a quello, allora presente « … infantile, ma vero. » puntualizzò, nel mentre in cui, finalmente, riuscì a violare le difese di un altro ippocampo, in un affondo che, ancora una volta, vide tutto il proprio impeto sfogarsi contro l’interno della scatola cranica del mostro.


venerdì 24 maggio 2013

1950


« Muori, maledetto! » ringhiò, costretto a esprimersi a denti stretti non tanto qual espressione del furore del momento, di un qualche bestiale sentimento di rabbia pur giustificabile in un frangente qual quello, quanto e piuttosto nel dolore da lui allora provato, l’innegabile pena conseguente alla ferita inflittagli in un gesto che, se per l’ippocampo avrebbe dovuto essere considerato trasparente di un fallimento, anche per lui non avrebbe potuto essere in alcun modo considerato un successo.

Perduta, tuttavia, quell’armonia di tempi e di cadenze necessariamente richiesta in quel conflitto, nel cuore di quella battaglia così come di qualunque altra pugna, tutte non dissimili da complesse danze di morte, al fine di non permettere ad alcun antagonista di riuscire ad avere la meglio in proprio contrasto; pur vendicatosi del mostro che era stato in grado di pretendere, da lui, quell’offerta di sangue, Av’Fahr si ritrovò allora a essere troppo generosamente offerto a qualunque ulteriore aggressione, a qualunque sempre più spiacevole e sempre più letale offensiva, in misura tale da rendere, a dir poco certa, una sua imminente sconfitta, una sua addirittura ovvia condanna, qual mera esecuzione di una sentenza già scritta e, ormai, irrevocabile.
A ovviare a una tanto tragica conclusione di una vita pur straordinariamente avventurosa, qual certamente egli non avrebbe potuto negare essere stata la propria, intervenne, per sua grazia, per sua incommensurabile fortuna, non soltanto la mano della Figlia di Marr’Mahew, o quella della sua rossa e amata compagna, quanto, e ancor più, quella di ben altri due prima inediti protagonisti, i quali approfittarono del proprio ingresso in scena, della propria forse inattesa partecipazione a quel conflitto, per esprimere il proprio dissenso a qualunque aggressione a discapito del loro comune camerata, di quel fratello d’armi con il quale avevano già avuto occasione di condividere molte avventure e con il quale, ciò non di meno, erano desiderosi di poter condividere ancora molto altro, di potersi spingere non soltanto sino al termine di quell’ennesima avventura, ma anche e ostinatamente, di molte altre ancora. Così, oltre a Midda e a Masva, le quali al fine di preservare la già compromessa salute del povero Av’Fahr si catapultarono, letteralmente, in suo soccorso, in sua difesa, frapponendosi fra lui e chiunque a lui desiderasse levare offesa; anche Noal, Hui-Wen e Camne Marge si ersero qual muro umano attorno al loro amico ferito, pronti, ove necessario, a versare il proprio sangue in cambio del suo, a compenso di quello che mai avrebbero permesso fosse ancora spillato dalle sue vene.

« Certo che neppure questo dannato tempo da lupi è sufficiente per impedirvi di mettervi nei guai… non è forse vero?! » esordì il capitano della Jol’Ange, con tono di preoccupato rimprovero nei riguardi dei tre già protagonisti di quella battaglia, nel mentre in cui, con la propria mazza si impegnò a respingere qualunque creatura volle rendere proprio l’azzardo di ipotizzare un confronto eccessivamente ravvicinato con lui o con qualunque membro del proprio equipaggio, per proteggere i quali sarebbe stato il primo a donare la vita, rammaricandosi di averne soltanto una da poter loro dedicare.
« Ci conosci, Noal… non siamo fatti per restare indolenti a contare lo scorrere del tempo goccia dopo goccia. » tentò di sdrammatizzare Masva, difendendo il loro operato e, in ciò, sforzandosi di non distrarsi eccessivamente, qual pur il suo cuore l’avrebbe costretta, nel voltarsi a osservare con più attenzione il petto del proprio uomo, per accertarsi di quanto gravi o meno avessero a doversi considerare le sue condizioni, in quel momento apparentemente tutt’altro che trascurabili, soprattutto nel cogliere, alla luce di ogni singolo fulmine, il costante estendersi di una macchia rossa ai loro piedi, in un misto di acqua e di sangue lì trascinato dall’impeto impietoso della pioggia.
« Certo che vi conosco. » confermò il primo, storcendo appena le labbra verso il basso qual reazione a una tanto blanda espressione di difesa da lei dopotutto allor scelta a sostegno del loro pericoloso operato, di quell’azzardata battaglia che, troppo banalmente, avrebbe potuto trasformarsi in una condivisa e comune condanna a discapito di tutti loro « Ragione per la quale, da qui fino all’ultimo dei vostri giorni, sarete costretti a consumarvi le ginocchia per ripulire il ponte della Jol’Ange in misura sufficiente a permettermi di rispecchiarmici sopra… razza di scavezzacollo che non siete altro! »

E se anche, in quella particolare scelta di parole e toni, nonché nella minaccia apparentemente tutt’altro che retorica da lui allora resa propria, per il gruppo formato da Midda, Masva e Av’Fahr la prospettiva di futuro allora garantita non avrebbe dovuto essere considerata fra le migliori; impossibile sarebbe stato, per tutti loro, non cogliere in quelle stesse parole e in quegli stessi toni, nonché in quella minaccia, l’evidenza di tutta la preoccupazione che lo stesso Noal non avrebbe saputo negarsi all’idea di dover offrire alle fiamme i corpi di altri amici, di altri compagni, di altri fratelli e sorelle qual già a troppi era stato costretto a offrire l’estremo saluto nel corso di quegli ultimi anni, più di quanti non era certo di poter essere umanamente in grado di gestire senza perdere, proprio malgrado, quel poco di senno rimastogli.
Ancor prima che qual espressione d’offesa nei loro riguardi, pertanto, quell’intervento avrebbe dovuto essere apprezzato per quanto era, per uno splendido gesto d’amore da parte di quell’uomo che, in un ruolo pur non voluto, pur non ricercato a bordo della loro nave, della loro piccola e agile goletta, lo aveva visto costretto a rendersi per tutti loro genitore, per tutti loro padre; in ciò agendo e parlando in toni che avrebbero potuto persino apparire sgradevoli o sgraditi, e che pur mai avrebbero asserito qualcosa in loro reale contrasto, in loro aperta condanna, si fossero essi persino macchiati dei peggiori crimini che mai la sua pur fervida immaginazione sarebbe stata in grado di generare.

« Cioè… vorresti davvero considerarci colpevoli… perché una mandria di cavalli di mare ha deciso di prendere d’assalto… quest’isoletta sperduta nei mari meridionali?! » tentò di contestare il figlio dei regni desertici centrali, sforzandosi di parlare e, proprio malgrado, maturando allor consapevolezza di quanto una pur tanto semplice operazione stesse lì rappresentando per lui un’occasione di affaticamento, in misura tale da risultare non di meno preoccupante per le proprie condizioni, evidenza di quanto il rischio di dissanguamento avrebbe allora dovuto essere considerato persino maggiore anche rispetto a quello d’infezione.
« No… voglio considerarti colpevole per esserti lasciato sorprendere da una mandria di cavalli di mare! » ribadì Noal, aggrottando appena la fronte e lasciando calare la propria mazza con impeto tale contro la bocca priva di labbra di uno di tali mostri da incrinarne quasi per intero la letale dentatura, aprendo, così, possibilità all’intervento di chiunque altro, lì presente, di porre fine anche all’esistenza di quell’ennesimo ippocampo, in un conteggio, fra coloro abbattuti e quelli ancora da abbattere, di istante in istante sempre più complesso da tenere, fosse anche, e soltanto, per incertezza nel merito del loro conteggio totale « E guai a te se soltanto osi pensare di restarci secco. Ti ricordo che sono il tuo capitano e, fino a prova contraria, non ti ho dato il permesso di crepare questa notte. Né, tantomeno, ho intenzione di concedertelo! »
« Cercherò… di farmene una ragione. » sorrise Av’Fahr, non equivocando neppure per un istante l’intervento dell’antico amico quali un qualche delirio di onnipotenza, ma, in esse, leggendo solo e unicamente il timore di perdere anche lui, così come già, tutti loro, avevano perso Salge Tresand, Ja’Nihr e Berah, lutti che neppure il passare del tempo aveva realmente permesso di superare.

Al di là d’ogni preoccupazione, al di là d’ogni ansia, più che legittima, più che motivata non soltanto dal contesto tanto palesemente sfavorevole, ma, ancor più, nel timore per la sorte di Av’Fahr, colui che fra tutti loro avrebbe dovuto essere riconosciuto qual il più forte fisicamente e che pur, allora, avrebbe potuto apparire qual il più debole, il più fragile, nel ritrovarsi sì gravemente ferito; quanto oggettivamente non avrebbe potuto che alimentare il fuoco della speranza nei cuori di tutti loro, incluso lo stesso Av’Fahr, non avrebbe potuto che essere l’evidenza di come, allora come in qualunque altro momento della loro comune esistenza, anche quella battaglia forse disperata, forse già persa, stesse lì venendo affrontata qual ogni altra da loro mai combattuta nel corso del tempo… insieme.


giovedì 23 maggio 2013

1949


« Spiacente… perché già pregusti l’amaro istante in cui potrai fare ritorno alla riunione di famiglia così estemporaneamente interrotta?! » replicò Av’Fahr, dimostrando, dopotutto, di esserle rimasto a fianco sufficiente tempo da aver maturato un certo grado di confidenza con lei e con i suoi pensieri, tanto da avergli allora permesso di cogliere l’effettiva sfumatura nella quale avrebbe dovuto essere intesa la sentenza per così come da lei appena scandita, in quelle parole scelte tutt’altro che in conseguenza a un semplice giuoco del fato, a uno scherzo del destino.
« Vedo che per te sono ormai un libro aperto, mio caro… » ironizzò la mercenaria, ritraendo la propria spada e impegnandosi, immediatamente, in una rapida giravolta, utile a permetterle di arginare l’offensiva che, alle sue spalle, stava per sopraggiungere a opera di un altro aggressore, di un altro ippocampo desideroso, se non di vendicare il proprio compagno appena caduto, quantomeno di assaporare quelle membra che, la difficoltà a conquistare le quali, stava rendendo istante dopo istante sempre più desiderabili e desiderate, contraddistinguendole con il sublime sapore caratteristico di quanto normalmente negato, di quanto esplicitamente proibito « Attento a non sfogliarmi con troppa attenzione, però… o la tua bella potrebbe avere ragione di che risentirsi per tanta premura! » soggiunse, scherzosa e maliziosa, al contempo levando proprio destro a bloccare quei denti simili a lame diretti in contrasto alla sua nuca e, quasi nulla stesse avvenendo, canzonando il proprio interlocutore, nella pur non malevola volontà di porlo in difficoltà innanzi al giudizio di Masva, che avrebbe potuto definirsi a condanna di un comportamento tanto licenzioso nei propri riguardi, qual, in tal modo, ella si stava impegnando a lasciar trasparire.

E la rossa, pur consapevole di quanto fra il proprio compagno e la donna guerriero non fosse occorso nulla, conscia di tale verità in grazia a quell’attenzione al dettaglio tipicamente femminile e tale da non concedere ad alcun uomo di nascondere neppure i propri pensieri alla propria amata, persino quand’anche a se stesso ancora sconosciuti, del tutto ignoti; non si lasciò sfuggire l’occasione offertale dalla propria supposta rivale, cogliendo al volo tale opportunità allo stesso modo con cui, approfittando di un fugace e fortunato istante, poté penetrare entro i limiti della bocca di una delle quattro creature con le quali stava allora duellando, per spingere la poderosa lama della propria arma sino al cervello del mostro e, senza incertezza alcuna, trapassarlo da parte a parte, per stroncare, da lui, ogni ulteriore insistenza, ogni spiacevole perseveranza, qual pur, sino ad allora, le era stata dimostrata.
Così, nel mentre in cui impose morte su un fronte, ella si premurò, non di meno, di destinare un preciso affondo anche su una ben diversa linea, colpendo, seppur per semplice ludo, per mero diletto, forse con ancor più severità di quanto, dall’altra parte, non avesse avuto interesse a riservarsi occasione di insistere…

« Quindi è così, fedifrago che non sei altro?! » prese voce, sforzandosi di apparire più altera possibile, benché oggettivamente difficile, per lei, fu ovviare a un ampio sorriso divertito « Dopotutto non sei poi così insensibile alle sue forme…! » lo accusò, quasi a ricollegarsi a un discorso prima rimasto in sospeso, a un argomento già affrontato nel corso di quella stessa sera e non approfondito in misura tale da giungere a quella scabrosa verità « Porco… come tutti gli uomini, sei soltanto un porco! »

Proprio discapito più innamorato di quella donna di quanto probabilmente non avrebbe saputo dimostrarsi capace di esprimere; il figlio dei regni desertici centrali, nel trovarsi soggetto di un tanto impietoso attacco verbale, si lasciò fugacemente distrarre dal conflitto allora in corso, dalla battaglia nel cuore della quale si era sospinto, armato della pur micidiale lancia della sorella perduta, rendendo propria una leggerezza, un’ingenuità della quale, immediatamente, ebbe ragione di rimproverarsi, laddove in conseguenza di simile comportamento, difficilmente riducibile a una semplice fatalità, egli avrebbe potuto ritrovarsi proprio malgrado in repentina gloria ai propri lontani dei, alle proprie divinità così estranee in quell’area meridionale del continente di Qahr, vittima, ancor prima che degli ippocampi, della propria sola stolidità.
Propria fortuna, allora simile a una benedizione a lui rivolta da quelle medesime divinità, da quegli stessi dei al cospetto dei quali avrebbe potuto rischiare di ascendere, Av’Fahr non venne allora punito sì impietosamente qual avrebbe potuto essere per la propria distrazione, ritrovandosi a essere certamente colpito da uno dei mostri a lui circostanti e, ciò nonostante, non colpito a morte, qual pur avrebbe potuto avvenire. Complice, sicuramente, in tal miracolosa salvezza, avrebbe dovuto essere riconosciuta la non eccessivamente tardiva ripresa di controllo su se stesso, e sul proprio corpo, in misura allora sufficiente a permettergli di eludere, seppur solo in parte, quell’offensiva, ovviando alle sue peggiori, e ineluttabilmente tragiche, conseguenze, per limitarsi a essere colpito solamente quasi di striscio, e pur, ciò nonostante, in misura egualmente sufficiente a vedere un ampio, e non gradevole, squarcio in corrispondenza al proprio pettorale sinistro, dalla spalla al centro del possente addome.
Un’aggressione rivolta al suo cuore, palesemente e incontestabilmente, ma che, pur non senza conseguenze, non si riservò opportunità di soddisfazione alcuna…

« Ga… ahh’Ad! » bestemmiò il nome del proprio dio prediletto, lasciando animare la propria voce da un tono di rimprovero, anche ove, oggettivamente, il solo rimprovero che mai avrebbe potuto avere ragione di formulare avrebbe dovuto essere considerato a proprio esplicito discapito, primo e unico colpevole per quanto appena accaduto, per il sangue che, simile a un crudele pegno, venne allora da lui preteso a compenso per la propria sciocca mancanza.
« Tarth! » imprecò Masva, maledicendo, in tal invocazione, non tanto il dio del mare al quale l’intera Tranith avrebbe dovuto il proprio nome, quanto e piuttosto se stessa, temendo che, con un’infantile beffa si potesse essere resa responsabile della prematura scomparsa del proprio amato, della morte di chi soltanto colpevole di essere a lei sì legato da non riuscire a intendere quanto semplicemente e stupidamente scherzoso avrebbe dovuto essere intesa quella sua accusa, in alcuna misura trasparente di una qualche gelosia nei confronti della Figlia di Marr’Mahew o di altre donne.
« Thyres… » concluse la stessa Midda Bontor, richiamando a propria volta la divinità con la quale, da sempre, si era interfacciata tanto nelle proprie preghiere, quanto in occasioni meno rispettose, meno timorate, seppur, sempre contraddistinte dall’assenza di una qualche concreta volontà d’offesa nei suoi confronti, nei suoi riguardi, non tanto per una qualche reverenziale ritrosia all’idea di potersi porre in aperto contrasto con essa, quanto e piuttosto per una ragionevole assenza di motivazioni utili a giustificare, da parte propria, un’altrimenti del tutto gratuita insolenza, innanzi alla quale tanto la dea dei mari, così come qualunque altra divinità, avrebbe avuto ogni diritto volto a pretendere vendetta.

Ancor più di qualunque possibile rassicurazione verbale, in conseguenza a quanto accaduto, e a come avvenuto, a placare i legittimi timori sorti nei cuori delle due donne per la sorte di Av’Fahr poterono le sue azioni, o, più precisamente, le sue reazioni in risposta a quell’offesa, a quell’aggressione che, seppur non la vita, gli era costata una brutta ferita che, anche nella migliore delle ipotesi, anche nel momento in cui si fosse completamente rimarginata senza infezione alcuna e senza drammatici rischi di setticemia, avrebbe sicuramente lasciato ricordo di quegli eventi per gli anni a venire, sino all’ultimo dei suoi giorni, quasi un monito per imporgli di rimembrare sempre quant’anche il tempo proprio di una minima frazione di battito di ciglia avrebbe potuto distinguere la vita dalla morte, la sopravvivenza dal trapasso. Perché allora, a dimostrare quant’ancora avrebbe dovuto essere riconosciuto affezionato alla propria esistenza terrena e alla caducità di quella quotidianità da creatura mortale, egli mosse con furia e, pur, con controllo, il proprio intero corpo a condurre la fiera arma appartenuta alla straordinaria Ja’Nihr a trafiggere in cranio del proprio quasi aguzzino, con impeto tale che non ebbe neppure necessità di ricercare un varco attraverso le due pericolose fila di denti simili a lame, creandosi, autonomamente, tale passaggio nell’arrivare addirittura a sfondare, di netto, due fra tali zanne…


mercoledì 22 maggio 2013

1948


Midda Bontor non era sempre stata una mercenaria. Né, prima ancora, era sempre stata un marinaio. Ciò che, tuttavia, ella era sempre stata era una combattente e un’avventuriera.
Nata figlia dei mari e cresciuta nella piccola e pacifica isola di Licsia, di poco più grande rispetto a Bael là dove si poneva impegnata a combattere in quel particolare momento, in quel preciso frangente, colei che diversi anni dopo avrebbe iniziato a essere conosciuta qual la più straordinaria mercenaria di quell’angolo di mondo, oltre che un’insuperabile donna guerriero forse e addirittura impossibile da abbattere; sin dai primi anni della propria esistenza ella aveva offerto evidenza di quello stesso animo, di quello stesso spirito privo d’eguali che avrebbe iniziato ad affinare nel corso della propria fanciullezza e che l’avrebbe contraddistinta da adulta, dimostrando, in tal modo, una certa, mai rinnegata, coerenza di fondo. Perché anche laddove altri bambini e altre bambine, suoi coetanei, erano al più soliti dimostrarsi desiderosi di imitare il comportamento dei propri genitori o di altri propri parenti, in un giuoco che, un giorno, avrebbe assunto il palese carattere di un tirocinio, di un apprendistato; da parte della piccola Midda alcuna passione era mai stata dedicata se non nei riguardi di quelle mirabolanti storie apprese attraverso le canzoni dei bardi, e alcun giuoco era mai stato ricercato al di fuori di quello che l’avrebbe vista protagonista di incredibili battaglie, di stupefacenti conquiste, a propria volta eroina all’interno di quegli stessi racconti da lei tanto apprezzati, addirittura e forse persino idolatrati qual unica verità degna d’esser apprezzata.
Una chiara scelta nel confronto con il proprio stesso futuro, con quanto ella avrebbe voluto rendere qual proprio futuro e avrebbe lottato per ottenere, che non avrebbe potuto essere in alcun modo equivocata e che, da parte sua, l’aveva vista sempre agire con umile fedeltà a tali ideali, anche laddove ciò avrebbe significato porre in dubbio tutta la propria stessa e intera vita, così come, del resto, aveva compiuto abbandonando la propria dimora ancora bambina per imbarcarsi clandestinamente su quella nave che, sperava, l’avrebbe condotta all’importante incontro con il proprio stesso destino.
Per quanto, tuttavia, l’indole guerriera e il richiamo dell’avventura potessero essere sempre stati forti in lei, in misura tale, addirittura, da spingerla a un gesto tanto azzardato, soprattutto per un’età così straordinariamente giovane e per chi, come lei, da sempre vissuta, prima di allora, in un ambiente soltanto contraddistinto da pace e amore; simile predisposizione, da sola, non avrebbe potuto rappresentare, né per lei, né per chiunque altro, una concreta possibilità di sopravvivenza, una reale opportunità volta al mantenersi nel piano d’esistenza proprio dei viventi. Non, quantomeno, in attesa di un’adeguata formazione, di un utile addestramento che, a partire dalla pur pregevole materia grezza da lei offerta, sarebbe stato non solo necessario, ma addirittura indispensabile al fine di riuscire a dar vita al capolavoro che, dopo un’intera vita trascorsa in ogni genere di campo di battaglia, spesa in ogni possibile guerra, l’aveva resa quell’incomparabile capolavoro che, ormai, avrebbe dovuto oggettivamente essere riconosciuto. E non un mese, una stagione, un anno e neppure un lustro, avrebbero allora potuto essere ricordati qual spesi in quella formazione, per renderla colei che ella era in quello specifico momento, in lotta contro una mandria di cavalli di mare; quanto e non di meno la propria intera vita, tutta la propria esistenza, dal momento in cui, sebbene non le fossero mancati maestri d’arme di ogni sorta e natura, tali da insegnarle a combattere tanto a mani nude, quanto con spade, scuri, martelli, bastoni, picche e, ancora, qualunque attrezzo avrebbe mai potuto essere impiegato per strappare la vita da un corpo avversario, le più importanti lezioni che mai avrebbe potuto rimembrare, avrebbe potuto vantare di aver ricevuto, avrebbero dovuto essere riconosciute quelle letteralmente conquistate, giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia, dagli antagonisti sconfitti, dai nemici abbattuti, nel sangue dei quali era stato redatto l’unico attestato del quale avrebbe mai potuto abbisognare per veder riconosciuti i meriti del proprio operato, il livello della propria professionalità.
Alla luce di simili considerazioni, di tali, inconfutabili, verità, descrivere Midda Bontor con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra propria del pantheon di un piccolo arcipelago a occidente di Kofreya, non sarebbe potuto risultare in alcun modo gratuitamente enfatico, non maggiormente rispetto a considerarla una figlia del mare solo perché nata e cresciuta su un’isola, e con una tale confidenza con quell’infinita distesa azzurra da averle reso più semplice apprendere a nuotare ancor prima che a camminare. Perché nella stessa misura con la quale ella avrebbe saputo dirsi in armonia con il mare e con le sue leggi, naturali e non, in egual modo avrebbe potuto essere riconosciuta in comunione con la guerra e con le sue dinamiche, per quanto drammatiche o, addirittura, tragiche. Non semplice alfiere, non fanatica promotrice, tuttavia e in ciò, della guerra, della violenza qual mezzo di risoluzione d’ogni conflitto, d’ogni dissenso, d’ogni problema, quanto e piuttosto, carnale rappresentazione, terrena raffigurazione, ella era divenuta, con orgoglio e con convinzione, capace di esprimere, in ogni proprio pur letale gesto, in ogni propria pur terrificante offensiva, non soltanto una condanna a morte, quant’anche e paradossalmente un inno alla vita e alla passione, a una passione fisica tanto intensa, sì pulsante, da poter essere persino equivocata qual sessuale, qual erotica, benché mai avesse tratto personale piacere dalla morte dei propri avversari. Avversari dei quali, pertanto, non di principio ricercava sofferenza o condanna, nel preferire, altresì, onorare la guerra che ella, concretamente, aveva reso arte, nel decretare una sconfitta senza, per questo, pretendere una vita, imporre il proprio trionfo senza, in ciò, necessariamente, provvedere a una prematura dipartita del proprio antagonista.
Non in omaggio alla morte, nella quale pur non avrebbe potuto ovviare a eccellere, quanto e soltanto in tributo alla guerra, quindi, avrebbero dovuto essere da sempre, e sempre, intese le sue conturbanti movenze, quella danza inebriante e coinvolgente nel confronto con la quale qualunque uomo, e probabilmente persino molte donne, si sarebbero ritrovati intimamente interessati a seguire, ad assistere se non, addirittura, a partecipare, accanto a lei, nella speranza, in ciò, da ciò, di poter ottenere, forse per osmosi, forse per empatia, una qualche personale possibilità di eguale compiacimento, al pari di quello da lei tanto trasparentemente tratto. Un tributo alla guerra, da sempre, e sempre, che anche in quel momento, in quel particolare contesto, non venne meno, neppure nel confronto con quei mostri privi di qualsivoglia barlume di umanità, e animati soltanto da una brama di sangue e di morte, non per mero sadismo quanto, e possibilmente, per ancor più preoccupante appetito, ai quali, pur, ella avrebbe dovuto riconoscersi costretta a tentare di imporre, necessariamente e inequivocabilmente, il gelido tocco della propria lama bastarda.
E così, anche in una situazione che chiunque altro, a incominciare dai suoi stessi due complici in quella battaglia, Masva e Av’Fahr, avrebbe ritenuto quantomeno priva di qualunque ragione di allegria, di divertimento, per non scadere, esplicitamente, del dramma e nella tragedia; Midda Bontor, già Figlia di Marr’Mahew, ormai anche Campionessa di Kriarya, non poté che riservare per sé un’occasione di diletto, una ragione di trasparente entusiasmo, tale da rendere una tanto pericolosa disfida, un sì letale tenzone, un piacevole diversivo. Con indubbia complicità, in favore di un tale distorto intendimento di una terrificante minaccia, della sgradevole pressione psicologica in suo contrasto rappresentata dal confronto con il nipote: un impegno da lei assolutamente non apprezzato, privo di qualunque possibilità di ebbrezza, che, in conseguenza a quell’assalto, era stata, fortunatamente avrebbe detto, costretta a sospendere, a rinviare a un prossimo futuro, e che, fosse dipeso fra lei, avrebbe ulteriormente posticipato, non riuscendo a riconoscersi, proprio malgrado, qual già pronta a un simile confronto, per quanto chiunque altro lo avrebbe giudicato addirittura banale, soprattutto innanzi alla prospettiva offerta dall’unica alternativa lì a lei allora riservata, e pur, non di meno, maggiormente gradita.

« Sono spiacente di informarvi che con questo ho raggiunto quota tre! » esclamò, con un tono quasi rammaricato, in direzione della rossa e del figlio dei regni desertici centrali, nel contempo in cui la punta della propria spada riuscì a farsi spazio all’interno del cervello di un’altra vittima, la terza, così come da lei sinceramente riferito, imponendole senza esitazione, senza compassione o pentimento, quell’unica fine auspicabile e auspicata, in opposizione a quell’ippocampo così come a qualunque altra simile creatura affiorata dal mare per porre loro assedio in quel di Bael, nel bel mezzo di quella violenta tempesta.



martedì 21 maggio 2013

1947


A ribadire la propria scelta, la propria decisione in favore a quella sfida, per quanto potenzialmente letale, per quanto non così improbabile avrebbe avuto a doversi riconoscere un suo sacrificio nel corso della medesima, Be’Sihl allorché indietreggiare ulteriormente, ancora sottrarsi a quell’avversario e alla minaccia da lui in tal modo suggerita, si spinse maggiormente avanti, stringendo al contempo la dita della propria destra attorno all’impugnatura della sua spada così come i propri stessi denti gli uni contro gli altri, evidenza dello sforzo psicologico, ancor prima che fisico, compiuto in un gesto in tanta aperta violazione a ogni istinto di conservazione, a quel medesimo spirito di sopravvivenza che pur, poco prima, gli aveva garantito la possibilità di non soccombere prematuramente alla violenza del mostro. E in simile progresso, in tale ricerca di conflitto, egli non si limitò semplicemente a ridurre la distanza fra sé e la propria controparte, ma, soprattutto, levò il proprio stesso braccio destro a cercare il più istintivo, ma non per questo necessariamente inefficace, fendente, diretto nell’esatto centro del capo dell’ippocampo.
Tuttavia, sebbene quel gesto quasi naturale, spontaneo, avrebbe pur potuto vedergli riservata opportunità di successo in confronto con qualunque altro genere di antagonista, soprattutto laddove, come in quel particolare frangente, questi non si fosse a lui sottratto, non avesse ricercato, innanzi alla sua offensiva, un’occasione di fuga, una qualche speranza di evasione; nella disfida allora ricercata, e ottenuta, nel confronto con quella tanto temibile creatura, tale assunto, simile favorevole possibilità, non avrebbe purtroppo potuto riservarsi alcuna opportunità di concretizzazione, nel ritrovarsi a essere completamente vanificata innanzi all’impenetrabilità di quella corazza naturale, di quella superficie a scaglie più resistente di qualunque armatura, e in offesa alla quale né quella semplice lama, né armi di ben migliore fattura, avrebbero potuto riservarsi qualsivoglia prerogativa di successo. Così, tanto ardimento, pur indubbio coraggio, si ritrovò posto a impietoso confronto con l’inutilità del proprio operato nel momento in cui il pur apprezzabile acciaio di quella spada si arrestò, senza danno alcuno imporre, contro il grosso capo del cavallo di mare, addirittura riversando delle sgradevoli vibrazioni qual reazione a tanto violento impegno a discapito dello stesso braccio mossosi per colpire, e che, in ciò, ebbe quasi ragione di risultar colpito, quasi avesse sfogato tutta quell’energia contro un muro di impenetrabile roccia.

« Dannazione! » imprecò, faticando non poco al fine di non perdere la presa su quell’unica arma in suo possesso, di non smarrire la sola risorsa offensiva che avrebbe potuto essergli concessa nel mentre in cui, proprio malgrado, si ritrovò costretto a indietreggiare, a cercare ancora una volta un certo margine di sicurezza fra sé e il mostro, a sottrarsi alle terrificanti zanne che, nuovamente, invocarono le sue carni, ricercarono le sue membra, desiderose di nutrirsi, bramose di godere di quel ritenuto sicuramente delizioso pasto, per quanto lo stesso locandiere ineluttabilmente recalcitrante sarebbe stato ad accettare di essere ridotto a tale misura, di doversi considerare, banalmente, una preda inerme offerta a qualunque capriccio del proprio carnefice « Credevo che Midda avesse la testa dura… ma tu, amico mio, ce l’hai molto più persino rispetto a lei! »

Un’ironia non gratuita, quella rivolta in tal modo all’indirizzo della propria amata che pur lì non era presente e, in tal senso, non avrebbe né avrebbe potuto apprezzarla o né, più difficilmente, disapprovarla, per scandire la quale il locandiere avrebbe potuto vantare ogni ragione, ogni motivazione, soprattutto dopo essersi scontrato per oltre quindici anni con la ritrosia della donna all’idea di poter star vivendo un qualsivoglia genere di sentimenti affettuosi, se non, addirittura e più esplicitamente, carichi d’amore, in un rapporto che, fra loro, aveva quasi immediatamente trasceso non solo ogni diffidenza, e, forse, persino ogni ipotesi di semplice amicizia, per dimostrarsi altresì animata da una complicità, da una confidenza, che soltanto due amanti avrebbero potuto dimostrare, benché, per oltre tre lustri, quell’eventualità fosse apparsa quanto di più improbabile possibile fra loro.
Che la Figlia di Marr’Mahew, in ciò, avesse dimostrato una certa, ostinata, ritrosia a smuoversi dalle proprie idee, dalle proprie decisioni, semplicemente indubbio avrebbe dovuto essere considerato, soprattutto dal suo particolare e personale punto di vista, benché, sotto tale profilo, non avrebbe dovuto essere riconosciuta, da parte del suo attuale, e forse ultimo, compagno di vita e di letto, alcuna concreta ragione di critica, e di critica denigratoria, qual pur avrebbe potuto essere superficialmente considerato qual presente alla base di quella stessa beffarda osservazione. Al contrario, Be’Sihl non avrebbe potuto evitare di ammettere un’indubbia e personalissima approvazione a tal riguardo, a simile proposito, nell’amare, semplicemente e indubbiamente, quello stesso spirito forte, energico e tenace, fiero delle proprie opinioni, delle proprie idee, e disposto a combattere sino all’ultimo per difenderle e per sostenerle, anche ove, in ciò, avrebbe potuto contrariare l’opinione di eventuali terzi, fossero questi a lei del tutto estranei così come cari amici di antica data, per compiacere le aspettative dei quali non avrebbe mai rinunciato a essere colei che ella era, e a dar voce a quanto, dal profondo del suo cuore, e in assoluta armonia con la sua mente e con il suo animo, ella si sarebbe potuta riconoscere desiderosa di professare.
Amata, qual era, o meno, qual non avrebbe mai potuto essere, non, per lo meno, da parte dello stesso sha’rtiagho, simile caratteristica nella propria compagna, comunque incontrovertibile avrebbe dovuto essere ammessa l’esistenza di una tanto, irremovibile, perseveranza, in misura allora quantomeno utile a non rendere quell’intervento verso l’ippocampo completamente incomprensibile, assolutamente privo di ragione, in un paragone che sarebbe altrimenti risultato essere del tutto immotivato.

« In che modo aveva raccontato essere possibile ucciderti…?! » domandò, rivolgendosi esplicitamente verso il mostro che forse sperava di poter intrattenere con simile favella, e che pur, in tal senso, non gli aveva, né gli avrebbe, offerto la benché minima disponibilità, non avendo formalmente il benché minimo interesse a rispondere alle domande, provocatorie o meno, che il mondo, o lo stesso locandiere nel dettaglio di quel momento, avrebbe ritenuto opportuno destinargli « Di certo non colpendoti al cuore, anche perché mi sento fiducioso di escludere l’eventualità secondo la quale, qualunque dio ti abbia generato, si sia interessato a offrirti migliore protezione al tuo bel musone, ancor prima che al resto del tuo corpo, soprattutto in quelle parti necessariamente più deboli… più suscettibili a possibili attacchi nemici. » argomentò, ricorrendo al raziocinio per sopperire a un’apparente difficoltà a rimembrare l’esperienza vissuta dalla propria amata e amante, ed escludendo in tal senso l’idea di sprecare nuove energie in aggressioni allora quasi certamente prive di speranza alcuna di successo « Accidenti a me… » sbottò a conclusione, trasparentemente contrariato non tanto da un’assenza di replica a un interrogativo retorico, quanto e forse a quel sicuramente spiacevole vuoto di memoria, che mai, come allora, avrebbe potuto esigere da lui un alto prezzo a compensazione per simile mancanza.

E se, in quelle reazioni, tristemente reale non poté che risultare quella dimenticanza da parte sua; difficilmente criticabile, di improbabile condanna, avrebbe dovuto essere, egualmente e umanamente, considerata, essendo invero stata, l’avventura dell’amata in contrasto a un mostro qual quello in sua opposizione allora schierato, soltanto una fra le molte, fra le troppe battaglie di una vita intera dedicata a quel genere di confronti, a quella particolarmente epica categoria di imprese, nel tentare di ricordare ognuna nel pur minimo dettaglio persino un cantore, persino un bardo, avrebbe dimostrato i propri limiti, le proprie debolezze, nel rischiare di trovarsi costretto a improvvisare e a inventare, ancor prima che di deludere i propri spettatori, i propri ascoltatori.
Un dimenticanza, però, che seppur umanamente non criticabile, non condannabile, all’atto pratico proprio di quel tenzone, di quella pugna, avrebbe altresì potuto rappresentare per lui la differenza fra una nuova alba, allo scemare della tempesta, e le tenebre eterne, nella notte della morte che, presto o tardi, inesorabilmente, avrebbero preteso da lui un obbligatoriamente giusto tributo.