Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 30 settembre 2013

2054


Se è vero che la notte porta consiglio, e che sbagliando s’impara, i lividi che ornarono la mia schiena, e l’indolenzimento che contraddistinse tutta la mia colonna vertebrale all’indomani di quel gesto, sembrarono volermi offrire evidente promemoria al fine di ovviare al ripetersi di azioni egualmente avventate, almeno fino a quando non avessi preso effettiva confidenza con le potenzialità di quel nuovo arto.
A volerla dire tutta, con quell’atto gratuitamente stolido, e pur fondamentalmente semplice, addirittura banale, riuscii ad assicurarmi la possibilità di risvegliarmi così sgradevolmente pesta come solo, generalmente, era solito accadermi a seguito dello scontro con un qualche bestia di immani proporzioni, come un tifone, una manticora o, eventualmente, il mio sposo, per quanto mi concerne egualmente classificabile nella categoria “bestia”. Purtroppo, laddove in tali casi avrei potuto avere ragione di che lamentarmi, maledicendo l’antagonista di turno, in quel particolare frangente la sola con la quale avrei potuto prendermela sarebbe stata colei la cui immagine si rifletté nello specchio della mia lucida protesi cromata, sulla quale ebbi a contemplare il volto di quella sciocca in grado, con la propria superficialità, di anchilosarmi persino più di quanto molti altri, più determinati e coscienti delle proprie intenzioni, fossero mai riusciti a compiere… proprio malgrado.

« … idiota… » commentai, rivolgendomi al mio riflesso, sulle labbra del quale, immancabilmente, ebbe a scandirsi il medesimo buongiorno.
« Parli con me…?! » domandò Duva, serenamente, facendo capolino da sotto la mia branda e stiracchiando i propri agili e sinuosi muscoli con pigre movenze quasi feline, appena disturbate da un sonoro scricchiolio che, a conclusione di ciò, fu emesso dal suo stesso collo, nel riallinearsi di tutte le proprie vertebre.
« No… non ne avrei ragione. » replicai prontamente, non desiderando offrire spazio ad ambiguità di sorta, che solo avrebbero reso ancor più antipatiche le conseguenze del mio non ponderato gesto « Stavo solo commentando l’esito non propriamente positivo di un esperimento compiuto questa notte… » soggiunsi, facendo atto di pormi a sedere sul mio giaciglio sospeso e, in ciò, ritrovandomi costretto a stringere i denti, nella pessima risposta che ebbe a riservarmi il mio stesso corpo, evidentemente ancora irato, con me, per quanto accaduto.
« Mmm… non sono certa di capire, ma forse è anche meglio così. » aggrottò appena la fronte, nel dirigersi verso il gabinetto, per potersi servire del medesimo, senza dimostrare più imbarazzo di quanto non ne avrei potuto dimostrare io stessa, in una confidenza che ebbe allora a soddisfarmi, nel confermarmi quanto, quella donna, fosse esattamente come la ricordavo.
« Diciamo solo che, nell’entusiasmo di sperimentare la mia nuova protesi, mi sono slanciata con troppo impeto verso il soffitto… e la mia schiena non ha propriamente apprezzato. » riassunsi e semplificai la questione, storcendo le labbra verso il basso e muovendo la mia mancina, la sola dotata di sensibilità, a massaggiarmi delicatamente le parti più intorpidite e a vagliare, in tal modo, il danno.
« Ottimo! » esclamò la mia interlocutrice, osservandomi dal basso della propria posizione, con i gomiti appoggiati al di sopra delle ginocchia e un’espressione fra il preoccupato e il divertito sul volto « Spero che tu non ti sia fatta troppo male, perché oggi avrai da mettere a dura prova non soltanto il tuo braccio nuovo e la tua schiena, ma un po’ tuto il tuo corpo. Estrarre l’idrargirio non è esattamente un lavoro… riposante. » mi avvertì, contemplandomi con aria pensierosa.

Che l’idrargirio fosse la fonte di energia alla base, praticamente, di tutta la tecnologia di quella nuova e più estesa realtà a me circostante, incluso il mio stesso arto meccanico, avrebbe per me dovuto essere considerata, allora, informazione più che nota e, obiettivamente, non avrebbe potuto essere altrimenti anche a prescindere dalle premonizioni passate.
Che cosa fosse, di preciso, l’idrargirio e da dove trovasse origine, tuttavia e altresì, avrebbe dovuto essere considerata informazione meno ovvia, meno banale, tale da spingermi, anche, a notare quanto, ancora una volta, mi fossi approcciata alla questione con eccessiva leggerezza, non preoccupandomi delle dinamiche dietro all’evidenza di quanto mi stava attorno, in un’ingenuità, per me, tutt’altro che consueta, ben distante dal potersi considerare solita. Al contrario.
Consapevole di ciò e desiderosa di rimediare, decisi di approfittare di quel momento di obbligata attesa, da parte della mia compagna di cella, per domandare lumi a tal riguardo…

« Per intenderci… » ripresi voce, lasciandomi nel mentre di ciò calare dalla mia branda a terra, senza azzardarmi a compiere qualche elegante salto nel desiderio di evitare nuove complicazioni « … in cosa consiste il lavoro di estrazione dell’idrargirio? Cioè… come è fatto?! »
« Di base l’idrargirio è un minerale. » mi rispose con incedere comprensivo lei, nel risollevarsi dalla tazza di ceramica su cui era rimasta accomodata per meno tempo di quanto mi sarei potuta attendere, per poi azionare lo sciacquone e ripulire il tutto con una rapidità e un’efficienza alla quale mi ero già piacevolmente abituata, per quanto ancora difficile da considerare tanto scontata così come, al contrario, sarebbe stata per chiunque confidente con tale arredo, qual ai miei occhi non avrebbe potuto evitare di apparire, in luogo al corretto termine di impianto sanitario, o igienico « Libero… » mi avvisò, facendosi poi da parte per permettermi di espletare a mia volta eventuali bisogni.
« Grazie. » risposi, avvicinandomi al gabinetto e, non dimostrando maggiori pudori rispetto a lei, invitandola nel contempo a proseguire « Dicevi che è un minerale…? »
Annuì: « Sì. All’apparenza è una pietra cristallina, simile al quarto,… » quarzo, ovviamente « … e, per come lo vedrai oggi, e per tutto il tempo che lavorerai in miniera, ti apparirà in tale forma, con la quale svilupperai presto un’ingiustificata antipatia, forse dovuta all’eccessiva frequentazione. » ironizzò, arricciando l’estremità destra delle proprie labbra in un sorrisetto tirato « Tuttavia, attraverso un particolare processo da compiersi in condizioni estremamente controllate, l’idrargirio muta completamente il proprio stato fisico e assume una consistenza liquida, simile a quella di metallo fuso, oltre a una straordinaria capacità di immagazzinare energia, superiore a quella che mai si potrebbe sperare di incanalare con qualunque altro mezzo. » cercò di spiegarmi, in quelle che, compresi, furono le parole più semplici che riuscì a trovare, non tanto per ovviare alla mia ignoranza in materia quanto, e ancor più, per evitare difficoltà con il traduttore automatico, che, nel merito di questioni di ordine puramente tecnico, avrebbe potuto dimostrare facilmente tutti i propri limiti, come già la sera precedente, nel non trovare corrispettivi consoni all’interno del lessico da me utilizzato.
« Al punto tale da poter assorbire l’energia di un fulmine…? » cercai di comprendere meglio il concetto, con il primo esempio che fui in grado di individuare, nel pensare a una fonte di potere naturale esistente anche nel mio mondo, nella mia passata realtà quotidiana, per quanto, per ovvie ragioni, rimasta da sempre priva di occasioni di sfruttamento, se non da parte di qualche strega o stregone.
« Assolutamente! » confermò, senza un solo istante di esitazione « Considera che, per quanto minimo sia il quantitativo di idrargirio presente all’interno del tuo braccio, forse appena una goccia, tutta l’energia del più potente fulmine che tu abbia mai osservato non sarebbe sufficiente a saturarlo, tale è la sua incredibile capacità di accumulo. »
« … Thyres! » non riuscii a fare a meno di esclamare, sinceramente sorpresa da quel dettaglio.
« Non comprendo di preciso cosa tu abbia detto ma, se è un imprecazione, non è per nulla a sproposito. » sorrise compiaciuta Duva, a ragion veduta soddisfatta dalla prospettiva di essere riuscita a spiazzarmi in quel modo « Del resto, nulla di meno potrebbe alimentare i motori di una nave stellare… non nel desiderio, quantomeno, di non invecchiare e morire soltanto nella speranza di riuscire a raggiungere i limiti di un sistema solare. » puntualizzò, strizzando il proprio occhio sinistro, con fare complice « La lezione sulla dinamica dei viaggi interstellari credo però sia meglio rimandarla a un altro momento… stanno per passare a prenderci, per darti la possibilità di applicarti sul profilo pratico oltre che su quello squisitamente teorico. » concluse, nell’invitarmi, implicitamente, a concludere alla svelta quanto stavo compiendo, in vista dell’inizio del mio primo turno di lavoro in miniera.


domenica 29 settembre 2013

2053


Per quanto, come ebbe occasione di confermarmi il mattino seguente, Duva avrebbe gradito proseguire ancora in quel confronto verbale non meno di quanto non avrei personalmente preferito fare, le sedici ore di lavoro accumulate sulle spalle ebbero la meglio su di lei e, quasi senza che le fosse concessa possibilità di rendersene effettivamente conto, ella crollò addormentata, affidandosi alla protezione di qualunque dio del sonno vegliasse su di lei.
Dal canto mio, come ho già detto, non avevo alcuna intenzione di mettermi a dormire, nella consapevolezza di come, sdraiarmi in quel momento, con così tanta eccitazione in corpo e così tanti pensieri per la mente, avrebbe soltanto significato condannarmi a un tormento privo di possibilità di soddisfazione e volto a vedermi, semplicemente e costantemente, rigirarmi senza requie in tale giaciglio, in tale branda sospesa, quale era rimasta quella a mia disposizione. Per tale ragione, dopo essere tornata a misurare, per l’ennesima volta, le dimensioni della cella, decisi di dedicarmi a un genere di attività nel quale già da troppi giorni non stavo trovando occasione di cimentarmi, in quello che, probabilmente, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual un primato, negativo e pur sempre un primato, da parte mia, nella costanza che, altrimenti, aveva da sempre contraddistinto il mio impegno in tal senso.
In contrasto a ogni consiglio, fosse esso delle guardie, fosse di Duva, iniziai allora a impegnarmi in una serie di esercizi fisici in sola grazia alla dedizione ai quali mi era stata concessa la possibilità di giungere a quattro decenni di vita conservando, obiettivamente, ancora l’agilità e la prestanza di una ventenne. Un requisito fondamentale, a dispetto di quanto non potrebbero sprecarsi a sostenere i più maliziosi, non soltanto per i miei incontri intimi con Be’Sihl, che pur mai ha trovato ragione per cui lamentarsi, almeno sino a oggi; quanto e piuttosto per concedermi la possibilità di sopravvivere alla mia stessa esistenza quotidiana, colma di duelli, combattimenti e battaglie, sangue, dolore e morte; non in conseguenza a una qualche maledizione, a una qualche costrizione divina, quanto e piuttosto per mia esplicita volontà, per mia precisa scelta, nel ritrovare soltanto in tutto ciò, in tale sfida continua, la possibilità di sentirmi realizzata, di sentire la mia esistenza qual realmente vissuta.
E volendo unire, allora, l’utile al dilettevole, non mancai anche di porre alla prova il mio nuovo arto destro, non pretendendo da lui, banalmente, quanto richiesto al mio mancino; ma anche, e addirittura, qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, qualcosa di più, a verificare non soltanto quanto controllo avrei potuto vantare su quella nuova estensione del mio corpo, ancora fondamentalmente per me sconosciuta, ma, ancor più, quanto avrei potuto esigere nei suoi confronti, pur consapevole della limitata carica con il quale, in quel frangente, mi era stato fornito. Così, nel mentre in cui mi stavo impegnando in una serie di flessioni, scelsi di concentrarmi, per un momento, soltanto su quella protesi, sollevando da terra la mia mancina e andando a riporla dietro la schiena, per poter meglio contemplare quel miracolo della tecnologia all’opera.
… lo ammetto, senza pudori e senza menzogne: la sensazione che provai fu quanto di più simile a un momento di eccitazione sessuale avrei potuto sperare di poter provare all’interno di quella prigione!
Come ho già accennato, per vent’anni, al mio fianco, era stata una protesi egualmente metallica, egualmente insensibile ma estremamente grezza nella propria forma e ingombrante nelle proprie dimensioni; che mi era costata un prezzo ben più grande di quanto non potrei mai avere desiderio di stare a disquisire con chicchessia; e, soprattutto, che da me assorbiva energie nella stessa identica misura del mio arto in carne e ossa, stancandomi nell’eguale misura e, soprattutto, non riservandomi vantaggio di sorta nel suo impiego, nel suo utilizzo, se non quello semplicemente derivante dal possedere sempre, al mio fianco, una risorsa utile a difendermi e, talvolta, a offendere miei eventuali avversari. Dati questi presupposti, come non avrei potuto essere meno che entusiasta, meno che incredibilmente galvanizzata e, persino, eccitata, all’idea di star lì compiendo una serie di flessioni senza neppure rendermi conto di quanto stavo compiendo, non provando alcun senso di affaticamento, non dovendomi impegnare in alcun genere di sforzo, se non in quello proprio del pensare a eseguire quel movimento?

« … Thyres… » ansimai, addirittura, per l’emozione, nel mentre in cui contemplavo quella meraviglia cromata in azione, quelle forme del tutto simile a una muscolatura completa, del tutto identiche, e speculari, alla mia muscolatura a ornamento del mancino, contrarsi e distendersi, distendersi e contrari, malgrado la sua straordinaria metallica solidità, così perfetta e statuaria.

Fu questione di un istante e, quasi drogata da quanto stava accadendo, costrinsi ogni muscolo del mio corpo a una repentina contrazione, per spingermi su una perfetta verticale, una linea retta, perpendicolare al suolo, lì tracciata da tutta me stessa, dai miei piedi, dalle mie gambe, dal mio addome, dalla mia testa e, ancora e soprattutto, dalle mie braccia: il mio sinistro mantenuto disteso al mio fianco, nell’unico sforzo necessario a mantenere quella postura, e il mio destro, altresì, teso verso il suolo, a sorreggere, solo, il mio intero peso, senza che me ne fosse neppure offerta l’impressione, la percezione, quasi, lì, fossi allora sospesa in aria, per effetto di quella  che, in tal caso, sarebbe stata un’inquietante magia e che, al contrario, non potei che interpretare qual il più straordinario miracolo del quale avrei mai potuto beneficiare.
Dal mio deltoide destro, il lucente metallo si estendeva al di sopra della mia spalla e, più in basso, lungo il mio bicipite, sul mio gomito, sull’avambraccio, sino al polso e alla mano, alle dita incredibilmente eleganti e affusolate; imponendosi immobile e, forse, inamovibile, fermo e, probabilmente, privo di qualunque possibilità di subire disturbo, da parte del mondo circostante, in sfida, persino e per quanto mi avrebbe potuto allora riguardare, a un terremoto.

« … Thyres… » gemetti, spostando lo sguardo da quella stupefacente perfezione della tecnica al soffitto sotto i miei piedi e, da lì, alla vicina branda, la mia branda sulla quale avrei dovuto pormi a riposo.

E… sì. Se qualcuno sta pensando che volli esagerare, è proprio così. Volli esagerare.
Ed esagerando, nella consapevolezza di essere stata dotata del potere potenzialmente utile a sollevare almeno mille libbre di peso senza neppure rendermi conto di quanto stesse accadendo, decisi di piegare leggermente il mio nuovo arto, per avvicinarmi lentamente al suolo quanto sufficiente a prendere lo slancio che ritenni utile a tradurre in realtà il mio proposito. Un proposito che ebbe a concretizzarsi, dopo un silenzioso, intimo conto alla rovescia, in una distensione improvvisa del braccio, con energia tale, secondo i miei piani, a spingermi in un’elegante capriola fin sopra alla mia branda, lasciandomi ricadere placidamente sulla medesima quasi, quanto in tal modo compiuto, avesse a doversi considerare il gesto più semplice, più ovvio, più banale del mondo, qualcosa di sì scontato da non poter neppure essere posto in dubbio.
Mio malgrado, tuttavia, l’essere contraddistinta da un’energia utile a sollevare almeno mille libbre di peso senza neppure rendermi conto di quanto stesse accadendo, avrebbe dovuto essere considerata per me una condizione del tutto inedita, mai sperimentata prima. E nel non aver mai sperimentato prima non soltanto quella condizione, ma anche, e peggio, quel gesto, quel movimento, l’effetto finale ebbe a discostarsi lievemente dalle aspettative. Lievemente, per lo meno, quanto utile a scaraventarmi con sin troppa violenza contro lo spigolo fra la parete e il soffitto; lì sopra costringendomi a espellere istantaneamente tutta l’aria che avevo in corpo in un lamento sommesso, prima di vedermi ricadere, qual peso morto, sopra il giaciglio mio unico obiettivo.
Tutto avvenne così rapidamente che, in un primo istante, non ebbi neppure modo di comprendere, con precisione, quanto fosse occorso. Per fortuna, in assenza di colpi subiti alla nuca, dopo qualche istante fui perfettamente in grado di ricostruire la dinamica del mio errore e, per esso, rimproverarmi aspramente, a denti stretti...

« Questo… non è stato gradevole… però… » sussurrai, nel mentre in cui mi ritrovai costretta ad accartocciarmi, in posizione fetale, non dissimile da un’animale ferito in cerca di sollievo… un animale ferito molto, molto stupido.



sabato 28 settembre 2013

2052


« Ehy… tutto bene?! » mi domandò Duva, non potendo fare lì a meno di notare la mia insistente reazione apparentemente nel merito di un tema sciocco qual quello di un lieve mal funzionamento nel traduttore automatico, intuendo, in ciò, come, certamente, non avesse a doversi considerare quello alla base della mia ormai evidente ansia.
« Sì… » annuii, titubante sul permettere al discorso di subire ancora una volta una deviazione, nel rischiare, in ciò, di trascurare già due temi precedentemente introdotti e, allora, persino quasi dimenticati, qual quello del suo rapporto con l’ex-marito e, ancora, quello dell’assurdità dell’idea di una qualche reazione di contrarietà all’idea del violento assassinio di uno stupratore psicopatico con manie di grandezza.
« Se non ti va di parlarne non c’è problema… » fece spallucce lei, forse temendo di aver insistito troppo in mia direzione e, per questo, accettando che la questione potesse avere a considerarsi lì conclusa, senza troppi altri giri di parole « Per inciso, la sveglia è alle cinque, il turno di lavoro dura fino alle ventidue, con un’ora di pausa pranzo alle tredici. » mi comunicò, facendo atto di tornare a stendersi sulla branda, scivolando al fianco di dove, ancora, ero seduta « Ti consiglio di approfittare della tua ultima notte di riposo, finché ancora ne hai la possibilità. » suggerì, in parole simili a quelle che la coppia di secondini aveva giò reso proprie e pur, in ciò, scandite con tono meno arrogante, meno aggressivo e, necessariamente, più premuroso, più interessato al fatto che io, effettivamente, potessi godere di qualche ora di quiete prima della tempesta.

Malgrado tale premura, però, non avrebbe dovuto essere considerata mia intenzione quella di riposare.
Non nell’immediato. Non prima di aver chiarito con lei il perché della mia esitazione. E, di certo, non prima di aver posto alla prova quel mio nuovo arto destro, quasi dimenticato qual presente al mio fianco dopo ormai troppo tempo nel corso del quale non avevo più potuto godere della compagnia di una protesi in sostituzione al mio ormai dimenticato braccio originale.
Così, scuotendo il capo, mi rialzai dalla sua branda, nel non volerle comunque imporre occasione di fastidio, e feci un altro paio di passi lungo lo stretto spazio offertoci all’interno della cella, prima di riprendere voce verso di lei, dopo aver cercato le parole più opportune per introdurre l’argomento…

« Stavo pensando al mio compagno… » ammisi, optando ancora una volta per la via della franchezza, nel concedermi, nel contempo di tali parole, un lieve sorriso che risultò, probabilmente, quasi nostalgico « A Loicare non sono arrivata sola. E se, in grazia agli dei, egli è riuscito a cavarsela meglio di me con l’accusatore, purtroppo non posso che sentirmi responsabile per aver agito così come ho agito, finendo per lasciarlo solo su un pianeta a entrambi completamente sconosciuto. »

Duva ascoltò con laconico interesse le mie parole, tornando a rivolgermi il proprio sguardo d’oro, pur restando ancora sdraiata sulla branda, in quella che, nel considerare il turno di lavoro appena espostomi, non potei evitare di considerare sincera necessità di riposo da parte sua. E, ricambiando il suo sguardo con i miei occhi color ghiaccio, mi concessi di restare in estemporanea attesa di una sua qualche replica, di un qualche suo commento a margine di ciò, non potendo in alcun modo ipotizzare in che misura avrebbe apprezzato confrontarsi con tale informazione.
La presenza di Be’Sihl al mio fianco, non in senso materiale in quello specifico frangente, ovvio, avrebbe dovuto essere infatti considerata la riprova di quanto da me sempre sostenuto, nell’impredicibilità di un fato mai scritto, di un destino mai preordinato sin da prima della nascita di un individuo. Perché, Be’Sihl, che pur avevo personalmente desiderato condurre insieme a me in quella che, probabilmente, un giorno potrà essere ricordata quale la più incredibile, o la più assurda, fra tutte le mie avventure, fra tutti i miei viaggi; non avrebbe dovuto essermi vicino in quell’impresa, in quella missione, in quel mio peregrinare fra le stelle: non, quantomeno, secondo l’illuminata opinione degli onniscienti scettri del faraone, che, all’interno dei miei sogni, lo avevano collocato a un’infinita distanza da me, al sicuro sul nostro pianeta natale. In ciò, pertanto, non mi sarebbe potuta essere concessa, in quel momento, alcuna pregressa consapevolezza nel merito di quale rapporto avrebbe mai potuto instaurarsi fra il mio amato e colei che già consideravo poter essere la migliore amica che mai avrei potuto sperare di trovare in quel fin troppo ampio universo; né, tantomeno, qualunque indizio utile a presupporre quale possibile fattore di disturbo avrebbe potuto rappresentare quella variazione rispetto al futuro da me, un tempo, sognato.
Credo che a tutti, prima o poi, sia capitato di vivere la propria quotidianità su due, o più, fronti fra loro particolarmente diversi, totalmente separati, tali da non prevedere fra essi possibilità d’incontro e, in ciò, tali da prevedere, altresì, l’instaurarsi di rapporti egualmente importanti seppur fra loro del tutto estranei, del tutto privi di momenti in comune, quasi appartenessero a realtà fra loro addirittura aliene. E credo che per tutti, prima o poi, sia giunto il momento in cui queste realtà siano inaspettatamente giunte a una collisione, in un intersecarsi necessariamente temuto e pur, alfine, purtroppo ineluttabile, inevitabile, improcrastinabile: un incontro fra aspetti diversi della propria vita, della propria quotidianità, fra persone egualmente importanti del proprio presente e, speranzosamente, del proprio avvenire, che non può evitare di apparire simile a uno spiacevole azzardo, a una scommessa dall’esito incerto. Perché se, nel migliore dei casi, tali mondi estranei potrebbero trovare, nel proprio comune punto di intersezione rappresentato da quell’unica persona in comune, una possibilità di quieta integrazione; nel peggiore dei casi, l’incompatibilità fra simili realtà potrebbe risultar tale da spingere in favore di una scelta netta, radicale, tale da veder drammaticamente esclusa una delle due parti in favore dell’altra.
… non so se sono riuscita a esporre il concetto in termini sufficientemente espliciti. Ma, ormai mi conoscerete, benché abbia avuto anche io i miei momenti di gloria, non sono, fondamentalmente, una gran oratrice. Anzi.
A prescindere dalla filosofia di cui sopra, nell’aver deciso di condurre con me Be’Sihl in quell’avventura al di fuori dei limiti del nostro mondo, pertanto, avevo creato l’occasione utile a permettere a quell’uomo del mio passato, con il quale pur desideravo condividere anche il mio futuro, di entrare in contatto con una parte del mio futuro, lì divenuto presente, con la quale non avrebbe dovuto avere nulla a che fare. E quanto avrebbe potuto occorrere in conseguenza a tutto ciò, purtroppo, non sarebbe stato in alcun modo scontato.

« Immagino che il fatto di essere stata condannata ai lavori forzati, non ti stia aiutando a essere serena a tal riguardo... » ipotizzò, con tono necessariamente retorico, storcendo appena le labbra verso il basso per esprimere solidarietà nei miei confronti, probabilmente più per cortesia che per un qualche ancor prematuro sentimento di amicizia « Comunque, per quello che può valere, Loicare non è proprio il peggiore dei mondi nei quali giungere per la prima volta. » si strinse nelle spalle, a minimizzare la possibilità di rischio riservata al mio amato « Non è un mondo dei sistemi centrali ma, da qualche secolo a questa parte, non è più neppure un pianeta periferico. Non nel senso stretto del termine. » soggiunse, per concedermi maggior dettaglio nel merito della precedente affermazione « Da quando sono state individuate, qui sulle lune di Kritone, questi giacimenti di idrargirio, ogni debito prima contratto è stato saldato e l’omni-governo è riuscito a conquistare una certa autonomia, accanto alla quale ha anche voluto imporsi occasione utile per crescere in rispettabilità e autorevolezza. »
« … mmm… » commentai, seguendo quel discorso con molta più semplicità rispetto ai precedenti, non mancando nel mio mondo esempi paragonabili a quanto lì occorso su scala leggermente maggiore « Inizio a comprendere la severità del sistema legale locale, allora… »
« Esattamente. » annuì, confermando la correttezza della mia intuizione e del verso nella quale si era sviluppata « Per nostra sfortuna, aggiungerei. » sorrise, strizzando l’occhio sinistro con fare complice verso di me, prima di sollevare ambo le braccia a ricongiungere le mani dietro la nuca, per poter, in tal modo, cercare occasione di riposo.



venerdì 27 settembre 2013

2051


« Dannazione, Midda Bontor! » esclamò, scuotendo appena il capo nello scandire quelle sillabe, o qualunque altra sillaba fosse sostanzialmente da lei stata scandita per definire il significante del significato per me tradotto in tale termine « Se tu fossi pazza, saresti la più straordinaria pazza con la quale io avrei mai avuto a che fare! » definì, in quello che volli intendere quale un complimento, benché volto a non escludere, ancora e completamente, simile ipotesi, a dispetto di quanto già detto e ripetuto a tal riguardo « Davvero hai inchiodato un uomo a terra con la sua stessa spada…?! »
« … anche più di uno, a essere onesta. » ammisi, rifiutando di sentirmi in imbarazzo per ciò « Spero che questo non ti risulti eccessivamente sgradevole. »
« L’idea che un dannato stupratore sia stato ammazzato in maniera particolarmente violenta dovrebbe apparire sgradevole? A me?! » aggrottò la fronte, a evidenziare assoluta sorpresa « Stai scherzando…?! » insistette, prima di gettare la testa all’indietro per poter liberare, verso il soffitto sopra le nostre teste, una sonora risata, quasi come se, a restare in una diversa postura rispetto a quella, avrebbe potuto correre il rischio di vedere il proprio intero capo deflagrare, sotto l’azione impetuosa di quella risata.
« Ehm… » esitai, non riuscendo a cogliere le ragioni di una reazione tanto enfatica, addirittura eccessiva, nel considerare, comunque, l’argomento oggetto di conversazione fra noi in quel particolare frangente « Ho la vaga impressione di essermi persa qualcosa. Mi sento come quando ci si avvicina al fuoco per ascoltare il cantore e questo sta già raccontando la battaglia finale. »
« Da queste parti diremmo: come quando si entra in un… e la proiezione è già iniziata. »  mi corresse ella, cercando di calmarsi, preoccupata, probabilmente, all’idea di potermi porre altrimenti a disagio con tanta ingiustificata ilarità.
« Quando si entra… dove?! » la interruppi, prima che potesse proseguire con eventuali spiegazioni, nel non volermi smarrire completamente in un discorso nel quale, malgrado il supporto del traduttore, ancora troppi erano i riferimenti a contorno, culturali e non, nel merito dei quali difettavo, rischiando, in conseguenza a ciò, di allontanarmi, metaforicamente, troppo da Duva per riuscire ancora a essere in grado di seguirla nell’evoluzione di quello stesso dialogo.
« In un… » ripeté ella, pronunciando una parola che, purtroppo, compresi, non stava riuscendo a essere riadattata in alcuna di mia pregressa conoscenza da parte del traduttore, in una misura tale per cui, alle mie orecchie, stava venendo addirittura silenziata, quasi una censura imposta a sfida della mia personale, e purtroppo lì resa incredibilmente palese, ignoranza.

Fu in quel momento, in quel contesto di confronto sostanzialmente privo di qualunque profonda implicazione, ove, in fondo, di mera chiacchiera su un tema fondamentalmente futile, qual quello di un modo di dire, che mi fu infatti chiaro quanto grata avrei dovuto considerarmi nei confronti degli scettri del faraone. Perché laddove, in grazia a quegli antichi e potenti manufatti, per loro intercessione, mi era stato possibile essere perseguitata, per molte notti, per intere settimane, da un solo, ricorsivo e quasi ossessivo sogno, ambientato in una realtà per me del tutto estranea; ciò non di meno, per merito esclusivo di quella particolare intermediazione onirica, delle dinamiche proprie del sonno e dei sogni, e di sogni così ricorrenti, era divenuto sempre più familiare, sempre più consueto, finanche a poter essere considerato addirittura normale, al pari di qualunque altro aspetto della mia vita quotidiana. Una familiarità, quindi, quella per me anticipatamente maturata con quanto allora, alfine, era divenuto effettivamente reale, indubbiamente concreto, che mi stava chiaramente concedendo la possibilità di un minore sconvolgimento nel confronto con tante novità, con tanta estraneità, innanzi alla quale, altrimenti, sarei potuta essere persino giustificata a perdere il senno.
E se fu in quel momento, in quel contesto, che giunsi a tale conclusione; fu egualmente in quell’attimo, in quel frangente, che un moto di angosciata preoccupazione non poté che crescere nel profondo del mio cuore e del mio animo al pensiero di colui che avevo trascinato con me in quella nuova, assurda avventura oltre ogni limite mai conosciuto a quella che per noi era sempre stata umanità: il mio amato, e pur estemporaneamente abbandonato, Be’Sihl.
Come avevo potuto essere stata tanto egocentrica da non prevedere quell’obbligato sviluppo? E, ancora, come avevo potuto essere stata tanto egoista da non essermi minimamente preoccupata di quanto il mio compagno avrebbe potuto ritrovarsi in profonda difficoltà a rapportarsi con tutto quello, nel mentre in cui io, a modo mio, mi stavo addirittura divertendo, benché rinchiusa in una prigione lunare?!

“Thyres…” ricordo che pensai, nel mentre in cui una dolorosa contrazione morse il mio ventre, uno spasmo di rimorso nel merito del quale, comunque, mi sforzai di non offrire eccessiva evidenza alla mia interlocutrice “Se solo sopravvivremo abbastanza da rivederci, avrò molto di cui farmi perdonare. Malgrado Desmair…”
« Mi spiace… ma temo che il traduttore automatico non riesca a trovare, nel lessico della mia lingua, un termine adeguato per adeguarsi a quanto stai dicendo. » commentai poi, in risposta all’ultimo tentativo, da parte della mia interlocutrice, di condividere con me quella particolare informazione.
« Ah… ottimo… » scosse il capo con aria contraddetta « Probabilmente l’hanno tarato in maniera affrettata e non hanno preso in esame la possibilità di un’incompatibilità linguistica. » inarcò un sopracciglio, a evidenziare un tono di critica a tal riguardo « Non ti preoccupare, però. Su questa luna, l’omni-governo di Loicare, ha radunato un gruppo estremamente variegato di detenuti. E ho già in mente chi, domani, potrebbe darci un occhio per sistemarlo. » soggiunse, facendo spallucce a considerare già conclusa la questione, un problema in tal modo già divenuto inconsistente.

Comprendo come, ribadire ora il concetto, potrebbe apparire quale un superficiale tentativo, da parte mia, di subliminare la mia effettiva colpa nei confronti del mio buon locandiere, amato e, ciò non di meno, anche in quel momento, abbandonato, così come sempre era, suo malgrado, finito per essere nei lunghi anni della nostra relazione, prima qual semplice amico, non diversamente come amante. Tuttavia, ancora una volta, il senso di colpa mi strinse le viscere nel confronto con la conclusione raggiunta dalla mia interlocutrice. Una conclusione semplice, addirittura un legittimo banalizzare il problema e, mio malgrado, un modo per ribadire quanto i miei “problemi” avrebbero potuto trovare facile possibilità di soluzione, al contrario di quelli del caro Be’Sihl, il quale, oltre a essersi ritrovato solo a confronto con una realtà assolutamente aliena per lui, avrebbe anche dovuto arrangiarsi per cavarsela, in termini che, a me, non sembravano altresì essere pretesi qual necessari.
Per sua fortuna, come ebbi occasione di scoprire soltanto qualche tempo dopo, ogni mia angoscia, ogni mio senso di colpa, pur doveroso e, anzi, tale da rendermi imperdonabile in sua ipotetica assenza, avrebbero dovuto essere riconosciuti quali del tutto infondati. Perché, così come aveva giustamente fatto notare Desmair nella nostra prima, e unica, conversazione su Loicare, il mio compagno era sempre stato contraddistinto da una squisita capacità di adattamento, tale da permettergli, e non è poco, di sopravvivere una volta giunto, ancora ragazzo, in quel della città del peccato dalla sua lontana e ben diversa terra di origine, e, addirittura, di trovare persino di che vivere, avviando con le proprie sole forze, fisiche e non, un’impresa autonoma là dove, altresì, alcuna autonomia sarebbe mai potuta essere tollerata. Ritenere, pertanto, che Be’Sihl potesse essere, in quel momento, in una situazione di intima crisi, psicologicamente perso nel confronto con tutte le novità a lui circostanti; per quanto doverosa preoccupazione da parte mia, avrebbe dovuto anche essere considerata quale un ingiusto discredito delle sue effettive, e più volte dimostrate, capacità. Capacità che, unite a una mente lucida e a un cuore saldo, difficilmente gli avrebbero negato la possibilità di giungere ovunque avesse desiderato, di conquistare qualunque obiettivo avesse mai voluto…
… me compresa. Così come, del resto, era stato.


giovedì 26 settembre 2013

2050


« Solo un soldato riconosce lo sguardo di un altro soldato. » mi concessi occasione di commentare, per tutta risposta, osservandola allora con un quieto sorriso, nel non volerle offrire sfida di sorta ma, al tempo stesso, nel non desiderare neppure trattarla con accondiscendenza, in quella che, altrimenti, sarebbe stata una pessima base sulla quale sperare di costruire un solido rapporto « E’ questo ciò che sei, Duva? Sei un soldato?! » le riproposi la sua stessa questione, non per canzonarla, quanto e piuttosto per invitarla a tentare di concedermi fiducia oltre a richiedermela, così come implicitamente aveva fatto sino a quel momento, nel porre domande su di me, sulla mia origine e sul mio passato, senza sbilanciarsi a offrire pari informazioni, malgrado a tali quesiti avessi pur replicato senza pormi inibizioni alcune.
E se, per un fugace istante, ella apparve pensierosa su come rispondere, o, forse e addirittura, su cosa rispondere, simile esitazione ebbe rapidamente a dissiparsi, in quello che, posso solo presumere, fu un retorico confronto con l’evidente ragionevolezza delle mie ragioni: « Lo sono stata… » ammise, in un lieve annuire « Per qualche anno, in gioventù. Questo almeno fino a quando non ho avuto la sfortuna di conoscere un uomo tanto affascinante, quanto terribilmente idiota, per il quale commisi l’assurdo errore di cambiare radicalmente vita, di divenire un marinaio e, persino, di sposarmi. »

Con interesse ascoltai, in quel momento, ogni singola parola scandita dalla mia interlocutrice, sinceramente interessata agli eventi ai quali stava facendo lì riferimento, dei quali ignoravo completamente l’esistenza pur conoscendo perfettamente l’identità dell’individuo tanto affascinante, quanto terribilmente idiota, del quale ella, in tal modo, stava illustrando presentazione. Se, infatti, del capitano Lange Rolamo conservavo ancora perfetto ricordo, così come di ogni altro uomo o donna della Kasta Hamina con il quale avessi avuto possibilità di fare conoscenza nel corso di quel mio ormai lontano sogno ricorrente, in quell’onirica premonizione che in quello stesso incontro stava iniziando a tramutarsi in realtà; di qualunque dettaglio non fosse stato accluso in quella particolare esperienza a contatto, seppur lieve, con un tanto terrificante potere d’onniveggenza, non mi sarei potuta descrivere altro che terribilmente ignorante e, al tempo stessa, bramosa di maggiore conoscenza.
Conoscenza che, nella fattispecie, mi stava lì venendo presentata innanzi con serena naturalezza dalle parole della mia controparte. La quale, dopo non essersi risparmiata una possibilità, non prima e, certamente, mai ultima, di irriverente critica a sfavore dell’ex-marito, proseguì indisturbata in quel momento di propria apertura nei miei confronti, per così come da me domandata…

« Se quanto mi hai detto sinora è vero, e tu sei effettivamente estranea a tutto questo, a quanto per me altresì comune realtà, ignorerai anche che, venticinque cicli or sono, vi fu l’ennesimo, fugace tentativo da parte delle colonie dei sistemi periferici di veder riconosciuta la propria indipendenza dai governi centrali. Più o meno come accade una volta ogni secolo, ciclo più, ciclo meno. » spiegò, a mio beneficio esclusivo, per quelle che, solo più tardi ebbi modo di scoprire, erano informazioni di così comune e diffusa consapevolezza tale per cui la mia semplice ignoranza a tal riguardo, oggettivamente, avrebbe potuto pienamente giustificare ogni singola parola da me pronunciata in precedenza « Non so come siate organizzati dalle tue parti… ma qui, chi ha potere e ricchezze non è abituato a prendere in esame la prospettiva di condividerla con la connettività. » ovviamente “collettività”, dannato traduttore « E questo, nel corso del tempo, ha condotto a disparità tanto forti non semplicemente fra vicini di casa o fra nazioni confinanti, ma addirittura fra interi pianeti, prima, e sistemi solari, poi. Con alcuni mondi sì ricchi al punto tale da poter pensare di comprarsi ampie porzioni della galassia… »

Per un fugace momento supposi di intervenire con un qualche commento nel merito di quell’ultima asserzione, non riuscendo, tuttavia a comporre alcuna frase di senso compiuto, ironica o meno, nel confronto con una tale esagerazione. Perché ove anche nel mondo in cui io sono nata e cresciuta esistano forti disparità fra ricchi e poveri, alcuno, neppure il più facoltoso fra tutti i sovrani, potrebbe essere in grado di supporre di acquisire altre nazioni come fossero una comune mercanzia. Tantomeno intere porzioni di cielo.
Rendendomi conto della mia difficoltà, quindi, mi limitai a muovere appena le labbra, senza però emettere alcun suono che potesse essere offerto in pasto al traduttore per eventuali riadattamenti, nel preferire, alfine, il silenzio e, con esso, nel concedere la possibilità a Duva di proseguire indisturbata.

« E… sai come si dice? “Avendone la possibilità…” » continuò, approfittando della mia laconicità.
« … non mi vorrai lasciar credere che hanno comprato, effettivamente, altri mondi?! » intervenni, quasi senza neppure accorgermi di star, in tal senso, quasi protestando, in parte forse sorpresa, in parte persino spaventata dalla prospettiva dell’esistenza di chi capace di acquistare un pianeta quasi fosse un ninnolo luccicante esposto su un banco del mercato.
« Non formalmente… ma sostanzialmente sì. » annuì ella, storcendo le carnose labbra verso il basso, a esprimere tutta la propria contrarietà in tal senso « I governi dei mondi più ricchi hanno sempre concesso ampli prestiti alle colonie periferiche piu svantaggiate. Ma, vuoi per la corruzione locale, vuoi per la difficoltà ad avviare un sistema autosufficiente, vuoi per mille altre ragioni, tali debiti non hanno mai potuto poi essere saldati… al punto tale che, dopo secoli, i creditori hanno potuto iniziare a vantare un legittimo, per quanto profondamente immorale, diritto patronale sui propri debitori. Diritto patronale che, in breve, si è tradotto in ulteriori vantaggi per il mondi centrali, che hanno continuato a divenire più ricchi e potenti, così come, e al contrario, i sistemi periferici hanno continuato a divenire più poveri e deboli, posti a costante confronto con sempre e solo nuovi svantaggi… finendo praticamente per essere alla stregua di meri schiavi. » definì, senza commiserazione nella propria voce per l’ingrato fato di tali sventurati, così come sarebbe potuto essere per una qualunque estranea a simili vicende, quanto, e piuttosto, la rabbia di chi tutto ciò aveva avuto occasione di vivere in prima persona.
« Ho conosciuto una volta un giovane lord che, forte della propria ricchezza e della propria influenza, si era arrogato il diritto di ridurre in schiavitù diverse dozzine di persone, arrivando addirittura a stuprare ripetutamente alcune giovani donne trattenute prigioniere accanto alle proprie stanze, per il sollazzo proprio e dei propri amici… » commentai, a mia volta senza voler dimostrare particolare dolore, non tanto per assenza di empatia nei confronti di quella storia quanto, e piuttosto, per una profonda vicinanza a quelle vicende, una vicinanza tale da vedermi condividere la medesima rabbia espressa dalla mia interlocutrice.
« … e cosa è successo? » mi domandò, interrompendo estemporaneamente la cronaca della quale mi stava rendendo partecipe, incuriosita da quel mio intervento, da quel mio aneddoto personale, quasi gettato lì in maniera disinteressata e, tuttavia, inteso, al contrario, qual profondamente sentito da parte mia.
« L’ho disarmato, l’ho inchiodato sul pavimento della camera da letto infilandogli la propria stessa spada in pancia, e l’ho affidato alle cure della ragazza che, fra tutte, era stata eletta qual sua preferita, concedendole la possibilità di esigere la propria vendetta. » riferii, senza il benché minimo rimorso in tal senso, nel ricordare perfettamente quanto avvenne e nel ritrovarmi, al contrario, addirittura lieta nell’aver potuto constatare, all’epoca di quegli eventi, quanto, da parte della mia giovane protetta in quella vicenda, vi fu sufficiente originalità nel rendere più lungo e doloroso possibile il trapasso di quel figlio d’un cane, arrivando, persino, a riservarmi qualche sorpresa benché non fossi propriamente nuova a tecniche di tortura, purtroppo più in conseguenza a una sgradevole passività che per esperienza attiva in tal senso.

E se, nel parlare con tanta trasparenza, per un attimo mi ritrovai a temere l’eventualità di apparire eccessivamente brutale nel confronto con Duva e con i suoi, per me ancora sconosciuti, canoni di riferimento, nel confronto con i quali tutto ciò avrebbe potuto risultar barbaro; ebbi occasione di rasserenarmi quasi subito, nel notare come, le mie parole, suscitarono qual sola reazione, sul suo volto, un ampio e lucente sorriso…


mercoledì 25 settembre 2013

2049


Quasi fossi apparsa innanzi a lei per la prima volta in quel momento, quasi sino ad allora ella non avesse colto la mia presenza nella cella, e neppure nella sua vita più in generale, Duva si rialzò a sedere quasi di scatto, per potermi osservare ancor meglio, ancor più da vicino rispetto a quanto già non avesse appena cercato di compiere.
E lo sguardo che, in quell’istante, ella mia rivolse, non avrebbe potuto apparire più sorpreso, stupito o spiazzato rispetto a quello neppure se fossi lì entrata effettivamente a torso nudo, o, anche, completamente ignuda, ipotizzando un approccio romantico nei suoi confronti. Perché se pur, in tal frangente, avrei potuto apparire inappropriata o, anche solo e semplicemente, incompatibile con le sue preferenze, con i suoi gusti sotto un profilo sentimentale o sessuale; ciò non di meno non sarei risultata sì aliena come, altrimenti, lì risultai essere alla luce delle mie affermazioni, di quelle mie dichiarazioni mosse in assoluta fede e contraddistinte da assoluta fede ciò non di meno riconoscibili e pienamente riconosciute, come palesato da tanta sorpresa, da tanto stupore, da simile disorientamento a lei improvvisamente impostosi, su di lei repentinamente dominante.

« Ma da quale razza di mondo arrivi… Midda Bontor?! » domandò, pronunciando per la prima volta il mio nome, quasi nello scandire le sillabe che lo formavano ella avrebbe potuto avere possibilità di maturare maggiore confidenza con me e con la mia natura, percepita allora più che mai a lei incredibilmente estranea.
« Da un mondo molto… molto lontano da qui. » sospirai, non senza negarmi una nota di nostalgia, non tanto per la mia vita passata, ancor eccessivamente prossima per poter essere rimpianta, quanto e piuttosto per le lande alle quali, comunque e invero, non mi sarei potuta che definire affezionata, se non, addirittura, innamorata, e che, nel considerarle tanto distanti, non avrebbero potuto che stringere il mio cuore nella morsa di un’inattesa e non preventivata malinconia « Un mondo che a differenza di quelli a cui tu puoi essere abituata, e nel quale probabilmente sei nata e cresciuta, non solo ignora l’esistenza di una realtà così ampia al di fuori dei propri limiti ma, anche e ancor più, ignora in maniera precisa, puntuale, i propri stessi limiti, ponendosi addirittura incerto su quale forma possa caratterizzare quanto è considerato qual l’intero Creato. » tentai di spiegare, cercando di impostare un discorso progressivo nel merito delle mie origini, non desiderando imporre alla mia interlocutrice una mole sì elevata di informazioni tali per cui non le sarebbe stato possibile accoglierle interamente… non, quantomeno, senza domandarmi una tregua nella loro comunicazione o, anche e piuttosto, una riformulazione delle medesime, in termini di più facile… digestione.
« Vuoi farmi credere di giungere da un pianeta primitivo…? » domandò, cercando di offrire un senso allo scenario che le avevo appena suggerito, che avevo in tal modo appena metaforicamente tratteggiato innanzi ai suoi occhi dorati.
« Non voglio farti credere nulla… ti sto solo descrivendo la realtà dei fatti. » mi strinsi fra le spalle, per tutta risposta, prima di riservarmi un angolo lungo il bordo della sua stessa branda per sedermi innanzi a lei, a proseguire in maniera più comoda quel dialogo « E la realtà dei fatti è che, da dove vengo io, tutto ciò che voi definite tecnologia sarebbe facilmente frainteso qual magia… »
« E come saresti arrivata fino a Loicare…?! Senza tecnologia, intendo. » questionò, senza intento polemico qual era, altresì, stato quello dell’accusatore, nel momento in cui similare interrogativo era da lui stato formulato innanzi alla proposta di una egual tesi nel merito della mia effettiva origine.
« … per magia? » commentai, in quella che, da parte mia, ebbe a considerarsi una semplificazione del concetto più complesso rappresentato dalla fenice, e, ciò non di meno, una definizione sufficientemente appropriata al fine di delineare le modalità del viaggio compiuto da Be’Sihl e da me nella benevola luce di tanto straordinaria creatura.
« Cioè… per magia-tecnologia?! » cercò di comprendere, ricollegandosi alla mia precedente asserzione.
« No. Per magia-magia. » corressi, temendo, tuttavia, di star soltanto complicando la questione una tanto imprecisa definizione.

A dispetto di qualunque presunta superiorità ideologica, tal da far considerare il mio mondo d’origine qual primitivo, .invero, ero lì perfettamente consapevole di quanto il concetto racchiuso all’interno della magia a contatto con la quale, non per mio interesse, ero nata e cresciuta, avesse a doversi considerare ostico per Duva non di meno di quanto difficile a comprendersi avrebbe dovuto essere riconosciuto quello caratteristico della tecnologia per me, ben distante da tutto ciò che ero e, soprattutto, da tutto ciò che mi era mai stata concessa possibilità di conoscere in pur quaranta, lunghi anni di vita mortale.
Questo perché, benché anche nel mondo in cui io stessa sono nata e cresciuta, molte storie, molti racconti, tendono a offrire una qual certa idea di magia, minimizzandola a una banale scorciatoia a discapito di qualunque legge naturale; la magia, stregoneria o negromanzia che sia, è molto di più rispetto a ciò. E fonda la propria medesima essenza su meccanismi, su dinamiche, sicuramente aliene a quelle caratteristiche dei più comuni aspetti della vita quotidiana di chiunque e, ciò non di meno, non privi di proprie precise definizioni, di proprie puntuali regole, la violazione delle quali contraddistinguerebbe non tanto un negromante o uno stregone ma, al più, un dio… e, per quello che mi è stato concesso di verificare, probabilmente neppure esso. O non mi sarebbe stato possibile porre fine all’empia esistenza dell’osceno genitore del mio tutt’altro che amato sposo.
Soltanto nell’inconsapevolezza caratteristica dell’ignoranza, pertanto, la magia avrebbe potuto essere riconosciuta qual similare alla versione romanzata della medesima propria di molte storie, sicuramente non soltanto nel mio mondo ma, ancor più, nei mondi ai quali la mia interlocutrice avrebbe potuto definirsi vicina. Un’ignoranza che, per chi, come me, ha trascorso metà della propria vita a combattere stregoni e negromanti, non avrebbe mai potuto incontrare possibilità di perdono, speranza di tolleranza, portanto semplicemente e inesorabilmente a morte certa se solo fosse stata dimostrata. Un’ignoranza che, per chi, come me, ha sempre opposto la solidità del metallo di un’affilata lama a ogni genere si magia, non avrebbe mai potuto essere addotta a scusante, a giustificazione, rendendo tali concetti così naturali, così spontanei, dal non potersi permettere di riservarsi maggiore sorpresa rispetto alla luce del giorno o alle tenebre della notte, così come alla presenza del sole, della luna o di ogni altra stella nella volta celeste.
Ciò non di meno, Duva Nebiria, per quanto già nota qual a me estremamente prossima sotto molteplici aspetti caratteriali e comportamentali, non avrebbe mai potuto essere riconosciuta qual inclusa in quel “per chi, come me” per due volte appena citato. Ragione per la quale indubbiamente complicato sarebbe allora stato cercare di renderla effettivamente edotta nel merito delle particolari argomentazioni alle quali stavo ricorrendo, a contorno del resoconto della mia particolare vicenda personale.

« D’accordo… » sembrò arrendersi, così come segnalato anche da un esplicito cenno di entrambe le mani, sollevate per un istante verso l’alto con i palmi rivolti nella mia direzione, gesto che, per mia fortuna, si dimostrò essere apparentemente universale, o comunque comune rispetto alle mie possibilità d’intendimento « I casi sono due: o sei la migliore bugiarda dell’universo, o stai dicendo la verità. » continuò, stringendo appena le labbra e scuotendo il capo in un movimento apparentemente più volto a cercare di liberarsi la mente da qualche informazione di troppo che a negare effettivamente qualcosa di quanto appena udito.
« Invero, potrebbe esserci anche una terza possibilità… che io sia completamente pazza e che creda realmente alle storie che dico. » suggerii, consapevole di star offrendo, in tali parole, un fianco potenzialmente scoperto, ma desiderosa di porre la mia controparte innanzi a quella provocazione, per costringerla, in conseguenza a essa, ad assumere una posizione fra le due appena enunciate.
« No. » escluse fermamente, arrestando il moto del capo soltanto per poter stringere gli occhi in sue sottili fessure e, attraverso di esse, osservare i miei « Il tuo sguardo non è quello di una pazza… » argomentò, a supporto di quella negazione tanto repentina, nel non volerla far apparire qual conseguenza di mera emotività « … il tuo sguardo è quello di qualcuno che ha visto molto più sangue e molta più morte di chiunque abitualmente attorno a sé. E che, ciò non di meno, sa che non sarà mai l’ultimo. » analizzò, in termini più precisi e puntuali di quanto non mi sarei potuta attendere « E’ lo sguardo di un soldato… non di una pazza. » concluse, permettendo alle proprie palpebre di tornare a dischiudersi « E’ questo ciò che sei, Midda? Sei un soldato?! »



martedì 24 settembre 2013

2048


Prendete ora due donne pressoché coetanee, e ponetele rinchiuse in pochi piedi quadrati di cella, con soltanto due brande fissate a un muro, una sopra l’altra, e una latrina… scusatemi… gabinetto, come ho scoperto definirsi in maniera più appropriata, come unico arredo a contorno di tutto ciò. Fatto?
Considerate, inoltre, che una delle due donne di cui sopra sia fornita di una taglia molto generosa a livello toracico, tale da risultare, malgrado tutto, addirittura costretta all’interno degli abiti fornitile, inevitabilmente tesi nella propria particolare allacciatura, priva di bottoni e di legacci e contraddistinta, altresì, da quella che poi mi spiegarono essere conosciuta come cerniera. Fatto?
Bene. Molto bene. Secondo voi, quale sarà il primo argomento attorno al quale potrà essere incentrato l’esordio di un loro confronto verbale, partendo dal presupposto che, le due, abbiano comunque a considerarsi pressoché estranee l’una all’altra?!
La ricerca di una comune via di fuga?
… no. Banale.
Il confronto sulle ragioni per le quali si possano essere lì ritrovate riunite insieme?
… no. Un po’ troppo indiscreto, e comunque scontato.
La straordinaria cordialità dei propri secondini?!
… no. E ovviamente, se anche fosse, avrebbe a considerarsi in termini del tutto retorici.
Checché se ne dica, sappia telo, due donne lasciate sole in un simile ambiente, non potranno che trovare un primo punto di confronto su un piano estremamente fisico. E dove ciò non dovesse avvenire, non avverrebbe unicamente qual palese espressione di malevola falsità, da parte di colei meno… attrezzata.

« Fammi indovinare… » riprese voce Duva Nebiria, lasciando andare la mia mano metallica per tornare a sedersi, prima, e a sdraiarsi, poi, sulla branda precedentemente occupata, quella più vicino al suolo « Sei stata arrestata per evidente violazione delle leggi fisiche. Perché quei due palloni aerostatici non possono stare su, in questo modo, senza scontrarsi con la forza di gravità. » commentò, indicando con lo sguardo il mio seno, quasi le sue parole non potessero essere già adeguatamente chiare in autonomia « A meno che, addirittura, non siano dotate di una massa tale da riuscire a godere di un campo gravitazionale del tutto autonomo… »
« Gran brutta cosa l’invidia. » replicai, scuotendo il capo, con tono privo d’astio nei confronti di quell’intervento, dopotutto compreso qual utile, da parte sua, a intavolare in qualche modo un dialogo fra noi, in termini non troppo seri e non troppo tragici, qual pur l’ambiente a noi circostante avrebbe potuto spingerci a compiere « Comunque, se vuoi accertarti della genuinità della merce, non mi sono mai fatta problemi a gironzolare a petto nudo in pubblico… i problemi, al più, sono degli altri. » definii, in maniera assolutamente onesta, non essendomi veramente mai posta inibizioni alcune nel rapporto con il mio stesso corpo, non nell’infuriare di una battaglia, tanto meno nella vita quotidiana.
« No grazie… non prenderla sul personale, ma non sei propriamente il mio tipo. » fece spallucce lei, per tutta risposta, forse fraintendendo la mia offerta qual una profferta, e in ciò, in termini comunque estremamente rispettosi, declinando tale possibilità di coinvolgimento con me.
« Non temere… neppure io ho questo genere di preferenze. » minimizzai a mia volta, non dimostrando il benché minimo scandalo per quell’equivoco, non avendo mai avuti sentimenti di disprezzo a tal riguardo e, anzi, potendo persino vantare, qual una fra le mie migliori amiche e compagne di ventura, proprio una giovane, e splendida, donna che, nei miei riguardi, aveva esordito dimostrando in interesse indubbiamente esplicito, benché, purtroppo per lei, non corrisposto « E non ci stavo provando con te. Semplicemente sono cresciuta in un ambiente che mi ha abituata, sin da bambina, a non riservarmi particolari pudori per il mio corpo… benché alla fine sia sempre stata costretta a coprirmi per non offrire troppe distrazioni ai miei compagni di viaggio. » strizzai l’occhio sinistro, in una ricerca d’intesa verso di lei, prima di compiere qualche passo lungo l’intera, breve, estensione della cella, non tanto per sgranchirmi le gambe, quanto per prendere maggiore confidenza con quel nuovo ambiente nel quale, almeno per qualche giorno, forse addirittura settimana, mi sarei ritrovata costretta a vivere.
« Che genere di ambiente…? » mi domandò la mia interlocutrice dagli occhi dorati, a me allora rivolgendo lo sguardo con fare apparentemente animato da reale curiosità, e non da una superficiale cortesia utile solo a non lasciar precipitare lì il discorso nel vuoto del silenzio che, altrimenti, avrebbe imperato fra noi.
« Quello di una nave. » risposi, non temendo di espormi troppo a quegli interrogativi, non soltanto perché, in effetti, ero già consapevole della splendida amicizia che avrei potuto instaurare con quella donna, quanto e ancor più perché mai avevo avuto vergogna del mio passato… e, in particolare, di tutte le scelte che, proprie del mio passato, avevo potuto avere la possibilità di compiere in totale autonomia, seguendo quanto richiesto dal mio cuore anche laddove in contrasto a ogni altro parere, a ogni altro consiglio, a ogni altra volontà « Ho trascorso il più bel quarto della mia vita a bordo di una nave… e non passa giorno che non desideri ritornarvi e, forse, tornare a essere quella che ero come semplice marinaio. »

Un istante di silenzio contraddistinse quel mio ultimo intervento, quasi Duva temesse di intervenire immediatamente a seguito di quell’ultima mia affermazione, forse risuonata qual contraddistinta da troppa malinconia, o, comunque, da eccessiva solennità, tale per cui insistere sordamente sarebbe risuonato qual un insulto, se non qual prossimo a una blasfemia.
Sollevandosi, poi, a sorreggere la parte superiore del proprio flessuoso busto sui gomiti, cercò una migliore occasione di contatto visivo fra noi e si concesse occasione di provare ad approfondire l’argomento…

« Se non sono indiscreta… qual è il nome della nave che rimpiangi? » domandò, in quel genere di curiosità che avrebbe potuto essere propria soltanto di un altro marinaio, benché in un’accezione leggermente diversa da quella da me poc’anzi intesa.
« La Jol’Ange… » dichiarai non senza una certa fierezza, per quella parte della mia vita mai rinnegata, e, altresì, sottrattami violentemente dalla mia gemella, qual vendetta per il mio tradimento, per il mio abbandono quand’ancora bambine, una fuga nel cuore della notte alla ricerca della mia vita, e della mia realizzazione qual il marinaio e l’avventuriera che desideravo diventare sin dalla più tenera infanzia.
« Temo di non conoscerla. » scosse il capo, dopo un fuggevole momento di esitazione utile a prendere in esame il nome così udito « E che classe di nave è…? »
« E’ una goletta… » sorrisi, comprendendo che, entro il successivo interrogativo, di certo sarebbe emerso la non banale sfumatura esistente fra la sua interpretazione delle mie parole e, altresì, l’effettivo intendimento delle stesse, nel confronto con la mia particolare origine, con il mio, per lei sicuramente inimmaginabile, passato, in un mondo contraddistinto da dinamiche decisamente e assolutamente diverse da tutte quelle a cui lei avrebbe potuto definirsi abituata.
« Una… galletta?! » ripeté, in quello che immaginai essere un errore del mio traduttore automatico.
« Goletta… » scandii, sperando in di aiutare in tal modo l’intendimento di quell’indispensabile, ma ancora impreciso, accessorio tecnologico « … è un tipo di imbarcazione abbastanza compatto e agile. Non una nave stellare… ma una nave vera, di quelle che solcano i mari. »
« … mi stai prendendo in giro…?! » esitò, osservandomi ora con occhi lievemente socchiusi, a concentrarsi maggiormente sulla mia espressione per cogliere eventuali segni di tradimento, utili a poter riconoscere il mio quale uno scherno a suo discapito.
E per quanto quell’espressione gergale non mi fu immediatamente familiare, ne colsi comunque il senso ultimo, scuotendo il capo e subito negando tale eventualità: « Nessuna fedele figlia di Thyres, dea di tutti i mari, potrebbe mai mentire su un argomento simile. E, sebbene le dinamiche avverse della mia vita, mi abbiano poi strappato dal quelle rotte a me care, io sono e sempre sarò un marinaio! »



lunedì 23 settembre 2013

2047


Qualcuno ritiene forse che io stia esagerando?
Che provi, costui, a non essere più in grado di distinguere la realtà dalla fantasia, non per una qualche follia, non per una mera perdita di senno, quanto perché, in tal direzione, indotto dalle crudeli allucinazioni prodotte da un empio semidio animato da un feroce desiderio di vendetta nei propri riguardi, in misura tale da ritrovarsi ad aprire il fianco della persona amata nel non essere più in grado di riconoscerla in quanto tale, nell’essere stata trasformata, a propria insaputa, in un orrendo mostro necrofago, soltanto desideroso della sua morte. Che provi, costui, tale esperienza non soltanto per pochi istanti, ma per lunghi giorni, arrivando a dubitare, in conseguenza di ciò, di tutto e di tutti, e continuando a farlo anche al termine dell’inganno, dopo essere stati liberati da tale malvagia influenza, nel non potersi più considerare realmente certo delle proprie percezioni, della propria capacità di intendere il mondo attorno a sé. Che provi, costui, a vivere con il timore di addormentarsi e di ritrovarsi, anche nel sonno, perseguitata dal mostro al quale è stato strappato il giuramento di non imporgli alcuna ferita, alcun danno, e che pur, per quanto in tal modo limitato, si dimostra capace di colpire, e di colpire più profondamente e violentemente di quanto altrimenti non sarebbe potuto essere capace, uccidendo più e più volte, in sogno, tutti i suoi cari, tutti i suoi affetti e i suoi amori, per il semplice gusto di osservare il terrore più incontrollato dipingersi sul volto della sua sola, effettiva e reale vittima.
Che provi, costui, tutto ciò. E che, dopo averlo provato, si riproponga la domanda di cui sopra: qualcuno ritiene forse che io stia esagerando?!

« Siamo arrivati… » annunciò la seconda guardia, intervenendo esplicitamente per la prima volta e, in tal senso, ignorando quello che intese essere un qualche ringraziamento di natura pagana, nel dimostrare di preferire liberarsi quanto prima di me, forse per mero disinteresse nei miei riguardi o, forse, per una qualche sensazione di disagio che non desiderava dimostrare alla mia presenza, indubbiamente contraddistinto dalla medesima consapevolezza che aveva imposto silenzio durante il viaggio che mi aveva condotto sino a quella luna dimenticata dagli dei, così come l’aveva pocanzi descritta Desmair « Questa è la sua cella. » soggiunse, accostandosi a una parete di vetro, o apparentemente tale per quanto vetro non sarebbe di certo potuto essere, per lì digitare alcuni comandi su un piccolo pannello di controllo, in quello che compresi essere il meccanismo di apertura di una soglia per me lì ancora non distinguibile.
« Ehy… ma’am… le abbiamo portato compagnia. » non perse occasione di parlare la prima guardia, in quel momento, tuttavia, non rivolgendosi direttamente a me, quanto a qualcun altro all’interno della cella, là dove non avevo ancora diretto il mio sguardo nell’essermi interessata a tentare di studiare le azioni del suo compare, nel voler iniziare sin da subito a porre le basi per la mia fuga, per quando questa sarebbe potuta divenire realtà « A quanto pare, avete dimostrato di andare d’accordo… e non sia mai che la giustizia di Loicare impedisca a due vecchie amiche di consolarsi a vicenda, all’interno delle proprie strutture di lavoro. »

Ancora una volta, il tono adoperato, ipoteticamente sornione, risultò altresì animato da un profondo sarcasmo, in un’intima, immotivata e pur naturale avversione di quel secondino per i propri prigionieri, per i detenuti con i quali, proprio malgrado, stava condividendo una pena mai imputatagli. Ma, come già poc’anzi, lo ignorai in maniera più assoluta, motivata dal consueto interesse a ovviare a gratuite possibilità di complicarmi ulteriormente l’esistenza e, allora, aiutata anche dalla curiosità di identificare chi potesse essere la mia vecchia amica lì dentro già presente e in mia attesa, benché, obiettivamente, la scelta avrebbe dovuto essere considerata estremamente limitata nella propria gamma di possibilità.
E, difatti, a riposo su una branda non troppo diversa da qualunque altra branda sulla quale avevo avuto passata occasione di riposare all’interno di una cella, identificai immediatamente gli occhi dorati di Duva Nebiria, sul volto della quale non mancò di allargarsi un sorriso amichevole nei miei riguardi…

« Ma guarda un po’ chi si rivede… la rossa tutto pepe che mi conosce! » commentò, levandosi a sedere nel mentre in cui, al centro della parete trasparente, si aprì un varco, vedendo scorrerne una sezione verso l’alto giusto per lo spazio utile a lasciarmi entrare « E dire che avrei giurato tu fossi mora, l’ultima volta che ci siamo viste. Starò iniziando a invecchiare…?! »

… rossa?!
Fu questione di un attimo e i miei occhi mutarono la propria messa a fuoco, abbandonando il volto della mia interlocutrice, per concentrarsi sulla superficie trasparente e lucida della parete esterna della cella che, in quel momento, stavo per oltrepassare, a cercare in tal punto un’occasione di riflesso, uno specchio dal quale ottenere la mia immagine, sino a quel momento francamente ignorata. E fu in quel momento che, in un’immagine pur non perfettamente definita, mi resi consapevole di quanto, a dispetto degli ultimi vent’anni della mia esistenza, i miei capelli, pur inalterati nella propria media lunghezza e nel proprio ingestibile disordine, non si stavano più mostrando contraddistinti dalla propria consueta tonalità corvina, alla quale li avevo costretti per tanto tempo al fine di differenziare il mio aspetto da quello della mia gemella, per non subire ulteriori condanne in sua vece, quanto e piuttosto dalla loro naturale tonalità rosso fuoco, alla quale non mi sarei, tuttavia, potuta più considerare propriamente abituata e che, in ciò, non mi sarebbe potuta che risultare addirittura estranea, aliena anche in misura maggiore rispetto al nuovo arto destro che mi era stato recentemente impiantato. Per un istante, addirittura, non fui neppure in grado di riconoscermi nella donna lì presentatami, non tanto per le vesti carcerarie che mi erano state offerte, un abito da lavoro di un giallo incredibilmente intenso; non tanto per il nuovo arto cromato, che sembrava addirittura rilucere tanto, ancora, era il suo splendore, non dissimile da una lama ben lucidata; e neppure per l’espressione di sincero disorientamento allora presente sul mio volto, al centro del quale pur capeggiavano inalterati i miei occhi color ghiaccio e lo sfregio in corrispondenza al sinistro… no, niente di tutto questo. La ragione per la quale, in quel mentre, apparvi qual un’estranea anche a me stessa altro non fu che quella diversa tonalità, quel colore per me pur naturale e dal quale, ciò non di meno, mi sentivo ormai una perfetta estranea.
Ma se, qual immediata reazione, mi ritrovai sul punto di protestare e di pretendere che fosse ripristinato il colore nero corvino che mi aveva contraddistinto nei miei precedenti due decenni di vita; fu sufficiente l’intervallo scandito da un semplice battito di ciglia per costringermi a rimembrare quanto, ormai, la minaccia rappresentata dalla mia gemella non avesse più a considerarsi tale, nella morte della stessa. Ragione per la quale, ormai, avrebbe potuto essere riconosciuto il tempo, per me, di riappropriarmi, quanto meno, di quella parte di me alla quale ero stata costretta a rinunciare troppo tempo addietro. Una parte di me forse banale, forse e addirittura sciocca, nel considerare quanto altro avevo perduto a causa della mia antagonista; e, ciò non di meno, pur sempre una parte di me.
Così, riappropriandomi del mio autocontrollo, estemporaneamente perduto, offrii alla cara Duva il più ampio sorriso di cui fossi capace, riprendendo ad avanzare all’interno della cella che avrei condiviso con lei, nelle strane dinamiche di un fato che sapevo non essere scritto e pur, non per questo, sì incapace di dimostrarsi carico d’ironia, come me ne stava venendo offerta evidente riprova…

« Midda Bontor… per servirti. » mi presentai, offrendole entrambe le mani, con i palmi rivolti verso l’alto, in maniera istintiva, nel saluto che, nel mio mondo, viene riservato alle persone più care, ai famigliari più intimi, ai quali si desidera dimostrare fiducia assoluta, nel presentarsi in tal modo palesemente disarmati e potenzialmente indifesi a eventuali aggressioni.
« Addirittura vuoi servirmi, sorella?! » sorrise Duva, per tutta risposta, saltando giù dalla branda soltanto per allungare verso di me la propria destra e stringere la mia mano di metallo nella sua di carne e ossa, in un gesto che mi risultò del tutto estraneo « Non so chi ti abbia parlato di me, ma, evidentemente, mi ha fatto ottima pubblicità se questo è il risultato. » osservò, in tono inevitabilmente ironico, pur senza sarcasmo a mio discapito « Comunque sia: Duva Nebiria… per servirti. » concluse, presentandosi, anche ove non necessario, e restituendomi la cortesia dimostrata con il mio esordio verso di lei.



domenica 22 settembre 2013

2046


E laddove, quindi, da parte mia era stata in tal modo appena espressa una lamentela nel merito di una qualche, presunta stanchezza, che pur mi sarebbe potuta essere propria nel considerare la non banale operazione d’impianto a cui, in quelle ultime quarantotto ore, ero stata sottoposta; non soltanto prevedibile, ma addirittura irrinunciabile avrebbe dovuto essere considerata una reazione di ironico divertimento dai miei due interlocutori umani, i quali non avrebbero potuto ovviare a pensare a come, per me, quei due fossero stati gli ultimi giorni di riposo dei quali avrei mai più potuto godere per molto… molto tempo.
Almeno un anno. Probabilmente ancor più.

« Allora, se accetta un consiglio, è meglio che lei approfitti di questa notte per riposare. » riprese voce la stessa sentinella che mi aveva pocanzi invitato a esprimermi in termini più chiari, non appena riuscì a lasciar scemare l’ilarità che lo aveva coinvolto insieme al proprio compare « Perché temo che domani non trascorrerà una giornata propriamente… piacevole. » soggiunse, ammiccando con fare apparentemente sornione, ma sostanzialmente sarcastico.
« Sai, moglie cara… credo proprio che tu stia invecchiando male. » non perse occasione di intervenire il mio per nulla adorato sposo, arrestandosi contrariato innanzi a me e rivolgendomi uno sguardo critico, nell’inarcare, addirittura, un grottesco sopracciglio « Un tempo avresti ucciso questa coppia di imbecilli per ancor prima che potessero anche soltanto ipotizzare di scoppiarti a ridere in faccia… e ora, invece, ti lasci insultare e minacciare in tutta serenità. » scosse il capo, a lasciar trasparire tutto il proprio dissenso nei miei riguardi « E’ veramente triste essere qui a osservare il declino di una leggenda vivente. Se solo i tuoi amici e i tuoi ammiratori potessero vederti ora… »

Quando si trascorrono oltre vent’anni della propria esistenza in una città popolata quasi esclusivamente da ladri e prostitute, mercenari e assassini, e si inizia ad accumulare una certa notorietà, si è costretti a confrontarsi in maniera pressoché costante con orde di provocatori, desiderosi soltanto di una qualche legittimazione ad agire, e ad agire in tuo contrasto, per cercare il tuo sangue e la tua morte nella più assoluta indifferenza del mondo circostante. In ciò, pertanto, si può scegliere di agire soltanto in due modi: o uccidendo chiunque ti si pari davanti; o imparando a ignorarlo, così come se sua madre non avesse mai avuto la sciagurata idea di porlo alla vita, contribuendo ad aggiungere una carogna in più in un Creato già sufficientemente sovraffollato da poco di buono. E per quanto io, ora, non voglia negare di aver abbracciato, per molti anni della mia vita, la prima soluzione, estremamente più semplice e, perché mentire, persino appagante, nel momento in cui si comprende il potere celato nei propri più banali gesti, potere di vita e di morte su coloro che ci circondano; a un certo punto della mia esistenza ho scelto di impegnarmi sulla seconda strada, non provando più appagamento a uccidere chi a me palesemente inferiore in preparazione bellica, nell’arte della guerra.
Così, ove anche Desmair si è sempre dimostrato straordinariamente dotato nel riuscire a far leva sulla mia più ferina istintività, in un frangente qual quello, nel quale troppo imprudente sarebbe stato, per il momento, per me reagire, mi sforzai, con tutto il mio impegno, con tutta la bravura che ho maturato in vent’anni di esercizio presso la città del peccato eletta a mia dimora, a trascurare non soltanto la gratuita istigazione del mio semidivino interlocutore ma, addirittura, a spingere i miei passi lungo il cammino sul quale stavo venendo allora accompagnata dalle guardie mie detrattrici, finendo con l’attraversare, letteralmente, quella spettrale apparizione della visione della quale soltanto io stavo godendo, non con mio particolare entusiasmo, in verità. E per quanto reale egli avrebbe potuto apparire ai miei sensi, tanto da provocare un brivido sulla mia pelle nel momento dell’impossibile impatto fra noi, riuscii nel mio intento, superandolo e proseguendo oltre esattamente come se nulla fosse accaduto.

« Brava. Complimenti. Un comportamento estremamente maturo da parte tua… » mi rinfacciò, pur non accennando a tornare innanzi alla mia vista, probabilmente ancora immobile là dove si era arrestato, ormai alle mie spalle « E’ un vero peccato che tu non sia riuscita a dimostrare tanto autocontrollo nel momento in cui, più di tutti, avresti dovuto renderlo tuo. In tal caso probabilmente non saresti finita in questo angolo dimenticato dagli dei… e, forse, neppure al cospetto di colui che qui ti ci ha inviata! »

Mordendomi la lingua fra i denti, non in termini metaforici ma, piuttosto, in maniera estremamente fisica e non poco dolorosa, mi costrinsi a non replicare e, soprattutto, mi obbligai a non voltarmi, per non cedere al suo gioco, ben conoscendolo, ormai, e ben sapendo quanto, in quel frangente, sebbene egli fosse rimasto l’unico mio contatto con il mio amato Be’Sihl, avrebbe ciò non di meno dovuto essere anche riconosciuto un pericolo persino maggiore rispetto a quello potenzialmente rappresentato da una passeggiata al di fuori di quell’enorme bolla a contatto con lo spazio aperto, là dove, privata d’aria e d’atmosfera, sarei morta in pochi istanti, in modi che, ancora, non ero ben in grado di ipotizzare e, ciò non di meno, sicuramente dolorosi. E per quanto la mia lingua avrebbe potuto non essere concorde con me, un moto d’orgoglio risalì dal mio stomaco sino al mio cuore e alla mia mente, nel mentre in cui, nel profondo del mio animo, non potei che complimentarmi con me stessa per essere riuscita, quantomeno, a non peggiorare ulteriormente la mia già non semplice situazione.

« Ho capito… non vuoi più giocare con me. » concluse Desmair, la cui voce, malgrado mi stessi ipoteticamente allontanando da lui, continuò a risuonare nelle mie orecchie, e nella mia mente, del tutto inalterata, quasi a voler ribadire il concetto già noto di quanto egli, effettivamente, non fosse lì con me, non stesse interagendo, con me, su un comune piano di realtà « Torno dal tuo bello a riferire che ti sei ripresa e che ha un braccio nuovo con il quale, prima o poi, potrà sollazzarsi… il giorno in cui, per lo meno, deciderai di accettarlo nuovamente nel tuo letto. » annunciò, prima di prendere commiato, non mancando, poi, di sferrare un ultimo tentativo di affondo nei miei riguardi « Ammesso che sopravvivrete entrambi tanto a lungo da potervi rincontrare, s’intende. »

Un affondo verbale, il suo, a cui corrispose, purtroppo per la mia cara lingua, un ulteriore affondo a suo discapito, grazie al sacrificio della quale, ciò non di meno, ebbi modo di trattenermi ancora una volta, per l’ultima volta in quell’incontro, speranzosamente e praticamente.
Perché se pur, nel merito di Desmair, potrei lamentarmi di molti, troppi osceni difetti, un pregio sono comunque costretta a riconoscerglielo. E non un pregio da poco, nel considerare quanto, in effetti, la maggior parte di tutta l’umanità che ho mai avuto occasione di conoscere non si è dimostrata in grado di potersene egualmente vantare. Desmair, incredibile a dirsi, ha sempre dimostrato di avere una sola parola. E anche allora, come sempre in passato, non mancò di compiere quanto annunciato, interrompendo il nostro contatto mentale e svanendo dalla mia percezione sensoriale, nel lasciarmi, in tal modo, finalmente sola con me stessa, dentro la mia testa, e con i miei due accompagnatori, al di fuori della stessa.

« Lode a Thyres… » mi concessi di sospirare, socchiudendo gli occhi e inspirando, poi, profondamente aria nei miei polmoni, in un gesto che mi venne, allora, istintivo, spontaneo, e che, a posteriori, credo, potrei interpretarlo soltanto qual un intimo assaporare quel momento di effimera libertà riconquistata.

Una libertà, quella di cui soltanto il mio sposo si è purtroppo dimostrato da sempre in grado di negarmi, ben più profonda e assoluta rispetto a quanto mai avrebbero potuto sperare di riuscire a privarmi tutte le guardie e tutti gli accusatori di Loicare, con le loro armi, le loro condanne, le loro prigioni e i loro lavori forzati: la libertà di essere la sola proprietaria della propria mente, con i propri sogni e, peggio, con i propri pensieri.



sabato 21 settembre 2013

2045


Purtroppo e in verità, che con il mio agire stessi colpendo, innanzitutto, me stessa e l’uomo da me onestamente amato, l’uomo con il quale ho deciso che trascorrerò il resto della mia vita, fino a quando me ne sarà concessa possibilità, non avrebbe potuto essere considerata una ragione di particolare incertezza, di concreto dubbio e, soprattutto, di effettiva possibilità di argomentazione. Sebbene, infatti, la nostra relazione abbia avuto modo di raggiungere uno stadio più pieno, più ricco e completo, soltanto in questi ultimi anni, dopo oltre tre lustri di paziente attesa da parte del mio buon locandiere; l’evidenza di quanto il rapporto fra noi non avrebbe potuto essere mantenuto, in eterno, entro i confini di una mera amicizia avrebbe dovuto essere ammessa, da parte di entrambi, e soprattutto da parte mia, probabilmente sin dal nostro primo momento d’incontro, nella stessa misura in cui, del resto, avrebbe potuto essere tranquillamente testimoniata, praticamente, da parte di chiunque avesse mai avuto possibilità di conoscerci o, banalmente, di ascoltare, anche solo distrattamente, un qualunque nostro momento di confronto, un qualunque nostro dialogo, conversazioni sempre e puntualmente contraddistinte da un costante e reciproco provocarsi e, ancor più, da un’innegabile tensione, non soltanto di natura emotiva o psicologica, ma anche e inevitabilmente fisica.
Non desidero, ora, mettermi a disquisire nel merito dei dettagli delle mie relazioni, né, tantomeno, nel merito dei più piccanti particolari dei miei momenti di intimità; ma, a ovviare a qualunque possibilità di fraintendimento, credo sia utile puntualizzare quanto, a prescindere da qualunque voce, cronaca o leggenda associata al mio nome, io sia, sia sempre stata, e desideri restare, una donna. Una donna umana di carne e ossa… e, insieme alla carne e alle ossa, con ogni normale, consueto e naturale desiderio e appetito, nei confronti, certamente, del buon cibo, così come dell’ottimo bere e, non di meno, di ogni sfumatura squisitamente carnale di un rapporto di coppia.
Sul serio, credetemi: non sono mai stata un qualche genere di vergine sacerdotessa votata, con la mia castità, a un qualche dio o a una qualche dea. E, al contrario, credo di non essermi mai fatta mancare soddisfazione alcuna, non negandomi neppure, di tanto in tanto, un qualche momento di sfogo di natura squisitamente ed esclusivamente fisica; un’occasione di sesso senza troppe implicazioni emotive in risposta a una semplice brama di natura quasi istintiva nei confronti di qualche affascinante esemplare maschile; in termini che, probabilmente, potrebbero costarmi le critiche non solo di miei consueti detrattori ma, anche, di miei possibili sostenitori, soprattutto fra coloro che, tanto appassionati all’idea che, con il tempo, lo comprendo, ho finito per rappresentare innanzi al loro giudizio. E di rappresentare in misura tale dall’aver permesso loro di dimenticarsi di quanto io non abbia a dover essere considerata un mero stereotipo, la perfetta guerriera protagonista di vicende cariche di sangue, guerra e morte; quanto e piuttosto una donna, umana, mortale, fallibile e, inoppugnabilmente, donna... e, in quanto tale, contraddistinta da una serie di tanto consueti, quanto spesso ignorati, soprattutto dai cantori, limiti, siano essi giudicabili quali pregi, siano essi altresì condannabili quali difetti.
Per qualcuno, ciò deve farmi considerare un prostituta? L’idea di un mio coinvolgimento fisico con diversi amanti, nel corso di oltre quarant’anni di vita, contrasta con la leggenda attorno al mio nome, degradandomi ai livelli di una cagna in calore?!
Se la risposta che da tali interrogativi ha a derivare, si può riconoscere qual positiva; il mio solo invito non può che essere quello di disaffezionarsi quanto prima a me, al mio nome e alla mia intera vita; laddove non desidero ritrovarmi a dover rendere conto ad alcuno, né ora, né mai, delle mie scelte o delle mie azioni. Non, in particolare, a qualche ottuso bigotto, incapace a comprendere quanto il fatto che gli dei mi abbiano creata qual donna non ha da doversi considerare qual giustificante per vedermi posta in una qualche condizione di subalternità all’uomo, in misura tale dal dover essere sempre e solo un oggetto di desiderio, privato, in ciò, di qualunque diritto a desiderare… un traguardo di conquista al quale negare, ciò non di meno, qualunque diritto alla conquista, se non passiva, se non, meramente, succube dell’iniziativa di un uomo.
Al contrario, per tutti coloro i quali possono accettare non soltanto la mia natura di donna, ma anche e soprattutto di donna umana e mortale, contraddistinta anche da appassionate pulsioni tali da farmi tremare all’idea dell’abbraccio del mio uomo, e del suo corpo fremente sotto il mio; non difficile sarà comprendere quanto, purtroppo e in verità, come già ho scritto, con la mia scelta non stessi facendo altro che infliggermi dolore e frustrazione. Una scelta che, alla luce di ciò, tuttavia, non avrebbe dovuto essere considerata qual mera ripicca a discapito di chi, proprio malgrado, soltanto colpevole di avermi taciuto la verità dei fatti nel merito della presunta morte del mio sposo; quanto e piuttosto una spiacevole inibizione psicologica conseguente al mio più assoluto e fermo rifiuto in direzione di Desmair tale da impedirmi, persino, di trattenere i miei occhi per troppo tempo in quelli del mio amato Be’Sihl, nel timore di poter scoprire quanto dietro a quelle gemme ambrate non potesse più riconoscersi colui che lì desideravo incontrare quanto, e orrendamente, colui che lì temevo di finire per trovare.
Che, quindi, malgrado la censura impostami in replica all’ombra di mio marito apparsami innanzi, non rinunciai a sussurrare un’imprecazione a denti stretti, per maledirlo per quanto si stava divertendo a rinfacciarmi; credo abbia a considerarsi non meno umano e naturale di qualunque altra mia pulsione fisica, psicologica ed emotiva, mi sarebbe potuta essere concessa qual propria… soprattutto in un contesto qual quello per me lì, allora, presente. Un’imprecazione che, forse, probabilmente, non venne neppur intesa, da parte del traduttore automatico, in termini utili a permetterne il riadattamento a favore delle mie guardie e che, ciò non di meno, non mancò di attrarre il loro interesse, vedendo entrambi gli uomini impegnati a scortarmi dall’infermeria al mio prossimo alloggio, alla mia allora nuova dimora, voltarsi appena nella mia direzione, per cercare di comprendere non soltanto cosa avessi detto ma, soprattutto, il perché di un tono che, probabilmente, risuonò al contrario estremamente chiaro nei propri intendimenti.

« Diceva…? » mi interrogò uno fra i due, non mancando di ricorrere a quella particolare forma di rispetto, per quanto paradossale in un ambiente qual quello a noi circostante e, soprattutto, da parte di chi, obiettivamente, per me carceriere.
« In effetti sarebbe meglio che tu ripetessi quello che hai detto scandendolo meglio, mia cara… » gli fece eco Desmair, ancora presente innanzi a noi e ben distante, in apparenza, dalla prospettiva di dileguarsi, così come, al contrario, avrei gradito allora compisse « … anche io temo di non aver ben compreso, malgrado la nostra particolare connessione mentale! » dichiarò, al solo intento di rinnovare la provocazione precedente, nel doversi già considerare soddisfatto dall’evidenza di avermi costretta a quello sbottare.
« Nulla di importante… » minimizzai, sforzandomi di ignorare il mio sposo e di concentrare tutta la mia attenzione e tutto il mio interesse nei riguardi della mia scorta, quasi, in tal modo, l’ingombrante immagine rossa del mio persecutore psichico avrebbe potuto svanire, abbandonando la mia vista e, soprattutto, la mia mente « E’ stata soltanto una giornata molto… molto lunga… e la stanchezza inizia a farsi sentire. »

Un’affermazione, quella che volli in tal modo coscientemente formulare, che scatenò, come da me adeguatamente previsto, un violento moto di ilarità nei miei custodi.
Malgrado, infatti, fossi allora oscenamente distante da tutto ciò che per me avrebbe potuto essere considerato noto e familiare; malgrado, purtroppo e pur straordinariamente, fossi lì stata trasportata, dal fuoco della fenice, a una distanza addirittura incalcolabile rispetto al pianeta per me natio, al mio mondo; certe caratteristiche, certi comportamenti, certe predisposizioni psicologiche, possono essere considerate identiche e inalterate in ogni angolo di universo, in misura tale da non poter prevedere, da parte di un secondino, un reale sentimento di solidarietà con i prigionieri con i quali, pur, non avrebbe potuto evitare, sebbene per propria libera scelta e non per condanna, di condividere identici spazi nel medesimo tempo, ai quali, talvolta, spingersi persino a addebitare ogni propria ragione di frustrazione, di disagio o, anche e soltanto, di stanchezza, a coloro in assenza dei quali il proprio medesimo impiego, la propria professione, non avrebbe avuto la benché minima ragion d’essere.


venerdì 20 settembre 2013

2044


Se il traduttore automatico, fornitomi per essere in grado di interagire con il mondo a me circostante, per sperare di comprendere quanto mi potesse star venendo detto e di lasciar comprendere quanto io desiderassi dire, poteva essere in grado di adattare in tempo reale qualunque parola detta in termini che, alle mie orecchie, risuonassero qual comprensibili; uno spiacevole limite di tale pur straordinario ritrovato tecnologico avrebbe dovuto essere considerato nei confronti delle parole scritte che, purtroppo, al mio sguardo non avrebbero mai avuto speranza di trasformarsi in segni grafici che potessero essere considerati da me intelligibili. Ignorando completamente, pertanto, qual genere di moduli stessi allora sottoscrivendo, e, oggettivamente, non riservandomi particolare preoccupazione in tal senso, conclusi in tal modo la mia degenza presso il reparto ospedaliero della struttura e, finalmente, venni introdotta, con due giorni di ritardo, al resto di quella che, a tutti gli effetti, nulla di più e nulla di meno, avrebbe dovuto essere considerata che una colonia penale… e, nel dettaglio, una colonia penale extramondo: un concetto che, se solo non avessi avuto già una pur folle passata occasione di maturare confidenza con determinate verità, mi avrebbe probabilmente schiacciato, sotto il peso della maestosità propria di quanto, altresì, avrebbe dovuto essere considerato soltanto un orrore con il quale non voler avere nulla a che fare.
Partendo, infatti, dal presupposto che, sino ad allora, l’idea di luna era per me sempre stata un concetto singolare e univoco, qual quello dell’argenteo astro che le mie notti aveva contribuito a illuminare, concedendomi la possibilità di ravvisare pericoli laddove, in sua assenza, avrebbe potuto essere per me soltanto morte certa; il pensiero di essere stata trasportata, a bordo di una nave in grado di viaggiare attraverso le stelle, fino alla terza luna di un pianeta alieno, ove era stata edificata un’immensa cupola atta a permettere vita anche in assenza di ogni naturale possibilità di vita, non avrebbe potuto evitare di vedermi se non sconvolta, quantomeno disorientata…
… e disorientata nella misura in cui, in quel luogo, in quella prigione, i confini tracciati attorno a me non avrebbero dovuto essere riconosciuti in semplici mura, e neppure in straordinarie mura, quanto e piuttosto in quell’inquietante bolla al di fuori della quale sarebbe stata morte certa, promessa non tanto dalle guardie lì poste a sorveglianza di tali confini, quanto e piuttosto del Creato stesso, che là fuori non avrebbe concesso ad alcuno possibilità di porre piede!

« Ci sono un bel po’ di guardie per un posto da cui nessuno può sperare di scappare… non trovi?! »

Intervenendo in tal modo, a sorprendermi ci pensò la voce di Desmair, tornando improvvisa e inattesa nella mia vita e nel mio presente.
Da dopo il nostro breve confronto in cella, il giorno del mio arresto, mio marito e io non avevamo avuto ulteriori occasioni di contatto e, presa da tutti gli eventi dei quali ero stata passiva protagonista in quelle ultime ore, in quegli ultimi giorni, mi ero sinceramente dimenticata non soltanto della sua inalterata presenza nella mia vita, ma anche, e ancor più, dell’assenza del bracciale dorato a mia protezione da simili apparizioni. Sfortunatamente egli non mi aveva ancora concesso alcuna speranza di vedovanza, e, ancor più sfortunatamente, il mio bracciale dorato, così come la mia spada, non mi erano ovviamente stati restituiti, probabilmente trattenuti in custodia ancora su Loicare, là dove mi erano stati sequestrati. Ragione per la quale, volente o nolente, non avrei potuto fare nulla per ovviare a quelle occasioni di contatto psichico fra noi, né, tantomeno, avrei dovuto stupirmi per esse.
Ripresami dall’inevitabile turbamento derivante dalla comparsa della mostruosa immagine del mio sposo davanti a me, dovetti allora sforzarmi per offrire il mio miglior viso a un giuoco veramente pessimo, trattenendomi dall’offrirgli replica al fine di non risultare totalmente pazza innanzi all’attenzione delle due guardie armate che mi stavano scortando dall’infermeria alla zona detentiva, là dove, finalmente, avrei trascorso la notte, non soltanto in compagnia del mio nuovo braccio ma, anche e presumibilmente, di qualche compagno di prigionia.

« Che succede…? Vuoi fingerti arrabbiata con me…?! » mi stuzzicò il semidio, camminando alla nostra stessa velocità per restare sempre innanzi ai miei occhi « Ti ricordo che, date le dinamiche del nostro ultimo incontro, quello arrabbiato che non desidera più rivolgere la parola alla controparte dovrei essere io… e non tu, mia cara… »
Nessuna risposta.
« Ahhh… capisco! E’ per non fare brutta figura con i tuoi accompagnatori che non mi vuoi rispondere?! » insistette, sorridendomi con fare sornione « Temi forse che ti possano considerare pazza, non comprendendo che stai parlando con il tuo sposo semidivino che soltanto tu puoi vedere e la coscienza del quale, ormai, risiede soltanto all’interno della mente del tuo amante…? Sì… in effetti potrebbe essere abbastanza complicato da spiegare. »
Ancora nessuna risposta.
« Mia povera, piccola, cara Midda… » non mi offrì tregua, ciondolando innanzi a me e, in tal senso, crogiolandosi in maniera sin troppo esplicita nell’occasione per lui allora propria di poter inveire a mio discapito nel mio più totale e imperturbabile silenzio, così come mai, sino a quel momento, gli avevo, né gli avrei, concesso possibilità alcuna di compiere « Deve essere davvero molto frustrante, per te, riuscire a trattenerti dal rispondermi… riuscire a restare lì, tranquilla e apparentemente ignara di tutto, con la mia voce che riecheggia nella tua mente, in modi che alcun rimedio potrebbe essere utile a zittirla così come, sono certo, ti piacerebbe pur poter compiere in questo momento. »
Ennesima assenza di risposta.
« Sì… in effetti tutto questo deve essere estremamente frustrante. » confermò, ribadendo il concetto, nel dimostrarsi non ancora pago, non ancora soddisfatto per quanto lì in corso « Per quanto tu, ora, ti stia sforzando di tacere, non posso evitare di cogliere, nel tuo cuore e nei tuoi occhi, quella stessa emozione che domina il tuo amante ogni qual volta, in questi ultimi tempi, ti sei sottratta a lui e alle sue premure, rifiutandoti di condividere con lui quanto pur prima non gli hai mai negato, anche a costo dalla rottura delle tue promesse matrimoniali. E questo, solo e unicamente, perché temi che oltre a giacere con l’uomo che ami, potresti ritrovarti a giacere addirittura con il tuo sposo, in un pensiero che, ironico a dirsi, ti sconvolge e ti disgusta… »
Prevedibilmente nessun risultato e ulteriore insistenza.
« … ma sai una cosa?! » proseguì, ormai neppure attendendo una mia qualunque possibilità di replica a tanta provocazione, in verità difficilmente considerabile qual gratuita, non soltanto alla luce del nostro pessimo rapporto, ma, ancor più, di quanto allora da lui dichiarato, in maniera spiacevolmente sincera, unicamente all’unico scopo di colpirmi « La cosa più divertente in tutto questo è che, a conti fatti, ho avuto più possibilità di giacere al tuo fianco in ogni tuo momento di riposo, di sonno e di sogno, prima che quel dannato monile si frapponesse fra noi; allorché ora, nel ritrovarmi ospite della mente del tuo amante. Perché egli non ha mai mentito nel sottolineare quanto, fra noi, non vi possa essere alcun genere di condivisione; e come, obiettivamente, io sia rilegato in un angolo buio della sua coscienza, cieco e sordo al mondo esterno, se non per quanto solamente lui stesso mi concede occasione di conoscere. » definì, in quello che, non avrei mai potuto negarlo, per lui fu un momento di apoteosi, di massimo trionfo, come pochi nella sua esistenza « In altre parole… così facendo stai solo castigando te stessa, oltre all’uomo che ami, per una colpa che non appartiene ad alcuno dei due… e senza alcuna, reale, ragione! »

E la risata che seguì la conclusione di quel discorso, di quel breve ma intenso monologo, il più lungo che mai gli avessi concesso occasione di compiere, fu più che indicativa, più che trasparente di quanto, a prescindere da quanto vero o no avesse a considerarsi tutto ciò, quanto da lui rivelato, in quel modo, in quel momento, egli era cosciente di aver portato a compimento una straordinaria steccata a mio discapito, colpendomi su un fronte per me ancora troppo delicato, troppo sensibile, troppo scoperto, un metaforico fianco ferito in contrasto al quale ricevere le parole del quale non avrebbe mai potuto concedermi possibilità alcuna di indifferenza, di palesare un qualunque senso di superiorità.