Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 11 dicembre 2014

2269


Conclusione.

Ebbene sì… ce l’ho fatta. E… no. Con “ce l’ho fatta” non intendo riferirmi agli eventi qui sopra narrati, quanto e piuttosto al fatto di essere stato in grado di narrarli.
Mi si voglia offrire un briciolo di comprensione: come scritto, ripetuto e ribadito più volte, l’ultima poc’anzi, io non sono uno scrittore. Non sono un cantore. Non sono un bardo. Né, obiettivamente, ho mai avuto velleità alcuna in tal senso. Di mio sono un locandiere: amo cucinare, apprezzo potermi prendere cura della mia clientela, e credo di essere sufficientemente bravo, senza falsa modestia, nel premurarmi affinché ognuno possa trascorrere una lieta serata all’interno della mia locanda, facendo tutto il possibile per provvedere alle più diverse e variegate esigenze dell’avventore di turno. A chi mi ha chiesto birra, sono sempre stato solito offrire la migliore birra di tutta Kriarya e dintorni. A chi mi ha ordinato cibo, non ho mai fatto mancare piatti tracotanti la migliore carne e le migliori verdure di tutta la provincia, consegnatemi quotidianamente da fornitori selezionati. A chi mi ha domandato compagnia, ho sempre proposto professionisti e professioniste seri e fidati, in grado di offrire piena soddisfazione a ogni genere di capriccio al giusto prezzo.
D’accordo. Non nego di non essere propriamente sempre stato un locandiere. In giovinezza, dopotutto, anch’io ho vissuto le mie avventure. Avventure che, del resto, mi hanno visto attraversare un intero continente, partendo dalla natia Shar’Tiagh, all’estremità nord orientale di Qahr, per giungere in quel di Kofreya, nell’estremo sud occidentale, là dove poi mi sono stabilito e ho avuto occasione di incontrare, per la prima volta, Midda Bontor. E, obiettivamente, al di là di anni ormai perduti nel fiume del tempo, difficile sarebbe comunque e anche ora qualificarmi ancora come locandiere, dal momento in cui la mia locanda è a… non so nemmeno immaginare, tantomeno quantificare, quanta distanza da me, affidata alle sapienti cure di una coppia di giovani che, sono certo, sapranno gestirla al meglio. E comunque meglio di quanto non potrei ora, io, presumere di poter gestire. Ciò non di meno, per quanto probabilmente la qualifica più appropriata sarebbe, anche per me, quella di avventuriero; è indubbio quanto, nel mio intimo, io mi senta ancora più prossimo al locandiere di un tempo che a una figura qual quella propria della mia amata. Locandiere o avventuriero che io abbia a dover essere indicato, comunque, certamente non sono un bardo. Né un cantore. Né uno scrittore. E se in questo esperimento mi sono lasciato coinvolgere in conseguenza all’insistenza della mia amata, desiderosa che mi potesse essere concessa l’opportunità di colmare il vuoto narrativo altrimenti relativo a quanto occorsomi durante i mesi che ci avevano visti separati; preferisco obiettivamente ovviare a ripetere nuovamente questa esperienza, anche vista la mancanza di costanza che, purtroppo, mi è stata propria, e lasciare il non semplice onere del narratore a chi, meglio di me, si è giò dimostrato capace di coprire simile ruolo.
Comunque sia andata, bene o male, disastrosamente o straordinariamente… ce l’ho fatta. E, alla fine, sono giunto alla conclusione della storia. O, quantomeno, di questa storia, in particolare. Giacché ancora molte hanno a dover essere elencate le avventure di Midda Bontor, donna guerriera e mercenaria, indubbiamente meritevoli di essere raccontate.

Midda sopravvisse.
Non che, in verità, potessero sussistere dubbi alcuni a tal riguardo, soprattutto in coloro che, prima di porre mano alla mia cronaca, hanno avuto occasione di leggere quella scritta, di proprio pugno, dalla mia amata e volta, nella propria conclusione, ad anticipare l’ovvietà intrinseca della propria stessa sopravvivenza alla presunta condanna a morte impostale, laddove, altrimenti, difficilmente sarebbe stata sua possibile prerogativa quella di redigere, ella stessa, un diario relativo alle proprie imprese, a quanto da lei compiuto.
Comunque, e a scanso di ogni possibilità di equivoco… Midda sopravvisse. E l’unica ragione che fummo in grado di argomentare a tal proposito, attorno a una tale inattesa, rivelazione, necessariamente, fu quella propria di un inganno, di una menzogna, di un tranello orchestrato, sin dall’origine, dalla trapassata signorina Calahab, la quale, evidentemente, non aveva mai messo in forse la sopravvivenza del proprio possibile investimento, preferendo soltanto lasciar intendere simile minaccia ancor prima che rischiare di attuarla concretamente. Quanto, poi, di ciò, avrebbe avuto a doversi attribuire direttamente alla volontà della stessa Milah Rica, o piuttosto della regina Anmel Mal Toise, ovunque ella fosse finita, difficile sarebbe stato comprendere o apprezzare.
A onore di cronaca, non posso ovviare a segnalare quanto, proprio a tal riguardo, il mio inquilino, Desmair, abbia proposto l’esistenza di una propria ipotesi, una propria teoria volta a definire le ragioni alla base del comportamento della propria ben poco amata figura materna. Purtroppo, però, Desmair ha il proprio carattere… e nell’essersi ritrovato intrappolato all’interno della mia mente, e, peggio ancora, lì inibito a qualunque genere di contatto con me o con il mondo esterno, per effetto del collare ideato dalla sua stessa genitrice, o chi per lei, non si è dimostrato sufficientemente collaborativo dal voler condividere, realmente, con noi, o anche soltanto con me, simile teorema. Implicito, in queste mie ultime parole, ha da considerarsi quanto, come probabilmente avrebbe potuto essere facilmente prevedibile, Midda Bontor, gratificata dalla scoperta della propria mantenuta esistenza in vita, non si volle premurare allo scopo di permettere la rimozione, dal mio collo, del dispositivo lì impostomi durante il periodo di prigionia all’interno della torre della famiglia Calahab… al contrario!
Non meno lieta, in ciò, rispetto al potersi riconoscere sopravvissuta a un’ipotetica condanna a morte, la mia amata ebbe immediatamente a propormi il mantenimento di tale, non propriamente comodo, ornamento, per poterci, almeno temporaneamente, liberare della scomoda presenza del mio ospite, nonché suo sposo, e riconquistare l’intimità che, già da troppo tempo, ci stava venendo negata. Una proposta, la sua, che si potrà banalmente comprendere venne, da me, immediatamente accettata; laddove, per quanto spiacevole avrebbe avuto a doversi considerare il ricordo di quei mesi di prigionia, con ogni annesso e connesso, ancor più spiacevole sarebbe stata la prospettiva di dover ricondurre, nuovamente, il nostro rapporto a una sfera puramente psicologica, abbandonando l’indubbiamente piacevole, estasiante, inebriante e, perché negarlo?, assuefacente sfera fisica in quelle stesse ore appena riscoperta. Lasciato quindi analizzare il collare tanto al buon medico di bordo, quanto al capo tecnico, al fine di verificare ogni annesso e connesso collegato all’idea di mantenere in funzione tale dispositivo, e verificato quanto, con buona pace dello stesso Desmair, apparentemente simile collare avrebbe avuto a doversi considerare più un dono che un dolo; sostanzialmente retorica fu la scelta volta ad aggiungere il medesimo al mio… equipaggiamento di base, quasi un nuovo dorato ornamento shar’tiagho volto a rendere omaggio a qualche dio.
Un dio tecnologico, in quello specifico contesto, in sola grazia e lode al quale mi stava lì venendo concessa e garantita la possibilità di riprendere a vivere un rapporto pieno e completo con la mia amata, con la donna per la quale avevo accettato di abbandonare non soltanto quella che, da sempre, era stata la mia vita quotidiana ma, ancor più, con essa, tutto il mio intero mondo, tutto ciò che, sin dal mio primo respiro, avevo mai avuto occasione di conoscere e comprendere, in favore di una consapevolezza sicuramente più amplia sul Creato ma, non per questo, necessariamente più piacevole o più semplice da accettare e digerire.

E, così, eccoci giunti alla fine dell’inizio. A una fine contraddistinta dal sapore proprio di un inizio e che, qualcuno, avrebbe potuto considerare equivalente al medesimo punto da cui tutto aveva avuto inizio, benché, obiettivamente, nulla avrebbe potuto essere considerato realmente eguale. Perché se pur qualcosa doveva ancora essere completato, restando immutato, qualcos’altro era cambiato. E qualcosa di vecchio era stato perduto nel mentre in cui qualcos’altro di nuovo era stato trovato.
Anmel Mal Toise, la regina immortale, l’Oscura Mietitrice, il principio stesso di morte e distruzione di tutto il Creato, era ancora in libertà, esattamente così come quando ci era sfuggita al termine dell’ultima grande battaglia sul nostro mondo, e, ancora, non avevamo la benché minima idea di dove avremmo potuto rintracciarla, né, tantomeno, di come avremmo mai potuto fermarla, arrestarla, sconfiggerla definitivamente. Al contrario, in quanto accaduto su Loicare, in quanto occorso in quei primi mesi, avevamo avuto nuova riprova di quanto pericolosa ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nell’essere stata capace, meglio di noi, di riadattarsi rapidamente a quella nuova realtà e di trovare, in essa, nuove occasioni di potere, nuovi metodi per rendere la nostra missione tutt’altro che agevole, primo fra tutti la creazione di un fittizio passato per la mia amata, sua antagonista e nemesi, tale da spingerle contro un intero pianeta con maggiore efficacia rispetto a quanto mai non poteva essere stata capace di ipotizzare di compiere neppure la sua stessa gemella, Nissa Bontor, nell’agire con il volto, le fattezze, la voce, il portamento della sorella, all’unico scopo di screditarne il nome e la fama.
Ciò non di meno, benché l’obiettivo principale del nostro viaggio attraverso l’universo intero avrebbe avuto a doversi considerare ancora ben lontano dal raggiungere una qualsiasi possibilità di compimento, Midda e io non avremmo avuto a poter essere considerati al medesimo punto di qualche mese prima. 
Midda aveva ottenuto un più che valido rimpiazzo per il nero arto dai rossi riflessi che per quasi un ventennio aveva accompagnato le sue gesta, qual surrogato del destro braccio perduto in gioventù. E per quanto, ancora, il bracciale dorato in grazia al quale avrebbe potuto isolarsi dal vincolo esistente con il suo sposo Desmair fosse ancora perduto, e probabilmente destinato a restare tale, almeno la sua amata spada bastarda era stata ritrovata, andando ad affiancare un sempre più amplio arsenale di nuove armi con le quali non si sarebbe mai lasciata mancare occasione di maturare confidenza.
Io, dal canto mio, per quanto ancora a mia volta intimamente connesso a Desmair, avevo alfine guadagnato l’occasione di potermi considerare nuovamente qual il solo padrone della mia mente e del mio corpo, così come da troppo tempo, ormai, non mi era stata più concessa la benché minima possibilità. E sebbene mi sarei dovuto considerare privato del ruolo che, per anni, mi aveva contraddistinto all’interno della società, nonché della vita della mia stessa amata, quello di locandiere, ciò non di meno mi ero già riservato opportunità di dimostrare quanto, comunque, sarei stato pronto a rimettermi in gioco in ogni momento, venendo a patti, necessariamente, con quelle regole completamente nuove e, in parte, ancora da scoprire.
Ed entrambi, particolare ancor più importante rispetto a ogni altra banalità, necessariamente tale a confronto con ciò, non avremmo più potuto considerarci stranieri in terra straniera, soli in un mondo a noi sconosciuto e alieno. Giacché se il mondo attorno a noi, ancora per qualche tempo, sarebbe comunque rimasto alieno, a bordo della Kasta Hamina ci stava venendo concessa l’occasione di essere parte di qualcosa. Di un equipaggio. Di una famiglia.
Un equipaggio, una famiglia. Obiettivamente: cos’altro avremmo potuto, di più, domandare agli dei…?

martedì 9 dicembre 2014

2268


Or… prego chiunque avrà occasione di porre mani su questo manoscritto, di volersi sforzare a comprendere quanto avvenne, senza spendersi in troppo facili giudizi.
Se questa non fosse mera cronaca di eventi già occorsi, come più volte ripetuto e ribadito, nel timore che, quanto qui esposto, quanto qui narrato, potesse assumere il sapore proprio del frutto della mia immaginazione e di un evidentemente scarso talento scrittorio, reso, ove possibile, ancor peggiore nella propria resa finale, nel proprio risultato, dai lunghi intervalli occorsi fra un capitolo e il successivo, fra l’occasione di una parziale stesura e la seguente; probabilmente la scelta compiuta, in quel particolare e tragico momento, dalla mia amata avrebbe a doversi qui condannare qual del tutto fuori luogo, qual una decisione estranea a quanto altresì narrato sino a ora, e, in questo, addirittura lesiva nel confronto con il senso del dramma, con le emozioni, che le ultime ore della vita di una persona dovrebbero trasmettere. Insomma… nulla di più, e nulla di meno, che l’ennesima conferma di quanto soltanto pessima avrebbe a dover esser giudicata l’opera dell’autore. Ciò non di meno, per quanto in alcun modo io abbia a voler ora difendere la mia prosa, altresì solennemente impegnandomi affinché questo mio primo, costretto, esperimento di cronaca non abbia a ripetersi ulteriormente in futuro; ancora una volta non posso evitar di ribadire quanto nulla di tutto questo, alcuno fra gli eventi qui raccolti, abbia a potersi considerare adulterato nella propria veridicità, motivo per il quale, anche in questo frangente, anche in questa, per qualcuno probabilmente giudicabile grottesca, conclusione, null’altro di quanto qui riportato avvenne.
E così, per quanto allora non venne meno, né altrimenti avrebbe potuto essere, neppure per un solo istante, la consapevolezza della fine imminente, della tragica conclusione che ci stava attendendo ineluttabile e, ormai, certa, dietro l’angolo; la mia adorata Midda Bontor volle dimostrarsi, fino all’ultimo, fedele a se stessa. Motivo per il quale, al contrario di quanto i più potrebbero credere, riservandosi un approccio superficiale alla questione e, soprattutto, alla protagonista della medesima, ella volle negarsi la possibilità di cedere alla rassegnazione della condannata, all’apatia della moritura, in favore di un ultimo inno alla vita, e, con esso, della possibilità di trascorrere le proprie ipotetiche ultime ore non nel rimpianto per ciò che non avrebbe più avuto, quanto nel palese, e incontrovertibile, impegno a cogliere tutte le occasioni ancora concessele per vivere la propria vita…
… finanche concentrando tutto il proprio interesse, e tutte le proprie energie, in quella che, per quanto ci stava venendo concessa occasione di presumere, sarebbe stata la nostra ultima opportunità di intimità; allorché premurarsi di innalzare, con le proprie mani, la sua stessa pira funebre.

« Sei sicura di voler trascorrere così le tue ultime ore di vita…?! » le avevo domandato, nel mentre in cui mi ero ritrovato a essere trascinato, quasi di prepotenza, entro il suo alloggio a bordo della Kasta Hamina, verso una cuccetta non particolarmente spaziosa, e, ciò non di meno, neppur più piccola di spazi in cui già, in passato, avevamo giaciuto insieme, con reciproca soddisfazione e appagamento « Forse c’è ancora speranza… forse potremmo riuscire a trovare una cura… »
« Be’Sihl… » aveva sussurrato per tutta risposta, premendo le sue morbide labbra contro le mie, in un nuovo, appassionato bacio nel quale impormi occasione di silenzio « Tu più di chiunque altro dovresti renderti conto di quanto io abbia trascorso la mia intera esistenza a prepararmi per il giorno in cui mi sarei ritrovata costretta ad ascendere al cospetto di Thyres, signora di tutti i mari. E dal momento in cui, alla morte, avrò a dover dedicare il resto dell’eternità; per queste ultime ore preferirei preoccuparmi soltanto della vita… e della possibilità di viverla, per quanto ancora mi sarà concessa occasione, insieme a te. »

Così dicendo, forse senza neppure rendersene conto, ella mi aveva già sollevato, di peso, per mezzo del proprio riattivato braccio destro, e mi aveva spinto a sdraiarmi, supino e sotto di lei, altresì prona, sul giaciglio lì riservatoci, a dimostrazione di quanto, allora, difficilmente avrebbe potuto considerarsi meno che assolutamente sicura di quanto, in quelle ultime ore di vita, bramasse consumare, nonché del modo in cui, entro quelle strette pareti, avrebbe desiderato attendere, insieme a me, il momento del proprio ultimo respiro. E benché, una parte di me, del mio cuore e della mia mente, non avrebbero potuto evitare di insistere sul pensiero di quanto, forse, sarebbe stato più opportuno investire il tempo rimastoci in altro modo, lottando probabilmente vanamente nella ricerca di una cura che, a quel punto, avrebbe avuto comunque a doversi considerare irraggiungibile; un’altra parte, predominante, non riuscì a offrirle ragione di torto e, soprattutto, non seppe sottrarsi al richiamo di quelle membra, di quelle forme, di quel calore, che da troppo tempo mi era stato negato e il quale, presto, mi sarebbe stato definitivamente sottratto.

« Vacci piano… » le avevo quindi sorriso, quasi un dolce rimprovero per l’impiego tanto irruento del suo braccio, laddove, pur, nessun danno mi aveva fortunatamente arrecato.
« Purtroppo per te, non credo di potermi riservare l’opportunità di andarci piano… » aveva replicato, nel contempo preciso in cui, a ulteriore dimostrazione di tale teoria, aveva allora mosso sempre la propria destra agli abiti che, in quel momento, ne coprivano le forme, soltanto per strapparli, letteralmente, dal proprio busto, dalla propria vita e dai propri fianchi, per offrirsi, subitaneamente, nuda al mio cospetto, desiderosa soltanto di amarci e di amarci senza alcun freno, senza alcuna inibizione, non che in passato vi fossero mai state fra noi, ma alimentati, ancor più, dalla consapevolezza di quanto non ci sarebbe stata riservata ulteriore possibilità di godere di tutto quello.

Così ci amammo.
E soltanto gli dei possono essermi testimoni, in tutto ciò, di quanto mai amor ebbe a dimostrarsi più appassionato, più ardente, più sfrenato e, necessariamente, disperato, di quello, nella neppur tacita, reciproca consapevolezza di quanto alcuna requie ci avrebbe dovuto essere lì concessa, alcun momento di respiro ci sarebbe dovuto essere lì riservato, alcuna energia avrebbe, in tutto ciò, dovuto essere risparmiata, giacché a nulla, ancora, sarebbe poi servita.
Per ore, entro i confini di quella stanza, ci amammo.
E se, almeno in principio, alla stretta cuccetta venne riservato il compito di accoglierci, alla fine, all’ultimo, entrambi crollammo sul pavimento, sul fronte addirittura opposto a quello inizialmente concessoci, nel non aver risparmiato alcun angolo di quell’ambiente, di quell’improvvisata alcova, al nostro amore, alla nostra passione. Un termine, quello da me appena scelto per indicare il nostro, finale, arrivo al suolo, non casuale, non improvvisato, quanto e piuttosto indicativo di quanto avvenne: giacché, dopo ore di attività sessuale, a tratti frenetica, a tratti dolce, a volte addirittura violenta, altre delicata, e pur sempre complice, pur sempre in completa e assoluta armonia, alfine le forze vennero meno a entrambi, e null’altro che l’oblio del sonno poté esserci imposto… un sonno nel quale, forse, tentammo entrambi di negare ogni ansia, ogni paura, ogni terrore che, malgrado tutto, avrebbe ancor dovuto coglierci, e al quale pur, come conseguenza di quanto riservatoci in quell’ultimo frangente, non avremmo potuto dedicare alcuna energia, neppure volendo.
Per ore ci amammo.
E per altre ore, dopo di ciò, riposammo l’uno nelle braccia dell’altra stesi su quel pavimento. Ore nel corso delle quali, nell’inconsapevolezza, nell’incoscienza di quel volontario oblio, avrei dovuto essere separato, per sempre, dalla mia adorata. E ore, al contrario, al termine delle quali venni allor risvegliato dal più gioioso bacio che mai, prima d’allora, Midda aveva avuto tanto concreta ragione di concedermi, quasi strappandomi l’aria dai polmoni, in ciò, ma, contemporaneamente, offrendomi palese dimostrazione di un’imprevedibile, ma quanto mai apprezzata, realtà.

« Sono viva! »

lunedì 17 novembre 2014

2267


« Dottore… » prese immediatamente voce il capitano, che riconobbi immediatamente nel proprio ruolo anche in conseguenza al carisma che ebbe a porre in quell’invocazione, in quel preludio a un secco ordine atto a non concedersi, e a non concedere ad alcuno al proprio comando, possibilità di lasciarsi dominare dalla disperazione per quella che pur, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una situazione disperata « Mi dica, la prego, che è stato in grado di raggiungere un qualunque genere di risultato nelle analisi degli esami compiuti sul nostro ufficiale tattico. »

Indubbiamente apprezzabile, in quel momento, non ebbe semplicemente a dover essere considerato l’impegno che, malgrado tutto, Lange Rolamo volle imporsi nella ricerca di un’alternativa, di una qualunque soluzione, pur non sperata e, forse, neppur sperabile, alla crisi che stava coinvolgendo il proprio equipaggio; quanto e ancor più il suo impegno a voler riconoscere, al di là di ogni evento pregresso, e di ogni proprio probabilmente ancor non dissipato dubbio, il ruolo di Midda Bontor all’interno del medesimo proprio equipaggio, non considerandola qual una semplice ospite, o, peggio, una fonte di problemi, qual pur avrebbe avuto probabilmente ragione di giudicare, quanto e piuttosto una propria alleata, una propria compagna, una propria sorella. Un’alleata, una compagna e una sorella per sostenere la quale era stato pronto a mettere in forse la sopravvivenza del resto del proprio equipaggio, nel corso dell’attacco, appena conclusosi, alla torre dei Calahab; e un’alleata, una compagna e una sorella per tutelare la sopravvivenza della quale, certamente, non si sarebbe ancor arreso, non avrebbe ancor smesso di combattere… non fino a quando, a lei, così come a lui, sarebbe ancor rimasto un alito di vita in corpo.
E per quanto, quello stesso frangente, avrebbe avuto a doversi riconoscere, per il sottoscritto, qual il primo istante nel quale mi fu concessa occasione di confronto con l’intero equipaggio della Kasta Hamina, e con il suo comandante; null’altro mi fu necessario conoscere, apprendere, domandare, per avvertire, dal profondo del cuore, un sincero sentimento di cameratismo nei loro confronti. Una fiducia, una stima, una fedeltà, quelle che ebbero a sorgere dal mio intimo, che avrebbero avuto a dover essere argomentate, nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, non qual semplice, e pur doverosa, gratitudine per avermi tratto in salvo dalla prigionia entro la quale ero stato segregato per non avrei saputo definire quanto tempo; ma ancor più, ancor maggiormente, per quella straordinaria reazione di rifiuto nei confronti del fato, ipoteticamente segnato, della mia amata, e per l’intento, quanto mai sincero, volto a compiere tutto quanto possibile, e ancor più, allo scopo di garantirle ancora un nuovo domani, ancora una nuova alba.
Purtroppo, quello slancio di apparente riscossa, di speranzosa brama di futuro, ebbe spiacevolmente a scontrarsi con la mesta realtà derivante dall’assenza di qualunque positivo aggiornamento a opera del medico di bordo…

« Mi spiace… » scosse il capo Roro Ce’Shenn, dimostrando sul proprio grinzoso viso tutto il concreto, reale e palpabile risentimento a proprio stesso discapito per non essere, in quel frangente, in grado di riservarci la risposta positiva che tutti stavamo allor attendendo, nella quale tutti stavamo, forse stolidamente, confidando « Per quanto stia cercando di vagliare ogni possibile mezzo d’indagine, non ho ancora raggiunto alcun risultato utile a comprendere quale genere di minaccia stia gravando sulla nostra compagna. » asserì, con tono penitente, volto a chiedere perdono per quello che, allora, stava avvertendo completamente quale un proprio fallimento « Ovviamente continuerò senza tregua a cercare di ottenere qualcosa… qualunque cosa. Ma… temo di non essere in grado di garantire alcun risultato. »

Solo un breve istante di silenzio seguì quella che, in tal modo, parve volersi definire qual una sentenza di morte a discapito della mia amata. Un breve istante di silenzio che fu, ancora, interrotto dalla voce del capitano, il quale, nuovamente, non parve volersi concedere possibilità di resa alcuna. Né, tantomeno, ne avrebbe concessa a chiunque altro fra noi.

« Abbiamo poco meno di otto ore. » ricordò, facendo proprio un tono di voce tutt’altro che equivocabile con intenti di resa, ben lontano dal potersi riconoscere qual trasparente di un desiderio di rassegnazione di fronte a quanto, istante dopo istante, sempre più tragicamente giudicabile qual irreversibile, improcrastinabile, qual solo la morte, da sempre, era stata universalmente in grado di apparire, al di là di qualunque differenza culturale, di qualunque distanza tecnologica o quant’altro « E per quanto mi concerne, non è mia intenzione attendere la fine di questo conto alla rovescia in quieta e rassegnata contemplazione del Fato e dei suoi risvolti più cupi, più oscuri. »
« Ben detto. » approvò Duva, rivolgendo verso l’ex-marito uno sguardo straordinariamente colpo di gratitudine tale da rendere difficile escludere quanto, in tal sentimento, non ne avesse allora a celarsi anche un altro più profondo, un amore probabilmente fra loro mai sopito e pur, malgrado tutto, razionalmente rinnegato nel confronto con due concezioni, due sguardi sulla realtà fra loro troppo estranei « Nessuno di noi ha intenzione di arrendersi, Midda… nessuno di noi si arrenderà. E qualunque cosa ti abbia iniettato quella cagna, stai certa che ne verremo a capo. »

Seguendo l’esempio del proprio capitano, e dopo di lui del secondo in comando, tutti si impegnarono, in rapida successione, in quello che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a potersi considerare nulla di meno di un vero e proprio voto espresso in direzione della loro nuova compagna, della loro nuova sorella, di fronte alla prematura dipartita della quale mai si sarebbero concessi occasione di resa.
E se non uno fra coloro lì presenti si riservò possibilità di sottrarsi a quell’importante, quella significativa dichiarazione d’intenti, volta a sancire, al di là di ogni incertezza, quanto Midda, pur ancor per molti, troppi versi estranea quanto me a bordo di quella nave, fosse stata ciò non di meno accettata da tutti qual membro di quella famiglia; una voce ebbe pur occasione di sollevarsi in contrasto a tutto ciò, in netta negazione della prospettiva di trascorrere quelle ultime otto ore, o meno, in una nuova, adrenalinica battaglia contro un nemico purtroppo invisibile, impalpabile e, in questo, probabilmente invulnerabile. Una voce che non avrebbe avuto a doversi attribuire ad alcuno dei membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, né tantomeno al sottoscritto… e che, nell’assenza di una qualche particolare sovrabbondanza di attori lì presenti, facile può avere a intendersi, pertanto, qual quella della stessa donna guerriero per salvare la quale tutti sarebbero stati pronti a compiere il possibile e, forse, anche l’impossibile.

« Vi ringrazio… ma no grazie. » intervenne, concedendo alle estremità delle proprie carnose labbra di incresparsi leggermente, in un tenue sorriso probabilmente animato anche da un certo imbarazzo per quanto appena occorso e, ancor più, per quanto, lì, ella stava ritrovandosi costretta ad asserire « Il tempo a nostra disposizione è scaduto… e, sinceramente, non intendo spendere queste ultime ore di vita a inseguire una chimera. Ne ho già inseguite troppe nella mia vita. Letteralmente. » si riservò occasione di ironizzare, in un riferimento che pur, allora, probabilmente ebbi occasione di cogliere soltanto io.
« Ma… Midda! » tentò di protestare Lys’sh, sgranando gli occhi verso di lei.
« Non puoi dire davvero! » insistette Duva, non meno sconvolta all’idea, rispetto all’ofidiana.
« Posso. E lo dico. » confermò la prima, con tono fermo e controllato nel comunicare la propria decisione « E dal momento in cui, a tutti gli effetti, ho a dovermi ritenere una condannata a morte; preferirei quantomeno concedermi un ultimo momento di intimità con il mio compagno. » comunicò, volgendo uno sguardo carico di sentimento sincero nei miei confronti, lasciando appoggiare contro una parete la propria lama, solo per avere la possibilità di sollevare la mancina verso di me, a invitarmi a lei… un invito innanzi al quale non esitai a offrirmi, al di là della disperazione crescente nel mio cuore all’idea dell’ineluttabile.
« Mars… per cortesia. » richiese ella alfine, in direzione del capo tecnico, nel mentre in cui già i nostri corpi di stringevano in un dolce abbraccio « Credi di poter riavviare, in tempi brevi, la mia protesi e il congegno che Anmel ha posto attorno al collo di Be’Sihl…? »

martedì 4 novembre 2014

2266


Non sono in grado, ora, di fornirvi il numero preciso di cadaveri con i quali l’allor improvvisata coppia formata da Midda e da Desmair si premurò di decorare il percorso verso l’uscita.
Non che, probabilmente, Midda, in autonomia, ne avrebbe falciati in numero inferiore, considerando, fra l’altro, la non secondaria riunificazione fra lei e la spada dalla quale troppo a lungo era stata separata… ciò non di meno, qualcosa, nel riportare memoria di tali accadimenti, mi spinge a pensare che, almeno in parte, una quota di tali uccisioni ebbe lì a imputarsi più alla ricerca di una qualsivoglia occasione di sfogo per la mia amata, ancor prima che per un reale intento assassino nei loro riguardi. Uno sfogo, nella fattispecie, in tutto e per tutto conseguente alla tutt’altro che poco ingombrante presenza di Desmair al suo fianco. Presenza di fronte alla quale avrebbe avuto, volente o meno, a doversi sforzare di offrire buon viso… e che pur, inevitabilmente, non sarebbe mai riuscita realmente a digerire. Né ne avrebbe avuto interesse alcuno, neppur in nome di un qualche bene superiore.
In merito, poi, a coloro i quali si ritrovarono a essere giustiziati a opera dei miei gesti, seppur non propriamente miei, invece non avverto ragione utile a riservarmi dubbi di sorta: l’unico rimorso che il semidio dentro la mia testa ebbe a riservarsi, fu quello di non potersi riservare maggiore tempo da spendere in favore di quella carneficina, in un ritrovato piacere per la lotta che ebbe modo, a dir poco, di esaltarlo. Impossibile, del resto, stimare l’ammontare preciso dei secoli nel corso dei quali egli era stato esiliato dalla nostra dimensione, dal nostro universo, per ritrovarsi a essere rinchiuso nella prigione per lui eretta per esplicita richiesta della sua stessa madre, là segregato lontano da tutto e da tutti e, in ciò, costretto a riservarsi qual proprio unico tramite di contatto con il mondo esterno, con il mondo reale, quello concessogli dagli spettri al suo servizio, al suo comando. Spiriti che, alla fine, in maniera naturale e spontanea, erano divenuti, per lui, l’unico mezzo utile per interagire con chiunque, con qualunque cosa. Ritrovarsi, pertanto e in quel momento, privo di ogni supporto dalle proprie armate e costretto, straordinariamente, a dover difendere la propria… la nostra esistenza in vita a colpi di spada, non avrebbe potuto evitare di imporsi, a confronto con il suo cuore come un’esperienza a dir poco galvanizzante, inebriante, addirittura assuefacente, in misura utile a restituirgli, o probabilmente a donargli per la prima volta, consapevolezza dell’effettivo senso di un’esistenza mortale e, quindi, a entusiasmarlo per tutto ciò.
Totalizzando, comunque, in parte l’uno, in parte l’altra, un conteggio utile a negarci qualsivoglia prospettiva di successiva benevolenza da parte di coloro lì al servizio della famiglia Calahab, non che, fino ad allora, ce ne fosse stata riservata alcuna; Midda e Desmair, con al seguito, necessariamente, anche la sempre più taciturna Lys’sh, resa tale da ovvie motivazioni, riuscirono alfine a conquistare l’obiettivo prefissosi e, riversandosi in strada, ebbero allora a dover fare i conti con gli abitanti di una città che, attorno a loro, non aveva maturato particolare coscienza di poco o nulla nel merito di quanto, al di sopra delle proprie teste, stava accadendo… per nostra, incontrovertibile, fortuna. Se soltanto, infatti, al di fuori del grattacielo da noi preso d’assalto fosse trapelata la benché minima percezione di quanto, al suo interno, stesse accadendo, non semplicemente difficile, ma assolutamente improponibile sarebbe allor divenuto, per tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina lì impegnati in quell’azione di guerriglia urbana, riuscire a riservarsi una benché minima speranza di salvezza; nel doverci ritrovare, disperatamente, costretti a dichiarare battaglia non soltanto agli scagnozzi della famiglia Calahab, ma anche, e peggio, a tutte le forze dell’ordine che lì sarebbero accorse, nel confronto con le quali meno ovvia, banale o scontata avrebbe avuto a doversi giudicare la nostra vittoria.
Probabilmente, tuttavia, la questione avrebbe avuto a doversi interpretare alla luce di una chiave leggermente più profonda della mera fortuna, volgendo allor riferimento, nel dettaglio, proprio alla particolare situazione politica caratteristica dei rapporti fra l’autorità costituita dell’omni-governo di Loicare e l’organizzazione criminale facente riferimento alla stessa famiglia Calahab. Per quanto, infatti, non potemmo, e non potremo, mai riservarci opportunità di conferma concreta in tal senso, sarei anche ora pronto a scommettere la mia metà di proprietà della locanda, che possiedo in condivisione con Midda, in favore dell’ipotesi che l’omni-governo, e tutte le forze a esso collegate, si riservò piena coscienza di quanto, entro quelle mura, stesse accadendo, voltando, tuttavia e metaforicamente, lo sguardo da un’altra parte, nella speranza che, qual conseguenza degli eventi di quello stesso giorno, l’impero eretto dai Calahab potesse essere, finalmente, distrutto. Così come, dopotutto, avvenne, dal momento in cui l’ultima erede dei Calahab, Milah Rica, si era riservata la spiacevole opportunità di entrare nel lungo annovero di ex-collaboratrici, e poi vittime, della regina Anmel Mal Toise.
Che, allora, ci potemmo riservare occasione di fuga per mera fortuna, o per una tacita complicità da parte dello stesso omni-governo che, all’arrivo di Midda e mio su Loicare, non aveva avuto occasione di accoglierci propriamente a braccia aperte… poco o nulla ha ormai valore. Quanto conta, e quanto allora ebbe ragione di interessarci, fu l’opportunità di porci in salvo. E di ritrovarci, di lì a meno di due ore dopo, nuovamente in orbita, al sicuro entro il ventre della Kasta Hamina.

Permettetemi, ora, di trascurare, da questa mia già eccessivamente prolungatasi cronaca, tutte le banalità e le ovvietà relative al passaggio di consegne, del mio corpo, fra Desmair e il sottoscritto. O, parimenti, delle mie reazioni iniziali innanzi allo spettacolo, per me ancor impensabile, ancor inconcepibile, rappresentato da quella nave mercantile di classe libellula, probabilmente priva di particolare valore, di concreta importanza innanzi agli sguardi di chi abituato a una tale realtà e, altresì, straordinaria e sconvolgente innanzi al giudizio di chi, come me, giunto da un mondo scevro da ogni genere di tecnologia.
Invero, a voler spendere parole attorno a tali digressioni, avrei occasione di occupare ancora molte pagine, in quello che potrebbe persino assumere la connotazione di un trattato, per lo meno nella propria seconda tematica. Ciò non di meno, quanto credo abbia a essere più importante e rilevante, è ciò che, al di là di tutto il rumore a margine, ebbe allora a interessare maggiormente tanto il sottoscritto, quanto l’intero equipaggio della Kasta Hamina, sin dal primo passo che ci riservammo occasione di compiere a bordo della nave… anzi… ancor prima a bordo della navetta che ci permise di lasciare il pianeta e riconquistare l’orbita del medesimo e la nave lassù ormeggiata, se mi concedete l’improprio impiego di tale termine. Un tema, un argomento, un interrogativo, nella fattispecie, che ebbe a essere formulato per voce dello stesso primo ufficiale di quell’equipaggio, persino in anticipo rispetto alla riconsegna, a Midda e a me, di traduttori funzionanti.
Ragione per la quale, necessariamente, dovette poi essere ripetuto. E ragione per la quale non mancò di esserlo, con foga trasparente di un sentimento incontrovertibilmente sincero… e un sentimento carico di affetto, di premura e di timore per la replica che, a tale questione, avrebbe potuto seguire.

« Quindi…? Avete trovato l’antidoto?! » incalzò Duva Nebiria, non appena ne ebbe la possibilità, rivolgendosi direttamente in direzione di colei che, per prima, avrebbe dovuto riservarsi interesse a tal riguardo, laddove la propria stessa sopravvivenza, altresì, avrebbe avuto a doversi ricordare qual posta in serio dubbio, in terrificante forse.
« Preferisci una risposta sgradevole ma sincera oppure una replica speranzosa ma del tutto priva di fondamento?... » sospirò la mia amata, offrendo un sorriso che si sforzò di concedere alla propria interlocutrice un fugace spiraglio di ironia, di giuoco, di scherzo, e che pur, nell’argomento affrontato, non parve essere in grado di animarsi dell’opportuno entusiasmo, di un’effettiva vivacità, tale da risultare convincente, credibile nel proprio intento.

E se giocoso ebbe a doversi descrivere il tentativo di lei per concedere, al dramma di quel momento, un’evoluzione rivolta alla commedia, quasi a banalizzare il destino di morte in tal modo impostole, impossibile fu per chiunque fa i presenti non avvertire la cupa ombra della tragedia stendersi su tutti noi, innanzi all’idea di quanto, ormai, apparentemente e irrevocabilmente inevitabile.

lunedì 3 novembre 2014

2265


« Thyres! » gemette la mia amata, a denti stretti.

Fra i tanti tratti caratterizzanti la non semplice personalità di Desmair, uno fra i primi che Midda, a proprie spese, aveva imparato a conoscere, e a disprezzare, avrebbe avuto senza ombra di dubbio alcuno quello relativo alla sua più completa indisposizione a concedere l’ultima parola… non che, in tal senso, la mia amata si sia mai dimostrata contraddistinta da particolare generosità.
Figlio di un dio, minore certo e, ciò non di meno, sempre un dio, nonché di una regina shar’tiagha, a sua volta progenie dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh; a voler peccare di eccessiva precisione, una certa arroganza di fondo da parte sua avrebbe, invero, potuto anche essere giustificata e compresa, per quanto, ovviamente, difficilmente accettata e, ancor più faticosamente, tollerata. In verità, addirittura, nel voler ricordare come la donna guerriero avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la sua novecento undicesima sposa, già estremamente ampio, insolitamente importante, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto lo spazio di manovra che egli aveva accettato di concederle… non per propria concreta e volontaria decisione ovviamente, e pur, ciò nonostante, concederle qual tributo alla straordinarietà da lei stessa, incontrovertibilmente, incarnata in ogni singolo gesto, azione, pensiero o parola. Che a confronto con l’animo non meno orgoglioso di Midda Bontor, tuttavia, simile, minimale, concessione, potesse essere considerata qual sufficiente, soltanto follia avrebbe avuto a dover essere considerata: una follia della quale, ineluttabilmente, ella non si sarebbe mai volontariamente mostrata complice, né, tantomeno, avrebbe offerto riprova di voler quietamente tollerare.
Insomma… un matrimonio tutt’altro che desiderato o apprezzato, da ambo le parti, per di più contraddistinto, nelle proprie medesime parti, da due caratteri che improbabilmente avrebbero potuto trovare una qualsivoglia opportunità di reciproca sopportazione, proponendosi, al contempo, indubbiamente antitetici e, ciò non di meno, terribilmente assimilabili.
Fu l’ennesimo intervento, incomprensibile e incompreso, da parte di Lys’sh a costringere tutti a ritrovare il giusto confronto con le reali priorità e, in particolare, con l’urgenza di abbandonare, quanto prima, quell’edificio, non potendoci permettere di lasciarci ritrovare ancora al suo interno nel momento stesso in cui le conseguenze dell’impiego del bagatto fossero state sanate, e il vantaggio per noi derivante dalle medesime si fosse, irrimediabilmente, dissolto.

Un intervento che, al di là di tutti i naturali, e, all’epoca, insormontabili, ostacoli linguistici, ebbe ciò non di meno occasione di risultare incontrovertibilmente chiaro nel proprio significato, traducendosi in un estremamente efficace: « Smettetela con queste inutili ciance e preoccupatevi soltanto di portare la pelle in salvo! »
« Non avrei saputo dirlo meglio, sorella… qualunque cosa tu abbia appena detto! » dichiarò Desmair, attraverso le mie labbra, probabilmente nel desiderio di dimostrarsi allor animato da una volontà volta alla collaborazione, alla cooperazione, e, ciò non di meno, non riuscendo a negare, alle proprie parole, un forse irrinunciabile sarcasmo di fondo che, prontamente, venne intercettato dalla mia amata, incapace, a propria volta, a riconoscergli qualunque genere di libertà, fosse anche, semplicemente, di natura verbale.
« Non è tua sorella… » sancì, costringendosi, poi, a tacere e a impedirsi, in tal modo, di alimentare, ulteriormente, quell’inutile diatriba… inutile, soprattutto nell’aver, comunque, colto il messaggio che Lys’sh si era voluta appena sforzare di condividere con entrambi, l’impegno della quale, altresì, avrebbe spiacevolmente vanificato senza, invero, alcuna reale motivazione utile in tal senso.
« Giusto… » annuì l’altro, non rifiutandosi, ancora una volta, di ricercare l’occasione dell’ultima parola « E, pertanto, non ci potrebbe essere nulla di male, per me e per lei, a concederci un’occasione di intimità. Concordi?! » obiettò, in quella che avrebbe potuto considerarsi una gratuita provocazione alla propria sposa e che, ciò non di meno, non avrebbe avuto a doversi banalizzare semplicemente qual tale… non a confronto con l’insolito, ma non per questo meno conturbante, fascino esotico intrinseco in quella giovane donna serpente.

Sia chiaro: non avrei mai potuto, né mai potrei, riservarmi dubbio alcuno nel merito del fatto che Midda, al di là della distanza che aveva imposto fra noi, non avrebbe potuto, né mai potrebbe, tollerare l’idea di veder Desmair, nel mio corpo, amoreggiare con la propria nuova amica, non tanto per Desmair, quanto e ovviamente per il fatto che egli avrebbe potuto riservarsi tale opportunità solo nel mio corpo, nonché per il fatto che mai avrebbe condannato Lys’sh all’orrore di un qualsivoglia genere di legame con il proprio sposo, divenuto, obiettivamente, tale soltanto al fine di preservare da tale destino un’altra propria amica, un’altra propria compagna di ventura. E, proprio alla luce di ciò, e del carattere abitualmente ben lontano dal potersi considerare moderato della mia stessa prediletta mercenaria, soprattutto a confronto con il proprio odiato marito e tutto quanto a lui pertinente; non potrei in alcun modo, ora, negare alla medesima Midda Bontor il giusto merito di essere stata capace, allor, di tacere, di concedere al proprio interlocutore un’apparente vittoria utile a porre termine a quel dibattito del tutto fine a se stesso, e a garantire, di conseguenza, al nostro intero gruppo di proseguire, con maggiore quiete e controllo, nella discesa da quella torre, da quella città in verticale all’interno della quale soltanto un triste destino avrebbe potuto esserci garantito se non ci fossimo tutti concentrati, così come richiesto da Lys’sh, sull’unica cosa, allora, realmente importante: riportare a casa la pelle.
E se proprio la metaforica pelle della mia amata, la mia adorata, avrebbe avuto a doversi ricordare, a confronto con tutto ciò, qual quella lì più a rischio, più in forse nel confronto con la minaccia ancor oscenamente persistente, e terribilmente letale, della promessa di morte a lei rivolta da parte della regina Anmel Mal Toise, o di chi per lei. Una promessa di morte che, istante dopo istante, stava pazientemente contemplando gli ultimi momenti di vita che sarebbero stati offerti a colei che sola, fra tutte, aveva offerto riprova di poter essere, per tale folle dominatrice, un reale ostacolo nella conquista del potere… e di un potere da questa desiderato qual assoluto e supremo.

« Mi permetto di considerare questo silenzio qual tacito assenso… » tentò, nuovamente, di stuzzicare Desmair, evidentemente tutt’altro che pago dall’assenza di una qualsivoglia replica da parte della propria alleata e, pur, antagonista, in quella che, probabilmente, per lui avrebbe avuto a doversi considerare una tutt’altro che spiacevole schermaglia, soprattutto a confronto con il lungo silenzio, e isolamento, al quale era stato costretto dal collare che, ormai privo di ogni operatività, ancora era saldamente legato attorno al mio… al nostro collo « Quantomeno non ti potrò accusare di essere incoerente, nel concedere anche a me il lusso di un’amante, così come tu hai ricercato quasi immediatamente, dopo il nostro matrimonio. »

Ancora nessuna risposta da parte della mia amata. E ancora, in tal modo, soddisfatto il desiderio dell’ultima parola, proprio di colui che, in quel mentre, stava parlando attraverso la mia stessa voce, facendomi pronunciare frasi per le quali, probabilmente, Midda non mi avrebbe offerto perdono alcuno, se non fosse stata più che consapevole di quanto non avrei potuto essere io a scandirle.

« E sia… » concluse il figlio di Kah, storcendo le labbra verso il basso, con inferiore soddisfazione rispetto a quella che, probabilmente, avrebbe potuto considerare propria nel vincere, allora, tale confronto a fronte dell’effettiva partecipazione della controparte « … prima usciamo di qui, e prima riprenderemo questo discorso. Anche perché sono proprio curioso di capire se davvero saresti soddisfatta di immaginare il corpo del tuo amante intento a giacere al fianco della tua nuova amichetta dalla pelle squamata. Quadro che, per inciso, personalmente mi stuzzica… e non poco. »

martedì 21 ottobre 2014

2264


Midda Bontor, la mia amata Midda Bontor, addestrata a essere guerriero da anni antecedenti a quelli in cui aveva potuto iniziare a essere riconosciuta pienamente qual donna, e prima ancora marinaio, e, successivamente, mercenaria, da quando il precipitare di alcuni eventi le avevano negato la possibilità di continuare a percorrere le vie del mare, aveva affrontato, nel corso della propria non breve esistenza, molteplici sfide, probabilmente persino troppe battaglie, per non potersi considerare consapevole nel merito della necessità, in talune occasioni, di stringere insolite alleanze, all’occorrenza di un comune nemico da fronteggiare.
In questo, benché propria prerogativa, da sempre, avesse a dover essere riconosciuto il mantenimento dei propri principi, delle proprie idee, in una coerenza granitica che, ancor prima di ogni altra sua straordinaria caratteristica, la rendeva comunque e inoppugnabilmente una persona fuori dal comune, fuori da ogni possibilità di stereotipata banalizzazione; proprio laddove consapevole di ciò, di quanto la guerra, nella propria concezione più pratica, più concreta, più violenta, fosse solita offrire pretesto per ritrovarsi a creare un unico fronte con coloro i quali, paradossalmente, un attimo prima si sarebbe potuti essere impegnati in un non meno letale tenzone, difficilmente avrebbe potuto ignorare il raziocinio esistente dietro le parole di Desmair, dietro l’avvertimento da egli così sollevato nel merito della necessità di accettare, almeno estemporaneamente, la sua presenza al proprio fianco… e nel mio corpo. Non che, comunque, in tal accettazione, ella avrebbe mai potuto mutare le proprie idee, e i propri desideri, in ferino contrasto al proprio sposo, a quel semidio da lei sposato unicamente per l’occorrenza di un istante sperato, creduto qual fugace, e poi, sgradevolmente, scopertosi qual impropriamente duraturo: ove anche, in quel frangente, così come già in passato, la presenza e l’aiuto di Desmair avrebbero potuto essere da lei tollerati, nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto mutare, o anche solo smorzare, la ferma volontà, da parte della mia amata, di definire quanto prima, e in maniera speranzosamente duratura e irrevocabile, il proprio stato di vedovanza, quella condizione della quale, per breve tempo, ella si era illusa di poter godere finanche al punto di arrivare a suggerire l’eventualità delle nostre nozze, di una nostra, quanto mai insperata unione eterna.
Così, ingoiando a forza, con disprezzo, ribrezzo e, addirittura, disgusto, l’amaro… amarissimo boccone che il destino le stava in tal modo riservando, ella si trattenne dal perseguire qualunque obiettivo in contrasto a colui che, prima di chiunque altro, prima ancora, e persino, anche rispetto alle guardie armate lì schierate in nostro esplicito contrasto, non avrebbe potuto evitare di identificare, in quel frangente così come un qualunque altro contesto, qual un avversario, qual un antagonista; reindirizzando, non senza un deciso impegno, un concreto sforzo, tutto il proprio impeto, tutto il proprio furore, verso diversi obiettivi. E dove anche, in quel momento, al computo dei combattenti sarebbe ancora mancato il nome di Lys’sh, del suo intervento non vi fu alcuna evidenza di necessità… non sotto l’azione, contemporanea, dei colpi inferti da Desmair e da Midda Bontor.
Ovviamente, a fronte di un tale scenario, di un simile, inatteso intervento da parte “mia”, la giovane ofidiana non ebbe a risparmiarsi commenti, i quali, purtroppo, rimasero privi, almeno nell’immediato, di qualsivoglia replica, nella subentrata impossibilità, fra noi e lei, di qualsivoglia comprensione, facendo emergere, se mi si può concedere l’osservazione, il prepotente limite della tecnologia della quale, sino a quel momento, ci eravamo tutti avvalsi per comunicare. Giacché, palesemente, la comodità allor conseguente all’impiego di tale supporto, di simile strumento, si dimostrò compensata, in maniera incontrovertibile, dalla mantenimento della più assoluta ignoranza, della più completa estraneità, nel merito della lingua, o delle lingue, che, per mezzo del traduttore automatico, non ci era stata richiesta l’esigenza di apprendere. Un limite il quale, se pur non avrebbe avuto occasione di emergere fin tanto che lo strumento avrebbe continuato a operare in maniera corretta, sarebbe altresì purtroppo risultato più che spiacevolmente vincolante in caso di malfunzionamento, così come in quel momento.
Per nostra fortuna, a margine di questa mia personale considerazione, in quel frangente Midda e Lys’sh avrebbero avuto a doversi comunque riconoscere qual più che perfettamente allineate, nel merito di quanto avremmo avuto a dover compiere nell’immediato futuro, ragione per la quale, al di là del solido muro di incomunicabilità eretto fra noi, ciò non avrebbe potuto rappresentare alcuna ragione d’ostacolo.
Non, quantomeno, fin a quando Desmair si fosse dimostrato comunque collaborativo nei confronti di entrambe, nell’egual misura in cui alla propria sposa aveva domandato di sforzarsi di essere nei propri…

« Tutto questo mi fa ritornare giovane… a prima che mia madre decidesse di esiliarmi in quella dannata fortezza fra i ghiacci ai confini del mondo! » esultò e rievocò, rivolgendosi, appena ansimante, in direzione di Midda, non appena anche l’ultima delle guardie, di quel nuovo contingente in nostro contrasto schieratosi, fu abbattuta « Dei… mi ero quasi dimenticato quanto potesse essere piacevole infliggere colpi con le proprie stesse mani… » soggiunse, quasi a titolo di commento a margine.
« Tre cose… » replicò la donna guerriero, con tono quanto più possibile gelido e distaccato, benché, fra tutti i propri antagonisti, Desmair avesse a doversi considerare, effettivamente, quello che più di chiunque altro era in grado di farle smarrire il proprio altrimenti glaciale autocontrollo « Primo: invece di stare qui a crogiolarti innanzi al massacro compiuto, vedi di darti una mossa… ne abbiamo ancora di strada da fare per uscire da qui. » comandò, attuando ella stessa, immediatamente, le proprie parole e, con un cenno, invitando anche Lys’sh a seguirla, nel riprendere la discesa appena interrotta, in maniera tanto effimera, fugace « Secondo: cerca di non dimenticarti che quelle non sono le tue stesse mani, ma le mani di Be’Sihl. Al quale dovrai restituire il controllo non appena si sarà ripreso o, te lo giuro, tua madre diverrà l’ultimo dei tuoi problemi. » minacciò, in quella che, qualcuno, estraneo a qualsivoglia confidenza con lei, avrebbe potuto considerare un futile sfogo e che, tuttavia, alcuno si sarebbe mai dovuto concedersi la leggerezza di dover fraintendere qual tale, a meno di non volerne poi pagare le terrificanti conseguenze « Terzo: non sei mai stato imprigionato ai confini del mondo, per mia sventura. O non sarei incappata nella tua fortezza per puro errore… » concluse, in quella che, allora, ebbe anche per lei a suonare quasi a titolo di commento a margine… un commento carico di rimpianto e di nostalgia all’idea di quanto, se gli eventi non l’avessero mai condotta a conoscerlo, sicuramente quegli ultimi anni di vita avrebbero preso una piega decisamente diversa e, forse, migliore.
« Tre cose… » insistette egli, sembrando quasi volerle fare verso, nel riprendere facendo proprie le medesime parole da lei appena destinategli « Primo: commetti troppo spesso l’errore di dimenticarti quanto, in verità, la mia metà umana sia nata e cresciuta in quel di Shar’Tiagh. E con “metà umana”, ovviamente, non intendo riferirmi al tuo amante, mia fedifraga sposa. Pertanto… sì. Essere confinati in sulla cima dei monti Rou’Farth, per te dietro l’angolo, dal mio punto di vista ebbe a doversi considerare essere esiliato ai confini del mondo. » puntualizzò, rammentando, non a torto, quanto le origini di sua madre Anmel Mal Toise, e quindi anche le sue, per uno strano scherzo del destino avrebbero avuto a doversi considerare corrispondenti alle mie, nel ricondurci entrambi in quel del regno di Shar’Tiagh « Secondo: dovresti essere tu a rammentarti, piuttosto, quanto in questo momento le mie spoglie mortali abbiano in tutto e per tutto a essere considerate coincidenti con quelle del succitato amante… ragione per la quale, probabilmente, dovresti ponderare con maggiore attenzione le tue minacce, e la fattibilità delle medesime, prima di formularle a vuoto. A meno che, ovviamente, il tuo desiderio di arrecarmi un torto abbia a considerarsi maggiore rispetto alla tua brama di tutelare l’integrità fisica, e la salute, del tuo supposto amato. » suggerì, non negandosi un ampio sorriso sornione, quanto mai a sproposito, allora, laddove espresso dal mio stesso volto « Terzo: mi pare che io ti stia seguendo… quindi, anche in questo caso, tutto il tuo precedente sfogo ha da considerarsi del tutto fine a se stesso, per non dire completamente vano e superfluo. » concluse, con malcelata soddisfazione per il successo in tal maniera considerato qual proprio, qual riportato nel confronto appena occorso con lei.

lunedì 13 ottobre 2014

2263

Fu quello che, poeticamente, potrei ora descrivere come l’intervento del fato, ma che, sostanzialmente, altro non avrebbe avuto a dover essere ricondotto a un mio sciocco momento di distrazione, a restituire a me, e anche alle mie due compagne, la consapevolezza di quanto, nuovamente, non avrei più potuto definirmi realmente solo, così come mai avrei potuto permettermi di vantarmi di essere sin dal giorno in cui, mio malgrado, ero stato individuato dal marito della mia amata qual ricettacolo ideale per il proprio fuggente spirito, ancor aggrappato al piano d’esistenza mortale benché il suo stesso corpo, ipoteticamente immortale, fosse stato sconfitto per intervento, per opera, del medesimo dio minore al quale avrebbe avuto a doversi dichiarare grato per la propria esistenza in vita, nell’esserne semidivina progenie. Uno sciocco momento di distrazione le conseguenze del quale, nel rendere giustizia allo stesso Desmair, avrebbero potuto persino aversi a considerare fatali se solo, appunto, non fossi stato allora graziato dalla pur mal digerita, e mal digeribile, presenza del medesimo all’interno del mio corpo.
Ovviamente, di quanto a seguire, non mi venne data occasione di essere testimone in prima persona, se non nel proprio preambolo, ragione per la quale, ancora una volta, questo mio resoconto si prenderà la libertà di riportare non tanto eventi da me concretamente vissuti, quanto e piuttosto ricostruire la dinamica degli stessi sulla base di quelle che, a posteriori, sono state le vicissitudini a me stesso riferite. Giacché io, nel mentre della nostra fuga, benché ancor sostenuto, oltremisura, dai mai sgradevoli effetti dell’adrenalina, mi ritrovai, imperdonabilmente, a inciampare, forse in conseguenza di un controllo ancor non completo sul mio corpo, forse a seguito dell’incredibile concitazione del momento o, ancora, forse per effetto di una reazione inconscia e istintiva a un qualche segnale di pericolo a me circostante: impossibile, ora, per me definire con precisione entro quale fra queste, e molte altre, eventualità, avrebbe avuto a doversi considerare la causa del pur ingiustificabile crollo che mi coinvolse, che mi vide protagonista, e che, peggio che mai, mi ritrovò intento a picchiare la nuca al suolo, con foga fortunatamente insufficiente ad aprirmi il cranio come un melone troppo maturo e pur, ciò non di meno, adeguata a privarmi, temporaneamente, dei sensi. Condizione alla quale, per collettiva fortuna, si premurò di rimediare rapidamente il mio ospite, prendendo egli stesso controllo del mio corpo altrimenti rimasto, in quel particolare frangente, privo di una coscienza utile a guidarlo.

« Be’Sihl! » gridò Midda, anche in quel momento, anche in quella particolare situazione che avrebbe potuto comprendere i suoi ultimi istanti di vita, a causa del male ancor incurato all’interno del suo corpo dono della sua carceriera, preoccupandosi maggiormente per me ancor prima che per se stessa, e subito precipitandosi al mio fianco per offrirmi il proprio aiuto ed, eventualmente, la propria protezione « Stai bene…?! »

Nel contempo di ciò, un sibilante suono provenne dalle labbra di Lys’sh, proponendosi, invero, quale l’effettivo suono della sua voce, e la concreta espressione della sua lingua natia, non filtrata e non tradotta attraverso congegni in quel momento ormai inutilizzabili, e, in ciò, obiettivamente incomprensibili nel proprio significante, e nel proprio significato, tanto alle orecchie della mia amata, e sua prima compagna di ventura, quanto alle mie… o, per lo meno alle mie orecchie pur, allora, non più sotto il mio effettivo controllo.
Malgrado tale concreto inconveniente, e l’apparente impossibilità a comunicare, il messaggio che Lys’sh aveva voluto offrirci risultò quanto meno esplicito, in quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual un allarme volto a preservarci dall’aggressione di un nuovo gruppo di guardie che, proprio su di noi, stavano per piombare in quel momento, equipaggiati per uno scontro all’arma bianca, con pugnali e daghe.

« Thyres! » imprecò la mia amata, preparandosi al nuovo scontro.

Ancor prima che ella potesse muovere di un solo soffio la propria lama, a intervenire, però, fui io. O, meglio, fu Desmair.
Desmair, il quale, non concedendo più al nostro corpo di giacere a terra, ci spinse con forza, con energia, e con l’assurda eleganza di un unico gesto, di una sola flessione muscolare, a recuperare una posizione eretta innanzi al nemico e, nel contempo di ciò, a proiettare la lama con la quale, un istante prima, mi stavo accompagnando, verso i nostri antagonisti, con impeto espresso, indubbiamente, dal mio corpo e, ciò non di meno, manifestando una violenza della quale non mi sarei mai riuscito a rendere interprete, neppure in grazia a un’adrenalinica overdose. Perché la spada con la quale mi ero armato, allora, volò fra noi e i nostri antagonisti con la precisione e la traiettoria di un dardo scoccato da una balestra e, letteralmente, trapassò, da parte a parte, il petto di ben due guardie, finendo, addirittura, con il ferirne una terza alle loro spalle, così come, sicuramente, neppure una lancia si sarebbe mai potuta concedere occasione di compiere.
E se un nuovo sibilo, ora di chiara sorpresa, commentò l’accaduto sul fronte della nostra ofidiana compagna, parole ben più comprensibili manifestarono la reazione di Midda all’accaduto…

« Ma… come…?! » esitò ella, per un fugace istante, salvo poi lasciar scomparire le proprie nere pupille all’interno delle glaciali iridi, a conferma di quanto, in quel momento, avesse perfettamente compreso l’identità di colui che le stava innanzi e, malgrado l’intervento in comune soccorso, non ne fosse minimamente lieta « … Desmair! »
« Mia signora… bentrovata. » sorrisi… sorrise egli, con il mio volto, accennando un lieve inchino prima di balzare in avanti e catapultarci nella mischia, a finire la terza guardia già ferita e ad affrontare quelle che, dietro a quel primo contingente, stavano per arrivare « Credi che io possa rischiare di apparire eccessivamente sdolcinato evidenziando quanto tu mi sia mancata in questi ultimi mesi…?! »

Quasi a volerle rendere omaggio, in un gesto che, pur, non avrebbe dovuto essere in alcun modo considerato naturale per lui, per la sua indole, per il suo carattere o, comunque, per i loro trascorsi quantomeno burrascosi e fondati su una reciproca e consapevole inimicizia, l’allor detentore del mio corpo ci scagliò senza riservarsi il benché minimo freno inibitore contro il pericolo e, nel contempo di ciò, si riservò persino quell’occasione di scherzo, di giuoco con lei, in quello che, altresì, avrebbe avuto a doversi considerare un modo d’agire proprio della mia stessa compagna, nonché sua mai desiderata sposa.
E, di ciò, di tale gesto, di simile atto, Midda non mancò ovviamente di cogliere l’evidenza, pur non offrendo alcuna trasparenza di ipotetica soddisfazione per quanto, in cotale maniera, tributatole. Perché, al di là dell’omaggio sì rivoltole, quanto più di ogni altra cosa ella non poté ovviare a notare fu l’innegabile, sgradevole e temuto ritorno in azione di Desmair. E di Desmair come prepotente possessore del corpo entro il quale, solo un istante prima, ero stato io ad agire. A confrontarmi con lei. A stringermi a lei.

« Non sono in vena di scherzi, Desmair! » obiettò ella, rialzandosi da terra, là dove mi aveva raggiunto quando ero caduto, per avanzare verso di noi, rivolgendosi al marito quasi come se null’altro, in quel frangente, esistesse allora attorno a noi… incluse anche le guardie che, rapidamente, lo stesso Desmair stava falciando apparentemente senza impegno alcuno, senza fatica alcuna, dimostrando un’imprevedibile maestria nell’uso di un’arma là dove, prima di allora, non ne aveva mai offerto riprova né a me, né tantomeno alla propria sposa « Restituiscimi subito Be’Sihl… ora! »
« Non credo che questo sia possibile. » replicò egli, stringendosi appena fra le spalle « E non prendere il mio qual un capriccio volto a recarti torto, sia chiaro. » puntualizzò subito dopo « Si da tuttavia il caso che, in questo corpo, ci siamo entrambi… e dal momento in cui la coscienza del tuo amato, in questo momento, non è propriamente operativa, sarebbe per me quantomeno sgradevole ritrovarmi costretto a morire. Nuovamente a morire. »

mercoledì 17 settembre 2014

2262


Per un istante ebbi a temere l’eventualità di una devastante deflagrazione. O un terremoto. O una folgore divina volta a imporre dirompente distruzione attorno a noi. O… non saprei ora elencare di preciso tutte le eventualità che, in quell’eterno e pur fuggevole attimo scolpito nel tempo ebbero ad attraversare la mia mente. Di certo, molte, persino troppe prospettive attraversarono la mia mente, spingendomi a prendere in esame i più variegati motivi, le più originali soluzioni e, di volta in volta, paventando soltanto scenari catastrofici, nel migliore dei casi. Ciò non di meno, quanto accadde ebbe occasione di sorprendermi, offrendomi l’unica evoluzione che mai avrei potuto prevedere… il silenzio e l’oscurità.
Dove, un momento prima, una pioggia di laser ci stava promettendo una fine forse rapida e indolore, o più probabilmente lenta e dolorosa, nell’avvelenamento da necrosi che avrebbe potuto conseguire a una ferita non immediatamente letale, assediandoci in quella stanza, nel cuore di uno degli ultimi piani dell’immensa torre all’interno della quale ancora non avevo, né avrei potuto avere, effettiva consapevolezza di essere stato rinchiuso; un semplice battito di ciglia dopo, soltanto silenzio e oscurità ci avvolse, sorprendendo sicuramente il sottoscritto, a maggior ragione i nostri antagonisti, e pur in alcuna misura turbando né Midda, né Lys’sh, le quali, al contrario, non avrebbero potuto che dichiararsi più soddisfatte per quanto occorso. Per le conseguenze dell’impiego del bagatto, il quale, improvvisamente, permise loro di capovolgere la situazione precedentemente a nostro sfavore, decretando, in maniera persino banale, la completa disfatta delle nostre controparti. Ad agire in tal senso, per dovere di cronaca, non fu tanto il bagatto stesso, che si limitò a concederci tale possibilità, quanto e piuttosto la nostra compagna ofidiana, la quale ebbe a dimostrarmi, in maniera squisitamente pratica, quanto per lei minimale avesse a doversi considerare l’ostacolo allora rappresentato da quelle tenebre e da quello che, al mio udito, apparve, almeno nell’immediato, un ambiente incredibilmente tranquillo, nell’improvvisa quiete imposta dall’inattesa, imprevedibile, e allor imprevista, svolta nel conflitto in corso. Un silenzio che, in effetti, scoprii non essere mai stato percepito qual tale dalla stessa… non laddove nel petto di troppe persone era allor impegnato a battere, oltremisura, il rispettivo cuore, e attraverso le labbra di troppe persone era parimenti scandito il rispettivo respiro: un concerto, quello che alla sua attenzione ebbe quindi soltanto a risultare, che le permise di agire con straordinaria rapidità in contrasto a tutti i nostri assedianti, sancendone una misericordiosa sconfitta. E mi concedo l’impiego di tale termine, laddove soltanto misericordiosa ebbe a potersi considerare le sopravvivenza da lei loro garantita, a dispetto della sicura condanna a morte che, altresì, non sarebbe stata risparmiata entro i confini del diverso approccio morale proprio tanto della mia amata, quanto e non di meno di coloro che, malgrado tutto, si videro lì riservare una prospettiva di futuro.
Così, quando dopo poco, pochissimo, alcune flebili lampade d’emergenza ripresero a illuminare l’ambiente a noi circostante, seppur manifestandosi palesemente diverse da quelle che, pocanzi, erano state preposte a un più quotidiano impiego; quanto ebbe a concedersi alla mia attenzione fu un paesaggio decisamente diverso dal precedente, e indubbiamente sgombro da ulteriori minacce. Un paesaggio al centro del quale, persino maestosa al di là di un fisico indubbiamente longilineo, ebbe a predominare la figura di Lys’sh, sola al centro della pacificazione imposta dalla sua rapida, e non impietosa, azione.

« … ma cosa…?! » non potei evitare di domandare, pur non attendendomi, almeno nell’immediato, una qualunque spiegazione e pur non riuscendo a trattenere l’imporsi di tale questione all’attenzione comune, prevaricato nel mio raziocinio, nella mia capacità di controllo, dalla sorpresa per quanto avvenuto, per quell’oscuro lampo nel quale tutto era stato così repentinamente stravolto.
« Ricordami di spiegarti che cosa è un impulso elettromagnetico… » commentò la mia amata, accennando un lieve sorriso e invitandomi, con un cenno del capo, a seguirla e a seguirla animato dalla medesima, assoluta fiducia che in lei avevo da sempre riposto e avrei per sempre riposto, non potendo agire diversamente, non volendo agire diversamente se non vivendo la mia intera esistenza come se, entro i confini del suo essere tutto fosse per me, e nulla, al di fuori di lei, potesse esistere « Ora muoviamoci… tutti i sistemi dell’edificio sono fuori uso, e abbiamo da cercare di uscire di qui il prima possibile. »

Nelle sue mani riponendo, in tal modo, nuovamente la mia vita e il mio domani, rimandando a un secondo momento qualunque genere di spiegazione e, in cuor mio, sperando… pregando ogni dio e dea a me noti affinché, al di là della condanna a morte annunciatami qual gravante sopra l’immediato futuro della mia amata, potesse ancora esservi un indomani per noi, non soltanto in un secondo momento, ma, al suo seguito, in un terzo, un quarto, un quinto e, ancora, un’infinità a seguire.
In tutto ciò, addirittura, non ebbi neppure a prestare concreta attenzione al fatto che il suo nuovo braccio destro, in lucido metallo cromato, si stava lì dimostrando del tutto inerme, inanimato, peso pendente lungo il suo fianco, in incomprensibile opposizione alla vivacità che, malgrado la propria artefatta natura, aveva dimostrato sino a un momento prima, sino a prima di quel repentina interruzione di tenebra, mostrandosi addirittura contraddistinto non soltanto da forme, ma anche da movenze tanto naturali che, non vi fosse stata la complicità dell’estetica propria di quell’arto, avrei potuto persino illudermi di star assistendo a una sorta di miracolo, un’inspiegabile rigenerazione occorsa a sanare l’amputazione che, purtroppo, l’aveva contraddistinta fin da prima del nostro primo incontro e che, a seguito dell’ultima battaglia in contrasto alla propria gemella, e con essa ad Anmel Mal Toise, era persino, tragicamente, peggiorata nella propria estensione, privandola, dell’intero braccio al di sotto della spalla. Di quella stessa spalla che, in quel frangente, si stava concedendo alla mia vista lucente e scintillante, nel metallo che l’aveva ricoperta, adattandosi perfettamente a lei, alle sue forme e alle sue proporzioni, e che, tuttavia, a seguito dell’impiego del bagatto, e del conseguente impulso elettromagnetico, era stata nuovamente privata di ogni funzionalità, non diversamente dai sistemi dell’edificio e, più esplicitamente, dalle armi di tutti i nostri avversari, di tutti gli assedianti in contrasto ai quali tanto serenamente si era potuta riservare opportunità di intervento la sempre più straordinaria Lys’sh.

« Andiamo. » confermai, ancor godendo dei benefici propri di tutta l’adrenalina allor distribuitasi all’interno delle mie membra e, soltanto in grazia all’azione della medesima, potendomi riservare tanta reattività in risposta a quell’invito, all’esortazione rivoltami, soltanto estemporaneamente dimentico di tutto quanto impostomi nel corso della lunga prigionia che, entro quelle mura, mi aveva visto segregato… estemporaneamente dimentico di tutto quanto non avrebbe mancato di riversarsi violentemente a mio discapito nel momento in cui gli effetti benefici di quella droga naturale mi avrebbero abbandonato.

Con il mio corpo e la mia mente, quindi, concentrati sulla mia amata e sulla sua compagna, al solo scopo di poter riconquistare nel minor tempo possibile la libertà perduta, e con il mio cuore e il mio animo, parimenti, fortemente legati alla più sincera e appassionata preghiera della mia vita, per poter credere di avere ancora un futuro insieme a colei per solo la quale, senza esitazione alcuna, avevo abbandonato tutto ciò che in passato aveva contraddistinto la mia esistenza; seguii le mie due salvatrici, raccogliendo, strada facendo, una daga da una delle guardie abbattute allo scopo di poter essere pronto ad agire nel caso di bisogno, all’occorrenza di un nuovo assalto qual, sicuramente, non sarebbero mancati prima di poterci considerare effettivamente in salvo.
E nel contempo di tutto ciò, non ebbi né il tempo, né, tantomeno, la lucidità, di riflettere su quanto fosse lì accaduto e su come, nella violenta negazione dell’operatività di qualunque dispositivo tecnologico a noi circostante, inclusa addirittura la protesi della mia amata, anche altri due congegni degli effetti dei quali pocanzi beneficiavamo avrebbero avuto a doversi considerare non di meno perduti, tanto nel bene, quanto nel male: il traduttore automatico, in sola grazia al quale a Midda, e a me, poteva essere stata concessa una possibilità di relazione verbale con il mondo a noi circostante, Lys’sh inclusa, e il collare inibitore, in sola conseguenza alla presenza del quale a Midda, e a me, era stata negata l’altrimenti sempre presente, e pur sempre celata, ingombrante ombra di Desmair.

martedì 2 settembre 2014

2261


Al di là di facili e gratuite ironie, tuttavia, la tensione propria e caratterizzante quel frangente non ebbe alcuna possibilità di scemare. Anzi. Istante dopo istante, momento dopo momento, la chiara percezione della crisi, del fallimento incombente su di noi e, con esso, della tragedia che ne sarebbe conseguita, rese la nostra ricerca un supplizio al contempo eterno e pur fugace, perché, se su un fronte, lo scorrere stesso del tempo parve arrestarsi, e con esso l’incedere stesso dei nostri respiri, e forse dei nostri stessi battiti cardiaci, su quello opposto, purtroppo, l’intervallo di tempo garantitoci dal capitano sfumò in quello che non riuscii a definire se non in altro modo diverso da un rapido battere di ciglia. Un battere di ciglia nel quale, tragicamente, ebbe a dissolversi ogni speranza di salvezza per la mia amata. Così, ancor prima che potesse essermi concessa la possibilità di scendere a patti con l’idea dell’ineluttabilità del nostro fallimento, non che tale compromesso avrebbe mai potuto essere quietamente accolto, non fu neppure la voce di Lange Rolamo a richiamare all’ordine Midda e Lys’sh, quanto e piuttosto il suono dell’incedere di una dozzina di guardie, armate oltremisura, che con passo celere giunsero sino all’ingresso delle stanze della defunta signorina Calahab, non levando il benché minimo avvertimento nei nostri confronti, non intimandoci in alcun modo la resa, ma limitandosi, banalmente, ad aprire il fuoco, e il fuoco di una commisurata dozzina di precise armi laser, che cercarono le nostre carni e che bramarono, in tal modo, la nostra morte.
Non senza una necessario sentimento di vergogna, mi ritrovo ora ad ammettere come, mio malgrado, il primo a morire, in simile frangente, sarebbe stato proprio il sottoscritto, se in mio soccorso non si fossero gettate, quasi contemporaneamente, entrambe le mie compagne di ventura: in risposta a un qualche istinto primordiale, probabilmente, ancor prima che a un qualunque genere di raziocinio, Midda e Lys’sh ebbero evidentemente a valutare, in seduta stante, l’evidenza di quanto, in assenza di un proprio intervento, non mi sarebbe stata concessa alcuna prontezza di riflessi utile a salvaguardare il mio domani. E, non errando in tal analisi, ebbero quindi a premurarsi, entrambe e in maniera persino speculare, di preservare la mia esistenza in vita, l’una agguantandomi per il braccio destro, l’altra per il sinistro, ed entrambe cercando effimero riparo al di là del letto appartenuto alla trapassata padrona di casa, lì dietro celandomi, e celandosi, non tanto nella speranza di poter ovviare, in tal maniera, alla violenza dell’offensiva così scatenata a nostro discapito, quanto e piuttosto, di rendere appena più complicata la ricerca di un concreto bersaglio per quei colpi, i quali, palesando un approccio più rivolto alla quantità che alla qualità, ebbero a preferire pioverci contro in maniera continua e ossessiva, trascurando l’accuratezza nella fase di mira nella speranza di sopperire, a ciò, con la propria devastante abbondanza.
In verità, con la lucidità che soltanto ora può contraddistinguere la rilettura di tali eventi, facile è comprendere quanto addirittura banale avrebbe avuto a dover essere valutata, in tutto ciò, la possibilità di estinguere l’ardente fiamma delle nostre esistenze, laddove almeno uno fra i nostri antagonisti si fosse concesso la possibilità di approcciare a quell’incombenza con la freddezza di un sicario, allorché lo spaventato entusiasmo di chi, comunque, non aveva evidentemente saputo accogliere con distacco l’immagine del sanguinario scempio condotto, sino a lì, dalla mia amata, nella disfatta di altre dozzine di guardie loro pari, prima di loro. Non che, in tutto ciò, abbia a dover essere ora considerata qual espressa una mia qualche critica a discapito dell’inadeguatezza psicologica di tali possibili carnefici, in sola grazia alla quale, allora, potemmo avere estemporaneamente risparmiate le nostre vite. Tuttavia, per quanto, almeno nell’immediato, quell’approccio ci vide offerto qualche istante in più di mortal esistenza, difficile sarebbe stato per noi perdurare a fronte di quell’assedio, soprattutto ove, come non avrebbe potuto esservi dubbio alcuno, palese avrebbe avuto a dover essere giudicata l’inadeguatezza del nostro riparo a fronte della devastazione propria di quelle armi laser.
Fu, quindi, nella consapevolezza di quanto, nostro malgrado, impossibile avrebbe avuto a poter essere riconosciuta mantenibile quella posizione di arrocco che la mia amata si vide costretta a ricorrere all’ultima risorsa disponibile, all’ultima mossa che avrebbe potuto permettersi di giuocare in quella battaglia e che, necessariamente, avrebbe segnato la fine di quell’assalto che si era prefisso un triplice obiettivo e che, purtroppo, a stento stava dimostrandosi capace di difenderne almeno uno. Perché se lì, Midda e l’equipaggio della Kasta Hamina avevano guidato i propri passi desiderando affrontare e sconfiggere la regina Anmel Mal Toise, liberare il sottoscritto e, ultimo ma non per questo meno importante, offrire una qualunque aspettativa di futuro alla stessa mercenaria da me amata; purtroppo, anche se per mia fortuna, soltanto la questione a me direttamente concernente avrebbe potuto essere riconosciuta qual, almeno fino a quel momento, conquistata con relativo successo, a fronte di un insoddisfacente e frustrante fallimento sotto ogni altro punto di vista. Giunti a quell’ultima, e potenzialmente fatale, evoluzione del conflitto, in uno stallo che, al di là di ogni possibile e straordinaria abilità guerriera da parte tanto della mia amata, quanto della sua compagna, avrebbe potuto garantirci possibilità di sopravvivenza e vittoria, pertanto, forse e proprio allo scopo di preservare quell’unica, minore vittoria riservatasi nella mia liberazione, e, in ciò, qual estremo atto d’amore nei miei confronti, Midda riprese voce e, così facendo, ebbe a rivolgersi proprio in direzione di colui la cui interpellanza stavamo tutti attendendo, e temendo, da un momento all’altro, e che, lì, fu altresì da lei direttamente apostrofato…

« Capitano! » richiamò, con impeto tale che, probabilmente, egli ebbe allora a poterla sentire anche senza la mediazione del dispositivo di comunicazione « E’ giunto il momento di far intervenire il bagatto! »

Mi si voglia perdonare, ora, per l’impiego reiterato di questo termine, che i più attenti fra i possibili lettori, e gli eventuali ascoltatori, di questo resoconto, di certo ricorderanno essere già stato impiegato in un momento precedente a questo. Causa il costretto impiego, da parte di Midda e mio, di dispositivi di traduzione automatica e istantanea, utili a concederci la possibilità di comprendere e di essere compresi, almeno in relazione al linguaggio verbale, dai nostri interlocutori; non mi è data alcuna certezza nel merito del corretto impiego di tale termine in questo contesto. In effetti, non soltanto non potrei vantare confidenza alcuna con la coerenza di un tale significante rispetto al proprio significato in mera relazione alla lingua abitualmente impiegata da Midda e da me, la stessa parlata in Kofreya e, con minime differenze di pronuncia, negli stati confinanti del nostro pianeta natale; ma, addirittura e ancor peggio, non dovrei neppure essere in condizione di poter essere certo nel merito del fatto che, posto a confronto con la stessa parola, nella sua versione originale, da parte del mio traduttore avrei potuto ottenere il medesimo adattamento che, chiaramente, doveva essere stato selezionato da quello della mia amata, nella gestione euristica del funzionamento stesso di tali dispositivi. A posteriori, tuttavia e quantomeno, posso escludere questa seconda eventualità, dal momento che, effettivamente, anch’io ho poi avuto occasione di essere posto a confronto con simile riadattamento… che esso avesse a considerarsi giusto, o meno.
Al di là, comunque, di ogni ulteriore digressione di ordine didascalico, il bagatto invocato da parte della mia amata, altro non avrebbe avuto che a dover essere considerato un’arma. E un’arma, come avrei scoperto di lì a pochi istanti, utile a garantirci l’occasione di fuga di cui, nella trappola in cui eravamo stati rinchiusi, non avremmo potuto evitare di abbisognare non di meno rispetto all’aria stessa…

« Midda… il tuo braccio… » tentò di suggerire Lys’sh, avendo, a differenza del sottoscritto, ben chiaro il significato di quella richiesta e, in ciò, quanto da essa sarebbe conseguito.
« Non c’è tempo. » negò l’altra, scuotendo il capo e spingendo la mia testa ancor più in basso nel momento in cui una nuova raffica di laser rischiò di decollare tutti e tre, dimostrando quando, nostro malgrado, il tempo a nostra disposizione avesse a doversi giudicare scaduto « Ora, capitano! »
« Ora, Ragazzo! » comandò il capitano, senza porre in dubbio le esigenze della mercenaria, e a lei offrendo tutta la propria fiducia così come, già, le aveva tributato nell’insistere per seguirla, per accompagnarla, in quell’impresa, insieme a tutto il proprio equipaggio « Ora! »

lunedì 1 settembre 2014

2260


« Quando stavo cercando la mia spada… » rifletté ad alta voce, nel riabbassare lo sguardo verso la propria lama che ancora, saldamente e possessivamente, stringeva nella propria mancina, tutt’altro che animata dal pur minimo desiderio di separarsi da essa, a essa legata, emotivamente e fisicamente, in misura non inferiore rispetto alla stessa mano che lì la tratteneva con tanta forza, con inoppugnabile fermezza, se non, forse e persino, in misura addirittura maggiore, soprattutto a seguito del prolungato periodo di separazione loro imposto « … ho compreso come il mio principale errore, nel confrontarmi con questo mondo per me nuovo e ancora ampiamente inesplorato, con questa realtà così distante da quella che, sino a un anno fa, era stata la mia, l’unica che avessi avuto occasione di conoscere e di immaginare esistente; altro non avrebbe avuto che a dover essere considerato che… l’approccio. Il mio approccio. Un approccio tale da ignorare le risorse qui esistenti, e quindi qui potenzialmente e variegatamente utili, per giungere in breve, e con straordinaria comodità, a verità rivelate per ottenere le quali, in passato, altro non avrei potuto compiere che appellarmi a qualche dio o dea, e nella sua pietade confidare per il mio domani. E un approccio tale, pertanto, dal vedermi faticare, in maniera eccessiva e inappropriata, se non, addirittura, futile, in sol conseguenza alla mia ingenua ignoranza su quanto, più comodamente, avrebbe potuto essermi concesso, riconosciuto, destinato. »

In silenzio, e con assoluto interesse, seppur forse per motivazioni non propriamente comparabili, Lys’sh e io ascoltammo quel nuovo intervento, quel breve monologo, attendendo di poterci ritrovare, quanto prima, edotti nel merito del messaggio a cui ella avrebbe voluto condurre nella certamente non retorica scelta di determinate espressioni, di talune argomentazioni quali quelle che, in ciò, stavano venendo individuate quali significanti utili a trasmettere il significato da lei ricercato, da lei accuratamente valutato, allora, qual lì idoneo a offrire un concreto contributo alla comune ricerca di una soluzione alla mortale minaccia su lei stessa gravante. Poiché, dopotutto, retorico a commentarsi, nessun altro più di lei avrebbe avuto, obiettivamente e incontestabilmente, interesse a preservare la sua medesima esistenza in vita…

« Partendo, ora, da un nuovo presupposto, qual quello concessoci dal caro Be’Sihl e del tutto estraneo a qualunque precedente ipotesi, atto a considerare, qual mia ormai trapassata candidata assassina, e mecenate, non tanto la sospettata regina Anmel Mal Toise, quanto e piuttosto la non meglio conosciuta Milah Rica Calahab; e, di conseguenza, atto a giustificare, alla base di quanto occorso, non tanto un approccio similare a quello che avremmo potuto, e potremmo ancora, riservarci lo stesso Be’Sihl o io, entro il limitare delle consuetudini proprie del nostro mondo, ma, in effetti, qualcosa di più prossimo al tuo modo di vedere il mondo e di interagire con esso, Lys’sh… » premesse, conducendo in tal modo tale flusso di pensiero in direzione della giovane ofidiana, ancora in suo attento ascolto « … credo che potrebbe essere più che indicato porti un certo interrogativo: avendo ricercato ricorso a un qualche genere di veleno, o un’altra arma comparabile, se non nella propria natura, quantomeno nei propri effetti, nella propria letale conclusione, dove custodiresti un antidoto utile a vanificarne le aspettative, a nullificarne la mortale pericolosità?! »
« Da nessuna parte… » replicò la donna rettile, dopo un fugace momento necessario a riflettere attorno alla questione riservatale « Ogni informazione relativa a qualunque cosa avrei mai potuto sintetizzare a tal scopo, di certo, sarebbe gelosamente custodita in un mio archivio personale, tale da garantirmi il più assoluto riserbo a discapito di possibili tentativi simili a quello che, ora, è nostro interesse condurre a compimento. » tentò di meglio ampliare il concetto appena introdotto « E quindi, se davvero vogliamo sperare di concederti un qualunque domani, dobbiamo ora cercare l’archivio segreto della defunta Calahab… la scheda di memoria in cui possa aver consideravo i dati relativi a quanto ha compiuto a tuo discapito e, soprattutto, a quanto avrebbe potuto riservarsi opportunità di compiere per concederti grazia, all’eventuale conseguimento del compito che ti aveva destinato! »
« Esattamente… » annuì la mia amata, con palese soddisfazione per la comune deduzione condivisa con la propria compagna di ventura, con la quale appariva più che evidente un palese affiatamento, una complicità già estranea a ogni possibilità di dubbio « Anche perché, escludendo che avesse a dover essere realmente considerata qual Anmel, ella avrebbe potuto riservarsi interesse a mantenermi al proprio servizio, se solo mi fossi dimostrata, per lei, di una qualche, concreta, utilità! » concordò, accennando quindi un lieve sorriso alla prospettiva di poter dirimere, quanto prima, la complicata matassa di quell’inghippo « Ora… senza perderti in troppe spiegazioni su cosa sia una scheda di memoria, illustraci soltanto come è fatta, affinché la si possa tutti cercare. » concluse, pertanto, escludendo in quel momento, in quel particolare frangente, ulteriori perdite di tempo quali, purtroppo, già avrebbero potuto essere considerate le chiacchiere entro le quali ci eravamo dilungate in quel mentre.
« Sempre ammesso che Anmel non se ne sia impossessata nel momento in cui ha scelto di chiudere il proprio rapporto di affari con la sua anfitrione… » non potei evitare di commentare, per nulla desideroso di offrire spazio a quella prospettiva e, ciò non di meno, necessariamente obbligato a non poterla escludere… non, quantomeno, a non volermi dimostrare, per riutilizzare le medesime parole già scandite dalla mia amata, terribilmente ingenuo nel mio approccio alla realtà e a ogni suo aspetto, per quanto apparentemente e concretamente spiacevole, in una reazione che, dall’altro della maturità propria della mia purtroppo non più giovanile età, non avrebbe potuto, in alcun modo, essere giustificabile, o giustificata.
« Speriamo non abbia a essere così… oppure, temo, dovremo rassegnarci all’idea di veder prematuramente concluso il nostro appassionato rapporto. » annuì la mercenaria, nell’offrire voce a quelle parole che, sole, non avrebbero ovviato a concedere ragionevolezza al mio obbligato intervento, e che pur, necessariamente, non avrebbero potuto che impegnarsi al fine di esorcizzare l’eventualità in esso sottintesa, sviluppo al quale, per più che retoriche ragioni, anch’ella non avrebbe avuto desiderio alcuno di tendere.

Informati, pertanto, per mezzo della voce di Lys’sh, sulle forme e sulle dimensioni tipiche di una scheda di memoria, tutti e tre concentrammo i nostri sforzi al solo fine di offrire un senso a tutto l’impegno, a tutta la dedizione, a tutti gli sforzi che, sino a quel momento, erano stati posti a sostegno della mia amata e della sua sopravvivenza. Un compito, comunque e obiettivamente, tutt’altro che banale, dal momento in cui, a differenza di quanto non avremmo probabilmente preferito scoprir essere, una scheda di memoria avrebbe avuto a doversi riconoscere in misure e dimensioni estremamente più compatte rispetto a quelle di un qualunque diario, di un qualunque registro, di un qualunque libro, pur potendo, al proprio interno, contenere una mole infinitamente maggiore di informazioni.
E così, pur cercando di porre all’opera il nostro acume, ancor prima che la violenza dei nostri gesti, ineluttabile fu la ripresa di un’opera di devasto, e di devasto sistematico, di ogni suppellettile, e mobilio, presente all’interno di quella stanza, nella speranza di riuscire a individuare qualcosa di dimensioni non maggiori rispetto a uno scarafaggio. Uno scarafaggio normale, ovviamente, e non, sfortunatamente, almeno in tale occasione, una blatta gigante come quelle contro le quali, in passato, la mia amata aveva già avuto passata possibilità di sfida.

« Credo che abbia a dover essere considerata la prima volta nella quale non mi sento profondamente contrariato all’idea che non tutti gli scarafaggi siano sufficientemente grandi da poter divorare un cavallo, con tanto di cavaliere qual pietanza di contorno. » suggerii, avvertendo l’esigenza di spendermi in quella facile e gratuita ironia, l’implicito principale della quale soltanto la mia amata avrebbe potuto concedersi occasione di cogliere, al fine di sdrammatizzare e, in ciò, offrire sfogo all’ansia crescente in me.

martedì 12 agosto 2014

2259


« Qui Lys’sh… » annunciò l’ofidiana, ricorrendo a una tecnologia nel merito dell’esistenza della quale ancora avrei avuto molto da apprendere e a riguardo del funzionamento della quale, pur, in quel momento non avrebbe avuto senso, da parte mia, porre questioni, nel non necessitare di aggiungere ulteriore entropia a una situazione, di per sé, già quantomeno complicata « Sono con Midda. Abbiamo recuperato Be’Sihl ma non l’antidoto. Qualcuno ci ha preceduti e Calahab è morta. »
« Avete ancora un quarto d’ora. » dichiarò Lange, ancora non udibile, e non udito, alla mia attenzione, così come già al proprio primo comunicato « Dopo di che, dovrete ripiegare. Antidoto o meno. »
« Ma capitano… » tentò di protestare Lys’sh, tutt’altro che gradendo tale prospettiva « Senza l’antidoto, Midda è condannata. »
Anticipando, tuttavia, l’eventuale intervento del loro interlocutore, fu la mia stessa amata a prendere voce, entrando nel merito della questione ed esponendo il proprio personale punto di vista che, meglio di qualunque altro, avrebbe allora imposto termine a ogni eventuale diatriba filosofica e pratica sull’argomento: « Più ci tratteniamo qui, e più rischiamo di essere tutti condannati… un quarto d’ora e ripiegheremo. Grazie per questo tempo, capitano. »

Per quanto, allora, mi fosse stata negata possibilità di comprendere, nel dettaglio, quanto fosse accaduto, i frammenti di discorso che erano riusciti a giungere alla mia attenzione erano stati più che sufficienti a rendermi comunque edotto nel merito dell’urgenza che ci stava venendo lì richiesta e, con essa, di quanto minimo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il tempo ancora garantitoci.
In tutto ciò, quindi, non aggiunsi una sola parola al silenzio che già mi ero imposto, riconoscendo, conseguentemente e qual mia unica priorità, quella di riuscire a rintracciare quel dannato antidoto, qualunque cosa esso fosse. Purtroppo, nell’obbligata ignoranza propria del mio approccio alla problematica, quanto avrei potuto lì compiere non sarebbe stato nulla di diverso, nulla di più appropriato, rispetto a ciò che già la mia amata si era riservata pregressa possibilità di azione, arrivando addirittura a sventrare l’intero appartamento, ogni stanza privata un tempo appartenuta a colei che le aveva imposto quell’ignota maledizione, in cerca di qualunque cosa potesse vagamente assomigliare a una cura per il proprio male. Non, quindi, quella che si avrebbe potuto descrivere qual la migliore idea a cui avrei potuto appellarmi, verso la quale i miei sforzi avrebbero potuto convergere, e, ciò non di meno, neppure obiettivamente la soluzione più inconsistente, meno comprensibile e condivisibile, laddove, appunto, già prima di me, complice sicuramente l’emotività del momento, anche la stessa Midda non si era sospinta a nulla di più significativo, di più incisivo, in tal senso, ovviamente e proprio malgrado, alcun reale risultato neppure riportando, salvo lasciarsi raggiungere da Lys’sh e dal sottoscritto nel mezzo di quell’incredibile confusione e devastazione.
E se, dal mio fronte, pur non mancando stolido, e non per questo meno che appassionato, impegno, non avrebbe avuto a potersi attendere alcun trionfo; anche la giovane ofidiana peccò, proprio malgrado, di futilità, impiegando, almeno nell’immediato, i propri sforzi all’unico scopo di spingere la sua compagna e amica a modificare la posizione pubblicamente assunta, rinunciando al sacrificio che aveva dato riprova di essere disposta a compiere in nome della salvezza comune…

« Non puoi parlare seriamente, Midda! » protestò, esplodendo in tal incredula asserzione dopo un lungo istante di silenzio, utile, forse, a maturare consapevolezza nel merito di quanto comunque effettiva, reale e concreta, avrebbe avuto a dover essere giudicata la prospettiva di quel ritiro, di quel rientro alla base privi di una reale vittoria, qual, del resto, mai avrebbe potuto essere considerata qualunque soluzione atta a prevedere la morte della mercenaria « Dopo tutto quello che abbiamo fatto per arrivare fino a qui, non puoi davvero pensare di arrenderti… non, soprattutto, a un’avversaria già morta! » soggiunse, cercando, e non mancai di coglierne l’abilità, di far leva sulle emozioni, sull’orgoglio guerriero della propria controparte, nell’indicare a margire di quelle parole il corpo martoriato di colei che, almeno inizialmente, fino a quando non era subentrata la mia testimonianza a cambiare la posizione dei vari pezzi sulla scacchiera, era stata da loro considerata la nemesi da affrontare e sconfiggere « E non pensi ad Anmel?! Hai lasciato il tuo pianeta per darle la caccia e ora… »
« … e ora, per favore, dammi un attimo di tregua. » richiese la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo e levando ambo le mani a contenere l’irruente entusiasmo della propria interlocutrice, foga certamente conseguente a un palese sentimento di affetto e, ciò nonostante, pur egualmente foga, non diversa, nei propri possibili conseguimenti, a quanto avrei potuto ottenere, contemporaneamente, io, o a quantoo avrebbe potuto vantare di aver ottenuto, precedentemente, ella stessa « Non credere che io sia quel genere di persona costantemente volta alla volontaria immolazione per il bene comune… né, tantomeno, che la quotidiana esistenza mi sia venuta a noia. Anzi. » puntualizzò subito dopo, a escludere simili eventualità che pur, avrei potuto testimoniare, effettivamente poco si sarebbero potute addurre a lei e allo stile di vita che, da sempre, aveva vantato qual proprio.
« Il mio unico desiderio, se mi si perdona la schiettezza, altro non prevedrebbe che il definitivo, e imperituro, trapasso di Anmel e del suo degno erede Desmair e, subito dopo, la possibilità di chiudermi per non meno di una settimana in una camera da letto in compagnia del qui presente Be’Sihl, null’altro che indossando, o lasciandogli indossare, che la propria nuda pelle. » proseguì, ad argomentare, in maniera un po’ più approfondita, la propria personale posizione, in termini che, devo essere onesto, non mi dispiacquero per nulla e, per un istante, si posero seriamente in grado di distrarmi da ogni altra preoccupazione propria di quel particolare frangente « Ciò non di meno, ho imparato molto tempo fa come il distacco emotivo abbia a doversi considerare, sovente, la chiave risolutrice di qualunque problema. Distacco emotivo in grazia al quale non posso offrire torto alcuno al pragmatismo del capitano e al suo desiderio di veder sacrificato il proprio intero equipaggio in quello che, alla fine, potrebbe comunque rivelarsi uno sforzo inutile. »
« E, quindi, vuoi comunque accettare l’idea di arrenderti?! » riprese Lys’sh, riproponendo fondamentalmente parole già adoperate, a dimostrazione di quanto, invero, quanto ascoltato fino a quel momento non avesse avuto occasione di essere riconosciuta qual nulla di più di una banale chiacchiera, rumore di fondo in nulla utile al comune scopo finale.
« No. » rifiutò la mercenaria, scuotendo il capo a meglio evidenziare il proprio diniego « E, quindi, voglio sfruttare il tempo che ci resta per riflettere su come poter risolvere l’enigma rappresentato da questo dannato antidoto, senza lasciarmi ulteriormente conquistare da vane ansie… per questo ti chiedo di riconoscermi un momento di tregua, e di concedermi la possibilità di usare la testa, ancor prima che lo stomaco nell’affrontare questa sfida. » sorrise, a dimostrare come, al di là delle parole utilizzate e del tono impostosi qual gelido non meno rispetto ai suoi occhi, in quell’intervento non avrebbe avuto a doversi intendere né volontà di rimprovero, né tantomeno astio nei confronti della propria interlocutrice, quanto e piuttosto l’impegno concreto di una condannata a morte a tentare di sfruttare gli ultimi istanti concessile per preservare la propria esistenza in vita al di là di ogni sentenza in senso contrario.

Una freddezza, quella che finalmente ella sembrava essersi riuscita a imporre, che, in effetti, risultò allora meno inappropriata, meno innaturale, di quanto non avrebbe avuto a dover essere considerata la sua precedente, iraconda reazione. Giacché, infatti, ella non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual nuova a quel genere di situazioni, a ritrovarsi sul proverbiale filo della lama, e su esso correre con tutte le proprie energie per preservarsi in salute, per conquistare il diritto a un nuovo giorno; poiché, ancora, ella non avrebbe avuto a doversi considerare nuova a quel genere di apparenti stalli dai quali soltanto la propria sconfitta avrebbe potuto essere spiacevolmente indicata qual sola soluzione rimasta; sol indifferenza, sol quieto controllo sulle proprie emozioni, sui propri sentimenti, avrebbe avuto a dover essere indicata qual risposta utile e, per lei, naturale innanzi a quell’ennesima sfida, che, al di la dei metodi e delle tecnologie coinvolte, nulla di nuovo, nulla di originale, avrebbe avuto a poter aggiungere nel confronto con il suo cuore rispetto a qualunque altra letale minaccia prima affrontata e vinta.