Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

martedì 6 maggio 2014

2242


Passarono giorni. Giorni infiniti costituiti da ore interminabili, nel confronto delle quali, lo ammetto, avrei offerto qualunque cosa per poter, se non essere libero, quantomeno essere posto in compagnia di un qualunque possibile interlocutore, fosse questi Desmair o, paradossalmente, fosse questi persino colei che a tutto quello mi aveva condotto… anche se, in tal caso, la possibilità di conversazione si sarebbe notevolmente ridotta a un mio truce inveire a suo discapito, intervallato da immancabili promesse di morte, e di morte nei modi più violenti e terrificanti che sarei stato in grado di immaginare, di concepire, di tradurre in parole a me note e, possibilmente, comprensibili dal mio traduttore automatico. Morte che, se anche non fossi stato io stesso alfine capace di assicurarle, di certo non avrebbe mancato di esserle tributata per mano della mia amata, non appena le fossero state evidenti le dinamiche di quanto accaduto o, meglio ancora, dal mio stesso compagno e inquilino, non appena gli fosse stata concessa la possibilità di agire, e di agire liberamente per così come, pur, egli non avrebbe potuto sicuramente ovviare a desiderare, soprattutto dopo un periodo così oscenamente protrattosi di interdizione da ogni contatto con il mondo a sé circostante… a noi circostante, in effetti e con il quale, pur senza riservarmi una maggiore occasione di soddisfazione, soltanto a me stava venendo concessa opportunità di confronto.
In un tale contesto, le tre visite al giorno concessemi dal personale medico, unico evento non semplicemente degno di nota… ma, più banalmente, unico evento e basta, non avrebbe potuto che assumere una valenza soavemente straordinaria, qual quella propria di una grande festa, di una tanto bramata celebrazione dopo un’attesa inconcepibilmente prolungata, evento in concomitanza al quale soltanto i migliori doni avrebbero avuto a doversi riconoscere qual allora generosamente dispensati. E per quanto, probabilmente in conseguenza a un qualche ordine loro imposto, alcuno fra coloro che mi offrirono visita in tali occasioni, ebbero a riservarsi l’opportunità di scambiare una sola parola con il sottoscritto, l’interferenza da loro rappresentata nella più completa monotonia di quel puro e, forse, pur vano, sopravvivere a me stesso, si configurò innanzi al mio sguardo e al mio giudizio, alla mia mente e al mio cuore, quanto di più affascinante, conturbante, coinvolgente, addirittura eccitante, avrebbe lì potuto accadermi, avrebbe mai potuto essermi donato da una sorte alfine dimostratasi, anche solo in maniera effimera, sorprendentemente benigna, stupendamente benevola.
Comprendo perfettamente come, nel limitarsi a leggere o ad ascoltare ora queste mie parole, risulti difficile, se non impossibile, acquisire una reale consapevolezza nel merito di quanto mi venne allor imposto, e della difficoltà che ebbe, disgraziatamente, a essermi propria nel tentativo di mantenere una qualche parvenza di lucidità mentale, di senno, nel confronto con una simile prova. Ciò non di meno, non mi sento neppure di augurare, pur retoricamente, ad alcuno fra coloro che saranno testimoni di questa mia narrazione, l’occasione volta a ritrovarsi nei miei panni, nel mio ruolo, in un contesto paritario a quello da me in tutto ciò affrontato, giacché soltanto a discapito di coloro che lì mi ci avevano condotto potrei mai dimostrare tanta crudeltà da imporre una simile prova.
A mutare, tuttavia e alfine, completamente la situazione, se pur per un effimero arco di tempo, fu un evento estraneo all’abituale triplice rito di visita riservatomi dal personale medico. Un evento che ebbe a far risuonare, letteralmente, il proprio impatto in tutto l’edificio, con un boato assordante, una scossa sconvolgente e, ancora e soprattutto, una temporanea perdita di controllo, da parte della tecnologia preposta al contenimento del mio socio…
… e quando ciò avvenne, per mia fortuna, riuscii a dimostrare sufficiente autocontrollo da non ipotizzare alcuno spreco di tempo in superflue reazioni di sorpresa, o vane domande volte a cercare di comprendere quanto stesse accadendo, quanto e piuttosto, da penetrare istantaneamente nella mia mente, nei livelli più profondi della mia coscienza, finalmente sbloccatisi, per lì comunicare, con poche, brevi parole, tutto ciò che a Desmair sarebbe stato necessario sapere.

« Tua madre è qui! » annunciai, nell’esatto istante in cui riuscii a materializzarmi innanzi a lui, escludendo ogni possibilità di formale introduzione, di saluto o di quant’altro, fosse anche una cortese, e pur giustificabile, interrogazione nel merito del suo stato di salute benché, essendo fondamentalmente morto, sarebbe stato probabilmente ridicolo porsi dubbi a simile proposito « Con l’aiuto di Tannouinn è riuscita a intrappolarci. E, forse… probabilmente, anche Midda è nelle nostre condizioni. »

Non mi fu, in tutto ciò, necessario aggiungere alcuna esplicita richiesta, formulare alcun palese ordine nei suoi confronti, né, parimenti, concedergli in maniera trasparente un qualche nullaosta a procedere, ad agire con la più completa libertà, conscio di quanto, ciò che già avevo condiviso con lui, sarebbe stato più che sufficiente a garantirgli, da parte mia, un implicito, e incondizionato, invito a compiere quanto necessario per evitare che tanto noi due, quanto Midda, mia amata e sua sposa, permanessimo un solo istante di più all’interno di quel contesto.

« Farò il possibile. » annuì egli, subito levandosi in piedi e, nell’intervallo proprio di un battito di ciglia, scomparendo alla mia vista, nell’ascendere al controllo sul mio corpo e, in ciò, nel riservarsi l’opportunità di agire, e di agire per come sarebbe stato più opportuno operare.

Comprendo bene come, a posteriori, abbia a considerarsi persino banale, da parte mia, dichiarare che, in quella replica, in quella risposta da parte di Desmair, qualcosa ebbe a concedermi dubbio su quanto, realmente, egli avrebbe potuto agire per la conquista della nostra comune libertà, giacché, tanto nella scelta dei termini da lui adoperati, quanto nei toni che ebbi occasione di cogliere da parte sua, non riuscii a percepire la consueta sicumera, ben oltre i limiti dell’arroganza, che avrebbe avuto a doversi considerare per lui caratteristica. Ciò non di meno, qualcosa, in quel momento, ebbe a riservarmi una sgradevolissima sensazione volta a escludere l’eventualità che, come propria abitudine, egli sarebbe stato in grado di salvarci dalla situazione in cui un mio sciagurato e imperdonabile errore di valutazione ci aveva condotti.
Dopotutto, ancor completamente a chiarirsi, sarebbe dovuto essere riconosciuto il mezzo attraverso il quale Anmel era stata in grado di inibire ogni opportunità di contatto fra me e lui. E, in conseguenza di ciò, ancor da chiarirsi avrebbero avuto a dover essere riconosciute le conseguenze proprie di una tale aggressione, gli spiacevoli strascichi che da essa avrebbero potuto derivare tanto per me, quanto e ancor maggiormente per lo stesso Desmair. Ritenere ovvio, quindi, che egli avrebbe potuto prendere, in pochi istanti, in mano la situazione e portarci tutti fuori di lì, avrebbe significato, al contempo, confidare eccessivamente nelle doti di Desmair e, parimenti, minimizzare spiacevolmente la pericolosità di sua madre, e di quanto da lei impostoci in quelle ore, in quei giorni, sperando che soltanto in ore e giorni avesse a doversi riconoscere la nostra prigionia, nella condizione di vittime di quanto, in tutto ciò, da lei riservatoci.
Purtroppo per entrambi, l’illusione di libertà, la speranza di fuga così accordataci, fu terribilmente breve e, quasi prima di rendermi effettivamente conto che quanto avevo appena compiuto non avesse a doversi considerare un mero parto della mia immaginazione, conseguenza di un qualche delirio frutto della lunga prigionia, mi ritrovai nuovamente catapultato a controllo del mio corpo e, in ciò, nuovamente prigioniero, nel non esservi stato tempo utile, per Desmair, per compiere il proprio miracolo. Purtroppo per entrambi, e per me soprattutto, in conseguenza a tutto ciò non mi venne neppure concessa l’opportunità di rincontrare, pur fuggevolmente, il mio compare, ragione per la quale, nell’immediato, non mi fu concessa alcuna opportunità di sapere se egli fosse riuscito a compiere qualcosa e, sostanzialmente, quanto egli fosse riuscito a compiere per la nostra comune causa.
E così, nuovamente, mi ritrovai solo, intrappolato nel mio corpo, e in quella piccola e sempre più odiata stanza, inconsapevole del mondo a me circostante e inconsapevole di quanto, pur speranzosamente, Desmair potesse essere stato in grado di compiere nei pochi, pochissimi istanti a lui concessi.

lunedì 5 maggio 2014

2241


Confrontandomi a posteriori con la mia amata, per così come anche da lei riportato nei propri resoconti, ho avuto possibilità di verificare come, effettivamente, Anmel non avesse mentito nel merito del suo stato di prigionia. Esattamente come riportato per voce della nostra antagonista, e in tutto e per tutto mio pari, anche Midda avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual, proprio malgrado, rinchiusa all’interno di una stanza identica a quella entro i limiti della quale io stesso ero stato rinchiuso, e legata a un tavolo di metallo in tutto e per tutto identico a quello al di sopra del quale io stesso ero stato confinato. Il tutto con soltanto due, significative differenze: la prima riconoscibile nella presenza attorno al mio collo, e non al suo, del particolare congegno in grazia al quale, non avrei saputo dire come o perché, Anmel, per mezzo della sua tirapiedi Tannouinn, era stata in grado di inibire ogni mia possibilità di contatto con Desmair; la seconda, invero ancor più significativa, identificabile nelle torture, nelle sevizie che, nel proprio periodo di prigionia, Midda si ritrovò costretta a subire… e a subire ripetutamente. Diversamente da me, infatti, nel proprio periodo di permanenza all’interno di quel candido contesto, la mia amata si ritrovò, tragicamente, a essere fondamentalmente uccisa più e più volte consecutive, restando in ogni occasione soltanto flebilmente ancor legata all’esistenza mortale e, per solo mezzo dell’intervento di straordinarie tecnologie del tutto equiparabili a pura stregoneria, per lo meno dal nostro punto di vista, riportata in salute, al solo, terrificante e sadico scopo di essere nuovamente offerta in pasto alla propria carnefice.
Non cercherò, ora, di rendere in parole l’orrore caratteristico di un simile tormento, non cercherò di tradurre in frasi degne di nota l’oscenità propria della follia nella quale ella venne precipitata per effetto di un tanto letale impegno. In primo luogo perché, non essendo la mia professione quella di bardo, di cantore, dubito che potrei mai essere realmente capace di offrire corpo alle emozioni che furono per lei necessariamente proprie a confronto con tanto patimento, con una prova che avrebbe spinto chiunque altro a rimettere la propria sanità mentale in molto meno tempo di quello che le venne allora domandato, chiudendosi definitivamente e irrimediabilmente entro un limbo creato appositamente dalla propria coscienza al fine ultimo, e quanto mai condivisibile, comprensibile, giustificabile, di conservarsi, per preservarsi da qualcosa che avrebbe necessariamente posto in dubbio persino la resistenza di un dio o di una dea, ove egualmente sfidati. In secondo luogo perché, un tale ed eventuale esercizio di stile, ove anche condotto da parte di chi adeguatamente capace di individuare i più adeguati significanti allo scopo di permettere il propagarsi, anche nel cuore e nell’animo di coloro che di simili eventi ne potrebbero essere soltanto indiretti testimoni attraverso la lettura o l’ascolto di queste parole, delle emozioni maggiormente prossime a quelle allora proprie della mia amata, rischierebbe soltanto e comunque di tradursi nella ricerca di soddisfazione, di appagamento, di un mero desiderio di perverso sadismo, o di sadica perversione, difficile a individuarsi nella propria più corretta accezione, da parte di chi, semplicemente impossibilitato a dar sfogo a tale aspetto della propria personalità, o, addirittura, fondamentalmente inconsapevole di un tale aspetto della propria personalità, in alcun altro modo potrebbe essere in grado di conquistare una pur ricercata possibilità di intimo e malato godimento. E giacché, allora, quanto fu imposto alla mia amata avrebbe avuto a dover essere riconosciuto soltanto qual il tentativo, da parte di una figura intimamente malata, di trovare soddisfazione a tale patologica tara; impegnarsi, pur indirettamente, al solo scopo di offrire reiterata occasione di appagamento ad altri, eguali individui, null’altro potrebbe or rappresentare al di fuori di candidarsi complice di tanta ingiustificata e ingiustificabile crudeltà, non soltanto mancando del dovuto rispetto nei confronti della mia compagna, ma, ancor peggio, gratuitamente infierendo a suo discapito, dimostrazione d’odio ancor prima che d’amore, d’oscena avversione ancor prima che d’illimitato affetto.
Alla luce di tutto ciò, nel confronto con l’evidenza di quanto, pertanto, accadde a discapito dell’unica donna che abbia mai conquistato, con tanta forza, con incommensurabile energia, una posizione sì rilevante, sì predominante nel mio cuore e nel mio animo, nella mia quotidianità e nei miei pensieri, tormento e letizia della mia vita, di quella che avrei potuto forse desiderare essere la mia vita con lei e di quella che, parimenti, in questi ultimi anni, in questi ultimi decenni, ho avuto la straordinaria occasione di vivere al suo fianco, a volte qual mero spettatore, altre qual invidiabile protagonista; ancor più difficile da comprendere, da giustificare, avrebbe sol avuto a dover essere definito quanto Anmel ebbe altresì e parallelamente occasione di riservare al mio indirizzo… fondamentalmente, e concretamente, nulla.
Quasi, infatti, la mia cattura avesse avuto a dover essere considerata qual danno collaterale di un impegno mai ricercato, qual effetto tangente di uno sforzo fondamentalmente nullo, qual guadagno gratuito di un investimento mai consapevolmente bramato, la nostra avversaria parve addirittura obliare la mia stessa esistenza sotto al medesimo tetto della mia compagna, non semplicemente trascurandomi ma, del tutto, ignorandomi, così come se non fossi lì neppure presente, non avessi allora da considerarmi realmente un suo prigioniero. Così, con la sola eccezione di quel primo dialogo, di quel momento di iniziale, e quasi incidentale confronto, ella non tornò più a farmi visita e la sola compagnia che ebbi fu quella di una sorta di personale medico che, a intervalli regolari, in quelle che potrei presumere aversi a considerare computabile entro il limite di tre occasioni al giorno, si presentò animato dal solo intento di somministrare al mio corpo delle iniezioni che dedussi essere volte a negarmi la necessità di ricercare nutrimento alcuno, qual, del resto, per tutta la perdurata della mia prigionia entro quelle mura non mi venne mai fornito in altra forma, sotto altro aspetto. E per quanto, in tutto ciò, alcuna sofferenza fisica mi venne imposta, se non quella indirettamente conseguente alla mia costretta posizione fisica, legato, qual mi trovai a essere, a quel lettino; a modo suo Anmel riuscì comunque a torturarmi a mia volta, nel condurmi, qual conseguenza di quell’isolamento totale e quell’immobilità ancor maggiore, sulla soglia della follia.
Credete che io stia esagerando?!
Provate a concedervi un lungo periodo di riposo. Il maggiore che possiate essere in grado di riservarvi, ignorando qualunque altro genere di attività, impegni o scadenze. Dopo di che, costringetevi a restare ancora stesi supini sul vostro giaciglio, con le braccia lungo i fianchi, le gambe tese e il viso rivolto verso un soffitto sostanzialmente disadorno di qualunque dettaglio. E costringetevi a mantenervi in simile posizione, senza fare nulla, per il maggior tempo che ritenere di essere in grado di mantenervi così siti.
Sono pronto a scommettere metà della mia locanda che dopo appena un quarto d’ora, vi sembrerà trascorsa mezz’ora; dopo mezz’ora vi sembreranno trascorse due ore e dopo un’ora, ammesso che siate in grado di spingervi a tanto, l’inattività fisica e quella mentale saranno tale da risultare non semplicemente fastidiose, ma addirittura dolorose, nel non concedervi di protrarre ulteriormente la prova. E se così non sarà, consideratevi pure invitati a presentarvi presso “Alla Signora della Vita”, a Kriarya, regno di Kofreya, per esigere il giusto pagamento, giacché vi sarete più che meritati tutta la mia più sincera ammirazione, per esservi dimostrati capaci di tanto. Ovviamente, però, tal scommessa non avrà valore alcuno se, per la durata della prova, vi concederete occasione di distrazione in qualunque modo e con qualunque mezzo, fosse questa l’occasione propria del leggere qualche testo, dell’ascoltare una qualunque musica, o quant’altro utile a permettere, quantomeno alla vostra mente, occasione di evasione da tanta immobilità.
Fu in tale contesto, devo essere sincero, che mi ritrovai per la prima volta ad apprezzare, e ad apprezzare realmente, seppur non disinteressatamente, quanto straordinaria e utile avesse avuto, e avrebbe ancor più allora avuto a doversi considerare, nella mia esistenza, la presenza di Desmair nella mia mente, quella condivisione intima assicuratami dalla pur mai desiderata intromissione dello spirito dello sposo della mia amata all’interno delle mie spoglie mortali. Perché mai come allora, mai come in quella condizione, in quel periodo di prigionia, ebbi occasione di patire l’assenza di un interlocutore, di un qualunque interlocutore, con il quale potermi confrontare, con il quale potermi riservare un’occasione di evasione psicologica da tutto quello. E, soprattutto e ancor peggio, mai come allora, mai come in quel contesto, in quella costretta cattività, ebbi l’occasione di rimpiangere la possibilità unica riservatami dal mio inquilino di pur difficile sopportazione, nell’incredibile capacità per suo tramite concessami di accedere alla mia mente quasi essa avesse a doversi considerare una straordinaria realtà indipendente, alternativa e autonoma, ben superiore a quello che qualunque uso e abuso di mera fantasia avrebbe mai potuto sperare di produrre. Una realtà nella quale, se solo ne avessi avuto la possibilità, non nego allora mi sarei volentieri immerso, a cercare evasione da vuoto venutosi a creare attorno a me per effetto dell’indifferenza e della dimenticanza a mio discapito imposta dalla regina.

venerdì 2 maggio 2014

2240


« Ciò che dici non ha senso… » obiettai, non in difesa della mia traditrice, di colei che non avrei potuto avere né desiderio, né volontà di tutelare, non allora, né mai, quanto e piuttosto nella volontà di comprendere le dinamiche dell’accaduto, così come, ancora, non mi stava venendo concessa reale occasione di fare « Come avrebbe mai potuto sapere, Tannouinn, dove trovarti? Come avrebbe mai potuto sapere che avrei potuto essere di un qualche valore per te? Come avrebbe mai… » cercai di specificare, per rendere più difendibile la mia obiezione, salvo ritrovarmi persino impossibilitato a terminare la mia personale arringa, nell’essere anticipato, nel merito della conclusione della medesima, dalla ripresa della mia interlocutrice, della mia controparte.
« … perché sei stato tu a informarla a tal riguardo. » sorrise Anmel, interrompendomi quasi con compassione, prima che, in quella mia replica, potessi rendermi maggiormente ridicolo rispetto a quanto, già, non stavo chiaramente risultando… o, quantomeno, non stavo chiaramente risultando innanzi al suo giudizio « Sei stato tu a confrontarti tanto apertamente, tanto generosamente con lei, ponendola a conoscenza di una parte sin troppo significativa della tua storia, dei tuoi problemi, delle tue paure, prima fra tutte quella di non essere in grado di ricongiungerti alla tua amata Midda Bontor… un nome che, per mio conto, avevo già fatto in modo di rendere particolarmente allettante all’attenzione di chi desideroso di arricchirsi, di chi desideroso di conquistare una posizione sociale più elevata rispetto alla propria. E la tua cara “amica” è stata più che felice di cercarmi per rendermi edotta nel merito della tua presenza a casa propria, offrendosi di fare tutto quanto necessario per condurti da me, nei tempi e nei modi che io avrei potuto ritenere più opportuni. » mi illustrò, scuotendo appena il capo, a minimizzare, mio malgrado, il proprio ruolo nella questione, la propria importanza nel confronto con la capacità di giudizio propria di Tannouinn e, in ciò, a massimizzare, ancora una volta mio malgrado, la responsabilità della medesima in quanto era in tal modo accaduto.
« Comprendo che per te non sia piacevole da pensare… e che, sicuramente, preferiresti ritenermi la sola responsabile per ogni male di questo e di altri mondi. Ma ti assicuro che, anche prima che la tua compagna decidesse di liberarmi dalla prigionia in cui ero stata segregata all’interno del mio diadema, della mia corona, la malvagità già esisteva. L’egoismo già dominava nel cuore delle persone. E una lurida cagna doppiogiochista, sarebbe comunque stata una lurida cagna doppiogiochista… con o senza di me. » continuò, in parole che, forse, avrebbero avuto a dovermi ferire, a dovermi deprimere ma che, una parte di me, è convinta fossero allora state pronunciate con l’esatto intento opposto, volto a tentare di rassicurarmi, di darmi nuova forza, nuovo impeto, in una maggiore consapevolezza dei limiti propri dell’umanità… in ogni propria accezione « Accettalo Be’Sihl. Accetta il male che c’è nell’uomo… e non soltanto in esso. E, così facendo, forse avrai occasione di sopravvivere a questa folle guerra santa che la fenice vi ha spinto a dichiarare in mia opposizione, tal da lasciar presumere che ogni male, che ogni dolore, che ogni danno abbia a derivare solo ed esclusivamente da me, lasciandovi pericolosamente il fianco scoperto nel confronto con gli attacchi di qualunque altro nemico. Di qualunque altro nemico anche ben più pericoloso di me. »

Comprendo come, in questo momento, il mio giudizio potrebbe apparire pericolosamente influenzato dal carisma, dal fascino, indubbio e tutt’altro che retorico, della mia antagonista, della mia avversaria, la quale tutto avrebbe potuto essere considerata ma, certamente, non una sprovveduta. Ciò non di meno, ora, come già allora, quel suo commento, quella sua analisi, non è in grado di apparirmi così assurda, così viziosa e viziata, come, probabilmente, avrei potuto gradire apparisse. Al contrario…
Che, nel comune concentrarci, di Midda e mio, nel merito del problema rappresentato da Anmel Mal Toise, in quegli ultimi anni vi fosse stata una focalizzazione persino eccessiva della nostra attenzione nei suoi riguardi, non vi sarebbe potuto essere molto di cui disquisire, molto attorno a cui poter elevare negazione. Da quando, anzi, prima Nissa Bontor, poi la stessa Anmel, erano state individuate quali antagoniste principali da parte della mia compagna, della mia amata, ogni altro avversario, ogni altra minaccia, ogni altro pericolo, era risultato persino posto in secondo piano nel loro confronto, vedendo i nostri comuni sforzi concentrarsi all’unico scopo di abbattere quella figura, al punto tale da decidere, persino, di abbandonare il nostro pianeta natale, l’unico mondo che avessimo mai conosciuto e che avessimo mai avuto possibilità di immaginare qual esistente, nell’inseguimento della seconda, dopo che la prima era stata sconfitta.
Che, quindi, in tutto ciò, potesse esservi stato, anche da parte mia, la perdita di un certo senso della misura… beh… non credo che avrei potuto avere molto attorno a cui elevare una qualche difesa, una qualche argomentazione a mio sostegno. Non, laddove, in tutto quello, colui che avrebbe avuto a dover esere considerato per me un letale nemico, già attentatore alla mia sopravvivenza, era ormai considerato qual uno dei miei più fedeli alleati… Desmair. E non, ancora, laddove avevo permesso a quella cagnetta falsa e bugiarda di prendersi giuoco di me, senza che da parte mia potesse esservi il benché minimo dubbio a suo riguardo, a suo proposito, nel merito delle sue intenzioni.
Dannazione! Ero sopravvissuto per oltre vent’anni nella città del peccato, in mezzo a mercenari e assassini, ladri e prostitute, gente che non avrebbe esitato a vendere propria madre per un soffio d’oro, e a uccidere proprio padre per ancor meno… e, in poche settimane di permanenza in quel nuovo mondo, avevo permesso alla prima venuta di ingannarmi, arrivando non soltanto a tradirmi, ma a consegnarmi nelle mani della mia principale antagonista, della mia supposta nemesi, fosse anche e soltanto per proprietà transitiva da parte di Midda e di Desmair!
Aveva ragione. Anmel aveva assolutamente ragione. Giacché, nel concentrarmi a tal punto su di lei, e sulla minaccia da lei rappresentata, avevo perduto di vista ogni altra minaccia, ogni altro pericolo, esponendomi, pericolosamente, a tutto quello… e condannandomi, da solo, a quel fato.

« E quindi?! » domandai, arrendendomi all’idea di non avere la benché minima possibilità di intuire quanto ella potesse avere in mente in quel momento, o quali avrebbero avuto a doversi considerare i suoi piani per me o per Midda « Che ne sarà di noi…?! »

Fu in risposta a quell’interrogativo che, spiazzandomi completamente, anche Anmel dimostrò, obiettivamente, distacco da qualunque immagine stereotipata avrebbe potuto esserle associata, allontanandosi, al contempo, sia dall’idea di una crudele tiranna desiderosa del nostro sangue, così come, del resto, già avrebbe potuto pretendere se solo le avesse fatto comodo; sia dall’idea di una complessa manipolatrice, straordinariamente lungimirante e tale da aver già chiaro, in mente, il destino giudicato, per noi, più congeniale, più indicato, pianificato nel pur minimo dettaglio, nel più insignificante particolare, in termini tali da renderci del tutto disarmati innanzi a un tale livello di controllo.
Perché, per quanto Anmel fosse legata, saldamente e inoppugnabilmente, all’Oscura Mietitrice, e per quanto ella, in tutto ciò, null’altro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non l’incarnazione stessa della distruzione; anche ella, in quel momento, altri non era che un’esule, una straniera in terra straniera, esattamente come avremmo avuto a dover essere considerati Midda, Desmair e io. E, in tal senso, ancora, non avrebbe potuto vantare la stessa assoluta padronanza della situazione a sé circostante che, altresì, avrebbe potuto pur esserle propria entro i confini della nostra realtà, della nostra terra, del nostro mondo.

« … non l’ho ancora deciso. » ammise, semplicemente, stringendosi fra le spalle in un gesto incredibilmente umano e straordinariamente spontaneo « Certamente non posso permettere a mio figlio, o alla sua ultima sposa, di impegnarsi a ostacolare ulteriormente i miei piani… ma, se devo essere onesta, ancora non ho ben chiaro come poter sfruttare il vantaggio derivante da questa fortunata congiuntura, da questo segno di benevolenza rivoltomi dal fato nell’avervi offerti, entrambi, a mia disposizione. »