Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 11 gennaio 2015

Sette modi per uccidere. Uno per vivere


« Ho due domande per te, prima di partire. »

Seem non avrebbe potuto essere più abbattuto.
Per anni, per tutta la sua infanzia, era semplicemente sopravvissuto alla sua stessa esistenza, senza mai, neppure per un istante, ipotizzare di viverla realmente, non trovando la benché minima ragione per farlo. Poi, all’improvviso, ella gli era comparsa innanzi allo sguardo, in tutta la sua abbagliante magnificenza, in tutta la sua carismatica energia, in tutto il suo incontenibile ardore, in tutta la sua ammaliante femminilità: Midda Bontor. Fin da subito, il giovane, poco più che adolescente, si era infatuato di lei: impossibile, del resto, sarebbe stato il contrario, soprattutto nell’aver avuto anche più di un’occasione utile ad ammirarne le nude forme, senza alcun fazzoletto di stoffa a tentare di ricoprirle, a cercare di mistificarle allo sguardo. Ma se il desiderio, la bramosia che in egli era sorta per lei aveva dovuto presto fare i conti con la realtà, e l’evidenza di quanto, mai, avrebbe potuto sperare di sospingersi a tanto; un altro e più profondo genere di amore aveva conquistato il suo animo, un sentimento pieno e assoluto come mai aveva provato prima, nel riconoscere, in lei, in tutto ciò che ella era e nel suo modo di affrontare la quotidianità, un obiettivo concreto… forse il primo, se non l’unico, reale obiettivo a cui egli avrebbe mai desiderato spingersi. E, lottando innanzitutto contro se stesso e contro tutto ciò che era stato in passato, nonché affrontando dure prove, proprie di un severo, violento addestramento da parte del primo maestro d’arme della stessa Midda Bontor; egli era riuscito alfine a conquistare un posto al suo fianco, in qualità di inedito scudiero qual prima, mai, ella ne aveva avuti né voluti. Seem era riuscito, in tal modo, nel proprio intento e, ancor più, era riuscito in tal modo a scoprire il piacere di vivere la propria esistenza invece di limitarsi, semplicemente, a vederla scorrere incontrollata innanzi al proprio, un tempo passivo, sguardo.
E proprio alla luce di tutto ciò, di tale pregresso, di simile percorso di crescita e maturazione, Seem, ormai divenuto un giovane uomo, non avrebbe potuto essere più abbattuto all’idea di essere costretto, proprio malgrado, ad abbandonare il suo cavaliere, la sua signora e, obiettivamente, la sua musa ispiratrice, il suo più importante esempio di vita, non potendo più seguirla laddove ella avrebbe sospinto i propri passi… al di fuori dei confini del loro stesso mondo, in alto, verso le stelle del firmamento.

« … mia signora?! » replicò lo scudiero, in quello che, purtroppo, avrebbe avuto a doversi considerare un addio… e un addio che, intimamente, gli stava allor dilaniando l’anima.
« Voglio essere sicura che tu sia in grado di affrontare tutto ciò che potrà seguire la mia partenza... » argomentò ella, a meglio giustificare il perché di quella particolare richiesta « Sei pronto a rispondermi? »

Seem esitò. E, per un fugace istante, ebbe a domandarsi, in maniera probabilmente infantile, cosa sarebbe potuto accadere se solo si fosse rifiutato di rispondere o, meglio ancora, se avesse risposto erroneamente: avrebbe ella evitato di partire? Avrebbe deciso di restare ancora al suo fianco, per proseguire in un addestramento probabilmente non così completo come, piuttosto, sarebbe stato utile fosse?
Ma quell’esitazione gli provocò un moto di imbarazzo, di intima vergogna, riconoscendo quanta puerilità non avrebbe fatto altro che dimostrare agendo in tal maniera, in un comportamento che, banalmente, sarebbe risultato prossimo a un insulto blasfemo a discapito non soltanto del proprio defunto maestro, Degan, ma, ancor peggio, della propria medesima interlocutrice, nel far apparire vani gli anni, e le battaglie, che insieme avevano affrontato.

« Sì, mia signora. » rispose pertanto, annuendo e cercando di non cedere alle emozioni e alle emozioni che, da lì a breve, avrebbero potuto sopraffarlo se, soltanto, non si fosse impegnato al fine di evitarlo.
« Bene… » annuì ella, facendo atto di incrociare le braccia sotto ai seni e, in ciò, proprio malgrado, dimentica di quanto, nell’ultima battaglia, nello scontro finale con la propria gemella, non soltanto aveva perduto anche l’ultima parte rimastale della propria protesi in nero metallo dai rossi riflessi, già da tempo compromessa, ma, peggio ancora, si era vista privare di un altro pezzo del proprio arto, ritrovandosi con il medesimo amputato, ormai, poco sotto alla spalla « … sì… dovrò trovare una maniera per rimpiazzarlo… » si ripromise, rendendosi conto del gesto compiuto e, ciò non di meno, tentando di sdrammatizzare la perdita con un lieve sbuffare, quasi si stesse trattando di un problema di poco conto.
« Prima domanda. » ritornò al discorso, volgendo allo scudiero i propri occhi color ghiaccio, per l’occasione quasi privi di pupille al proprio interno, nell’essersi ridotte alle dimensioni proprie della punta di uno spillo, a dimostrazione dell’assoluta serietà di quella richiesta « Elencami, senza pensarci, sette modi in cui potresti uccidere un avversario, senza ricorrere ad alcuna arma… neppure improvvisata. »

Consapevole di quanto, abitualmente, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei, la sua signora e cavaliere, fosse solita elaborare un quantitativo di alternative tre volte superiore nel corso dei propri duelli, dei propri combattimenti, delle proprie battaglie, finendo, addirittura e sovente, per preferire poi escludere ognuna di essere in favore di una soluzione non letale, volta non tanto a palesare pietà nei confronti dei propri nemici, quanto e piuttosto la propria indubbia superiorità innanzi a tutti loro; Seem non poté concedersi di ritenere quell’interrogativo né insolito, né tantomeno privo di qualunque fondamento, sforzandosi, al contrario, al fine di soddisfare quella richiesta in termini che più ella avrebbe potuto approvare…

« Con un montante, o con una gomitata, potrei infrangere il setto nasale del mio nemico, proiettandone i frammenti direttamente nel cervello… » iniziò a contare, aiutandosi in tal senso con l’ausilio delle dita della propria destra.
« Meglio la gomitata… o, persino, una ginocchiata. » precisò Midda, annuendo appena « Con un montante rischieresti soltanto di infrangerti le ossa del pugno nello sferrarlo. »
« Con una stretta al collo, tramite braccia o gambe, potrei soffocarlo. » proseguì egli, cercando di non lasciarsi frenare, inibire da quella piccola correzione.
« Bene… »
« Meglio ancora, facendo leva, potrei infrangere direttamente l’osso del collo… » incalzò, giungendo così a una terza eventualità.
« Indubbiamente meglio ancora… anche se, per ottenere ciò, dovresti assicurarti di agire molto velocemente, al fine di non concedergli opportunità di comprendere cosa stia per accadere e opporsi. » gli raccomandò la donna, con un leggero sorriso di incoraggiamento.
« Con un pugno o con un calcio ben assestato al centro dello sterno, potrei essere in grado di fratturarlo, e di danneggiare, di conseguenza, gli organi al di sotto dello stesso, data l’anatomica assenza di muscoli o di grasso su tale area. » insistette lo scudiero.
« Te la lascio passare… ma non è detto che ciò abbia a uccidere un avversario. Tutto dipende dalla violenza del colpo… » si concesse di annotare la Figlia di Marr’Mahew, più qual premura nei riguardi del proprio scudiero che, effettivamente, a titolo di rimprovero « Diciamo che hai la stessa possibilità di successo che potresti presumere di avere nel cercare di provocare un arresto cardiaco con un calcio o un pugno diretti alla posizione del cuore. »
« … e parlando di colpi ben direzionati, un violento attacco fra nuca e collo, sulle tempie o sulle orecchie, potrebbe essere persino più utile. » suggerì Seem, giungendo in tal modo a completare il conteggio sulla destra e preparandosi a proseguirlo sulla mancina.
« Vero. » approvò ella.
« Sesto… » esitò per un istante, nel rendersi conto di aver probabilmente sbagliato nel generalizzare eccessivamente i primi punti e, in ciò, nell’essersi troppo rapidamente bruciato delle possibilità alternative che, allora, avrebbero potuto fargli comodo « Dopo avergli spezzato un ginocchio con una tallonata, potrei spingerlo a terra e frantumargli la cassa toracica a calci. » spiegò, non senza evidente incertezza, nel non ritenere di non aver trovato un’idea degna di nota.
« Questo me lo posso aspettare in un pestaggio da strada, più che nel combattimento di un guerriero. » inarcò ella un sopracciglio, confermando le ragioni di dubbio del proprio interlocutore nel non ritenersi pienamente soddisfatta dallo scenario così illustrato « Ancora una… » gli richiese, dimostrandosi tuttavia tollerante, probabilmente conscia di quanto, nell’impeto di esporre le proprie idee, l’altro fosse stato eccessivamente precipitoso raggruppando diverse opportunità in singoli argomenti.
« Beh… nell’eventualità, azzannare l’arteria carotidea e strapparla a morsi resta una soluzione sporca ma efficace. Come tu hai potuto dimostrare... » concluse, cercando un’occasione di riscatto finale e offrendole in ciò memoria di una propria, storica duplice uccisione, un episodio nel corso del quale, pur oltremodo incatenata, la donna guerriero aveva in egual misura brutalmente sgozzato due carcerieri, l’uno con l’ausilio delle dita e l’altro, per l’appunto, con i propri denti, che avevano commesso l’imperdonabile errore di considerarla inerme e, peggio ancora, di poter, per questo, seviziarla a proprio piacimento.

A quella stoccata finale, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare a sorridere, divertita da come, a fronte del proprio rimprovero in merito alla mancanza di eleganza di un omicidio a calci, egli avesse replicato proprio citando uno degli episodi più ferini della propria personale storia.
Ancor più, tuttavia, di sentirsi elencati quei sette, possibili modi per uccidere una persona, a un altro obiettivo ella desiderava rivolgere il proprio interesse in quel commiato dal proprio scudiero… quasi ex-scudiero. Motivo per il quale, la mercenaria non perse tempo prima di proseguire…

« Seconda domanda… » riprese, quindi, tornando repentinamente a fissarlo con serietà e gelido distacco, nel non voler rischiare di banalizzare l’interrogativo che avrebbe allora proposto « Dopo avermi elencato sette modi per uccidere; sapresti dirmi almeno un modo per vivere? Sempre senza pensarci… »
E Seem, a quella nuova questione, non ebbe alcuna necessità di fermarsi a ponderare neppure per il tempo di un fugace istante, neppure per l’intervallo scandito da un singolo battito del proprio cuore, subito asserendo, con assoluta convinzione: « Giorno dopo giorno, come se ogni momento fosse l’ultimo, perché potrebbe anche esserlo. Senza rimorsi o rimpianti. Senza paure o esitazioni. » e soggiungendo, colmo di gratitudine verso di lei, « Così come tu, per prima, mi hai insegnato a fare, con il tuo esempio concreto. »


11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2015: tanti auguri, Midda!