Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 10 dicembre 2017

2395


E fu in simile contesto che, una mattina come tante altre, nel corso dell’ormai consueta lezione di matematica, non la donna guerriero, non, tantomeno, i due pargoli accolti entro i confini della sua custodia, avrebbero avuto ragione di attendersi quanto, di lì a breve, sarebbe presto accaduto, un evento, invero, destinato ad alterare il loro destino non soltanto nell’immediato ma, ancora, per molto tempo a venire, così come soltanto più avanti, in un altro luogo, in un altro momento, sarebbe stata loro offerta l’ormai tardiva possibilità di constatare…

« Bene… » sorrise Midda, passando con lo sguardo dall’uno all’altra, pronta a cogliere qualunque genere di reazione da parte di Tagae o di Liagu, nel volersi sempre impegnare a mantenere vivo il loro interesse per la lezione in corso, e, in questo, tanto impegnandosi a parlare, quanto e maggiormente ad ascoltare, e ad ascoltare non soltanto quanto loro avrebbero avuto da dire ma, ancor più, quanto essi avrebbero preferito tacere, messaggi affidati ad altre forme di linguaggio, para-verbale e non verbale, non traducibili dal proprio dispositivo automatico e, ciò non di meno, non per questo meno importanti rispetto al linguaggio verbale, e, soprattutto, sempre e comunque più onesti « Chi si sente pronto per affrontare un nuovo problema…?! »

Con straordinaria reattività, non garantendole neppure occasione utile a completare il proprio interrogativo, entrambi i bambini avevano già sollevato le proprie manine al suo « Chi… », per prenotarsi, in tal maniera la propria occasione di risposta. E se Tagae, iniziando a dimostrare maggiore esuberanza rispetto alla sorella, parve essere, in effetti, più interessato a muovere la propria mano per attirare l’attenzione della loro insegnante, nel pretendere occasione di rispondere ancor prima che fosse offerto loro il testo stesso del problema; Liagu ebbe a dimostrare un approccio decisamente più controllato, più moderato, nel sollevare, sì, il proprio braccio sinistro e, ciò non di meno, nel riordinare innanzi a sé le palline utili di supporto al conteggio, in quell’improvvisato pallottoliere che, già da qualche tempo, la donna guerriero era stata in grado di creare ricorrendo a materiale di fortuna, reperito entro i ristretti e disadorni confini della loro cella.

« Abbassate pure le mani. » ridacchiò la donna, scuotendo appena il capo, pur obiettivamente felice per il riscontro così concessole da parte dei pargoli, gioia, la sua, non soltanto nel confronto con quel vivo e vivace interesse, ma, anche, nell’evidenza di quanto, giorno dopo giorno, i loro caratteri stessero riuscendo ad avere occasione di emergere, di delinearsi, in grandi e piccole cose, in minime scelte diverse, in forse banali approcci differenti, e, ciò non di meno, egualmente significativi nel confronto con l’idea di quanto, solo poche settimane prima, pochi mesi prima, le loro stesse identità fossero ancora azzerate come conseguenza di quanto loro imposto dalla Loor’Nos-Kahn « E Tagae… stai ben attendo al testo, ancora prima di aver fretta di rispondere. » volle suggerire al bambino, a tentare di moderare quell’irruenza, quella tendenza a gettarsi a testa bassa nelle cose, che pur non negativa, ove non gestita, avrebbe potuto creargli qualche problema in futuro, così come ella stessa avrebbe potuto testimoniare per esperienza di vita vissuta.
« D’accordo. » annuì il bambino, facendosi serio in viso nel voler dimostrare massima attenzione alle parole che ella avrebbe pronunciato.
« Allora… » iniziò ella, continuando a studiare i suoi due piccoli allievi « Per il recupero della mistica pietra di O’Ghinaj, lord Brote mi promise almeno due pezzi d’oro. Tre se fossi riuscita a riportargliela entro dieci giorni. » prese a raccontare, in un episodio volutamente ispirato alle proprie vicende passate, in maniera tale per cui i due piccoli potessero avere maggiore ragione di seguirla, di ascoltarla e di interessarsi alla questione, nel riscontro decisamente interessato che erano soliti offrirle ogni sera, prima di nanna « Dopo un giorno di ricerche e quattro di viaggio, mi ritrovai a confronto con una setta di invasati i quali, per proteggere la mistica pietra di O’Ghinaj, l’avevano celata all’interno di una grotta, là dove, manco farlo apposta, una manticora aveva deciso di collocare il proprio nido. »
« Una manticora…?! » domandò Liagu, incuriosita da quel termine per lei ancora sconosciuto, un mostro del quale, sino a quel momento, la loro protettrice, e allora anche tutrice, non aveva mai offerto parola in passato « Cosa è una manticora…?! »
« Oh… è un mostro veramente sgradevole a vedersi. » scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew, al ricordo della creatura « Secondo le leggende, avrebbe avuto a dover essere considerato qual contraddistinto da una testa umana sopra un corpo di leone caratterizzato, tuttavia, da una coda di scorpione. » spiegò volentieri loro, nel non negare mai un approfondimento, anche fuori tema, quando richiesto « In realtà, quello con il quale mi ritrovati a confronto, avrebbe avuto a dover essere giudicato più simile a una sorta di grossa aragosta, con un capo assimilabile soltanto lontanamente a quello di un uomo, e contraddistinto da una bocca ornata da diverse file disordinate di lunghi e sottili denti, e con una coda non lontana, come concetto, da una mazza chiodata, gli aculei della quale, al pari dei suoi denti, avrebbero avuto a doversi ritenere ricoperti da un potente veleno, per cui il più semplice graffio avrebbe potuto costarmi la vita. »
« Urca! » esclamò Tagae, sgranando gli occhi, con palese dimostrazione di sorpresa, di stupore di fronte a tutto ciò.
« Già… è all’incirca quello che commentai anche io di fronte alla manticora, nel mentre in cui mi ripromisi di richiedere una ricompensa raddoppiata al mio mecenate. » annuì ella, facendo ritorno all’esposizione del testo del problema con il quale essi avrebbero avuto a dover ragionare « Sfortunatamente, anche uccidere la manticora non ebbe a dimostrarsi sufficiente per considerare conclusa la questione… non laddove, ancora, la mistica pietra di O’Ghinaj avrebbe avuto a dover essere considerata protetta da un jinn, un altro cliente decisamente complesso da affrontare e vincere. »
« Come quelle che era in grado di evocare la tua amica Nass'Hya…?! » domandò la bambina, dimostrando di essere stata attenta ai racconti passati, in misura utile a creare immediatamente quella connessione, così come, comunque, anche il fratello non avrebbe mancato di evidenziare, se solo avesse avuto egual prontezza di intervento in sua replica.
« Qualcosa di simile… precisamente! » sorrise Midda, in quella che avrebbe avuto a dover essere forse considerata un’eccessiva semplificazione nella vasta varietà propria di simili creature e che, ciò non di meno, non avrebbe avuto senso, in quel momento, di essere ulteriormente approfondita, non, quantomeno, ai fini del problema « Per questo, ritrovandomi di fronte a un jinn, mi promisi di far salire la posta a tre volte quella originalmente concordata. » puntualizzò, in quello che, pur avendo da essere inteso, allora, qual un quesito a scopo didattico, non avrebbe avuto a dover essere neppur considerato qual un caso tanto distante dalla realtà per lei propria all’epoca, laddove difficilmente avrebbe avuto a chiedere saldo, al proprio mecenate, per la stessa somma inizialmente pattuita, giacché difficilmente ella avrebbe avuto a dover affrontare, per lui, soltanto i rischi inizialmente preventivati « Ora: sapendo che, sconfitto il jinn e appropriatami della pietra, feci immediatamente ritorno a casa… quanti pezzi d’oro ebbe a dovermi pagare lord Brote?! »

Ancora una volta le manine dei due pargoli ebbero ad alzarsi immediatamente dopo che ella ebbe tempo di pronunciare « … quanti… », in quello che, da parte loro, forse avrebbe avuto a doversi ritenere eccessivo entusiasmo, incontenibile brama di arrivare a offrire risposta per primi, in una quieta competizione fra loro, forse animata, in tutto ciò, dal desiderio di apparire al meglio al cospetto del giudizio della loro mentore.
E laddove, nel conteggio rapidamente mosso dalla bambina sul proprio pallottoliere, l’ex-mercenaria non poté ovviare a verificare la correttezza del suo calcolo già prima di poterle chiedere conto del medesimo; ella scelse di tentare di offrire voce al bambino, nella speranza che, nella propria urgenza di concludere, egli non avesse trascurato un dato molto importante, fallendo esattamente nel merito di quanto, ella, aveva sottolineato avrebbe avuto a dover prestare attenzione…

« Sei pezzi d’oro! » esclamò il pargolo, vedendosi offrire la parola.

sabato 9 dicembre 2017

2394


Passarono i giorni, addirittura le settimane, e, nelle nuove abitudini così definite, in quella prigionia che non avrebbe avuto ragione di essere percepita realmente qual tale, se non nell’evidente presenza di una porta chiusa a contenere i loro movimenti all’interno di quella stanza, Midda e i piccoli ebbero occasione di non vivere quello scorrere lento, ma inesorabile, delle ore con la stessa insofferenza che, altresì, avrebbe potuto essere loro e che, nel caso, avrebbe potuto anche condurli a smarrire lucidità mentale, nel confronto altresì necessariamente poco piacevole con dei confini troppo stretti e la più assoluta mancanza di stimoli, a fronte dell’assenza dei quali anche la mente più savia avrebbe potuto cedere alla follia: ogni giorno, in accordo alla rigorosa programmazione in tal maniera definita, non avrebbe potuto che riservar, al contrario, motivazione di rinnovato interesse, con nuove sfide, con nuove straordinarie esperienze da vivere e nozioni da scoprire, in quello che, pertanto e paradossalmente, non avrebbe potuto che portare tutti loro a crescere, e a crescere insieme, in maniera diversa e, ciò non di meno, insieme. Se, infatti, per Tagae e Liagu, la crescita loro riservata avrebbe avuto a potersi identificare facilmente, chiaramente, sia nel contenuto delle lezioni loro riservate, utili a chiarire non soltanto quanto, dopo il tre, sarebbe seguito il quattro e non il cinque, ma anche molto altro, rendendoli ogni giorno sempre più confidenti con la matematica e con le proprie regole, sia nel quieto riappropriarsi delle proprie identità, del proprio carattere, per così come era stato loro lungamente negato durante la precedente prigionia all’interno di una cella della Loor’Nos-Kahn; per Midda, forse in maniera meno evidente, non poté che esservi obbligo a esplorare una parte della propria vita con la quale mai si era ritrovata, in maniera prolungata, a confronto, ossia con quella che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere considerata la propria natura materna…
… non che, nella vita della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco fossero mancate, in passato, altre occasioni di relazione con dei pargoli, di età assimilabile, o persino inferiore, a quella che, per Tagae e Liagu, avrebbe potuto essere ipotizzata all’incirca di otto anni.
In effetti, anzi, Tagae e Liagu non avrebbero avuto neppur a dover essere considerati i primi bambini all’inseguimento dei quali, e per la salvezza dei quali, ella si era impegnata a rischio della propria stessa vita, non laddove, più di due lustri prima, ella si era ritrovata a confronto con i figli di un proprio antico compagno, passato amante, Ma’Vret Ilom’An, detto Ebano, i quali, al solo fine di ricattarla, di costringerla ad agire e ad agire nell’affrontare le insidie proprie di un antico tempio sotterraneo, erano stati rapiti sotto i suoi stessi occhi dagli uomini al servizio di un mecenate, un signorotto il nome del quale ella aveva presto dimenticato, o forse mai neppure conosciuto, nell’aver questi pagato, alfine, con il prezzo della propria vita non soltanto lo sgarro a lei imposto, ma anche, e ancor più, l’arroganza derivante dall’idea di poter acquisire e controllare i poteri propri di una creatura come la fenice, principio fondamentale dell’esistenza stessa con la quale, ella, proprio in tale occasione si era ritrovata per la prima volta a confronto. Ma se pur, con straordinaria passione, con incontrovertibile fermezza, ella si era precipitata in soccorso di H’Anel e M’Eu Ilom’An, salvandoli insieme ad altri undici coetanei, per poi ricondurli, con amore, con premura, alle proprie famiglie, alle proprie abitazioni, agendo per il loro bene, per la loro salvezza, senza dimostrare mai la benché minima esitazione; al termine di quell’avventura, e al termine del breve periodo di riposo che ella si era voluta concedere in compagnia di Ma’Vret, la propria vita aveva avuto modo di proseguire lungo vie decisamente distanti d quelle di coloro i quali, pur, avrebbero potuto quietamente divenire per lei qual figli adottivi, e che sarebbero anche stati probabilmente ben lieti di poterla accogliere qual madre, dopo la tragica perdita della loro genitrice naturale.
E se pur, tale discutibile scelta, avrebbe potuto essere, all’epoca, giustificata nel pensiero, nell’idea di quanto, ancora, gravasse sul cuore della Figlia di Marr’Mahew il dubbio, il timore, la paura del possibile ritorno della propria gemella e, con lei, di una rinnovata strage a discapito di qualunque proprio affetto, di qualunque proprio legame, per quanto, con Ebano, ella avrebbe potuto vivere la propria vita nella serenità delle sperdute vette dei monti Rou’Farth, a indubbia distanza dai mari divenuti territorio, dominio incontrastato della propria gemella; egual scusante, similare giustificazione non avrebbe potuto per lei valere dieci anni più tardi, quando, proprio in conseguenza alla morte della propria gemella, e con essa alla fine di quel lungo e tragico capitolo della propria vita, ella si sarebbe ritrovata essere affidataria delle due bambine della stessa, le sue nipotine, al confronto con le quali, tuttavia e, come raramente era accaduto nella sua esistenza, codardamente, non aveva voluto porsi neppur per un istante, neppur per un fugace momento, preferendo, allora, affidarle all’amore del loro stesso nonno, suo padre Nivre, per volare lontano dal proprio pianeta, e da tutto quello, sulle ali della fenice. Una vigliaccheria, la sua, un abbandono ingiustificabile e ingiustificato, quello da lei imposto a discapito delle proprie nipotine, rimaste improvvisamente orfane di madre e private del loro fratello maggiore, della quale ella era consapevole, un giorno, avrebbe avuto a dover rendere conto, e a dover rendere conto tanto alle stesse, quanto e, peggio ancora, a se stessa; e, ciò non di meno, un abbandono nel merito del quale ella non aveva esitato, nel non sentirsi pronta, nel non sentirsi degna, in quel momento, con il sangue della propria gemella a sporcarne le mani e con la consapevolezza di quanto la minaccia rappresentata da Anmel Mal Toise non fosse terminato insieme a lei, con la sua morte, di accogliere tali bambine quali proprie figlie, e di crescerle come, purtroppo, loro madre non avrebbe più avuto occasione di fare, nell’estremo sacrificio da lei compiuto allo scopo di liberarsi di quell’oscuro, malvagio spirito di lei impossessatosi.
In più occasioni, quindi, a confronto con più pargoli, pertanto, ella aveva avuto occasione, nel corso della propria vita, di porre rimedio alla sterilità impostale crudelmente dalla propria sorella Nissa, come evidente riprova di tutto quel disprezzo, di tutto quell’odio che, soprattutto in gioventù, l’aveva animata a voler non soltanto contrastare la propria gemella, ma, anche e ancor più, tentare in ogni modo, in ogni maniera possibile, di sottrarle ogni barlume di gioia, di felicità e di speranza per il futuro, intento che, indubbiamente, avrebbe potuto riservarsi un’ottima opportunità di concretizzazione nel negarle, allora e per sempre, qualunque occasione per poter un giorno essere madre, per poter stringere fra le proprie braccia, e allattare ai propri seni, i frutti del proprio ventre, le proprie promesse di immortalità. E in tutte quelle occasioni, la Figlia di Marr’Mahew si era puntualmente sottratta, si era coscientemente allontanata, forse per timore, forse per un senso di inadeguatezza, forse per altro, impossibile a dirsi, riservandosi solo una volta, solo nei confronto di un ragazzo, l’opportunità di creare un legame, un rapporto, assimilabile a quello di una madre nei confronti del proprio figlio, adottandolo, di fatto, nell’accoglierlo al proprio fianco come scudiero, e nel permettere a lui, più che a molti altri, di poterle essere vicino, di poter crescere accanto a lei, insieme a lei, tanto prendendo quanto dando, così come soltanto un figlio avrebbe potuto riservarsi di fare.
In quella convivenza forzata con Tagae e Liagu, in quella loro obbligata quotidianità, nonché nel senso di responsabilità che, nel rapporto con loro, ella non avrebbe potuto negarsi di provare, per la prima volta, quindi, in maniera stabile, continuata e seria, Midda Bontor ebbe a doversi impegnare nell’improbabile ruolo di madre per quei due pargoli, ben consapevole di non essere all’altezza di tale incarico, ben conscia di quanto, sicuramente, chiunque altro, al suo posto, sarebbe stato mille volte meglio in tale ruolo, ma, ciò non di meno, posta dall’evidenza dei fatti, da quelle inviolabili quattro pareti attorno a loro, a doversi far carico di tale compito, almeno fino a quando, alla fine di tutta quella storia, non avesse avuto occasione di restituire quei bambini alla loro vera famiglia, o a quanto di più simile a essa sarebbe stata in grado di trovare per loro.
Un ruolo, quello di madre, tuttavia da lei mai realmente esplorato, mai effettivamente interpretato, e non certamente per dei piccoli di tale delicata età, ragione per la quale, obiettivamente, ella non avrebbe potuto ovviare a crescere, a sua volta, nella stessa misura, se non persino in misura maggiore, rispetto a loro, per poter essere il meglio possibile per loro, per poter offrire, dal basso della propria inadeguatezza, quanto di più consono possibile sarebbe stato allora loro necessario.
Un ruolo, quello di madre, che, al di là di tanta preoccupazione, di tante remore, ella ebbe occasione di interpretare in maniera ineccepibile, almeno innanzi al giudizio degli stessi pargoli, laddove, in ogni momento, in ogni occasione, lì animato da un unico, importante, principio: quello di sincero e incondizionato amore per loro, in nome del quale ella avrebbe compiuto qualunque cosa, finanche dichiarare guerra all’intero Creato.

venerdì 8 dicembre 2017

2393


Obiettivamente straordinaria, a tal riguardo, avrebbe avuto a doversi riconoscere la reazione dei due pargoli, almeno dal personalissimo punto di vista della Figlia di Marr’Mahew. Ricordando ella stessa, infatti, la propria infanzia, e volendo porsi in maniera quanto più possibile onesta con se stessa, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a riconoscere quanto, quando ella bambina, il suo livello di attenzione nei confronti delle lezioni impartitele da parte della propria pur amata nonna non avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente lodabile… al contrario. Addirittura, in effetti, nonna Namile si era ritrovata costretta a porre in essere la simulazione di un atto violento, qual il rapimento del balocco preferito dalla bambina, nonché di se stessa, per concedere alla propria nipotina una dimostrazione di quanto quelle che stava giudicando soltanto quali lezioni noiose avrebbero, altresì, potuto distinguere il trionfo dalla sconfitta, il successo dalla disfatta, anche in scenari più avventurosi, ai quali ella, sin da subito, aveva dimostrato di voler tendere, con ardore indomabile. Più simili, altresì, a sua sorella Nissa, Tagae e Liagu accolsero quasi con entusiasmo la sua offerta, la sua imposizione, dimostrandosi ben lieti, anzi, di poter ricevere da parte sua quegli insegnamenti o, forse, e più in generale, di poter godere di quell’illusione di normalità insieme a lei, per quanto, allora, lì confinati in quella cella.
Potersi continuare a considerare per quello che erano, qual due bambini desiderosi di una vita serena come quella che, tuttavia e purtroppo, era stata, chissà da quanto tempo, loro negata; poter continuare a essere chiamati con i propri nomi, con quei nomi che tanta fatica avevano fatto per riconquistare, allorché con un semplice numero, una denominazione volta, ancora, a snaturarli, a privarli forse e persino della propria identità, della propria natura di esseri umani, e in ciò a vederli costretti a considerarsi nulla più di semplici oggetti, articoli da commerciare contraddistinti soltanto da un numero di serie e da un prezzo; non avrebbe potuto ovviare a essere, per loro, allora, pari alla realizzazione del proprio più grande desiderio, un desiderio che, quindi, anche alla luce, al confronto con la particolare suddivisione delle ore da lei loro imposta, non avrebbe potuto che vedersi anche solo in maniera effimera concretizzato, rendendo, di conseguenza, anche una potenzialmente noiosa lezione di matematica qual straordinariamente interessante. Ciò, ovviamente, senza considerare qual particolare genere di insegnante fosse colei con la quale, in quel momento, essi stavano avendo a che fare, un’insegnante che definire qual inconsueta, estranea a qualunque canone, sarebbe certamente equivalso a una mera, ingiustificabile banalizzazione.
Due ore di lezione, mezz’ora di intervallo, e altre due ore di lezione, in tutto ciò, separavano la colazione dal pranzo, imponendo in tal maniera, senza pur pretesa di particolare rigore, l’occasione di una certa istruzione ai due pargoli durante le prime ore di un nuovo giorno, o di quello che, all’interno della nave, così come la stessa donna guerriero aveva già avuto occasione di abituarsi a considerare sulla Kasta Hamina, era stato codificato essere tale. Il resto della giornata, poi, era stato codificato dalla Figlia di Marr’Mahew in termini certamente più rilassati, prevedendo, mezz’oretta dopo il pranzo, un’occasione di ulteriore riposo per i due bambini, attraverso un sonnellino pomeridiano della durata di due ore, a seguito del quale, al loro risveglio, riservarsi opportunità di giocare, tutti insieme, per almeno altre due orette, fino all’arrivo della cena. Al termine di tale terzo, e ultimo, pasto della giornata altre tre ore e mezza avrebbero separato gli occupanti della cella dallo spegnimento delle luci, studiato per riservare un totale di otto ore di riposo prima della nuova alba artificiale: nel merito dell’impiego di queste tre ore, fatta eccezione per l’ultima mezz’ora utile ai preparativi per la nanna, e a una nuova preghiera agli dei in ringraziamento al giorno appena loro concesso e in affido per la notte a venire, Midda non aveva codificato alcuna particolare attività, per garantire, comunque, al termine della giornata, libertà di espressione ai pargoli entro i modi e i termini che meglio avrebbero apprezzato. Modi e termini che, tuttavia, presto ebbero a trovare la propria consuetudine, a instaurare una propria tradizione, nella richiesta di un racconto alla loro stessa protettrice, una storia, e possibilmente una storia di vita vissuta, nel merito del proprio mondo e di quanto, in esso, ella aveva affrontato, delle meravigliose avventure che avevano contribuito a rendere del suo nome leggenda.
In effetti, anzi, quell’ultimo momento della giornata, con il tempo, iniziò ad assumere sempre maggiore importanza all’attenzione dei piccoli, al punto tale da essere preferito non soltanto alle lezioni, che pur non disdegnavano, ma anche e persino al momento di gioco pomeridiano. Perché, obiettivamente, laddove pur mirabili avrebbero avuto a doversi considerare le avventure da lei affrontate, ancor più straordinario avrebbe avuto a doversi ritenere la sua capacità di narrarle, scegliendo le parole giuste, e i giusti tempi, per mantenere sempre viva l’attenzione del proprio ristretto pubblico, alternando momenti di seria drammaticità, nella quale, pur, si sforzava sempre di non eccedere, a momenti più scherzosi, addirittura grotteschi, tratteggiando in maniera sovente ridicola quei personaggi del proprio passato che maggiormente avrebbero potuto prestarsi a tal scopo, benché di persona, conoscendoli realmente, difficile sarebbe stato crederlo possibile. Uno fra i personaggi preferiti dei due pargoli, in ciò, ebbe occasione di divenire il semidivino sposo della stessa donna guerriero, Desmair, una creatura dalle fattezze ipoteticamente terrorizzanti per Tagae e Liagu, con la propria spaventosa altezza, la propria muscolatura ipertrofica al di sotto di una pelle simile a cuoio rosso, con i propri piedi come enormi zoccoli, e con le proprie smisurate corna bianche ai lati del capo, a renderne ancor più intrinsecamente malefico un volto già tutt’altro che contraddistinto da tratti somatici i quali avrebbero potuto essere propri della più crudele delle creature uscite da una terrificante fiaba. Nelle parole della propria tutt’altro che amorevole sposa, quel mostro disumano era tuttavia tratteggiato al pari di un signorotto viziato, perennemente insoddisfatto e, in ciò, estremamente capriccioso, contraddistinto da un pessimo rapporto con i propri genitori, al punto tale da essere stato imprigionato dagli stessi all’interno di una fortezza sulla cima di una montagna, e lì condannato alla ricerca perpetua per un’occasione di fuga, occasione di fuga che, egli sperava, gli sarebbe stata concessa per mano del proprio vero amore: un personaggio, quello così delineato, non poi così distante dalla realtà dei fatti e, ciò non di meno, troppo sventurato, troppo caricaturale e ridicolo, per poter realmente intimorire i due pargoli, i quali, in ciò, non potevano che scoppiare a ridere ogni qual volta Midda finiva per raccontare loro di qualche nuova parte del suo corpo da lei staccata per effetto di un colpo di spada o altro, e da lui, poi, ridicolmente ricercata per tutto il proprio maniero-prigione.
Di tutto ciò, della serenità con la quale, allora, i due bambini sembravano in grado di affrontare persino l’idea dell’orrendo Desmair, così come di tutti gli altri terribili mostri da lei raccontati nel corso delle proprie storie, la Figlia di Marr’Mahew non poté che essere obiettivamente lieta, sia per l’evidente dimostrazione di quanto, malgrado tutto, fosse ancora in grado di scherzare sulla propria vita, e sul proprio passato, arrivando a ridurlo a una storia apprezzabile anche da due pargoli, sia, e ancor più, perché in tanta tranquillità, e in quelle risate, si poneva evidente quanto, allora, né Tagae né Liagu stessero riservandosi occasione di pena a confronto con la pur obiettivamente spiacevole realtà quotidiana con la quale, in quel particolare frangente, avrebbero avuto a doversi comunque considerare a confronto, giacché, a prescindere da qualunque impegno essi avrebbero potuto porre nel tentare di trasformare quella prigionia in un soggiorno, quella cella in un alloggio, la realtà dei fatti sarebbe stata, sempre e comunque, la stessa… spiacevolmente drammatica e apparentemente immutabile. Ancora una volta, tuttavia, la serenità che, in ciò, ebbe a dimostrarsi propria della coppia di frugoletti, non avrebbe avuto a dover essere interpretata in altro modo se non qual mero riflesso di quella che la medesima Midda Bontor fu in grado, a dispetto di tutto, di rendere propria, riuscendo a vivere, tutto quello, non diversamente da una vacanza in compagnia dei suoi protetti: innanzi a tutto ciò, innanzi a tanta pace interiore ed esteriore nella propria protettrice, da lei non soltanto espressa in parole e azioni, ma realmente vissuta nel profondo del proprio animo, Tagae e Liagu non avrebbero mai avuto ragione di vivere diversamente tutto quello, approfittando, anzi, della gioia derivante dal quel ritrovato, riscoperto senso di famiglia che, crudelmente, la Loor’Nos-Kahn aveva loro negato nel giorno in cui li aveva sottratti alla propria vita passata, alla propria casa, ai propri cari, ovunque essi fossero, qualunque fosse mai stato il loro nome.

giovedì 7 dicembre 2017

2392


Sebbene quel viaggio non fosse iniziato nel migliore dei modi, quando la nave, nella stiva della quale erano stati caricati, ebbe a lasciare il confini propri del sistema binario di Fodrair per dirigersi verso qualunque genere di destinazione i loro carcerieri avrebbero potuto avere in mente; per Midda e per i bambini le condizioni di vita ebbero, in minima misura, a migliorare, segno palese di quanto, a differenza di eventuali timori iniziali, nessuno, a bordo di quella nave, avrebbe avuto piacere nel rovinare la mercanzia dopotutto da essi stessi lì rappresentata.
Dalle gabbie ove inizialmente erano stati confinati, e dai pesanti ceppi entro i quali le possibilità di movimento della donna guerriero erano state completamente azzerate, si ebbe a passare a una sistemazione migliore, qualcosa di obiettivamente equivalente a un vero e proprio alloggio, per quanto, nel loro particolare caso, avrebbe avuto a dover essere inteso più qual una cella. E, in tale cella, i tre si ritrovarono, comunque, a essere rinchiusi insieme, confermando, ancora una volta, l’evidente intenzione, da parte degli uomini della Loor’Nos-Kahn, di mantenerne quanto più possibile sereni gli animi, minimizzando, in tal senso, l’eventualità di una qualsivoglia opportunità di ribellione da parte loro, nell’escludere ogni qualsivoglia fattore emotivo possibilmente conseguente a un’eventuale separazione forzata. A ovviare a possibilità di sgradevoli sorprese, il braccio destro della Figlia di Marr’Mahew non venne, comunque, ricaricato, vedendolo, in tal senso, pesare inerme dalla sua spalla come semplice complemento estetico, a garantire, in tutto ciò, l’integrità della sua figura fisica.
Braccio a parte, nel ritrovarsi posta comunque a contatto, e a contatto fisico, con i suoi due protetti, e nel ritrovarsi garantita una sistemazione indubbiamente dignitosa, con due brande, un tavolo, tre sedie e i necessari servizi igienici, Midda Bontor non ebbe motivo di che lamentarsi, forse, in tal senso, offrendo ragione ai propri stessi carcerieri, nell’accontentarsi di quella prigione dorata come alternativa alla soluzione meno gradevole inizialmente implementata, e, ciò non di meno, parimenti riservandosi possibilità, in tale condizione, di recuperare le proprie forze, mantenersi in esercizio, in salute, e, persino, in condizioni igieniche appropriate, potendosi, al contempo, premurare anche dei piccoli, della loro salute fisica, mentale e, nei limiti del possibile, emotiva. Che, in tutto ciò, ella stesse offrendo, pertanto, ipoteticamente ragione ai propri stessi carcerieri, assolutamente alcun interesse, alcuna preoccupazione, avrebbe per lei potuto rappresentare. Al contrario, semplicemente positiva avrebbe avuto a doversi considerare l’idea che, in tutto quello, gli uomini della Loor’Nos-Kahn potessero ritenersi appagati nelle proprie scelte, soddisfatti nelle proprie decisioni, considerando di avere, e di mantenere, in tal maniera, il proverbiale coltello dalla parte del manico, entusiasmandosi, addirittura, all’idea di quanto semplice potesse essere stato entrare nelle dinamiche dei suoi pensieri, nei suoi percorsi mentali: in ciò, essi sarebbero a loro volta rimasti più tranquilli, più sereni nel proprio rapporto con i loro prigionieri, finendo, con il tempo, per abbassare la guardia, nel non ritenere più sussistere, da parte loro, alcuna ipotesi di danno… e, in tutto ciò, sarebbe stato allora che, a Thyres piacendo, ella avrebbe potuto colpire.
A margine di qualunque considerazione, poi, sugli agi derivanti dalla loro allor attuale collocazione, così come, eventualmente, delle possibilità che sarebbero state loro concesse, al momento opportuno, per ribaltare la situazione di prigionia loro imposta; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto ignorare la verità propria derivante dalla loro attuale collocazione a bordo di un’astronave, e di un’astronave nel merito della quale non soltanto non avrebbe potuto vantare la benché minima confidenza ma che anche, e obiettivamente, ella non avrebbe mai saputo pilotare, neppure nel caso in cui, in gloria a tutti i propri dei, fosse riuscita a impossessarsi della stessa, sterminandone l’intero equipaggio, pur ignoto nelle proprie cifre. In conseguenza di ciò, pertanto, non soltanto assolutamente rischioso sarebbe stato per lei tentare azioni a bordo di quella nave, laddove, nell’eventualità in cui qualcosa fosse andato storto, ineluttabilmente ella avrebbe perduto quei privilegi così concessile; ma addirittura controproducente, nel caso in cui, al contrario, tutto fosse andato nel migliore dei modi possibili, ipotesi nella quale, allora, avrebbe avuto a doversi confrontare con la propria ancor imperdonabile ignoranza nel merito dell’effettiva gestione di una nave spaziale, a fronte della quale, pertanto, quel mero mezzo di trasporto avrebbe avuto a ridursi, potenzialmente, a una bara peregrina per le immensità siderali. Molto più salubre, per tutti loro, sarebbe stato quindi attendere di giungere a destinazione, nelle vicinanze di un pianeta abitato, di un satellite colonizzato o di una stazione orbitale, ovunque avrebbero avuto a dover essere condotti, prima di ipotizzare una qualunque ribellione, ovviando, in tal modo, a compiere quello che, a posteriori, avrebbe potuto poi rivelarsi uno spiacevole errore strategico.
Offrendo, pertanto, il proprio miglior viso a quel giuoco in fondo non così pessimo qual avrebbe potuto essere; Midda Bontor, anche quando ripresasi dagli effetti collaterali della propria prigionia in catene, preferì quietamente approfittare di quella situazione e di impegnarsi, all’interno della medesima, per poter offrire ai propri protetti, a quei due pargoli, una pur minima parvenza di normale quotidianità, per quanto, probabilmente, chiunque avrebbe potuto obiettare che neppure lei avrebbe potuto vantare effettiva esperienza a tal riguardo. In tal senso, quindi, il primo passo nel quale ella ebbe a volersi impegnare fu quello di imporre, con ferma dolcezza, un certo andamento costante alle vite di Tagae e Liagu, un andamento contraddistinto da qualcosa di più rispetto alla regolarità con la quale, pur, i pasti erano loro passati all’interno della cella, e quanto di più possibile simile a quella che avrebbe potuto considerarsi una vita vera, libera, qual quella che, probabilmente, era stata loro negata nel giorno in cui l’organizzazione li aveva trasformati in Diciannove-Cinquantadue e Diciannove-Cinquantotto.
In corrispondenza all’accensione delle luci all’interno della loro sistemazione, all’incirca un’ora prima del pasto che facilmente avrebbe potuto essere definito qual la loro colazione, Midda iniziò quindi a richiedere ai due bambini di svegliarsi, e di svegliarsi con i minimi capricci possibili, per poter usufruire, a turno, degli unici servizi loro concessi, al fine sia di espletare eventuali bisogni corporali, sia di lavarsi, e di rivestirsi, per farsi trovare pronti all’inizio di una nuova giornata. In tale intervallo di tempo, dal canto proprio, ella non mancava di imporre a se stessa, d’altro canto, i propri abitudinari esercizi fisici, volti a concederle, meglio di qualunque altra cosa, di risvegliarsi, e di riattivare tutto il proprio corpo, muscolo per muscolo, tendine per tendine, a seguito del riposo notturno: in ciò, quindi, per ultima ella usufruiva dei servizi, assicurandosi, fra l’altro, che i due pargoli si fossero premurati di lasciarli quanto più possibile puliti e in ordine. All’arrivo della colazione, passata loro su un vassoio attraverso una fessura alla base della porta, la donna invitava i pargoli a tavola e, dopo un momento di comune ringraziamento agli dei per la nuova giornata loro garantita, ella divideva in porzioni il pasto e si assicurava che tanto Tagae, quanto Liagu non si alzassero dalle proprie sedie prima della fine del medesimo. Concluso il pasto, per una durata di circa mezz’ora, la mezz’ora successiva era dedicata a un po’ di quieto ozio, utile, in caso di necessità, di garantire anche un nuovo utilizzo dei servizi igienici prima dell’inizio, vero e proprio, della mattinata. Benché, infatti, all’interno di quella cella non fosse stato loro garantito alcun libro, o alcun genere di supporto utile a tal scopo, Midda Bontor aveva deciso di seguire le orme della propria amata, e sempre compianta, nonna Namile, alla quale non avrebbe dovuto soltanto il proprio secondo nome, ma anche, e ancor più, tutta la propria istruzione, volta all’apprendimento dell’arte della lettura, della scrittura e del far di calcolo: e se pur, palesemente, per la lettura e per la scrittura ella non sarebbe stata l’insegnante più opportuna, avendo, obiettivamente, a dover ancora apprendere a sua volta anche solo la lingua franca di quella nuova, e più amplia, concezione di realtà nella quale era finita, senza, in ciò, prendere in considerazione le centinaia, le migliaia di declinazioni linguistiche locali, mutevoli di sistema in sistema, di pianeta in pianeta, di città in città; per il far di calcolo ella avrebbe potuto altresì essere utile ai due pargoli, in grazia del linguaggio universale proprio della matematica. Così, tutti i giorni, mezz’ora dopo colazione, ella ebbe a iniziare a offrire ai Tagae e a Liagu lezioni di matematica, incominciando dai fondamenti basilari, quali i numeri sui quali già avevano dimostrato di avere qualche confusione, per poi proseguire, con tanta pazienza, con tanto impegno, verso le operazioni più semplici e non solo.

mercoledì 6 dicembre 2017

2391


Una promessa, quella che la donna guerriero volle riservarsi, che chiunque avrebbe potuto riconoscere quantomeno discutibile nell’improbabilità, nell’impossibilità d’azione a lei allor riservata, in tal maniera imposta, da quelle pesanti catene, dalla privazione d’energia alla propria protesi destra e, ancor più, dalle ulteriori precauzioni prese, da parte dei suoi carcerieri, a limitare la libertà d’azione delle sue mani e della sua stessa bocca, rendendola, in tutto ciò, obiettivamente, semplicemente inerme. Ma se, in tutto ciò, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere obiettivamente, semplicemente inerme, nulla di tutto quello avrebbe mai potuto imporle ragione di considerare l’impegno da lei allor preso, da lei così abbracciato, qual mera fola, qual semplice retorica priva di sostanza, una promessa vana, vuota, riservata a quella coppia di bambini al solo scopo di mantenerli tranquilli, di offrire loro una parvenza di speranza per il domani, affinché potessero ancor contare su di lei, potessero, nonostante tutto, continuare a fidarsi di lei. Tali parole, al contrario, simile promessa, avrebbe avuto a doversi considerare quanto di più serio, di più sincero, di più assoluto e, obiettivamente, vincolante, da parte sua, che mai avrebbe potuto riservarsi occasione di proporre; un giuramento solenne al cospetto del quale non uomo, non mostro, non dio alcuno avrebbe potuto negarle occasione di impegnarsi a mantenerne fede.
Troppe volte, nel corso della sua obiettivamente, semplicemente lunga esistenza, troppo lunga nel confronto con quanto ella aveva compiuto in quegli otto lustri, troppo ricca di eventi, di imprese, di sfide, di avversari, di battaglie, di guerre, per poter essere considerabile reale qual, pur, indiscutibilmente era e sempre, incontrovertibilmente sarebbe stata, la Figlia di Marr’Mahew si era ritrovata a confronto con situazioni innanzi alle quali obiettivamente assurdo sarebbe stato, da parte sua, sperare in qualunque possibilità di sopravvivenza, confidare in un qualunque futuro: ella che, oltre a ogni qual genere o numero di antagonisti umani e, ormai, non soltanto, aveva affrontato sirene e gorgoni, arpie e ippocampi, scultoni e cerberi, gargolle e tifoni, negromanti e stregoni, zombie e angeli, semidei e, persino, dei; ella che, per prima, nella storia del proprio mondo, aveva superato tutte le straordinarie prove preposte a protezione, a difesa, della corona della regina Anmel Mal Toise, inconsapevole di quanto, così facendo, non avrebbe, semplicemente, recuperato un’antica reliquia ma, peggio, liberato una creatura primordiale, l’essenza stessa della distruzione, eleggendola, proprio malgrado, a propria nemesi; ella che aveva vissuto una e molteplici vite, che aveva viaggiato attraverso il tempo e lo spazio, sulle ali della fenice, in modi che alcuno, mai, avrebbe potuto neppur immaginare possibile, e che aveva violato anche i confini stessi della realtà, nel ritrovarsi posta a confronto con delle altre se stessa, provenienti da altre realtà, da altri universi in parte assimilabili al proprio, in parte completamente diversi; ella che avrebbe dovuto essere morta non decine, non centinaia, ma migliaia di volte, in modalità sempre diverse, talvolta banali, altre maestose, talvolta indolori, altre strazianti, e che, ciò non di meno, era sempre sopravvissuta a tutto e a tutti… ella non avrebbe mai potuto ritenersi, in fede, sconfitta per dei semplici ceppi di metallo, qual quelli che, in tal occasione, la costringevano pur inginocchiata al suolo, impossibilitata non soltanto a muoversi ma, persino, a sdraiarsi, in una posizione che, già sapeva, già aveva sperimentato, presto avrebbe condotto le sue giunture a dolere in maniera terrificante, e che, ancora, presto avrebbe iniziato a piagare le sue carni, aprendo spiacevoli squarci sulla sua pelle, nella pressione continua, costante di quel metallo su di lei, in una sofferenza, in una pena, che avrebbe condotto alla follia molte persone nel solo pensiero, ma che, nonostante per lei, tutto ciò, fosse ben più di una semplice congettura, ben più di pura immaginazione, non l’avrebbe vista, allora, piegarsi, non l’avrebbe veduta, in tutto ciò, cedere, non l’avrebbe mai potuto trovare sottomessa.
In tutto ciò, per quanto questa organizzazione paramilitare, paragovernativa e criminale, diffusa in molteplici sistemi solari attraverso tutta la galassia, e in grado di poter arrivare a condurre una vera e propria battaglia, sanguinosa e devastante, nel cuore di una città come Thermora, una fra le più importanti, fra le più progredite, fra le più civili del quarto pianeta del sistema binario di Fodrair, senza che ciò potesse attrarre la benché minima attenzione da parte delle autorità locali, chiaramente compiacenti, per quanto la Loor’Nos-Kahn avrebbe potuto sottomettere chiunque al proprio potere con la forza, ma anche, e molto più semplicemente, con l’intimidazione, e l’intimidazione derivante dal pensiero di un nemico troppo vasto, troppo diffuso, troppo consolidato nel tessuto sociale di tutti quei mondi nel quale era presente, per poter essere sconfitto; Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, e molti, troppi altri titoli divenuti già leggenda, nel suo mondo, non avrebbe mai potuto ritenerli invincibili, imbattibili, insormontabili, in tal maniera, obiettivamente, già vincitrice, nei loro confronti, nel semplice potersi ritenere, in fede, senza menzogne o banali illusioni, in grado di vincerli, così come, probabilmente, nessuno mai, prima di allora, era riuscito a essere innanzi a loro. Tale, dopotutto, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il segreto esistente alla base dello straordinario successo di quella semplice donna, di quella donna umana, figlia di pescatori, priva di qualunque straordinario potere, priva di qualunque soprannaturale capacità magica o negromantica, e ciò, non di meno, in grado di tenere testa a chiunque: a fronte anche del nemico più straordinario, a fronte anche di un avversario da chiunque altro ritenuto immortale o invincibile, ella non aveva mai perduto fiducia in se stessa, e nelle proprie capacità, nelle proprie capacità di mutare la realtà a proprio piacimento con la propria sola forza di volontà, per poter imporre la propria autodeterminazione in contrasto a qualunque ipotesi contraria, a qualunque antagonista, mortale o no che egli fosse.
E se pur, allora, Tagae e Liagu non avrebbero potuto ancor conoscere le straordinarie gesta della loro protettrice, non avrebbero potuto ancor comprendere, a confronto con fatti concreti, quanto straordinaria avrebbe avuto a doversi riconoscere la propria fortuna per quanto, allor, concesso loro dal fato, nell’incrociare in maniera del tutto casuale, del tutto involontaria, il percorso di vita di quella particolare donna, la sola che, realmente, avrebbe potuto aiutarli a trovare la forza per mutare il proprio destino laddove pur, apparentemente, già scritto dalla Loor’Nos-Kahn; nella loro semplicità infantile, in grazia all’innocenza delle loro menti bambine, fondate ancor più sulle emozioni che sul raziocinio, essi non avrebbero potuto ignorare quanto, allora, la sicurezza di quella donna, la calma interiore da lei loro trasmessa a discapito della situazione oscena nella quale, in tutto ciò, si avrebbero avuto a dover considerare essere precipitati, avrebbe avuto a dover essere ritenuta reale, concreta, onesta, caratteristiche a fronte delle quali, anche laddove qualunque logica avrebbe potuto considerare tutto ciò assurdo, essi non avrebbero avuto a poter che ritenersi a propria volta tranquilli, rasserenati nei propri cuori, nei propri animi, da lei. E così come, anche nella notte più buia, nella tempesta più violenta, a confronto con i tuoni più roboanti e con i lampi più accecanti, un bambino avrebbe sempre trovato il necessario conforto nell’abbraccio materno per potersi addormentare sereno, sinceramente consapevole che alcun male avrebbe potuto essergli addotto; anch’essi, anche quei due pargoli, pur chiusi in una gabbia accanto a quella della loro supposta protettrice, e pur nuovamente imprigionati da coloro i quali tanto impegno, tanto sforzo avevano compiuto per tentare di scappare, ebbero lì occasione di placare i propri animi e cedere, alfine, al quieto abbraccio del sonno, nel quale, allora, non avrebbero potuto che recuperare energie, recuperare forze, rigenerare i propri corpicini, laddove essi avrebbero avuto a doversi ragionevolmente considerare nulla di meno che esausti dalla troppo lunga giornata vissuta.

« Che il dio del sonno di questo pianeta possa vegliare sul vostro riposo, piccoli miei. » sussurrò la donna guerriero, sorridendo, al di sotto nella maschera, quanto essi ebbero a chiudere gli stanchi occhietti, appallottolandosi, quasi due bestioline selvatiche, l’uno accanto all’altra sul fronte della gabbia a lei più prossimo, per poterle essere, allora, vicini anche in quel momento di riposo « Sperando che gli dei di questo mondo abbiano a volervi essere favorevoli, in futuro, più di quanto non si siano dimostrati esserlo, in passato… o, altrimenti, dovrò dichiarare guerra anche a tutti loro. » commentò fra sé e sé, in un’affermazione, in una nuova promessa che, a sua volta, non avrebbe avuto a dover essere considerata qual animata da qualsivoglia retorica.

martedì 5 dicembre 2017

2390


In tutta franchezza, Tagae e Liagu non avrebbero saputo offrire una reale risposta a quella domanda, a quel particolare interrogativo.
Nell’ovvia eccezione dell’ultimo periodo, di quella particolare sequela di eventi scatenati, innanzitutto, dal loro anonimo benefattore scomparso, colui che per primo si era interessato a loro, permettendo loro di riappropriarsi, lentamente, dei ricordi perduti; i due bambini non avrebbero potuto vantare una qualche precisa consapevolezza nel merito di quanto subito nel corso della propria prigionia, al pari, del resto, rispetto al tempo nel corso del quale si erano ritrovati a essere prigionieri. Qualsiasi cosa i loro carcerieri avessero combinato alla loro memoria, infatti, aveva reso tutto particolarmente complicato, straordinariamente confuso, portandoli a ricordare a stento i loro stessi nomi, Tagae e Liagu, e poco più, ma soprattutto in riferimento al periodo precedente alla prigionia, al periodo antecedente a quando, entrambi, erano divenuti, semplicemente, Diciannove-Cinquantadue e Diciannove-Cinquantotto.
In questo, non per mancanza di volontà di dialogo con lei, non per mancanza di collaborazione con lei, quanto e piuttosto per mera impossibilità a concederle quando da lei desiderato, quando da lei ricercato, almeno nei modi e nei termini da lei desiderati; i due bambini non poterono ovviare a guardarsi con aria necessariamente smarrita nel confronto con quell’interrogativo, con quella richiesta, incerti su come poterle rispondere, su cosa poterle raccontare, di preciso, che potesse esserle in qualche modo di aiuto a comprendere meglio la questione…

« Ci tenevano rinchiusi in una camera. Insieme. » esordì Liagu, cercando di illustrare, in tal maniera, almeno il contesto nel quale si erano venuti a ritrovare « Le pareti erano bianche, c’erano due letti sui quali dormire, un lavandino e un bagno. Tutto molto pulito. Ogni volta che uscivamo di lì, al nostro ritorno tutto era in ordine, tutto era stato rimesso a posto, come non fossimo mai stati realmente lì. » spiegò, scuotendo appena il capo con aria disorientata, esprimendo in maniera decisamente più trasparente rispetto a quanto non avrebbe potuto pensare o sperare di riuscire a fare, il disagio che, da tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a derivare per loro.
« Cosa facevate tutto il giorno, chiusi lì dentro…?! » domandò la donna guerriero, non potendo che sforzarsi di immaginare la pena conseguente a tutto quello, a quel vero e proprio regime carcerario al quale quei due bambini erano stati condannati, in una situazione che avrebbe probabilmente fatto uscire di testa qualunque adulto e che, per questo, non avrebbe avuto a dover rendere particolarmente sorprendente l’idea di una loro perdita di senno, benché, per quanto le fosse stata concessa occasione sino a quel momento di verificare, alcun palese disturbo avrebbe avuto a dover essere inteso a tal riguardo.
« Avevamo… dei giochi. O forse no… » esitò Tagae, dimostrandosi decisamente confuso a tal riguardo, nel timore di confondere la memoria della loro prigionia con il ricordo non meno confuso dell’epoca precedente a essa, rimembranza nella quale l’ombra di una camera colma di giochi e di colori si sovrapponeva con il terrificante pallore della loro successiva collocazione « Non ne sono certo. » ammise, storcendo le labbra verso il basso, non senza una certa frustrazione per tutto ciò « Forse non li avevamo… »
« Non ti preoccupare, piccolo. » cercò di sorridere Midda, per quanto, proprio malgrado, non visibile da dietro la maschera « Uscivate spesso da quella stanza…? »
« No… non spesso. » negò il pargolo, cercando di recuperare punti all’attenzione della propria interlocutrice, per quanto, obiettivamente, difficile sarebbe stato per lui allora riservarsi un’effettiva indicazione di frequenza a tal riguardo, non laddove, obiettivamente, entro i confini di quella stanza dalle bianche pareti era da sempre mancato un qualunque riferimento temporale, un qualunque indicatore utile a marcare il passaggio del tempo e, in questo, a formulare una risposta scientifica a tal riguardo « Una volta per mangiare. Una per la puntura… » spiegò, rendendosi conto solo tardivamente che, in tale alternanza, avrebbe potuto essere intesa sia una frequenza estremamente estesa, e tale da suggerire loro lunghi periodi di digiuno, sia, altresì, intervalli decisamente più contenuti, e tale da poter giustificare la necessità di correggere la propria risposta indicando, altresì, una realtà quasi contraria.
« La puntura…?! » ripeté la donna, non offrendo particolare importanza, allora, alla questione temporale, quanto e piuttosto al riferimento a quella terapia, a quella somministrazione, probabilmente estremamente regolare, di chissà qual genere di sostanze, volte a giustificare la verità nel merito di quella coppia di bambini, per così come a lei spiegata dal proprio ultimo, presunto alleato, successivamente dimostratosi un traditore, e per questo da lei ammazzato per primo proprio alla comparsa degli uomini dell’organizzazione: Reel Bannihil.
« Sì. » annuì Liagu, incupendosi al ricordo così suscitato, a dimostrazione di quanto non avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente entusiasta all’idea di quel trattamento « Quello della puntura era il solo momento nel quale venivamo separati. » provò a spiegare, per poi ritrovarsi, tuttavia, con gli occhi colmi di lacrime, impossibilitata ulteriormente a parlare, nel limitarsi, allora, a stringersi con intento di fuga, e di fuga psicologica da tutto e da tutti, al proprio fratellino, affondando il suo visetto contro la sua spalla.
« Non ci piacevano le punture. » confermò Tagae, abbracciando la sorellina e cercando di dimostrarsi, allora, più forte, da bravo ometto « Ogni volta cinque punture a me. E tre a Liagu. » indicò, alzando le dita a indicare, tuttavia, quattro per se stesso e tre per la sorellina, evidentemente in ancora qualche piccolo problema nel confronto con i numeri « Ma le mie erano solo sulle braccia e sulle gambe. Quelle di Liagu, invece… » esitò, nel non poter ignorare il soffocato pianto della stessa accanto a lui, stretta a lui, in un confronto evidentemente troppo doloroso per proseguire.

Nel ritrovarsi a sua volta posta innanzi all’evidenza del dolore, e del dolore sincero, della pena più autentica, di quella coppia di bambini, di quella coppia di pargoli, l’unico rimprovero che la Figlia di Marr’Mahew poté allor muoversi fu quello di non aver agito con maggiore determinazione nel radere al suolo l’intero complesso della Loor’Nos-Kahn, là dove era stata accompagnata, per ragioni destinate a restare non propriamente chiare, dallo stesso Reel, nella vana ricerca dei due piccoli, nel momento in cui, suggerita malamente dal medesimo, ella aveva creduto e temuto potessero essere finiti nuovamente entro le grinfie dell’organizzazione dalla quale pur, tanto, si erano impegnati per evadere. Se soltanto, in quell’occasione, in quel frangente, ella avesse già avuto possibilità di conoscere, di sapere quanto, entro i confini di quel complesso, i due bambini avessero sofferto, probabilmente non si sarebbe limitata alla strage pur, allor, compiuta, e nel confronto con la quale le bianche pareti dell’amplio ingresso, nel quale ella si era indomitamente addentrata, avevano mutato completamente colore, assumento tonalità più intense, intense quanto, per lo meno, il colore del sangue fresco spillato direttamente dai corpi di tutti coloro che, uomini e donne, umani e chimere, lì aveva ucciso, impietosamente.
Purtroppo, recriminare in quel momento sul passato, su quanto ella avrebbe potuto compiere e su quanto, altresì, non aveva avuto ragione di eseguire, non sarebbe servito a molto per modificare la loro situazione attuale o, eventualmente, per offrire giusta vendetta a quei due pargoli. Più appropriato, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerato un buon promemoria, un importante appunto mentale tale per cui, non appena ella ne avesse avuto futura occasione, tale errore, simile leggerezza non sarebbe stata nuovamente commessa. E, in tale occasione, non uno… non uno solo fra tutti gli uomini e le donne della Loor’Nos-Kahn, fra coloro che le sarebbero stati a tiro, avrebbero avuto possiblità di salvezza, e di salvezza da morte certa, una morte che ella sarebbe stata ben lieta di incarnare per tutti loro.

« Non pensateci più ora… » sussurrò verso i piccoli, maledicendosi nel profondo del proprio cuore per aver posto quella domanda votla a raprire ferite ancor estremamente dolorose per loro, benché, nella speranza di poter comprendere meglio quanto accaduto, non avrebbe potuto farne altrimenti « … non vi accadrà mai più nulla del genere… non fino a quando io avrò vita, quantomeno. »

lunedì 4 dicembre 2017

2389


Dopo tanto impegno rivolto alla fuga, dopo tanto sforzo posto nell’inseguire quel sogno di libertà; a conclusione di una giornata particolare, al termine di lunghe ore sicuramente movimentate, indubbiamente emozionanti, e che pur, malgrado tutto, nulla si erano dimostrate in grado di poter alterare nel merito della loro condizione; fu in tal modo che Tagae e Liagu ebbero a ritornare alla propria precedente vita in cattività. E a ritrovarsi a condividere, in maniera tuttavia inedita, tale situazione, simile cattività, proprio con colei che pur, a sperare di poter ovviare a tutto ciò, si era votata in prima persona, ergendosi al ruolo di loro custode, di loro protettrice, benché, purtroppo, alla fine, anziché riuscire a sconfiggere l’avversità che il fato aveva dimostrato loro, si era alfine, e a sua volta, sgradevolmente ritrovata sconfitta da essa.
Dopo tanto impegno rivolto alla liberazione di quei due bambini, dopo tanto sforzo posto nel proteggerli da tutto e da tutti; a conclusione di una giornata particolare, al termine di lunghe ore sicuramente movimentate, indubbiamente emozionanti, e che pur, malgrado tutto, nulla si erano dimostrate in grado di poter alterare nel merito della condizione di Tagae e Liagu; fu in tal modo che Midda Namile Bontor ebbe a ritrovarsi, non per la prima volta nella propria vita, nuovamente imprigionata, ancora una volta in catene, e in catene che, in termini non così inediti, si vollero riservare l’opportunità di interdirle qualunque movimento, qualunque possibilità d’azione, a non concederle, proprio malgrado, opportunità alcuna per mutare il proprio pensiero, per cambiare idea rispetto alla resa, alla quale, alfine, si era ritrovata obbligata a rassegnarsi.
Già in passato, molti anni prima, la Figlia di Marr’Mahew era stata posta in cattività attraverso pesanti ceppi, pesanti ceppi che, oltre a legarle mani e piedi, l’aveva vista bloccata addirittura nel proprio stesso collo al suolo, in una premura, con un’attenzione al particolare così elevata tale per cui, obiettivamente, ella avrebbe avuto a doversi considerare quantomeno lusingata, nel vedersi in tal maniera riconosciuta una sincera manifestazione di stima, di fiducia, nelle sue capacità chiaramente straordinarie, laddove, obiettivamente, tanto sforzo, tanta cura, non era stata rivolta neppure, in quel del regno di Gorthia, per ridurre in cattività un tifone, una gigantesca creatura mitologica a confronto con la quale, in verità, ella avrebbe avuto a dover essere giudicata pressoché pari a un nulla insignificante, benché, come insegnato dalla sua storia personale, proprio in quel di Gorthia ella si era, qualche tempo dopo a tale imprigionamento, ritrovata a sfidare, e a vincere, proprio in sfida diretta con un tifone. Quasi, in ciò, a voler rievocare le glorie passate, quindi, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe così a ritrovarsi non soltanto nuovamente in catene, nuovamente in pesanti ceppi, volti a inibirle qualunque possibilità di movimento o di ribellione rispetto ai suoi carcerieri, con le gambe saldamente legate l’una all’altra in maniera tale da garantirle soltanto minime possibilità di avanzamento laddove richiesto e, ancora anche le braccia, legate non soltanto l’una all’altra ma, ancor più, entrambe alla sua vita; ma, anche e ancor più, ebbe a scoprirsi, persino, ingabbiata, in maniera addirittura ridondante, sotto quei particolari punti di vista allor giudicati potenzialmente più critici nel confronto con lei, quali, innanzitutto le sue mani ma, anche e non di meno, la sua stessa bocca: le prime contenute all’interno di pesanti scatole meccaniche, volte a inibirle qualunque rapporto con il mondo esterno, e la seconda, addirittura, limitata nelle proprie possibilità di interazione con il Creato da un’altra fascia metallica bloccata dietro al suo capo, in una misura cautelare che, obiettivamente, avrebbe potuto riservarsi significato soltanto se applicato a una belva, a una bestia in grado di squartare corpi con le proprie poderose fauci e le zanne al loro interno, allorché che con una semplice donna umana. Tuttavia, e ironicamente, proprio tali misure limitative, su di lei, avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual quella leggera sfumatura, quella sottile differenza, fra il passato in tal maniera comunque rievocato, e nel corso del quale, proprio in grazia alla libertà offerta alle proprie dita e alla propria bocca ella era stata in grado di uccidere, malgrado le catene, al di là di ogni precauzione su di lei adoperata, ben due guardie desiderose di seviziarla, e il presente, nel corso del quale, simile opportunità, tale eventualità, era stata abilmente prevista dai propri nuovi carcerieri i quali, forse in conseguenza alla necessità di aver a che fare anche con razze non umane, avrebbero avuto a doversi allora riconoscere qual abituati a limitare le possibilità di offensiva di artigli e zanne, così come, pur, ella non avrebbe potuto vantar di possedere.
In tal maniera posta in totale inibizione non soltanto a qualunque movimento, ma, peggio ancora, a qualunque possibilità di interazione fisica con il mondo a sé circostante, e, ovviamente, scaricata l’energia della batteria all’idrargirio del suo braccio destro, affinché nessuna ulteriore sorpresa potesse emergere in grazia dello stesso, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a ritrovarsi fisicamente inerme nel confronto con gli uomini in nero, caricata, segregata, praticamente qual un oggetto, ancor prima che una persona, all’interno di una gabbia nella stiva di una nave, pronta a essere condotta chissà in quale angolo remoto dell’universo. Un universo così amplio, così vasto in conseguenza alle dimensioni del quale, allora, improbabile sarebbe stato per lei riuscire anche soltanto a sperare di rincontrare i propri originali compagni di viaggio, i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, e, con essi, il proprio amato Be’Sihl, dai quali si era separata in maniera improvvisa, repentina, senza neppure avere la possibilità di offrire loro la pur minima spiegazione sul perché del proprio gesto.
In un contesto così negativo, l’unica nota positiva che ebbe a palesarsi, seppur impegnativa avrebbe avuto a doversi considerare realmente qual tale, fu, comunque, come nella stessa stiva ove ella era stata stipata, e chiusi, allora, in una gabbia attigua alla sua, pur, fortunatamente, non nella sua medesima condizione, ove non riconosciuto, da parte loro, egual possibilità di pericolo, fossero stati lì trasportati anche Tagae e Liagu, in quella che, per quanto avrebbe avuto a potersi fraintendere qual una dolce premura nei loro riguardi, avrebbe avuto probabilmente a doversi considerare, piuttosto, qual evidenza della volontà di mantenerli quanto più possibile tranquilli, e tranquilli qual, allora, avrebbero avuto a ritrovarsi costretti a essere nel confronto con l’immagine della loro presunta protettrice, ipotetica salvatrice, così ridotta in catene.

« Cosa ci succederà ora…? » domandò, alfine, la voce di Liagu, rompendo il silenzio nel quale, lei e suo fratello erano precipitati fin dal momento della loro resa, o, per meglio dire, della resa della loro amica, a fronte della quale anch’essi avevano deciso di arrendersi nel rispetto di quella fiducia, ormai giudicabile qual incondizionata, che avrebbe avuto a legarli a lei, e che, tuttavia, forse e allora avrebbe avuto a doversi considerare il loro limite maggiore, nell’aver negato loro l’opportunità di un’eventuale fuga, di una nuova, possibile, corsa al di fuori di quell’edificio, verso la libertà, la libertà per la quale tanto avevano lottato, tanto si erano impegnati con tutte le loro infantili forze.
« Nulla. » aveva risposto, serenamente, la voce della donna guerriero, pur apparendo necessariamente smorzata dalla maschera metallica posta a copertura della sua bocca, la quale, pur, non avrebbe potuto impedirle di esprimersi verbalmente « Per la Loor’Nos-Kahn siete troppo preziosi per imporvi qualunque possibilità di danno… e l’impegno da loro posto per recuperarvi senza neppure un graffio ha a doversi riconoscere la più importante dimostrazione in tal senso. » spiegò, ovviando a facili menzogne, a puerili semplificazioni della realtà, nel preferire, malgrado la giovanissima età dei propri due interlocutori, continuare, come fin dal loro primo incontro, a non mancare loro di rispetto nel falsificare l’evidenza delle cose, in termini nei quali, laddove essi ne avessero alfine maturato consapevolezza, la solidità del loro rapporto avrebbe potuto uscirne minata « E, a prescindere da ciò, io sono con voi… e non permetterò ad alcuno di imporvi del male. » soggiunse, nel rinnovo della propria promessa che, allora, avrebbe avuto a risuonare un po’ troppo ambizioso anche per lei, nel considerarne la condizione attuale, e, nell’azzardo del quale, ciò non di meno, ella volle egualmente impegnarsi.
« Che cosa è la Loor’Nos-Kahn…? » questionò di risposta Tagae, dimostrandosi incuriosito a fronte di quella parola mai udita prima.
« Come posso esprimere il concetto senza, necessariamente, apparire volgare…?! » sorrise ironica al di sotto della maschera, in un’espressione che, tuttavia, ebbe a perdersi nel confronto con gli sguardi dei due pargoli, i quali, quietamente, si stavano ponendo in attesa di sue parole, di sue spiegazioni, abbisognando, evidentemente, di quella distrazione per fronteggiare la paura propria del momento, della situazione « Sono coloro i quali vi hanno tenuto prigionieri fino a ora, facendovi del male. » esplicitò, per poi scoprirsi obiettivamente incerta a tal riguardo, al punto tale da essere lei a riservarsi l’opportunità di una domanda, di una curiosità « Cosa vi hanno fatto di preciso…? »

domenica 3 dicembre 2017

2388


A nulla, così, ebbero a potere le protesi robotiche di quell’uomo, una delle quali, la mancina, troppo distante da lei per poter sperare di afferrarla, nel mentre in cui l’altra, altresì, ebbe a ritrovarsi a posizioni invertite nel confronto con la sua destra, quella mano in freddo metallo cromato che, riacquistata la propria libertà fugacemente compromessa, ebbe ben volentieri a ricambiare il favore, costringendolo a una pericolosa, e innaturale, tensione lungo tutto il corpo di lei. E benché, nel proprio cuore, anche l’arto di lui avrebbe avuto a doversi riconoscere qual metallico, nella propria essenza esteriore, nella propria apparenza e, peggio ancora, nella propria sensibilità, esso avrebbe avuto comunque a doversi riconoscere, in tutto e per tutto, al pari di un qualunque arto umano. Un pregio, una ragione d’orgoglio per quella protesi, la tecnologia della quale, volendo, avrebbe potuto usufruire anche la stessa donna guerriero, ma a fronte della quale, almeno per ora, non aveva speso il proprio interesse, non laddove, tale pregio, in situazioni al pari di quella, avrebbe potuto tradursi in uno sgradevole difetto: ragione per la quale, nella terrificante morsa da lei imposta con tutta se stessa, gambe, braccia e corpo, a tutta quell’area, dalla spalla sino al polso, egli non poté ovviare a soffrire, e a soffrire terribilmente nel sentirsi, quasi, strappare il braccio dal corpo, in un dolore crescente al crescere della sua opposizione a tutto ciò. Dolore e opposizione, le quali, tuttavia, ebbero a sfumare a sua insaputa, senza quasi che egli potesse rendersene conto, nel principio di soffocamento in tal maniera impostogli, a confronto con il quale, dopo qualche istante, ebbe a smarrire, completamente, ogni contatto con la realtà a lui circostante, semplicemente svenendo.

« Come dicevo… buono ma non ottimo. » sorrise la donna, scuotendo appena il capo nel lasciar, allora, andare quel braccio, quel corpo, liberandolo dalla sua presa solo per avere possibilità di rialzarsi, e accogliere, già con la corta lama in mano, la nuova ondata di avversari che si sarebbe precipitata verso di lei e verso i due pargoli alle sue spalle.

Con un gesto energico, ma elegante, ella ebbe allora a rialzarsi da terra e, recuperata posizione eretta, a riprendere la battaglia. Una battaglia che, se volgendo attenzione particolare all’area da lei occupata, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual volta a indubbio favore della difesa di Tagae e Liagu, nel resto dell’edificio, su ogni altro fronte, avrebbe avuto a dover essere sgradevolmente riconosciuta qual in netto favore degli uomini in nero.
Laddove, infatti, a confronto con quell’organizzazione paramilitare non ebbe a presentarsi una professionista della guerra, e di guerre che, obiettivamente, il contesto squisitamente civile di quel mondo, Thermora, non avrebbe mai potuto giustificare; gli uomini in nero avrebbero avuto a potersi comunque riconoscere in indubbio vantaggio nel confronto con uomini e donne comuni, lì sì animati da un nobile intento, e da una passione sincera nella volontà di difendere i due bambini e, con essi, il loro territorio, quel loro rifugio, e, tuttavia, completamente privi di qualunque formazione militare, di qualunque addestramento al combattimento e alla guerra che mai potesse, in qualunque maniera, lasciar sperare in una loro vittoria. Forse, probabilmente, se soltanto alla Figlia di Marr’Mahew fosse stata concessa l’opportunità di trascorrere maggiore tempo fra quelle persone, nella consapevolezza, pur impossibile da possedere, della battaglia a cui, alla fine, si sarebbe ineluttabilmente giunti; forse, probabilmente, ella sarebbe stata in grado di concedere loro qualche speranza in più nel confronto con tutto quello, nella sfida lì loro riservata da un fato ostinatamente loro avverso, nel considerare le sicuramente molteplici disgrazie loro occorse per arrivare a vivere quella vita, a sopravvivere mendicando per le strade della città e dormendo nei vicoli più oscuri della stessa. Purtroppo, tale possibilità di addestramento non era stata loro concessa. E così come la stessa Midda Bontor aveva avuto occasione di riflettere sin dall’inizio di quella spiacevole deriva della situazione, ben poche, o forse nessuna, avrebbero avuto a dover essere intese le possibilità non tanto di vittoria, quanto di sopravvivenza per tutti loro.
Purtroppo, precipitata la situazione in quel modo, in quella maniera, ormai non vi sarebbe stata alcuna possibilità di ovviare all’ineluttabile. Che ella fosse rimasta lì a combattere, riducendo in pur termini non banali le schiere degli uomini in nero; o che ella fosse fuggita, conducendo seco i due piccoli e cercando, con essi, una possibilità di salvezza lontano da lì; nulla sarebbe mutato nell’ordine generale delle cose, nel prevedibile esito di quello scontro. In ciò, quindi, alcun raziocinio avrebbe avuto a poter essere riconosciuto nella sua permanenza in quel luogo, laddove, anzi, sotto un certo punto di vista tutto ciò avrebbe avuto a dover essere peggio inteso qual volto a vanificare il sacrificio che, in quel momento, tante, troppe persone stavano compiendo in difesa di Tagae e Liagu. Ciò non di meno, proprio nel confronto con l’idea di quanto, allora, quegli uomini e quelle donne, senza alcuna speranza, stessero combattendo quella battaglia non loro, sacrificando impavidamente le proprie vite senza alcun tornaconto personale, non avrebbe potuto ovviare a colpire il cuore della donna e, in questo, a impedirle anche solo di ipotizzare quella possibilità di fuga, l’abbandono di quella battaglia pur già perduta, non fino a quando, per quanto assurdo, ella avrebbe potuto restare lì a offrire il proprio contributo in favore, in difesa, in tutto ciò, non tanto dei due bambini, quanto e piuttosto di tutti coloro che lì, già, stavano combattendo per loro.
Proprio malgrado, comunque, nel profondo del proprio cuore la donna guerriero non avrebbe potuto ovviare ad attendersi il peggio. E quando, alla fine, esso giunse, ella non avrebbe mai potuto considerarsi disorientata innanzi a esso… anzi: purtroppo, proprio malgrado, tutto quello avrebbe avuto a doversi ritenere, né più, né meno, qual un finale atteso, una triste e tragica conclusione già scritta, e che, allora, venne impressa in maniera imperitura nel sangue di tutti coloro che lì ebbero a perdere la vita sotto i colpi impietosi di quegli uomini in nero.

« Thyres… » ansimò Midda Bontor, invocando il nome della propria dea prediletta, la signora dei mari a lei più cari, nel momento in cui, posta fine alla vita dell’ennesimo gruppo di antagonisti a lei oppostisi, ebbe proprio malgrado a maturare consapevolezza nel merito della sconfitta occorsa, del termine già definito di quella battaglia, in quello che, innanzi ai suoi occhi, ebbe a presentarsi qual una macabra distesa sangue e cadaveri, nella sola eccezione rappresentata dai vincitori di quel conflitto, dagli uomini in nero che, in numero ancor spropositato, ebbero allora a imporsi, con le proprie sagome, al di sopra di tanto orrore e tanta morte.

Per quanto ella fosse sopravvissuta a molte battaglie, forse e persino a troppe, raramente si era ritrovata a essere l’unica superstite del proprio fronte, della propria schiera, così come, altresì, in quel frangente avrebbe avuto a dover essere riconosciuta. E benché ella avesse avuto già occasione di confrontarsi con la disfatta di propri alleati, talvolta anche e persino propri amici, e cari amici, in termini tali per cui, probabilmente, qualcuno avrebbe potuto considerarla abituata a un certo genere di situazioni; la donna guerriero non avrebbe mai potuto considerarsi tale, né, tantomeno, avrebbe mai voluto cedere alla tentazione di una pur più facile soluzione in tal senso, soluzione a fronte della quale, allora, allorché piangere la prematura fine loro imposta, avrebbe potuto semplicemente accettarla come un dato di fatto e proseguire, quieta, nel proprio cammino.
Così, anche in quel frangente, anche a confronto con quella massa di cadaveri obiettivamente per lei anonimi, nel non aver avuto alcuna possibilità, alcuna speranza di riuscire a maturare un qualsivoglia genere di rapporto con loro; ella non poté ovviare a un sincero momento di turbamento, nel lutto per quel tributo di sangue a confronto con il quale, sinceramente, avrebbe preferito non arrivare a porsi.

« E’ finita, signora Bontor. » sancì la voce del suo interlocutore, ancor privo di volto nella confusione a lei antistante, e in una presenza troppo numerosa di uomini in nero per potersi concedere l’opportunità di associare quella voce a qualunque fra loro « E sono certo che una donna del suo intelletto non potrà che condividere l’evidenza di una tale verità. » soggiunse, con tono di apparente complicità nei suoi confronti.

sabato 2 dicembre 2017

2387


Negare, da parte sua, un certo diletto in tutto ciò, per la donna guerriero sarebbe equivalso a mentire. E non che ella, nella propria vita, si fosse negata occasione di mentire al prossimo: al contrario. Quanto ella aveva tuttavia sempre, accuratamente, evitato, sarebbe stato mentire a se stessa, laddove alcun pro, alcun genere di vantaggio avrebbe potuto cogliere in una simile scelta. Per tale ragione, quindi, ella non avrebbe mai potuto negare un indubbio piacere nel ritrovarsi coinvolta in quel combattimento, in quella vera e propria battaglia, non a meno di non voler iniziare, alfine, a mentire anche a se stessa.
Sin dalla più tenera età, da quand’ancora più piccola rispetto persino a Tagae o Liagu, ella aveva sempre dimostrato una certa predilezione per l’avventura, per il pericolo, nella forse insensata, forse autolesionistica ricerca per prove da superare, nemici da combattere, tesori da conquistare. In conseguenza a tutto ciò, nel cercare di offrire soddisfazione alla propria brama di avventure, non ancora neppure adolescente, ella aveva abbandonato i pacifici confini della propria isoletta sperduta nei mari del sud, aveva abbandonato la propria famiglia, i propri genitori e la propria gemella Nissa, fuggendo nel cuore della notte, clandestina a bordo di una nave mercantile, alla ricerca di quella vita già allora desiderata: una vita colma di sfide, di battaglie, per riuscire a soddisfare quel desiderio allor infantile, e ciò non di meno mai superato, di essere la protagonista di straordinarie cronache, mirabili canzoni, tali da far sognare chiunque, un giorno, a occhi aperti. In questo, quindi, tanto nei primi anni qual marinaio, quanto nei successivi quando costretta a reinventarsi qual mercenaria, ella non aveva mai smesso di essere un’avventuriera, combattendo per dimostrar di essere l’eroina della propria stessa infanzia, e lottando con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, con tutta la propria passione, al solo scopo di dimostrarsi, ogni giorno, qual unica artefice del proprio destino, qual sola padrona del proprio fato, a dispetto di qualsiasi intento in senso contrario da parte di uomini, mostri o dei. Un impegno costante, il suo, una precisa presa di posizione, estremamente gravosa e che pur, ella, mai aveva commesso l’errore di vivere come un obbligo, quanto qual una scelta, e una scelta per la quale essere felice, una scelta per la quale votarsi, ogni giorno, a una lotta costante, contro chiunque, contro qualunque cosa: una lotta metaforica, certo, e pur, sovente, corrispondente a un combattimento fisico, a una battaglia reale, concreta, in grazia alla quale, ancora una volta, dimostrare tutta la propria incontestabile, incontrovertibile autodeterminazione.
In tutto questo, quindi, benché allor necessariamente preoccupata per la sorte dei due pargoli a lei affidatisi, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto ovviare a provare un certo entusiasmo nel confronto con la battaglia lì presentatale, divertimento che, chiunque, nel riconoscerlo, non avrebbe potuto ovviare a considerare folle e che tale, anche in quel frangente, ebbe a essere giudicato, da tutti coloro che, con lei, ebbero a confrontarsi. Compresi, allora, i tre che, per un fugace istante, credettero, in buona fede, di aver avuto occasione di supremazia su di lei, nell’averla travolta, letteralmente, con la propria forza e nell’averla rigettata a terra, sotto il peso dei loro stessi corpi…

« Woah… quanta irruenza. » non poté ovviare a commentare ella, sorpresa, e sorpresa in positivo, nel ritrovarsi, allora, così apparentemente in trappola, bloccata in grazia alla collaborazione di ben tre uomini, di cui uno dotato di arti artificiali, per riuscire a sopraffarla, ad arginarne l’incontenibile forza, dal loro punto di vista non poi così dissimile da quella di un fiume in piena « Immagino che voi tre non abbiate sovente a che fare con il gentil sesso, altrimenti non sareste così eccitati all’idea di potervi confrontare con me… » suggerì con tono volutamente malizioso, a prendersi giuoco dei propri tre antagonisti, in quella che, tuttavia, non avrebbe avuto a dover essere confusa qual mero e folle chiacchiericcio, quanto una già ampliamente collaudata opportunità di rovesciare le sorti di un confronto apparentemente sfavorevole nel vincere il proprio avversario, o i propri avversari, sul piano psicologico prima ancora che su quello fisico.

Nel potersi attendere, infatti, qualunque genere di reazione da parte della loro comune antagonista, nonché preda, fra tentativi di ribellione, gesti d’offesa, insulti o, persino, eventualmente pianti e lamentose suppliche volte a riservarsi occasione di pietà, ma non, certamente, la quieta serenità da lei allor dimostrata, da lei in tal maniera palesata, e palesata in una completa distensione della propria muscolatura e in parole così inappropriate in un contesto qual quello nel quale ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nella trappola entro la quale avrebbe avuto obiettivamente a doversi considerare essere caduta; i tre uomini in nero non poterono ovviare a esitare, e a esitare nell’incertezza di star ignorando un qualche dettaglio così palese, così evidente, forse e addirittura banale, tale per cui la loro apparente vittoria avrebbe avuto a doversi ritenere una sconfitta. Esitazione, la loro, forse sorta per un fugace battito di ciglia, per un effimero istante, e pur già sufficiente, già adeguata, a garantire alla loro antagonista quell’utile finestra temporale, uno spiraglio invero, ad agire, e ad agire al fine non soltanto di liberarsi, ma anche, e ancor più incredibilmente, di rivoltare completamente la situazione a proprio esclusivo vantaggio.
Benché, infatti, ipoteticamente bloccata nelle proprie braccia, e nella parte superiore del proprio busto, dalla presenza di quei tre uomini, ben concentrati sul non concedere la benché minima opportunità di movimento ai suoi arti superiori; Midda Bontor avrebbe avuto a doversi, ancora e pericolosamente, considerare libera nel movimento dei proprie arti inferiori e della propria testa, in quello che, allora, avrebbe avuto a doversi ritenere il terzo e ultimo errore imperdonabile di quei tre uomini, dopo l’essersi concessi quel momento di esitazione e, primo fra tutti, aver veramente ipotizzato di poterla battere. Verso i due uomini dotati di braccia umane, e intente a bloccarle le spalle e il braccio mancino, ella ebbe allora a rivolgersi nell’immediato, volgendo al primo una violenta testata dritta sul suo setto nasale, con foga sufficiente non solo da infrangerlo ma, addirittura, da proiettare all’indietro il proprietario dello stesso, nel mentre in cui un abbondante flusso di sangue ebbe a esplodere dal suo naso infranto e a riversarsi, copioso, dritto su di lei, sul suo viso, sul suo corpo, non dissimile da un’oscena benedizione a lei rivolta dalla stessa dea della guerra, Marr’Mahew, a riconoscere, a consacrare, in ciò, la sua figlia prediletta; e destinando al secondo, altresì, una spiacevolissima ginocchiata dritta nelle proprie parti più intime, in un effetto forse meno plateale rispetto all’aggressione destinata al suo compare ma, non per questo, più piacevole, nel bloccargli, al contrario, ogni possibilità di respiro o di pensiero e nel costringerlo, in tal maniera, a liberare la presa sul suo braccio. Riconquistato, in tal maniera, il proprio braccio, fu un istante, e nulla più, quello necessario alla stessa per ribellarsi nella direzione del terzo uomo, di colui che le stava ancorando il destro a terra, e nel tentare di conficcare, dritta nel suo collo, una nuova corta lama, della quale ebbe, allora, opportunità di impossessarsi all’interno del proprio equipaggiamento. Solo un tentativo, tuttavia, fu il suo, giacché, dimostrando egli maggiore reattività rispetto ai propri compagni, e rispetto a essi aiutato, in tal senso, dall’essere stato triste testimone di quanto appena accaduto, questi ebbe allora ad arginare l’offensiva a lui rivolta liberando il braccio destro di lei dal proprio, solo allo scopo di sollevare questo a bloccare la lama a lui destinata e l’arto che, allora, la stava guidando.

« Complimenti… » riconobbe la donna dagli occhi color ghiaccio, sorridendogli con una certa soddisfazione « … buono. Ma non ancora ottimo. » ebbe tuttavia poi a precisare, sancendo, in tal maniera, quanto comunque inutile avrebbe avuto a doversi considerare tutto ciò.

Libera, infatti, dal peso degli altri due uomini, uno accartocciato al suo fianco, l’altro precipitato più in basso, a tentare di scendere a patti con il dolore proveniente dal proprio naso rotto, ella non ebbe alcuna inibizione fisica a potersi lasciar roteare, allora, sotto il proprio ultimo antagonista, per andare ad abbracciare, con le proprie gambe, il suo stesso arto lì sollevato a  ricacciare l’offensiva destinatale, solo per poi, con un deciso colpo di reni, tornare a ridistendersi, e catapultare, in ciò, il corpo del proprio antagonista a terra, lì sospinto da quelle stesse gambe, delle quali il polpaccio sinistro ebbe, allora, a premere con forza sul collo dell’uomo, nel mentre in cui, per supportarlo, il piede destro ebbe a intrecciarsi all’altro, premendo a sua volta con forza e con forza lì intrappolandolo.

venerdì 1 dicembre 2017

2386


La prima a giungere a lei fu una canissiana, dal fisico scolpito e quasi mascolino nelle proprie proporzioni, per quanto le curve ben visibili dei suoi seni ne avrebbero tradito, comunque, l’identità sessuale. Dimostrandosi sufficientemente intelligente da rendersi conto di non poterla affrontare con la propria arma al plasma, a meno di non voler rischiare di ucciderla, la sua antagonista giunse a lei estraendo, da dietro la schiena, una coppia di pugnali dalle lunghe lame, affilate su un fronte, seghettate dall’altro, sulle impugnature dei quali avrebbero avuto a dover essere identificati, anche, dei tirapugni dorati, a rendere polivalente l’impiego di tali armi. Ipoteticamente superiore, quindi, alla donna guerriero tanto per struttura e massa, tanto per implicite abilità fisiche derivanti dalla sua specie, quant’anche per equipaggiamento, laddove, altresì, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto lì a dover essere considerata armata solo di una più corta lama, quell’estemporanea antagonista avrebbe potuto possibilmente rappresentare per lei una minaccia, nell’ipotesi in cui, altresì, ella non avesse reagito ovviando allo scontro fisico per concludere, in effetti, il loro confronto ancor prima che potesse avere inizio, scagliando, con un colpo straordinariamente preciso e rapido, la lama del proprio pugnale dritta nell’orbita oculare destra della controparte, conficcandone i quattro pollici di freddo metallo in quel cranio squisitamente morbido in tal puntuale frangente e sancendone la fine ancor prima dell’inizio di qualunque diatriba.
Una scelta, quella da lei resa propria, che benché le avesse allor permesso di ovviare a quel primo incontro, non avrebbe potuto essere costantemente ripetuta, non laddove, benché sufficientemente equipaggiata al di sotto del proprio giaccone, ella non avrebbe potuto certamente permettersi di sprecare tutte le proprie risorse in gesti così plateali o, presto, nell’evidente disparità di forze lì schierate, ella si sarebbe ritrovata priva di risorse con le quali tener loro testa. Una scelta, ciò non di meno, alla quale la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe voluto rinunciare non tanto nel timore del confronto diretto con quella canissiana, che si sentiva sufficientemente confidente di poter uccidere persino ricorrendo ai suoi stessi pugnali seghettati, quanto e piuttosto allo scopo di potersi riservare occasione per offrire, nel contempo di quell’offensiva fisica a discapito della donna cane, anche una seconda offensiva psicologica a discapito di tutti i suoi compagni, di tutti gli uomini in nero lì presenti, e lì diretti, alle spalle della stessa, a cercare occasione di confronto con lei. Quella morte, tanto plateale e volutamente tale, infatti, non avrebbe potuto allor essere ignorata da alcuno e, nelle menti di tutti loro, avrebbe necessariamente sollevato dubbi e timori, perplessità e paure nel confronto con chi, allora, capace di dispensare morte e di dispensarla in maniera tanto rapida, tanto precisa, all’interno di un contesto nel quale, al contrario, ella avrebbe avuto a doversi considerare, a doversi ritenere, a doversi riconoscere qual svantaggiata, qual destinata a una rapida sconfitta, fosse anche e soltanto, appunto, per la devastante disparità numerica lì esistente.
Forse del tutto indifferenti alla morte della propria compagna, o forse intimamente preoccupati di seguirne il medesimo destino e, ciò non di meno, impossibilitati allora a prendere una diversa decisione rispetto a quell’aggressione, a quell’offensiva ormai lanciata e non più annullabile, altri due uomini in nero sopraggiunsero a distanza di un battito di ciglia alla donna guerriero, uno, stolidamente, ancor reggendo la propria arma laser, l’altro, dimostrando maggiore prontezza e lucidità di pensiero, già convertitosi all’arma bianca, a quegli stessi manganelli elettrificati con i quali ella aveva già avuto occasione di confronto e in grazia ai quali, evidentemente, egli sperava di potersi riservare una facile opportunità di predominio a suo discapito. Attendendoli immobile sino all’ultimo istante, Midda Bontor volle tuttavia riservarsi occasione di proiettarsi in avanti, verso di loro, proprio quand’ormai meno essi avrebbero potuto attendersi una simile, folle decisione, vedendola progredire, impavidamente, verso di loro e verso le loro armi come se nulla folle, oltretutto, allor, disarmata. E se pur, ella, in tal frangente, avrebbe potuto riservarsi maggior prudenza nel levare il proprio braccio destro nei confronto con i manganelli elettrificati, escludendo da parte degli stessi qualunque effetto negativo a proprio potenziale discapito, laddove il nucleo all’idrargirio presente all’interno del suo arto artificiale avrebbe compiuto, nuovamente, quel meraviglioso miracolo volto ad assorbirne l’energia per ricaricarsi; ella preferì non volgere alcuna fiducia nei confronti di colui che, con il dito sul grilletto di un’arma laser, in preda al panico avrebbe potuto aprire il fuoco e finire con il ferire non tanto lei, quanto e ancor peggio i due pargoli da lei protetti, e poco distanti alle sue spalle. In ciò, quindi, con il freddo metallo cromato della propria destra, ella ebbe a raggiungere quell’arma e a sgretolarla, letteralmente, in una pressione devastante; nel mentre in cui, con la propria mancina, allor libera di muoversi nell’assenza di qualunque lama a contraddistinguerne l’estremità, ebbe a riservarsi confronto con il suo compare, confronto con quei manganelli elettrificati, forse riservandosi in tutto ciò un eccesso di rischio nel momento in cui, allorché evitarli, ella volle affrontarli, e affrontarli andando ad afferrarne, saldamente, l’impugnatura di uno, al di sopra della mano destra del loro proprietario, al solo scopo di tentare di sfruttare il fattore sorpresa derivante da un tale azzardo per volgere, a suo esplicito discapito, quella stessa arma, andando a farla appoggiare dritta sul suo volto e, in tal punto, scaricandone la carica energetica. Così, nel mentre in cui il primo ebbe a ritrovarsi semplicemente disarmato, il secondo ebbe a scoprirsi, direttamente, svenuto sotto gli effetti di quella scarica che egli stesso avrebbe voluto imporre alla propria antagonista, ricadendo inerme al suolo.
Un’altra donna, in quello stesso istante, ebbe a presentarsi alle spalle dei due, approfittando dell’occasione per sollevare la propria arma verso il centro del cranio della Figlia di Marr’Mahew, e per dimostrarsi, nella foga del momento, troppo coinvolta, per non voler realmente premere quel grilletto, aprendo il fuoco. E laddove, tanto che quell’arma fosse stata semplicemente laser, quanto peggio fosse stata al plasma, improbabile sarebbe stato per l’altra poter sopravvivere a distanza tanto ravvicinata, ritrovandosi nel migliore dei casi un antiestetico foro in mezzo alla fronte o, in alternativa, direttamente privata della propria intera testa, tradotta in un istante in un cumulo di cenere; la donna guerriero non ebbe a riservarsi esitazione alcuna sulla mossa da attuare, ricorrendo nuovamente alla straordinaria forza del proprio braccio destro per sollevare, da terra, il malcapitato al quale aveva appena distrutto la propria arma, per usarlo, in maniera del tutto improvvisata, come una vera e propria arma, una clava umana, nell’afferrarlo al centro del petto e nello scaraventarlo, con un movimento dall’alto verso il basso, sopra colei che, in tutto ciò, ne stava minacciando la sopravvivenza. E se pur, allora, il colpo ebbe a esplodere, nella confusione di corpi generata da quell’atto, l’energia rilasciata da quell’arma, allor rivelatasi al plasma, ebbe a deflagrare confusamente fra i due aggressori, incenerendo le braccia della donna che, in tal maniera, aveva sperato di poter fermare la propria antagonista, e parte della schiena dell’uomo che, allora, era stato impiegato, al contempo, da arma e da scudo, proteggendo, proprio malgrado, colei che pur avrebbe avuto a dover catturare.
Senza tuttavia concedere a quest’ultima, alla donna protagonista di tanta mirabile abilità guerriera, possibilità di riprendere fiato, non che ella ne avrebbe avuto realmente ad abbisognare, altri tre, tutti uomini, sopraggiunsero a lei, cercando, allora, di approfittare della confusione da lei stessa generata per sorprenderla, per catturarla, nel predominare, in grazia al proprio numero e alla propria forza fisica a discapito di colei che, per quanto equipaggiata con quell’arto robotico, non avrebbe avuto allora a doversi considerare un’eccezione, un’unicità nel suo genere e, in ciò, non avrebbe potuto ritenersi, necessariamente, estranea a qualunque possibilità di dominazione fisica: ove, infatti, due si precipitarono direttamente contro di lei, per travolgerla, letteralmente, con il proprio peso, in grazia a una massa corporea praticamente doppia a quella di lei; il terzo ebbe a rivolgere tutta la propria attenzione direttamente al suo braccio di freddo metallo, andando ad afferrarlo e ad afferrarlo, allora, con quelle che, ella, dovette presto rendersi conto avrebbero avuto a doversi riconoscere qual delle protesi simili alla sua, non palesemente artificiali al pari di quel braccio a lei, dopotutto, impiantato all’interno di una struttura carceraria, e per semplici ragioni di lavoro, quanto e piuttosto, in tutto e per tutto, apparentemente umane, di carne e ossa, e probabilmente anche caratterizzate da quell’insieme di percezioni tattili a cui ella avrebbe avuto a doversi considerare estranea da oltre vent’anni e, tuttavia, egualmente contraddistinte da quella straordinaria potenza a lei allor riservata… una potenza, quindi, destinata a negarle l’impiego di quell’indubbiamente importante risorsa.

giovedì 30 novembre 2017

2385


Raggiunto un angolo dell’ampio edificio abbandonato dalle persone comuni e, in questo, occupato dal popolo degli emarginati, all’interno del quale si erano ritrovati, Midda Bontor si distaccò dai bambini solo nel momento in cui, trovata una nicchia entro la quale proteggerli, fu sufficientemente confidente con il fatto che, lì dentro, essi avrebbero potuto avere una certa possibilità di riparo. Il fatto, poi, che tale nicchia fosse dotata anche di una comoda porta di emergenza, una via d’uscita, allora sbarrata, ma attraverso la quale, all’occasione, i due bambini avrebbero potuto riprendere la loro folle corsa per la salvezza, rese quel punto di riparo, quel ricovero, qual sostanzialmente perfetto per le loro necessità, soprattutto nel momento in cui, dopo averli appoggiati a terra, ella ebbe a scagliare un devastante colpo, con il proprio pugno destro, in cromato metallo, contro le assi di legno preposte a interdire il passaggio attraverso quella via: legno che, pertanto, ebbe letteralmente a esplodere, in conseguenza della violenza di quell’unico colpo, sbriciolandosi in un’infinità di schegge e lasciando libero il passaggio per i pargoli, laddove essi ne avessero avuto l’esigenza.
Un gesto, il suo, che avrebbe potuto essere frainteso da parte dei piccoli, quasi un invito a quel distacco da lei, pocanzi, escluso dalle sue stesse parole, e che, con un nuovo, rapido intervento, ella volle chiarire, a non permettere alcun genere di incomprensione fra loro…

« Restate qui. » ordinò, pertanto, ai due bambini, nel riferirsi alla nicchia e, in essa, nel confinare, verbalmente, le loro opportunità di movimento, al di là della via loro aperta alle spalle « Io non mi allontanerò da voi. » lì rassicurò, nuovamente « Ma nel caso in cui doveste vedermi cadere a terra, come è accaduto qualche ora fa, dovrete ancora fuggire, iniziando a correre come avete dimostrato di saper fare benissimo… senza mai fermarvi. »
« Ma… » esitò Liagu, evidentemente non comprendendo come, quell’ultimo invito, potesse riuscire a trovare il proprio giusto ruolo nel confronto con la promessa da lei espressa, quell’impegno a non lasciarli, o, per lo meno, qual tale era apparso alla sua attenzione.
« Vi ho ritrovati una volta. Vi ritroverò sempre. » garantì la donna, scuotendo appena il capo a interrompere quell’intervento, non potendo permettere a quella loro chiacchierata di protrarsi eccessivamente, non laddove, alle sue spalle, nel era perfettamente consapevole, gli uomini in nero stavano tornando ad avvicinarsi, per riprendere il discorso dal quale ella aveva voluto allontanarsi « Sempre. »

Detto questo, in un gesto che per Diciannove-Cinquantadue e Diciannove-Cinquantotto avrebbe avuto a dover essere considerato totalmente sconosciuto, estraneo a qualunque possibilità di comprensione e interpretazione nelle proprie ragioni, e che, tuttavia, ebbe occasione di risvegliare nuovi ricordi, nuove felici memorie nelle menti di Tagae e Liagu, in riferimento a quel passato loro cancellato dalla mente durante la permanenza all’interno dell’edificio dalle pareti bianche; Midda Bontor si spinse, rapidamente, fugacemente, a schioccare due baci sulle loro fronti, quasi, in tal maniera, qualsiasi male avrebbe potuto essere scongiurato, qualsiasi pericolo avrebbe potuto essere esorcizzato o, forse, quasi a sigillo del proprio impegno nei riguardi di quei due bambini.
E prima ancora che, dalla reminiscenza di quella vita passata, di quell’epoca felice e pur dimenticata della propria esistenza, i due bambini potessero avere occasione di apprezzare quel gesto, di comprenderlo e, in ciò, di valorizzarlo per quanto avrebbe avuto a dover essere; la loro custode, la loro protettrice si era già allontanata, di pochi passi, da loro, per proiettarsi, con straordinaria foga, e devastante impeto, contro la minaccia che, ormai a troppi pochi piedi da quell’estemporaneo rifugio, avrebbe potuto porre in dubbio la loro libertà, la loro tanto faticosamente conquistata autodeterminazione. E in netto contrasto, in straordinaria antitesi, a quella materna delicatezza con la quale, un attimo prima, ella si era impegnata a prendersi cura di quei due pargoli, a coccolarli con quel rapido e pur sinceramente tenero bacio; Midda ebbe allora a esprimere una violenza a dir poco disumana, una furia priva d’eguali, in contrasto a tutti coloro che avrebbero potuto minacciare i suoi protetti, i suoi piccoli, sostituendo la delicatezza e la tenerezza pocanzi dimostrata, con il vigore di colpi scagliati con il solo scopo di uccidere, con la gelida determinazione di gesti mossi nell’unico intento di eliminare chiunque innanzi a sé.
In tal maniera, a pochi piedi dal rifugio di Tagae e Liagu, e sotto il loro sguardo al tempo stesso confuso e, tuttavia, meno spaventato di quello che avrebbe potuto essere, laddove entrambi affidatisi, allora, con assoluta sincerità, con totale dedizione a quella donna, in termini tali per cui nulla di quanto ella avrebbe potuto compiere, e compiere chiaramente in loro difesa, avrebbe potuto spaventarli; la donna guerriero ebbe a rivelare un altro aspetto di sé, un aspetto con il quale, in verità, gli uomini in nero avrebbero avuto a poter già vantare una certa, tragica confidenza, ma con il quale, altresì, i due bambini avevano avuto soltanto una moderata opportunità di confronto diverse ore prima, quand’ella, per la prima volta, era entrata nelle loro esistenze. Ma se quella mattina, in un concetto altresì relativo in quel mondo privo di notte come conseguenza della presenza di ben due soli nel cielo, ella aveva trattenuto la violenza dei propri attacchi, laddove esposta al pubblico, laddove non desiderosa di attrarre l’attenzione delle forze dell’ordine guadagnandosi qualche nuova condannata, limitandosi a contundere e a ferire, superficialmente, le proprie controparti; in quella sera, qual idealmente avrebbe potuto essere considerata, ella non avrebbe avuto più alcuna ragione utile a frenarsi, alcuna motivazione concreta per trattenersi, non, soprattutto, laddove una sua pur minima esitazione avrebbe potuto costare non soltanto la libertà dei due bambini ma, anche, le vite di tutti coloro che, in quel frangente, stavano già combattendo, e, proprio malgrado, morendo, in loro difesa, in loro soccorso.
E così, vicino allo sguardo di Tagae e Liagu, ma, fortunatamente, lontana da quelli di qualunque altro sistema di sorveglianza, a fronte del quale ella avrebbe potuto essere imputata e condannata per le proprie azioni; quanto ebbe lì a riemergere non fu, semplicemente, lo spirito di una donna guerriero, ma quella furia straordinaria e disumana in grazia alla quale, molti, troppi anni prima, in un altro mondo, in un’altra vita, ella si era guadagnata il titolo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra nel pantheon locale del tranquillo popolo di un arcipelago, un’isola del quale era stata presa d’assalto da un crudele gruppo di spietati pirati nel momento in cui, trascinata semisvenuta dalle correnti a seguito di altre e più complesse vicende, ella era lì sopraggiunta, estemporaneamente dimentica persino del proprio stesso nome, ma non della capacità di combattere, non della capacità di uccidere, che, allora, si era espressa nel pieno del proprio terribile splendore vedendola affrontare, pressoché nuda, quei pirati, quelle dozzine di pirati, armata soltanto di una meravigliosa spada bastarda e di un martello da fabbro, e non lasciandone sopravvivere neppure uno. Quell’aspetto di lei, quella sua micidiale perizia nell’arte della guerra, nel suo mondo d’origine le era valsa decine di nomi, decine di titoli, nessuno dei quali, tuttavia, le era rimasto tanto legato qual quello, Figlia di Marr’Mahew, espressione sintetica, e ciò non di meno straordinariamente completa, di quanto ella avrebbe avuto a dover essere temuta nella propria furia, nella propria ira, nella propria eventuale partecipazione a un qualsivoglia genere di conflitto.
Pur, quindi, priva della propria consueta spada, di quella fedele compagna di viaggio con la quale nel corso dell’ultimo decennio della propria vita ella si era sempre accompagnata in tutte le proprie avventure, in tutte le proprie battaglie, contro uomini, mostri e dei; pur, in tal frangente, equipaggiata soltanto con corte lame e con, da non minimizzare nel proprio straordinario valore, quell’arto destro in metallo cromato, contraddistinto da un potere ineguagliabile; in quel momento, in quell’edificio abbandonato, innanzi a quell’esercito di uomini e donne, umani e chimere, vestiti di nero e oltremisura armati, la Figlia di Marr’Mahew ebbe occasione di tornare a dimostrare le solide e sanguinarie ragioni alla base del proprio stesso mito, quelle motivazioni per le quali, senza alcuna immeritata enfasi, senza alcuna infondata retorica, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, in ogni mondo, in ogni contesto, qual nulla di meno di una vera e propria leggenda vivente. Una leggenda che, lì, in quel luogo, in quel momento, avrebbe lasciato la propria firma impressa nel sangue di tutti coloro che, per sua mano, sarebbero caduti.