Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 18 ottobre 2017

2342


Proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto vantare particolare esperienze pregresse nel relazionarsi con dei bambini. Anzi.
Esperta combattente, straordinaria avventuriera, indomabile guerriera, temibile assassina, nel corso della propria vita ella aveva combattuto contro ogni qual genere di creatura, umana e non, finanche ad affrontare un dio immortale, un dio minore, sì, e pur sempre un dio, innanzi al quale, complice una potente reliquia, era stata in grado non soltanto di sopravvivere ma, addirittura, di imporgli inattesa sconfitta e morte, guadagnandosi, in conseguenza, l’altisonante, e pur meritato, titolo di Ucciditrice di Dei, l’ennesimo accanto a molti altri e, ciò non di meno, uno al quale ella non avrebbe potuto essere affezionata, nel valore intrinseco di un tale riconoscimento, di una simile celebrazione. Ma per quanta confidenza ella avesse avuto occasione di sviluppare con la morte, e con ogni sfumatura propria della stessa, in termini sconosciuti e inimmaginabili ai più, discorso ben diverso avrebbe avuto a dover essere considerato quello relativo alle sue conoscenze nel merito della vita, e dei suoi aspetti ipoteticamente più semplici, apparentemente più banali, e pur, obiettivamente, mai svalutabili qual tali, qual, primi fra tutti, quelli relativi alla creazione di una famiglia, con tutti quegli annessi e connessi fra i quali, banalmente, il mero confronto con i propri figli, dall’età più infantile sino all’adolescenza e oltre ancora.

A sua discolpa, a sua difesa, invero, avrebbe avuto a non dover essere ignorato quanto, nel medesimo giorno in cui ella si era guadagnata lo spiacevole sfregio sul suo volto e aveva perduto il proprio avambraccio destro, un altro grave e profondo danno le era stato inflitto, al basso ventre, quasi uccidendola ma, peggio, negandole, per sempre, la possibilità di procreare, di poter divenire un giorno madre, crescendo un figlio giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno crescendo ella insieme a lui. Una condanna, una maledizione, su di lei imposta da parte della propria gemella Nissa, nel giorno in cui ella, dopo lunghi anni di lontananza, aveva fatto ritorno nella sua esistenza e lo aveva fatto nelle vesti non di semplice figlia di pescatori, qual entrambi erano nate, quanto e piuttosto in quelle di regina dei pirati dei mari del sud, condottiero di una nazione che ella stessa aveva creato nel riunire, attorno a sé, ciurme di predatori e tagliagole prima disorganizzati, alla deriva, sovente persino in conflitto reciproco, i quali, solo grazie a lei, si erano altresì riuniti sotto un’unica bandiera, sotto un unico indiscusso riferimento, che tale aveva voluto divenire, invero, soltanto allo scopo di essere in grado di vendicarsi della propria gemella, della stessa Midda, colpevole, non a torto, di averla abbandonata, di averla lasciata sola ad affrontare la vita, le sue gioie e, anche, le sue tragedie, come, fra le molte, la morte di loro madre.
Forte del potere per lei derivante dal proprio nuovo ruolo, la regina dei pirati si era prefissa qual solo scopo quello di privare la propria sorella d’ogni felicità, d’ogni possibilità di gioia. Privandola del proprio stesso essere donna, nella capacità di procreare. Privandola della propria amata e avventurosa quotidianità, attraverso le interminabili distese marine, nel proibirle ogni ulteriore contatto con il mare e con quanto, da esso, per lei era solito gioiosamente trarre. E privandola, persino, del proprio primo grande amore, Salge Tresand, colui per seguire il quale avrebbe rischiato di incorrere nelle funeste ire della propria gemella e per salvare il quale, pertanto, preferì abbandonare, salvo, vent’anni dopo, scoprire quanto, non ancor paga, Nissa, fingendosi la propria gemella, aveva approfittato per giacere con lui e per concepire, insieme a lui, il proprio primogenito, al solo scopo di poter avere occasione di crescere il figlio che Midda aveva desiderato e che mai avrebbe potuto avere.
Vendetta crudele, quella che Nissa Bontor aveva voluto riservarsi. Vendetta con la quale, per circa tre lustri, la Figlia di Marr’Mahew aveva scelto di convivere, fino a quando, quantomeno, ancora una volta la propria gemella non aveva compreso quanto, al di là di tutto il male già impostole in passato, ella avesse ormai imparato nuovi modi in cui vivere, aveva trovato nuove ragioni per cui essere felice, al punto tale che, alfine, tanto impegno, tanta dedizione posta a rovinarle la vita, sarebbe potuta risultar vana se non fosse nuovamente intervenuta, così come aveva tragicamente scelto di fare. Ma quando Nissa, palesandosi ancora una volta nella vita della propria gemella, l’aveva voluta ferire colpendola attraverso una persona a lei cara, un’amica colpevole soltanto di provare affetto per lei; Midda non si era più sforzata di restare in silenzio, non aveva più voluto ovviare al conflitto con la propria consanguinea, accettando di cercar quella battaglia attraverso la quale sperare di porre fine alla guerra che, da troppi anni, decadi ormai, aveva contraddistinto le loro esistenze.
E solo rientrando, tardivamente, a contatto con la vita della propria gemella, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, aveva avuto possibilità di scoprire quanto, in quegli anni, in quei lustri di lontananza, ella si fosse impegnata non soltanto per esplorare la morte, suo pari, ma anche per godere della vita, così come ella mai avrebbe potuto sperare di compiere, nel mettere alla luce non soltanto il figlio di Salge Tresand, ma anche, tempo dopo, una coppia di gemelle, silenziosa dimostrazione di quanto, il destino, evidentemente, desiderasse permettere a una nuova generazione di Bontor di rimediare agli errori della precedente. Nipotine, quelle che Midda avrebbe avuto a dover crescere qual proprie figlie dopo il tragico sacrificio della propria gemella, dalle quali, forse e proprio nella consapevolezza di non essere adatta a un tale compito, ella non aveva perso occasione di allontanarsi nel seguire l’invito della fenice ben oltre i confini del proprio pur complicato mondo e che, in questo, erano state affidate a una tutela più saggia, a una guida più esperta di quanto ella, forse, non sarebbe mai riuscita a dimostrarsi essere, né per loro, né per altri.

Alla luce di simili pregressi, di tali retroscena, non di difficile comprensione, né di gratuita ipotesi, avrebbe avuto a dover essere considerata la mancanza di confidenza della medesima ex-mercenaria, ora capo della sicurezza della Kasta Hamina, nei confronti con la vita e con i suoi aspetti ipoteticamente più semplici, più banali, qual il mero rapporto con un bambino o, nella fattispecie, con una coppia di bambini. Giacché, se la questione avesse avuto a doversi semplicemente considerare incentrata sulla necessità di salvare un pargolo da un pericolo, mortale o meno che esso fosse, ella non avrebbe certamente avuto dubbi a potersi considerare qual completamente a proprio agio, nella propria area di confidenza con la vita e con tutti i suoi più disparati aspetti; ma laddove, essa si fosse scoperta in riferimento a qualcosa di diverso, qualcosa forse di meno eroico ma più quotidiano, qual il mero parlare con lui, la questione avrebbe avuto a dover assumere necessariamente tonalità più cupe, scontrandosi, banalmente, con la sua più semplice incapacità in tal senso… incapacità conseguente non tanto a una mancanza di volontà, quanto e piuttosto alla più assoluta assenza di esperienza a tal proposito.
In tutto ciò, l’impegno che ella stava tentato di porre nel confronto con quei due piccoli avrebbe avuto a doversi considerare, dal suo personalissimo punto di vista, già qualcosa di ammirevole, per non dire straordinario, nettamente maggiore rispetto a quanto, probabilmente, chiunque, conoscendola, avrebbe potuto attendersi che ella avrebbe potuto aver desiderio di sforzarsi a compiere in un simile caso. E, per quanto, forse, probabilmente, certamente, i suoi modi non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual perfetti, il suo approccio non avrebbe avuto a doversi considerare qual l’ideale per la situazione così come venutasi a creare; probabilmente i due bambini ebbero comunque ad avvertire la sincerità propria dell’animo della loro interlocutrice, che, in tal senso, non si stava assolutamente risparmiando.
Ragione per la quale, alla fine e malgrado tutto, essi parvero cedere al suo invito, alla sua insistenza, nel momento in cui, nella fattispecie, fu il maschietto, poi, a riservarsi occasione di intervenire, e di intervenire prendendo voce direttamente verso di lei…

« Il mio nome è Tagae. E lei è mia sorella Liagu. » annunciò, dichiarando i propri nomi con il tono più fermo che riuscì a dimostrare, per quanto una leggera nota di timore non poté essere ovviata a margine di tutto ciò, non soltanto per quella donna, ma per quell’intera, folle situazione, all’interno della quale, necessariamente, anch’ella non avrebbe potuto mancare di avere il proprio ruolo.

martedì 17 ottobre 2017

2341


« Il mio nome è Midda… Midda Bontor. » si presentò ai due pargoli, cercando ancora di offrire il proprio tono più sereno e rasserenante, per vincere quell’iniziale ritrosia che essi stavano ancor dimostrando, benché, obiettivamente, tutto ciò avrebbe avuto a doversi ritenere fondamentalmente illogico, considerando quanto, necessariamente, dovevano essere stati loro due a cercarla, a seguirla sino a lì, non potendo essere lì capitati, nel suo stesso istante, per puro caso, in quella che, altrimenti, avrebbe avuto a dover essere considerata non tanto quanto una semplice coincidenza, uno scherzo del destino, ma, piuttosto, l’evidenza di qualsivoglia mancanza di originalità narrativa da parte degli dei, pecca che, in verità, in più di quarant’anni di vita non aveva avuto mai possibilità di verificare « Non sono vostra nemica. E, anzi, credo proprio che voi foste venuti proprio a cercarmi, per chiedermi aiuto contro quegli uomini in nero… dico bene? » ribadì il concetto precedente, sperando che, in questa nuova occasione, esso potesse giungere con maggiore successo alla loro attenzione, superando anche quel pur comprensibile timore, quella pur spontanea paura che, dopotutto, non avrebbe avuto a dover essere in alcuna maniera colpevolizzata, laddove, obiettivamente, meritevole di averli mantenuti in vita, e liberi, sino a quel momento.

E se, ancora, per pochi istanti, i bambini fremettero fra le sue mani, nell’intento comunque infruttuoso di allontanarsi da lei, a seguito di quell’ulteriore tentativo essi sembrarono iniziare lentamente a placarsi, al punto tale che, per non vanificare il senso ultimo di quel momento d’incontro, anche l’ex-mercenaria, lentamente, iniziò a rendere meno vincolante la propria presenza su di loro, in maniera tale da non permettere loro di fraintendere quella situazione qual di potenziale prigionia, per così come, pur, non avrebbe mai voluto essere… non, certamente, da parte sua.
Solo quando, alfine, le sue mani si ritrovarono a essere semplicemente appoggiate, quasi in una dolce carezza, dietro alle spalle della coppia, ella si concesse di genuflettersi, per porsi alla loro altezza, per poterli guardare in viso senza, in questo, costringerli a volgere i propri capetti verso l’alto, in quella che, psicologicamente, sarebbe stata altrimenti una posizione di inferiorità, ma che ella non desiderava in alcun modo imporre loro.

« Ciao di nuovo. » sorrise, con la speranza, almeno ora, di ottenere da parte loro un qualsivoglia genere di risposta.

Per un fugace momento, quando ella ebbe a chinarsi davanti a loro, i bambini parvero turbati, e turbati, ella lo comprese, dalla cicatrice che ebbero a cogliere sul suo volto, qualcosa che, in effetti, nella loro quotidianità non avrebbero avuto a poter conoscere e che, forse, non avrebbe potuto ovviare a renderla, in quel frangente, più spaventosa di quanto, già, non avrebbe avuto a poter essere ritenuta innanzi allo sguardo di due piccoli spaventati. In quel mondo, così come nella maggior parte dei mondi di quella nuova, e più amplia, concezione della realtà che a lei era stata concessa nel corso di quell’ultimo anno, infatti, difficilmente una persona si sarebbe riservata la possibilità di mostrare in maniera tanto aperta una cicatrice, uno sfregio simile, non laddove, altresì, per loro semplici, per lei straordinarie, tecniche di chirurgia plastica avrebbero permesso, attraverso un intervento tutt’altro che complicato, la completa cancellazione di ogni segno, di ogni marchio sulla sua pelle, restituendole quell’integrità altresì perduta ormai da decenni.
Ma, per quanto la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe mai potuto essere felice di quella cicatrice, e di quanto essa si sarebbe preposta di ricordare a imperitura memoria, quegli eventi tragici che l’avevano veduta comparire sul suo volto; parimenti ella non avrebbe mai voluto rinunciare a essa, e a quella parte della sua vita, della sua storia personale, della quale essa, appunto, fungeva da importante, irrinunciabile promemoria. E così come, già da molto tempo, già da dieci anni ormai, ella avrebbe potuto anche rimuoverla dal proprio corpo, senza neppure ricorrere a particolari interventi chirurgici, ma per effetto dell’azione rigenerante del fuoco della fenice; ella non aveva mai voluto agire in tal senso… né mai lo avrebbe desiderato.
Il turbamento proprio dei due bambini, comunque, non si protrasse a lungo e, anzi, al timore iniziale, venne sostituita, alfine, una certa curiosità, una curiosità sincera, priva di malizia, nei confronti di quello sfregio, a cercare delicato contatto con il quale, allora, ebbe a sollevarsi la destra della piccola, la quale, con l’approccio proprio di un pargolo, cercò allora di meglio comprendere che cosa fosse quel non piacevole segno sul volto della donna innanzi a loro...

« E’ una lunga storia… » minimizzò la donna guerriero, comprendendo l’implicita domanda dietro a quel gesto, dietro a quel contatto, e lasciandola, in ciò, agire, laddove, del resto, non avrebbe potuto infastidirla con la propria curiosità e, anzi, in quel modo, forse, avrebbe potuto concedere loro possibilità di maturare un po’ più di confidenza con lei « Un giorno ve la narrerò, se la vorrete ascoltare. » promise loro, benché, in quel frangente, la storia probabilmente più interessante da essere ascoltata, e di conseguenza più importante da essere narrata, sarebbe stata proprio quella che avrebbero avuto a poter condividere i due pargoli.
« … fa male…? » domandò, alfine, la bambina, prendendo per la prima volta voce innanzi a lei, in ovvio riferimento alla cicatrice, percorrendola, lentamente, con la punta delle proprie piccole dita, a partire dalla guancia della donna, sino a risalire alla sua fronte, passando per il suo occhio sinistro.
« Un tempo faceva male... tanti… tanti anni fa. » rispose Midda, più che soddisfatta nell’udire la voce della bambina e nel cogliere, in essa, un progresso nella loro relazione, nel loro rapporto, che si stava evolvendo, fortunatamente in maniera sufficientemente rapida, da una raffazzonata fuga con relativo inseguimento, all’inizio di una speranza di dialogo « Ora non più. »

Un suono attrasse tanto l’attenzione di Midda, quanto necessariamente quella dei due bambini, in un nuovo tentativo da parte del comunicatore personale della donna di richiedere la sua attenzione, probabilmente mosso, in tal senso, dalla volontà di Mars e Lys’sh di comprendere che diamine stesse accadendo. Un suono non forte, e pur sufficientemente improvviso e insistente da inquietare, chiaramente, i due bambini, in misura tale che la piccola si riservò prontezza sufficiente di riflessi da ritirare la manina dal suo volto e il fratello, o presunto tale, accennò addirittura un piccolo passo indietro, già pronto a riprendere la fuga, laddove ciò si fosse dimostrato necessario.

« No… no… non vi spaventate. » cercò di tranquillizzarli la donna dagli occhi color ghiaccio, con un nuovo sorriso « Sono solo i miei amici che mi stanno cercando: mi hanno vista saltare giù dal treno e… »

Spiegazioni inutili: ancora troppa agitazione avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nei due bambini, e ancora troppa poca confidenza avrebbero potuto vantare nei suoi confronti per essere tranquillizzati dalle sue parole, in misura tale per cui ogni nuovo cicalino da parte del comunicatore sembrava creare un solco sempre più grande fra loro, tale da non poter essere così facilmente colmato da quella pur sincera spiegazione loro proposta.
Agendo, quindi, con rapidità al fine di non vanificare quel piccolo progresso ottenuto, la donna scelse quindi di spegnere il proprio comunicatore, zittendolo definitivamente.

« … ecco fatto. » annunciò tranquilla verso i due bambini « Visto? Non mi stanno più chiamando. » dichiarò, sperando che, tal evidenza, potesse offrire loro nuova possibilità di calmarsi.

lunedì 16 ottobre 2017

2340


Dal punto di vista del capo della sicurezza della Kasta Hamina, tutto era avvenuto in un fugace istante, nell’intervallo proprio di un battito di ciglia. Un battito di ciglia prima del quale ella stava osservando, con blanda curiosità, la banchina alle proprie spalle, nell’attesa dell’annunciata chiusura di quella porta e della conseguente partenza del treno; e subito dopo il quale, altresì, quei due bambini erano tornati a offrirsi all’interno del suo campo visivo, proponendosi, questa volta, non in fuga da un qualche inseguitore, ma in sua curiosa osservazione. E non essendo abituata a credere alle coincidenze né tantomeno al destino, quanto alla capacità, di ogni singolo individuo, di definire il proprio presente e, di conseguenza, il proprio futuro sulla base delle proprie azioni; ella non aveva potuto minimizzare quell’inattesa apparizione qual una mera casualità, quanto e piuttosto il desiderio dei due pargoli di cercare un contatto con lei, di tentare un approccio con lei, fosse anche, eventualmente, per ringraziarla per l’aiuto loro offerto o, piuttosto, per richiederle ulteriore supporto, in conseguenza alla disponibilità da lei in tal senso dimostrata. Spinta, in tutto ciò, dalla propria consueta curiosità, da quell’inappagabile brama di conoscenza, di comprensione del Creato e delle sue dinamiche, pertanto, ella non avrebbe mai potuto sottrarsi al fascino rappresentato da quell’incognita, dal mistero attorno a quella coppia di bambini, ragione per la quale, che potesse essere una mossa giudicabile effettivamente qual sensata o meno, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non poté ovviare a compiere quel balzo nel vuoto, spinta in tal senso dalla medesima brama di nuove sfide, di nuove avventure che l’aveva, fra le tante ragioni, convinta ad accettare l’invito della fenice e a compiere quello straordinario volo che l’aveva condotta non soltanto al di fuori dei confini del proprio pianeta natale, ma a decine, centinaia, migliaia di anni luce da casa, a una distanza tale per cui neppure il più potente motore all’idrargirio avrebbe mai potuto concedere all’equipaggio di una nave spaziale di giungere sino a quel mondo, al suo mondo. E laddove, con ardimento, ella aveva accettato di compiere quel balzo verso il mistero e l’avventura sulle ali della fenice, con il medesimo sentimento ella non avrebbe mai potuto mancare di rispondere al tacito richiamo di quei due bambini, verso qualunque impresa ciò avrebbe potuto eventualmente condurla.
Consapevolmente priva del tempo utile a offrire una qualunque spiegazione ai propri due compagni, a quali, in tal senso, avrebbe prima avuto a dover spiegare il non breve preludio a quella faccenda; ella ebbe quindi a gettarsi oltre le porte in chiusura di quel treno all’ultimo istante concessole, confidando che, a tempo debito, tanto Mars, quant’ancor più Lys’sh, sarebbero stati in grado di comprenderne le motivazioni. E, compiuto ciò, non perse un singolo, ulteriore istante di tempo a recriminare su quanto fatto, nel preferire, altresì, gettarsi di corsa in direzione della coppia di bambini, prima che qualunque, nuovo evento potesse impedirle quel contatto, potesse negarle l’opportunità di arrivare a parlar loro.
Un gesto, il suo, che se pur forse effettivamente sperato dai due pargoli, si dimostrò tanto repentino, tanto improvviso, da offrir loro ragione di spavento, di timore, al punto tale, in ciò, dal vederli arretrare incerti, e, ancor più, da accennare, persino a una fuga, a un allontanamento da colei a cui, in fondo, avrebbero avuto a dover tributare la propria salvezza da coloro che, per primi, li avevano braccati. In ciò, pur avvertendo il proprio comunicatore personale segnalare il tentativo di una trasmissione in ingresso, a interpretarsi, intuibilmente, qual Mars o Lys’sh desiderosi di domandarle spiegazioni nel merito di quanto compiuto, l’ex-mercenaria ovviò a offrire loro la pur doverosa attenzione, nel preferire, piuttosto, restare concentrata, focalizzata, sui due bambini e, con essi, sulla ragione primaria per la quale, comunque, aveva compiuto quel discutibile gesto, quel salto che, certamente, non avrebbe mai incontrato il benestare del capitano Lange Rolamo e che, anzi, non appena la notizia fosse giunta alla sua attenzione, le sarebbe valsa una bella lavata di capo, e non nel senso più piacevole, e letterale, del termine.

« Ehy… voi due! » apostrofò ad alta voce, in direzione dei bambini, non sapendo in qual maniera alternativa appellarli, non conoscendone, obiettivamente, i nomi « Fermatevi… non voglio farvi del male! »

Parole evidentemente non rassicuranti le sue, e forse evocative di precedenti, similari affermazioni poi non conclusesi in maniera piacevole, giacché nessuno fra i due ebbe a dimostrare il benché minimo interesse a prestarle ascolto e, in ciò, a fermarsi o anche solo a rallentare la propria fuga, anzi, e se possibile, accelerando ancor più in essa, nel cercare di allontanarsi da lei, di fuggire da quanto, ormai, forse stavano irrazionalmente considerando al pari di una cupa minaccia.
Ma se, nel confronto con gli uomini in nero, i due erano stati sufficientemente capaci da, effettivamente, tener loro testa, fosse e anche soltanto nel tempo utile alla medesima Figlia di Marr’Mahew per porre fuori gioco, uno dopo l’altro, ognuno di loro; simile successo, egual trionfo, non avrebbe potuto contraddistinguerli nella sfida contro di lei, contro la loro salvatrice, la quale, nel ruolo di predatrice, ebbe a dimostrarsi indubbiamente più temibile, oltre che efficace ed efficiente, di quanto non avevano avuto occasione di dimostrarsi ben in dodici prima di lei. In questo, senza nulla voler togliere all’abilità pur dimostrata dai pargoli di evadere alle minacce loro riservate, ai propri inseguitori, la disfida per loro rappresentata da quella donna avrebbe avuto a doversi considerare, purtroppo per loro, indubbiamente maggiore rispetto alle proprie capacità, già solo nel momento stesso in cui, prendendo essi le scale volte a scendere ai livello inferiore, all’altezza della strada, lì sottostante di oltre una sessantina di piedi nella posizione altresì sopraelevata del treno e della relativa stazione, ella scelse altresì una soluzione decisamente più atletica, nel proiettarsi oltre una balconata lì presente e nel lasciarsi ridiscendere, con diversi salti perfettamente calcolati, volti in ogni occasione a raggiungere un diverso appiglio, un diverso obiettivo, fosse esso uno schermo pubblicitario, fosse una tubatura sporgente, fosse anche e soltanto un fugace, piccolo spigolo ricavato lungo tale parete, sino al livello del suolo, in metà del tempo necessario, altresì, alla coppia di bambini. Cosicché, quando essi raggiunsero il livello della strada, ancora intenti a gettare qualche sguardo timoroso alle proprie spalle nella certezza che ella, tuttalpiù, avrebbe potuto raggiungerli da dietro, la donna dagli occhi color ghiaccio ebbe a palesarsi esattamente davanti a loro, al punto tale da vederli, letteralmente, andare a sbattere contro di lei.

« Ehy… ciao! » sorrise Midda, incassando il loro impeto e richiudendo, dolcemente, le mani dietro le spalle dei due bambini, a impedire loro, per il contraccolpo, di ricadere al suolo, proiettati all’indietro « Posso immaginare che siate un po’ spaventati… ma siete stati voi a venire a cercarmi, questa volta. » argomentò, cercando di ricorrere al tono di voce più sereno, più pacato al quale mai avrebbe saputo sospingersi, nella speranza, in ciò, di riuscire a tranquillizzarli « E in questo, sperando di non aver frainteso le vostre intenzioni, immagino che, magari, possiate desiderare il mio aiuto, in qualche modo… per qualche ragione. »

Solo in quel momento, solo quando finalmente a loro sufficientemente vicina da poterli osservare con un po’ più di calma, al di là dell’agitazione pur intrinseca di quell’occasione, la donna guerriero poté rendersi lì conto di quanto, quei due bambini fossero, per la precisione, un bambino e una bambina, vestiti fondamentalmente in maniera identica, e con un eguale taglio di capelli, dal risultare di difficile distinzione a una certa distanza: anzi, in effetti, nell’osservarli così da vicino, facile sarebbe stato ipotizzare l’esistenza di un legame di parentela fra i due, forse fratello e sorella, nel risultare, obiettivamente, contraddistinti da caratteristiche somatiche estremamente simili.
Due visetti a forma di cuore, infatti, offrivano due nasini leggermente schiacciati e due coppie di grandi occhi verdi, e due labbra sottili e, in quel momento appena dischiuse nell’affanno della corsa, su una pelle olivastra, al di sotto di corti capelli tagliati in maniera decisamente priva di particolare fantasia, di particolare originalità, in una sorta di alto caschetto, quasi fosse stata loro appoggiata una scodella al di sopra della sommità del capo e fossero stati, semplicemente, tagliati i capelli che, da essa, fossero fuoriusciti. Due corpicini esili, pelle e ossa, i loro, rivestiti da semplici tute integrali, di color marroncino chiaro, assolutamente privi di fronzoli e di caratteri distintivi, completavano poi il quadro così offerto, a fronte del quale, qualcosa, nel profondo del cuore della mercenaria, non poté ovviare a impietosirsi, nel presumere, probabilmente non a torto, una storia non facile celata dietro ai loro sguardi spaventati.

domenica 15 ottobre 2017

2339


Benché, a differenza di un più classico concetto di porto, ben noto anche a Midda, o a quello di aeroporto, a lei meno familiare e che pur, altresì, per tutte le specie giunte, alfine, a viaggiare nelle immensità siderali, quello proprio di spazioporto non avrebbe avuto, in verità, una qualche particolare esigenza nella propria collocazione geografica, giacché, comunque, salvo rare eccezioni, le astronavi non avrebbero mai superato i confini propri dell’atmosfera di un pianeta, nella difficoltà e nei rischi che ciò avrebbe comportato, nel preferire, piuttosto, garantire il trasferimento di persone e, anche, di merci, attraverso delle navette di dimensioni più contenute, e concepite, studiate proprio per tale scopo, e in questo permettendo paradossalmente la realizzazione di uno spazioporto anche in pieno centro urbano, senza né disturbo, né rischi alcuni per la popolazione lì residente; forse per una sorta di inconscio retaggio, nell’organizzazione di una città, di una metropoli o, ancor più, di una megalopoli, qual pur avrebbe avuto a dover essere legittimamente valutata la stessa Thermora, difficilmente si sarebbe concepita l’idea di localizzare lo spazioporto effettivamente all’interno dei confini urbani, preferendo continuare a mantenere un certa, superflua e immotivata, separazione fra le zone abitate e, altresì, l’area dedicata a tali attività. Area che, ciò non di meno e al di là del proprio supposto isolamento, al pari di qualunque porto, avrebbe avuto a dover essere tuttavia riconosciuta qual straordinariamente brulicante di attività commerciali, alberghiere e ricreative, in quel medesimo inconscio retaggio volto a considerare, simile luogo, una sorta di zona franca, là dove, sotto diversi aspetti, anche le leggi proprie della città, o dell’intero pianeta, avrebbero comunque avuto minore valore, sarebbero state applicate con minore severità, in un’implicita, informale e pur indiscussa maggiore tolleranza verso quanto, altrimenti, non sarebbe stato accettato. Non raro, pertanto, sarebbe stato poter trovare, in molti pianeti, in molti sistemi, case da gioco o case di piacere nei dintorni degli spazioporti, in misura tanto più frequente quanto più distante fosse stato costruito il medesimo, al punto tale, addirittura, da vedere intere lune trasformate in versioni moderne della sempre cara Kriarya, laddove, in tal contesto, fosse stato preferito delocalizzare il traffico proprio di uno spazioporto dal pianeta a uno dei suoi satelliti. Nel caso specifico di Thermora, tuttavia, tale iperbole non avrebbe avuto a dover essere considerata esistente, laddove, pur isolato dal contesto cittadino, lo spazioporto più vicino era stato realizzato a meno di un’ora di viaggio dal centro della città, ragione per la quale, pur non mancando dei locali non propriamente adatti a un contesto familiare, simile realtà non avrebbe avuto a dover neppure essere posta in confronto con quella propria della città del peccato.
Approfittando, quindi, di una sosta di rifornimento della Kasta Hamina in orbita attorno al quarto pianeta del sistema binario di Fodrair, e lì atterrati grazie a una delle navette della Kasta Hamina nello spazioporto di Thermora; Mars, Lys’sh e Midda si erano sospinti sino al centro della città, e a una delle sue zone più ricche, più importanti e, in questo, contraddistinte dai migliori centri commerciali, per garantire al meccanico di bordo di svolgere le proprie commissioni, di procedere con i propri acquisti, ovviamente precedentemente autorizzati dal capitano, per quelle particolari finalità da lui dichiarate. Finalità conseguite le quali, quindi, il piccolo contingente avrebbe potuto riservarsi occasione di fare ritorno allo spazioporto, e di lì alla nave, in tempo per cenare con tutti i propri altri compagni, con la loro piccola, grande famiglia. E se, per giungere sino al centro città, i tre si erano serviti dei mezzi pubblici, rappresentati nella fattispecie da uno straordinario treno a levitazione magnetica, in grado di coprire l’ampia distanza esistente rispetto allo spazioporto in, appunto, poco meno di un’ora di viaggio; medesima soluzione non avrebbe potuto essere scelta anche per il ritorno, in quanto, sicuramente, quella contraddistinta da un miglior rapporto qualità-prezzo fra tutte le alternative alle quali avrebbero potuto volgere la propria attenzione. Un viaggio di ritorno estremamente tranquillo, quello che li avrebbe quindi dovuti attendere, al punto da poter risultare addirittura noioso nella propria occorrenza, era ciò al quale Mars e Lys’sh si erano psicologicamente preparati, nell’attendere l’arrivo del treno e nel salire, al momento opportuno, a bordo dello stesso, nel vagone loro assegnato dai propri biglietti: un viaggio di ritorno che ebbe, tuttavia, a dimostrarsi ben lontano dal potersi considerare tale, nel momento in cui, un solo istante prima della chiusura delle porte oltre alle quali erano saliti per ultimi, lì attendendo pazientemente il deflusso della folla di passeggeri per potersi avviare alla ricerca dei propri posti a sedere, in maniera del tutto improvvisa, imprevista e inattesa, Midda ebbe a catapultarsi giù dal treno, abbandonandoli all’interno del medesimo senza più possibilità di scendere e di raggiungerla.

« Ma cosa…?! » esclamò attonito Mars, nell’osservare la propria compagna compiere quel gesto del tutto immotivato, ponendo le porte, ormai chiuse, del treno, fra loro, e, non paga, da lì allontanandosi di corsa, all’inseguimento di qualcosa di non meglio definito, non, quantomeno, alla di lui attenzione.
« Midda! » sussultò contemporaneamente Lys’sh, non meno sorpresa rispetto al proprio compagno, non potendosi attendere quella fuga così assurda da parte della propria amica, della propria sorella maggiore, la quale, al di là di qualunque pur comprensibile stranezza, in quell’ultimo anno insieme aveva sempre dimostrato una straordinaria razionalità, un carattere che difficilmente avrebbe potuto prevedere l’esecuzione di un qualunque gesto senza una solida ragione alla base del medesimo, qual pur, in quel particolare frangente, ella non era in grado di cogliere, di comprendere.

Quanto né Mars, né Lys’sh, per ovvie ragioni, avrebbero potuto effettivamente cogliere, nelle possibili motivazioni alla base del comportamento della donna, sarebbe stata infatti l’inattesa comparsa, davanti allo sguardo, agli occhi color ghiaccio della stessa, di una coppia di bambini sulla banchina della stazione, una coppia di pargoli che, per chiunque altro, probabilmente, sarebbe in quel momento, in quel contesto, risultata del tutto anonima, due volti come tanti altri e, in questo, privi di particolari ragioni di attrazione nei loro stessi confronti, ma che, per la donna guerriero avrebbero altresì rappresentato un discorso rimasto spiacevolmente in sospeso, un perché non ancora esplicitato, tale da stuzzicare la sua fantasia, il suo interesse, in termini di fronte ai quali ella non sarebbe stata in grado di sottrarsi, anche laddove, tutto ciò, avrebbe probabilmente significato rinnovare la propria consueta ricerca di guai e, soprattutto, separarsi tanto repentinamente, e tanto incomprensibilmente, dai propri compagni, dai propri amici. Nulla di nuovo, nulla di inedito per lei, e per coloro che, da più tempo, avrebbero potuto vantare confidenza con lei; qualcosa di altresì spiazzante per Mars e Lys’sh che, pur a lei non estranei, pur avendo già condiviso, con lei, un avventuroso anno insieme, non avrebbero potuto considerarsi effettivamente confidenti con simili, disorientati gesti… non ancora, quantomeno.

« Perché diamine ha fatto una cosa simile…?! » si interrogò, retoricamente, il meccanico, nel mentre in cui il treno iniziò a porsi in moto, destinato a trasportarli, in breve, a decine di miglia da quella stazione e da lei.
« Non lo so. » replicò l’ofidiana, gettandosi contro la porta chiusa dietro di loro per premere ripetutamente il tasto preposto all’apertura della medesima, un pulsante, tuttavia, in quel frangente già disabilitato, già privato di ogni possibilità d’uso, per non superflue ragioni di sicurezza, nell’avvenuta pressurizzazione del vagone e nell’inizio del viaggio « Non c’è nessun dannato modo per fermare questo treno e aprire questa porta?! » protestò poi, picchiando i palmi aperti delle mani contro il doppio vetro blindato della stessa, più per frustrazione che nella speranza di conseguire realmente un qualsivoglia risultato.
« Potremmo far scattare l’allarme e, dopo l’arresto del treno, chiedere l’apertura d’emergenza delle porte… » rispose Mars, scuotendo appena il capo « Ma in assenza di una motivazione concreta per un simile gesto, nel migliore dei casi saremmo scortato alla più vicina centrale di polizia per accertamenti. E, oltre a vanificare completamente quanto compiuto, questo complicherebbe sicuramente molto più le cose. » argomentò, in maniera incredibilmente razionale, nel disapprovare, nell’escludere, pertanto, simile linea d’azione, preferendo, altresì, tentare di procedere in termini un po’ meno drastici.

Termini, quelli da lui scelti, che lo videro estrarre il proprio comunicatore, nella speranza, in ciò, di potersi riservare opportunità di parlare con la fuggitiva… sempre nell’ipotesi, tutt’altro che ovvia, che ella si fosse ricordata di mantenere acceso il proprio.

sabato 14 ottobre 2017

2338


Alla fine, comunque, tanto Midda, quanto Lys’sh avevano avuto occasione di integrazione all’interno di quell’equipaggio, e a distanza di più di un anno dal loro primo inserimento, oramai alcuno avrebbe avuto ragione di porre in dubbio la legittimità della loro appartenenza a quella piccola e variegata famiglia… un’indubbia appartenenza a confronto con la quale, comunque, ogni precedente remora del capitano attorno al particolare carattere dell’ex-mercenaria, alla sua indole squisitamente rivolta alla ricerca di guai sempre e ovunque, che tanto, dopotutto, la rendeva simile anche a Duva, alla propria ex-seconda moglie, non avrebbero potuto considerarsi tanto banalmente superate, tanto semplicemente risolte, nel dimostrarsi, al contrario, qual una quieta costante nella loro nuova, comune, quotidianità, ampiamente giustificando, in tal senso, ogni battuta in quel frangente, e a tal riguardo, suggerita dal meccanico.
Battuta, quindi, non gratuita quella offerta da Mars, laddove sicuramente il buon capitano non avrebbe mancato di esprimersi in tal direzione. Interrogativo, ciò non di meno, egualmente non gratuito, quello potenzialmente proposto dallo stesso Lange, laddove, come l’evidenza dei fatti occorsi e lì non condivisi avrebbe potuto palesemente dimostrare, semplicemente eccezionale avrebbe avuto a doversi considerare l’eventualità nella quale la Figlia di Marr’Mahew sarebbe rimasta estranea a qualche complicata situazione, inserendosi, oltretutto, nella quale, troppo facile, quasi banale, sarebbe stato eventualmente considerare l’eventualità di uno, o più, cadaveri abbandonati lungo il proprio cammino.

« Allora… vediamo di sfatare in maniera definita questo bizzarro mito secondo il quale io potrei trarre piacere dall’uccisione dei miei antagonisti. » replicò la donna, levando entrambe le mani innanzi a sé a pretendere, a metà fra il serio e il faceto, un momento di quiete, di attenzione, a dimostrare di non apprezzare l’immagine così stereotipata che di sé, in tal frangente, stava venendo ritratta « Anche quando vivevo a Kriarya, dove nulla di tutto questo avrebbe avuto eventualmente a essere giudicato scandaloso, non mi sono mai alzata la mattina con un qualche letale obiettivo programmato in agenda. » dichiarò, offrendo riferimento al ricordo a volte nostalgico di quel proprio passato nella città del peccato « In verità, anzi, nel momento in cui non fossi in grado di trovare alternativa all’uccisione di un mio avversario mi sentirei psicologicamente in inferiorità, giacché, in caso contrario, sicuramente riuscirei a ovviare a simile conclusione. Ciò non di meno, a volte, può anche capitare che il raggiungimento di un obiettivo di maggiore importanza, di più elevato valore, abbia a doversi scontrare con il mio ego, e con la mia volontà di dimostrarmi necessariamente migliore a un avversario non uccidendolo… e, in ciò, può accadere che, quindi, io abbia a dover eliminare qualcuno. Ma non è che questo mi riservi particolare appagamento. Anzi. »

Un discorso indubbiamente onesto, sincero e diretto, quello che, pur scherzosamente ispirata a compierlo, ebbe a volersi riservare l’ex-mercenaria, nel tentativo di offrire una spiegazione spicciola sul proprio rapporto con la morte, e con la morte dei propri antagonisti. Un discorso che, sicuramente, non avrebbe potuto ovviare a scontrarsi con differenti generi di morale, a fronte dei quali la stessa sottolineatura rivolta a escludere la possibilità di un omicidio non tanto in nome del rispetto del valore della vita, quanto per una questione di mero ego, nella semplice volontà ad affermare la propria superiorità su qualunque antagonista al punto tale da trovare occasione di sconfiggerlo senza, necessariamente, ucciderlo, non avrebbe potuto ovviare a inquadrarla, allo sguardo, all’attenzione di qualcuno, qual una donna mentalmente disturbata, una sociopatica, che avrebbe potuto terminare la vita di qualcuno con la stessa facilità, con la medesima naturalezza, con la quale avrebbe potuto consumare la propria colazione. Un discorso che, tuttavia, avrebbe avuto a dover essere adeguatamente contestualizzato prima di poter essere giudicato, e giudicato in negativo, laddove anche nella definizione comune stessa di sociopatico avrebbe avuto a doversi considerare un importante ruolo, un considerevole peso, quello proprio delle regole di una società e delle sue leggi, individuando a fronte di esse una devianza in coloro che, a diversi gradi, le disprezzano, in maniera patologica: una condizione, una realtà, altresì, tutt’altro che esistente nei termini di analisi della medesima Figlia di Marr’Mahew, la società all’interno della quale ella era nata e cresciuta, e aveva avuto occasione di formarsi, non avrebbe mai attribuito un particolare valore, una qualche importanza morale, alla vita stessa, in generale, o alla vita umana, in particolare.
In ciò, Midda Bontor, avrebbe avuto a doversi riconoscere non qual una folle e sadica criminale, qual pur, sicuramente, qualcuno avrebbe potuto giudicarla, quanto e piuttosto una semplice rappresentante della morale del proprio mondo, della società nella quale era sopravvissuta, e aveva vissuto, per ben quarant’anni. E se pur, in quella nuova e più amplia concezione della realtà, ella aveva avuto occasione di constatare quanto, obiettivamente, determinati comportamenti, determinate dinamiche sociali non avrebbero avuto a dover essere giudicate poi assenti, non rappresentando, di certo, un utopico ideale di società non violenta, pacifista e fondata su un qualche concetto di amore universale; parimenti ella non aveva potuto ovviare a rendersi conto di quanto, altresì, sussistesse all’interno della medesima una particolare ipocrisia, un particolare perbenismo, non estraneo anche a certe città del proprio mondo, a certe nazioni del proprio pianeta d’origine, volta a voler ipoteticamente esaltare il valore stesso della vita, disconoscere formalmente e aborrire legalmente ogni violenza, salvo, poi, riservarsi egualmente comportamenti a fronte dei quali un approccio più violento sarebbe potuto risultare, quantomeno, più onesto.

« E comunque non hai risposto alla domanda… » sorrise sornione Mars, a dimostrare quanto, innanzitutto, il loro avrebbe avuto a doversi considerare un semplice gioco e, comunque, anche non fosse stato tale, a comprovare quanto, dal suo personale punto di vista, nulla nell’approccio della propria interlocutrice avrebbe avuto a dover essere considerato errato.

A bordo della Kasta Hamina, in effetti, al di là di quanto il medesimo capitano avrebbe potuto riservare opportunità di lamentarsi, in quello che pur, probabilmente, avrebbe avuto a dover essere considerata anche parte stessa del suo ruolo, la morale vigente non avrebbe avuto a dover essere considerata così saldamente perbenistica da poter condannare i modi e le azioni della donna guerriero o, in ciò, medesima condanna avrebbe avuto a doversi estendere, prima fra tutte, alla stessa Duva Nebiria, che di tal equipaggio avrebbe avuto a doversi riconoscere comandante in misura non inferiore rispetto a quella del proprio ex-marito.
In quanto marinai, seppur ipoteticamente semplici mercanti, tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina avrebbero avuto a doversi riconoscere, fondamentalmente, quali avventurieri, esploratori e, all’occorrenza, anche guerrieri, nell’incontrovertibile necessità di difendere la propria esistenza in vita da tutte quelle molteplici possibilità altresì volte a negarla: e se pur, obiettivamente, all’interno delle dinamiche di quel pur piccolo equipaggio, differenti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti i loro ruoli e, in ciò, anche le loro prerogative, individuando in maniera chiara figure che, nel confronto con una situazione di crisi, avrebbero sicuramente ricoperto le posizioni più avanzate, a partire dalla stessa Midda, per proseguire indubbiamente con Lys’sh e con Duva ai suoi fianchi, ciò non di meno nessuno, a bordo di quella nave, avrebbe avuto esitazione a dover scegliere fra il proprio domani e quello di un possibile antagonista. E, soprattutto, nessuno a bordo di quella nave avrebbe ipocritamente negato simile verità.
In questo, pertanto, Midda Bontor non avrebbe potuto mai avere occasione di essere negativamente pregiudicata dai propri compagni di ventura, da quella propria nuova famiglia acquisita, qual tale, altrimenti, non sarebbe mai stata…

« No. Non ho ucciso nessuno. » sbuffò la donna, scherzosamente imbronciandosi a quella maliziosa insistenza da parte del proprio interlocutore sull’argomento, offrendogli per tutta risposta un’occhiataccia volta a promettergli il giusto compenso, prima o poi « Contento ora?! »

venerdì 13 ottobre 2017

2337


« Ma dove eri finita…? Ci stavamo iniziando a preoccupare… »

A porre tale, curiosa, domanda fu Mars Rani, il capo tecnico della Kasta Hamina, nel momento in cui la donna guerriero ebbe a far ritorno davanti al centro commerciale là dove lui e Har-Lys’sha, una giovane e seducente ofidiana a sua volta impiegata all’interno del loro comune equipaggio, erano entrati per alcuni rifornimenti, alcune spese utili. Spese, in particolare, guidate dal desiderio dello stesso meccanico di procurarsi materiale utile, componentistica necessaria per tradurre in realtà un progetto di schermatura delle gondole motori nel merito del quale si era impegnato nel corso di quegli ultimi tre mesi, da dopo una spiacevole disavventura nel corso della quale un campo di radiazioni cosmiche aveva fatto estemporaneamente perdere alla loro nave la capacità di entrare in uno stato di sfasamento quantistico, utile a garantirle la possibilità di attraversare straordinarie distanze a velocità terrificanti senza, in questo, doversi preoccupare di quanto un solo granello di pulviscolo siderale, intercettato inavvertitamente, avrebbe potuto decretarne la distruzione.
Una richiesta di delucidazioni, quella da lui promossa in direzione di Midda, giustificata dall’impegno di lei ad attenderli lì fuori, a non allontanarsi eccessivamente dal centro commerciale all’interno del quale non aveva voluto sospingersi, non tanto per un qualche timore a tal riguardo, nei confronti di quel luogo, quanto e piuttosto per semplice disinteresse, per pura e banale mancanza di attrattiva nei riguardi di un grosso, grossissimo negozio, entro i confini del quale certo avrebbe potuto trovare ogni qual genere di mercanzia, e che pur non le avrebbe potuto offrire lo stesso stimolo rappresentato da un intero, nuovo mondo sul quale ritrovarsi a camminare. Perché, fatta eccezione per Be’Sihl Ahvn-Qa, il suo compagno, il suo amato e amante, originario del suo medesimo mondo e che con lei aveva deciso di condividere quell’avventura, a differenza di chiunque altro ella non avrebbe potuto vantare particolare confidenza con la realtà rappresentata da innumerevoli mondi diversi, mondi sui quali, pertanto, ella non avrebbe potuto rinunciare a voler camminare, a voler anche e solamente passeggiare, spinta, in tal senso, dalla propria consueta curiosità, dalla propria innata brama di conoscere nuove realtà, nuove vite e modi di vivere, immergendosi, quindi, in essi, desiderosa, bramosa di essi, non meno che di una pietanza straordinariamente gustosa. E per quanto anche camminare entro i confini di quel centro commerciale avrebbe sicuramente rappresentato un’occasione per meglio esplorare quel nuovo mondo, quella nuova realtà, ella avrebbe avuto a doversi comunque riconoscere più incuriosita, più attratta, dalle strade di quel mondo, di quella città in particolare, ragione per la quale, riconoscendo la propria presenza qual fondamentalmente superflua, aveva affidato la tutela di Mars alla giovane Lys’sh, riservando per se stessa l’occasione di attenderli all’esterno dell’edificio, per godersi tutto quanto, quel mondo, avrebbe avuto occasione di offrirle.

« Perdonatemi… » replicò ella, stringendosi appena fra le spalle a minimizzare il proprio allontanamento « E’ che avevo intravisto una piazza, poco lontano da qui, è non ho resistito alla curiosità di andare a vederla. » dichiarò, senza alcuna menzogna, e sol, obiettivamente, omettendo quanto fosse poi successo una volta raggiunta quella piazza, nel proprio fugace confronto con gli uomini in nero.
« Non ti sarai andata a cacciare in qualche guaio, non è vero…?! » incalzò, ridacchiando divertita, la giovane ofidiana, splendido esemplare di quella che, un tempo, Midda avrebbe considerato probabilmente un mostro da cacciare e da uccidere, nelle proprie fattezze di donna rettile, e che, tuttavia, in questa nuova e più amplia concezione della realtà, ella aveva imparato a considerare al pari di una sorella minore, oltre che ad apprezzare qual una guerriera di indubbio valore « Sai com’è… conoscendoti… » sottolineò, in un’affermazione che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover risultare meno gratuita di quanto ella stesa probabilmente non avrebbe potuto credere, nel conoscere davvero, dopotutto, il carattere di quella donna e la sua straordinaria propensione a trovare occasioni per menare le mani.
« No… ma che dici?! » negò la donna guerriero, sgranando gli occhi e rifiutando in maniera forse sin troppo plateale quella possibilità, quell’eventualità, a disconoscere quello qual un comportamento a lei attribuibile, una situazione per lei ipoteticamente consueta, benché, in verità, fosse appena occorso nulla di più, nulla di meno di quanto così ipotizzato « Quando mai io mi sono cacciata in un qualche guaio…? » insistette, or non tanto nello sfidare la sorte, quanto nell’accogliere la scherzosa provocazione della controparte, così come, se solo non si fosse impegnata a compiere, avrebbe sì finito con il mostrarsi sospetta, avrebbe sì finito con l’apparire colpevole di qualcosa, benché, in verità, nulla di quanto da lei pur effettivamente compiuto avrebbe avuto a doversi intendere qual una colpa innanzi al suo giudizio, non laddove, dopotutto, ella aveva agito solo ed esclusivamente nell’interesse ultimo del benessere di una coppia di pargoli in fuga.
« Credo che la vera domanda abbia a doversi intendere qual “quando mai tu non ti sei cacciata in qualche guaio…?”. O, per lo meno, sono certo che il nostro beneamato capitano la intenderebbe all’incirca in questi termini. » suggerì Mars, intervenendo nella questione nel desiderio di offrire il proprio umile contributo al giocoso dibattito lì in corso « E, molto probabilmente, non mancherebbe a insistere chiedendoti “quanti ne hai uccisi, questa volta…?”. » ipotizzò, in termini non poi così distanti da quella che, molto probabilmente, sarebbe stata allora la realtà dei fatti laddove a Lange Rolamo fosse sorto il benché minimo sospetto nel merito dell’eventualità in cui, durante quegli ultimi minuti, qualcosa potesse essere accaduto.

In effetti, al di là del proprio alfine riconosciuto ruolo di capo della sicurezza della Kasta Hamina, Midda Bontor non aveva avuto immediata possibilità di un facile inserimento all’interno di quell’equipaggio e, soprattutto, non agli occhi del capitano del medesimo.
Lì sopraggiunta, insieme a Lys’sh, qual compagna di ventura, e di malefatte, di Duva Nebiria, primo ufficiale della medesima nave nonché sua comproprietaria e, soprattutto, ex-moglie del buon Lange Rolamo, conosciutesi, riunitesi insieme, per la prima volta, durante una travagliata permanenza di un carcere lunare, là dove erano state condannate, per ragioni diverse, ai lavori forzati nelle miniere di idrargirio; ella aveva avuto a dover pagare lo scotto rappresentato dalla propria squisita affinità caratteriale con la stessa Duva, nel carattere del quale, nelle passioni della quale, e nella propria comune predisposizione ai guai, ella aveva immediatamente trovato una meravigliosa compagna, una vera e propria sorella gemella, al di là di tutte le pur inoppugnabili differenze fisiche esistenti fra loro. Un’affinità straordinaria fra due donne provenienti da realtà, e da concezioni della realtà, così differenti che, se da un lato non aveva potuto ovviare a conquistare la medesima Duva, aprendole, attraverso di lei, la strada alla Kasta Hamina e al ruolo da lei espressamente desiderato di capo della sicurezza, nonché riferimento tattico; sul fronte opposto, le aveva immediatamente procurato non pochi problemi proprio con l’altro comproprietario della nave, il quale, nella sua presenza, nulla di più e nulla di meno aveva voluto intendere se non il tentativo, da parte della propria ex-moglie, di indispettirlo, nel raddoppiare, a bordo della nave di classe libellula, quel genere di comportamenti che, ne era certa, mal sarebbero mai stati tollerati dal medesimo. Una sensazione di dispetto che, dopotutto, non aveva potuto ovviare a trovare apparente conferma e insistenza, nella contemporanea accoglienza rivolta da parte di Duva nei confronti della giovane Lys’sh, la quale, allo sguardo del proprio ex-sposo, non avrebbe potuto inizialmente ovviare di essere ritenuta colpevole, al pari di qualunque altra chimera, così avrebbero avuto a dover essere volgarmente indicate tutte le specie non umane nell’universo, dell’assassinio della prima sposa di Lange, colei in tributo alla quale la loro intera nave era stata battezzata e che, insieme al figlio primogenito da lei ancor condotto in grembo, era stata stroncata nella propria quieta esistenza dall’aggressione da parte di un gruppo di predoni stellari, prevalentemente, o forse integralmente, difficile a potersi discriminare dopo tanto tempo, chimere. E se pur, ovviamente, l’ofidiana in nulla di tutto ciò avrebbe avuto a potersi ritenere coinvolta, il trauma in lui causato da tale duplice perdita era stato tanto forte al punto da imporgli non facile sforzo nell’accettare quella giovane qual membro del proprio equipaggio. Non che egli, tuttavia, avrebbe avuto possibilità alternative in tal senso.

giovedì 12 ottobre 2017

2336


Dopo aver constatato la sparizione della coppia di pargoli dal proprio campo visivo, allontanatisi nella confusione con la loro storia personale e i loro problemi e, speranzosamente, ormai lontani dalle mire di qualunque genere di interesse li stesse inseguendo, nella rappresentanza di quel gruppo di uomini in nero; dopo essersi chinata a ripulire la corta lama lì impiegata per concludere lo scontro direttamente sulla divisa di uno dei propri antagonisti privi di sensi, non volendo che il sangue lì riversatosi potesse incrostarla, nella spiacevole fatica che ciò avrebbe altresì comportato qualche ora più tardi, nel momento in cui, riponendo tutte le armi nella propria rastrelliera, si fosse ritrovata a doverle ripulire; e dopo aver riposto la medesima nella propria collocazione originaria, abilmente dissimulata, nella propria presenza, al di sotto dei suoi abiti, in misura tale da non offrire apparenza visiva a eventuali osservatori del piccolo arsenale da lei condotto seco; la donna guerriero ebbe a riprendere il proprio cammino per così come fugacemente interrotto in conseguenza a quel breve momento di distrazione.
Indubbiamente, nel proprio carattere, ella non avrebbe mai potuto negarsi una certa curiosità nei confronti delle ragioni che avevano dato vita a tutto quello, alla fuga di quei bambini e all’inseguimento conseguente, nelle motivazioni, negli interessi altresì propri degli uomini in nero; ben consapevole di quanto, allora, lasciarsi coinvolgere in quella storia avrebbe molto probabilmente significato destinarsi a qualche complicata disavventura, a qualche guaio che, quasi sicuramente, l’avrebbe entusiasmata tanto più quanto meno avrebbe incontrato l’approvazione di Lange Rolamo, il capitano della Kasta Hamina, il suo capitano, il quale generalmente, e comprensibilmente, non avrebbe avuto a doversi considerare allietato dalla prospettiva di qualche imprevisto, qualche rischio, qualche pericolo a discapito di un qualche membro del suo equipaggio, soprattutto laddove conseguenza delle azioni di colei che, per il proprio ruolo, avrebbe altresì dovuto ovviare a simili eventualità. Ma, per quanto, allora, ella avrebbe ben volentieri voluto saperne di più, voluto scoprirne e comprenderne di più, a confronto con la situazione attuale, a confronto con quanto lì presentatole quasi per un puro scherzo del caso; Midda Bontor non poté ovviare a constatare quanto, in quel momento, non molte occasioni le sarebbero state concesse a tal riguardo, non, quantomeno, a confronto con la scomparsa dei pargoli e, sul fronte opposto, con la temporanea impossibilità a ottenere una qualsivoglia risposta dagli uomini in nero, non quantomeno nell’immediato. E se anche, eventualmente, aspettare il recupero di contatto con la realtà da parte di almeno uno di loro avrebbe potuto essere considerata una possibilità, il rischio che, nel contempo della paziente attesa di tale momento, qualche incidente con le forze dell’ordine locali potesse occorrere, avrebbe avuto a doversi considerare un disincentivo sufficiente, per lei, per lasciar perdere e ritornare, appunto, alla propria strada: non tanto per sé, quanto e piuttosto per i propri compagni di viaggio, per il resto dell’equipaggio della Kasta Hamina che, spiacevolmente, avrebbe potuto in ciò ritrovarsi coinvolto in maniera negativa in qualunque possibile scenario da ciò fosse derivato.
Infilandosi le mani in tasca, quindi, la Figlia di Marr’Mahew si allontanò discretamente dalla scena, quasi nulla fosse accaduto, quasi tutto quello niente di più avrebbe avuto a dover essere considerato, per lei, se non qual un fugace momento di distrazione, con non maggiore valenza di quella che avrebbe potuto riservarsi un’effimera tappa innanzi alla vetrina di un negozio, l’interesse suscitato dalla quale, tuttavia, avrebbe avuto a essere considerato ormai un flebile ricordo. Per chiunque, in quel mentre, fosse quindi riuscito a sollevare lo sguardo dai propri dispositivi elettronici, e a rivolgere fosse anche solo rapidamente uno sguardo verso di lei, in quanto lì avrebbe avuto occasione di vedere non vi sarebbe stata la benché minima evidenza di quanto pocanzi occorso, di ciò appena accaduto, nell’incontrare, semplicemente, l’immagine della donna.
Invero, benché a dispetto di altre compagne di ventura con le quali aveva avuto occasione di condividere parte della propria esistenza, Midda Namile Bontor non fosse contraddistinta da caratteristiche inoppugnabilmente riconducibili a un qualche canone classico di bellezza, ella compensava sicuramente simile mancanza con inappellabile sensualità, mirabile fascino e invidiabile carisma, tali, in ciò, da renderla degna di competere, e forse trionfare, su qualunque idea di beltà. Benché, infatti, il suo volto fosse severamente segnato da una sgradevole cicatrice, che ne marcava quasi l’intera estensione in verticale, partendo dalla fronte, attraversando l’occhio mancino e ridiscendendo sino alla guancia, imperitura memoria di quella che era stata la devastante faida venutasi a creare, vent’anni prima, con la propria ormai defunta sorella gemella Nissa Ronae Bontor; e benché la scelta di quell’ultimo anno, volta a mantenere i propri rossi capelli color del fuoco non più lunghi di un pollice, ne avrebbe potuto ulteriormente castigare la femminilità; nulla, in lei, avrebbe potuto dispiacere lo sguardo di uno eventuale osservatore e, soprattutto, avrebbe potuto lasciar indifferenti tanto interlocutori maschili, quanto e persino qualche interlocutrice femminile. Le sue rosse labbra carnose avrebbero fatto sorgere appassionati desideri anche nel più frigido fra gli interlocutori, nella brama di contatto con esse, di un bacio, fosse anche soltanto rubato, attraverso il quale poterne scoprire il sapore. La sua candida pelle, di un pallore quasi innaturale, si poneva casualmente ornata da manciate di efelidi sparse, minuscole e sbarazzine, atte a concederle un’impressione di giovinezza adolescenziale, al di là di quella che, nel suo mondo, avrebbe avuto a dover essere considerata, altresì, pari a una venerabile età. Il suo corpo, ben proporzionato, appariva forse leggermente marcato nella propria muscolatura, in una forma fisica persino oltre alla perfezione atletica, e che pur si dimostrava perfettamente in grado di non rinunciare alla propria femminile natura in conseguenza a forme egualmente marcate, in particolare all’altezza dei suoi seni e dei suoi glutei: entrambi i fronti sensualmente pieni, entrambi mirabilmente sodi, sembravano voler offre una vera e propria sfida al tempo, potendo riuscire, obiettivamente, a offrir ragione d’invidia a fanciulle e donne ben più giovani di lei, le quali, per quanto ineluttabilmente avrebbero reagito a suo discapito con critiche per l’abbondanza fin troppo esuberante della sua circonferenza toracica, avrebbero pagato somme veramente imbarazzanti di crediti a chirurghi plastici per poter arrivare a competere al suo pari, consapevoli di quanto, comunque, alcuna speranza avrebbero potuto riservarsi in tal senso.
A celare, a contenere, a malapena, una simile, straordinaria opera della natura, avrebbero avuto lì a doversi identificare abiti tutto sommato semplici, modesti, qual modesto comunque avrebbe avuto a doversi ritenere il suo approccio alla propria stessa beltà, nel merito della quale raramente volgeva accento, nel preferire, piuttosto, esaltare altri aspetti del proprio carattere, della propria natura guerriera: così, in quel frangente, quindi, le sue gambe si ponevano avvolte in larghi pantaloni color verde scuro, dotati di grandi e comode tasche all’altezza delle cosce, e infilati, ben sopra alle proprie caviglie, all’interno di pesanti stivali rinforzati; il suo torace si presentava avvolto in una larga canottiera nera, la quale, nel confronto con l’abbondanza delle sue forme, sarebbe comunque apparsa ineluttabilmente stretta, addirittura attillata; le sue spalle, le sue braccia, la sua schiena, poi, erano ulteriormente coperte, nei propri profili, e nelle armi lì celate, da un largo giubbetto a tinte mimetiche, in tonalità di verde, a ridiscendere fino all’altezza dei suoi glutei; mentre al di sopra del suo capo, a concederle maggiore discretezza, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto presente un berretto, del medesimo colore dei suoi pantaloni, con una visiera volta a coprire la parte superiore del suo viso a eventuali controlli, a fronte di eventuali sistemi di ripresa con i quali, ormai le era chiaro, avrebbe fatto meglio ovviare ad apparire, e ad apparire in maniera eccessiva. Con un aspetto inequivocabilmente evocativo della propria formazione guerriera, e anzi atto a trasmettere, persino, l’impressione di aver a che fare con una militare in licenza o, eventualmente, una reduce di qualche guerra, il capo della sicurezza della Kasta Hamina non avrebbe mai voluto, pertanto, porre in particolare enfasi la propria femminilità o, ancora, il proprio fascino, la propria sensualità, per quanto, in tal senso, suo malgrado, ella non avrebbe mai potuto riservarsi reale possibilità, effettiva speranza di successo, impossibilitata a negare, altresì, quanto ella era e sempre sarebbe rimasta, al di là di ogni cicatrice, al di là di ogni sgradevole mutilazione o protesi metallica a sopperire a essa: una donna unica, straordinaria, temibile e temuta… ma, ciò non di meno, egualmente desiderabile e desiderata.

mercoledì 11 ottobre 2017

2335


Per la Figlia di Marr’Mahew non vi fu tempo alcuno da spendere in superflue riflessioni, in attente analisi volte a esplodere il problema e, con esso, ogni possibile soluzione da adottare: nel confronto con quel gesto, e con la rapidità del medesimo, ella poté solo agire, e agire, tuttavia, non sospinta dall’istinto, laddove non in prima persona avrebbe avuto a doversi considerare minacciata da quell’offensiva, quanto e piuttosto animata da una fredda e rapida valutazione sul da farsi. Fredda e rapida valutazione la quale, nell’assenza della sua spada al suo fianco, non avrebbe potuto prevedere l’eventualità di una netta amputazione di quell’intera mano, al fine di contenerne le possibilità d’azione; ma che pur non ebbe ad allontanarsi, di molto, da simile risvolto, nel volgere a discapito di quell’estremità, e, in particolare, del polso della medesima, un rapido fendente, e un fendente allor promosso dalla sua mancina e condotto a compimento, nella fattispecie, da una di quelle corte lame da lei condotte seco, il perfetto filo della quale, in ciò, ebbe a riservarsi non tanto l’improponibile speranza di privare il suo antagonista della propria intera mano, quanto, e piuttosto, di qualcosa di più limitato, se pur, in ciò, non meno efficace. Perché, se alla fine nessun colpo venne sparato, non fu in grazia di una qualsivoglia ritrovata coscienza nell’uomo in nero, quanto, e piuttosto, per la sua improvvisa impossibilità a controllare le dita della propria mano e, in particolare, a stringerle, a serrarle… e a serrarle, nella fattispecie, attorno a un grilletto: condizione a lui lì imposta in non banale conseguenza alla profonda e netta mutilazione, in quell’unico colpo, dei suoi tendini flessori, preposti proprio e puntualmente alla gestione del movimento delle dita di una mano.
Un alto grido di dolore, e di orrore, ebbe a levarsi in immediata conseguenza di quel gesto da parte del malcapitato, il quale, comprendendo non senza doveroso raccapriccio quanto accaduto, non poté ovviare a esprimere la propria pena in quel modo, salvo, alfine, essere posto a tacere da una violenta gomitata della mancina della donna in direzione del suo viso, a concludere, a chiudere, in tal maniera, il confronto con quel gruppetto e la ricerca di salvezza per i due pargoli.

« Non fare tante storie… » ebbe ella a rimproverare il proprio ultimo antagonista, volgendo riferimento, in ciò, a quella sua reazione decisamente scomposta, e pur giustificabile, a confronto con il gesto impostogli, la netta recisione del suo polso a fronte del quale, necessariamente, non ebbe neppure a mancare un abbondante fuoriuscita di sangue, laddove, nella violenza di quell’aggressione, e nell’impossibilità a contemplare soluzioni più mirate, più chirurgiche, la donna guerriero aveva ovviamente coinvolto, in tal colpo, anche le sue vene, con quanto, in ciò, avrebbe potuto conseguire « … dopotutto sei stato tu il primo a iniziare. » volle ricordargli, in riferimento al tentativo, da lui promosso, di volgersi in maniera violenta, a discapito dei due bambini.

Laddove, obiettivamente, quanto lì accaduto, in un mondo, in una realtà, tanto ipoteticamente civile qual quella che avrebbe avuto a dover essere propria di quel pianeta, di quel sistema solare, avrebbe potuto giustificare una reazione di allarmato sconcerto da parte delle persone circostanti, dell’involontario pubblico a confronto con il quale quello scontro era avvenuto; Midda Bontor, suo malgrado già confidente con un certo genere di dinamiche lì esistenti, avrebbe avuto a potersi lì considerare già pronta ad allontanarsi, e ad allontanarsi di corsa, nella speranza di poter far perdere rapidamente le proprie tracce e di non rischiare qualche guaio con la giustizia. Giustizia che, del resto, aveva sin da subito scoperto essere amministrata in maniera decisamente sommaria in mondi come quello, in termini che non aveva minimamente apprezzato sin dal suo primo arrivo in quella nuova realtà, dopo il lungo volo sulle ali della fenice, e a confronto con il quale, francamente, avrebbe ben volentieri ovviato a ritrovarsi nuovamente a confronto.
Ciò non di meno, quanto allora non poté nuovamente sorprenderla, non poté semplicemente stupirla e spiazzarla, fu, allargando la propria attenzione dagli uomini in nero al mondo a loro circostante, quanto lì in Thermora gli eventi appena accaduti non avessero suscitato maggiore scandalo rispetto a quanto non avrebbe potuto occorrere nella sua familiare Kriarya, seppur ciò avrebbe avuto a dover essere giustificato in ben diverse ragioni: perché se nella città del peccato, l’indifferenza del pubblico antistante avrebbe avuto a dover essere riconosciuta semplicemente qual sincera, onesta e trasparente mancanza di ragion di interesse, da parte di chicchessia, per un semplice conflitto, anche armato, anche destinato a lasciar qualche corpo morto per gli angoli delle strade, nel riconoscere la normalità di simili fatti, nell’accettarne la facile occorrenza senza, in questo, stupirsene; in quel mondo, in quella realtà, l’eguale indifferenza del pubblico antistante avrebbe avuto a dover essere considerata, piuttosto, qual ennesima riprova dello stato di devastante apatia, ignavia, indolenza nella quale, chiunque, sembrava essere imprigionato in conseguenza al rapporto simbiotico, per non dire parassitario, con quei dispositivi elettronici nell’imperturbabile contemplazione dei quali qualunque altro evento, lì attorno, sarebbe risultato pari a mero rumore di fondo, un fastidio da ovviare per non rischiare di essere, in ciò, disturbati.
Così, benché ben dodici uomini fossero stati più o meno violentemente messi al tappeto da una singola donna, uno dei quali, addirittura, potenzialmente condannato a un lento dissanguamento lì nel bel mezzo della strada pubblica, non uno solo fra coloro lì attorno, uomini e donne, umani e chimere, parve offrire evidenza del benché minimo turbamento per quanto accaduto, nella grande, grandissima maggioranza dei casi neppur consapevoli di quanto lì fosse occorso, magari innanzi ai propri stessi occhi resi ciechi all’interno di quei monitor portatili; e, in altre, minori, circostanze, consapevoli dell’occorrenza di alcuni eventi, addirittura intenti, in ciò, a riprenderli con una certa curiosità, con un certo interesse, e, ciò non di meno, ancor palesemente incapaci di associare a essi quel pur legittimo sentimento di allerta, di allarme, che avrebbe quantomeno dovuto coinvolgerli, forse, e proprio malgrado, nell’osservare ancora una volta la realtà attraverso il filtro loro proposto da quei dispositivi elettronici, incapaci, realmente, a comprenderla qual tale, a capire quanto, gli eventi lì accaduti, non avrebbero avuto a dover essere considerati al pari di qualunque, altro, fittizio prodotto di intrattenimento del quale, anche allora, avrebbero potuto essere riconosciuti fruitori. Non tanto zombie, allora, ebbero a dover essere giudicati dal capo della sicurezza della Kasta Hamina, quanto e piuttosto simili a sonnambuli, e, in ciò, incapaci a poter discernere il sogno dalla realtà, laddove per sogno avrebbe avuto a dover essere inteso qualcosa, comunque e malgrado tutto, di non strettamente appartenente a loro, al pari di qualunque genere di applicazione elettronica stesse lì catturando il loro interesse… un sogno troppo lungo, eccessivamente persistente, a confronto con il quale, purtroppo, la realtà circostante aveva finito per essere completamente obnubilata, e, forse, persino, perduta.
E laddove Midda Bontor avrebbe potuto trovarsi quietamente a proprio agio in una realtà qual quella di Kriarya, con tutti i propri difetti, con tutti i propri limiti, ma, comunque, con una solida concezione della vita, della vita vera e del valore della stessa, al punto tale da poterle attribuire un prezzo e un prezzo per il quale potersi anche concedere l’occasione di interromperne prematuramente una; in quel particolare contesto, in quel particolare mondo, ella non poté ovviare a provare un vivo turbamento per quella alienata separazione dalla realtà, dalla propria stessa vita, a confronto con la quale, ormai non le erano rimasti dubbi, non soltanto ella avrebbe potuto anche girare completamente nuda per quelle strade, in pieno giorno, senza attrarre il benché minimo interesse, o scandalo, ma, anche e ancor più, ella avrebbe potuto probabilmente sospingersi a sgozzare a sangue freddo una persona a caso fra le tante senza che alcuno lì attorno avesse occasione o, ancor meno, interesse, a sollevare la benché minima obiezione, a stento rendendosi conto del fatto. Un contesto, una realtà, quella lì imperante, che, paradossalmente, ebbe pertanto a turbare la Figlia di Marr’Mahew in misura decisamente maggiore di quanto chiunque, conoscendola, non avrebbe potuto presumere ella avrebbe potuto concedersi occasione di essere, essendosi ritrovata, nel corso dei primi quarant’anni della propria esistenza, a confronto con così tante situazioni, talvolta obiettivamente folli, da non poter presumere che, ancora, ella avrebbe potuto riservarsi occasione di sorpresa o, ancor più, di turbamento.

martedì 10 ottobre 2017

2334


« Grazie per il pensiero… ma non dovevate! »

Un commento a margine, quello allora espresso dalla voce della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, che avrebbe dovuto già permettere di ben intendere il suo approccio alla questione, il suo punto di vista su quella che essi stavano probabilmente considerando qual una svolta positiva in proprio favore, a proprio vantaggio, e che, ineluttabilmente, si sarebbe altresì tardivamente palesata anche alla loro attenzione, alle loro menti, qual una pessima scelta strategica, a confronto con la quale avrebbero avuto dolorose ragioni di pentimento.
Così, al primo tentativo di affondo a suo discapito, uno di quei due bastoni metallici ebbe a incontrare la ferma presenza del suo braccio destro, in lucente metallo cromato, lì erettosi a protezione, a difesa, a baluardo per il suo corpo. E se, il merito per la rapidità nel condurre quella parata, avrebbe avuto a doversi intestare unicamente a lei; quanto ebbe lì a seguire, obiettivamente, avrebbe potuto essere anche letto qual segno di una qualche benevolenza divina nei suoi confronti, giacché, all’impatto con il suo destro, la vera natura di quelle armi venne svelata e pur, immediatamente, vanificata proprio in grazia al suo nuovo braccio artificiale. A partire dall’impugnatura del bastone, infatti, una violenta scarica elettrica ebbe a propagarsi istantaneamente, al momento del contatto con il suo corpo, con il suo braccio, per l’intera estensione del medesimo, rivelando quanto, in verità, la pericolosità di tali manganelli non avrebbe avuto a doversi riconoscere unicamente nella loro robustezza, quanto e piuttosto in tale tensione, in conseguenza alla quale chiunque avrebbe probabilmente sofferto un dolore estremo e, sicuramente, sarebbe lì svenuto istantaneamente a terra, se non peggio. Fortunatamente per la Figlia di Marr’Mahew, tuttavia, quel suo arto non avrebbe avuto a dover essere confuso con il precedente, con quello che per quasi vent’anni l’aveva accompagnata nel corso della propria vita e che, in effetti, nulla di più avrebbe avuto a dover essere considerato che un braccio di nera armatura dai rossi riflessi animato da un’antica stregoneria: giacché, se la sua passata protesi, malgrado tutto, non avrebbe mai arrestato il propagarsi di quella scarica, in alcun modo potendo pertanto vanificare quell’aggressione; il suo nuovo braccio non soltanto isolò completamente il resto del suo corpo da quella violenta tensione ma, ancor più, la ebbe persino ad assorbire, nelle straordinarie capacità accumulatrici del suo cuore in idrargirio, in grazia alle quali, ipoteticamente, ella sarebbe stata persino in grado di accogliere l’incommensurabile impeto di un fulmine dal cielo.
L’offesa, paradossalmente, ebbe quindi a mutare la propria natura in un piccolo aiuto, una fugace ricarica al suo stesso braccio robotico, in un terrificante errore di giudizio da parte degli uomini in nero che, convinti di poterla in tal maniera fermare, si ritrovarono soltanto a offrirle un ulteriore aiuto, un ulteriore supporto.

« Troppo buoni… davvero! » insistette ella, sullo stesso tono allegro già palesato, a ridicolizzare quel tentativo a proprio discapito « Così mi sento in imbarazzo! »

E laddove, nonostante tutto, molti altri avrebbero probabilmente preferito, giunti a quella svolta, cercare la fuga, ancora una volta l’ex-mercenaria dovette riconoscere una certa tenacia in quel gruppo, i reduci del quale, pur consapevoli di quanto inutile sarebbe state quelle armi contro il suo braccio destro, evidentemente vollero sperare, quantomeno, di poter raggiungere non il suo metallo ma la sua carne e, in ciò, imporle, finalmente, tanto l’esclusione da quella questione nella quale, pur, ella non avrebbe potuto vantare credito di appartenere, quanto un’occasione di silenzio, mettendo alfine a tacere la sua tutt’altro che sgradevole voce e che pur, in quel contesto, in quella situazione, non avrebbero potuto ovviare a iniziare a odiare, e odiare sinceramente.
In verità, se da un lato il proprio intervento verbale, in maniera ironica e sarcastica, all’interno di un combattimento, ella era solita sfruttarlo qual metodo utile a sdrammatizzare le situazioni peggiori e, in ciò, a ricondurre persino la sfida nei confronti di una vera e propria divinità al confronto con un mostro troppo grosso per reggersi in piedi e destinato, in questo, a produrre un gran baccano nel momento in cui, alfine, sarebbe ineluttabilmente caduto; su un altro fronte, meno interiore, ella aveva avuto già da lunghi anni, lustri addirittura, occasione di verificare quanto, soprattutto nel confronto con avversari in grado di comprenderne le parole, simile espediente avrebbe avuto a potersi riservare la valenza di un attacco psicologico, atto a creare il dubbio, nelle menti delle sue controparti, sull’effettiva possibilità di successo e, in questo, a modificare, anche e soltanto inconsciamente, il proprio approccio, la propria offensiva, concentrandosi meno sull’enfatizzare il proprio successo e più sul minimizzare il proprio fallimento, in termini nel confronto con i quali, alfine, sovente i suoi stessi avversari avrebbero finito, proprio malgrado, per condannarsi autonomamente alla sconfitta. In quel particolare momento, in quel particolare frangente, e per quanto ella aveva già avuto occasione di constatare, comunque, la sconfitta di quegli uomini in nero non avrebbe avuto a doversi intendere qual una questione di possibilità, quanto e piuttosto una questione di tempi, e una questione in diretto rapporto con il di lei interesse a proseguire, a insistere in quel gioco ancora a lungo o no. Ma così come, per quegli stessi uomini, l’obiettivo principale non avrebbe avuto a dover essere considerato lei, quanto e piuttosto la coppia di bambini; allo stesso modo il suo interesse, in tutto quello, non si sarebbe rivolto soltanto in direzione di trarre piacere personale da quel conflitto, quanto e ancor più nella volontà di garantire a quei pargoli la salvezza ricercata, ragione per la quale, purtroppo per tutti, quel conflitto avrebbe avuto a dover essere concluso nel minor tempo possibile.
Così, ella non si limitò a parare, e ad assorbire, l’attacco di quel bastone ma, senza troppa eleganza, senza particolare ricercatezza stilistica, e pur con estrema concretezza pratica, ella riversò a discapito del volto dell’antagonista la spiacevole carica offerta dal proprio gomito sinistro, in una leggera rotazione che, ciò non di meno, ebbe a creare effetti decisamente spiacevoli e sanguinosamente visibili, nella rottura del suo naso e, in ciò, nel suo conseguente crollo a terra, privo di sensi. Un gesto, il suo, che non avrebbe tuttavia dovuto essere considerato qual insensatamente violento così come, nel sangue che ebbe ad apparire, avrebbe potuto essere inteso, laddove se in una direzione realmente feroce ella avesse voluto agire, se alcun freno ella si fosse concessa, quell’uomo non sarebbe semplicemente svenuto in conseguenza del colpo impostogli ma, direttamente, morto, nella sapienza del gesto che ella avrebbe potuto condurre a spingere parte del suo setto nasale direttamente nel cervello, sancendone l’immediato trapasso.

« Siete ancora in… » iniziò a dire, nel mentre in cui, tuttavia, l’altro antagonista armato di bastone elettrico tentò di raggiungerla, e di raggiungerla all’altezza delle proprie reni, ancora, ostinatamente animato dall’illusione di poter, in tal modo, sancire la fine del conflitto; illusione che, tuttavia, ella si premurò di dissipare, di dissolvere, in una reazione or più elegante, or più raffinata rispetto alla precedente, addirittura non limitandosi a parare il colpo e a rispondere al medesimo, quanto, e addirittura, a incanalare quel movimento e a reindirizzarlo, con una presa al suo polso e una violenta torsione all’intero braccio, verso il corpo dello stesso aggressore, cortocircuitando la sua arma sulla sua stessa carne e, in ciò, trasferendo a lui la scarica ipoteticamente a lei destinata « … mi correggo… » si arrestò nelle proprie parole, lasciando ricadere l’uomo a terra, inerme, per rivolgersi, in tal maniera, in direzione dell’unico antagonista lì rimasto cosciente, il solo che, ancora, avrebbe potuto prendere una qualche decisione nel merito di aggredirla o di ritirarsi « … sei rimasto da solo. » concluse, sorridendo, quasi un gatto selvatico posto di fronte a un inerme topino di campagna, chiaramente giunto alla triste conclusione della sua esistenza.

E l’uomo, dimostrandosi sino all’ultimo coerente con quanto compiuto sino a quel momento, nel rendersi conto della verità delle parole da lei proposte, comprese di poter agire in una sola direzione, estraendo un’arma da fuoco e mirando alla volta dei due bambini, sempre più distanti nella folla e pur, ancora, incredibilmente visibili davanti a loro.

lunedì 9 ottobre 2017

2333


Senza dimostrare di voler condividere l’approccio della donna, volta a sdrammatizzare la maggior parte delle proprie sfide nell’ironia e nel sarcasmo, riservandosi occasione di serietà soltanto in maniera inversamente proporzionale alla pericolosità del proprio avversario; gli uomini in nero mantennero assoluto silenzio nel confronto con lei e, dopo aver veduto il proprio numero più che dimezzato per causa sua, decisero fosse giunto il momento di intervenire. Così, gli ultimi cinque rimasti ancora coscienti, ancora in piedi in quel momento, non vollero perdere tempo a cercare di superarla, ma, preferirono, piuttosto, avventarsi su di lei e, dimostrando comunque un certo intelletto, un certo spirito di autoconservazione, seppur in tal maniera peccando nell’assenza di remore morali nello scontro che sarebbe risultato apparentemente improbo, si gettarono in contemporanea contro quel comune obiettivo, in contrasto a quell’unica antagonista, evidentemente decisi a sottometterla nel minor tempo possibile, con il minor sforzo possibile, per non rischiare di fallire, in ciò, nell’unica, reale impresa alla quale avrebbero avuto a doversi considerare realmente devoti: la cattura di quei due bambini in fuga. E se pur, anche in una città qual Kriarya, un duello sarebbe sempre stato rispettato in quanto tale, non prevedendo mai più di due contendenti in disputa contemporaneamente, fosse anche e soltanto nel timore di potersi ritrovare ammazzati, per puro errore, da un proprio compagno, da un proprio alleato; a Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, non erano ovviamente mancate occasioni di scontro con numeri a lei indubbiamente superiori, umani e non: e per quanto, quei cinque, avrebbero sicuramente potuto vantare un certo livello di pericolosità, obiettivamente ridicolo avrebbe avuto a dover essere valutato nel confronto con le passate esperienze della donna, non soltanto una combattente, ma, anche e suo malgrado, un soldato, e un soldato che, nella propria carriera mercenaria, aveva combattuto più battaglie e più guerre di quante non avrebbe avuto piacere a elencare.

« Venite pure avanti… » li ebbe a invitare, nel confronto con l’evidenza di quella loro aggressione all’unisono, a ranghi compatti.

Minimo, quindi e invero, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il potenziale timore sussistente in lei per la sfida da essi rappresentata, benché, ovviamente, mai ella avrebbe commesso l’errore potenzialmente fatale di sottovalutare, di minimizzare il fattore di rischio associabile a un nemico ancor sconosciuto qual, comunque e dopotutto, essi avrebbero avuto a dover essere considerati. E se pur tutti e cinque le si avventarono addosso contemporaneamente, ciò non ebbe, pertanto, a sconvolgerla, a spaventarla, nel trovarla, anzi e se possibile, persino più soddisfatta da tale scelta, da simile approccio che, piacevolmente, le avrebbe garantito l’opportunità di destreggiarsi in quel confronto con maggiore impegno di quanto, altrimenti, non le sarebbe probabilmente stato richiesto. Addirittura, a evidenziare un’intima approvazione nel confronto con quella situazione, con il tentativo promosso da quegli uomini, ella non si volle neppure concedere occasione, così come avrebbe potuto pur riservarsi, di concludere, in un sol gesto, quella sfida, colpendoli tutti insieme con una indelicata carezza della propria protesi destra, non dissimilmente da quanto aveva appena compiuto a discapito dei loro ultimi tre compagni stesi: in quel particolare frangente, in quel particolare momento, ella preferì godersi l’inatteso dono lì concessole dagli dei nel predisporsi a un confronto più tradizionale con loro, preparandosi ad accoglierli, nella loro foga, con l’intento a utilizzare il proprio arto artificiale unicamente per intenti difensivi, per scopi protettivi, e volgendo altresì alla mancina il compito di attaccarli o contrattaccarli.
E quando i cinque le si ritrovarono contro, piombando su di lei a mani nude e, ciò non di meno, con pugni serrati e pronti a colpirla con tutta la violenza necessaria a eliminarla dal proprio cammino, l’adrenalina intenta a irrorare ogni singolo pollice del suo corpo le concesse di agire con velocità straordinaria, con rapidità eccezionale, nel mentre in cui ogni suo muscolo, ogni sua membra, agì e reagì in maniera fondamentalmente istintiva, muovendosi quasi senza che alla sua mente fosse realmente richiesto di elaborare simile informazione. Dopotutto, laddove nel corso di una battaglia, nel cuore di un campo di guerra, la mente dell’ex-mercenaria avesse avuto a dover spendere tempo, a dover sprecare istanti preziosi nell’elaborare quanto stesse accadendo e nel concepire i termini migliori entro i quali rispondere, estremamente semplice avrebbe potuto essere per un qualunque antagonista raggiungerla, sorprenderla e abbatterla, anticipandone qualunque possibile evasione o, addirittura, reazione: nel momento in cui, altresì, il suo intero corpo fosse stato animato, solo e unicamente, da quella memoria motoria frutto della sua stessa incomparabile esperienza passata, ella avrebbe potuto addirittura offrire l’impressione di star anticipando, star prevedendo i gesti stessi d’offesa a lei destinati, tanto immediata sarebbe puntualmente stata la sua risposta. Così, anche allora, benché gli uomini in nero avrebbero potuto probabilmente illudersi di aver già vinto quella disfida, laddove, su cinque, almeno uno fra loro sarebbe certamente giunto a destinazione, colpendola e, speranzosamente, tramortendola; a nessuno fra loro fu concessa occasione di riportare, a posteriori, testimonianza di un simile successo, laddove, offrendo l’impressione di aver già avuto quieta occasione di studiare quell’intera, complessa scena e, in ciò, di aver potuto verificare in anticipo l’evoluzione di ognuna delle traiettorie da loro perseguita, ella evase in maniera stupefacente a ognuno dei loro attacchi, letteralmente scivolando fra un pugno e l’altro, fra un colpo e l’altro, per riservarsi, oltre a questo, non soltanto opportunità di vanificare quella carica ma, addirittura, di rispondere a uno dei cinque, andando a piantare all’altezza del suo diaframma un violento montante, che lo ebbe a privare, istantaneamente, di ogni occasione di respiro, costringendolo a ricadere pesantemente a terra.
Il totale fallimento di quell’attacco, e l’ennesimo compagno perduto, non fecero demordere i quattro restanti dal proprio intento: se così fosse stato, se allora si fossero banalmente ritirati, in verità, Midda avrebbe avuto ragione di sincero risentimento, giacché, a tante premesse, nessuna concreta azione avrebbe avuto a seguire. Fortunatamente per lei, meno per loro, essi vollero insistere, e insistere convinti di poter effettivamente vantare una qualche possibilità di successo a suo proposito. E, addirittura, nelle destre di due di essi ebbero a comparire, allora, dei bastoni telescopici, con i quali cercare di riservarsi una migliore opportunità verso di lei nel mentre in cui, a concedere loro il tempo di simile riarmo, gli altri due ebbero a impegnare nuovamente la donna, con un secondo, duplice tentativo d’offesa: altri due pugni vennero quindi proiettati al suo indirizzo e, nuovamente, il di lei corpo, tutt’altro che esile, tutt’altro che etereo, e, ciò non di meno, incredibilmente agile, straordinariamente guizzante nella propria muscolatura, ebbe a reagire quasi dotato di una coscienza autonoma rispetto a quella per lei propria, scansando nuovamente quei pugni nel gettarsi rapidamente a terra e, facendo perno sulla punta del piede sinistro, con un forte colpo di reni, ella ebbe a roteare estendendo altresì la gamba destra, allo scopo di spazzare le gambe dei propri antagonisti, precipitandoli, estemporaneamente a terra. Un’ipoteticamente fugace caduta, tuttavia, che per uno fra loro non sarebbe stata destinata a restare tale, giacché in forte colpo proiettato con il taglio della mancina della donna in contrasto alla propria gola, ebbe a bloccargli ogni possibilità di respiro, facendolo svenire.
Non desiderando vanificare il sacrificio del proprio compagno, i due che, nel contempo di ciò, avevano estratto i manganelli, cercarono una nuova occasione di confronto con la donna guerriero, questa volta mantenendo una certa distanza di sicurezza loro assicurata dall’introduzione, all’interno di quel contesto, di quelle nuove armi metalliche, armi che probabilmente non avrebbero ammazzato la destinataria dei loro attacchi, ma che, certamente, o così essi speravano, avrebbero quantomeno concluso in maniera più rapida la questione con lei, lasciandola pagare, per quanto compiuto, tutto quanto, comprensivo di interessi. Quanto, tuttavia, essi non avevano avuto ancora occasione di capire, non avevano avuto ancora possibilità di maturare coscienza, nella superficiale conoscenza con la Figlia di Marr’Mahew, avrebbe avuto a dover essere considerato quanto l’introduzione di quelle nuove risorse avrebbe avuto a dover essere considerata qual realmente tale soltanto dal punto di vista di lei…

domenica 8 ottobre 2017

2332


Uscendo al di fuori della zona pedonale e, in ciò, iniziando a percorrere strade al di sopra delle quali anche i più diversi generi di mezzi avrebbero potuto muoversi o anche solo sostare, nel veder sì la maggior parte del traffico strettamente detto del pianeta muoversi al di sopra delle loro teste, grazie a comunemente diffusi sistemi antigravitazionali volti a permettere la levitazione di ogni qual si voglia genere di veicoli e, ciò non di meno, nel dover prevedere anche la necessità, per gli stessi, di poter scendere al suolo al termine del proprio viaggio e lì sostare; la donna dagli occhi color ghiaccio ebbe a cogliere un’occasione utile ad accelerare il proprio incedere scegliendo di percorrere una via forse meno semplice, meno diretta e, ciò nonostante, anche meno affollata rispetto a quella che stavano scegliendo i bambini e gli uomini in nero sulle loro tracce, nel gettarsi, con un agile salto, sul primo dei mezzi lì parcheggiati e, in ciò, nell’iniziare a correre e saltare da un mezzo all’altro, dal tetto dell’uno al cofano dell’altro, con un moto estremamente discontinuo, in maniera tutt’altro che prevedibile, tutt’altro che programmabile, e che, ciò non di meno, non ebbe a dimostrarsi così impropria, così sbagliata qual soluzione nel garantirle, comunque, la possibilità di superare, in scioltezza, la maggior parte della folla lì accumulata, in ciò non soltanto guadagnando tempo, ma anche, e ancor più, spazio. Benché, infatti, la maggior parte delle persone avrebbero avuto di che obiettare a tal riguardo, se una cosa aveva appreso ella nel corso della propria vita, tale avrebbe avuto a doversi considerare quanto, raramente, la via più breve avrebbe avuto a doversi effettivamente a considerare tale.
Secondo molte opinioni, secondo alcune religioni, la via più semplice non avrebbe avuto a doversi considerare quella giusta: al confronto con il giudizio Midda, in verità, della semplicità o meno della via, così come della sua giustezza o no, poco valore avrebbe in verità potuto vantare, giacché, al contrario, quanto più importante, quanto realmente centrale in qualsivoglia analisi, avrebbe avuto a dover essere considerato, più banalmente, il fine ultimo, l’obiettivo alla base di tutto ciò. Se, quindi, per perseguire un obiettivo, fosse stata presa una via giusta o sbagliata, una via semplice o difficoltosa, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato un mero orpello a margine del reale valore, del vero significato della questione, eleggendo, eventualmente, qual termine di misura più concreto la brevità o la lunghezza della via da perseguire per perseguire lo scopo prefisso. Una brevità, o una lunghezza che, tuttavia, per esperienza personale, ella avrebbe potuto testimoniare aver a poter essere giudicata soltanto con il proverbiale senno di poi, giacché, all’inizio del proprio percorso, del proprio viaggio, difficile sarebbe stato ipotizzare o, ancor più, prevedere, tutti gli ostacoli che, lungo il medesimo, non avrebbero mancato di comparire, di presentarsi. E così, proprio alla luce di ciò, anche la via apparentemente più breve, avrebbe potuto alfine rivelarsi essere quella più lunga, quella più dispersiva, compensando il minor investimento spaziale con una richiesta temporale maggiore; al contempo in cui, d’altra parte, una via apparentemente più lunga avrebbe potuto alfine scoprirsi essere quella più breve, nel richiedere, forse, di percorrere maggior spazio ma nel ritrovarsi costellata da minori interruzioni, da minori ostacoli, che avrebbero alfine permesso di raggiungere in maggiore serenità e minor investimento temporale il proprio traguardo.
Anche in quell’occasione, anche in quel contesto, quindi, la via apparentemente più lunga, quella volta a saltellare pericolosamente fra un mezzo e l’altro, in maniera, oltretutto, estremamente disagevole e incostante, ebbe a dimostrarsi essere, per lei, qual la via più breve; giacché, nel porsi qual alternativa al passaggio attraverso le orde di decerebrati vittime della tecnologia, le ebbe a offrire un passaggio paradossalmente più agevole, una via più sgombra, utile, appunto, a riguadagnare spazio sui propri antagonisti e in direzione della coppia di bambini. E, per quanto, nel giungere in prossimità agli ultimi della coda ella ebbe subito il desiderio, la bramosia di entrare in battaglia con loro, premurandosi di sfoltire ulteriormente le fila di quel gruppo e magari arrivando, in ciò, a dimezzarlo; l’ex-mercenaria ebbe lì a mantenersi impegnata al solo scopo di proseguire oltre, nel non lasciarsi distrarre troppo facilmente dal proprio obiettivo, obiettivo che non avrebbe comportato, semplicemente, lo sfoltire quelle fila quanto, e piuttosto, la loro totale eliminazione dalla scena. Un’eliminazione che, tuttavia, non avrebbe potuto seguire metodi violenti, giustificando, nuovamente, quanto il raggiungimento di un obiettivo non avrebbe potuto essere tale per la via più breve.
Benché, infatti, nel mondo dal quale ella proveniva e, in particolare, in quel di Kriarya, città del peccato, l’uccisione di un avversario non fosse vista qual moralmente deprecabile, e deprecata, nel essere giudicata, obiettivamente, un’eventualità della vita quotidiana al pari di un buon pasto, di una serena notte di sonno, e altri eventi indubbiamente soddisfacenti, giacché, sovente, l’unica eventualità alternativa all’uccisione di un avversario sarebbe stata, allor, la propria morte; la Figlia di Marr’Mahew aveva scoperto pressoché subito quanto, in quella nuova, e più ampia, concezione della realtà, benché fondamentalmente eguale, benché intrinsecamente parallela alla sua vecchia realtà, un certo, maggior strato di moralismo, di perbenismo, aveva sancito, quasi in ogni pianeta, l’omicidio qual un crimine, e uno dei più gravi crimini che mai avrebbero potuto essere compiuti, ragione per la quale, obiettivamente, ella avrebbe avuto a doversi considerare qual una delle più temibili criminali della storia, nel cercare di compiere una qualsivoglia stima approssimativa dei morti da lei accumulati lungo il proprio cammino di vita. In ciò, pertanto, ella avrebbe dovuto moderare il propri approcci, soprattutto in grandi centri urbani al pari di Thermora e, ancor più, si sarebbe sovente ritrovata costretta a lasciar a bordo della Kasta Hamina la propria adorata spada bastarda, accessorio decisamente troppo vivace, e troppo visibile, per poter essere ritenuto saggio equipaggiarsi del medesimo senza un’effettiva, concreta necessità: non che questo, ovviamente, le avrebbe impedito, e le avesse impedito anche in quello stesso giorno, un certo, più discreto, equipaggiamento, composto da altre lame, più corte, più discrete e, ciò non di meno, egualmente letali se poste nelle mani giuste… e, certamente, tali avrebbero avuto a doversi ritenere le sue mani. Ciò non di meno, quelle risorse offensive, altro non avrebbero avuto che a essere riconosciute qual una soluzione estrema, l’ultima a dover essere attuata in assenza di alternative, dal momento in cui, se fosse arrivata a tanto, se solo qualcuno fra quegli uomini in nero fosse lì rimasto ucciso, estremamente complessa avrebbe avuto a doversi, poi, giudicare la sua situazione, in quanto sarebbe seguito, nelle indagini, nel processo e nella condanna che le sarebbe stata imposta e, in questo, nella sua esigenza a ovviare al sistema e ai suoi meccanismi; senza in tutto ciò considerare l’indubbio disagio che avrebbe ineluttabilmente arrecato a tutti i propri compagni d’equipaggio. Più per l’incomodo che da esso sarebbe derivato, pertanto, che da una qualche effettiva remora ad agire in simil maniera, la donna guerriero sapeva che avrebbe fatto tutto il possibile per ovviare a qualche morte gratuita, benché, necessariamente, non avrebbe potuto escludere in linea di principio l’eventualità di un’uccisione, soprattutto dal momento in cui, in quel frangente, ancor nulla avrebbe potuto vantare di conoscere nel merito della natura, e soprattutto delle risorse proprie degli uomini in nero e, in questo, necessariamente menzognero avrebbe avuto a dover essere giudicato un qualunque aprioristico impegno volto a escludere una drastica conclusione delle loro esistenze laddove impossibile sarebbe stato presumere, preventivare, quanto da lì a soltanto pochi minuti, sarebbe quindi potuto occorrere.
Positivo, nel confronto con l’andamento generale di quell’inseguimento, ebbe comunque a dimostrarsi l’improvvisa svolta nella quale ebbero a impegnarsi i due bambini, svolta che li vide, nella fattispecie, attraversare la fila di mezzi parcheggiati al centro dell’affollata strada, forse allo scopo di disorientare maggiormente, in questa maniera, i propri inseguitori: svolta che, tuttavia, ebbe anche il vantaggio di costringere a egual passaggio anche gli uomini in nero e che, in tutto ciò, garantì alla donna dai capelli color del fuoco di poter quietamente precipitare su di loro in tale momento, in simile occasione, avventandosi a discapito del gruppo con la stessa freddezza di un rapace nei confronti delle proprie designate prede.

« E ora vedremo se potrete ancora ignorarmi! » esclamò, atterrando, al termine di un ultimo elegante balzo, proprio fra i primi tre del gruppo e, lì sopraggiunta, menando un rapido colpo con il retro della propria destra a spazzare, letteralmente, i propri antagonisti, aprendoli a ventaglio innanzi a sé.